Valpolicella: i vini di Costa Arènte – dieci anni di identità e crescita in Valpantena

Il 12 febbraio, nella suggestiva cornice della Valpantena, Costa Arènte ha celebrato i dieci anni dal suo ingresso nel progetto Le Tenute del Leone Alato con una masterclass dedicata all’evoluzione della cantina e alla sua identità produttiva. Parte di un gruppo che riunisce diverse realtà vitivinicole italiane in un percorso condiviso di qualità, sostenibilità e valorizzazione dei territori, Le Tenute del Leone Alato rappresentano un modello di crescita integrata che mette al centro la specificità delle singole aziende.

La degustazione di dieci etichette ha offerto uno sguardo completo sul percorso intrapreso e sulla visione che guida il progetto enologico, mostrando l’evoluzione stilistica e tecnica che ha accompagnato questo primo decennio.

Situata su un rilievo naturale che domina la Valpolicella e Verona, Costa Arènte si trova a 250 metri di altitudine nel comune di Grezzana, nel cuore della Valpantena. Conosciuta come la “Valle degli Dei”, questa zona si estende a nord di Verona ed è caratterizzata da colline regolari coltivate a vigneti e oliveti. Il paesaggio è ordinato, agricolo, punteggiato da piccoli centri abitati distribuiti lungo la valle. È un’area considerata tra le più rappresentative della denominazione Valpolicella, grazie a una lunga e radicata tradizione vitivinicola.

La storia della cantina prende il via a metà anni Novanta, quando un imprenditore della zona rinnova la tenuta, impiantando nuovi vigneti e ristrutturando i rustici. Parte degli edifici viene destinata alla produzione e allo stoccaggio dei vini, con la realizzazione di un piccolo fruttaio rivolto a nord.

L’azienda oggi concentra la propria produzione in cinque vini rossi tipici del territorio: Valpolicella Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva e Recioto. L’intero processo produttivo è seguito con approccio artigianale, dalla raccolta manuale delle uve fino all’imbottigliamento, con l’obiettivo di mantenere un livello qualitativo elevato e una produzione volutamente contenuta.

La gestione attenta del vigneto, unita a una selezione rigorosa dei grappoli, definisce lo stile dei vini. In etichetta compare la denominazione “Valpantena”, scelta che sottolinea l’origine territoriale e identifica vini caratterizzati da eleganza, profumi netti e buona mineralità.

Gli enologi Riccardo Cotarella e Giovanni Casati ci hanno guidati in una degustazione coinvolgente, un percorso sensoriale attraverso le annate e gli stili che raccontano l’evoluzione tecnica e identitaria della tenuta.

Ecco il dettaglio della degustazione.

VALPOLICELLA SUPERIORE VALPANTENA DOC 2023  Il Valpolicella è il vino identitario del territorio che porta il suo nome, capostipite della tradizione enologica della zona. Dalle colline ventilate di Costa Arènte nasce un rosso leggero ed elegante, tipico della Valpantena: fresco, di media struttura, con note fruttate e una beva agile e immediata.

Vede la sua prima annata nel 2016, le uve sono quelle tipiche della zona: Corvina, Corvinone, Rondinella, altre uve come da disciplinare. Affina un anno in acciaio, altri 3 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio. Un Valpolicella Superiore di buona eleganza e struttura. Al naso sentori di ciliegia, mora e una nota di pepe nero. Al palato è strutturato ma scorrevole, con tannini morbidi e una persistenza piacevole che invita al sorso.

VALPOLICELLA RIPASSO SUPERIORE VALPANTENA DOC 2021 Secondo la tradizione, il Ripasso nasce quasi per caso nelle cantine della Valpolicella. Per non sprecare nulla, i vignaioli decisero di utilizzare le vinacce dell’Amarone appena svinate, ancora ricche di aromi e sostanze, per ripassare il Valpolicella giovane sulle bucce, così da dargli maggiore carattere. Il risultato li sorprese: il vino acquisì corpo, morbidezza, profumi più intensi e una complessità inaspettata. Così prese forma uno dei vini simbolo del territorio. Il Ripasso Costa Arènte colpisce per la sua vivace freschezza, e racconta in modo inconfondibile il carattere delle colline della Valpantena.

Una parte del Valpolicella 2019, ottenuto da uve raccolte a mano, è stato ripassato per 10–14 giorni sulle vinacce dell’Amarone. Il vino affinato poi 18 mesi in barrique di rovere francese e ulteriori 6 mesi in bottiglia. Colore rosso rubino intenso, un naso elegante e ricco, qui non più il frutto della ciliegia ma la confettura. Al palato è morbido e avvolgente, equilibrato dalla tipica freschezza della Valpantena che ne sostiene la bevibilità.

AMARONE DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG annate 2020 (anteprima) 2019, 20218, 2027, 2016. L’Amarone è, a mio avviso, uno dei vini italiani che più si prestano a verticali realmente coinvolgenti. La tecnica dell’appassimento, la naturale concentrazione e la complessità aromatica lo rendono un vino capace di raccontare il tempo in modo unico. A tutto questo si aggiunge la variabilità climatica delle diverse annate, che incide sia sulla maturazione in vigna sia sul delicato processo di appassimento: annate più fresche danno vini più eleganti e sostenuti dall’acidità, mentre quelle più calde esprimono densità, intensità e maggior struttura.

Le uve vengono raccolte a mano dopo un’accurata selezione dei grappoli migliori per l’appassimento. Disposte nei plateaux, riposano nel fruttaio per almeno tre mesi, durante i quali perdono circa il 40% del peso. In questo periodo l’azione enzimatica e la muffa nobile completano il processo di concentrazione degli acini. Un passaggio fondamentale, perché la qualità di un Amarone si gioca proprio qui, nel fragile equilibrio tra disidratazione e sviluppo aromatico.

Nel calice, questo lavoro si traduce in un viaggio sensoriale che, annata dopo annata, spazia dalla frutta rossa e le spezie dei millesimi più giovani, fino a cuoio, cacao, erbe officinali e profondità balsamiche nelle vendemmie più evolute.

Tutte le annate degustate hanno regalato uno sguardo diverso su stile ed espressività, mostrando come l’Amarone Costa Arènte sappia modulare il proprio carattere senza mai rinunciare alla sua identità.

Tra tutte, la 2019 è quella che mi ha sorpreso di più. Il quadro olfattivo è particolarmente complesso: ciliegia matura, marasca, pepe nero, liquirizia. In bocca colpisce la sintonia tra la trama tannica e il grado alcolico, un equilibrio raro che invita a tornare al calice per scoprire un livello in più. È un Amarone che non si concede immediatamente, e proprio per questo affascina.

RECIOTO DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG 2022 Un vino sontuoso, pieno, profondamente legato alla storia agricola della Valpolicella: un tempo considerato un dono prezioso, riservato alle feste e alle occasioni importanti.

La leggenda lo vuole padre dell’Amarone. Si racconta che verso la fine degli anni Trenta un cantiniere si accorse, con sorpresa, che una botte di Recioto era stata dimenticata in cantina. La fermentazione, anziché essere interrotta come previsto per conservare la dolcezza naturale, era proseguita fino a esaurire gran parte degli zuccheri. Quello che avrebbe dovuto essere un passito dolce e vellutato si era trasformato in un vino secco, dal gusto deciso e amarognolo.

Nel nostro bicchiere troviamo profumi di scorza d’arancia candita, chiodi di garofano, dattero e fico secco, un tripudio di frutta candita. In bocca è una spremuta d’uva di Valpantena, dolce il giusto, vellutato e morbido, un finale aromatico persistente.

MOLINARA SPUMANTE ROSÈ fuori dalla Masterclass, nel corso del pranzo, l’assaggio di questo spumante è una piacevole sorpresa. Molinara, vitigno autoctono della zona, il suo nome nasce dal dialettale mulinare, che richiama il mulino: un omaggio alla pruina che avvolge gli acini, sottile e chiara, quasi una spolverata di farina.

A Costa Arènte, custodi attenti e innovatori del territorio, oggi questa uva viene vinificata in purezza e trasformata in una spumante rosato. Una bella ventata di freschezza in Valpantena.

Prosit!

Roma celebra il Sud: Beviamoci Sud tra analisi, identità e nuove prospettive

Ci sono eventi che raccontano il vino. E poi ci sono eventi che raccontano un’idea di vino. Beviamoci Sud, andato in scena il 31 gennaio e 1° febbraio nelle sale eleganti del The Westin Excelsior di Via Veneto, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Entrando nelle sale affrescate dell’hotel romano si aveva subito la sensazione che non si trattasse soltanto di una grande degustazione dedicata al centro-sud, ma di un progetto culturale costruito con visione e metodo. Il Sud, qui, non era una semplice area geografica: era un’identità plurale, un mosaico di territori, vitigni, storie familiari e nuove energie.

Il merito di questa regia precisa e appassionata va riconosciuto ad Andrea Petrini e Marco Cum, anima dell’agenzia Riserva Grande, che negli anni ha dimostrato una capacità rara: trasformare un evento in un racconto coerente. Nulla è lasciato al caso. Dalla selezione delle cantine alla scansione delle masterclass, fino all’equilibrio tra banchi d’assaggio e momenti di approfondimento, tutto risponde a una visione chiara: dare al Sud il palcoscenico che merita, senza folklore, ma con rigore e competenza.

Riserva Grande, sotto la guida di Marco Cum, conferma ancora una volta la propria vocazione a fare sistema. L’organizzazione è fluida, l’accoglienza professionale, la comunicazione puntuale. Ma soprattutto si percepisce una cura quasi sartoriale nel costruire relazioni tra produttori, stampa e operatori. Beviamoci Sud non è una fiera dispersiva: è un luogo di incontro vero, dove il dialogo è incoraggiato e la narrazione è parte integrante dell’esperienza.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Qui emerge con forza il contributo di Luciano Pignataro, relatore d’eccezione capace di coniugare competenza tecnica e capacità divulgativa.

Le sue sessioni dedicate ai vitigni del Meridione, dall’Etna al Primitivo di Manduria, fino ai territori emergenti come la Calabria della futura DOC Costa degli Dei, non si sono limitate a una degustazione guidata. Sono diventate veri percorsi interpretativi. Luciano Pignataro ha saputo contestualizzare ogni calice, legando il dato organolettico alla storia del territorio, alle dinamiche agronomiche, alle scelte stilistiche dei produttori. Ne è scaturito un dialogo vivo, partecipato, in cui il pubblico composto da appassionati e professionisti, ha potuto approfondire temi cruciali: identità varietale, evoluzione dei disciplinari, sfide climatiche, nuove letture dei vitigni autoctoni.

In un panorama spesso dominato dalla velocità dell’assaggio seriale, queste masterclass hanno rappresentato una pausa di riflessione. Hanno restituito al vino la sua dimensione culturale, ribadendo che conoscere un vitigno significa comprenderne l’ambiente, le mani che lo coltivano, la visione che lo interpreta.

E poi c’erano i banchi d’assaggio, oltre ottanta vignaioli a rappresentare Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Lazio. Un Sud sfaccettato, lontano dagli stereotipi, capace di esprimere finezza, verticalità, eleganza oltre alla consueta potenza solare. Dai bianchi vulcanici ai rossi mediterranei, passando per interpretazioni di Magliocco e Zibibbo che guardano al futuro con identità rinnovata, la sensazione condivisa era quella di una maturità ormai compiuta.

Beviamoci Sud si conferma così molto più di un evento tematico: è un osservatorio privilegiato sull’evoluzione enologica del Mezzogiorno. E se questo accade è grazie a una squadra che lavora con visione strategica e passione autentica. Andrea Petrini e Marco Cum, con l’agenzia Riserva Grande, hanno costruito una piattaforma credibile e solida. Luciano Pignataro, con le sue masterclass, ha dato profondità e spessore al racconto.

Il risultato è un appuntamento che non celebra soltanto il vino del Sud, ma ne rafforza l’autorevolezza. In una cornice iconica come quella del Westin Excelsior, il Mezzogiorno vitivinicolo ha parlato con voce chiara, consapevole, contemporanea.

In particolare, mi preme fare un approfondimento sulla Masterclass Costa degli Dei.

La futura DOC Costa degli Dei nasce con l’obiettivo di dare identità e riconoscibilità al patrimonio vitivinicolo della provincia di Vibo Valentia, lungo uno dei tratti più suggestivi del Tirreno calabrese. Promossa dal Gal Terre Vibonesi e dall’Associazione Viticoltori Vibonesi, la denominazione punta a valorizzare un areale che si estende tra colline e mare, coinvolgendo sedici comuni della costa. Al centro del progetto due vitigni simbolo del territorio: il Magliocco Canino, anima dei rossi e dei rosati, e lo Zibibbo, interprete di bianchi aromatici di forte impronta mediterranea. Ancora in attesa del riconoscimento ministeriale, la DOC si propone come strumento di crescita qualitativa, promozione enoturistica e rilancio economico, con l’ambizione di trasformare la Costa degli Dei in un nuovo riferimento dell’enologia calabrese.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Tra queste, particolarmente significativa la degustazione guidata da Luciano Pignataro, Vincenzo Alvaro e Vitaliano Papillo, un focus serrato sui vini calabresi che ha messo in luce identità, potenzialità e anche qualche limite interpretativo.

Si è iniziato con il Cantina Masicei Rafè Pas Dosè Metodo Classico, 30 mesi sui lieviti, una produzione minuscola, tra le 600 e le 800 bottiglie l’anno, che racconta un artigianato autentico. Nel calice un rosa salmone brillante, al naso fiori e agrumi intensi; in bocca freschezza e sapidità, con rimandi al pompelmo rosa e all’arancia rossa, chiusura appena amaricante. Una bollicina identitaria, lontana da mode omologanti.

Il passaggio allo Zibibbo ha mostrato la versatilità del vitigno. Il Castelmonardo Calabria Zibibbo IGT 2024 si è presentato con un naso dolce e suadente, tra fiori e macchia mediterranea; in bocca, invece, austero e secco, con richiami a frutta gialla, litchi e agrumi. Un vino complesso, giocato sull’equilibrio tra aromaticità e tensione.

Di grande impatto il Benvenuto Calabria Zibibbo IGT 2024, premiato tra i primi dieci vini bianchi d’Italia. Ampio e articolato, con una componente morbida sostenuta da una freschezza elegante, ha offerto note dolci di fiori e frutti, dimostrando come lo Zibibbo possa ambire a traguardi di assoluto rilievo nazionale.

Più controverso il Centodì Origine & Identità Zibibbo Macerato 2024: al naso sensazioni di senape, cappero, acciughe. Un profilo spinto, che nella valutazione complessiva è risultato meno convincente, ma che testimonia la volontà di sperimentare e di esplorare linguaggi alternativi.

Il Magliocco Canino ha poi mostrato la propria duttilità. Il Cantine Laquaniti Tra.monti Rosato 2024 si è distinto per freschezza, tono e fragranza fruttata, mentre il Casa Comerci Libìci 2022 ha sorpreso per finezza ed eleganza: note vegetali di cardo, cappero e macchia mediterranea, in una versione raffinata e non scontata del vitigno.

Chiusura in dolcezza con il Cantine Artese Aurum Deum, Calabria IGT Zibibbo Passito 2023. Vendemmia tardiva con grappoli lasciati appesi, vinificazione a gennaio, imbottigliamento a giugno, produzione tra le 700 e le 1000 bottiglie l’anno. Nel bicchiere frutta candita e mandorle dolci, in un equilibrio che racconta pazienza e cura.

Questa masterclass ha rappresentato uno dei momenti più alti della manifestazione: un confronto serio, analitico, guidato da voci autorevoli capaci di mettere in prospettiva ogni assaggio. È qui che Beviamoci Sud dimostra la propria maturità: non solo celebrazione, ma analisi critica e approfondimento.

L’insieme delle degustazioni e degli incontri ha restituito l’immagine di un Sud consapevole, che non teme il paragone e che, anzi, rivendica la propria complessità. E se tutto questo è stato possibile, è grazie alla visione organizzativa di Andrea Petrini e Marco Cum con Riserva Grande, capaci di costruire una piattaforma credibile e solida, e alla qualità dei relatori che hanno dato spessore culturale all’evento.

Ai banchi d’assaggio si respirava un’energia viva, quasi febbrile, ma mai caotica. Il flusso continuo di appassionati, operatori e colleghi raccontava la fame di conoscenza verso un Sud che non si accontenta più di essere evocato, ma chiede di essere compreso calice alla mano. È qui, tra un assaggio e uno scambio di impressioni, che l’identità dell’evento ha trovato la sua espressione più spontanea.

Con il collega Adriano Romano mi sono soffermato a lungo al banco della cantina siciliana Iuppa, in Contrada Salice, sulle pendici dell’Etna. I loro vini restituiscono con precisione la voce del vulcano: il LINDO Etna Bianco Superiore 2022 si distingue per tensione e verticalità, con una trama sapida che richiama la pietra lavica e gli agrumi maturi; l’ATA Etna Rosato 2024 coniuga fragranza e slancio, giocando su note di piccoli frutti rossi e una chiusura salina; il CLO Etna Rosso 2022 esprime finezza e dinamismo, mentre il Pinin Nerello Mascalese IGT 2021, proveniente da vigne antiche a piede franco, offre profondità e complessità, con un sorso che alterna eleganza e vibrazione minerale. Vini che non gridano, ma raccontano con autenticità la stratificazione del loro terroir.

Di tutt’altra matrice, ma ugualmente identitaria, la presenza de Le Cantine del Notaio, presidio lucano che continua a rappresentare con autorevolezza l’Aglianico del Vulture. Il Rogito 2024 mostra energia e immediatezza, Il Repertorio 2022 conferma equilibrio e coerenza stilistica, mentre La Firma 2018 e Il Sigillo 2017 esplorano registri più profondi e strutturati, in cui il tempo diventa ingrediente essenziale. Una gamma che ribadisce quanto il Vulture sappia coniugare potenza e finezza.

Interessante anche l’incontro con Mourad Ouada, enologo cosmopolita dalle radici algerine, francesi e italiane, capace di trasferire nei progetti che segue una visione ampia e stratificata. Nei vini di Tenute Oskiros, in Gallura, si percepisce questa sensibilità: il Vermentino gioca su freschezza e precisione aromatica, mentre il Cannonau esprime un profilo mediterraneo elegante, mai sovraccarico, in cui il frutto dialoga con la macchia e la brezza marina.

A sorpresa, ma con idee chiare, la giovane realtà Mugilla, alle porte di Roma, che sta costruendo un percorso interessante nella valorizzazione del Lazio vitivinicolo, proponendo etichette capaci di coniugare territorialità e slancio contemporaneo.

E poi l’eccellenza campana di Antonio Molettieri, premiato per il miglior Taurasi DOCG “D’Oreste”: un riconoscimento che suggella un lavoro rigoroso sull’Aglianico irpino, vino di struttura e profondità, ma anche di precisione espressiva.

Questi incontri, così diversi per provenienza e stile, hanno restituito l’immagine di un Sud plurale, maturo, consapevole delle proprie radici e deciso a raccontarsi con linguaggi sempre più raffinati. Ai banchi di Beviamoci Sud non si è assistito soltanto a una successione di assaggi, ma a un dialogo continuo tra territori, interpreti e visioni. Ed è proprio in questa coralità, viva e articolata, che il Mezzogiorno enologico ha mostrato la sua forza più autentica.

Chianti Classico Collection 2026 – i risultati del panel di assaggi della tipologia “annata” 2024 e 2023 e della Gran Selezione 2023

L’attesa è sempre grande per l’Anteprima delle nuove annate scelte per Chianti Classico Collection. L’anno scorso erano stati evidenziati i seguenti risultati confortanti nel segno della qualità con l’articolo Anteprime di Toscana: Chianti Classico Collection – le nostre impressioni sulla tipologia “annata” 2023 e 2022. Anche quest’anno 20Italie è presente con gli autori Adriano Guerri, Alberto Chiarenza e Ombretta Ferretto per valutare i migliori assaggi effettuati alla cieca senza conoscere il produttore di riferimento.

Ecco l’elenco completo dei campioni che hanno ricevuto una media voti superiore ai 90 centesimi, in ordine alfabetico:

Migliori Chianti Classico Docg 2024

Bonacchi

Carpineto

Casa Emma

Castello di Gabbiano

Castello di Tornano – “Tornus” (campione da botte)

Castello di Vicchiomaggio – “Guado Alto”

Fattoria San Giusto a Rentennano (campione da botte)

Guidi 1929 – “Guidi”

Maurizio Brogioni Winery

Poggerino

Ricasoli – Brolio

Riecine

Rocca delle Macie

Rodano di Pozzesi e Figlie – Rodano

San Leonino – “Al Limite”

Tolaini

Tregole

Villa a Sesta – “Il Palei”

Viticcio

Migliori Chianti Classico Docg 2023

Belvedere di San Leonino – “Barocco”

Bindi Sergardi – “La Ghirlanda”

Cantalici – “Baruffo”

Cantina Poggio Borgoni – “Curva del Vescovo”

Castello di Verrazzano

Colombaio di Cencio – Monticello

Le Miccine

Montefioralle

Nittardi – “Belcanto”

Podere Campriano

Tenuta di Nozzole – “Nozzole”

Terreno – “Le tre vigne”

Val delle Corti

Vallone di Cecione

Migliori Gran Selezione Docg 2023

Castello di Querceto – “La Corte”

Il Molino di Grace – “Il Margone”

Il Poggiolino – “Le Balze”

Poggio al Sole – “Casasilia”

Anteprime di Toscana 2026 – Anteprima Vino Nobile di Montepulciano: il panel di assaggi della tipologia Pieve con la testata amica Vinodabere

Eccoci alla seconda occasione ufficiale di assaggio della tipologia “Pieve” durante le Anteprime di Toscana 2026. Il panel misto formato da Maurizio Valeriani (direttore di Vinodabere) e Alberto Chiarenza autore di 20Italie, ha appena terminato gli assaggi alla cieca dei 28 campioni (15 della 2022 e 13 della 2021) di 10 su 12 Pievi (non presenti Badia e Ascianello), di cui 9 campioni ancora in affinamento in bottiglia.

Di seguito i migliori assaggi del suddetto panel in ordine di preferenza

Migliori Assaggi Vino Nobile Montepulciano Pievi

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Valardegna 2021 – Il Molinaccio

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2021 – Fattoria Svetoni

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Caggiole 2021 – Poliziano

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2021 – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2022     – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Viacroce 2022 – Marchesi Frescobaldi Tenuta Calimaia

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana 2021 – Tenuta Valdipiatta

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Costa Grande 2022 – Boscarelli

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2022 – Le Bèrne

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Ilario 2022 – Tenuta Poggio alla Sala

Anteprima Vino Nobile di Montepulciano – i risultati del panel di degustazione con la testata amica Vinodabere

Per il secondo anno consecutivo le Anteprime di Toscana hanno inizio, dal punto di vista degli assaggi, a Montepulciano con il Vino Nobile. Una due giorni, quella in terra poliziana, che si è aperta oggi con la possibilità di degustare i campioni dell’annata 2023 e della Riserva 2022.

Il panel misto formato assieme all’amico Maurizio Valeriani (direttore di Vinodabere) e all’autore di 20Italie Alberto Chiarenza, ha appena terminato gli assaggi alla cieca degli 80 campioni proposti dal Consorzio all’interno della Fortezza di Montepulciano.

Ecco i risultati dei migliori assaggi:

Migliori Vino Nobile di Montepulciano e Vino Nobile di Montepulciano Selezione 2023

Vino Nobile di Montepulciano La Spinosa 2023 – Il Molinaccio

Vino Nobile di Montepulciano 2023 – Crociani

Vino Nobile di Montepulciano Cantina del Redi 2023 – Vecchia Cantina di Montepulciano

Vino Nobile di Montepulciano 2023 – Guidotti

Vino Nobile di Montepulciano 2023 – Tenuta Poggio alla Sala

Vino Nobile di Montepulciano Santa Caterina 2023 – Tenuta Trerose

Migliori Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2022

Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2022 – Tenuta di Gracciano della Seta

Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2022 – Boscarelli

Vino Nobile di Montepulciano Riserva Vallocaia 2022 – Bindella – Tenuta Vallocaia

Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2022 – Carpineto

Migliori Vino Nobile di Montepulciano Annate Precedenti

Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2021 – Poderi Sanguineto I e II

Vino Nobile di Montepulciano Poggetto di Sopra 2022 – Avignonesi

Vino Nobile di Montepulciano Poldo 2021 – Villa S.Alda

Vino Nobile di Montepulciano Messaggero 2020 – Montemercurio

Vino Nobile di Montepulciano Maestro 2021 – Palazzo Vecchio

Vino Nobile di Montepulciano Podere Le Caggiole  2022 – Tiberini

Vino Nobile di Montepulciano Silìneo 2022 – Fattoria del Cerro

Vino Nobile di Montepulciano 2022 – De’ Ricci

Vino Nobile di Montepulciano Vigneto Santa Pia 2022 – La Braccesca

Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Bindi Sergardi

Vino Nobile di Montepulciano Vigna Scianello 2021 – La Ciarliana

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

Road to Chianti Classico Collection 2026: Fattoria San Giusto a Rentennano

Nel cuore autentico della denominazione Chianti Classico, precisamente a Gaiole in Chianti, sorge una delle realtà dal forte carattere identitario nel panorama toscano: Fattoria San Giusto a Rentennano. Un luogo dove la storia millenaria incontra una visione agricola rigorosa e un’idea di vino che mette al centro il territorio, prima di ogni moda.

Un monastero, una fortezza, una famiglia

Le origini di San Giusto a Rentennano affondano nel Medioevo. Nato come monastero cistercense femminile – San Giusto alle Monache – il complesso fu fortificato nel 1204 dai Fiorentini, data la sua posizione strategica al confine con Siena. Ancora oggi, le mura merlate e le antiche cantine sotterranee raccontano questa storia di pietra e silenzio, diventando luoghi ideali per l’affinamento dei vini.

Dal 1914 la tenuta appartiene alla famiglia Martini di Cigala, che ne guida il destino con continuità e visione. Oggi sono i figli di Enrico Martini di Cigala a condurre l’azienda, mantenendo saldo un equilibrio raro tra tradizione e consapevolezza contemporanea.

Un mosaico agricolo nel sud del Chianti Classico

La proprietà si estende per circa 160 ettari, di cui 31 vitati, immersi in un paesaggio di oliveti, boschi e seminativi che contribuiscono a preservare biodiversità ed equilibrio naturale. Siamo nella parte meridionale del Chianti Classico, un’area capace di regalare maturità e struttura al Sangiovese, senza rinunciare a tensione e freschezza.

I suoli sono eterogenei – sabbie tufacee, componenti limoso-argillose e calcaree – e, uniti alle marcate escursioni termiche tra giorno e notte, favoriscono maturazioni lente e complete. Dal 2006 l’azienda è certificata biologica: la gestione agronomica è attenta, rispettosa, con raccolta manuale e selezioni scrupolose in vigna. In cantina si lavora con fermentazioni separate per parcella, uso prevalente di lieviti indigeni e un affinamento calibrato, mai invasivo, pensato per accompagnare – non sovrastare – l’identità del frutto.

Il volto del Sangiovese

Il cuore produttivo è naturalmente il Sangiovese, interpretato con coerenza stilistica e profondità territoriale.

Il Chianti Classico DOCG (95% Sangiovese, 5% Canaiolo) rappresenta la sintesi dell’azienda: nitido, verticale, con una trama tannica precisa e un frutto croccante che dialoga con note floreali e una tipica impronta sapida. È un vino che rifugge l’eccesso e punta sull’equilibrio.

La Riserva “Le Baroncole” alza l’asticella in termini di concentrazione e complessità. L’affinamento più lungo le conferisce struttura e potenziale evolutivo, ma senza perdere quella freschezza che è cifra stilistica della casa.

E poi c’è Percarlo – IGT Toscana, probabilmente l’etichetta più iconica: un Sangiovese in purezza che nasce come selezione delle migliori uve aziendali. Profondo, stratificato, capace di coniugare potenza e finezza, è uno dei grandi rossi di Toscana per capacità di invecchiamento e coerenza espressiva. Non è un esercizio muscolare, ma un racconto fedele del sud del Chianti Classico.

A completare la gamma, il tradizionale Vin San Giusto, passito da Malvasia e Trebbiano, che riporta alla memoria la vocazione storica delle pievi toscane: appassimento lento, dolcezza mai stucchevole, equilibrio tra zucchero e acidità.

Identità, non tendenza

In un territorio spesso attraversato da spinte stilistiche diverse, San Giusto a Rentennano ha scelto la strada della coerenza. Niente concessioni superflue, nessuna ricerca di sovrastrutture: il lavoro è concentrato sulla vigna, sulla selezione, sulla lettura puntuale delle annate.

Il risultato sono vini che parlano con voce chiara, capaci di evolvere nel tempo e di restituire il carattere di un luogo che è insieme storia, paesaggio e cultura agricola, presidio di memoria e di autenticità dove il Sangiovese trova una delle sue espressioni più rigorose e riconoscibili.

La degustazione: il racconto dell’annata e del tempo

Rosato 2025

Da salasso di Sangiovese, Canaiolo e Merlot, vinificato in bianco; da quest’anno le uve provengono dal diradamento e sono lavorate sempre in bianco. Il profilo è immediato e territoriale: emerge una nota polverosa tipica del Sangiovese, seguita da un frutto fresco e croccante. Il sorso è agile, fragrante, con una bella dinamica fresco-fruttata che invita alla beva senza rinunciare a personalità.

Chianti Classico 2023

Naso elegante, centrato su frutti rossi nitidi, con lievi accenni vegetali che ne sottolineano la freschezza. L’ingresso è fresco e tannico, con un tannino ben integrato; la frutta rossa sotto spirito arricchisce il centro bocca. Chiude con una bella sapidità e richiami di erbe officinali, in una progressione coerente e territoriale.

Chianti Classico Riserva “Le Baroncole” 2022

La ciliegia domina il quadro aromatico, accompagnata da una nota gessosa che dona finezza. Il sorso è ricco e complesso, con richiami alla ciliegia matura, succosa e piena. L’evoluzione porta verso sfumature legnose e di tabacco, in un equilibrio tra struttura e slancio che promette ulteriore sviluppo in bottiglia.

Percarlo 2021

Sangiovese in purezza, ottenuto da una rigorosa selezione dei grappoli (prima scelta). È un vino decisamente complesso e strutturato: frutta rossa matura, confettura, erbe aromatiche e accenti balsamici si intrecciano con profondità. Il sorso è fresco, lungo e fine, sostenuto da una trama tannica precisa. Grande capacità evolutiva, in linea con la storia dell’etichetta.

Ricolma 2022

Il Merlot di casa conferma uno stile lontano dall’opulenza. È un vino verticale, con freschezza importante ma ben bilanciata dalla componente fruttata. Emergono note di arancia sanguinella e melograno, con una chiusura sapida che allunga il sorso e ne rafforza la tensione.

Il valore del tempo

La degustazione di annate più mature conferma la vocazione all’invecchiamento dei vini di San Giusto a Rentennano.

  •        Chianti Classico Riserva 2015: versione oggi particolarmente interessante. Ha mantenuto intatte le caratteristiche del Sangiovese, evolvendo con eleganza. Ancora presenti frutto e freschezza, elementi che fanno pensare a un’ulteriore e potenzialmente lunga evoluzione.

  •        Percarlo 2006: semplicemente straordinario. Dopo quasi vent’anni conserva la freschezza di un vino recente, senza alcuna imperfezione. Lungo, ampio, armonico: una prova concreta della longevità del progetto Percarlo.

La memoria dolce: Vin San Giusto

Il Vin San Giusto rappresenta il legame con la tradizione più antica della tenuta.

  •        Vin San Giusto 2017: profilo ricco e avvolgente, con note di caramello, caffè, dattero e una trama balsamica che sostiene la dolcezza.

         •        Vin San Giusto 1999: decisamente balsamico, con note dolci evolute che virano verso miele di castagno, frutta candita, cacao e caramello. La chiusura sorprende per freschezza, dimostrando una vitalità ancora intatta.

Tra le etichette aziendali, Ricolma (IGT Toscana) rappresenta l’anima più internazionale della tenuta. Si tratta di un Merlot in purezza, nato dalla selezione delle migliori parcelle dedicate a questo vitigno, coltivate su suoli particolarmente vocati. Il nome evoca concentrazione e pienezza, e il vino ne è coerente interpretazione.

Ricolma è profondo, avvolgente, con un frutto scuro maturo che si intreccia a note di grafite, spezie dolci e sfumature balsamiche. La struttura è importante, ma sempre sostenuta da una tessitura tannica precisa e da una freschezza che ne bilancia la ricchezza. L’affinamento in legno è calibrato, mai dominante, e contribuisce a costruire un profilo elegante più che opulento.

Se Percarlo è il manifesto del Sangiovese secondo San Giusto, Ricolma è la dimostrazione della capacità dell’azienda di interpretare il Merlot con identità toscana, senza cedere a eccessi estrattivi o a sovramaturazioni. Un vino che amplia la narrazione della tenuta, confermandone la competenza agronomica e la sensibilità stilistica.

Il nuovo menù di Antonio Della Volpe dedicato alla memoria di Don Peppe Diana

Si chiama “La memoria che vive” lo special del pizzaiolo Antonio Della Volpe, che prosegue nel comunicare un vero modello di legalità con il locale La Vita è Bella. La “traccia” lineare di Don Peppe Diana e delle sue preferenze gastronomiche, prima che venisse barbaramente assassinato in sagrestia dalla mano sporca della Camorra il 19 marzo del 1994.

Un simbolo di libertà

Prima di tutto l’uomo dunque, davanti al male stesso dell’uomo. La sorella Marisa, con gli occhi lucidi, lo rivede ancora lì, seduto a tavola, quasi come se il tempo non fosse mai passato. I piatti che preferiva erano quelli della tradizione, dal baccalà, ai peperoni, per finire col ragù della domenica a base di cotica e braciole.

Da questi ricordi nasce l’idea di rivivere quel particolare momento storico, riscrivendone però il passato ed il finale, quando Casal di Principe amò Giuseppe Diana per essere divenuto un faro luminoso di legalità. Quel gesto vigliacco e quel supremo sacrificio hanno rappresentato, come due lati della stessa medaglia, gli inizi della rinascita di un territorio e una boccata d’aria fresca per la popolazione residente. A volte il ghiaccio si può rompere anche con la propria vita, dando un esempio che vale più di tante parole dove lo Stato non può arrivare.

La pizzeria La Vita è Bella, già dal 2024, ha scelto scelto di ricorrere a materie prime a chilometro zero da terreni confiscati alla criminalità organizzata (Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità). Ma Antonio Della Volpe non si è voluto fermare alla parte superficiale, andando a toccare il cuore della sofferenza con un percorso degustazione ispirato ai gusti, alle abitudini e ai ricordi della famiglia Diana.

“La Memoria che Vive”

Il sentiero comincia da Il gesto semplice, un crocchè di patate rosse di Letino e La Tavola a casa, polpetta di manzo su ragù al pecorino e riduzione di prezzemolo. La concretezza negli impasti delle pizze, soffici al punto giusto e dai topping appetitosi e mai stravaganti: la Radici e identità viene cotta nel ruoto con pomodoro San Marzano Dop, datterino liternese spadellato e grattugiata di parmigiano.

Infine Il rito della domenica, pizza in doppia cottura con ragù di braciola e riduzione di prezzemolo con pinoli e uva passa, saporito dal primo all’ultimo morso. Chiusura in dolcezza con Il Ritorno, un bon bon con crema pasticciera e confettura di mela annurca e cannella,e la Memoria viva, spumone classico cioccolato e nocciola realizzato dalla gelateria artigianale La Fenice di Caserta.

In abbinamento per la serata i vini dell’azienda Cantine Vitematta, che produce Asprinio d’Aversa su terreni sequestrati alla Camorra, sia le birre del birrificio artigianale Alba.

Pizzeria La Vita è Bella

Via Circumvallazione

Casal di Principe (CE)

Tel. 388 1268927

Wine & Siena 2026: il vino incontra arte, storia e identità

La XI edizione di Wine & Siena – Capolavori del Gusto si è svolta dal 31 gennaio al 2 febbraio 2026, confermando il ruolo di Siena come riferimento imprescindibile dell’enogastronomia italiana. Un percorso che ha riunito 160 aziende e oltre 700 prodotti, ospitato nella cornice straordinaria del Complesso Museale Santa Maria della Scala, luogo simbolo della città e scenario ideale per un evento che unisce degustazioni, cultura e confronto.

Per me, che a Siena sono nata e cresciuta, Wine & Siena è sempre un ritorno alle radici. Qui il vino non è solo degustazione: è cultura viva, è arte, è storia.

Masterclass: quando il vino diventa narrazione

Quest’anno ho partecipato a due masterclass che hanno saputo unire cultura, emozione e racconto, offrendo uno sguardo profondo su territori e interpretazioni.

Sangiovese in versi: poesia del vino e della terra

Un viaggio attraverso tre zone simbolo del Sangiovese — Chianti, Chianti Classico e Morellino — raccontate attraverso sei etichette:

  1. Vigna Benefizio, Morellino di Scansano 2019 – Cantina Cooperativa dei Vignaioli del Morellino. Sangiovese in purezza dal cuore della Maremma: beva agile, piacevolezza immediata.
  2. Poggio ai Frati Riserva 2021 – Rocca di Castagnoli (Gaiole in Chianti)
    Azienda biologica storica, fondata nel 1770: un Chianti Classico di struttura e finezza.
  3. Vigna del Capannino 2021, Chianti Classico Gran Selezione – Bibbiano (Castellina)
    Da un’intuizione di Giulio Gambelli: il primo vigneto a Sangiovese grosso con clone da Montalcino. Eleganza e profondità.
  4. RBW Chianti Classico Gran Selezione 2019 – Robin Baum & Castello di Monterinaldi (Radda) “The Egg Man” firma un vino nato dall’affinamento in uova di ceramica: identità contemporanea e grande personalità.
  5. Vigna Terrabianca Chianti Classico Gran Selezione 2020 – Arillo in Terrabianca (Radda): Verticalità, precisione, tensione gustativa.
  6. Tasso Toscana IGT 2013 – Poggi del Chianti piccola realtà di Mirko Monnanni tra Cavriglia e Gaiole. Un blend di Sangiovese e cabernet sauvignon 50 e 50, solo 3000 bottiglie per una vera chicca dalla grande piacevolezza.

Champagne Encry: identità e terroir

Una storia italiana nel cuore della Champagne: Enrico e Nadia, insieme al loro vigneron a Mesnil-sur-Oger, uno dei 17 villaggi Grand Cru della Côte des Blancs. In degustazione:

  1. Naissance 2019 – 100% Chardonnay, 42 mesi sui lieviti
    Finezza della bollicina, persistenza, precisione.
  2. Essence Brut 2019 – 100% Chardonnay, 46 mesi sui lieviti, 45% vin de réserve
    Note di cedro e pompelmo, cremosità setosa.
  3. Matière Extra Brut 2019 – 100% Chardonnay da tre villaggi
    Profilo teso, minerale, vibrante.
  4. Éclataire Grand Rosé Extra Brut 2020 – 95% Chardonnay, 5% Pinot Noir
    Eleganza e delicatezza.
  5. Nuances Grand Rosé Brut 2020 – 83% Chardonnay, 17% Pinot Noir
    Freschezza, verticalità, persistenza.

Tra i banchi di assaggio: incontri, scoperte e conferme

Wine & Siena è anche un luogo di relazioni: produttori, colleghi, amici, storie che si intrecciano tra un calice e l’altro. Alcune realtà toscane da segnalare:

  • Podere Monastero (Castellina in Chianti) dell’enologo Alessandro Cellai, impareggiabile maestro del pinot nero in Toscana con Pineta 2024 (Pinot Nero 100%), Campanaio 2024 (Cabernet Sauvignon/Merlot), Campanino 2025. Precisione e identità.
  • Argena della Famiglia Orlandini: Sangiovese e piccole quantità di Cabernet Sauvignon da vigne antiche tra Gargonza e Calcione. Solo 3.000 bottiglie per verticali strepitose.
  • Tenuta Montauto di Riccardo Lepri nella Bassa Maremma al confine con il Lazio: una bella selezione di etichette di bianchi, rossi e anche un metodo classico da sangiovese che non ha nulla da invidiare alle prestigiose bollicine del nord Italia

 

Giovani e vino: un futuro che smentisce i luoghi comuni

La giornata di sabato è stata sold out, con una presenza sorprendente di giovani, notata con piacere da molti produttori. Non è vero che “i giovani non bevono vino”: cercano esperienze autentiche, vogliono ascoltare storie, comprendere territori, emozionarsi.
Il vino, per loro, non è una semplice bevanda: è cultura, è narrazione, è identità.

Un evento che racconta chi siamo

Wine & Siena 2026 ha dimostrato ancora una volta quanto il vino sia un linguaggio capace di unire mondi diversi: la competenza dei produttori, la curiosità dei giovani, la profondità dei territori e la forza culturale di una città come Siena. Camminare tra le sale del Santa Maria della Scala, ascoltare storie, confrontarsi con colleghi e degustare interpretazioni così diverse e autentiche è stato un promemoria prezioso di ciò che rende questo settore vivo: la capacità di emozionare, di creare connessioni e di raccontare identità.

Un appuntamento che continua a evolvere e che, anno dopo anno, conferma Siena come luogo privilegiato in cui il vino diventa esperienza, cultura e visione.

Calabria – verticale storica di Efeso della cantina Librandi

La sera del 30 gennaio, il ristorante Litho 55 di Portici ha ospitato una degustazione unica ed esclusiva.

Per la prima volta in Italia, Ernesto Lamatta – Delegato AIS Vesuvio – ha organizzato la prima verticale storica di Efeso dell’azienda Librandi. Prodotto da uve Mantonico Bianco, vitigno riscoperto e valorizzato dopo anni di ricerca sul territorio, il vino ha dimostrato complessità, opulenza ed eleganza, espressione di straordinaria longevità e finezza.

La degustazione è stata incentrata su sei annate di produzione:

2016 – 2017 – 2018 – 2022 – 2023 – 2024

La serata è stata raccontata in un seminario di approfondimento da Maria Rosaria Romano (vice presidente AIS Calabria) e preceduta dall’intervento di Michelina Siracusano del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano Delegazione di Napoli Gruppo di Nola su architettura calabrese e terra di Calabria. Una terra complessa, mosaico di civiltà e civilizzazioni, una terra “aspra ed introversa”, ma con la capacità di “farti emozionare facendoti guardare oltre”.

La storia di Librandi è la storia della viticoltura calabrese, due storie indivisibili. Una narrazione con la vigna e con il vino che va avanti da tre generazioni traghettando gli eventi di un’azienda che ha saputo vivere il tempo ed anticiparlo.

Nel 1916 si è registrata la nascita di Librandi con Nicodemo che ha acquistato soli un ettaro e mezzo di terreno. Il consolidamento c’è stato con il fratello Raffaele che ha passato quasi subito l’azienda ai suoi figli, Antonio e Nicodemo, facendola crescere rapidamente, credendo nel territorio (tanto da mettere la foto della terra brulla e arida sull’etichetta di Efeso del 2000).

L’azienda è stata sempre vissuta insieme, con un’attenta suddivisione dei compiti in modo da dare ad ognuno la giusta posizione, creando capitale umano e relazionale non solo all’interno, ma anche all’esterno con enologi, Istituti di ricerca e guardando, senza diffidenza, ai mercati esteri.

Nel 1997 la famiglia ha acquistato la Tenuta Rosaneti a Strongoli dove viene prodotto l’Efeso. Riconversione, vendemmia selettiva e tanto lavoro per sperimentare vitigni storici e denominazioni abbandonate su un vigneto a spirale, il più grande a cielo aperto in Europa con 184 varietà riunite su 260 ettari. Da qui la prima annata di Efeso è la 2001 in commercio nel 2003.

Oggi, l’azienda che produce 2.500.000 bottiglie è condotta da Raffaele, Paolo, Francesco e Teresa Librandi, impegnati in prima persona in tutte le attività dell’azienda: dalla gestione dei vigneti alla commercializzazione. Walter Librandi è invece impegnato nell’attività di imbottigliamento, mentre Daniela Librandi fa parte della compagine sociale.

La storia del Mantonico

Il Mantonico è un vitigno con una lunga storia e l’azienda Librandi il principale attore. Un vitigno antico e sconosciuto, rivalutato dopo anni di studi e ricerche per ottenere un bianco complesso, opulento e di grande longevità. Una varietà comparsa tra il settimo ed ottavo secolo d. C. durante la prima colonizzazione dalla Grecia nella Locride. Il nome potrebbe derivare da Mantisius, cioè divinatorio, profetico oppure dalla città di Mantinea nel Peloponneso da cui partivano verso la Calabria. Citazioni di questo vitigno con nome diverso prima in Sicilia, e poi in Calabria nel ‘500 con nome Mantonica, nell’800 nella zona di Cirò e nel 1920 zona versante Locride.

Nel 1954 si trova una descrizione di un’uva con nome Montonico, ma la narrazione è proprio dell’uva Mantonico. Dal 2008 si cambia il nome da Montonico a Mantonico, molto particolare da lavorare: niente solforosa, pressatura soffice e tante attenzioni, ma da trattare come un’uva rossa. La produzione è di soli 10 ettari in tutta la Calabria, per una vinificazione in bianco, rosé, passito, spumante.

La degustazione di Efeso

2024: annata anomala, molto calda, raccolta ristretta per mantenere le caratteristiche organolettiche. Colore luminosissimo, note d’oro. Naso ricco, esuberante e potente, frutta matura con note speziate, fiori ricchi di profumo, agrumi, note fresche ed immediate, pulite e di grande calibro. Bocca concentrata, profonda. Elegante e capace di suscitare emozioni. Lunga persistenza e struttura in equilibrio con la freschezza.

2023: annata difficile, grande freddo e temporali discontinui, peronospora, estate caldissima senza pioggia. Colore fitto più dorato, vivace e luminoso. Naso più maturo del precedente, note mielose, note candite più mature, profondità all’olfatto. Bocca fresca. Una doppia espressione: naso maturo e bocca fresca, mantenendo note verdi e vegetali. Freschezza che dona piacere di bevuta.

2022: inverno secco, più caldo del previsto, poche piogge, estate asciutta. Vendemmia con il caldo e con il vento. Naso che si presenta non subito, note che vanno verso la terziarizzazione, colore chiaro, ma brillante, ricordi di frutta secca. Bocca “aristocratica” e profonda. Eleganza “d’altri tempi”. Un vino “in giacca e cravatta”!, molto d’oltralpe.

2018: percorso meteorologico annuale nella normalità, con solo estate calda. Colore smagliante, pieno. Naso con note di frutta disidratata, pasticceria lievitata. Bocca morbida, fresca e piena. Grande impatto gustativo, in evoluzione. Naso elegante contrapposto a bocca esplosiva. Il vino gestisce bene evoluzione e morbidezza, con grande armonia.

2017: inverno rigido con eventi nevosi, estate marcata e prolungata siccità da gestire per evitare surmaturazione. Colore lucente, luminoso e dorato. Naso di grande potenza, calibro fine, eleganza, concentrazione, note evolutive leggermente di idrocarburo, frutta quasi secca. Bocca sapida, lunga, piena, rotonda, gradevolissima. Dopo la bevuta un ritorno di quanto annunciato al naso.2016: annata mite, siccitosa. Inverno freddo ed estate calda con fine anno piovoso. Colore dorato carico. Naso con note di evoluzione misurata, verso idrocarburi, ma con rigore ed eleganza, note leggermente candite. Bocca piena dove si percepisce la forza dei tannini. Freschezza e sapidità portano a ripetizione di bevuta.

E’ l’annata che racconta il Mantonico, un vino difficilissimo e “bastardo”!