Vinitaly corre avanti (e noi di 20Italie scattiamo)

Un’edizione davvero articolata quella di Vinitaly 2026 che riserva, da qualche anno a questa parte, colpi di scena imprevedibili. Quando tutto sembra scontato, con il settore fieristico in un momento delicato per via delle tensioni internazionali geopolitiche ed economiche, ripartire dalla semplicità e dalla cura del dettagliato è stata l’ennesima dimostrazione di saggezza stilistica del nostro comparto vitivinicolo.

Parlar male di quanto creiamo di buono è una cultura tipicamente nostrana, quella radicata al proprio orticello, all’invidia per il prossimo e all’autodistruzione. Un Vinitaly “in forma ridotta” non per tutti? Assolutamente falso, anzi. Un evento che ha visto la soddisfazione della stragrande maggioranza dei presenti, testimoniata in video ai nostri microfoni. Anche dai piccoli produttori, che hanno almeno avuto il respiro per poter parlare in serenità con i numerosi buyer presenti.

Di sicuro il vero scopo della fiera, tra le più grandi d’Europa assieme all’astro nascente Wine Paris, non deve mai perdere di vista il rapporto di fedeltà tra chi produce e chi vende. Per gli assaggiatori seriali ci saranno altri contesti dove poter sbizzarrire la fantasia; qui al netto del prezzo elevato del ticket d’ingresso e delle limitazioni negli eccessi, si parla la lingua del mercato. Comunque 90 mila presenze in quattro giorni sono egualmente un numero considerevole, fatto più di qualità e meno di quantità.

Ridisegnate le architetture di padiglioni e stand, alcuni accoglienti e di ottima fattura. Un immenso salotto enologico che ha visto la partecipazione attiva di numerosi consorzi di tutela, cooperativa vitivinicole, singoli produttori provenienti da ogni angolo d’Italia. E poi le masterclass a cui abbiamo partecipato, alcune esclusive ed uniche nel loro genere come quella sul confronto tra vecchie e nuove annate di Brunello di Montalcino grazie al presidente Giacomo Bartolommei del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino o la verticale dello storico Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Caroso” di Citra, raccontata dalle parole sincere ed emozionate di Riccardo Cotarella, il guru dell’enologia italiana nel mondo.

Anche il Padiglione Campania ha detto la sua, con il presidente Tommaso Luongo di AIS Campania a presiedere soddisfatto i numerosi eventi tematici, dai bianchi vulcanici con la Master of Wine Cristina Mercuri ai grandi rosati descritti dalla giornalista e wine consultant Chiara Giorleo.

Il supporto silenzioso nel dietro le quinte dei sommelier e la classica accoglienza genuina che contraddistingue il meridione hanno fatto la differenza. Abbiamo dato voce anche a loro, il braccio operativo, i sommelier di servizio Andrea Cerino e Mino Perrotta: “essere qui a Vinitaly è per noi motivo di orgoglio. Possiamo fungere, attraverso il calice, da comunicatori dei territori d’appartenenza, un’esperienza adrenalica che ci aiuta a superare le tante ore di lavoro”. Conclude il capo servizio regionale Enzo Di Donna: “siamo una squadra fortissima perché perseguiamo un obbiettivo comune a favore del pubblico presente”.

Infine le storie, i volti di chi sta sui campi in attesa del raccolto che verrà. Chi offre il sacrificio quotidiano in cambio della libertà d’azione e dell’amore per la terra. I produttori intervistati nella nostra lunga playlist su youtube, anima indispensabile alla riuscita di Vinitaly, che sopportano crisi climatiche e di settore, rincari dei prezzi e posizionamenti globali difficili. Eppure alla lunga l’agricoltura resta sempre l’arma vincente per un Paese a forte vocazione come l’Italia. Vinitaly corre in avanti, ma noi di 20Italie saremo sempre dietro a sostenere idee, progetti imprenditoriali e iniziative visionarie di cultura e fatica contadina.

Il Collio raccontato da Primosic

Dolci e tenui rilievi in Collio,

verde erba, foresta e trifoglio,

boschi per metà del paesaggio,

delle genti è stato il passaggio,

ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,

raffinati, minerali, intensi e domati,

musa, ove la serenità è udibile e distesa,

una preghiera: regalane parte al pianeta.

Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.

Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.

Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.

Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.

Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.

Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.

E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.

Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.

Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:

per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.

Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.

Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.

La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.

Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.

Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.

L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.

L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).

La degustazione.

Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%

Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.

All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.

Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.

Malvasia Collio doc 2024 13.5%

Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.

All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.

L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.

Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%

Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.

All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.

Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.

Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%

Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.

Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.

All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.

Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.

Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%

Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.

L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.

Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%

Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.

Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.

Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%

Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questa bottiglia non è più consentita.

Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.

Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.

Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%

Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.

Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.

Parmelia 2024, il nuovo cru de Il Colle del Corsicano nel cuore di Punta Licosa

Alferio Romito presenta il nuovo Cilento DOC Fiano: un racconto di famiglia, territorio e visione enologica destinato a sfidare il tempo.

Ci sono vini che raccontano un territorio e vini che custodiscono una genealogia. Il nuovo Cilento DOC Fiano Parmelia 2024 de Il Colle del Corsicano appartiene a entrambe le categorie. Presentato in anteprima alla delegazione AIS Cilento Vallo di Diano, guidata dalla Delegata Maria Sarnataro, il progetto firmato da Alferio Romito si propone come una delle espressioni più ambiziose e identitarie del Fiano contemporaneo.

Nella cornice di Punta Licosa, dove l’azzurro del Tirreno si intreccia ai profumi austeri della macchia mediterranea, Alferio – enologo e interprete della quarta generazione familiare – ha svelato un’etichetta destinata a segnare un passaggio cruciale nella storia aziendale: un vino concepito per sfidare il tempo e celebrare la memoria.

Parmelia, il vino delle lunghe attese

Parmelia nasce da una vicenda umana che affonda le proprie radici agli inizi del Novecento. È la storia di Giovanni Romito, trisnonno di Alferio, che per acquistare le terre oggi occupate dai vigneti aziendali affrontò sette traversate oceaniche verso l’America, partendo dal porto di Napoli e rincorrendo il sogno di costruire un futuro per la propria famiglia.

Di quell’epopea migratoria restano ancora le carte d’imbarco manoscritte, gelosamente custodite dalla famiglia come testimonianza tangibile di sacrificio, perseveranza e visione. Parmelia rende omaggio a quella eredità e, al contempo, al nonno Giovanni, caduto durante il conflitto bellico. Non sorprende dunque che il concetto delle “lunghe attese” sia diventato il filo conduttore dell’intero progetto.

Anche il logo dell’azienda parla di resilienza: vi campeggiano i due pini storici della proprietà, sopravvissuti nel tempo a incendi e calamità naturali, simboli di una continuità che attraversa le generazioni. L’apparato iconografico dell’etichetta, poi, si arricchisce di una croce che richiama idealmente i quattro punti cardinali, metafora delle quattro generazioni della famiglia Romito. Non un semplice elemento grafico, ma una bussola identitaria, un sigillo visivo, che orienta il racconto aziendale tra passato e avvenire, celebrando il percorso di una dinastia contadina che ha saputo attraversare il tempo rinnovandosi senza smarrire le proprie origini.

Le sole 1.362 bottiglie numerate, protette da una raffinata velina, dichiarano senza esitazioni la vocazione del vino a un lungo percorso evolutivo.

Punta Licosa e il privilegio del Flysch Cilentano

La materia prima proviene da una rigorosa selezione parcellare situata nell’area di Punta Licosa, uno dei luoghi più suggestivi del Cilento, all’interno dell’area marina protetta e del territorio riconosciuto dall’UNESCO per il suo straordinario valore paesaggistico e culturale.

Il contesto geologico è dominato dal Flysch Cilentano, complessa successione sedimentaria costituita da arenarie e rocce stratificate. Tuttavia, la parcella destinata a Parmelia presenta una prevalenza sabbiosa che ne determina il carattere distintivo. Questa matrice garantisce infatti una straordinaria capacità di trattenere umidità e freschezza anche durante le estati più severe, fungendo da autentica riserva idrica naturale.

La vendemmia, anticipata alla prima decade di agosto, non compromette l’equilibrio acido del vino. Al contrario, testimonia una tensione naturale di rara efficacia, destinata a rappresentare una delle principali chiavi interpretative della sua longevità.

L’enologia della sottrazione

Sul piano tecnico, Parmelia rappresenta una significativa evoluzione stilistica rispetto alla produzione storica dell’azienda. Il 60% della massa fermenta e affina in barrique bordolesi di rovere francese, accompagnato da costanti bâtonnage protratti fino alla primavera successiva, mentre il restante 40% completa il proprio percorso in acciaio.

L’aspetto più interessante risiede tuttavia nella filosofia produttiva adottata da Alferio Romito, fondata su un rigoroso controllo dell’ossigeno. L’intera vinificazione è concepita secondo un paradigma fortemente riduttivo, volto a preservare il patrimonio aromatico primario del vitigno e a proteggere l’integrità dei precursori odorosi.

Anche la scelta del tappo tecnico Nomacorc Reserva si inserisce coerentemente in questa visione, garantendo una gestione calibrata e prevedibile della micro-ossigenazione durante l’affinamento in bottiglia.

Il profilo sensoriale del Parmelia 2024

Nel calice, Parmelia 2024 si presenta con una veste di brillante luminosità. Il giallo paglierino è attraversato da vividi riflessi verdolini che testimoniano una straordinaria freschezza cromatica e una gestione impeccabile dell’ossigeno, particolarmente significativa alla luce del passaggio in legno.

L’impatto olfattivo si distingue per nitidezza e precisione. Emergono inizialmente eleganti richiami floreali biancastri come l’acacia e la Zagara. Il quadro olfattivo si amplia progressivamente, lasciando affiorare sfumature di erbe aromatiche come il timo mediterraneo e una sottile nota dolce perfettamente integrata.

L’assaggio conferma le promesse del naso. La trama gustativa è ampia ma slanciata, sostenuta da una dinamica acida e succosa che accompagna il sorso con grande energia. La componente salina, autentica firma territoriale di Licosa, attraversa l’intera progressione gustativa e conduce verso un finale persistente, scandito da ritorni agrumati e iodati.

Due interpretazioni, un solo vigneto

Particolarmente istruttivo il confronto raccontato da Alferio con il Fiano Licosa, etichetta storica della cantina vinificata esclusivamente in acciaio. Se quest’ultimo esprime una personalità immediatamente verticale, giocata su toni più morbidi di camomilla, miele e frutta matura, Parmelia sceglie la strada della profondità e della stratificazione.

Le due etichette raccontano così due anime complementari dello stesso vigneto: da un lato l’immediatezza espressiva del frutto, dall’altro una costruzione più articolata e ambiziosa, dove il dialogo tra vitigno, terroir e legno contribuisce a definire una nuova identità stilistica.

La prova del tempo: la verticale di Licosa

A suggellare la presentazione, una verticale delle annate 2017, 2018 e 2019 del Licosa ha offerto una preziosa chiave di lettura sulla capacità evolutiva del Fiano coltivato in questo angolo del Cilento.

Il 2017, figlio di una stagione particolarmente siccitosa, ha mostrato un carattere vigoroso e concentrato, con richiami di carruba, albicocca disidratata e miele sostenuti da una sorprendente vitalità acida.

Il 2018, nato in un’annata più fresca e piovosa, ha evidenziato una progressiva trasformazione nel bicchiere: da iniziali percezioni alcoliche a un profilo di grande pulizia aromatica, quasi nordico nella sua compostezza.

Il 2019 si è rivelato infine il punto di equilibrio ideale, sintesi armonica tra maturità del frutto, tensione gustativa e prospettiva evolutiva, anticipando in qualche modo la filosofia che oggi trova compimento nel Parmelia.

Un nuovo capitolo per il Fiano cilentano

L’incontro con Alferio Romito e la delegazione AIS ha restituito l’immagine di un produttore profondamente legato alle proprie radici ma proiettato verso una visione contemporanea dell’enologia. Parmelia 2024 non rappresenta semplicemente una nuova etichetta: è la traduzione liquida di una storia familiare, di un paesaggio marittimo e di una cultura dell’attesa che trova nel tempo il proprio alleato più prezioso. Un Fiano che profuma di sale e di memoria, capace di raccontare il Cilento con autorevolezza e rara profondità narrativa.

Vinaltum 2026: in un calice tutta la grande bellezza dell’Alto Adige

Vinaltum è stato un successo annunciato: il 17 e 18 maggio, nel suggestivo Castello di Mareccio a Bolzano, si è svolta la terza edizione. 

Un parterre composto da oltre 80 aziende vitivinicole accuratamente selezionate e provenienti da ogni regione d’Italia con un focus ovviamente sui vini altoatesini e una nutrita compagine provenienti dall’estero, in particolare dai cugini d’Oltralpe francesi. Evento ben organizzato da Danilo D’Ambra e Luciano Rappo e coadiuvato dall’ufficio stampa Federica Schir che ha visto la partecipazione di molti appassionati, operatori e stampa di settore. 

Luogo ideale il castello di Mareccio, di origine medievale, che conserva magnifici affreschi ed è immerso tra splendidi vigneti di Lagrein in uno scenario di rara bellezza circondato dalle montagne con alcune cime ancora innevate. I produttori presenti ai banchi d’assaggio sono stati suddivisi in 5 sale distinte. In programma varie interessanti masterclass condotte da esperti del settore e Wine Talk. Oltre 1000 avventori hanno varcato la soglia del castello e visto il crescente successo della kermesse, che comunque vuole mantenere un numero limitato di cantine di nicchia, gli organizzatori hanno già svelato le date della prossima edizione che andrà in scena il 23 e 24 maggio 2027.

Molti gli assaggi ai banchi, approfondendo la conoscenza di vecchie e nuove  realtà; superba la masterclass di Champagne Le Mesnil che si è svolta al Castel Hortenberg a due passi da Castel Mareccio. In degustazione tre tipologie di champagne provenienti dall’omonima Maison posta a Le Mesnil-sur-Orger all’interno della Côte des Blancs, zona  vocata per l’allevamento dello Chardonnay, classificata interamente come Grand Cru. Circa 800 soci della Cooperativa conferiscono le uve da 300 ettari di vigne del celebre comune.

Una nota di merito va al Coeur des Mesnil Millesimato 2012 con 91 mesi di permanenza sui lieviti ed un dosaggio di 7,8 g/l.
Molto interessante il Wine Talk dedicato all’Unione Viticoltori di Fiè allo Sciliar. Un gruppo di 6 persone ha dato vita a questa piccola e interessante realtà di montagna: le aziende Prackfolerhof, Bessererhof, Gumphof, Wassererhof, Fronthof e Grottnerhof. I vitigni coltivati sono vari, dal Sauvignon Blanc al Pinot Bianco, Pinot Nero e Zweigelt.

Vini decisamente freschi e dotati di buona piacevolezza di beva, con una nota di merito che va allo Zweigelt 2021 di Fronthof.
In sala Castel Mareccio vi erano i produttori del Collio, oltre ad un banco collettivo con piacevoli assaggi di Friulano e di Collio Bianco; vini molto vibranti, persistenti, alcuni dei quali contraddistinti da una spiccata trama sapida e lunga.  Nelle altre sale il viaggio è proseguito tra le principali denominazioni italiane da nord a sud, isole comprese: due giornate molto immersive con il calice in mano. Un evento appassionante e se è vero che tutte le strade portano a Roma, quella di Vinaltum porterà nel 2027 ancora una volta a Castel Mareccio.

A Montefalco 2026: 3 giorni, infinite emozioni

Un’ottima annata, recitava il titolo di un famoso film con Russell Crowe nel ruolo di protagonista.

Qui però non siamo in Provenza ma sulla ringhiera dell’Umbria, a Montefalco. Clima perfetto, scelta indovinata di riunire la stampa nazionale e internazionale per “A Montefalco 2026”. 

Un viaggio itinerante che a fine Aprile – dal 26 al 28 per essere precisi – ha condotto la stampa nazionale ed estera alla scoperta di uno dei borghi medievali piu caratteristici d’Italia, dove si parla la lingua del Sagrantino sin dai tempi dei monaci benedettini. In questa terra magica e affascinante, nacque anche il Trebbiano Spoletino, su cui si punta da tempo per essere uno dei top player italiani tra i vini bianchi.

Si parte: Treno veloce da Salerno a Roma e poi dritti a Foligno per giungere a Montefalco in una calda e piacevole giornata.

Prima tappa: Moretti Omero, poi Terre di San Felice per chiudere con visita e cena da Tenuta di Saragano. Particolaremente interessante la conoscenza di Guglielmo in arte Noble Rot che ha un progetto dove unisce musica in vinile e vigna. Si respira aria di nobiltà conviviale.

Seconda tappa, una nuova giornata: il tour si apre con la presentazione ufficiale nel Museo San Francesco. Il Montefalco Sagrantino Docg 2022, prende 4 stelle e 92 punti. Ottima annata.

Alle 10:30 la Masterclass “The Shape of Elegance: Montefalco’s New Wine Grammar” con la Master of Wine Cristina Mercuri e poi tour da Tenuta Alzatura dei Cecchi, Antonelli San Marco e Le Cimate dal Presidente del Consorzio Paolo Bartoloni. Una piccola sosta per proseguire con il light lunch a Bevagna dove i produttori e gli show cooking hanno regalato momenti di convivialità e confronto.

Terza tappa, prima di rientrare, penultima visita alla Tenuta Brancalupo di Lungarotti poi da Bocale e pranzo nel centro storico.

IN VALIGIA: sughero e souvenir.

Cosa resta di questo viaggio?

La grande ospitalità dei produttori sempre più convinti e felici di essere sulla strada giusta.

La prugna e il cuoio del Montefalco Sagrantino che conferma di essere uno dei top player mondiali.

Il lavoro eccellente sul Trebbiano Spoletino che lascia tutti a bocca aperta,

Un consorzio che riesce a unire storia, arte, cultura e vino sotto il nome di “A Montefalco”.

Ma soprattutto resta un’immagine, quella del Sagrantino, capace di raccontare l’autenticità di Montefalco.

Alta Langa DOCG a Roma – Terza edizione: 47 produttori, zero compromessi

Palazzo Brancaccio, su Via Merulana, è una scelta che non è mai neutrale. Araldo del Barocco romano, costruito per i ricevimenti dell’Ottocento, diventa per la terza volta cornice dell’Alta Langa DOCG e del suo Consorzio.

Il messaggio è esplicito: le Langhe non si raccontano solo col Barolo e col Barbaresco. Esiste un’altra eccellenza, in declinazione spumantistica, che merita Roma e merita Palazzo Brancaccio. L’11 maggio è stato il giorno di ben 47 produttori e oltre 115 etichette in degustazione. Un percorso strutturato per altitudine, esposizione e marcatori del sottosuolo — lungo le province di Asti, Cuneo e Alessandria, tra i 400 e gli 800 metri s.l.m. — con confronti mirati con Trento DOC e Franciacorta DOCG e un breve sguardo all’Oltrepò Pavese: riferimenti utili, non minacce all’identità della denominazione.

Il disciplinare è rigoroso: sole due varietà ammesse, Pinot Nero e Chardonnay. Entrambe alloctone per origine, entrambe naturalizzate in circa un secolo sulle coste ripide delle Langhe, grazie all’eredità geologica dell’antico Bacino Triassico piemontese: dense stratificazioni di fossili, marne — tra cui le celeberrime marne blu di Sant’Agata, culla ancestrale del Nebbiolo — calcari e argille. Terroir che non perdona approssimazioni e non regala nulla gratis.

La Morra: il versante aperto al Tirreno.

Il punto di partenza è La Morra, esposizione a Sud, correnti tirreniche liguri, argille e marne blu con inserti sabbiosi. Brandini porta in degustazione l’Alta Langa DOCG 655 Blanc de Blancs Brut 2021: Chardonnay in purezza, bollicine numerose e delicatissime, olfatto ampio di bianchi, miele e crosta di pane. Un liqueur de tirage proprietario — e dichiaratamente riservato — aggiunge croccantezza, agrume di lime, frutta secca. Finale lungo, mineralità salina che racconta il vento del mare. Tipico, identitario, senza elementi superflui.

Barolo: la cooperazione come metodo.

Nel cuore delle Langhe, Vite Colte rappresenta 180 cantine associate in un progetto di qualità che non ammette compromessi né sulla selezione delle uve né sulla tecnologia di cantina. L’Alta Langa DOCG 600 Pas Dosé 2021 — 80% Pinot Nero, 20% Chardonnay — si distingue per finezza al palato, lungo il finale di note minerali e fumé. Classe solida, senza ostentazione.

Serralunga d’Alba: calcare e potenza verticale.

Serralunga è geologicamente un mondo a sé: più calcare, più fossili, meno argilla. Le Sabbie di Diano e le presenze ferrose esaltano l’acidità e il pregio dei vini. Ettore Germano è una casa vinicola celeberrima per il Barolo, porta un Alta Langa DOCG Riserva Blanc de Noir Pas Dosé 2017: Pinot Nero in purezza, 65 mesi sui lieviti, colore paglierino con riflessi ramati, salino, con pompelmo rosa e richiami ferrosi di grande originalità. Equilibrio notevole, lunghezza agrumata che imprime memoria. Franciacortino per ispirazione, piemontese nell’esecuzione. Distinzione netta.

Diano d’Alba: quasi cent’anni di metodo classico.

Fratelli Abrigo, cantina quasi centenaria, formata alla Scuola Enologica d’Alba, propone l’Alta Langa DOCG Sivà 60 Mesi Riserva Pas Dosé 2013: Chardonnay in purezza, complessità aromatica immediata — cedro, arancia, lemongrass, mela, ananas — poi la sorpresa di una nocciola che irrompe e spinge la boccata. Struttura, sapidità, persistenza lunga. Non fa rimpiangere i migliori Trento DOC.

Perletto e la pulizia del Pas Dosé.

Da Serralunga verso l’Alto Monferrato, Garesio costruisce il suo Alta Langa DOCG Pas Dosé 2021 con Pinot Nero in purezza, 36 mesi sui lieviti — il minimo da disciplinare — e sboccatura senza liqueur de tirage, usando solo una riserva dello stesso spumante. Perlage fine e persistente, sentire di pane all’olfatto, sentori vegetali di tiglio, mandorla, pesca, susina. Al gusto, gesso, cremosità crescente. Grande come un Franciacorta senza complessi.

Alto Monferrato: cento mesi e storia scritta.

Banfi chiude il percorso con autorevolezza storica: fu tra le sette aziende piemontesi che nel 1990 avviarono il Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte, contribuendo all’ottenimento della DOCG nel 2008. Il Banfi Alta Langa DOCG Cuvée Riserva Aurora 100 Mesi 2019 è il punto d’arrivo logico di questa narrazione: 100 mesi sui lieviti, blend di Pinot Nero (minimo 70%) e Chardonnay, fusione austera ed elegante di brioche, agrume candito, vaniglia e nocciola, con una cornice di lievito finissima. Gareggia con i Trento DOC più noti. Non perde.

Al prossimo anno, allora. Le Langhe hanno molto ancora da dire — e Roma, evidentemente, sa ascoltare.

Vernaccia di San Gimignano: il volto contemporaneo di un bianco identitario

La degustazione dedicata alla Vernaccia di San Gimignano ha restituito un quadro estremamente coerente e qualitativamente elevato, capace di raccontare con precisione l’identità del territorio attraverso le diverse interpretazioni aziendali e le annate presentate. Un viaggio che ha attraversato soprattutto la giovanissima 2025, passando per le Riserva 2024 e 2023, fino ad arrivare a campioni più evoluti come la 2022 e la 2021.

Annata 2025: freschezza, agrume e verticalità

La 2025 si è rivelata un’annata dinamica, giocata soprattutto sulla tensione gustativa, sulla sapidità e su un profilo aromatico nitido. In molti campioni è emersa una chiara matrice agrumata accompagnata da richiami di mela fresca, pera, erbe aromatiche e fieno.

Tra i vini più convincenti, “Da Fugnano” di Fattoria di Fugnano ha impressionato per il suo carattere fresco e agrumato, con una mela particolarmente definita e una progressione gustativa di grande energia. Molto centrata anche l’interpretazione de Il Colombaio di Santa Chiara con “Selvabianca”, vino identitario ed elegante, dotato di persistenza e precisione aromatica.

Interessante la prova di Podere Le Volute, dove le note floreali e di confetto si intrecciano a una bocca fresca e minerale, mentre Tenuta La Vigna ha proposto un profilo delicato ma molto riconoscibile, giocato su mela, fiori bianchi e agrumi.

Numerosi i richiami alle erbe aromatiche e alla mineralità: Casa Lucii ha espresso una Vernaccia sapida e agrumata, Cesani ha mostrato un lato più vegetale e amaricante, mentre Collemucioli con “Madreterra” ha unito fieno, mela ed erbe aromatiche in un sorso equilibrato e territoriale.

Nel complesso, la 2025 appare come un’annata dalla forte impronta fresca e verticale, dove la bevibilità si accompagna a una crescente definizione stilistica.

Le Riserva 2024: complessità e profondità

Con la 2024 il quadro cambia sensibilmente. Le Vernaccia Riserva mostrano maggiore profondità, una struttura più ampia e una complessità aromatica che si sviluppa su registri minerali, affumicati e iodati.

Cappellasantandrea con “Prima Luce” ha messo in evidenza pietra focaia, erbe aromatiche e frutto, sostenuti da una bocca sapida e minerale. Cesani con “Clamys” ha puntato invece su mela cotogna, agrume candito e chiusura mielata, offrendo una lettura più evoluta e avvolgente del vitigno.

Molto convincenti anche “Donna Gina” di Fattoria di Fugnano, caratterizzato da note iodate e affumicate, e “Campo della Pieve” de Il Colombaio di Santa Chiara, vino ampio e complesso, capace di mantenere equilibrio tra freschezza e sapidità.

La Riserva “Rialto” di Cappellasantandrea si è distinta come uno dei campioni più completi della degustazione: tipicità varietale, eleganza floreale e grande equilibrio gustativo hanno reso il vino uno dei vertici assoluti dell’assaggio.

La 2024 conferma dunque, come la Vernaccia riesca oggi a interpretare con grande efficacia anche vini di maggiore struttura e longevità, senza perdere tensione e riconoscibilità territoriale.

Riserva 2023: maturità ed eleganza

La 2023 ha probabilmente rappresentato il momento più alto della degustazione dal punto di vista della complessità. I vini hanno mostrato maggiore maturità espressiva, mantenendo però freschezza e precisione.

“L’Albereta” de Il Colombaio di Santa Chiara ha colpito per l’eleganza dell’olfatto, tra fiori e mela cotta, e per una bocca complessa chiusa da una raffinata nota di mandorla. Molto convincente anche “Sanice” di Cesani, dal profilo più ampio e strutturato, con sfumature speziate e una sorprendente intensità fruttata.

Casa alle Vacche con “Crocus” ha proposto una Vernaccia verticale e balsamica, giocata sulla croccantezza della mela fresca, mentre Tenuta Le Calcinaie con “Vigna ai Sassi” ha unito struttura, sapidità e una piacevole chiusura amaricante di mandorla.

Nel complesso, la 2023 mostra un volto maturo della Vernaccia di San Gimignano: vini più complessi, profondi e gastronomici, ma ancora sostenuti da una notevole energia acida.

Le annate più evolute

La Riserva 2022 di Teruzzi, “Sant’Elena”, ha evidenziato un profilo ancora fresco e vegetale, sostenuto da buona struttura e da una chiara componente erbacea. Più essenziale la 2021 di Casa Lucii “Mareterra”, giocata su un finale amaricante e scorrevole.

Una denominazione sempre più definita

Dalla degustazione emerge con chiarezza una Vernaccia di San Gimignano sempre più consapevole della propria identità. Freschezza, sapidità e richiami minerali rappresentano il filo conduttore della denominazione, ma accanto a questi elementi cresce anche la capacità di produrre vini complessi, longevi e profondamente territoriali. Le versioni giovani esaltano immediatezza e tensione gustativa, mentre le Riserva mostrano oggi una maturità stilistica capace di competere con i grandi bianchi italiani da evoluzione. Una conferma importante per una denominazione che continua a rafforzare la propria personalità nel panorama del vino italiano.

Toscana: inaugurata la nuova cantina del Cabreo, il tempio dei “Supertuscan”

Il 16 maggio 2026, a Greve in Chianti si è svolta l‘inaugurazione ufficiale della nuova Cantina del Cabreo, il nuovo progetto firmato Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute dedicato alla produzione e all’affinamento dei Supertuscan della tenuta, pensato come luogo in cui tradizione toscana, innovazione tecnologica ed esperienza enoturistica convivano in un’unica visione. La struttura, progettata dall’architetto Carlo Ludovico Poccianti, nasce nel cuore del Chianti Classico come espressione dell’identità contemporanea della famiglia Folonari e della sua lunga storia nel mondo del vino italiano.

La cerimonia inaugurale si è aperta con il taglio del nastro alla presenza delle autorità locali, operatori del settore e stampa specializzata, per scoprire il nuovo progetto che rappresenta un ulteriore passo nel percorso di crescita della famiglia Folonari nella zona del Chianti Classico. Nel corso dell’evento il sindaco Paolo Sottani ha conferito la cittadinanza onoraria di Greve in Chianti a Ambrogio Folonari, riconoscendone il contributo alla valorizzazione del territorio e alla rinascita del vino toscano.

Nel corso dell’evento, Giovanni Folonari ha ribadito il proprio impegno nella valorizzazione del vino come elemento centrale della cultura e della tradizione italiana. L’azienda ha scelto di investire con decisione sul futuro, affrontando un importante intervento di ristrutturazione dal valore di oltre 7 milioni di euro, a testimonianza della volontà di continuare a credere nel territorio e nella produzione vitivinicola di qualità.

La nuova Cantina del Cabreo è la sintesi perfetta tra identità aziendale, visione imprenditoriale e futuro – ha dichiarato il Presidente Giovanni Folonari – È un’esperienza immersiva radicata nella tradizione toscana ma nel contempo profondamente innovativa, con tecnologie all’avanguardia che ottimizzano il processo di vinificazione. L’inaugurazione della Cantina completa il nostro progetto di enoturismo alle Tenute del Cabreo, dove abbiamo realizzato i due relais di charme Borgo del Cabreo e Pietra del Cabreo e un ristorante che reinterpreta la cucina della tradizione. Grazie a questo progetto di ospitalità, abbiamo ricevuto il prestigioso riconoscimento Vinitaly Territory Ambassador, che celebra l’impegno dell’azienda sul territorio e la nostra opera di autentica valorizzazione del Made in Italy”.

La struttura ospita oltre 300 legni tra barrique, tonneau e botti stagionate, oltre a una capacità complessiva di 4.500 ettolitri di tini  in acciaio. Tra gli elementi più innovativi spiccano le vasche dedicate ai diversi cru e il selezionatore ottico che analizza singolarmente ogni acino durante la raccolta.

La cantina si sviluppa in tre ambienti: area di vinificazione, moderna barricaia a temperatura e umidità controllate e sala degustazione, concepita per permettere agli ospiti di vivere il vino direttamente nel luogo in cui nasce.

Anche la scelta dei materiali racconta il legame con il territorio: cotto dell’Impruneta lavorato a mano, pietra toscana, ferro battuto e legno naturale dialogano con elementi contemporanei come acciaio, bronzo brunito e illuminazione scenografica.

Per l’occasione, l’artista fiorentina Betty Soldi, definita “alchimista della parola”, ha realizzato un’opera esclusiva in onore delle Tenute del Cabreo, consegnata in occasione dell’inaugurazione: è la sua personale interpretazione artistica dei valori che da sempre ispirano la famiglia Folonari.

Uno dei momenti della giornata inaugurale sono state le due degustazioni verticali dedicate ai vini simbolo della tenuta, La Pietra Chardonnay Toscana IGT e Cabreo Il Borgo Toscana IGT, guidate da Giovanni Folonari e dall’enologo Roberto Potentini  e riservate ai professionisti del settore. I percorsi di assaggio hanno accompagnato gli ospiti in un viaggio nella storia produttiva delle Tenute del Cabreo, mettendo in luce l’evoluzione stilistica e il notevole potenziale di invecchiamento delle due etichette.

La verticale ha rappresentato un viaggio nella storia produttiva delle Tenute del Cabreo e ha evidenziato il grande potenziale di invecchiamento dei due vini.

La Pietra, chardonnay in purezza, fermenta in acciaio inox, con un travaso in legno effettuato a metà del processo. Il vino matura poi per almeno 24 mesi in tonneau, completando il suo affinamento con un periodo di riposo in bottiglia; sono state degustate le annate 1985, 1995, 2001, 2013 e 2023. Particolarmente rilevanti la 1985, ancora sorprendentemente viva, elegante e complessa, e la 2013, caratterizzata da equilibrio, tensione e precisione aromatica

Cabreo Il Borgo fermenta in acciaio, con macerazione di circa 4 settimane, seguita da almeno 24 mesi in barrique e affinamento in bottiglia; nell’occasione sono state degustate le annate 1988, 1995, 2001, 2016 e 2022. Di grande impatto la 1988, raffinata e ancora perfettamente integra, e la 2016, annata di notevole energia e profondità. Durante la degustazione Giovanni Folonari ha inoltre raccontato l’evoluzione stilistica del vino: fino al 2015 il vino era prodotto nel suo assemblaggio tradizionale, basato esclusivamente su Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Successivamente il blend è stato aggiornato, includendo anche il Merlot per ampliare la complessità e la rotondità del profilo) mantenendo intatta l’identità territoriale del vino. La degustazione ha così confermato la vocazione internazionale dei Supertuscan delle Tenute del Cabreo, vini capaci di attraversare il tempo mantenendo eleganza, freschezza e riconoscibilità, esprimendo al meglio il legame tra innovazione, territorio e grande tradizione toscana.

I vini vulcanici di Suavia a Roma: il Soave Classico incontra la cucina di Davide Del Duca

Una serata che racconta il bianco italiano attraverso il dialogo tra territorio e cucina contemporanea. Il 20 aprile, a Osteria Fernanda, i vini vulcanici della cantina Suavia sono stati protagonisti di una cena speciale dedicata al Soave Classico, in abbinamento ai piatti dello chef Davide Del Duca.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione di firme autorevoli di Gambero Rosso, come Marco Sabellico, Valeria Roberto e Marzio Taccetti, confermando il crescente interesse attorno ai grandi bianchi del Veneto e alla loro capacità di dialogare con la cucina d’autore.

Dalle colline di Soave a Roma

Fondata nel cuore del Soave, la cantina Suavia rappresenta una delle realtà più identitarie del territorio. Il nome stesso richiama l’antica denominazione della città scaligera, a sottolineare un legame profondo con la storia e con il paesaggio.

La famiglia Tessari coltiva vigneti sin dall’Ottocento nel piccolo borgo di Fittà, ma è nel 1982 che avviene la svolta produttiva, quando Giovanni Tessari e Rosetta Buratto decidono di vinificare in proprio. Oggi sono le figlie Meri, Valentina e Alessandra a guidare l’azienda, con una visione chiara: dare voce alle sfumature del Soave Classico attraverso una lettura autentica dei suoli vulcanici.

“Raccogliere questa eredità è stato naturale per noi, racconta Meri Tessari, e da qui è nata l’esigenza di costruire un’identità precisa per i nostri vini”.

Il carattere dei suoli vulcanici

I 34 ettari di vigneto si estendono a circa 300 metri di altitudine, su terreni di origine basaltica che conferiscono ai vini una cifra distintiva fatta di mineralità, freschezza e profondità.

Qui si coltivano esclusivamente varietà autoctone a bacca bianca: Garganega e Trebbiano di Soave. La prima, versatile e identitaria, capace di esprimersi in vini immediati o più complessi; il secondo, più esigente in vigna ma in grado di regalare vini strutturati e di grande tensione minerale.

Le vigne sono allevate secondo il sistema tradizionale della pergola veronese, una scelta che unisce valore culturale e funzionalità agronomica, garantendo protezione dei grappoli e un microclima favorevole. Dal 2019, inoltre, l’azienda è certificata biologica, a conferma di un approccio rispettoso dell’ambiente e delle varietà storiche.

La cucina come lente di lettura del vino

La cena all’Osteria Fernanda si è rivelata un vero percorso sensoriale, in cui ogni piatto ha dialogato con un vino, esaltandone caratteristiche e sfumature.

Dal nasello con pil pil, lenticchie e agrumi, abbinato a Opera Semplice Metodo Classico, alla triglia in tempura con sorbetto di ricci di mare accompagnata dal Soave Classico 2025, fino al tagliolino alla spirulina con cuore di tonno essiccato, valorizzato dal Monte Carbonare 2023.

Piatti più strutturati, come il bottone al rosso d’uovo con funghi e crudo di manzo, hanno trovato un equilibrio nel Massifitti 2022, mentre la quaglia alla brace con nespole fermentate si è intrecciata con la profondità del Tremenalto 2020.

Una cucina contemporanea, quella di Davide Del Duca, capace di lavorare per contrasti e armonie, esattamente come i vini di Suavia.

I vini: identità e precisione

La degustazione ha messo in luce una filosofia produttiva orientata alla precisione e alla valorizzazione dei singoli cru.

Opera Semplice, Metodo Classico da Trebbiano di Soave, è un progetto sperimentale prodotto solo nelle migliori annate: un vino complesso, tra note agrumate, richiami tostati e una spiccata impronta minerale.

Il Soave Classico rappresenta invece l’espressione più immediata della Garganega: fresco, equilibrato, capace di raccontare il territorio con chiarezza.

Il Monte Carbonare, proveniente da suoli vulcanici scuri, si distingue per intensità e verticalità, con sentori di pietra focaia, agrumi e fiori di campo, e una bocca sapida e avvolgente.

Il Massifitti, da Trebbiano di Soave, nasce da un progetto di recupero varietale avviato insieme all’Università di Milano e al professor Attilio Scienza: un vino che unisce struttura, acidità e finezza aromatica.

Infine il Tremenalto, da vigne di circa sessant’anni, restituisce una Garganega più evoluta e complessa, con note di frutta candita, fiori d’arancio e una trama gustativa ampia e persistente.

Un racconto di territorio

“Le nostre radici affondano in questa terra nera che alimenta grandi uve bianche”, spiega Alessandra Tessari. “È dall’equilibrio tra elementi opposti che nascono i nostri vini”.

Una dichiarazione che sintetizza perfettamente il senso della serata romana: un viaggio nel Soave Classico attraverso le sue diverse anime, raccontate calice dopo calice. Tra suoli vulcanici, tradizione familiare e ricerca contemporanea, Suavia conferma così il ruolo centrale del Soave tra i grandi bianchi italiani, capace di esprimere identità, eleganza e profondità anche lontano dalle sue colline di origine.

Buonissimi 2026 – Presentata l’ottava edizione alla stampa di settore nel segno della continuità e dell’amore per la ricerca

Il 25 maggio a Le Parùle – Marina d’Arechi Port Village Salerno – è avvenuta la presentazione di Buonissimi, l’evento organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella, con i protagonisti del mondo enogastronomico: chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, maestri pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender con attenzione in particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Saranno oltre 250 gli stand a disposizione per il pubblico, con il supporto dei tanti sostenitori che hanno regalato la propria presenza per aiutare il prossimo senza scopi di lucro. Anche quest’anno, infatti, Buonissimi ha come obiettivo quello di sostenere il progetto Editor. Grazie al finanziamento dell’Associazione OPEN OdV, il CEINGE l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, potrà effettuare il sequenziamento di nuova generazione ed editing genomico per identificare fattori di rischio genetico come bersagli terapeutici per la cura dei tumori pediatrici.

Anna Maria Alfani, presidente dell’Associazione OPEN OdV, ha ringraziato tutti i presenti, in particolare Agostino Gallozzi presidente di Marina d’Arechi Port Village, per aver messo a disposizione, per il terzo anno consecutivo, l’intera darsena. “I veri eroi non sono soltanto i bambini e i ragazzi che soffrono assieme ai propri cari, ma tutti i ricercatori che dedicano la propria vita a trovare le risposte per sconfiggere il dolore” afferma la Alfani.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Mario Capasso ed il Professore Emerito di Genetica Medica del Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Achille Iolascon, hanno ricordato gli inizi della loro attività di ricerca quando le speranze di una cura erano bassissime in confronto agli attuali progressi medici.

“Oggi riusciamo a comprendere meglio i meccanismi genetici alla base dello sviluppo di malattie oncologiche pediatriche, come la leucemia linfoblastica acuta ed il neuroblastoma, ma sappiamo che c’è ancora molto lavoro da svolgere per colmare quel gap che ci separa dalla completa guarigione nel 100% dei casi”.

Anche Agostino Gallozzi, presidente di Marina d’Arechi, rinnova il sostegno all’iniziativa: “Buonissimi è uno spunto di riflessione per capire cosa significhi realmente il concetto di solidarietà: offrire aiuto da parte di chi ha di più nei confronti di chi ha meno e soffre”.

Paola Pignataro e Silvana Tortorella concludono: “L’impegno nel convincere i nostri partner ed amici sostenitori è relativo, perché ogni anno le adesioni superano ormai di gran lunga le disponibilità dei nostri spazi a disposizione. Ma Buonissimi non potrebbe esistere ed andare avanti senza un lavoro di squadra che serve a realizzare, ogni anno da ben 8 edizioni, un piccolo miracolo di bontà”.

L’elenco completo dei partner e dei sostenitori è disponibile sul sito www.buonissimi.org.

Per informazioni e partecipazione: info@buonissimi.org | www.buonissimi.org