Toscana: torna “Red Montalcino” a raccontare il rosso agile ed elegante del territorio ilcinese

«Contemporaneo, dinamico ed espressivo del territorio». Così il neo presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, Giacomo Bartolommei, ha definito il Rosso di Montalcino, nella masterclass di apertura dell’evento Red Montalcino 2025.

Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione ha presentato le annate correnti della seconda DOP del territorio di Montalcino in ordine di importanza.

Nato nei primi anni Settanta con l’intento di ottenere un vino di facile e pronta beva rispetto al blasonato fratello maggiore, il Rosso ottiene il riconoscimento della DOC nel 1983 e fin da subito venne considerato una sorta di tipologia di “ricaduta” del Brunello di Montalcino. Ottenuto con le stessa qualità di sangiovese (sangiovese grosso localmente chiamato brunello), nel medesimo areale di produzione, il Rosso da disciplinare non prevede affinamento in legno e l’uscita sul mercato è consentita dal 1° settembre dell’anno successivo alla vendemmia.

A partire però dagli ultimi anni il Rosso sta delineando una personalità propria ben definita, con l’intento non solo di introdurre al territorio di Montalcino ma anche di distinguersi e diventare rappresentativo. Ancora presente è il retaggio di un vino ottenuto con partite d’uva non giudicate idonee per la produzione di Brunello. Tuttavia molti produttori stanno iniziando a ripensare il Rosso non più in “competizione qualitativa” tarata al ribasso rispetto al Brunello, ma come un’espressione a sé stante di un sangiovese più giovane e scattante al palato, in cui la nota sapido-iodata rappresenta il filo conduttore che accomuna questa produzione.

La Master of Wine Sarah Heller ha tratteggiato in questo modo i caratteri del Rosso, conducendo la degustazione denominata Fresh perspectives: the rise of Rosso di Montalcino – riservata a stampa e operatori del settore italiani ed esteri-, durante la quale abbiamo avuto occasione di testare i campioni di dieci cantine, a partire dall’annata 2015 fino alla corrente 2023, allo scopo di valutare l’evoluzione e raffrontare stili diversi.

La Heller ha fatto anche interessanti considerazioni sul posizionamento del Rosso, attualmente più diffuso sul mercato italiano che in quello straniero.  Circa il 75% di Brunello di Montalcino prodotto infatti è destinato all’export, mentre il Rosso si attesta intorno al 35-40%, e, cosa insolita per i rossi italiani, il prezzo è maggiore sul mercato domestico che fuori.

«Il Rosso di Montalcino gode di una maggiore fama in Italia che all’estero” – commenta ancora il presidente Bartolommei raggiunto dai microfoni di 20Italie durante la manifestazione – “l’obiettivo è quello di portarlo fuori dai confini nazionali e a questo proposito è fondamentale la scissione tra Brunello e Rosso di Montalcino, pur essendo l’uno complementare dell’altro».

Lo scopo è quello di internazionalizzare il Rosso e non è detto che la stessa manifestazione Red Montalcino, nei prossimi anni, non voli all’estero. Tra gli obiettivi più importanti del nuovo direttivo consortile c’è di sicuro la promozione sui mercati esteri, con particolare attenzione a Europa, Stati Uniti e Asia.

Ospitata nella storica fortezza, Red Montalcino si è presentata con un taglio moderno: walk around tasting con i produttori e food corners, dove l’alternanza tra cibi della tradizione tosco-italiana e piatti del mondo – come il cous cous marocchino o la Raita indiana – aveva lo scopo di esaltare la versatilità di un vino dinamico e contemporaneo. Infine musica dal vivo, insieme a cocktail & mixology,  l’ulteriore tocco che ha denotato il carattere giovanile della manifestazione.

LA MASTERCLASS E I MIGLIORI ASSAGGI IN FORTEZZA

A seguire i vini degustati durante la masterclass:

Rosso di Montalcino 2015 Col d’Orcia – Fragrante, succoso, freschezza integra e tannino setoso;

Rosso di Montalcino 2016 Casisano – Sottobosco, tocchi ematici, strutturato;

Rosso di Montalcino 2017 Poggio di Sotto – Acqua di rose e frutto di rovo, texture morbida e ampia;

Rosso di Montalcino 2018 San Lorenzo – fiori scuri e frutto croccante, sorso equilibrato;

Rosso di Montalcino 2019 Giovanni Casanova di Neri – erbe aromatiche, vena iodata, fruttato e goloso;

Rosso di Montalcino 2020 Uccelliera – floreale e balsamico, sorso a due velocità, subito disteso, impenna a centro bocca;

Rosso di Montalcino 2021 Sesti – erbe mediterranee e scorza d’arancia, gustoso, estremamente attrattivo;

Rosso di Montalcino 2022 La Caduta Caparzo – speziato e floreale, sorso avvolgente e scorrevole;

Rosso di Montalcino 2023 Sesta di Sopra – arancia sanguinella e ciliegia ferrovia, elegante e snello al palato;

Rosso di Montalcino 2023 Poggio alle Forche – piccoli frutti rossi, sorso sferzante e immediato.

In fortezza, tra gli assaggi maggiormente apprezzati nel walk around tasting, si sono distinti:

Rosso di Montalcino 2022 Poggio di Sotto – ottenuto dal “declassamento” della massa destinata alla produzione del Brunello, dopo due anni di botte grande; petali di rosa e scorza d’arancia, elegante e sapido;

Rosso di Montalcino 2023 Giovanni Neri Casanova di Neri – succoso e fruttato con reminiscenze di ribes e lamponi;

Rosso  di Montalcino 2022 L’America Castiglion del Bosco – solo acciaio; frutta rossa croccante, tagliente al palato, di espressione moderna;

Rosso di Montalcino 2022 Vigna Banditella Col d’Orcia – affinamento in barrique e tonneaux per circa un anno –  prugna rossa selvatica e speziature, fresco e sapido;

Rosso di Montalcino 2022 Lisini – vinificazione in cemento, affinamento in cemento e botte grande – frutti rossi macerati e fiori viola;

Rosso di Montalcino 2023 Casisano (anteprima) – fermentazione breve e affinamento per sei – otto mesi in rovere grande di slavonia – melograno, fiori di timo e radice di china; verticalità e freschezza agrumata.

Romagna: Amaracmand, il racconto del press tour tra storia, sorrisi… e sorsi

Un press tour di due giornate nella valle del Rubicone e del Savio, tra Cesena e Sorrivoli, in un territorio tutto da scoprire, situato a metà strada tra l’Appennino romagnolo e il Mar Adriatico. Questo tratto di terra, che si estende tra le province di Forlì-Cesena e Rimini, è celebre non solo per lo splendido paesaggio di colline e vigneti, ma anche per il suo importante ruolo nella storia antica, ricordato con le famose parole di Giulio Cesare “alea iacta est” (il dado è tratto) che, attraversando il fiume Rubicone, segnarono un punto cruciale della storia romana.

Oggi le ferite della terribile alluvione del 2023 sono ancora presenti. La popolazione locale, tuttavia, ha dimostrato straordinaria capacità di resilienza e solidarietà, diventando un esempio per tutta gli italiani.

Il nostro viaggio inizia a Cesena, dove ad accoglierci alla stazione troviamo Maddalena Mazzeschi, organizzatrice dell’evento: una persona dinamica, creativa e appassionata, sia di vino che di comunicazione. Condividerò questa esperienza con altri compagni di viaggio, con cui si crea fin da subito un’intesa speciale, un vero “feeling enoico”.

Prima tappa la Biblioteca Malatestiana, esempio unico di biblioteca umanistica conventuale perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale. Fatta costruire a metà del Quattrocento da Malatesta Novello, signore di Cesena, su ispirazione dei frati francescani. La biblioteca colpisce per il suo stile architettonico, con un portale decorato da simboli araldici malatestiani, tra cui spicca l’elefante, emblema della famiglia.

Entrando si ha l’impressione di trovarsi in una “chiesa in miniatura”: la pianta a tre navate, la copertura a volte e i colori interni — bianco, rosso e verde — richiamano gli stemmi malatestiani. I manoscritti sono custoditi su bancali di legno, assicurati agli stessi con delle catene, a garanzia dell’ordine e della consultazione.

La gestione fu affidata fin da subito al Comune, motivo per cui è considerata la prima biblioteca civica d’Italia. Oggi la Biblioteca Malatestiana è un centro culturale attivo, che ospita mostre, iniziative, eventi culturali e servizi di consultazione per studiosi e pubblico.

Terminata la visita ci concediamo una sosta alla storica gelateria Babbi nel centro storico di Cesena. Attilio Babbi fondò nel 1952 l’omonima Azienda Dolciaria dedicata alla produzione di coni, cialde e semilavorati per maestri gelatieri. Successivamente i figli e i nipoti crearono una nuova divisione in seno all’azienda, iniziando a produrre gelati e dessert.

E’ il momento di raggiungere la location che ci ospiterà in queste due giornate, giusto una breve pausa prima di riprendere il tour. L’ Agriturismo le spighe – Fattoria Bertaccini èun gioiellino incastonato sulle colline cesanesi, conduzione familiare, gentilezza dei proprietari e ottimo cibo lo rendono un luogo ideale per immergersi in un’atmosfera autentica e rilassante.

Il nostro tour prosegue alla volta del Castello di Sorrivoli. Le prime notizie sul castello si hanno attorno all’anno mille. Soggetto al controllo degli Arcivescovi di Ravenna, nel 970 viene concesso in feudo a Rodolfo conte di Rimini. Nel corso del XII secolo, con l’ascesa al potere dei Malatesta, di parte Guelfa, anche il castello di Sorrivoli come la maggior parte dei territori circostanti viene a trovarsi sotto il controllo di questa potente famiglia.

Oggi la Rocca, ancora intatta nelle sue strutture esterne e nel mastio, sorge sulla sponda sinistra del fiume Rubicone, nella zona collinare che segna il confine tra la provincia di Cesena e quella di Rimini. Ospita la parrocchia, l’Associazione Culturale di Sorrivoli e l’Università della Pace, ed è teatro di numerose iniziative, fra cui il Festival Internazionale dei Burattini (alla fine di agosto).

La vista mozzafiato si apre dalle colline fino al mare, ed è proprio su questo sfondo che fa il suo ingresso il nostro primo assaggio dell’Azienda Amaracmand: Madame Titì IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature biologico. Dell’azienda abbiamo già scritto in un precedente articolo Romagna: cantine Amaracmand, l’enologo Maurilio Chioccia prova a dare perfezione stilistica al loro Sangiovese “Imperfetto”.

In etichetta, il disegno di una donna: un omaggio del co-proprietario Marco Vianello alla consorte e proprietaria Tiziana. Questo vino nasce da un progetto di ricerca sui vitigni autoctoni e sulla loro antica vocazione alla rifermentazione e alla produzione di bollicine. È realizzato con un metodo Charmat lungo, che gli conferisce piacevolezza e profondità, rendendolo perfetto per accompagnare il nostro aperitivo a base di prodotti locali.

Persi tra chiacchiere, bevute e assaggi, arriva l’ora di cena direttamente alla Trattoria del Castello, ristorante gestito dalla Cooperativa Sociale Terra dei Miti, il cui obiettivo principale — oltre a cucinare ottimo cibo— è creare nuove opportunità di lavoro, soprattutto per chi, a causa delle proprie caratteristiche personali, fatica a trovare un impiego stabile e onesto. Premessa fondamentale per apprezzare ogni dettaglio del servizio offerto in questo luogo davvero speciale. I piatti rispettano la tradizione romagnola, senza rivisitazioni, una degna conclusione di serata.

Il giorno seguente ci aspetta il tour tra i vigneti e in cantina, scopriamo questa piccola realtà a conduzione familiare: Amaracmand Bio. L’azienda vinicola nasce nel 2013 a Villagrande di Monecopiolo, in terra di Montefeltro, alle pendici del Monte Carpegna, grazie all’ambizioso progetto di due coniugi, Marco Vianello e Tiziana Matteucci, entrambi grandi appassionati di vini. Il progetto consisteva nel restituire valore e notorietà ai vini Romagna, facendoli conoscere in tutta Italia e in tutto il mondo.

Partiamo a bordo di una Land Rover per raggiungere i punti salienti delle vigne, si sale lungo i sentieri sterrati che attraversano i vigneti, tra filari ordinati e scorci panoramici che si aprono sulla campagna romagnola.

I vigneti crescono su un suolo antico che un tempo ospitava la fattoria del paese di Sorrivoli. Ancora oggi, tra i filari, si può scorgere il vecchio pozzo recuperato nel bosco, simbolo di un legame profondo con la storia e la comunità locale.

Tra i vitigni coltivati spicca giustamente il Sangiovese che insieme ad altre uve internazionali, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante, va a comporre il loro prodotto di punta “Imperfetto”sotto la denominazione di IGT Rubicone. Inoltre, hanno riscoperto e valorizzato cloni rari di Sangiovese a piede franco e una sorprendente Albana lunga, riscoperta in un vecchio vigneto risalente agli anni ’60 e rigenerata con cui hanno impiantato nuovi vigneti.

Altri vigneti autoctoni coltivati sono Bombino bianco, Grechetto Gentile, Albana e Trebbiano della Fiamma, queste uve bianche sono state oggetto di un progetto di ricerca dedicato ai vitigni locali e alla loro ancestrale vocazione alle rifermentazioni e alle bollicine; nasce da queste uve il loro Madame Titì.

Usciti dai campi il percorso ci conduce verso la cantina dall’architettura che scompare nel paesaggio, una tecnologia che fa la differenza, progettata per fondersi completamente con l’ambiente circostante, rispettandone l’estetica e l’equilibrio naturale. All’interno si apre un mondo all’avanguardia, dove innovazione e sostenibilità guidano ogni scelta.

Marco ci racconta che per garantire un ambiente salubre e privo di contaminazioni, hanno adottato i purificatori d’aria AEROCIDE, una tecnologia sviluppata dalla NASA. Questo sistema consente di eliminare muffe e batteri senza ricorrere a sostanze chimiche dannose, tutelando così sia l’ambiente che il benessere dei collaboratori. Ogni fase della produzione è gestita da un sistema domotico avanzato, e l’energia proviene in gran parte da pannelli fotovoltaici. Un approccio scientifico al servizio della natura.

Il nome della cantina nasce da un ricordo personale di Marco: mia nonna, quando uscivo da ragazzo, mi diceva sempre “Amaracmaaaand fa e breeev” – mi raccomando, fa’ il bravo. Un legame affettivo che oggi si trasforma in un impegno autentico.

Veniamo alla degustazione.

Madame Titì IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature biologico.  Una bollicina fine grazie alla rifermentazione spontanea assistita con metodo charmat lungo. Un ricco bouquet di fiori bianchi, mela e fieno. In bocca un gusto agrumato, fresco, piacevole beva.

Perimea IGT Sangiovese Rubicone bio. Vino che si distingue per il suo rispetto dell’ambiente e per la sua genuinità. In etichetta, due libellule sono protagoniste del disegno: simbolo della buona gestione biologica, poiché questi insetti sono molto sensibili ai trattamenti chimici e scompaiono quando vengono effettuate le lavorazioni in vigneto.

Questo dettaglio rappresenta l’impegno dell’azienda nel mantenere un ecosistema equilibrato e sano. Al sorso il Perimea è scorrevole e piacevole, con un tannino vivace che dona dinamicità. Il finale è ampio e ancora fruttato, lasciando una piacevole sensazione di freschezza e struttura.

Imperfetto IGT Sangiovese Rubicone bio Uve 85% sangiovese, 5% cabernet Sauvignon, 5% cabernet franc, 3% syrah, 2% Alicante. Un color prugna profondo, che anticipa il bouquet ricco e complesso. L’olfatto si rivela discreta ma elegante, con note di frutta a bacca scura come ciliegie nere, accompagnate da sfumature balsamiche vanigliate e un accenno di tostato.

Buona la struttura supportata da tannini importanti, lievemente asciuganti, che conferiscono carattere e persistenza al vino. Sentori di china e radice di liquirizia nel finale, insieme a richiami pepati.

Prosit!https://www.amaracmand.com

Il vino del Nord Adriatico

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do (John Lennon) 

Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia. 

In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo. 

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici. 

Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria. 

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico. 

Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.

Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay. 

Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno. 

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni. 

La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.

Umbria: Cantine Etiche – Ethical Wine, Ethical People

Lo scorso 28 giugno a Firenze, presso il Ristorante Lungarno 23 è stato presentato il progetto Cantine Etiche – Ethical Wine, Ethical People, rete d’impresa umbra. Si tratta di un gruppo di 5 imprenditori, diversi tra loro sia per la produzione vitivinicola che per l’accoglienza turistica.

Sono legati però da un comune stile d’impresa, attento non solo alla sostenibilità economica ma anche a quella ambientale e sociale, con affinità di supporto vicendevole all’interno di uno stesso schema. Visioni convergenti sul piano delle vendite, con l’obbiettivo di migliorare anche il contesto paesaggistico in cui operano e ristrutturare antichi casali o palazzi centenari.

Alla base la sottoscrizione di un Codice Etico che si basa su norme di conformità fiscali, sociali, ambientali e di sicurezza alimentare e del lavoro, valorizzazione delle risorse umane, chiarezza nei rapporti commerciali, soddisfazione dei clienti per i prodotti erogati e prodotti di qualità. I produttori presenti hanno illustrato la propria azienda ed i loro vini, moderati da Maddalena Mazzeschi (Comunicazione, Marketing e Pubbliche Relazioni del vino).

Villa Bucher – L’ azienda si trova a San Venanzo nel cuore dell’Umbria, vanta circa 7 ettari di vigneti su suoli vulcanici, posti a circa 450 metri s.l.m. Di proprietà dello svizzero Oliver Bucher, grande estimatore di vini bordolesi, che decise di piantare varietà come Cabernet Franc, Merlot, Cabernet Sauvignon per i rossi nonché Chardonnay e Sauvignon Blanc per i bianchi. Arroccata su una collina panoramica con degustazioni all’interno di una originale Orangerie, il sito internet di riferimento è https://www.villabucher.com

Tenuta dei Mori – Posta in zona collinare, vicino al Borgo di Villanova. La famiglia Vicaroni ha vissuto in questo lembo di Umbria. Nel 2014 riporta l’azienda a nuova vita, impiantando varietà autoctone e internazionali. La superficie vitata si estende su 12,5 ettari. A disposizione degli enoturisti alcuni appartamenti, dotati di ogni comfort e all’esterno una piscina in travertino. Sito di riferimento: https://tenutadeimori.com/.

Santo Iolo – Situata a Narni, considerata la patria del Ciliegiolo, immersa tra le dolci colline del polmone verde d’Italia ad altitudini elevate, le vigne affondano le proprie radici su terreni ricchi di materiali fossili. Una piccola realtà che segue personalmente tutte le fasi produttive sino alla commercializzazione. Da anni fanno parte dei Vignaioli Indipendenti FIVI. Nell’antico casale vi è la possibilità di trascorrere una vacanza, all’ insegna della pace e della tranquillità e una piscina a sale tra gli olivi. Sito di riferimento: https//www.santoiolo.com.

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Marchesi Ruffo della Scaletta – L’azienda è situata a Narni e si estende su una superficie di 650 ettari. Oggi al timone dell’azienda c’è il dinamico Rufo Ruffo. I vigneti occupano 30 ettari, divisi equamente in due colline attigue ad altimetrie che si attestano dai 200 ai 250 metri s.l.m. . Le varietà su terreni con presenza di fossili marini sono autoctone, come, grechetto, malvasia, vermentino, sangiovese e ciliegiolo. La conduzione agronomica è integrata e vanta un impianto di biogas per l’energia rinnovabile. La cantina si trova in un ex convento Sito di riferimento: https://ruffodellascaletta.com.

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I vini degustati

1.Villa Bucher “Auro Bianco” 2024 IGT Umbria – Grechetto 80% e Sauvignon 20%.
2. Tenuta dei Mori “Stratus” 2024 IGT Umbria bianco – Vermentino 60%, Trebbiano 20% e Verdicchio 20%.
3. Santo Iolo “Pratalia” 2023 IGT Umbria Vermentino – Vermentino 100%.
4. Santo Iolo “Pratalia in anfora” 2022 IGT Umbria Vermentino – Vermentino 100%.
5. Marchesi Ruffo Della Scaletta “Nar” 2024 IGT Umbria Vermentino – Vermentino 100%.
6. Marchesi Ruffo Della Scaletta “Boccapiega” 2024 IGT Umbria Grechetto – Grechetto 100%.
7. Marchesi Ruffo Della Scaletta Ciliegiolo di Narni rosato 2024 IGT – Ciliegiolo 100%.
8. Marchesi Ruffo Della Scaletta Ciliegiolo di Narni 2023 IGT – Ciliegiolo 100%.
9. Villa Bucher “Auro Rosso” 2023 IGT Umbria – Cabernet Franc 100%,
10. Villa Bucher “Rosso Vulcano” 2022 IGT Umbria – Merlot 100%.
11. Tenuta dei Mori “Cumulus” 2022 IGT Umbria rosso – Sangiovese, Refosco e Alicante.
12. Marchesi Ruffo Della Scaletta “Podere Montini“ 2022 Ciliegiolo di Narni IGT – Ciliegiolo 100%.
13. Tenuta dei Mori “Altocumulus” 2020 IGT Umbria rosso – Sangiovese, Refosco e Alicante.
14. Santo Iolo “Malbec” 2020 IGT Umbria – Malbec 100%.
15. Santo Iolo 2017 IGT Umbria rosso – Cabernet, Merlot e Syrah.

“Sorsi & Morsi”: il viaggio enogastronomico da Wip Burger & Pizza con i vini di Marisa Cuomo

Wip Burger & Pizza a Nocera Inferiore si è trasformato in un tempio dedicato ai sensi, accogliendo la nuova edizione di “Sorsi & Morsi”, raffinato format che incarna l’arte dell’abbinamento enogastronomico, sinfonia di profumi e sapori della Costa d’Amalfi e dei Monti Lattari.

Protagoniste indiscusse, le Cantine Marisa Cuomo, scrigno di un’enologia eroica e autentica, che hanno guidato gli astanti in un’esperienza sensoriale unica, dove il vino si fa veicolo di memoria, territorio e cultura.

A suggellare la serata, la presenza luminosa di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli, menti e cuori pulsanti di Furore, divenuta icona di un’arte vinicola che sa coniugare verticalità e mineralità, incarnando l’essenza mediterranea nelle sue espressioni più pure e nobili.

A introdurre la serata è stato il giornalista nocerino Nello Ferrigno, con la conduzione di Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico, sommelier professionista e fondatore dell’associazione culturale Identità Mediterranea, nonché caporedattore della sezione enogastronomica di Mediterraneaonline.

Wip Burger & Pizza è nato dai titolari Domenico Fortino e Lorenzo Oliva, divenuto nel tempo un’istituzione del panorama gastronomico campano, un luogo d’incontro dove il “Work In Progress” non è solo un nome ma un manifesto di continua crescita, sperimentazione e rispetto per la tradizione.

Il viaggio virtuale è iniziato con l’eleganza fragrante del Furore Bianco Costa d’Amalfi DOC 2024, da Biancolella e Falanghina, capace di esaltare e bilanciare con finezza ogni piatto. Un vino dal carattere austero e raffinato, ambasciatore perfetto delle sue terre d’origine.

Appetitoso l’antipasto a base di salumi e latticini artigianali provenienti dal cuore di Agerola e dintorni. Il fiordilatte di Gennaro Fusco, morbido e vellutato, ha trovato il suo complice ideale nel salame suino di Cardone e nelle rarità norcine di Salvatore Calabrese, fra cui spiccavano culatello e picanha, sorretti dall’abbraccio fragrante del pane Jurmano.

Ma il vero fulcro della serata è stato il trittico di pizze gourmet, ciascuna una narrazione sensoriale, un’ode alla terra e al mare del territorio campano. Il “Padellino Lattaro” ha mescolato farine selezionate con formaggi eccelsi quali Provolone del Monaco, Caciotta di Capra e il Fiordilatte di Agerola, arricchito dal Pomodorino di Corbara semi dry e da un pesto aromatico che esaltava maggiorana, basilico e timo limonato.

La “Naucratica Napoletana” ha stupito per l’impasto infuso di mirto e limone, accompagnato da una crema di pomodoro San Marzano abbrustolito, besciamella all’aglio, origano e le inconfondibili acciughe di Cetara.

Infine, la “Santa Trofimena” ha offerto un’esperienza avvolgente, con impasto al cacao che racchiude un ristretto di pomodoro Re Umberto, melanzane arrostite e mousse di Provolone del Monaco punteggiata da basilico e pepe nero.

In ciascuna di queste creazioni, il Furore Bianco 2024 ha svolto il ruolo di catalizzatore, esaltando le contrapposizioni tra ricchezza e sapidità, dolcezza e acidità, con un’eleganza che ha segnato la sua impronta nel cuore dei commensali.

Il primo piatto – “Scarpariello a Mare” – si è presentato come un’opera d’arte mediterranea, con Fusillo Sangiliano, Pomodorino di Corbara, acciughe di Cetara, basilico fresco e scorzetta di limone sfusato di Amalfi, abbinato al Rosato Costa d’Amalfi DOC 2024, blend di Aglianico, Piedirosso e Tintore di Tramonti, che ha accompagnato la sapidità del piatto e le note agrumate senza mai sovrastare le componenti aromatiche.

Prima del dolce finale il Sarchiapone di Atrani, salume tipico farcito con la pezzentella, salsiccia artigianale dal carattere deciso e autentico. A bilanciare la struttura imponente di questo piatto, il Furore Rosso Costa d’Amalfi DOC 2024, un uvaggio di Aglianico, Piedirosso e Tintore di Tramonti, maturato in legno, che offerto nel bicchiere morbidezza tannica e un bouquet complesso.

Coccole di chiusura con la delizia dei fratelli Gianfranco e Lello Romano del Gran Caffè Romano di Solofra e la loro raffinata interpretazione della “Tetta di Venere”, nota anche come delizia al limone, dolce emblema della tradizione campana. Abbraccio ideale per gli amari artigianali di Amaro delle Monache di Torraca, opera del maestro Teodoro Stoduto.

Tra i momenti più intensi della serata, la consegna di una preziosa magnum di Mosaico per Procida alla giornalista Annamaria Parlato e a Stella Marotta, Miglior Sommelier della Campania 2023; un gesto di profondo significato, sottolineando il valore della cultura enologica e del talento radicato nel territorio.

Pizza&Falanghina Tour 2025: la Falanghina del Sannio DOP conquista Napoli da Gino Sorbillo

Pizza&Falanghina del Sannio DOP Tour 2025, nato dalla sinergia fra il Consorzio Tutela Vini del Sannio e Gambero Rosso, ha fatto tappa il 26 giugno 2025 alla Pizzeria Presepe Napoletano by Gino Sorbillo, nel cuore pulsante di Via dei Tribunali a Napoli.

In sala, fra statuine, profumi di forno a legna e note agrumate di Falanghina, Libero Rillo — presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Sannio — ricorda che “Il Sannio produce il 50% del vino campano e l’85% della falanghina che si trova in commercio“.

Con orgoglio, in quanto elemento che va a tutela dei consumatori nonostante sia un piccolo costo a carico dei produttori, Rillo porta a conoscenza i commensali che dal 2024 la Sannio IGT sfoggia, come la DOC, la fascetta di Stato. Numeri e passione che si trasformano in calici vivaci, pronti a dialogare con pizze d’autore come quelle a firma del Maestro Gino Sorbillo in una degustazione che, piccolo spoiler, non delude.

Degustazione Pizza & Falanghina: gli assaggi della serata

Pizza fritta “Completa” di Zia Esterina Sorbillo in abbinamento con Anima Lavica, linea Janare, La Guardiense

La pizza fritta Zia Esterina Sorbillo è la cosiddetta “completa”, ripiena con ricotta, cicoli, pomodoro, pepe, fritta a regola d’arte: soffice, asciutta e dorata. Era una versione ridotta per la degustazione, peccato! Si scherza: il percorso è lungo, meglio non essersi appesantiti, così da gustarsi ogni boccone e ogni sorso.

L’Anima Lavica, linea Janare, La Guardiense, è un “Metodo Italiano”, una trovata di marketing interessante che ricorda il metodo Martinotti per la sua realizzazione. Il vitigno è ovviamente falanghina del Sannio 100%: la crosta croccante e la farcia saporita trovano un alleato brillante nell’Anima Lavica. Bollicina fine, sentori di frutta bianca e melone, sorso verticale e freschissimo: pulisce e rilancia, con il palato pronto a un nuovo sorso o morso. L’abbinamento con la pizza fritta è felice, armonico, gradevole.

Margherita “Presepe Napoletano” con cornicione al cacioricotta in abbinamento con Falanghina del Sannio DOP BjondoRe 2024, Fontanavecchia

La “Presepe Napoletano”, con pomodoro San Marzano, fior di latte, basilico, cornicione ripassato nel cacioricotta grattugiato, è magia, scioglievole, realizzata con materia prima eccellente. Il giallo-verdolino BjondoRe 2024 (falanghina del Sannio 100%) entra deciso: agrumi (pompelmo), ananas, nuance vegetale. Freschezza e persistenza equilibrano la succulenza del pomodoro, invitando al sorso successivo. L’abbinamento è sicuramente armonico.

Margherita bianca con pata negra e carciofini in abbinamento con Falanghina del Sannio DOP BjondoRe 2024, Fontanavecchia

La pizza — a base bianca con pancetta di pata negra e carciofini sott’olio — è un mix di tendenza dolce, dettata dall’impasto, che con la grassezza e l’aromaticità che derivano dal pata negra chiederebbero una bolla, ma la Falanghina replica coi fatti: acidità viva e aroma agrumato detergono il palato e valorizzano anche la nota vegetale del carciofo.

Pizza Ananas (provola affumicata, caciocavallo, ananas piastrata) in abbinamento con Falanghina del Sannio DOP Identitas 2023, Cantina di Solopaca

La “famigerata, contestata, ma virale” pizza all’ananas di Gino Sorbillo che ha fatto gridare allo scandalo gli integralisti della pizza è invece una gradevolissima scoperta. La pizza è chiaramente bianca, con provola affumicata, caciocavallo, ananas grigliata. La nota fumé la fa da padrona e il sapore della pizza è intrigante. Al classico sapore dell’impasto e della provola affumicata si contrappongono l’acidità e la succulenza dell’ananas, un piacevole incontro in cui i contrasti rendono tutto interessante.

In abbinamento Identitas 2023 della Cantina di Solopaca, che si presenta di colore giallo oro, profumi di nespola e ananas matura. Bocca piena, freschezza salivante e finale lungo: chiusura armonica su nota fumé e succulenza dell’ananas. Un pairing che sorprende per equilibrio, praticamente senza esagerare, chiusura perfetta.

Pizza alla crema di nocciole e zucchero caramellato in abbinamento con Nifo Sarrapochiello – Sariano Passito Falanghina IGT

Trattasi della classica pizza alla famosa crema di nocciole nazional-popolare, che tecnicamente è una crema di nocciole con spolvero di zucchero a velo. In abbinamento è stata scelta una falanghina passita, con affinamento in barrique, quella di Nifo Sarrapochiello 2018. Il passito si presenta con tonalità ambrata, profumi di frutta secca, fichi, miele, scorza d’agrumi candita. Caldo e morbido, ma sostenuto da una freschezza sorprendente che invita a riprendere presto forchetta e calice.

Perché la Falanghina del Sannio sposa la pizza?

Acidità tagliente, sapidità naturale e profilo fruttato-floreale fanno della Falanghina del Sannio un “coltellino svizzero” dell’abbinamento, capace di attraversare fritti, latticini cremosi, note affumicate e persino dessert. La Falanghina del Sannio sa parlare la lingua della pizza, dal primo morso all’ultimo brindisi.

Campania – “Il Sannio si presenta” – i vini de La Guardiense in anteprima

Lunedì 23 giugno 2025, fra le colline tufacee di Guardia Sanframondi, la storica cooperativa La Guardiense ha aperto le porte della cantina di via Santa Lucia per «Il Sannio si presenta: i vini de La Guardiense in anteprima». Un tasting che ha messo in luce la riscossa dei bianchi sanniti – Falanghina in primis – e che, come ci ha ricordato il presidente Domizio Pigna, cade nel sessantacinquesimo anniversario della fondazione (8 marzo 1960) di quella che oggi conta 1000 soci viticoltori e 1500 ettari di vigne, di cui ben 400 dedicati alla linea Janare.

Presente l’enologo di fama internazionale Riccardo Cotarella, affiancato dal giornalista Luciano Pignataro. «Grandi vini, se non comunicati, contano poco» esordisce Cotarella, ricordando i suoi primi sopralluoghi campani nel 1980 e l’attuale “matrimonio perfetto” fra Falanghina e clima, divenuto ancor più felice, per assurdo, con il riscaldamento globale. Pignataro rilancia scherzando sui vini dealcolati (“stay tuned!”) e lancia la provocazione: «I bianchi del Sannio sono alleati del tempo: guadagnano aromi, spina acida e valore gastronomico».

Degustazione in anteprima: verticalità e longevità a confronto

Senete Falanghina del Sannio DOC 2024

Vitigno : 100 % Falanghina, Affinamento : solo acciaio

Fiori bianchi, mela verde e un twist agrumato da pompelmo dominano il naso; in bocca il sorso è croccante, quasi “masticabile”, con polpa succosa e finale amarognolo tipico dei terreni vulcanici. Perfetta sia come aperitivo sia come vino a tutto pasto.

Biancolume Falanghina del Sannio DOC 2022

Vitigno: Falanghina, Affinamento: Acciaio con un 15 % passaggio in barrique

Leggere note di pasticceria, balsamico e fumé annunciano un sorso fresco e salino. In bocca si ritrova la corrispondnza del naso. La vena minerale è più incisiva di Greco o Fiano; Cotarella la definisce «verticalità da paura», prefigurandone un lungo futuro in bottiglia.

Senete Falanghina del Sannio DOC 2016

Vitigno: Falanghina, Affinamento: solo acciaio, 9 anni d’evoluzione

Colore oro brillante, profumi di idrocarburi, cenere e erbe secche. Al palato è caldo e morbido ma sorretto da freschezza e sale: un progetto ch enon prevedeva una lunga vita, e quindi l’ennesima prova che la Falanghina non ha limiti d’invecchiamento. Molto interessante.

Colle di Tilio Sannio DOC Fiano 2024

Vitigno: 100 % Fiano,  Affinamento: acciaio

Paglierino, al naso è intenso, macchia mediterranea, mela verde  e cedro. Il sorso sorprende per potenza e sapidità, rispetto ad un naso gentile. Questo Fiano ha un piacevole finale amarognolo che ripulisce il palato.

Colle di Tilio Sannio DOC Fiano 2016

Vitigno: Fiano, Affinamento: acciaio, 9 anni

Giallo oro, lucente, al naso idrocarburi, pasticceria, lievitati e note fumé. Coerenza naso–bocca impeccabile, grande verticalità, guizzante: un vero campione di longevità.

Pietralata Sannio DOC Greco 2024

Vitigno: 100 % Greco, Affinamento: acciaio

Paglierino, naso minerale e nota fruttata. In bocca è agrumato (arancia bionda) e di grande verticalità, al sorso si fa preferire al naso, con una bella sapidità che invita ad un nuovo sorso.

Pietralata Sannio DOC Greco 2019

Vitigno: Greco, Affinamento: acciaio, 6 anni

Tonalità giallo oro, bouquet di idrocarburi e pietra focaia. Si può parlare quasi di tannino “bianco” che regala una sensazione quasi da rosso, mentre freschezza e sapidità spingono a tavola su piatti ricchi.

Verticale a tre voci: Senete 2016 – Fiano 2016 – Greco 2019

Assaggiati fianco a fianco con Cotarella, i tre vini raccontano un territorio dal fil rouge di sapidità, finale amaro e riconoscibilità vulcanica. Il Senete 2016 appare oggi più dinamico, il Fiano 2016 è l’“espressione più pura”, il Greco 2019 esplode in freschezza e sale.

Orgoglio cooperativo, sguardo al futuro

Con 200 mila quintali di uva vinificata e la capacità di “fare i dettagli”, La Guardiense dimostra che la grande scala non è nemica della qualità. Cotarella lo ribadisce ringraziando i soci: «Il Sannio ha territorio, futuro e persone». Dalla serata emerge una certezza: la “riscossa dei bianchi” è cominciata e passa proprio per Falanghina, e anche Fiano e Greco, capaci di coniugare aromi moderni, versatilità gastronomica e una longevità che, calice alla mano, lascia a bocca aperta.

Gambero Rosso: i vini del Collio di Muzic incantano Roma

Vini di confine, cucina d’autore e tramonti mozzafiato nel cuore della Capitale

Una sera d’estate a Roma, il cielo che sfuma nei toni dell’oro e del rosa, la brezza leggera del Ponentino e la vista mozzafiato sui Fori Imperiali. Questo è stato il palcoscenico naturale per una delle tappe più emozionanti del Gambero Rosso con l’evento Muzic on tour, un progetto itinerante che fonde l’eccellenza della cucina italiana con il meglio della produzione vitivinicola nazionale.

A fare da cornice all’evento, il suggestivo 47 Circus Roof Garden, dove lo chef Maurizio Lustrati ha ideato un menù raffinato e sapientemente abbinato ai vini dell’azienda Muzic, storica realtà del Collio friulano, rappresentata da Fabijan Muzic, giovane enologo e volto della nuova generazione del vino italiano.

Un menù fantastico

Il percorso gastronomico ha incantato i presenti fin dall’antipasto: polpo alla griglia su crema di avocado e chips di platano, esaltato dalla Ribolla Gialla 2024.

È seguita una melanzana al BBQ con estratto di pomodoro e basilico, arricchita da una crema di Provolone del Monaco, accompagnata dalla Malvasia 2024.

Come primo piatto, un risotto con scampi, fiori di zucca e pecorino ha incontrato il Friulano 2024, vino identitario del Friuli.

Il secondo è stato un delicato filetto di ombrina al tartufo nero estivo, servito con zucchine romanesche e patate novelle, perfettamente abbinato al Collio Bianco Stare Brajde 2022, un blend elegante e complesso.

A chiudere il percorso, un goloso bignè craquelin con crema di nocciola e lamponi, abbinato al sontuoso Picolit 2018, vino da meditazione di rara finezza.

La storia di una terra e di una famiglia

Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo contagioso, ha raccontato la storia della sua famiglia e del Collio, terra di confine sospesa tra Italia e Slovenia. Un luogo segnato dalla storia – due guerre mondiali, mutamenti politici e culturali – ma che ha trovato nella viticoltura una rinascita autentica.

Dagli anni Ottanta, i genitori di Fabijan hanno creduto nella forza dell’identità territoriale, decidendo di imbottigliare il vino sotto un proprio marchio. Un’intuizione pionieristica: creare un’identità visiva forte, riconoscibile, per esprimere attraverso l’etichetta la personalità del vino. “Oggi si parla di brand”, racconta Fabijan, “ma i miei genitori lo avevano già capito allora”.

Il loro stile è rimasto coerente nel tempo: vini puliti, sinceri, raffinati, che raccontano il territorio senza forzature. “Meglio non imbottigliare piuttosto che accettare un vino non all’altezza”, spiega Fabijan. La sua filosofia è rigorosa, ma profondamente rispettosa del lavoro in vigna e della fiducia del consumatore.

La degustazione proposta da Muzic ha offerto un viaggio armonico tra varietà autoctone e interpretazioni territoriali d’eccellenza, confermando lo stile pulito, autentico e riconoscibile dell’azienda friulana.

La Ribolla Gialla 2024 apre il percorso con una freschezza agrumata e floreale, espressa in un sorso minerale e scattante, perfetto per accompagnare crudités e antipasti leggeri. Più calda e avvolgente, la Malvasia 2024 si distingue per un bouquet aromatico che intreccia fiori bianchi, pesca e mandorla, con una bocca piena, salina e persistente, ideale per esaltare piatti vegetali e speziati.

Decisamente identitario il Friulano 2024, che rivela il lato più morbido e vellutato del Collio: note di erbe e frutta matura si fondono con un finale ammandorlato che richiama la tradizione, perfetto con risotti e salumi locali.

Più strutturato e complesso il Collio Bianco Stare Brajde 2022, elegante blend di Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla: il naso si apre su frutta tropicale, fiori gialli e nocciola, mentre al palato si sviluppa con ampiezza e profondità, sostenuto da una viva acidità e da una leggera maturazione in legno che dona equilibrio e persistenza. Ideale con piatti saporiti, tartufi e carni bianche.

A chiudere, il Picolit 2018, gioiello da meditazione: dorato e luminoso, profuma di albicocca disidratata, miele e fiori d’acacia, con un gusto dolce ma raffinato, che avvolge senza mai eccedere. Perfetto con dessert eleganti, formaggi erborinati o cioccolato bianco.

Una collezione che racconta il Collio con voce limpida e coerente: ogni etichetta è un piccolo ritratto del territorio, declinato con precisione tecnica e sensibilità artigianale.

Gambero Rosso ha confermato ancora una volta il valore dell’incontro tra cucina e vino, tra narrazione e identità. Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo e la sua competenza, rappresenta al meglio la nuova generazione di vignaioli italiani: consapevoli, preparati, radicati nella tradizione ma proiettati al futuro.

Laura De Vito: dai vigneti di Lapio “Lady Fiano” colpisce ancora

Laura De Vito, la signora del Fiano di Avellino, è sempre impeccabile sia in cantina che in giro per il mondo a proporre la sua personale idea di zonazione – a mo’ di contrade – del territorio di Lapio. Tre aree vocate nel centro di una delle zone fondamentali per la viticoltura irpina.

Arianiello con terreni ricchi di sabbie e detriti vulcanici; Verzare e Saudoni simili per la composizione dei suoli tra argille e calcare, ma differenti nelle esposizioni: fresche per il primo, calde e assolate per il secondo. Il teorema secondo cui ad azione corrisponderebbe reazione, pensando che sia facile fare vino in queste terre, non tiene conto della fondamentale azione dell’uomo che deve seguire scelte opportune per esaltare o contenere gli aspetti più estremi dell’uva.

Il Fiano si presta infatti ad una buona versatilità, soprattutto nelle sue sensazioni calorose, accoglienti e dolci. Dai fiori bianchi al miele, per virare verso note tropicali ed officinali, senza dimenticare la parte idrocarburica e le tostature delle vecchie vintage. Vincenzo Mercurio, enologo esperto, ha creduto nel progetto sin dagli inizi nel 2018, assistendo e interagendo con Laura nella giusta continuità dei prodotti finali.

Laura De Vito e Vincenzo Mercurio

D’altro canto la stessa De Vito racconta che “essere irpina e donna in un contesto prevalentemente rurale a base maschile significa amare davvero ciò che si fa e seguire i propri sogni con tenacia”. L’essenza stessa del cru, inteso come vigna singola, stravolge gli schemi classici delle tipologie a volte troppo imbrigliati in disciplinari poco contemporanei.

La Riserva, ad esempio, versione introdotta da pochi anni nelle regole produttive del Fiano di Avellino, si dimostra inadatta quando si parla di piccoli appezzamenti, dove sarebbe impossibile realizzare un vino realmente espressivo senza usare la necessaria calma.

Gli assaggi dai contenitori d’acciaio parlano chiaro: a distanza di alcuni mesi dalla vendemmia i campioni dimostrano grinta, eleganza e personalità, con un potenziale inesplorato ancora tutto in divenire. Se ne prevede infatti l’immissione sul mercato non prima della metà del 2026 a dimostrazione che la nuova concezione del Fiano di Avellino che va atteso e non venduto repentinamente, ha ormai preso piede nella mentalità degli attori protagonisti.

Aspettando Godot dunque, con l’unica differenza che non si resta delusi dalla vana attesa. Più riposo equivale a maggior densità di frutto, finezza e articolazione nelle sfumature mediterranee, il timbro tipico e misterioso di un’uva unica nel suo genere. La chiave di lettura conclusiva oscilla poi tra essenze floreali appaganti ed empireumatiche volitive.

La degustazione delle annate in commercio

Elle 2022 – il blend, anzi la selezione proveniente dalle tre sottozone. Grande completezza negli sbuffi di miele d’acacia, timo e salvia e canditura di cedro finale.

Verzare 2022 – elegante e leggiadra come la Bella Otero. L’agrume comanda il naso ed il sorso dall’inizio alla discesa del sipario, con una vena salina profonda e impattante.

Arianiè 2022 – teso e sinuoso, racconta di fiori di elicriso, gelsomino e iodio di mare in sottofondo. Fumoso, sembra aver appena cominciato il suo percorso di cescita.

Li Sauruni 2022 – dalla località Saudoni è il più gastronomico, carico di frutta tropicale tra mango ed ananas, per terminare su spezie bianche e note salmastre ancora da affinare.

Per Mercurio le annate rappresentano il “rumore di fondo del vitigno, un suono che richiede molta attenzione all’orecchio di chi ascolta, per via dei cambiamenti climatici imprevedibili. Bisogna adeguarsi e correre ai ripari con idonei interventi agronomici e, solo in minima parte, in cantina”.

La visita si conclude con un piccolo regalo di Laura De Vito, la degustazione di Elle 2018, balsamico e avvolgente con nuance da crema di gianduia, ginestra appassita e pera Williams. Gusto tonico, sapido e quasi eterno. Un capolavoro che dimostra l’impegno di una piccola realtà divenuta in poco tempo un faro per l’Irpinia intera. “Lady Fiano” da Lapio… colpisce ancora.

Lombardia: Costa Jels – Dalle viscere della terra il Metodo Classico di Nove Lune

Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha presentato alla stampa la sua ultima creazione: il Metodo Classico Costa Jels, che affina in miniera per 60 mesi, frutto di un progetto lungo anni. Un vino che rappresenta l’innovazione e la sostenibilità nel mondo enologico.

Siamo a Gorno, piccolo comune della Val del Riso ad un’altitudine di 830 m s.l.m. in provincia di Bergamo, qui si trova il complesso minerario, ormai in disuso, Costa Jels.

La Miniera è stata produttiva dall’Ottocento agli inizi degli anni Ottanta, ma la sua storia risale all’epoca romana, quando veniva estratto il minerale rossastro ora noto come calamina. Qui venivano mandati i condannati al carcere per “cavar il metallo” (damnatio ad metalla).

La storia prosegue nel periodo medievale, anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa però con certezza che riprense nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, si recò in visita alla miniera. Nel 1800 si registrò un forte sviluppo del comparto estrattivo, fino ai tempi recenti.

Ancora oggi sono ancora ben riconoscibili gli impianti minerari ormai dismessi: gallerie, teleferiche, binari.

L’evento di presentazione ha dato l’opportunità di esplorare le gallerie sotterranee, accompagnati da guide locali, tra i cunicoli che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore, ma anche di tanta umanità e solidarietà che hanno visto protagonista la gente del luogo.

All’ingresso uno spazio riservato allo stoccaggio delle bottiglie, un ambiente molto particolare con condizioni differenti rispetto a quelle di una tradizionale cantina: temperatura costante di 10 gradi, umidità al 95%, assenza di luce e vibrazioni.

Ogni dettaglio è stato meticolosamente studiato per creare un prodotto unico nel suo genere. La selezione delle uve Bronner, Johanniter e Souvignier Gris, varietà che grazie alla loro naturale resistenza alle malattie richiedono pochissimi trattamenti chimici, rappresenta il punto di partenza di questa creazione.

Il mosto, privo di residui, viene lavorato nella moderna cantina di Cenate Sopra, dove, dopo la fermentazione, inizia il suo lungo percorso di affinamento. Il vino sosta per circa un anno e mezzo in cantina, diviso tra barrique di rovere francese e contenitori in acciaio, atti a svilupparne complessità e carattere.

Dopo le operazioni di tiraggio, le bottiglie vengono adagiate nel ventre della montagna, dove rimarranno almeno altri cinque anni sui lieviti. Al termine di questa lunga maturazione, e raggiunta la maturità desiderata, le bottiglie vengono riportate in cantina per le fasi di remuage, sboccatura e confezionamento, completando così un processo di affinamento naturale e rigoroso.

La conclusione del giro è in un’ampia caverna, luogo suggestivo dove l’illuminazione calda e soffusa crea un gioco di ombre e luci che mette in risalto le pareti rocciose. L’aria umida si percepisce dalle goccioline di condensa sul calice una volta versato il vino.

Ad attenderci un ricco buffet di prelibatezze locali (i formaggi dell’Azienda Agricola La Masù prodotti con latte di capra e affinati in grotta sono qualcosa di strepitoso) e Alessandro con Gabriele (l’altro enologo della cantina): il momento tanto atteso è infine arrivato, e le bottiglie sono pronte per essere stappate.

Arriviamo alla degustazione: un perlage ricco, paglierino tenue; note olfattive che ricordano la nocciola tostata, frutta matura (mela e pera) e un’acidità vibrante con bella cremosità di bocca a chiudere sul finale. 

L’Ecomuseo della Miniera di Gorno è una rigorosa conservazione del patrimonio minerario, il merito di Alessandro Sala è stato ed è quello di contribuire alla sua valorizzazione:

“Mi accorgo pertanto della fortuna che mi è stata data, la fortuna di poter fare qualcosa affinché quei cunicoli bui e inospitali inseriti come ferite nel ventre della montagna potessero rivivere e con essi tutte le persone che hanno lasciato molto, anche la vita per realizzarli. Le virtù dei padri potranno essere ricordate continuando ad estrarre dalla montagna, certo non più polverosi minerali ma un prodotto che possa dare gioia e serenità, quasi potesse sussurrare che le loro fatiche non sono state vane e stanno ancora dando dei meravigliosi frutti”.

Il valore aggiunto di questa collaborazione è rappresentato ora dalla possibilità offerta a quanti lo desiderino di partecipare a visite esperienziali con il racconto della vita e del lavoro dei minatori e con una degustazione degli eccellenti vini di Nove Lune.

Prosit!

https://www.nove-lune.com