Ristorante Rocha, la pietra e il gusto del tempo per chef Salvatore Notaro

Il Castello di Rocca Cilento appartiene ad una rara geografia del tempo, quella in cui il passato non si offre come semplice testimonianza, ma permane stratificato nelle pietra viva delle sue mura, nelle volte a vista e nei silenzi che separano una sala dall’altra.

Arroccato nel cuore del Cilento, il maniero domina un paesaggio che dalle alture si distende verso borghi, vallate e versanti collinari fino a intercettare, in lontananza, il profilo della costa. Qui la roccia conserva anche la memoria di una stagione aspra della storia meridionale: nel novembre del 1487, all’indomani della Congiura dei Baroni, Ferrante d’Aragona affidò al governatore Antonio de Mirabilis il compito di restaurare e fortificare, fra gli altri, i castelli di Diano, Agropoli, Rocca Cilento e Castellabate, sottratti ai baroni ribelli e restituiti alla Corona. Il progetto fu affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano e quelle fortezze dovevano diventare così baluardi solidi, presidi di un territorio che la monarchia aragonese intendeva ricondurre sotto il proprio controllo.

La lettera del sovrano, scolpita direttamente sui gradini in pietra del ponte d’accesso alla fortezza, non è soltanto un documento, ma la traduzione politica di una vittoria che, nella sua trasformazione in architettura, diviene materia. Pietra su pietra, il potere si fa dunque edificio, il confine si fa bastione, il territorio si fa presidio. Sono trascorsi secoli e quella funzione appartiene ormai alla storia, eppure qualcosa è rimasto intatto: il rapporto quasi viscerale fra il castello e la terra che lo circonda.

Oggi quelle stesse mura non delimitano più un territorio da difendere, accolgono invece chi vi giunge per conoscerlo attraverso una forma diversa di racconto; è in questa continuità, tutt’altro che nostalgica, che nasce il gourmet Rocha.
Il ristorante del Castello di Rocca Cilento non appare come un intruso innestato in una dimora storica, né come il pretesto gastronomico per impreziosire una destinazione già naturalmente scenografica. È, piuttosto, una nuova interpretazione di quel medesimo rapporto con il territorio. Se un tempo la fortezza ne rappresentava il presidio, oggi la cucina ne diventa una forma di lettura.

A guidarla è Salvatore Notaro, appena ventisettenne, ma con un percorso professionale già attraversato da alcune delle cucine più autorevoli dell’alta ristorazione italiana ed europea. Gli inizi a Napoli, ancora adolescente e poi le esperienze accanto a Francesco Franzese e Luigi Salomone e, successivamente, nelle brigate di Enrico Bartolini al Mudec Restaurant e di Norbert Niederkofler al St. Hubertus, entrambe insignite di tre stelle Michelin, oltre all’esperienza al Capri Palace Jumeirah. Un curriculum importante, ma che a Rocha sembra trovare una direzione precisa: non riprodurre ciò che ha imparato altrove, bensì utilizzare quella grammatica tecnica per interrogare il luogo nel quale si trova oggi.

La sua cucina parte dal Cilento, ma non si accontenta di rappresentarlo. Salvatore scompone, osserva, recupera gli elementi più umili e quelli più identitari del territorio e li sottopone a fermentazioni, estrazioni, cotture, trasformazioni fino a restituirli in una veste nuova. È una cucina che non indulge nella nostalgia e non cerca di imbalsamare la tradizione, conservandone piuttosto il nucleo vitale evoluto. La cosiddetta cucina di recupero acquista qui un significato più profondo, senza sprechi, dando valore a ciò che rischia di essere dimenticato, restituendo dignità a una materia povera, riportando alla luce un gesto, un sapore, una consuetudine domestica. In fondo significa recuperare memoria.

Il percorso Visione è forse la forma più compiuta di questa ricerca, un itinerario senza vincoli precostituiti, nel quale Notaro può muoversi liberamente fra territorio, tecnica e intuizione. Il primo incontro avviene con la taccola, non un inizio casuale. La verdura rinuncia al ruolo ancillare che spesso le viene assegnato e diventa materia assoluta, alla brace, fermentata, trasformata in estrazione e crema.

Un ortaggio apparentemente ordinario viene sottoposto a una successione di gesti che ne modificano consistenza e intensità, senza però cancellarne l’identità. È una dichiarazione d’intenti discreta ma inequivocabile: a Rocha la materia prima non viene adornata, piuttosto interrogata.

Arriva l’ostrica Gillardeau alla brace, accompagnata da brodo dashi all’alga kombu, salicornia e ricotta di mandorla. Il mare incontra qui il vegetale; la sapidità marina, l’umami, si misurano con la dolcezza lattica e oleosa della mandorla, mentre l’affumicatura introduce una nota più profonda, quasi ancestrale. È un piatto nel quale il Cilento non viene citato letteralmente e proprio per questo rivela un altro aspetto della cucina di Notaro: il territorio non come gabbia identitaria, ma punto di partenza.

Poi il ritmo cambia con Burro 21, ossia ventuno elementi, racchiusi in una quenelle, il cui contenuto rimane segreto. Ad accompagnarlo, pane nero ai cereali e un soffice Danubio. La parte più significativa non è soltanto ciò che arriva nel piatto, ma il gesto che lo chef invita a compiere. Mangiare con le mani, spalmare il burro sul pane, riappropriarsi di quella dimensione conviviale che l’alta cucina talvolta rischia di lasciare fuori dalla porta. È un piccolo cortocircuito felicissimo: tanta tecnica per restituire, alla fine, la semplicità di un gesto primordiale. Nel calice, a chiudere questa prima parte del percorso, il Metodo Classico Caprettone Pietrafumante di Casa Setaro.

Poi il vino cambia registro e con il Pomodoro entra in scena il Sauvignon Blanc di Franz Haas dal colore giallo paglierino tenue ed un profilo aromatico ricco di sfaccettature, adatto a diverse varietà, diverse cotture dell’ingrediente principale: anche qui Notaro prende un elemento apparentemente semplice, globoso frutto rosso della terra, del duro lavoro nei campi, e ne mette in discussione l’ovvietà. Ma è con L’Attesa che il percorso comincia a farsi intimamente personale.

Bottoni ripieni di nocciola di Giffoni e bottarga. Il titolo è già una chiave di lettura. Non si tratta soltanto dell’attesa del piatto successivo, è quella sospensione che appartiene alla rimembranza familiare, alle tavole dell’infanzia, alle parole pronunciate da una nonna.

Lo chef racconta infatti l’insegnamento ricevuto: prima dello spaghetto alle vongole bisogna mangiare la pasta con le noci. Prima il piatto povero, dunque, poi quello percepito come ricompensa. È una filosofia elementare e, proprio per questo, potentissima: per riconoscere il valore del privilegio bisogna aver conosciuto la semplicità. Il lusso, prima ancora di essere materia, è di per sé consapevolezza.

Quasi per naturale contrappunto, arrivano le Vongole fujute e ritrovate. Lo spaghetto alle “vongole scappate” della tradizione napoletana perde le vongole ma non il carattere: al loro posto, la colatura di alici di Cetara restituisce profondità, sapidità e identità marina. Sottrazione che diventa presenza. E forse è proprio questo uno dei gesti più intelligenti della cucina di Rocha: togliere senza impoverire.

Nel calice Aligoté Bourgogne 2024 di Théo Dancer, moderna interpretazione di uno dei vitigni storici della Borgogna, accompagna il passaggio verso Origine, lattughino con gomasio alle alghe, riso soffiato e beurre blanc allo yuzu. Croccantissimo, netto, quasi verticale e divertente. Il vegetale torna protagonista, ma questa volta con una costruzione che guarda lontano, contaminando il carattere erbaceo della materia con l’umami delle alghe, la consistenza del riso e l’acidità agrumata dello yuzu. È il Cilento che smette, per un momento, di essere riconoscibile e diventa linguaggio.

Si continua con Rancido, da dentice, grasso, mela e finocchio. Anche qui il recupero non è un concetto astratto, il grasso utilizzato proviene dall’osso e dal grasso del prosciutto crudo. Una materia che normalmente verrebbe considerata residuo diventa ingrediente, costruendo intorno al pesce una trama aromatica insolita, quasi provocatoria. Il termine che normalmente evoca un difetto, viene sottratto alla sua accezione negativa e trasformato in una possibilità gastronomica. È forse il punto in cui la cucina di Notaro rivela con maggiore chiarezza la propria indole: non cerca necessariamente la perfezione rassicurante del gusto, ma la sua complessità.

E quando sembra che il percorso abbia ormai detto tutto, arriva Come un Mojito: rum, lime e menta, pre-dessert nato da una circostanza apparentemente marginale come una conversazione fra lo chef e il maître, Davide Sessa, davanti a un mojito sorseggiato al bar. Notaro gli raccontava il menu, un’idea ne ha generata un’altra e quella conversazione è infine approdata nel percorso degustazione.

Anche questo è Rocha: la cucina non nasce soltanto da ricerca, fornelli, quaderni di appunti. Può nascere da conversazione, complicità professionale, da un momento di leggerezza. Il dolce conclude il percorso con Ù Pitittù, un bianco mangiare costruito intorno a miele, latte di capra e pane raffermo. Il pastry chef lo dedica ai viandanti della sua terra, la Sicilia, diretti in Campania che, durante i lunghi spostamenti, portavano con sé proprio questi elementi per potersi nutrire lungo il cammino. È un finale che ricompone molte delle suggestioni incontrate durante la cena: il viaggio, la necessità, il recupero, il pane, la memoria.

Il percorso termina con la deliziosa piccola pasticceria: bombetta fritta con crema pasticciera, maritozzo con panna e frutti di bosco piastrati, macaron ai frutti esotici e pralina di cioccolato al caramello salato. Un ultimo affaccio sulla dimensione ludica della cucina, prima che la cena lasci definitivamente il posto alla conversazione, mentre si sorseggia Francois Peyrot Alla Pera Poire Williams & Cognac. Rocha non finisce con l’ultimo boccone. Rimane, piuttosto, nella sensazione di aver attraversato uno spazio nel quale epoche diverse hanno trovato un punto di contatto. Tra gli ambienti, la cantina custodisce forse la più intensa delle suggestioni.

Ricavata nell’antica cella del maniero, conserva nella trama severa della roccia una collezione di bottiglie di particolare pregio, accanto ad alcuni pregiati vini d’annata appartenuti alla collezione privata del proprietario. Uno spazio appartato da stanza segreta del castello, destinato alle degustazioni e conversazioni intorno al vino, dove la dimensione conviviale assume una fisionomia più raccolta e intima. La pietra antica, il silenzio, le bottiglie allineate come frammenti di ricordi… qui il tempo diventa presenza tangibile. E in questo dialogo fra stratificazione storica e contemporaneità si trova una delle chiavi più autentiche per comprendere Rocha.

La sala prosegue infatti la medesima narrazione con un’eleganza misurata, affidata a luci soffuse, proporzioni armoniose e un’atmosfera raccolta. Nulla appare ridondante, nulla sembra concepito per imporsi. A governare l’esperienza è piuttosto una discrezione consapevole, sostenuta da un servizio impeccabile e sorprendentemente appassionato; ragazzi capaci di accompagnare il commensale nel percorso con competenza e naturalezza, senza mai sovrapporsi alla cucina. È una contemporaneità che non ha bisogno di ostentazioni. Risiede nelle mani di una brigata giovane, nella ricerca tecnica, nella precisione del servizio, mentre tutt’intorno, si continua a respirare una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo.

Se un tempo quelle mura furono innalzate per difendere il Cilento, oggi la cucina di Salvatore Notaro sembra affidarsi a un compito diverso e altrettanto ambizioso: accogliere, incantare, custodirne l’identità senza impedirle di cambiare forma. Ed è forse questa la più contemporanea delle forme di memoria.

Il Grechetto nell’evento che ne celebra il legame indissolubile con il centro Italia

Per tre giorni, dal 24 al 26 luglio, Civitella d’Agliano, nel cuore della Tuscia viterbese, si è trasformata nella capitale del Grechetto. La ventitreesima edizione di Nelle Terre del Grechetto, organizzata dal Comune di Civitella d’Agliano con la collaborazione della Pro Loco e di Carlo Zucchetti, l’Enogastronomo con il Cappello, ha celebrato uno dei vitigni bianchi più rappresentativi dell’Italia centrale attraverso degustazioni, incontri con i produttori e momenti di approfondimento dedicati alla sua storia e alla sua evoluzione.

Il suggestivo borgo medievale, terra di confine tra Lazio, Umbria e Toscana, ha offerto ancora una volta la cornice ideale per un viaggio tra vino, cultura e paesaggio. Le sue terrazze affacciate sulla Valle dei Calanchi e le antiche vie del centro storico hanno ospitato un itinerario enogastronomico con oltre cinquanta cantine, dove il pubblico ha potuto degustare le diverse interpretazioni del Grechetto grazie al servizio curato dalla FISAR.

Ci sono vitigni che conquistano al primo sorso e altri che chiedono tempo, attenzione e curiosità; il Grechetto appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Storicamente legato all’Umbria, dove trova la sua massima espressione, questo antico vitigno a bacca bianca si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama enologico italiano grazie a una personalità ben definita, fatta di equilibrio, struttura e sorprendente capacità evolutiva. Dietro il suo nome, che richiama suggestioni elleniche, si cela una storia profondamente radicata nei territori dell’Italia centrale, tra colline, suoli ricchi di minerali e una tradizione vitivinicola secolare.

Dal comprensorio di Orvieto alle campagne di Todi, fino alla Tuscia laziale e ad alcune zone della Toscana, il Grechetto racconta un’identità autentica, capace di coniugare freschezza, sapidità e quella caratteristica nota finale di mandorla che lo rende immediatamente riconoscibile. Un vitigno che oggi, grazie al lavoro di tanti produttori, continua a dimostrare una straordinaria versatilità, confermandosi tra i grandi bianchi del Centro Italia.

Uno dei momenti più interessanti della manifestazione è stata la degustazione tecnica riservata a giornalisti e produttori, ospitata presso il Salone della Cultura di Civitella d’Agliano. In assaggio ben 65 vini provenienti da Lazio, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna, quest’ultima rappresentata dal Pignoletto, vitigno geneticamente imparentato con il Grechetto.

Il banco d’assaggio ha offerto una fotografia estremamente rappresentativa delle diverse espressioni territoriali del vitigno. Pur nelle inevitabili differenze dovute ai terroir e alle scelte produttive, è emerso un filo conduttore ben definito: vini caratterizzati da freschezza, struttura e una marcata identità territoriale. Al naso si sono alternati profumi di agrumi, pesca, mela e pera, accompagnati da fiori di campo, erbe aromatiche e interessanti sfumature minerali. Nei campioni più maturi sono affiorate eleganti note di idrocarburo, miele e frutta secca. Al palato il Grechetto ha confermato la sua cifra stilistica fatta di vivace sapidità, equilibrio e persistenza, con il tipico finale di mandorla che rappresenta una delle sue firme più riconoscibili.

Tra gli appuntamenti più significativi della manifestazione merita una menzione speciale la visita alla cantina Sergio Mottura, una delle aziende simbolo del Grechetto italiano e protagonista nella valorizzazione di questo vitigno. La visita ha permesso di conoscere più da vicino la filosofia produttiva della famiglia Mottura e di comprendere il lavoro svolto negli anni per esaltare le potenzialità di un’uva spesso sottovalutata.

Il momento più emozionante è stato senza dubbio la degustazione di alcune vecchie annate, una vera e propria dimostrazione del potenziale evolutivo del Grechetto. I vini hanno conservato una straordinaria freschezza e un’invidiabile integrità aromatica, sviluppando nel tempo complessi sentori di idrocarburo, miele, erbe officinali, pietra focaia e frutta secca, sostenuti da una trama sapida ancora viva e da una sorprendente eleganza. Un assaggio che ha confermato come il Grechetto, quando nasce da vigneti vocati e viene interpretato con sensibilità e rigore, possa affrontare il tempo con la stessa autorevolezza dei più grandi bianchi italiani. Nelle Terre del Grechetto si conferma così molto più di una semplice manifestazione dedicata al vino.

È un evento capace di raccontare un territorio attraverso il suo vitigno simbolo, mettendo in dialogo produttori, appassionati e professionisti del settore. Un’occasione preziosa per comprendere come il Grechetto stia vivendo una stagione di rinnovata consapevolezza, grazie a vini sempre più identitari e capaci di coniugare piacevolezza immediata, profondità e straordinarie prospettive di longevità.

Sicilia: Cantine Florio, un viaggio nella storia del Marsala

Una delle storie imprenditoriali più significative della Sicilia è quella della famiglia Florio.

Ho avuto la fortuna di visitare le cantine Florio di Marsala e questo mi ha dato l’opportunità di percorrere le tappe di una vicenda imprenditoriale che ha contribuito a far conoscere il vino Marsala nel mondo e a segnare lo sviluppo economico dell’isola.

I Florio furono tra i protagonisti dell’economia italiana dell’Ottocento. Originari di Bagnara Calabra, si trasferirono a Palermo alla fine del Settecento, dove avviarono un’attività commerciale destinata a crescere rapidamente. Nel corso di pochi decenni costruirono un gruppo che operava in numerosi settori, dalla navigazione alle tonnare, dalle attività finanziarie alle produzioni industriali.

Un ruolo centrale nella loro storia fu svolto da Vincenzo Florio, che comprese le potenzialità del Marsala come prodotto destinato ai mercati internazionali. Nel 1833 fondò a Marsala le omonime cantine, contribuendo in modo decisivo alla crescita e alla diffusione di questo vino, già apprezzato dagli operatori commerciali britannici presenti in Sicilia.

Ma torniamo indietro di qualche anno per scoprire l’origine del Marsala. Questa è legata soprattutto agli inglesi, che seppero valorizzare i vini della Sicilia occidentale trasformandoli in un prodotto apprezzato a livello internazionale. Tra i protagonisti spicca John Woodhouse, mercante di Liverpool che arrivò a Marsala nel 1773 per affari legati alla barrilla. Affascinato dalla qualità dei vini locali, intuì il loro potenziale commerciale e diede avvio a quella che sarebbe diventata la storia del Marsala.

Il  Marsala divenne il vino della Marina britannica. Per anni venne consumato sulle navi inglesi come alternativa ad altri vini fortificati, contribuendo alla sua diffusione in numerosi porti del mondo.

Tra le cantine che hanno scritto la storia del Marsala, quella dei Florio fu l’ultima a nascere, ma in poco tempo divenne una delle più importanti, superando per prestigio e vendite i concorrenti inglesi fino ad assorbirne le attività.

Le storiche cantine, affacciate sul mare, rappresentano ancora oggi una testimonianza concreta di quella stagione. Al loro interno si conservano grandi botti e spazi dedicati all’affinamento che raccontano oltre un secolo e mezzo di produzione vinicola.

L’eredità dei Florio, tuttavia, va oltre il vino. La famiglia fu protagonista della vita economica, sociale e culturale della Sicilia, sostenendo iniziative innovative e contribuendo alla modernizzazione dell’isola. Il loro nome resta legato a imprese storiche come la Targa Florio e a una visione imprenditoriale che ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana.

Al termine della visita, il percorso si è concluso con una degustazione dedicata ad alcune delle tipologie più rappresentative della produzione Florio. Un’occasione per comprendere come il Marsala sia un vino capace di esprimere caratteristiche molto diverse a seconda del periodo di affinamento e del metodo di produzione.

Nel calice emergono aromi che richiamano frutta secca, fichi, datteri, agrumi canditi, vaniglia e spezie dolci. Con il passare degli anni trascorsi in botte, il vino acquista maggiore complessità e profondità, mantenendo al tempo stesso una sorprendente freschezza.

La degustazione ha permesso di apprezzare l’evoluzione del Marsala attraverso diverse espressioni, evidenziando il ruolo fondamentale del tempo nell’affinamento. Dai profili più immediati e fragranti a quelli più ricchi e strutturati, ogni assaggio racconta una fase diversa della storia di questo vino simbolo della Sicilia.

Un’esperienza che consente di comprendere come il Marsala non sia soltanto un vino da dessert, come spesso viene considerato, ma un prodotto capace di accompagnare formaggi stagionati, piatti della tradizione e momenti di meditazione.

Ecco i vini degustati:

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography CLASSIC, versione secca e raffinata, ancora poco nota, caratterizzata da freschi richiami salmastri e agrumati maturati durante l’affinamento.

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography PREMIUM, secco ed elegante, conquista per precisione e finezza, rivelando un carattere affascinante e distintivo.

Marsala Superiore Riserva Semisecco della linea New Geography CLASSIC, dalle note di crema, uva passa e vaniglia, con un sorso armonioso che valorizza la qualità e la maturazione del Marsala. Le Cantine Florio rappresentano una tappa ideale per conoscere da vicino il Marsala e le sue molteplici sfaccettature. Un’esperienza che aiuta a riscoprire un grande vino siciliano, ancora oggi capace di sorprendere per complessità e versatilità.

Da Josè il Regno delle Due Sicilie rivive a tavola: una cena che trasforma la storia in esperienza gastronomica

Ci sono cene che soddisfano il palato e altre che riescono a raccontare un popolo. Quella andata in scena il 22 luglio da Josè Restaurant, all’interno della splendida Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un progetto gastronomico di rara intensità culturale che ha riportato in vita l’identità del Regno delle Due Sicilie attraverso ingredienti, vini e ricette capaci di attraversare secoli di storia.

Più che una cena di gala, un percorso identitario in cui Campania e Sicilia, le due anime dello storico Regno “al di qua e al di là del Faro”, si sono ritrovate attorno allo stesso tavolo. La raffinata dimora vesuviana, immersa nel verde e impreziosita dall’eleganza della sua architettura storica, si è trasformata nel palcoscenico ideale per un racconto gastronomico che ha unito memoria, territorio e alta cucina.

A guidare questo viaggio è stato lo chef Antonio La Cava, che ha costruito un menu essenziale nella forma ma ricchissimo nel significato. Nessuna ricerca dell’effetto scenografico fine a sé stessa, ma piatti capaci di riportare al centro il valore della materia prima e dei sapori autentici del Mediterraneo.

L’apertura è stata affidata a una delicata zuppetta di zucchine con crudo di gamberi, preparazione che esalta la dolcezza dell’ortaggio e la freschezza del mare. A esaltarla, il Marsala Tonic di Cantine Intorcia, interpretazione contemporanea del vino simbolo della Sicilia occidentale, che ha inaugurato il percorso con eleganza, introducendo fin dal primo sorso il dialogo tra le due sponde del Regno.

A seguire, ricciola marinata con arancia arrosto e capperi, piatto elegante che richiama immediatamente i profumi della Sicilia attraverso un perfetto equilibrio tra acidità, sapidità e note agrumate. L’abbinamento con Il Grillo di Cantine Intorcia ha valorizzato la freschezza del pesce e la componente agrumata della preparazione, esaltando il carattere mediterraneo del piatto.

Il momento più esaltante della serata è arrivato con una protagonista indiscussa, pasta mista totani e patate, riletta in chiave contemporanea senza perdere il legame con la ricetta originaria. La pasta, cotta nel fumetto di pesce per amplificarne la profondità gustativa, incontrava una vellutata purea di patate e i totani in una preparazione raffinata che conservava tutta l’anima della cucina marinara campana. In abbinamento, il Fiano 2024 di Tenuta Scuotto ha espresso tutta la finezza del grande bianco irpino, distinguendosi per eleganza, mineralità e una spiccata capacità di accompagnare la complessità del piatto.

Il percorso è continuato con una portata di pregiata ventresca di tonno rosso su riduzione di cipolle, piatto che ha valorizzato uno dei tagli più nobili del pesce attraverso un equilibrio tra intensità, dolcezza e persistenza aromatica. Il confronto tra Campania e Sicilia è stato un viaggio anche nel calice con le etichette Oinì di Tenuta Scuotto e i vini Vigne Mie e Vigna Rara di Cantine Intorcia, storica realtà marsalese che da generazioni custodisce il patrimonio enologico della Sicilia occidentale.

Due aziende accomunate dalla capacità di raccontare territori profondamente diversi, ma uniti dalla matrice vulcanica, dalla luce del Mediterraneo e da una forte identità produttiva. Determinante il lavoro del sommelier Salvatore Maresca e della Food & Wine Consultant Simona Cacopardo, che hanno costruito abbinamenti capaci di accompagnare il racconto gastronomico senza mai sovrastarlo.

Il gran finale è stato affidato al pastry chef e proprietario della struttura Antonio Confuorto, che ha dimostrato ancora una volta la propria sensibilità nel reinterpretare la pasticceria identitaria. Prima del dessert, una raffinata brioche con il tuppo, farcita con gelato al blu di bufala e gelsi sciroppati. Un omaggio alla cultura del gelato siciliano che trova nuova identità grazie a una delle eccellenze casearie più rappresentative della Campania.

Il dessert conclusivo ha racchiuso il senso più profondo dell’intera serata: un cannolo siciliano con ricotta e albicocca pellecchiella del Vesuvio. La croccantezza della cialda, la cremosità della ricotta e la dolcezza intensa dell’albicocca vesuviana hanno dato vita a un equilibrio perfetto, trasformando due eccellenze territoriali in un unico, potente racconto gastronomico. A suggellare il finale è tornato il Marsala, testimone liquido di una storia che continua a unire le due terre anche attraverso il vino.

La cena, secondo appuntamento dedicato al Regno delle Due Sicilie, ha dimostrato ai partecipanti come la cucina possa diventare uno straordinario strumento di narrazione del territorio, capace di dare voce alle proprie radici attraverso il gusto. Da Josè, all’interno di Tenuta Villa Guerra, ogni piatto ha contribuito a costruire un percorso coerente, nel quale cultura gastronomica, ricerca e identità hanno trovato un equilibrio raro. In un tempo in cui l’omologazione rischia di appiattire i sapori, questa serata ha ricordato che il lusso più autentico è poter riconoscere, in un piatto e in un calice, la storia di una terra.

E il Vesuvio, insieme al territorio di Marsala, ha dimostrato ancora una volta di avere molto da raccontare.

Cantina Toros, il monovarietale in Collio

Che un’azienda debba innanzitutto far quadrare i conti non è in discussione, talvolta si prendono delle decisioni che non si condividono appieno dettate dalla necessità d’essere a conduzione familiare e unica fonte di reddito.

Non è così anche nella vita di tutti i giorni, siamo liberi di fare esattamente ciò che vorremmo? E cosa c’entra tutto questo con la visita della cantina Toros, nel tour al quale ho partecipato organizzato dal Consorzio Collio?

È una personale riflessione nata dopo aver conosciuto Franco Toros (ma c’eravamo già incontrati, entrambi ne avevamo il dubbio). È motivata da alcune frasi dette da Franco sull’economia aziendale, battute del tipo: se le banche lo vorranno… (non è la prima volta che in Collio sentiamo menzionare dai produttori di vino gli istituti di credito, ciò testimonia di come sono venuti in soccorso, e anche della preoccupazione che in alcuni destano), oppure meno bottiglie rimangono e meglio stiamo

E poi la scelta di uscire per i bianchi con vini della precedente vendemmia (come ci insegna l’Alto Adige, rammenta Franco), vinificazioni semplici ma non semplicistiche, miranti a ottenere un vino fresco, minerale e immediato, con la sorbevolezza degli aromi primari, salvo infine sparigliare le carte e terminare la degustazione con un paio di espressioni, due autentiche chicche con profondità d’annata, come a sussurrare: cosa credevate, che questo territorio (straordinario, aggiungo io) non consenta la serbevolezza dei propri vini?

Peccato non n’è capitato un Pinot Bianco vintage: sarebbe piaciuto ricordare a me stesso quanto il vitigno sia valido, quanto sia longevo, quanto sia sottovalutato.

La Cantina Toros è stata fondata da Edoardo, bisnonno di Franco, ai primi del ‘900 e il suo nucleo storico sotterraneo risale al 1648, anno in cui apparteneva ai Baroni Locatelli Franco Toros è oggi aiutato dalle tre figlie Eva, Cristina ed Erika, che continueranno la tradizione ereditata dal padre e i suoi avi. Siamo nella località Novali nel comune di Cormons, a meno di un chilometro dal confine sloveno di Plešivo, e prossimi a Zegla, altra località che regala celebri vini in Collio.

In circa 15 ettari vitati a guyot in filari completamente inerbiti, disposti in un corpo unico attorno alla cantina, una fortuna per molti versi, si producono 70.000 bottiglie l’anno con Friulano e Pinot Bianco sulle 20.000 bottiglie cadauno, e poi Ribolla Gialla, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio, e infine Merlot a rappresentare la bacca rossa in due versioni, poichè c’è un Riserva. Totale otto etichette di Collio, tutte monovarietali, quindi non è previsto il Collio Bianco.

La vendemmia è fatta tutta a mano, con pressatura soffice, mosto da uva intera e senza compiere macerazioni (tranne il Merlot), meglio una surmaturazione in vigna all’occorrenza (rischiando un po’), e i vini, dopo la fermetazione in serbatoi di acciaio con temperatura controllata senza eseguire travasi, qui rimangono per quattro/cinque mesi con crescenti batonnage. Dopodiché, Pinot Bianco, Friulano e Chardonnay per il 10-20% della massa passano in barrique per cinque mesi.

La degustazione ha previsto sei vini Collio doc anno 2025: Ribolla Gialla (da vigneti molto antichi di 60/70 anni, è una Ribolla tanto fresca grazie a toni citrini, la sua carta vincente sebbene nel mazzo del Collio a mio avviso c’è un jolly, vale a dire la sua versione macerata, con note di fiori, gelsomino, acacia e ginestra; al palato ha bisogno di tempo per stabilizzarsi, è sapida ma leggermente poco persistente, al momento), Pinot Bianco (15% della massa in barrique, fresco e intenso nelle note di frutto, acidità malica di mela verde, e pera, infine floreali, che si ritrovano anche al palato, con un finale sapido e di pepe bianco; vino con grande potenzialità ma da riassaggiare più avanti, ancora troppo giovane), Pinot Grigio (da uve stramature, è floreale con note di gelsomino, e di frutta di una pera croccante; al palato sapidità e territorialità e un finale piccante), Friulano (15-20% della massa in barrique, molto morbido, frutta secca, fruttato di pesca, vaniglia, sentori della burrosità da legno piuttosto percepibili; al palato è vegetale e torna ancora la morbidezza.

Un “vecchio Tocai” con toni rotondi quasi inattesi che spero di assaggiare di nuovo più avanti), Chardonnay (la massa che va in barrique è il 20%, e il vino ha toni di vaniglia e agrumi, al palato è glicerico, completo, pieno, fresco e speziato), Sauvignon (e come non riconoscerlo, con le sue tipiche note varietali, pirazine e foglia di pomodoro, un po’ di erbe aromatiche, salvia, sambuco, e di frutta esotica; al palato è glicerico, ampio, torna il varietale e il finale richiama le spezie).

Poi, prima di passare al Collio Merlot Riserva 2022 proveniente da un’unica vigna (dopo venti giorni di macerazione, il vino matura per 24/30 mesi in nuove barrique francesi: intenso con note di piccoli frutti a bacca rossa, vaniglia, rovere, freschezza; al palato ha ancora tanta longevità e tannini da polimerizzare, teso, con un finale speziato che rammenta certi syrah), la sorpresa delle due rarità d’antan prima anticipate.

Collio Chardonnay 2015

Finezza ed eleganza, con tanta freschezza benché una decade sia trascorsa, fiori secchi e morbidezza da miele d’acacia. Poi esce la frutta esotica e la suggestione idrocarburica: facendo la crasi, un pompelmo rosa con ottani. Al palato è pieno e fine, lascia una sensazione glicerica, pecca solo, se proprio dobbiamo trovargli un difetto, in persistenza.

Collio Sauvignon 2007

Olfatto che affascina e certamente intenso, con note mielate e minerali da un vino maggiorenne. Idrocarburi e tanta sapidità, se aveva in origine delle caratteristiche varietali, ora si son perse.

Al palato ha un buon corpo e una progressione non trascurabile, con le sensazioni d’idrocarburo meno presenti, un vino di una certa eleganza e, questo sì, persistente. Il finale è declinato sulla spezia. Insomma due vini longevi e con un’interpretazione della ponca da cui hanno origine, e conoscendo il comportamento medesimo che avrebbe avuto (se lo avessimo testato) il Pinot Bianco, come non notare che i tre vitigni sono internazionali?

Da Enoteca Pinchiorri a Firenze la premiazione dei Morellino del Cuore 2026

Lo scorso 10 luglio si è svolta la quarta edizione di “Morellino del Cuore”, come suggerisce il nome, dedicata al Morellino di Scansano,  quest’anno in un’ unica data. L’evento ideato dai giornalisti enogastronomici Roberta Perna e Antonio Stelli si è svolto a Firenze presso la prestigiosissima Enoteca Pinchiorri, si tratta di una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di esperti sommelier professionisti.

I vini selezionati sono quelli che al momento della degustazione, rigorosamente alla cieca hanno ottenuto un punteggio più altro rispetto ad altri campioni e sono più espressivi. Il panel si alterna di anno in anno tra giornalisti e sommelier professionisti. La degustazione  è stata organizzata da Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano e presentata da Roberta Perna e Antonio Stelli con l’intervento di Bernardo Guicciardini Calamai e Alessio Durazzi, rispettivamente Presidente e Direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano.

Ad ogni vino presentato sono intervenuti i 10 produttori presenti. La novità di quest’anno è l’ introduzione della tipologia “Superiore“. Prima di svelare i vini selezionati in questa edizione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole  comprensorio.

Il Morellino di Scansano è una perla enologica incastonata tra la costa Tirrenica  e l’antico vulcano del Monte Amiata in provincia di Grosseto. L’etimologia del termine si ipotizza che derivi dai cavalli bai detti morelli che trainavano le carrozze. La posizione privilegiata in prossimità del mare e della montagna dona  un microclima unico e ideale per l’allevamento della vite; nonostante, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. La composizione dei terreni è di origine argillosa e sabbiosa con buona presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, principalmente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza che qui dona ai vini caratteristiche uniche. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. Dallo scorso febbraio con modifica del disciplinare si può produrre la  tipologia “Superiore” con un percorso di affinamento diverso che si è  posizionato tra l’ Annata e la Riserva. La Doc è nata nel 1978 e il meritato riconoscimento a Docg è arrivato nel 2007. Un vino molto apprezzato e presente nelle carte vini in molti ristoranti sia in Italia sia all’estero a fine degli anni ottanta. Dopo un breve intervallo, recentemente è tornato meritatamente nella cerchia dei grandi vini rossi italiani, un vino ottimo da giovane e longevo.

L’Enoteca Pinchiorri non ha bisogno di presentazioni, tuttavia, si trova nel cuore di Firenze in via Ghibelĺina. Un locale molto rinomato, da decenni vanta 3 stelle della prestigiosa guida Michelin.Un ambiente molto accogliente ed elegante con una cucina raffinata che propone piatti di alta cucina. La carta dei vini è ritenuta una delle più prestigiose al mondo con referenze da ogni parte del mondo. Servizio impeccabile, attento e curato.

Vini in degustazione, cliccando sul nome del vino si apre la scheda tecnica:

Categoria Annata
Tenuta Pietramora – Germile 2024 – Nata nel 1999 a Scansano, protagonista assoluta è Gaia Cerrito. Gli ettari vitati sono 53, di cui 11 dedicati unicamente al Morellino. Le vigne si trovano a 300 metri s.l.m.
Cantina 8380 – 8380 2024 – Si trova a Montemerano, fondata dai fratelli Jacopo e Filippo Rossi. Una delle Cantine più piccole della Maremma, il nome deriva dalle date di nascita dei 2 fratelli.
Doga delle Clavule – Doga delle Clavule 2024 – Si trova nel comune di Magliano in Toscana, di proprietà di Elisabetta Gnudi Angelini di Caparzo. Gli ettari vitati sono 57 e l’azienda nasce nel 2000.

Categoria Superiore
Roccapesta – Roccapesta 2023 – Situata nel comune di Scansano, precisamente in località Macereto con  vigneti di proprietà che si estendono su una superfice di 18,5 ettari di terreno al confine tra aree di origine vulcanica e sedimentaria.
Conte Guicciardini – I Massi 2023 – Risalente al 1999, appartiene ad una delle più importanti famiglie nobiliari toscane, vanta 56 ettari di vigneti posti ad altimetrie che vanno dai 200 ai 320 metri s.l.m.
Morisfarms – MDS 2023 – La tenuta si trova nel comune di Grosseto,  in località Poggio la Mozza, la superficie vitata si estende su 35 ettari. Acquistata nel 1971 da Gualtier Luigi Moris.

Categoria Riserva
Cantina Vignaioli di Scansano  Roggiano Riserva 2022 – Una cantina cooperativa fondata nel 1972, vanta oggi oltre 160 soci che operano in un ampia superficie di oltre 600 ettari.
Terenzi  Madrechiesa 2022 – Nata nel 2001 in località Montedonico, nel comune di Scansano, vanta oltre 60 ettari di vigneto. L’azienda è guidata da Balbino, Federico e Francesca Romana Terenzi.
Val delle Rose – Poggio al Leone 2022 – Di proprietà della storica famiglia Cecchi, innamorati di questo territorio e del vitigno Sangiovese. La tenuta si trova a 500 metri metri s.l.m. nel comune di Grosseto in località Poggio la Mozza.

Categoria Vecchia Annata
La Fattoria di Magliano – Heba 2009 – Di proprietà della famiglia Lenci, nasce nel 1997 nell’omonimo comune. Gli ettari vitati sono oltre 50 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguito aperitivo con bollicine M C accompagnate da stuzzichini  ed  un delizioso pranzo, con piatti ben preparati, equilibrati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

Marche: Matelica Wine Festival 2026 – il Verdicchio di Matelica celebra il suo teritorio

Nel cuore dell’entroterra marchigiano, incastonata tra le dolci colline dell’Alta Valle dell’Esino, Matelica rappresenta una delle realtà vitivinicole più affascinanti d’Italia. Qui nasce il Verdicchio di Matelica DOC e la sua Riserva DOCG, un vino unico, figlio di un territorio straordinario caratterizzato dalla particolare conformazione della Sinclinale Camerte, una valle orientata da nord a sud che crea un microclima continentale, raro nelle Marche. L’importante escursione termica tra giorno e notte regala ai vini una spiccata freschezza, eleganza e una sorprendente capacità di evoluzione nel tempo, rendendo il Verdicchio di Matelica, una delle più autorevoli espressioni dei grandi bianchi italiani.

È in questo scenario che il 10 e l’11 luglio si è svolta l’undicesima edizione del Matelica Wine Festival, appuntamento ormai imprescindibile per produttori, operatori del settore e appassionati, una manifestazione capace di raccontare il territorio attraverso il vino, la cultura, la gastronomia e il senso di appartenenza di un’intera comunità.

La manifestazione si è aperta con un interessante convegno ospitato nello storico Teatro Piermarini, durante il quale si è discusso della straordinaria importanza geologica della Sinclinale Camerte e del percorso avviato per la sua candidatura a Patrimonio Mondiale UNESCO. Un progetto ambizioso che punta a valorizzare un paesaggio unico, nel quale natura, storia e viticoltura convivono da secoli in perfetta armonia.

Al termine del convegno gli ospiti si sono ritrovati presso il suggestivo Museo Piersanti per un brindisi dedicato naturalmente al Verdicchio di Matelica DOC, preludio alla tradizionale cena di gala che ha animato la splendida Piazza Enrico Mattei, trasformata per una sera in un elegante salotto a cielo aperto.

Protagonista assoluta della serata è stata la cucina del Ristorante Marchese del Grillo, che ha proposto un menu capace di valorizzare le eccellenze gastronomiche locali attraverso piatti raffinati e perfettamente armonizzati con i vini del territorio. Il percorso gastronomico ha preso il via con un Tonnone di coniglio accompagnato da giardiniera di verdure e da una crocchetta fritta di pappa al pomodoro con burrata, alici e olive taggiasche. È seguito un originale primo piatto di cannaccia di brasato di scottona con crema alle verdure, prima della faraona con fondo al Verdicchio servita con millefoglie di patate. A chiudere il menu, una selezione di tre formaggi.

Ad accompagnare ogni portata sono stati ben ventuno Verdicchio di Matelica prodotti dalle cantine aderenti al Consorzio Matelica DOC, offrendo agli ospiti un autentico viaggio attraverso le diverse interpretazioni di un vino che continua a distinguersi per personalità, eleganza e longevità.

La manifestazione ha visto la partecipazione delle principali istituzioni del territorio. A fare gli onori di casa è stato il sindaco Denis Cingolani, mentre il presidente del Consorzio Produttori Vitinicoli di MatelicaAlberto Grimaldi, ha rivolto un sentito ringraziamento al presidente uscente Umberto Gagliardi per il prezioso lavoro svolto negli anni alla guida del Consorzio e, soprattutto, per aver ideato e dato vita al Matelica Wine Festival, oggi divenuto uno degli eventi simbolo della denominazione.

Più che una semplice manifestazione enologica, il Matelica Wine Festival si conferma l’espressione autentica di una comunità operosa, accogliente e profondamente legata alle proprie radici. Una comunità fatta di persone genuine, che attraverso il vino raccontano la propria storia e il proprio territorio con passione e orgoglio.

L’evento si è concluso con una straordinaria masterclass ospitata presso la Cantina Cooperativa Belisario, guidata dall’enologo Roberto Potentini. Un’occasione rara e di grande valore tecnico che ha permesso ai partecipanti di degustare in verticale ben ventuno Verdicchio di Matelica DOC, dall’annata 2025 fino alla 2008. Un percorso emozionante che ha evidenziato la straordinaria capacità evolutiva di questo grande bianco marchigiano, confermandone struttura, complessità e longevità.

A rendere ancora più piacevole l’esperienza è stata la calorosa ospitalità della Country House Collepere, struttura immersa nel verde che ha accolto gli ospiti con l’eleganza e la cordialità tipiche di questa terra. Si torna da Matelica con la consapevolezza che il Verdicchio di Matelica DOC non è soltanto un’eccellenza enologica, ma il simbolo di un territorio capace di fare squadra, valorizzare la propria identità e guardare al futuro con ambizione.

Matelica Wine Festival ne rappresenta oggi la più autentica espressione: una festa del vino che è anche una festa della cultura, della gastronomia e dell’ospitalità marchigiana.

Alto Adige, visita alla cantina Rottensteiner

In occasione della terza edizione di Vinaltum che ha avuto luogo a Bolzano a Castel Mareccio, ho avuto l’occasione per conoscere meglio la Cantina Rottensteiner

Grazie a Federica Schir per averci accompagnato in questa splendida realtà altoatesina. La famiglia Rottensteiner coltiva la vite in Alto Adige da oltre 500 anni e risulta una delle più antiche. L’azienda si trova alle porte di Bolzano e possiede circa 20 ettari di vigne di proprietà suddivise in varie zone. Seleziona inoltre le uve da 45 fedeli conferitori i quali mediamente possiedono poco più di un ettaro  vitato. Fondata nel 1956 da Hans Rottensteiner,  portata avanti dal figlio Anton, oggi al timone dell’azienda c’è Hannes affiancato dalla moglie Judith, che ci ha mostrato l’azienda è raccontato la storia della famiglia.

La produzione punta su varietà autoctone come il Lagrein e la Schiava per il Santa Maddalena, ma comprende anche un crescente interesse  al Pinot Bianco, che equivale attualmente a circa il 35% della produzione, un dato considerevole  per una realtà  bolzanina. La viticoltura in Alto Adige affonda le sue radici in tempi remoti, le condizioni sono propizie per l’allevamento della vite, gli autoctoni Schiava e Lagrein hanno trovato habitat ideale.

La tenuta  vanta cinque masi storici che corrispondono ai nomi: Reiterhof, Hofmannhof, Kristplonerhof, Premstallerhof e Köfelehof, ognuno con un passato originale e un ruolo determinante nella produzione vinicola. L’etimologia del cognome deriva da pietra rossa, proprio la pietra porfidica tipica di questo areale. I vini ottenuti sono prevalentemente di monovarietà. La cantina di vinificazione e affinamento é completamente ipogea, gli affinamenti dei vini avvengono in acciaio, ma anche in cemento e botti di legno di varie dimensioni. La gamma dei vini è ampia e comprende varie linee, come, Kitz,  Classic, Cru e Select.

Due passi nel vigneto hanno antipatico l’ingresso in cantina e la degustazione di alcuni dei loro capolavori enoici con verticale di 6 annate di Lagrein.
Il nostro tour si è concluso con un aperitivo e light lunch nel vigneto del maso. Oltre ad apprezzare i vini e gli snacks, abbiamo beneficiato di una visita senza pari digradante verso la città di Bolzano e le montagne circostanti con le cime del Rosengarten innevate.

Ecco i vini degustati

Weissburgunder Classic Alto Adige Doc 2025 – Paglierino luminoso,  sprigiona sentori di mela,  pera, melone e nuances agrumate,  il sorso è fresco, fine, sapido e equilibrato.

Carnol Cru Alto Adige Doc 2025 – Pinot Bianco 100% –  Paglierino brillante,  emana sentori di fiori di campo, mela golden, pesca, ananas e lime, vibrante,  coerente e persistente.

Sylvaner Valle d’Isarco Alto Adige Doc Classic 2025 – Paglierino luminoso,  rivela sentori di fiori di montagna,  pera, susina bianca, mela e accenni agrumate, scivola in bocca fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

Sauvignon Classic Alto Adige Doc 2025  – Paglierino luminoso,  sviluppa sentori di biancospino, fiori di sambuco, foglia di pomodoro  e pompelmo,  al palato è fresco e contraddistinto da una sapidità e lunga persistenza aromatica.

Lagrein Rosé Classic Alto Adige Doc 2025 – Bel rosa tenue, rimanda sentori di Iris, fragolina di bosco, lampone e ciliegia, la freschezza stimola il sorso,  è gradevole e corrispondente.

Premstallerhof Select  Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2025 – Tonalità rosso rubino trasparente,  rivela note di frutti di bosco e violetta, al palato è armonioso, leggiadro e suadente.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2024 – Rosso rubino intenso, libera sentori di ribes, ciliegia e lamponi,  sorso accattivante,  duraturo e fine.

Kristplonerhof Cru Alto Adige Schiava Doc 2024 – Schiava 100% – Rubino trasparente, al naso arrivano sentori di viola, visciola e fragola, il sorso è fresco, saporito e persistente.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2023 – Schiava 87%, Lagrein 13% –  Rubino intenso,  dipana note di frutti di bosco,  te e mandorla,  sorso vellutato,  tannino setoso, lungo e coerente. 

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2019 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Rosso granato trasparente, con sfumature aranciate, rivela sentori di prugna,  spezie dolci e nuances balsamiche,  il sorso è pieno, appagante e lungo.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2018 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Granato luminoso, i sentori richiamano i frutti di bosco maturi,  prugna e spezie orientali,  al gusto è avvolgente con tannini nobili, suadente  e lunghissimo.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2023 – Rubino vivace, al naso emergono sentori di ciliegia,  liquirizia e spezie dolci,  il sorso è vibrante e sapido con chiusura lunga e duratura.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2022 – Rubino intenso, presenta note di arancia sanguinella, melagrana e spezie,  al palato è aggraziato,  durevole e corrispondente.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2020 – Tonalità rosso rubino vivace,  al naso sprigiona sentori di amarena,  tabacco, liquirizia e pepe nero,  in bocca è armonico,  setoso e decisamente lungo.

Lagrein Gries Riserva  Alto Adige Doc Select 2018 – Granato profondo,  emana sentori di arancia sanguinella,  rosa appassita, amarena e spezie,  attacco tannico vellutato,  fine, composito e lineare.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2016 – Rosso granato intenso,  al naso esprime sentori di amarena, sottobosco, funghi, polvere di cacao e spezie,  al gusto è rotondo,  generoso ed armonioso.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2014 –  Bel granato,  naso con sentori di frutta rossa matura,  pepe, liquirizia e nuances balsamiche,  gusto ricco, trama tannica setosa e spalla fresca saporita.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Trigon 2022  – Rosso rubino con sfumature violacee, al naso spiccano sentori di viola, frutti di bosco,  cacao, vaniglia e tabacco,  al palato risulta avvolgente pieno ed appagante.

Hans Rottensteiner Srl

Via Sarentino 1a – 39100 Bolzano

Sito di riferimento: https://rottensteiner.wine/it/

Friuli, Colmello di Grotta – Il Giano che guarda il Collio e l’Isonzo

A due passi dal fiume Isonzo, tra Savogna e Farra, in località Grotta, si trova la cantina di Colmello di Grotta (appunto), nella collina di Villanova.

Ma dove siamo, in zona dell’Isonzo del Friuli o in Collio? Perché ospiti del Consorzio Collio, dei suoi vini dobbiamo parlare.

La soluzione è molto semplice e oltretutto strana. Gli edifici dell’azienda vinicola si trovano nell’Isonzo del Friuli, ma salendo e mirando (parafrasando il poeta di Recanati) di una ventina di metri entriamo in Collio, poiché questi terreni hanno grande affinità con esso e in fase di definizione del disciplinare vi rientrò a farne parte, per di più nella tenuta un tempo vi scorreva il fiume a delimitare le due zone, il quale da indisciplinato ora si è spostato trecento metri più in là.

Per tale ragione a Colmello di Grotta i vigneti situati in Collio, rimanendo completamente circondati dai relativi dell’Isonzo, sono ritenuti, a torto, un fanalino di coda e la zona è bistrattata.

Ci importa poco, saranno i vini a parlare di qualità o meno.

L’azienda vinicola ha 21 ettari, dei quali 15 sono quelli vitati tra Collio e Isonzo equamente divisi, gli altri sono bosco (ottima notizia) e indagando abbiamo contato 13 etichette complessive (ma aumenteranno) per circa 35.000 bottiglie l’anno. E’ certificata bio dal 2018.

Colmello di Grotta non ha ancora un vino Collio Bianco, probabilmente accadrà il prossimo anno e sarà prodotto solo con uve autoctone, mentre i vitigni monovarietali per il Collio sono: Sauvignon (cloni del Sancerre), Chardonnay (da poco impiantato con cloni dello Chablis), Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Pinot Grigio.

Colmello di Grotta nasce ufficialmente nel 1965, grazie a Luciana Bennati, veneziana innamorata di queste colline, e oggi la cantina è guidata dalle due generazioni successive: Francesca Bortolotto Possati, imprenditrice e interior designer, e sua figlia Olimpia che aggiunge alla passione del vino quella dell’arte contemporanea. In effetti, le belle etichette delle bottiglie nominate Coldigrotta, una crasi che rende il nome più scorrevole, sono interamente disegnate da un artista amico di famiglia, Alfonso Clerici, pittore genovese di fama internazionale che ha lavorato a New York tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80,  frequentando tra l’altro la Factory di Andy Warhol, il celebre atelier di centro di produzione culturale attivo dal 1962 fino a poco prima della sua morte. Del resto dimestichezza con l’arte i Possati l’hanno, sostenendo con passione l’arte vetraria veneziana, e tra i promotori e sostenitori della Venice Glass Week, dedicato festival internazionale che quest’anno ne compierà dieci.

Per la consulenza enologica in azienda ci si avvale di Daniele Michelet di Conegliano.

Come ci ha spiegato Roberto Ottogalli direttore della cantina, fino al 2015 per la maturazione del vino si usavano le barrique. Oggi si adoperano delle anfore in gres fatte a mano da cinque ettolitri, al fine di mantenere le caratteristiche del vitigno e del territorio, contenitori che si limitano ad arrontondare il vino, senza aggiungere le cessioni proprie del legno, o delle più comuni anfore di terracotta. I vini pertanto eseguono sia un affinamento serbatoi di acciaio, che in anfora per circa sei fino a dieci mesi con i loro lieviti, e poi sono blendati in percentuali differenti secondo tipologia e annata, in media il rapporto è di 70 a 30 a beneficio dell’acciaio.

Dopo la pandemia si è scelto di uscire dopo tre anni dalla vendemmia, pertanto la corrente è la 2022.

Di Colmello di Grotta abbiamo assaggiato i seguenti vini, con l’ausilio di Olimpia Possati e Roberto Ottogalli:

Collio Ribolla Gialla 2022 12%

Proviene dall’appezzamento di 1,28 ettari del vitigno in Collio e compie la maturazione in serbatoio di acciaio per il 70% e anfora per il 30%. Prima annata 2004.

E’ una Ribolla fresca, fruttata, e minerale con pietra focaia, e alcuni riferimenti alle erbe aromaatiche.

Al palato mantiene la freschezza e al contempo è grasso, glicerico e ampio, con un finale dove ritornano le note minerali e una decisa sapidità, e una lieve ma percepibile sensazione amarognola regalata dal vitigno.

Collio Pinot Grigio 2022 13%

Da cloni alsaziani, effettua la medesima vinificazione del precedente vino.

Un bel mix tra il gelsomino e il pompelmo caratterizza l’elegante espressione olfattiva, che poi s’impreziosisce con suggestioni di tè verde.

Al palato esce una nota morbida, caramellata, che ricorda la mou, e il frutto che accompagna a lungo il ricordo del vino, assieme a una spiccata salinità.

Collio Pinot Grigio (ramato) 2022 12.5%

Ramato è scritto tra parentesi perchè il disciplinare del Collio non prevede di indicarlo in etichetta. Per differenziare i due vini si è ricorso al colore della capsula. La vinificazione avviene solo in anfora dove la macerazione dura venti giorni, svinato e rimesso in anfora per circa un anno con continui bâtonnage. Grazie alla prolungata macerazione, portando via parte degli zuccheri che rimangono sulla buccia, si ottiene un grado alcolico leggermente inferiore.

Bien fait, fin dall’olfatto il vino conquista con le sue note di frutta secca, di fiori secchi, e di fruttato dove emerge il melone giallo.

Al palato è ampio, molto elegante e persistente nella coerenza delle note percepite al naso. Una profondità da distillato che ovviamente incontra il mio personale plauso.

Collio Ribolla Gialla macerata 2023 12.5%

Il vino, prodotto solo nelle annate in cui l’uva è perfetta, sviluppa l’intera maturazione in anfora, dove permane per due settimane sulle bucce con fermentazione spontanea, e sei mesi di affinamento. Senza aggiunta di solfiti aggiunti rimane un ulteriore anno in bottiglia. La produzione è di appena 666 bottiglie l’anno (noi abbiamo testato la n. 346).

Anche questo è un vino notevole, con una indiscussa fragranza declinata al balsamico. Credo di riconoscere la celebre pastiglia che per non citarne il nome dirò che è gommosa con note balsamiche a base di levomentolo e olio essenziale di eucalipto, tutta verde e di forma piramidale. Croccante e intrigante si correda anche di frutta gialla matura e susina.

Al palato ha le caratteristiche dei vini macerati, senza le note astringenti, ricordi di buccia di pesca gialla, e di albicocca succosa. Grande infine la persistenza.

(atto a divenire) Collio Pinot Bianco 2025 13% campione

Anteprima della prima vendemmia con bottiglia presa dalla vasca, che uscirà in questo mese di giugno. La vinificazione è essenzialmente in acciaio, con un piccolo passaggio in anfora. 1.300 le bottiglie che saranno prodotte da dieci ettolitri.

Attualmente all’olfatto gioca sui sentori floreali, con gelsomino, fiori di acacia e altri bianchi, e spezie fra cui il pepe bianco. Molto intenso e fragrante.

Al suo morbido palato esce invece il tono fruttato (e la rima non guasta) e ha un finale sapido e speziato. Da riprovare più avanti perchè si tratta, di un promettente inizio per un vitigno che amo in particolar maniera, in generale e su ciò che il Collio ha saputo esprimere in passato e ahimè poco nel presente.

Concludendo, ammetto che non conoscendo l’azienda e avendo alcuni personali pregiudizi, non mi aspettavo un granchè dai suoi vini.

Che bello che è stato, invece, sentirsi smentiti.

Non a caso i latini dicevano in vino veritas (sebbene si riferissero ad altro).

Au revoir.

SKOK, “scocca” l’amore in Collio

Sanno bene gli illuminati viticoltori di quanto sia importante e fondamentale la presenza di un bosco a delimitare i vigneti. E’ fonte di umidità e di biodiversità, attuando una naturale filtrazione e purificazione dell’aria.

Da Skok, a meno di 400 metri dal confine sloveno in località Giasbana nel comune di San Floriano del Collio, Orietta, titolare dell’azienda vinicola assieme al fratello Edi, figli di Giuseppe, del bosco ne sono perfino immamorati, tanto da mancargli nelle escursioni presso altri colleghi fuori dalla loro regione.

La serenità di cui ho già menzionato in precedenza parlando del Collio, qui si compie e impera, poichè s’unisce a quella di chi produce il vino. I due fratelli e il figlio diciannovenne di Edi che abbiamo conosciuto nel press tour organizzato dal Consorzio del Collio, Nikolaj, apicoltore fin dall’età di dieci anni e mezzo, mi sembrano felici d’esistere, del luogo che li ospita, e orgogliosi della scelta di una vita rurale. Orietta poi è empatica, perennemente sorridente, e sembra baciata da Pan quanda parla di animali e di natura.

Quando capitombolò la mezzadria, il cui passato è rimembrato da Villa Jasbinae, il palazzo nobiliare posto al centro della proprietà edificato nel 1480 dai baroni Teuffenbach dove si svolgono le degustazioni quando il tempo lo consiglia, Giuseppe (Pepi) Skok e suo fratello Armando con l’aiuto delle banche ne acquistano la tenuta. E’ il 1968 e parliamo di un ettaro di vigneto con cento alberi di ciliegio, prati e bosco, e l’uva qui prodotta assieme al suo mosto si vendeva ad altre aziende.

Dal 1991 Skok imbottiglia grazie a Orietta e Edi succeduti a Giuseppe, e possiede 18 ettari di terreno, dei quali 11 vitati e nessun desiderio di espandersi ulteriormente.

Sette sono le etichette prodotte per circa 50.000 bottiglie l’anno.

Nella tenuta albergano cinque vitigni: Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, Friuliano e Merlot come unico a bacca rossa.

I filari dei vigneti sono alternati tra inerbito e lavorato (che non tutti in Collio attuano), perchè è stato notato che dove tutto era coperto d’erba, quando arriva l’acqua degli acquazzoni estivi se ne va via prima che il terreno la possa assorbire, mentre è recuperata dall’altro filare affianco rasato.

E’ l’arancione il colore aziendale, dal sito web, alle t-shirt (NE VOGLIO UNA), dai cartoni del vino, alle etichette e capsule di esso con il restyling del 2015, e non poteva essere diversamente. Rappresenta la solarità, l’energià, l’entusiamo, l’amicizia, il divertimento, è il tono delle rivoluzioni pacifiche, insomma tutte caratteristiche che ho ravvisato in Orietta e chi gli sta vicino.

Abbiamo assaggiato tutti i vini prodotti dall’azienda: i quattro monovitigni che vinificano in acciaio, Collio Pinot Grigio 2024 (36 ore di macerazione sulle bucce e 6 mesi di riposo sui lieviti), Collio Chardonnay 2024, Collio Sauvignon 2024, Collio Friulano Zabura 2025 che proviene da un cru; il Bianco Pe-Ar 2024, un vino da tavola dedicato ai fondatori Pepi e Armando, assemblaggio di Chardonnay (55% di cui circa un quarto è fatto surmaturare sulla pianta e passato in barrique per undici mesi), Pinot Grigio (30%), Sauvignon (15%); e i due Merlot, il Collio Merlot 2023 che vinifica in contenitori in acciaio, il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019, proveniente da un unico vigneto, con 18 giorni di macerazione e affinamento in barrique nuove e usate di più passaggi per quattro anni.

Tutti vini corretti e ben eseguiti, tuttavia se fossi costretto a sceglierne solo due, non ho dubbi che il primo e l’ultimo sono stati quelli che mi hanno maggiormente impressionato. Il Collio Pinot Grigio 2024 per il suo vocato all’arancione aziendale, con agrumi, pompelmo dolce, frutta a polpa gialla, fiori bianchi, e per la freschezza, vivacità, beva e sapidità al palato; ricco ed elegante invece il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019 maturato in barrique, con tannini setosi, morbidezza e beva, dominato da piccoli frutti a bacca rossa e scura, come la mora e il ribes rosso, un vino con ancora anni sulle spalle che regalerà emozioni in futuro.