Resort Riva degli Etruschi diventa Casa Slow Food Costa degli Etruschi

L’alleanza tanto voluta dal compianto Carlo Petrini ha portato ottimi frutti in giro per l’Italia. Un po’ ovunque la cultura del buon cibo, del territorio e delle materie prime rispettose del concetto di sostenibilità hanno trovato riparo all’interno di ristoranti e strutture ricettizie sensibili al tema.

Mai però si era arrivati a considerare la nascita di una rappresentanza Slow Food in un resort grande quanto un borgo, totalmente autonomo e indipendente con annessa realtà ortofrutticola e vitivinicola. Riva degli Etruschi, storico resort sulla costa di San Vincenzo, diventa così Casa Slow Food Costa degli Etruschi nel percorso comune assieme all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG).

Il Mariva Dune, uno degli outlet gastronomici a disposizione del complesso, offrirà gli spazi idonei per assemblee, conferenze, formazione e incontri richiesti dalla Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Il Presidente Sandro Tucci ed uno dei soci del Resort di San Vincenzo, Jacopo Lisi, commentano a caldo: «Il rapporto di fiducia oggetto di questo accordo fondamentale per la Comunità nasce nel 2020 e prosegue con la presentazione della Guida di settore e di altre iniziative a supporto dei produttori locali». Il direttore commerciale di Riva degli Etruschi Vieri Mantelli non può che esprimere soddisfazione per un “ecosistema virtuoso, caratteristica di unicità non solo in Toscana”.

Non si guarda al costo, ma all’identità, alla salvaguardia di quelle piccole eccellenze di cui il Belpaese è pieno; la vera soddisfazione arriverà dalla creazione di una serie di experience che porranno l’ospite al centro della natura, respirando l’aria positiva e salubre del contatto con la terra, della visione del contadino e di un approccio radicale allo stress eccessivo delle giornate in città. La partecipazione a Terra Madre Salone del Gusto rappresenta un ulteriore tassello di crescita in tal senso per una realtà con oltre 60 anni di storia, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo.

Alle oltre 400 sistemazioni e a un chilometro di spiaggia privata si affiancano, infatti, ristorazione, agricoltura biologica, produzione vinicola e olivicola; attività diverse che negli anni sono state integrate in un progetto unitario, con l’obiettivo di creare un rapporto sempre più stretto tra ospitalità, territorio e produzione agricola.

Uno dei simboli di questo percorso è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, storica coltivazione del territorio tutelata ufficialmente dal 2022 dalla Comunità Slow Food. La Tenuta Guardamare di Riva degli Etruschi è tra le sole quattro aziende a coltivare questa varietà che utilizza nelle cucine del resort, tra San Vincenzo e Baratti, dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine della struttura.

Accanto all’orto si sviluppa il progetto vitivinicolo di Riva degli Etruschi, con 6 ettari di vigneti e una produzione che si avvale della consulenza enologica di Attilio Pagli. L’obiettivo è quello di accorciare sempre più la distanza tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene proposto nei piatti e nei calici degli ospiti.

Non si butta via niente, nell’ottica della cucina circolare sempre più necessaria in tempi di zero sprechi e di riciclo degli ingredienti. Ecco dunque la marmellata di mosto e tante preparazioni a menù per soddisfare le esigenze delle 1500 presenze giornaliere estive. In futuro si potrà pensare all’istituzione di una fattoria didattica per preservare anche il lavoro di parte delle maestranze durante la fase di chiusura invernale, continuando nel solco della comunicazione e della vicinanza con le famiglie del luogo.

Un filo rosso che unisce le varie possibilità di ristorazione presenti, coordinate dai due chef resident Enio Fedi, che cura Mariva Dune, Nautico e Mistral e Simona Ciantelli per l’Orto e Magù, quest’ultimo diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro portato avanti con la Condotta e con le Comunità locali e all’utilizzo e alla valorizzazione degli ortaggi dell’azienda agricola e delle materie prime del territorio.

La stessa filosofia è alla base di Vini Bagnanti, manifestazione annuale organizzata da Riva degli Etruschi e da Teseo Geri, nella quale vino e gastronomia diventano strumenti per raccontare territori, artigiani e produttori, di cui abbiamo scritto nell’articolo Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare.

Olio extravergine d’oliva, vino, basilico per il pesto, zucchine, melanzane e carciofo violetto, il conto arriva a numerare ben 10 specialità realizzate all’interno del resort e in agricoltura biologica. L’elenco si allungherà con il tempo e la fiducia dei consumatori, sempre più alla ricerca del genuino e del sapore d’un tempo, anche godendo del relax sulle spiagge dorate dal mare turchese di San Vincenzo.

L’offerta completa gastronomica di Resort Riva degli Etruschi

L’olio extravergine di oliva biologico nasce dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI), 100 ettari totali di cui 34 ettari di bosco e di ulivi, con 5.000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei ristoranti e locali del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria e Locale Amico Slow Food; Colto, piadineria agricola con ingredienti a km zero.

Napoli, la terza edizione di Campania.Wine tra vino ed enoturismo

Nella sua terza edizione, Campania.Wine è tornata ad animare la Galleria Umberto I e il Musap, Museo Artistico Politecnico di Napoli. La manifestazione, che ha visto impegnati cinque dei consorzi tutela vino della Campania (Vitica, Irpinia, Sannio, Vesuvio e Vita Salernum Vites) insieme alla Regione Campania e alla Città di Napoli, è stata una grande vetrina per il vino campano, aperta al pubblico e alla stampa nazionale ed estera. Centosette le cantine coinvolte che hanno offerto in degustazione i propri vini lungo i quattro raggi della Galleria Umberto I; cinque masterclass a tema dedicate ai winelovers e due ai giornalisti, oltre agli showcooking per la valorizzazione delle eccellenze agro gastronomiche del territorio campano.

Othmar Kleim, direttore di Falstaff Italia, ha guidato i giornalisti nella masterclass dedicata ai bianchi della regione, in una carrellata che ha incluso classici e fuori rotta. Ben rappresentati gli areali nord campani del casertano e del Sannio attraverso alcuni dei vitigni più noti nelle loro diverse interpretazioni: l’asprinio nella versione spumantizzata Trentapioli e in quella ferma IX Denari, il pallagrello bianco con Il Verro, la falanghina del Sannio con Identitas e la versione di vendemmia tardiva Cesco dell’Eremo, la coda di volpe di Masseria Frattasi. Il Vesuvio è stato presentato con la Lacryma Christi Vigna del Vesuvio e con Summa, catalanesca del Monte Somma; il Cilento con il proprio fiano, nell’interpretazione di San Salvatore, Pian di Stio. Magra invece la presenza dell’Irpinia, affidata unicamente alla notevole bollicina di greco di Tufo 1930 di Cantine di Marzo.

Filippo Bartolotta ha invece condotto una masterclass alla cieca tra i rossi campani.

Tra altezze, parchi e vulcani si è soffermata su tre caratteri: quello vulcanico, quello altimetrico e quello della latitudine nord, per evidenziare le diverse sfaccettature assunte dalla vinificazione dei principali vitigni rossi a seconda dell’areale di produzione. Aglianico e piedirosso i grandi protagonisti, sia nelle versioni Taburno e Taurasi, sia nelle declinazioni vesuviane e della Costa Amalfitana; anche la camaiola, col suo carattere schietto e fruttato, si è timidamente affacciata tra i più noti vitigni conterranei.

Ad affiancare entrambi i relatori, l’archeologo Ferdinando De Simone che ha arricchito la degustazione dei vini con note di carattere storico, archeologico e geologico utili ad inquadrare la produzione vitivinicola campana all’interno di un contesto di più ampio spessore, che ne ha valorizzato la tradizione secolare oltre che l’ampiezza del vitigno autoctono.

E proprio un contesto più ampio quello che ha caratterizzato la terza edizione di Campania.wine, dove il vino è stato presentato non solo come prodotto ma anche come potenziale esperienza. Centrale nella manifestazione e oggetto di convegno il dibattito sull’enoturismo, durante il quale sono intervenuti Teresa Armato, Assessora al Turismo e alle Attività Produttive del Comune Di Napoli, Fulvio Bonavitacola, Assessore alle Attività Produttive e allo Sviluppo Economico Regione Campania, Vincenzo Maraio, Assessore al Turismo Regione Campania, Ciro Giordano, Presidente Cpnsorzio Tutela Vini Vesuvio, Diego Esposito, Fondazione MUSAP, Floriana Schiano Moriello, giornalista, Angelo Radica, presidente nazionale Città del Vino, Violante Gardini Cinelli Colombini, Presidente Movimento Turismo del Vino, Virginia Di Gaetano, giornalista Lonely Planet, Maria Carmela Serluca, Assessora all’Agricoltura Regione Campania, moderati dalla giornalista Diana Cataldo.

A emergere chiaro è come l’enoturismo sia voce di capitolo sempre più importante, talvolta preminente, nel bilancio economico delle cantine: secondo il rapporto Nomisma, in Italia l’enoturismo ha inciso per oltre il 21% sui bilanci aziendali nel 2025. Nell’attuale fase critica, che vede un generale calo delle vendite e il vino sotto attacco da un punto di vista economico e sociale, il turismo esperienziale può rappresentare la svolta per molte realtà vinicole.

La Campania attualmente si colloca al sesto posto in Italia per quanto riguarda il turismo legato ai prodotti a marchio DOP; con 4 DOCG, 15 DOC e 10 IGP,  il potenziale dal punto di vista vitivinicolo è enorme, soprattutto per le aree interne della Regione, non ancora sufficientemente valorizzate rispetto a Costiera e Vesuvio che si collocano invece tra le TOP 15 mete italiane del turismo.

Attualmente è la Legge Regionale 7 del 2024 a regolare l’attività eno-turistica in Campania, non solo definendo i soggetti e i limiti entro cui possono agire, ma prevedendo anche la formazione di operatori eno-turistici da impiegare all’interno delle strutture, e la costituzione di un Osservatorio regionale compartecipato.

Dal versante cantine, il turismo del vino deve puntare non solo su storytelling accattivanti e su un’accoglienza di tipo familiare, ma anche su destagionalizzazione, alti standard professionali – come un sito multilingue e di facile fruizione – e sull’interazione di cantine e operatori vitivinicoli con le diverse attività del tessuto territoriale,  quali musei, ristoranti, artigiani.

Da un punto di vista istituzionale, ad assumere un ruolo centrale nella filiera enoturistica devono essere  i consorzi, quali registi di promozione del turismo, mentre comune a tutte le istituzioni deve essere l’obiettivo di muoversi sotto un unico brand Campania capace di generare valore e di dare voce e forza anche alle micro realtà vinicole del territorio. Dalla due giorni di Campania.wine a emergere chiaro è il ruolo centrale dei consorzi di tutela vini e dell’interazione tra loro all’interno di un tessuto vitivinicolo diversificato e frastagliato come quello campano.

In un evento dove a fare la forza è stato il lavoro sinergico tra consorzi, a rendere ancora più evidente questo assunto è la grande assenza di due di essi: Campi Flegrei e Penisola Sorrentina.

Take Over PizzAIS: da Salvo la pizza napoletana incontra i vini di Cantine Pliniana

Pizza e vino. Un abbinamento che ormai ha superato da tempo la fase della sperimentazione per entrare a pieno titolo nel terreno della degustazione ragionata. È proprio da qui che parte Take Over PizzAIS, il format di AIS Campania che mette pizza e calice uno di fronte all’altro, lavorando su concordanze, contrasti, persistenze e soprattutto sull’equilibrio complessivo dell’abbinamento.

Mercoledì 23 settembre il nuovo appuntamento ha fatto tappa da Salvo, nella sede napoletana di Riviera di Chiaia, con le pizze di Salvatore Salvo chiamate a confrontarsi con i vini di Cantine Pliniana, storica cooperativa di Manduria.

Ad accompagnare la serata il presidente Tommaso Luongo e il delegato di Caserta Pietro Iadicicco per AIS Campania, Simona Natale per Cantine Pliniana e chiaramente Salvatore Salvo, il padrone di casa. Salvatrore Salvo ha espresso tuttala sua felicità nel creare degli abbinamenti con le proprie pizze, raccontando le prime con sapienza e tanti aneddoti.

Colpisce, solo che non la conosce, la potenza e la passione di Simona Natale, che ha raccontato com’è nato il nuovo progetto di Cantine Pliniana, con la collaborazione di un manipolo di amici a un progetto che ha tutto il sapore un viaggio vitivinicolo importante. Pietro Iadicicco e il presidente AIS Campania Tommaso Luongo hanno dato con grande maestria il giusto e meritevole contributo in termini di racconto del vino e degli abbinamenti. Ogni morso e ogni sorso è stato raccontato e confrontato con tutti i partecipanti.

Un percorso costruito in crescendo, partendo dalla Verdeca per arrivare al Primitivo di Manduria, passando attraverso due differenti interpretazioni del rosato. Nel mezzo, naturalmente, la pizza: quella di Salvo, dove l’impasto resta protagonista ma diventa soprattutto la base sulla quale ingredienti, acidità, grassezze, sapidità e piccantezza cambiano continuamente le regole del gioco.

Si parte dalla Montanarina

Ad aprire la degustazione è la Montanarina classica, fritta e successivamente ripassata in forno, con sugo di pomodoro del Piennolo e Caciocavallo podolico grattugiato. Una grande entrée: soffice, golosa, con un pomodoro particolarmente centrato e una frittura ben gestita.

Nel calice il Metodo Martinotti da Verdeca di Pliniana porta soprattutto freschezza, mineralità e una marcata componente sapida. È un abbinamento che funziona proprio sul contrasto: il vino alleggerisce la parte grassa della frittura, ripulisce il palato e prepara immediatamente al boccone successivo.

Le due Margherite e il Mex rosato

Si prosegue con un doppio assaggio dedicato alla Margherita. La Margherita San Gennaro colpisce per la qualità e la nitidezza degli ingredienti. Pomodoro, olio e impasto restano perfettamente distinguibili, senza che uno prevalga sull’altro. La pizza è scioglievole, essenziale, precisa. Accanto arriva la Margherita Pacchetelle, con pomodorini Scarpariello a pacchetelle e Parmigiano. Qui il pomodoro acquista maggiore intensità, con una componente saporita e fresca che rende il boccone più deciso.

L’abbinamento è con il Mex Primitivo Rosato Salento IGT di Pliniana, ottenuto da Primitivo. Il colore introduce un naso floreale, con richiami alla rosa, mentre il sorso gioca su freschezza e soprattutto sapidità. Con entrambe le pizze l’incontro è armonico: il rosato possiede abbastanza carattere per sostenere il pomodoro senza coprirlo e una freschezza capace di accompagnare bene la componente lattica e grassa.

Profumo di Costiera, il rosato cambia passo

Uno degli assaggi più interessanti della serata arriva con la Profumo di Costiera.

Alice leggermente marinata con vermouth bianco, limone, insalata condita semplicemente con olio e sale e un pesto nel quale entrano prezzemolo e colatura di alici. Il risultato è una pizza fresca, intensa, con un’acidità evidente ma perfettamente inserita nell’equilibrio generale. Nel calice il PP Centocontrade Primitivo Rosato. Il colore è un rosa chiarissimo, quasi confetto. Al naso emergono subito richiami agrumati e marini. In bocca domina la freschezza, accompagnata da una sapidità netta, quasi salmastra. Poi lime, piccoli frutti rossi e, nel finale, quella nota leggermente pepata che riporta alla matrice del Primitivo.

È proprio il finale a convincere: resta quasi la sensazione di un granello di sale sul palato. Con la Profumo di Costiera l’abbinamento sfiora la concordanza. Vino e pizza viaggiano sulla stessa direttrice fresca, agrumata e marina, ma il calice riesce contemporaneamente a detergere la bocca e a riaccendere l’appetito.

Melanzana in due versioni

Altro doppio assaggio con Parmigianissima e Scapece ma non troppo. La prima nasce da un battuto di melanzana fritta marinata alla soia, salsa di pomodoro, fior di latte, basilico e Parmigiano grattugiato. È una pizza estremamente soffice, morbida e avvolgente.

La Scapece ma non troppo cambia invece registro: base bianca, melanzane condite alla scapece, crema di ’nduja e biscotto salato alle mandorle. Qui entrano in gioco croccantezza, piccantezza e la nota tostata della mandorla. È una pizza complessa ma decisamente riuscita.

A fare da ponte tra i due assaggi è il PP Centocontrade Primitivo di Manduria maturato in barrique.

Nel bicchiere il colore è carminio, limpido. Il naso parte dalla violetta e si allarga verso tabacco, sensazioni balsamiche e primi richiami terziari. Il tannino è sorprendentemente delicato, mentre il sorso mantiene freschezza e una vena sapida quasi salina.

L’abbinamento con la Parmigianissima è più immediato e armonico. Con la Scapece il confronto diventa invece più articolato: mandorla, ’nduja e acidità della preparazione chiedono molto al vino. L’incontro resta interessante, anche se qui pizza e calice procedono più per confronto che per fusione.

Superdiavola e Maior: il finale più potente

Il percorso si chiude alzando decisamente il volume. La Superdiavola mette insieme pomodoro di Corbara, pezzente della montagna materana piccante, salsiccia fresca piccante, fior di latte misto a provola, Ventricina Vastese piccante e basilico.

Tre salumi, piccantezza importante e una componente aromatica intensa. Eppure la pizza non perde equilibrio: il pomodoro mantiene freschezza e il profilo complessivo resta leggibile nonostante la ricchezza degli ingredienti.

Di fronte c’è il Pliniana Maior Primitivo di Manduria, un vino importante, da 16 gradi alcolici, chiamato a sostenere l’assaggio più impegnativo della serata.

Rosso carminio intenso. Al naso arrivano terra, arancia rossa, sanguinella, pepe e spezie. Il sorso è profondo, caldo e persistente, ma è soprattutto il ritorno speziato a trovare un punto d’incontro con la pizza.

Il piccante non scompare, né il vino prova a cancellarlo. Piuttosto viene accompagnato. La permanenza in barrique aggiunge profondità e struttura e il finale resta lungo, con il pepe che continua a legare boccone e sorso.

Un abbinamento elegante nonostante la potenza dei due protagonisti. Quasi un abbraccio.

Quando pizza e vino parlano davvero

Take Over PizzAIS conferma soprattutto una cosa: parlare genericamente di “vino da pizza” ha ormai poco senso.

Una Margherita, una pizza con alici, una melanzana alla scapece o una Superdiavola pongono problemi di abbinamento completamente differenti. Cambiano grassezza, acidità, aromaticità, sapidità, succulenza e persistenza. E di conseguenza deve cambiare il vino.

La serata da Salvo lo ha mostrato bene, passando dalla verticalità della Verdeca alla versatilità dei rosati fino alla struttura del Primitivo di Manduria. Fetta dopo fetta e calice dopo calice, il vero obiettivo non è stato stabilire chi vincesse il confronto tra pizza e vino, ma trovare il punto nel quale entrambi riuscissero a raccontarsi un po’ meglio.

Un giorno in vendemmia nei Campi Flegrei da Cantine Federiciane

Nei Campi Flegrei la vendemmia è un esercizio di pazienza, ma anche una sfida quotidiana con una terra tanto affascinante quanto complessa. A Vigna Cigliano Solfatara, vigneto delle Cantine Federiciane nel territorio di Marano di Napoli, è iniziata la raccolta 2026, portando in cantina i frutti di un patrimonio viticolo profondamente legato all’identità vulcanica del territorio.

Si tratta di un vigneto eroico, dove suoli di origine vulcanica, pendenze e terreni fragili rendono il lavoro in vigna particolarmente impegnativo. È proprio da queste condizioni che Vigna Cigliano trae però parte della propria personalità: un ambiente in cui il suolo e il microclima contribuiscono a esprimere nelle uve freschezza, sapidità e mineralità.

Esperienza diretta in vigna

Tra i filari crescono Aglianico, Piedirosso e Marsigliese, tre varietà che interpretano ciascuna a modo proprio la complessità dei Campi Flegrei. La Marsigliese, in particolare, rappresenta una presenza preziosa e inattesa: era già presente nei terreni quando la famiglia Palumbo li ha acquisiti ed è stata quindi preservata e valorizzata all’interno del nuovo progetto viticolo.

 Dopo aver osservato da vicino le diverse varietà coltivate, ci siamo messi tra i filari per raccogliere l’uva, entrando concretamente nel ritmo di un lavoro che, qui, conserva ancora una dimensione manuale e profondamente legata alla terra. Intorno alle viti cresce inoltre una vegetazione spontanea che restituisce tutta la ricchezza del paesaggio flegreo: noccioli, ulivi, fichi, fichi d’India e altre essenze convivono naturalmente con il vigneto, componendo un ambiente rurale vario e non addomesticato.

Dopo la raccolta, la pausa assume i contorni di una vera merenda di vendemmia, con la degustazione di Flegreo, lo spumante delle Cantine Federiciane prodotto in Falanghina e a seguire Aglianico. Un momento conviviale che permette di ritrovare nel calice la stessa identità territoriale appena incontrata tra i filari.

«Vigna Cigliano rappresenta per noi una nuova sfida e, allo stesso tempo, una grande opportunità», spiega Antonio Palumbo, direttore commerciale delle Cantine Federiciane. «Abbiamo scelto di investire in un vigneto eroico perché crediamo che proprio nei territori più difficili si possa trovare un’identità straordinaria».

Per l’enologo Luca Palumbo, lavorare a Cigliano significa soprattutto «ascoltare la terra, rispettarne i tempi e intervenire con attenzione», trasformando la difficoltà del terreno in parte integrante del valore dell’uva.

In Cantina

Il percorso prosegue poi in cantina, dove l’uva raccolta lascia la vigna per iniziare il processo di trasformazione. Qui è possibile seguire le diverse fasi che accompagnano il passaggio dall’uva al vino e conoscere più da vicino il lavoro delle Cantine Federiciane, prima di concludere la visita nello shop aziendale, dove le diverse produzioni della cantina raccontano, attraverso le bottiglie decorate artigianalmente, il legame con il territorio.

La vendemmia di Vigna Cigliano si inserisce nel percorso di crescita delle Cantine Federiciane, azienda della famiglia Palumbo giunta alla quarta generazione, impegnata nella valorizzazione del patrimonio vitivinicolo campano. Un percorso che unisce tradizione e innovazione e che trova espressione anche nel progetto Flegreo-Art, nato dall’incontro tra vino e arte contemporanea.

Dal vigneto alla bottiglia, il filo conduttore resta dunque il territorio: quello dei Campi Flegrei, dove mare e vulcano convivono e dove ogni vendemmia diventa una nuova occasione per raccontare l’identità di una terra unica.

Bottega Buonvicino e Taverna Buonvicino ad Amalfi, due facce della stessa medaglia per una ristorazione differente in Costiera Amafitana

I rapporti di buon vicinato sono la principale regola di vita sociale da seguire. In maniera traslata avere rispetto per il prossimo genera buon umore e consente di superare le difficoltà con un sorriso. Ad Amalfi Bottega Buonvincino e Taverna Buonvicino sono due esempi di una medesima idea di proposta gastronomica che incuriosisce e spazia su diversi fronti, dal turismo massivo di cui è piena la Divina Costiera alla coccola per il cliente locale, stanco di offerte “copia e incolla”.

Il concept

La visione di tre soci e amici, Nicola Scocca professione commercialista, Gaetano Buonocore avvocato e il dirigente bancario Antonio Gambardella hanno mosso i primi passi nel lontano 2001 con un sogno, quello di rappresentare un angolo di Campania in un contesto internazionale. Vero e proprio baluardo del gusto sin dagli inizi, venne scelto il nome Maccus per l’insegna, dedicato alla maschera antesignana di Pulcinella. Subito eventi e momenti tematici con protagonista il territorio e, inevitabilmente, le prime invidie del circondario, che hanno portato alla modifica dell’insegna con quel Buonvicino visto in modo ambivalente come una sorta di sfottò alla napoletana e, più verosimilmente, una menzione al Duca di Buonvicino, gastronomo della corte reale borbonica.

La ripartenza nel 2012

Il nuovo corso cominciò nel 2012, risolte alcune questioni burocratiche con l’aiuto fattivo dei tanti cittadini affezionati al progetto, grazie anche alle ricette della tradizione proposte dalle “ziette belle” Antonella Porpora ed Enza Scocca. Rimodernato un ex negozio di alimentari, con tanto di cripta sotterranea, in un palazzo antichissimo di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, un contesto storico di grande impatto con tavoli all’aperto durante la stagione estiva per cene romantiche e serate jazz a lume di candela. La cucina è stata affidata alle mani dello chef Luca Mammato, esperienze primarie nei gourmet che contano in giro per l’Italia e che trae ispirazione dalle nonne Claudia, ancora attiva e bravissima a casa e Carmela, scomparsa ma sempre nei ricordi di Mammato.

Arredi eleganti e un simbolo scaramantico per la cucina di Taverna Buonvicino

Una sala accogliente con opere artistiche dove a dominare è il ciuccio di ceramica, simbolo della Costiera, in diverse espressioni buffe tra cui, quella più curiosa, da seduto. Si rispetta l’essenziale nel menù, non sovrastando la materia prima che deve esprimersi con trasparenza e linearità. Così il classico fiore di zucca ripieno di ricotta con salsa al pomodoro o il gambero in crosta di pane panko e maio al limone su zucchine alla scapece.

Efficace l’insalata di polpo tiepido con mix di pomodorini, julienne di sedano e panzanella. Immancabile la colatura di alici nelle linguine guarnite da nocciola tritata home made e grande selezione nella evergreen pasta lunga all’astice, dove la freschezza del pescato è componente indispensabile per la riuscita del piatto.

E poi trancio di ricciola o di ciò che il mare offre in quel momento in base alla stagionalità, prima del dessert finale a base di coviglia rivisitata con pan di spagna alle mandorle, liquore Strega e mascarpone caramellato curato dalla pastry chef Annalisa Castellano.

Lo street food per ogni gusto da Bottega Buonvicino

In piazza Duomo, sempre ad Amalfi, Bottega Buonvicino incarna perfettamente il ruolo di posto di passaggio verso i monumenti e le viuzze cittadine, con una carta pensata sullo street food di qaulità, con aperitivi e panini elaborati da Enza Scocca, sorella di Nicola.

Dagli spritz ai fritti e piccoli morsi per finire verso gli hamburger o gli affettati al momento, tra salumi e formaggi scelti dalla vetrina, ci sono solo pochi posti per un rapido ricambio come esige il luogo estremamente affollato durante i periodi estivi. Dualità di proposte, unica visione comune: vivere un’esperienza in linea con le culture e le contaminazioni a chilometro zero.

Un’ode ai buoni rapporti di vicinato e alla sapienza culinaria.

Casentino: il Pinot Nero che guarda al futuro

Cambiamento climatico, viticoltura di alta quota e identità territoriale: il Convegno di Poppi racconta un territorio che evolve senza dimenticare le proprie radici

Ci sono territori che sembrano avere una relazione particolare con il vino e il Casentino è uno di questi. Boschi, altitudine, escursioni termiche e una viticoltura che negli ultimi anni ha trovato nuove chiavi di lettura fanno di questa valle una delle aree più interessanti della Toscana da osservare, soprattutto, in un momento in cui il cambiamento climatico sta imponendo alla viticoltura nuove domande.

È proprio da queste domande che è partito il Convegno Vini del Casentino, ospitato nella suggestiva cornice del castello medievale di Poppi. Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo produttori, tecnici e istituzioni con lo sguardo verso una viticoltura chiamata a cambiare: piogge distribuite in modo diverso, estati più lunghe, inverni meno rigidi e periodi di siccità sempre più ricorrenti stanno modificando le condizioni nelle quali i viticoltori si trovano a lavorare.

A delineare il quadro sono stati Bernardo Gozzini, ex responsabile del Consorzio Lamma Regione Toscana, Gennaro Giliberti della Direzione Agricoltura della Regione Toscana, l’agronomo Ruggero Mazzilli, insieme a Marco Biagioli e Vincenzo Tommasi dell’Associazione Viticoltori del Casentino.

Il tema non è soltanto comprendere che cosa sta cambiando, ma capire come prepararsi al cambiamento. Tre le direttrici emerse dal confronto: innovazione e investimenti per rendere i vigneti più resilienti, gestione dell’acqua come risorsa strategica e una maggiore attenzione alla prevenzione agronomica e alla lettura dei dati climatici.

Una sfida che riguarda il futuro, ma che parte da decisioni molto concrete nel presente. E il Casentino sembra volerla affrontare con consapevolezza, perché evolvere significa capire come preservare la propria identità mentre cambiano le condizioni intorno.

Dopo il confronto tecnico, è stato il vino a prendere la parola: la Masterclass condotta da Luca Radicchi ha messo a confronto nove Pinot Nero, nove interpretazioni diverse di uno stesso territorio. Un vitigno che in Casentino ha trovato condizioni particolarmente interessanti e che oggi è coltivato da 19 aziende su 27 ettari.

La degustazione ha mostrato una gamma espressiva tutt’altro che uniforme: freschezza, trasparenza, componente floreale, frutto, balsamicità, struttura e verticalità si sono alternate nei diversi calici, restituendo un’immagine articolata del territorio.

Terre di Romena 2024 ha aperto la degustazione con una bella trasparenza luminosa, profumi agrumati di arancia sanguinella, piccoli frutti rossi e viola mammola. Fresco, succoso e sapido, con un tannino fine e ben integrato.

Più materico il Giuncaia, Gorgo 2024, da agricoltura biologica, caratterizzato dai terreni argillosi che regalano maggiore concentrazione cromatica e un frutto maturo. Le note balsamiche accompagnano una struttura solida e un tannino più marcato.

Il Lo Ri, Podere Pereto 2023 propone invece un’espressione più calda e mediterranea, con spezie ed erbe aromatiche, acidità più contenuta e buona persistenza.

Grande trasparenza per Ornina 2023, biologico e biodinamico, ottenuto con fermentazione spontanea. Vivace, floreale e agrumato, con eleganti richiami balsamici e aromatici.

Il Podere della Civettaja 2023, biologico, si distingue per luminosità e verticalità. Un naso inizialmente timido lascia spazio a una bocca di grande espressività, con un tannino lunghissimo, fine ed elegante.

Con L’Alberone, I Renzetti 2022 arrivano note di frutto e fiore evoluti e una speziatura delicata. Fresco, equilibrato e lineare.

Pergentina, Passumena 2022 esprime invece un frutto scuro maturo, accompagnato da un lieve accenno di confettura e da una nota balsamica. Intenso, persistente e compiuto.

Poppiena 2021 gioca ancora sulla trasparenza, con frutti rossi e scuri, note floreali e speziate. In bocca mostra equilibrio e compattezza, con un lieve calore alcolico che non disturba.

A chiudere la degustazione è stato Cuna 2021, caratterizzato da intensità olfattiva, dolcezza del frutto, piacevolezza e un finale lungo e armonico. Una delle interpretazioni più complete della Masterclass.

Nove vini diversi, dunque, ma un filo comune: la capacità del Pinot Nero di leggere il territorio attraverso sfumature, più che attraverso la forza.

Il pomeriggio ha portato il pubblico dalle riflessioni tecniche all’incontro diretto con produttori e territorio. L’apertura delle cantine ha inaugurato la 28ª edizione del Festival “Il Gusto dei Guidi”, manifestazione che da decenni racconta il Casentino attraverso vino, cultura e gastronomia.

È qui che il racconto del vino trova la sua dimensione più completa, perché un territorio vitivinicolo non è fatto soltanto di vigneti e bottiglie: è fatto di persone, tradizioni, cultura, accoglienza e capacità di costruire relazioni per trasformare il territorio in un luogo da conoscere, vivere e ricordare.

Un ringraziamento speciale all’Associazione Viticoltori del Casentino, alla Pro Loco Centro Storico di Poppi e a Davide Bonucci di Enoclub Siena per l’invito e per aver creato un’occasione di confronto così ricca.

Il Casentino sta costruendo il proprio futuro attraverso una viticoltura che osserva i cambiamenti climatici, sperimenta, investe e cerca nuove risposte, senza perdere il rapporto con il territorio.

Il confronto tecnico del convegno e la degustazione dei nove Pinot Nero raccontano una viticoltura fatta di altitudine, freschezza, biodiversità e ricerca, il Festival “Il Gusto dei Guidi” aggiunge la dimensione della comunità e della cultura.

Due momenti diversi, ma complementari, che restituiscono l’immagine di un territorio capace di ascoltare ciò che accade, studiare, sperimentare e, soprattutto, continuare a raccontarsi, perché il futuro del vino passa anche da qui: dalla capacità di evolvere senza smettere di essere riconoscibili. E il Casentino, oggi, ha ancora molto da raccontare.

Un ringraziamento speciale per le foto ad Andrea Moretti, fotografo in Firenze.

“L’Altro Oltrepò” – L’Oltrepò Pavese tutto da scoprire

L’Altro Oltrepò raccoglie undici produttori e ben trentaquattro vini; un incontro con un territorio che chiede di essere guardato negli occhi.

L’Oltrepò è terra di Pinot Nero, lo è dal 1850 quando il Conte Augusto Giorgi di Vistarino portò questa varietà, ma non solo. È una terra generosa, dedita alla viticoltura di qualità da secoli e con una storia così sfaccettata che non può relegarsi a una voce solista perché è nella polifonia delle sue sfaccettature che mostra il suo meglio.

Quello di cui parliamo oggi è un “Altro” Oltrepò fatto di Riesling Italico, Barbera, Croatina, Mornasca, Moradella grande e piccola, Cortese, Ughetta, Uva Rara, Vespolina e altri vessilli identitari più intimi, che con la loro qualità stanno trovando il loro spazio all’interno del racconto principale del territorio. Il 7 maggio, alla Trattoria Masuelli San Marco, questo Oltrepò ha avuto spazio, parlando con la sua voce, attraverso una selezione magistrale.

I produttori sono molti, tra nomi più celebri e altri sorprendenti seppur meno conosciuti, Picchioni, VNA Wine, Cascina Gnocco, Vini Buscaglia, Colle del Bricco, Perego & Perego, Bruno Verdi, Cà del Gè, Giogà, La Rocchetta di Mondondone, Dezza 1890.

Il Riesling Italico è una varietà di uva ampiamente diffusa in Oltrepò ma vive spesso d’ombra per via del suo nome che lo porta erroneamente a paragone con il cugino Renano, tanto che tra le ultime proposte al tavolo del Consorzio vi è anche la possibilità di darle unicamente il nome di “Italico” abbandonando la radice Riesling per garantirle quella identità che merita. In Croazia col nome di Grasevina è la bacca bianca più diffusa, meritatamente, perché è un’uva generosa che con le sue caratteristiche può permettersi variegate narrazioni, dalle più croccanti alle terziarizzazioni più audaci, mantenendo eleganza e “Identità”.

Barbera(minimo 25% max 65%), Croatina(minimo 25% max 65%), Uva Rara, Ughetta di Canneto Pavese (altresì conosciuta come Vespolina),Uva Rara raccontano invece l’ossatura tradizionale dei Rossi dell’Oltrepò, in percentuali differenti e con eventuali presenze in forma minore di altri vitigni locali consentiti (come la Moradella che troveremo, o il Pinot Nero che non deve superare il 45%), blend che hanno trovato il loro equilibrio nella natura e nella storia del territorio, qui rappresentati da aziende che hanno saputo adattarli all’attualità senza decontestualizzarli ma rafforzando la loro storica e bellissima indentità.

Bruno Verdi – Canneto Pavese

Apre le danze una delle realtà più coerenti del territorio, sette generazioni e una fedeltà assoluta allo stile pulito, territoriale, senza derive moderniste, che rivedremo dopo nei rossi. Il Riesling Italico Frizzante 2025 è un piccolo manifesto, la lieve bolla esprime in modo intimo note di erba sfalciata, agrume, più in evidenza rispetto a una note semi aromatiche. Al palato lo zucchero è sciolto e assolutamente poco evidente, mentre la bolla leggera che esalta la sapidità freca dei suoli calcarei.

La scelta di spumantizzare questa varietà in maniera un po’ diversa, in autoclave con pied de cuve è lodevole e da dona a queste uve una dimensione briosa e Armonica.

Passando ai rossi il Cavariola 2021 conferma la mano magistrale sui blend del territorio e la vocazione pazzesca dell’omonima vigna da cui si produce questo vino, solo nelle migliori annate, dal 1985: Croatina e Barbera in equilibrio naturale, Uva Rara e Ughetta a rifinire la finezza. Un vino profondo, che al naso sprigiona note di sottobosco, cannella noce moscata, frutta nera matura e humus, pepe di cayenna. Asciutto e generoso, ricco di nobili tannini.

Il Buttafuoco 2024 è immediato, croccante, vivo: la vinificazione passa qualche attimo in assenza di ossigeno, è effettuata parte con buccia e parte senza buccia. La Vespolina spicca nella nota di pepe nero, Si apre su note di liquirizia e una rotondità di beva molto agevole e contemporanea, piacevole.

Cà del Gè – Montalto Pavese

Specialisti dell’Italico, i loro vigneti sono in altura, caratteristiche che si ripercuotono nei vini tesi e minerali. La Brina 2024 è la versione più fresca, brillante, al naso apre con note di marndorla e frutta a guscio, in bocca esprime una burrosità molto ben amalgamata e finale salino. Il Filagn Long 2024, è un purista ed è l’Italico più strutturato, se ne fanno circa 3000 bottiglie: viene da una vigna di 80 anni, terreni poveri, caratteristiche che aiutano a concentrare la mineralità, la vinificazione di uve leggermente surmature è fatta attraverso una micro-ossigenazione naturale i lieviti sono quelli naturalmente presenti. Il risultato è un vino paglierino di buona carica, che all’olfatto apre con note di ananas, mandaola dolce, lilium, in bocca equilibrio e persistenza burrosa e sapida.

Il Fajro 2022 è un Buttafuoco da annata calda, maturo, speziato in cui si fa notare la Barbera al 40% che con la sua freschezza si coniuga perfettamente con la potenza della Croatina di questa annata e gli dona leggeri toni selvatici.

Perego & Perego – Artigiani dell’eleganza

Piccola realtà che lavora con estrazioni misurate privilegiando l’eleganza sulla potenza, sperimentatori e minimalisti. Il Barocco è un blend di 50% Croatina, 10% Moradella Grande, 10% Moradella Piccola, 20% Vespolina, 10% Barbera che fa dai 12 ai 60 mesi di legno grande. Barocco 2018 è fresco, fine, floreale, con colore vivido e beva agevolissima. Il Barocco 2017 è più caldo: frutto maturo, struttura ampia, liquirizia evidente. Il Giubilo 2016 è una Bonarda, quindi Croatina, quasi in purezza, con un 10% di Barbera e un 5% di uva Rara a ingentilire: toni aranciati aprono a un ventaglio olfattivo variegato e fine, mora, cacao amaro, poi sottobosco secco e grafite, al palato dimostra una grande struttura e un tannino fine, profondità, il 2016 rappresenta tra l’altro una grande annata.

Picchioni – Solinga e Riva Bianca

Riferimento assoluto del Buttafuoco Storico, Andrea è un viticoltore meticoloso, un agricoltore purista, dedico al territorio e ai suoi prodotti. Il Bricco Riva Bianca è uno dei due crù, una vigna simbolo del territorio, che arriva a 45% di pendenza, e il buttafuoco nasce proprio su questi pendii, che ci viene presentata in un trittico di annate: 2021,2020,2016 tutte magnum.

La vinificazione prevede una cernita a tavolo, la fermentazione in tini tronco-conici di rovere di Slavonia da 4000 litri, sosta sulle bucce per un minimo di 40 giorni, quindi ancora rovere per 24 mesi e attesa dopo l’imbottigliamento.

La 2021 ha un equilibrio spostato sulla freschezza e su tannini agevoli. Un Buttafuoco che non sbaglia mai, che nella differenza di ogni annata riesce a trovare un grande equilibrio. La 2020 è più calda: il frutto pieno in bocca acquista rotondità e tannini più ricchi di frutto e smussati. 2016, annata perfetta per un vino in sintonia con lo stile del Vigneron: generoso al visivo, al naso apre con note di ciliegia sotto spirito e cacao, sorso dinamico, salino, rotondo, nero.

Vini Buscaglia – La Croatina in purezza

L’azienda porta la Croatina come scelta identitaria, coraggiosa, rara. Il tempo dei lunghi affinamenti per cercare l’equilibrio e far parlare coi giusti toni un vitigno vigoroso e tannico naturalmente.

La verticale Tabar 2004–2015–2018 è una piccola masterclass: 2018 iniziamo con colori cupi, profumi di viola e si mischiano a frutta più matura, poi radice di liquirizia e spezia dolce, in bocca freschezza e slancio acidità, il tannino fitto e asciutto. 2015 più vigore, l’annata è calda e struttura e morbidezza. Con la 2004 abbiamo la piena maturità, c’è terziarizzazione, note di cacao, tabacco spento e marasca si aggiungono al ventaglio olfattivo, in bocca il tannino è succoso e amplifica la lunghezza gustativa piacevolmente.

VNA Wine – Federico Fiori, il laboratorio

Piccola cantina sperimentale, nelle esperte mani di Federico Fiori, ogni anno viene lanciato un progetto diverso. La N0 è il tavolo sperimentale, ogni anno cambia vitigno. La N0 2019 è un Riesling Italico macerato: al naso svela note di tè nero, erbe, in bocca tannino leggero, un naso sorprendentemente un filo rossista per estrazione, qualche sbuffo di geranio, un vino gastronomico che si potrebbe azzardare con un’anatra all’arancia.

N1 2019 è Cortese, una rarità fuori dal Piemonte, e qui trova generosità che si traduce in più corpo e sapidità: le note sono fresche e agrumate, anche leggermente terziarizzate da leggero smalto, in bocca sapidità che crea fame.

N02 altro Cortese, di eccellente finezza: il profilo è agrumato e finissimo, infuso di scorza d’arancia, miele di tarassaco, salgemma che preannuncia quello che all’assaggio è un vino dal sorso pieno e saporito.

N2 2020 è invece un Metodo Classico, siamo di fronte a un’annata calda al contrario della precedente. Al naso spiccano mandorla, fiori bianchi, e un frutto leggermente più maturo in bocca bel volume accentuato dalla bolla.

Dezza 1890 – Metodo Classico da Italico

Altra storica realtà che dimostra mano tecnica. Il Carlo Giorgio è un Brut secco, dai 15 ai 18 mesi sui lieviti, se ne fanno 600 bottiglie sboccate a la volée. Il perlage è fine e persistente, al naso sprigiona ricordi di scorza di mela golden, mandorla, un leggero tono agrumato, in bocca una bella e fresca sapidità naturale di buona persistenza.

Colle del Bricco – Giovane e fresco

A Valleversa su un terreno argilloso con gesso e calcare.La passione per il Riesling Italico si vede e emerge in bottiglia, in vigna sfogliando nella fascia del grappolo cerca di sfruttare il più possibile l’azione solare, Borea 2023 è un frizzante: la bolla esalta la parte erbacea e di scorzetta di limone del vitigno, con vivacità, l’annata calda dona note fruttate più intense, la bolla resta in sottofondo come la parte salina presente e equilibratissima. Khione 2024 è invece fermo e da vigna vecchia su base di argille nere e fondo gessoso/calcareo, in questo caso ci si avvale di una doppia raccolta per avere più completezza e fa affinamento su fecce fini. Si mostra estremamente piacevole, agrume biondo fresco e in infusione, fiori bianchi, sorso calibrato e ben definito, burroso ma di bella tensione, finale asciutto, ricordi di susina.

Gipsy Red 2024: Barbera, Croatina, Uva Rara, Vespolina; da vigne dai 60 ai 70anni, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, semi-carbonica e per metà vinificata in rosso per metà a grappolo intero, 6 mesi in legno e 6 in acciaio per legare, il giovane colore dai riflessi violacei svela al naso una piacevole speziatura pepata che marca la presenza di vespolina, croccante ciliegia, retronasale e assaggio burroso e presente, si presenta nel suo migliore stato evolutivo.

Cascina Gnocco – La Mornasca

Vitigno rarissimo, identitario, assolutamente autoctono, sono stati fatti importanti sforzi per farlo riconoscere, l’azienda ha piante di 16 anni. Orione 2018 è un rosso pieno dai riflessi ancora violacei, al naso la frutta gioca con toni che vanno dalla prugna secca alla ciliegia, radice di liquirizia. In bocca tannino fine e speziatura naturale, lascia un finale balsamico, ricordi di erbe secche. Saltiamo molto indietro con la 2005, molto evoluta, al naso cuoio, frutta nera, in bocca un tannino legato e bella eleganza, lasciandolo respirare sprigiona sentori e ricordi di cioccolata e tabacco biondo.

 Eos Rosè 2012, è un Metodo Classico di Mornasca in edizione limitatissima, 500 bottiglie: colore rosa antico, al naso frutta secca a guscio, petali di rosa, agrume candito, la bolla percepibile è finissima, una lunga scia minerale lascia un finale di mandorla dolce.

Giogà – Pietra de’ Giorgi

Produzione essenziale e stile territoriale. Iniziamo con un Riesling Italico Boietto 2024: scorza di limone, fiori bianchi, sottobosco, in bocca salinità e grande freschezza che ci parla del territorio più aperto ai venti da cui viene, una leggera astringenza dona una dimensione precisa alla beva e pulizia. Buttafuoco 2024 50% Croatina · 30% Barbera · 20% Uva Rara/Vespolina: fresco, croccante, speziato, con la percentuale di Barbera che tiene il vino teso. Buttafuoco 2019 in questo caso l’annata è più calda, l’evoluzione amplia lo spettro del vino che marca prugna, pepe, tabacco e si svolge in una struttura ampia e molto piacevole.

La Rocchetta di Mondondone – PIWI e altitudini

Lavorando su altitudini più elevate cambiano le scelte agronomiche, la sostenibilità è al centro, la scelta di puntare sui Piwi è ambiziosa e interessante. Gocce di Vento 2017: Cortese + Riesling Italico, imbottigliato in luna calante, in una annata più calda manifestano frutta gialla, erbe aromatiche, agrume infuso, crema chantilly, floreale macerato, molto delicato all’assaggio, buona lunghezza e finale sapido. Gocce di Vento Resistente 2023 è un Johanniter, un vitigno resistente dalle caratteristiche affini alla famiglia dei Riesling: agrume, mela, fiori, 23 è una annata ideale per PIWI, anche in bocca c’è una bella maturità d frutto ma senza perdere acidità. Croaticum 2015 è una Croatina e mostra l’evoluzione di una annata calda, al naso apre con frutto nero, cacao, grafite e sottobosco. In bocca tannino morbido e ricordi di mora matura.

Trattoria Masuelli

L’evento è stato ospitato all’interno della Trattoria Masuelli, presente dal 1921, è una istituzione del territorio, un luogo dove ci si immerge in una Milano di altri tempi. Lo Chef Massimiliano Masuelli porta avanti la tradizione di famiglia e ha sapientemente accompagnato questo viaggio con assaggi della tradizione Milanese come i Mondeghili, il Risotto alla Milanese eseguiti magistralmente e di fortissimo abbinamento con i vini degustati.

Conclusione

L’Oltrepò è una terra fertile come poche, un caleidoscopio di varietà enologiche che oltre a essere il polmone vinicolo di Lombardia rappresentano un patrimonio da proteggere, tutelare e sostenere nell’avvenire. Questa bellissima iniziativa ha permesso a diverse aziende di cooperare per questo obiettivo, ringrazio Federica Schir e Davide Bortone per l’organizzazione e per il bellissimo momento creato. L’Oltrepò che fa squadra vince, è questa la certezza che porto con me. Dopo il progetto Classese, a Febbraio 2027, il Consorzio porterà in Assemblea il progetto Montenapoleone per creare un posto dedicato alla vinificazione in rosso “tipica” di questa terra, che abbiamo ampiamente visto e che oggi non ha una collocazione propria. Il nome che evoca un vino rosso locale che negli anni Sessanta era tra i più famosi e apprezzati della zona insieme a Buttafuoco, Sangue di Giuda e Barbacarlo. L’obiettivo è partire subito con questo nome già registrato e dare lustro e rappresentanza e ordine anche a un altro tassello di questo “Altro”, grande, Oltrepò.

Vinodabere.it: in rete la nona edizione della Guida ai Vini della Sardegna

Oltre 600 campioni testati, 118 premiati, 7 i “vini perfetti”

E sono nove! Iniziata con quella targata 2019, la serie delle Guide “on line” che Vinodabere.it, prima e unica testata specializzata a farlo, dedica ai Vini della Sardegna taglia, col rilascio dell’edizione 2027, un traguardo davvero importante che assume ulteriore valore visto il momento particolarmente complesso (e non semplice) che tutto l’enomondo italiano e internazionale stanno vivendo.

E se i numeri su questo fronte, al solito, non mentono (i campioni inviati e testati dal team della Guida, curata dai giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini,  indice della vivacità complessiva del comparto produttivo che li  fornisce, sono in calo, pur lieve, rispetto all’edizione precedente), le stesse cifre parlano però poi chiaro, anzi chiarissimo, sia sulla costante ed evidente tendenza al rialzo della media qualitativa dei vini proposti (e dunque del comparto vitivinicolo sardo nel suo complesso) che sull’interesse che questo spicchio sempre più definito e originale della produzione nazionale riesce a suscitare tra professionisti, appassionati e semplici ma attenti consumatori.

L’uscita della Guida completa è stata infatti preceduta da ben 16 trailer, uscite parziali dedicate ognuna a uno spicchio territoriale o di tipologia del comparto. Ebbene: la media di visualizzazioni per i 16 “episodi” di questa serie alla Netflix è stata di 35 mila per un totale di 560 mila. Un risultato che parla chiaro. Cosi come parlano chiaro le 118     

Standing Ovation assegnate sui 331 campioni che hanno meritato la recensione in Guida, con una percentuale siderale del 35,6%, ovvero più d’un premio d’eccellenza per ogni tre campioni censiti.
A fare la differenza sono la capacità in costante ascesa (e premiata appunto da meritati riconoscimenti), l’impegno di quelli storici e l’affacciarsi di nuovi protagonisti. Confortati soprattutto sul fronte Bianchi (dunque anzitutto Vermentino) dalla complicità di un’annata, la 2025, decisamente umana e propizia se paragonata a precedenti e alla attuale. E che, in un sub-territorio particolarmente vocato e celebre per finezza come la Gallura ha regalato sensazioni e risultati incantevoli per eleganza anche sul versante rosso, alias Cannonau.  

Tra le Standing Ovation, sette i magnifici super top approdati al diploma di vino perfetto: i 100/100. Sono due bianchi, due rossi, e, a sorpresa (fino a un certo punto: la Sardegna ne è patria orgogliosa e malgrado la tendenza commerciale non esaltante, il livello, Vernaccia oristanese in testa, si è confermato in degustazione straordinario) un vino da ossidazione e due vini dolci (l’elenco dei super 7 chiude questo comunicato).

Ovviamente, e in base a quanto detto, non poteva che essere la già citata Gallura a far la parte del leone, anzitutto col suo prodotto bandiera, il Vermentino: 19 Standing Ovation su 38 vini in Guida (contro il rapporto 8 a 62 del resto dell’isola) e poco altro da aggiungere.

Benissimo sul fronte colorato, parlando di Cannonau, e oltre la crescita gallurese, ancora una volta Mamoiada: 11 Standing Ovation su 20 presenze. Ma fanno benissimo anche i Carignano con 12 vini al top di 24 e si propone in rampante ascesa il Cagnulari, che si assicura 6 allori su 23 recensiti. E infine, a ulteriore conferma che un terroir, quando è Grand, sa aver anche più facce, Mamoiada si ripropone anche, imperiosa, con le sue Granazza (4 Standing Ovation su 6). E altrettanto, esaltata dalla già citata grazia d’annata, fa la Gallura affiancando al rullo compressore Vermentino ben 5 Cannonau a premio. Con la varietà gratificata anche dai risultati di Romangia (3 premiati), Orgosolo e Ogliastra, entrambe con due decorati sugli appena 3 vini rispettivamente presentati.

Un’ultima notazione, che va oltre i numeri e, in un certo senso anche lo stesso ambito del riscontro di qualità del singolo calice o bottiglia, è il rapporto intimo e identitario che lega i vini sardi alle loro sottozone di produzione, e intreccia anche qui in modo unico gusto, bellezza e paesaggio. È per questo (e pensando a un incoming turistico isolano sempre più interessato anche alle zone interne con i loro sapori e i loro vini come calamita) che ogni puntata della Guida è stata aperta da foto di copertina “vere” dei vigneti della sottozona e/o tipologia corrispondente. Perché mai come in questo caso è importante che anche l’occhio – come si dice comunemente – abbia la sua parte. La stessa logica ha indotto il progetto della Guida a testimoniare l’impegno sempre più evidente ed evoluto che i produttori dedicano al packaging dei loro vini. Ognuno di quelli recensiti dunque viene presentato in una scheda corredata dalla foto della bottiglia. 

La Guida Completa è di accesso gratuito e disponibile qui: www.vinodabere.it

La Squadra

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

Autori dei testi:

Salvatore Del Vasto, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Paolo Manna, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Cristina Santini, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

Hanno completato la squadra di assaggio: Paolo Carpino, Paolo Frugoni, Riccardo Mugnaini.

Di seguito l’elenco dei 7 vini che hanno centrato i 100/100

Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva Campianatu 2024 – Campianatu

Vermentino Ruinas del Fondatore 2023 – Depperu

Vernaccia di Oristano Riserva 2016 – Fratelli Serra

Vino da uve stramature Latinia 2021 – Cantina Santadi

Moscato di Sorso Sennori Antas 2024 – Cantina Sorso Sennori

Carignano del Sulcis Superiore Arruga 2022 – Sardus PaterCannonau di Sardegna Ghirada Elisi Sa’e Antoni 2024 – Francesco Cadinu

“Sogno di una notte di mezza estate” – Un Ferragosto speciale sull’Etna da Villa Neri Resort & Spa

La bellezza immensa della natura, quando scatena le proprie forze nella lava fumante di un vulcano mai domo. Per chi vive alle falde delle sue pendici, l’Etna è un compagno, anzi una compagna sempre presente come un parente stretto che ha fatto la fortuna di un territorio e a volte lo ha punito in maniera dolorosa.

Il panorama de “A Muntagna” e la quiete di un luogo lontano dall’overtourism

“A Muntagna, Idda, Muncibeddu” sono solo alcuni dei termini affettuosi utilizzati dagli abitanti di un luogo meraviglioso, ancora impervio e in parte inesplorato, dove il verde si mescola al grigio delle lente colate trascorse. A Linguaglossa, una delle contrade storiche, il tempo sembra scorrere in una direzione più lenta, tra tradizioni popolari e architetture siciliane in stile Gattopardo. In un piccolo anfiteatro naturale nasce l’idea visionaria dei fratelli Fabio e Salvo Neri, di realizzare un resort di charme dotato di un moderno centro benessere, una piscina con garden esterno ed un ristorante gourmet, il Dodici Fontane, con lo chef Elia Russo intento a proporre il mediterraneo in ogni piatto tra mare e terra.

L’architettura funzionale di Villa Neri Resort & Spa

Le forme sinuose e a basso impatto ambientale del complesso sono state affidate all’architetto Salvo Puleo che ha curato anche gli interni e gli arredi, disegnando personalmente lampade, testate dei letti, sedute, tavoli e persino porta oggetti in vetro bombato che riecheggiano le antiche giare. «Volevo ridisegnare in chiave contemporanea lo stile siciliano che conosco sin da bambino, anche con il supporto delle nuove tecnologie» dichiara l’archistar catanese esperto nella rivalutazione di negozi e hotel di lusso. Il risultato finale è quello di un angolo unico nel suo genere, dove trovare il relax assoluto nel silenzio della valle circostante, prendendo il giusto tempo per sé stessi e il recupero delle energie vitali.

Un Ferragosto da ricordare con l’Etna in attività

E poi con l’Etna sempre in lontananza, ribollente come un tino in fermentazione che sbuffa e si agita regalando di notte emozioni indescrivibili con i suoi pennacchi incandescenti color rosso fuoco. Come durante le feste per il Ferragosto 2026, da ricordare anche per una lieve scossa di terremoto che per fortuna ha lasciato solo qualche graffio alla strada verso Piano Provenzana e le piste da sci.

Ogni anno Salvo Neri ha il piacere di regalare una serata di puro divertimento e cultura con musiche popolari e balli a bordo piscina e tanta gastronomia di qualità. Sempre in compagnia dei vini della famiglia Neri, ben indirizzati dalla consulenza di Calogero Statella e dalla guida commerciale di Santo Neri, figlio di Salvo, bravi a raggiungere la scala di valori tanto apprezzata da appassionati e operatori del settore. Una denominazione in profonda crescita e persino in controtendenza rispetto al panorama sofferente che vive il mondo vitivinicolo in queste fasi.

La cena al Dodici Fontane il gourmet di Villa Neri Resort & Spa

Il lungo weekend è proseguito nella cena degustazione del giorno dopo in un’atmosfera raffinata riservata ai soli ospiti dell’hotel. Tre i menù: Ricordi, Mare, Terra da 8 corse compresi il benvenuto e il predessert, da cui poter selezionare anche singole pietanze à la carte nel caso di particolari esigenze. Attenzione per i prodotti dell’orto e per le intolleranze alimentari, così come per la pasta fresca realizza da Elia Russo con grande manualità. Si parte da gambero panato in stecco ed un mini bun alla piastra.

Quadro pittorico e tanto sapore con il gambero rosso, caviale, pesca, pistacchi e gel di limone che spinge molto sulla parte agrumata. O come il trittico del pomodoro cuore di bue con soia, uova di ricci, granita di cetriolo cetrangolo e spuma di ricotta ovina. Tra i primi, il tubetto verde con liquirizia, creme di erbe spontanee e ricotta salata di buon equilibrio e il risotto con ragù di coniglio e polvere di carrube sono appetitosi e invitanti. Finale con trancio di ombrina, melanzana confit e bietola prima dei dessert tra cremoso al cioccolato, crumble di fava di cacao, salsa frutti rossi e gelato al pepe o il kelp con limone nero e cioccolato bianco.

Light lunch e drink signature a bordo piscina

Interessante la proposta light lunch per il giorno con hamburger e patatine home made o l’intramontabile club sandwich, la caponatina e le insalate internazionali, sempre assistiti dai manager di sala Mario e Salvo anche nella drink list che prevede ogni mese un cocktail signature come special.

La sosta da Villa Neri Resort & Spa segna il passo concreto tra l’idea di enoturismo basata sul copia e incolla senz’anima e chi crede fortemente, da autentico pioniere, nel territorio dove vive realizzando il sogno di molti avventori.