I Vini Bianchi secondo Falstaff in festa a Roma

Il 23 giugno il Grand Hotel Plaza su Via del Corso ha ospitato il debutto romano del Falstaff White Wine Party, primo appuntamento italiano di un calendario che nei prossimi mesi toccherà diverse città da nord a sud del Paese. Simon Staffler e Othmar Kiem — team di Falstaff Italia, magazine di wine, food & travel lifestyle con solida presenza in Austria, Germania e Svizzera — hanno scelto la Capitale per lanciare un format che funziona perché è diretto: tasting, convivialità e intrattenimento in un’unica soluzione, accessibile ai navigati WineLovers come ai neofiti.

Dalle 14:30 alle 22:00, il Salone delle Feste del Plaza ha accolto 54 aziende vitivinicole da quattordici regioni — dall’Alto Adige alla Sicilia — offrendo al pubblico romano una panoramica trasversale dei bianchi italiani. Tra i produttori presenti, nomi come Abbazia di Novacella, Cantina Terlano, Cantina Tramin, Elena Walch, Inama, Livio Felluga, Querciabella, Pio Cesare, Grattamacco, Tasca d’Almerita e Fontanafredda, a rappresentare identità e approcci produttivi differenti. Notevoli i vini offerti in degustazione anche da produttori emergenti come i sicilianissimi Spadafora, i marchigiani Le Cime Basse, i toscani bolgheresi Colle Massari: a questi abbiamo dato particolare spazio nelle note degustative.

Il programma includeva tre masterclass gratuite nella Sala Giardino d’Inverno. Alle 15:00 il Consorzio Vini di Romagna ha aperto con Albana, l’underdog da scoprire. Alle 16:30 Inama ha condotto una verticale de I Palchi per Super-Soave, il grande bianco veneto. Ha chiuso alle 18:00 La longevità del Gewürztraminer, con Stephan Filippi di Cantina Bozen e Willi Stürz di Cantina Tramin per la prima volta insieme sullo stesso palco.

La serata si è conclusa con dj set e dress code ispirato alle tonalità del bianco — dettaglio coerente con il concept, non decorativo ma di un’eleganza stand-alone, ispirata dal piacere di stare assieme e celebrare la bellezza dei bianchi italiani che si fanno ormai strada nel mondo come, e ora forse spesso di più, i più affermati rossi italiani.

Pio Cesare, Timorasso Riserva 2023, Colli Tortonesi DOC.

Una splendida sorpresa da una cantina tra le più riconosciute per la storia scritta con i loro Barolo e Barbaresco. Un esperimento fuori dalle Langhe e nel cuore dei Colli Tortonesi, per affermare un bianco piemontese ormai protagonista, elaborandolo nel loro stile tipico con bella struttura, profondità del gusto e spiccato contrasto tra acidità e mineralità. Pensato per dare belle e piene sensazioni al palato, di mela e pera e albicocca, realizza l’obiettivo di avere rilevante longevità per un bianco complesso grazie alle armonie da cemento e legno. Promette evoluzione nel tempo evidenziando i sentori di pietra focaia e di idrocarburi. Una scommessa già vinta.

Elena Walch, Gewürtztraminer Vigna Kastelaz 2023, Alto Adige DOC

Nella selezione proposta a Falstaff di questa celeberrima cantina, troviamo un eccellente ed originale Pinot Bianco e un Sauvignon Blanc celebre come Castel Ringberg, ma è il loro Traminer aromatico a sparigliare la degustazione: un’insurrezione al naso di erbe aromatiche, rosa canina e agrumi, aprono a un palato ampio e appagante, elegante e tuttavia compassato per equilibrio, dal suadente corredo minerale quasi salino. Puro design enoico.

Le Cime Basse “Balzani”, 2022, Verdicchio Di Matelica Classico DOC.

Di Matelica si sa, il Verdicchio è speciale per intensità e ricchezza minerale. Alla piacevole e lunga freschezza si aggiungono note olfattive e gustative di mele verdi, fiori di limone, gardenie e gelsomino. Bello e intenso, l’araldo della casa di Giovanni Lippera. Colpisce nel segno.

Grattamacco Vermentino 2024, Bolgheri DOC

È sempre emozionante la riscoperta delle creazioni di casa Meletti Cavallari. La loro tenuta è come un luogo dei miracoli a Bolgheri e il loro Vermentino bolgherese è l’antesignano del genere nell’areale. 

Parte in legno, parte in acciaio, il lavoro in cantina è quasi alchemico. Ginestra e limoni costieri nel suo bouquet, con spezie e note salmastre a distinguere un vino integralmente bio e lunghissimo al sapore salino.

Esemplare e tipico, più di così?

ColleMassari “Melacce” Vermentino 2025, Maremma Toscana DOC

Una bella novità, dalla personalità scontrosa e piacevole della Maremma: il Melacce è un Vermentino  che alterna onde floreali a risacche minerali avvolte nelle note agrumate tipiche. Molto gastronomico.

Dei Principi di Spadafora Catarratto Bio 2025, Terre di Sicilia IGP

Un’espressione smaccatamente biologica di un vitigno tra i più identitari della Sicilia, il Catarratto Lucido. Fresco e salino, fruttato con intensità di pesca pera e mela rossa, l’immancabile nota agrumata di zagara e una cornice di erbe di collina a conferire un piccolo accento amarognolo. Bello e accessibile, amplissima gastronomia, dimostra che anche la nuova generazione con Enrica Spadafora può affermare i gusti e la tipicità dei vini di una casa vinicola davvero antichissima, storica. Tocca farne scorta.

Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Regina Ribelle 2026: un viaggio nella Vernaccia tra vigne, storie e identità

Ci sono giornate che non si limitano a raccontare un territorio: lo attraversano.
La mia giornata di Press Tour di Regina Ribelle 2026, organizzata dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, è stata esattamente questo: un viaggio dentro tre cantine, tre famiglie, tre modi diversi di interpretare un vitigno che continua a sorprendere per profondità, versatilità e radici culturali.

Un percorso che ha mostrato, ancora una volta, come la Vernaccia sia un vino capace di parlare molte lingue, pur restando fedele alla sua identità.
Una identità che si costruisce nel tempo, nelle scelte agronomiche, nella cura quotidiana e nella relazione tra chi la produce e chi la racconta.

Pietra Serena: la collina che abbraccia la storia

La prima tappa è Pietra Serena, azienda della famiglia Arrigoni.
Una storia che parte dalle Cinque Terre e arriva a San Gimignano nel 1966, quando Bruno Arrigoni decide di mettere radici qui. Oggi l’azienda conta 40 ettari che abbracciano un’intera collina: un mosaico di suoli e esposizioni che permette di costruire stili diversi di Vernaccia.

La filosofia è chiara: “Si lavora bene in vigna per lavorare meno in cantina.” Acciaio, controllo della temperatura, legni a tostatura media, cemento per il finissage: una tecnica essenziale, mai invadente, che lascia parlare il frutto.

La degustazione è un viaggio nella coerenza stilistica della famiglia:

  • Sparkling Vernaccia metodo Charmat, fresca e diretta.
  • Vernaccia 2025, frutto di parcelle diverse, alcune con vigne di 60 anni.
  • Vigna del Sole 2025, complessa, stratificata, con un legno gentile.
  • Riserva Cretula 2024, da suolo argilloso, profonda e verticale.

E poi la sorpresa: il Vermentino Nero, 4 ettari coltivati proprio a San Gimignano, ponte ideale tra Toscana e Liguria.

Rosa di Maggio: la Liguria che dialoga con la Toscana. La seconda parte della degustazione è un cambio di prospettiva: la linea Rosa di Maggio, che porta nel bicchiere l’anima dei Colli di Luni e delle Cinque Terre. Dall’Albarola delicata ma espressiva al Vermentino Superiore della Cascina dei Peri, fino al Pipato Cinque Terre 2023, frutto di agricoltura eroica e vitigni recuperati.
Un vino che profuma di macchia mediterranea, ginestra, vento salmastro.

Un racconto che dimostra come la Vernaccia possa dialogare con altre identità senza perdere la propria.

Casa alle Vacche: la continuità di una famiglia

La seconda cantina è Casa alle Vacche, guidata da Andrea Ciappi, uno dei Vice Presidenti del Consorzio, e dalla sua famiglia, con la consulenza di Paolo Salvi.
Una storia agricola autentica: dalla stalla al vino, quattro generazioni, oggi 100.000 bottiglie e un export solido.

La verticale della Vernaccia “I Macchioni” 2023, 2021, 2019 è un esercizio di memoria e coerenza.
Annate diverse, stessa impronta: precisione, pulizia, identità territoriale.

Le Riserve Crocus mostrano invece la capacità della Vernaccia di evolvere nel tempo, passando da interpretazioni più classiche a letture contemporanee.

Fattoria di Fugnano: la visione che nasce da una scelta

L’ultima tappa è Fattoria di Fugnano, una storia che sembra un romanzo.
Il nonno di Laura, siciliano, imprenditore e collezionista d’arte, si innamora di San Gimignano e decide di iniziare a fare vino.
Alla sua morte, nel 1997, la famiglia pensa di vendere, ma Laura allora giovanissima sceglie di restare, imparare, costruire.

Dal 2003 inizia a imbottigliare con il proprio brand.
Oggi, con il supporto tecnico di Emiliano Falsini, la cantina è una delle realtà più interessanti del territorio.

La degustazione è un crescendo: dalle Vernacce base alle selezioni Donna Gina, fino alle annate storiche come la 2019. Vini che parlano di altitudine, luce, precisione.

La cena di gala: la Vernaccia sotto le torri

La giornata si chiude in Piazza Duomo, sotto le torri illuminate.
Una cena di gala che è molto più di un evento: è un rito collettivo, un momento in cui produttori, giornalisti, tecnici e appassionati si ritrovano per celebrare un vino che continua a evolvere.

A tavola con Cristina Mercuri, la prima Master of Wine donna italiana, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente e Marialuisa Cesani, che con la sorella Letizia è alla guida di una delle realtà più rappresentative del territorio.

Un territorio che continua a raccontarsi Il Press Tour di Regina Ribelle 2026 non è stato solo un viaggio tra cantine.
È stato un viaggio nella identità della Vernaccia: tre cantine, tre storie, tre modi diversi di raccontare la stessa anima.

Toscana, il racconto delle “2 sponde d’Arno”

Presso L’Osteria Cantagallo di Capraia e Limite (FI) è stata presentata alla stampa e alle autorità locali la nuova associazione di produttori “2 Sponde d’Arno“.

In passato era un’area che faceva parte del rinomato Consorzio Chianti Putto. Le due sponde dell’Arno uniscono questo gruppo di produttori per dare impulso, valorizzare e far conoscere questo incantevole lembo di Toscana, territori profondamente legati da un’antica tradizione vitivinicola. Un gruppo di amici, coesi e uniti negli intenti,  pronti a sostenersi ed aiutarsi a vicenda con il comune denominatore di produrre vini di qualità. 

Un’area vocata per la produzione di vino che affonda le sue radici ai tempi degli Etruschi, il vino che beveva a tavola anche la famiglia dei Medici, coloro che hanno contribuito alla sua fama. Già nel 1716, con il Bando emanato da Cosimo III de’ Medici, vennero individuate e tutelate alcune delle zone più vocate alla produzione di vino in Toscana, tra cui territori lambiti dall’Arno, Carmignano, Chianti, Pomino e Valdarno di Sopra.

Un territorio noto e conosciuto,  che meriterebbe una maggiore valorizzazione, anche tramite la strada giusta dell’associazionismo.

Le aziende che fanno parte del progetto “2 Sponde d’Arno” sono: Canneta I Mori di Lastra a Signa, Fattoria Castellina di Capraia e Limite, Fattoria di Piazzano di Empoli, Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, Impresa Agricola Colle Paradiso di Limite sull’Arno, Petrognano di Montelupo Fiorentino, Podere La Botta di Limite sull’Arno, Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino e Caffè Negro di Limite sull’Arno. I comuni di produzione ricadono nelle denominazioni Chianti,  Chianti Montalbano e Chianti Colli Fiorentini,  tuttavia si producono anche altri vini sia bianchi,  rosati e rossi con la denominazione Toscana Igt.

Un pranzo servito con prodotti dei vari comuni e piatti territoriali accompagnato da tutta la gamma dei loro vini, disponibili in un unico grande tavolo ha anticipato la degustazione ai tavoli di assaggio.

Ecco alcune brevi nozioni delle aziende ed almeno 1 vino selezionato

Canneta – I Mori si trovano a Lastra a Signa, si estendono su una superficie di 120 ettari  di cui 50 sono vitati e 15 occupati da oliveti. Di proprietà della famiglia Giannelli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Riserva I Mori 2021.

Fattoria di Castellina posta a pochi km da Firenze alle pendici del Monte Albano, la superficie complessiva è di 110 ettari di cui 10 di vigneto e 30 di oliveti.  Di proprietà della famiglia Montomoli, oggi alla Guida ci sono Eleonora e Francesco.  Il vino che mi ha colpito di più è:  Chianti Montalbano Riserva 2020.

Fattoria di Piazzano è immersa nella campagna attorno ad Empoli sulla sommità di una collina. La famiglia Bettarini coltiva la vite dal 1948. Giunta alla terza generazione con 34 ettari di vigneto.  Il vino che ho apprezzato di più è:  Chianti Riserva Piazzano 2021.

Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, già appartenuta alla famiglia Medici, i vigneti su cui affondano le radici di varietà autoctone ed internazionali e condotte in biologico sono 13.  Il vino che mi è piaciuto di più è: Chianti Superiore Sanfirenze 2022.

Colle Paradiso Impresa Agricola si trova nel Comune di Capraia e Limite sulla riva destra del fiume, i vigneti occupano una superficie di 14 ettari sui complessivi 32. Di proprietà delle famiglie Chiarugi e Priori. La cantina è stata recentemente ristrutturata. Il vino a me più gradito: Chianti Riserva 2021.

Fattoria Petrognano posta nel Comune di Montelupo Fiorentino,  si estende su una superficie di circa 85 ettari, di cui 25 sono vitati. Di proprietà della famiglia Pellegrini,  oggi al timone ci sono Emanuele Pellegrini e Monica Rossetti. Dal 2017 sono certificati biologici. Il vino che maggiormente mi ha colpito: Meme Chianti Superiore 2024.

La Botta a Limite e Capraia produce vini biologici da vitigni autoctoni in una superficie di 3 ettari. Di proprietà della  famiglia Bartolini, oggi gestita da Andrea e Mauro Pagnini.   Il vino maggiormente apprezzato è: Crono 62 Orange ottenuto da Trebbiano.

Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, l’azienda che ci ha ospitato vanta 200 ettari, di cui 30 sono dedicati alla vite. Dal 1970 è di proprietà della famiglia Pierazzuoli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Montalbano Riserva Il Fondatore 2020.

Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino vanta 30 ettari di vigneto in una superficie totale di 130. Al timone dell’azienda c’è Neri Gazzulli  nipote del fondatore Roberto Drighi. Fondata nel 1960 e dal 1985 è biologica.Il vino da me molto apprezzato: Madiere Chianti Colli Fiorentini Riserva 2021. 

Caffè Negro è una torrefazione di caffè di Limite sull’Arno. Da 70 anni vengono accuratamente selezionate le miscele. Fondata dai fratelli Negro che ancora oggi porta il loro nome.

Alejandro Bulgheroni Family Vineyards, un mosaico di terroir che conquista il Gambero Rosso

Da Chianti Classico a Montalcino, fino a Bolgheri: il gruppo internazionale di Alejandro Bulgheroni celebra a Roma il titolo di “Azienda dell’Anno 2026” assegnato dalla Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di Alejandro Bulgheroni Family Vineyards: identità. Non quella di un singolo marchio o di un’unica denominazione, ma quella di territori diversi, interpretati con rispetto e valorizzati attraverso una visione imprenditoriale che mette al centro il terroir.

Quando si visita una cantina, il racconto ruota quasi sempre attorno alla figura del vignaiolo o del produttore e alla storia della sua famiglia. Nei grandi gruppi, invece, il proprietario diventa spesso una presenza lontana, quasi mitologica: una figura capace di muovere ingenti capitali ma che raramente si incontra. A parlare delle diverse realtà aziendali sono gli amministratori e le persone che ogni giorno lavorano in cantina. Un racconto certamente interessante, al quale però manca spesso la dimensione più intima e autentica: quella di chi vive il territorio e ne custodisce la memoria.

Fondato dall’imprenditore argentino Alejandro Bulgheroni, il gruppo rappresenta oggi una delle realtà vitivinicole più importanti a livello internazionale, con proprietà in Argentina, Uruguay, Stati Uniti, Australia, Francia e Italia. È proprio la Toscana a costituire uno dei capitoli più significativi della storia di ABFV, grazie a un percorso iniziato nel 2012 con l’acquisizione di Dievole, storica tenuta del Chianti Classico, e proseguito negli anni con investimenti a Montalcino e Bolgheri.

Un progetto che oggi riunisce cinque aziende: Dievole, Podere Brizio, Poggio Landi, Tenuta Le Colonne e Tenuta Meraviglia, accomunate dalla conduzione biologica dei vigneti e da una filosofia produttiva orientata all’espressione autentica dei rispettivi territori.

Una visione che ha trovato pieno riconoscimento nella Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, che ha assegnato ad Alejandro Bulgheroni Family Vineyards il prestigioso titolo di “Azienda dell’Anno 2026”.

Per celebrare il riconoscimento, il 4 giugno si è svolto a Roma un press lunch organizzato da ABFV, in collaborazione con Gambero Rosso e AB Comunicazione di Anna Barbon. La giornata si è aperta nella raffinata cornice di Idylio by Apreda con una masterclass guidata da Marco Sabellico, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, e da Enrico Viglierchio, Direttore Generale del gruppo.

Ad introdurre la degustazione, insieme a Viglierchio, sono stati l’agronomo Lorenzo Bernini e lo stesso Sabellico, che hanno illustrato la filosofia produttiva del gruppo e le peculiarità dei diversi terroir toscani.

Il viaggio è iniziato nel Chianti Classico con il Dievole Campinovi 2023, Trebbiano che ha saputo sorprendere per complessità e personalità. Le note fruttate e floreali si intrecciano a sensazioni vegetali, richiami iodati e suggestioni di macchia mediterranea, accompagnate da una vibrante freschezza balsamica.

Con il Dievole Casanova 2023, il Sangiovese si è espresso invece in una chiave contemporanea e immediatamente godibile: ciliegia croccante, spezie leggere, tannino delicato e una beva agile che ne esalta l’eleganza.

Più articolato e profondo il Dievole Novecento Riserva 2021, ottenuto da Sangiovese, Cannaiolo e Colorino provenienti da una singola vigna. Al naso emergono fiori, frutta matura, sottobosco e spezie scure, mentre il sorso mette in evidenza la freschezza e la succosità del Sangiovese, accompagnate da sfumature balsamiche e mentolate.

Il passaggio a Montalcino ha evidenziato due interpretazioni differenti del Brunello.

Il Podere Brizio Brunello di Montalcino Riserva 2019, proveniente dai terreni calcarei della zona sud-occidentale, si distingue per il profilo aromatico ricco di erbe officinali, spezie e frutto rosso integro. Al palato è fresco, sapido e sostenuto da un tannino ben integrato.

Diversa l’impronta del Poggio Landi Brunello di Montalcino Riserva 2019, nato sui versanti settentrionali verso Torrenieri. Qui il Sangiovese assume tratti più raffinati e complessi: ciliegia matura, prugna, liquirizia, humus e radici si fondono in una trama gustativa profonda, fresca e balsamica.

Il percorso si è concluso a Bolgheri, territorio nel quale ABFV ha realizzato uno dei progetti più ambiziosi degli ultimi anni.

Il Tenuta Le Colonne Bolgheri Superiore 2021, assemblaggio di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon provenienti da vigne affacciate sul mare, esprime un carattere mediterraneo ben definito. Mentuccia, peperone verde e spezie scure introducono un sorso equilibrato, sapido e di grande precisione.

Particolarmente affascinante la degustazione dei vini di Tenuta Meraviglia, azienda simbolo della nuova frontiera bolgherese del gruppo. Qui i vigneti sorgono nell’estremo lembo meridionale di Castagneto Carducci, su terreni caratterizzati dalla presenza di rocce vulcaniche e scheletro.

Il Vigna Pianali 2021, seconda annata prodotta, nasce da una piccola parcella di Cabernet Franc posta a 130 metri di altitudine. Il vino restituisce nel bicchiere tutta la forza del suo terroir: mineralità, freschezza, note iodate e balsamiche accompagnano un frutto avvolgente e maturo.

Apice della degustazione il Maestro di Cava 2020, ottenuto da una selezione delle migliori uve di Cabernet Franc provenienti dalla parte più alta della tenuta. Al naso emergono mora selvatica, grafite, macchia mediterranea ed erbe officinali; il sorso è vellutato, profondo e di straordinaria eleganza, capace di coniugare potenza e finezza.

La giornata è proseguita sulla terrazza panoramica del sesto piano del The Pantheon Iconic Rome Hotel, dove gli ospiti hanno potuto degustare una selezione di vecchie annate in abbinamento ai piatti firmati dagli chef Francesco Apreda e Cammertoni.

Il Carpaccio di Muggine con patate e zafferano ha trovato il suo ideale compagno nel Botro dei Fichi Vermentino 2024 di Tenuta Meraviglia.

Il Risotto alla cipolla rossa, ragù di cortile e foie gras è stato accompagnato dalla Vigna Sessina Chianti Classico Gran Selezione 2018 di Dievole.

Mentre l’Almone di Manzo Affumicato con indivia e prugne è stato proposto in abbinamento a due importanti interpretazioni del territorio: il Chiuso del Lupo Brunello di Montalcino 2016 di Poggio Landi e il Maestro di Cava Bolgheri Superiore 2017 di Tenuta Meraviglia.

Più che una semplice celebrazione, l’evento romano ha rappresentato la sintesi di un percorso che negli ultimi anni ha portato Alejandro Bulgheroni Family Vineyards a imporsi tra i protagonisti della viticoltura italiana. Un progetto capace di unire visione internazionale e radicamento territoriale, nel quale ogni azienda conserva la propria identità contribuendo al racconto di una Toscana ricca di sfumature, tradizioni e paesaggi diversi. Il riconoscimento di “Azienda dell’Anno 2026” appare così come il naturale approdo di una filosofia che non punta all’omologazione, ma alla valorizzazione delle differenze: un mosaico di terroir che trova proprio nella sua pluralità il tratto distintivo più autentico.

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.  Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. 

La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. 

Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia.

Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”.

Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org.

Vigneto Falconieri, il cru che riscrive il Frascati: verticale 2019–2021

Nel cuore dei Castelli Romani, tra le alture di Monte Porzio Catone, la Cantina Villa Simone continua a tracciare con coerenza e visione uno dei percorsi più interessanti della rinascita del Frascati Superiore DOCG. Un progetto che trova nel Vigneto Falconieri la sua espressione più ambiziosa: un cru pensato per dimostrare, senza compromessi, il potenziale evolutivo e identitario di questo grande bianco laziale.

Incontrare la famiglia Costantini è ogni volta un’esperienza autentica e coinvolgente. Lorenzo, enologo di grande sensibilità e profondo conoscitore della vite e del territorio, affonda le sue radici in una famiglia di vignaioli ed enotecari originari delle Marche. Insieme alla moglie Fulvia e alla figlia Sara, porta avanti con coerenza e passione una tradizione familiare che si traduce oggi nella produzione di vini di grande qualità e identità.

Un vigneto che nasce dalla storia

La storica Villa Falconieri è la protagonista di questa storia. La maggiore delle 12 Ville Tuscolane, fu realizzata per Monsignor Alessandro Rufini Vescovo di Melfi nel 1500, sopra i resti di una villa romana con il nome di Villa Rufina. In seguito, venduta ed ingrandita per volere di Papa Paolo III Farnese nel 1628 passa nelle disponibilità di Orazio Falconieri che la chiamò con il nome di famiglia. In seguito, la proprietà cambiò più volte fino al secolo scorso, dopo la Seconda guerra mondiale divenne edificio pubblico e dal 2016 è la sede dell’Accademia Vivarium Novum.

I terreni circostanti furono venduti e divennero un uliveto che però andò in rovina a causa dell’abbandono. L’acquisizione all’asta del terreno nel 2008 da parte di Lorenzo Costantini e dello zio segna l’inizio di un percorso lungo e complesso. Solo nel 2014, dopo un articolato iter burocratico, si avvia la bonifica di un’area vasta 18 ettari, di cui oggi circa 5,5 recuperati e 4,5 vitati.

Il vigneto è impiantato con una densità di circa 5.000 ceppi per ettaro e vede un dominio quasi assoluto della Malvasia del Lazio (Puntinata), che occupa il 98% della superficie. Il restante 2% è dedicato a un vigneto sperimentale che rappresenta un vero e proprio omaggio alla viticoltura antica: Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Bellone, Bombino e Greco allevati con sistemi storici come alberello, conocchia e capretta.

Durante i lavori di bonifica, il ritrovamento di una strada romana ha suggellato simbolicamente il legame tra questo luogo e la millenaria storia vitivinicola del territorio.

Una filosofia produttiva controcorrente

La prima annata prodotta è la 2019. Fin dall’inizio, il progetto Falconieri si distingue per scelte tecniche radicali: raccolta manuale in cassetta, selezione accurata delle uve e, soprattutto, tempi di affinamento lunghi e inusuali per la denominazione.

Il vino matura inizialmente per circa due anni in legno, con un uso combinato di rovere e castagno, per poi affinare ulteriormente in bottiglia fino a raggiungere complessivamente cinque anni prima della presentazione. Una scelta che implica materia prima impeccabile e un controllo enologico rigoroso.

Le prime esperienze con il castagno, in particolare nella 2019, hanno portato a una riflessione importante sul ruolo del legno. Dalla 2020 si passa quindi a un approccio più misurato: fermentazione e affinamento in botti da 5 ettolitri in rovere e acacia, con l’obiettivo di esaltare il vitigno senza sovrastrutture.

La verticale: tre annate, un’identità che si definisce

La degustazione delle annate 2019, 2020 e 2021 attualmente non ancora in commercio, si configura come un racconto tecnico ed emozionale insieme, capace di restituire l’evoluzione stilistica del progetto.

2021 – L’equilibrio raggiunto

Annata di riferimento per il progetto Falconieri.

Nel calice, la 2021 segna un punto di arrivo. Il naso è ampio, stratificato, tra fiori e frutta gialla, con delicate sfumature speziate. In bocca è fresco, minerale, sapido, con una tensione che allunga la beva e una chiusura elegante, dove il legno accompagna senza mai sovrastare. È, nelle parole di Lorenzo, l’annata dell’equilibrio raggiunto. Il legno è perfettamente integrato, contribuendo alla complessità senza mai sovrastare il profilo varietale. È l’annata che rappresenta il punto di sintesi tra vitigno, territorio e tecnica.

2020 – L’annata della transizione

Un millesimo di passaggio, fondamentale per la definizione stilistica.

La 2020 racconta invece una fase di transizione. Elegante e fresca, con richiami alla frutta gialla matura, porta con sé una presenza del legno ancora evidente, quasi a testimoniare un momento di ricerca, di aggiustamento stilistico. Qui il legno risulta ancora percepibile, elemento che ha spinto la cantina a rivedere l’approccio nelle annate successive. Rimane però un vino armonico, che testimonia la fase di ricerca.

2019 – L’origine del progetto

La prima annata, il punto di partenza.

La 2019, prima annata, si presenta più opulenta, con una struttura importante e una sapidità che emerge con decisione, sostenuta da una buona freschezza. È il punto di partenza, il primo passo di un cammino che si sarebbe poi affinato negli anni successivi.

L’influenza del legno di castagno, si avverte inmodo più evidente, contribuendo a un profilo più ricco e materico. È un vino che racconta l’inizio del percorso, con tutte le sue scelte ancora in fase di definizione.

Due sorprese fuori degustazione

A completare l’esperienza, due vini che ampliano la prospettiva sul potenziale della cantina.

Vigneto Filonardi 2016


Da Malvasia del Lazio e Malvasia di Candia, con una piccola quota fermentata in barrique e successivamente riassemblata. Profondo e complesso, con eleganti note affumicate. Strutturato, armonico, capace di sorprendere per longevità e finezza.

Cannellino di Frascati 2014

Ambrato e luminoso, con profumi di cedro candito e fiori appassiti, capace di coniugare dolcezza e freschezza in un sorso armonico, attraversato da quella tipica mineralità vulcanica che è firma inconfondibile del Frascati.

Un nuovo racconto per il Frascati

La verticale del Vigneto Falconieri va oltre la semplice degustazione: è la testimonianza concreta di un cambio di paradigma. La famiglia Costantini, marchigiana d’origine ma profondamente legata a questo territorio, interpreta il Frascati non più come vino immediato, ma come espressione complessa, stratificata e capace di evolvere nel tempo. Un progetto che affonda le radici nella storia, fino a incontrare una strada romana, e che guarda avanti con lucidità. Perché oggi, nel calice, il Frascati può finalmente tornare a essere ciò che è sempre stato: un grande vino.

In Alto I Calici: a Roma i vini chiamano a investimenti e collezioni con Finarte

Matteo Parrotto con il suo club “In Alto I Calici” ha avviato da tempo una serie di incontri tematici che guardano al cuore della relazione tra vini e cultura, approdando sovente a temi di forte attualità.

Con Finarte, il 28 maggio all’Amaranto in Villa Grazioli, ha presentato un incontro che introduce al pubblico degli enofili romani il tema dei vini da collezione, ponendo da subito il paradosso insito nell’oggetto: un bene di consumo può mai diventare una funzione del risparmio? Nel suo ragionamento, al centro c’è la materia nobile e trascendente del valore, ossia la eccellenza di specifiche “manifatture” del vino. 

Non è fuor di logica guardare a quelle eccellenze come generatori di valore nel tempo. Cosa rende una bottiglia, di vino o di distillati, preziosa? Qualità, costanza, notorietà. Perché mai un vino noto per qualità, ovvero appetibile, con grande reputazione che annata dopo annata non cala ma cresce, e la cui etichetta e il cui brand salgono oltre la soglia di dubbio su valore nel tempo, non dovrebbe essere stimato come bene rifugio?

Secondo il primo “Fine Wines and Restaurants Market Monitor” di Bain & Company e Altagamma, presentato a Vinitaly nell’aprile 2025, il mercato del “fine wine” (ovvero quel che i collezionisti definiscono _investment grade_ ) ha raggiunto un valore stimato di 30 miliardi di euro nel 2024, con proiezioni di crescita verso i 35–40 miliardi entro il medio termine. I numeri da comparare sono facili: 813 mld euro è il valore globale del mercato mondiale dei vini, mentre 1480 mld euro è il valore globale del mercato del lusso.

Inoltre, c’è un paradosso nei volumi: nonostante il calo dei prezzi, il numero di transazioni in “fine wines” nel 2024 ha superato quello del 2023 del 7,9%  — segnale che la domanda non si è contratta, ma ha semmai colto l’opportunità di acquistare a prezzi più accessibili. I volumi di trading sono ulteriormente cresciuti del 6,3% nel 2025, con una media mensile di 2.234 operazioni rispetto alle 2.100 del 2024. 

Le tendenze dei mercati sono oltremodo incoraggianti. Se il Liv-ex 100 (indice del valore dei primi 100 vini al mondo per prezzo) ha attraversato il 2025 con non poche flessioni, nel quarto trimestre 2025 gli indici Liv-ex hanno mostrato una ripresa, con i First Growth di Bordeaux in crescita del 10% e una domanda in risalita sia dagli Stati Uniti — ormai prossimi al 30% del totale delle transazioni — che dall’Asia, in particolare per Champagne e Borgogna. 

Sarà il caso di precisare che la Francia rappresenta 207 dei 332 vini classificati, pari al 62% del totale. Bordeaux contribuisce da sola 106 vini — circa un terzo dell’intero elenco — mentre la Borgogna ne conta 67. 

Ma il suddetto rapporto Bain-Altagamma evidenzia il potenziale di crescita italiano, che può contare su 20 regioni vitivinicole e circa 1.000 vitigni autoctoni, a fronte delle 13 regioni e 250 varietà della Francia. 

C’è da registrare perciò un peso crescente su Liv-ex: l’Italia ha fatto un salto significativo, passando da 65 vini classificati nel 2023 a 86 nel 2025 — seconda nazione per numero di etichette dopo la Francia, davanti alla California e alla Spagna. 

Guardiamo alle etichette guida:

— Toscana:

• Sassicaia 2016, uscita a circa £1.500 a cassa, viene scambiata oggi intorno a £3.500. 

• Masseto 2006, prezzato a 280 dollari al rilascio, ha superato i 1.000 dollari nel 2024, con un ROI del 257% per gli investitori early-stage. 

• Tignanello 2010, acquistabile per 90–100 dollari, quota oggi 280–300 dollari in condizioni ottimali — una triplicazione in poco più di un decennio. 

— Piemonte:

• Giacomo Conterno Monfortino 2013, scambiato intorno a £6.000 al rilascio, raggiunge oggi circa £10.000 a cassa. 

• A New York, la domanda per Barolo e Barbaresco è descritta come robusta, con le annate storiche 2010 e 2016 — e bottiglie risalenti agli anni ’60 e ’70 — che si muovono con sicurezza sul mercato secondario. 

Le conclusioni degli operatori sono perciò degne di attenzione: secondo il Golden Vines Report 2024, il 64% degli operatori del settore anticipa crescita per i vini italiani di alta fascia come Barolo e Barbaresco, sempre più visti come alternativa alla Borgogna. 

Durante l’evento, Guido Groppi di Finarte/Vini e Distlillati ha avuto gioco facile, pertanto, a presentare le opportunità che il mercato delle aste offre a chiunque voglia allocare risorse in asset come le collezioni di vini “investment grade” o meglio detti Fine Wines.

Su quelli, il valore stimato nel tempo è ancora appannaggio dei Francesi, come visto, dalla produzione di Romanee Conti in giù. Ma la capacità produttiva piemontese (e potremmo guardare anche alla Toscana di Montalcino e di Bolgheri) raggiunge volumi che, se stimati per cassa come unità di misura, generano nel tempo un valore economico non comune e apprezzabile per incremento.

In fondo, è la stessa lettura che Camillo Benso Conte di Cavour fece delle colline delle Langhe e della loro relativa comparazione al terroir bordolese in Francia. Il suo obiettivo personale era diventare un produttore il cui vino moltiplicasse il valore di se stesso nel tempo, ma soprattutto del territorio e del suo valore immobiliare. Inutile ricordare che le Langhe sono diventate il territorio agricolo a maggior valore nel mondo, più di ogni denominazione francese, superando la media dei 5mln di euro per ettaro.

Ed è a questo punto, nella comparazione tra le aste di

vini in Francia, che l’evento trova il suo momento più interessante, perché introduce a un percorso storico già vissuto dalle opere pittoriche francesi degli ultimi 200 anni.

Ora che alle aste francesi iniziano a comparire da protagonisti anche altri areali, come il Rodano ad esempio, il parallelo con areali italiani diventa immediato ai fini della percezione del valore e dei possibili investimenti.

Investire in casse di vini celebratissimi e italiani può essere una forma di incremento dei propri asset, perché vengono proposti anche in case d’asta estere. Nomi come Conterno Monfortino, o Gaja, o Giacosa, solo per citare superstar piemontesi, attraggono già gli investimenti in Europa e in Nord America. 

O per rimanere in Toscana, da Biondi Santi a Tenuta San Guido e il suo Sassicaia, ad Argiano o Banfi, quei nomi e quei vini rappresentano oggetti da collezione classificati in verticali protocollate alla vendita all’asta come “gruppo di valore”. 

La naturale conseguenza di ciò è l’ulteriore accrescimento del valore in funzione della progressiva riduzione, per consumo, di tali “oggetti d’investimento”. 

Ne consegue una spirale virtuosa sul piano finanziario, con fondi d’investimento che dagli USA esprimono ormai capitali allocabili in intere collezioni di vini italiani.

Se si guarda perciò a nuovi settori di allocazione del risparmio, si deve notare che le caratteristiche anti-inflazionistiche del vino derivano dalla scarsità tangibile — ogni bottiglia consumata riduce l’offerta — dall’aumento dei costi di produzione che tende a muoversi con l’inflazione, e da una domanda globale di collezionisti che opera in modo sostanzialmente indipendente dalla politica monetaria domestica. 

Nel venire invitato alla degustazione di selezioni di vini di casa Aneri, notissimo produttore di Amarone della Valpolicella le cui verticali sono già oggetto d’asta, Guido Groppi ci consiglia una visita introduttiva a una delle aste che si tengono presso Finarte a Roma. L’intento è di comprenderne le opportunità che offrono, come lotti o verticali provenienti da collezioni incluse in ben più ampi perimetri di eredità messe all’asta. 

Matteo Parrotto sottolinea, infine, l’utilità di promuovere la partecipazione ad aste a Roma, nel quadro di eventi selezionati e talvolta riservati in particolare agli iscritti al club “In Alto I Calici”.

Con Finarte il percorso non si conclude con questo evento, perciò, e si rimanda la platea a nuovi appuntamenti a Roma e a seguire le informazioni sugli eventi prossimamente in programma.

Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare

La spiaggia privata del resort Riva degli Etruschi torna a trasformarsi in un grande palcoscenico del vino artigianale con la terza edizione di “Vini Bagnanti”, in programma sabato 20 giugno 2026 dalle 18.30 alle 23.30.

L’evento, presentato nei giorni scorsi presso Riva degli Etruschi, si conferma tra gli appuntamenti più significativi della costa toscana dedicati al vino e alla cultura enogastronomica. Nato dalla collaborazione tra Riva degli Etruschi e il progetto Vini Migranti ideato da Teseo Geri, con il contributo di Slow Food Italia, Slow Wine e dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, il format combina degustazioni e gastronomia in un chilometro di spiaggia privata, arricchito dal racconto diretto dei produttori, offrendo un’esperienza immersiva e fortemente legata al territorio.

Dopo le oltre 1.200 presenze delle precedenti edizioni, Vini Bagnanti consolida un modello che interpreta il vino come linguaggio culturale e strumento di relazione tra territori, produttori e pubblico.

Nel presentare il progetto, gli organizzatori hanno sottolineato la dimensione culturale e relazionale dell’evento.

Teseo Geri ha posto l’accento sulla grande “ aspettativa per questa nuova edizione dei Vini Bagnanti, soprattutto per la selezione dei vignaioli, che vede la partecipazione perfino di un’azienda libanese, aziende dalla Champagne, conferme dall’Ungheria, Spagna e, ovviamente, tanta Italia, costituendo una rara occasione, per gli amanti del vino e non solo, di relazionarsi con i produttori, assaggiare buon vino, divertirsi godendo del mare e della bella energia che la manifestazione genera…..

Vieri Mantelli Direttore di Riva degli Etruschi : Vini Bagnanti raggiunge la sua terza edizione e lo fa con la consapevolezza di chi non vuole solo organizzare un evento, ma riscrivere le regole dell’accoglienza.

Tre anni fa abbiamo deciso di sfidare il ‘non detto’ dell’Hospitality tradizionale, superando quel concetto di struttura intesa come luogo esclusivo e separato dal territorio. Abbiamo scelto di essere un ecosistema aperto, un laboratorio di eccellenze dove la sostenibilità non è uno slogan, ma l’unico linguaggio possibile.

Abbiamo selezionato produttori e partner non in base a logiche di mercato, ma per affinità elettiva con il nostro universo valoriale. In questo contesto, il vino smette di essere il fine e diventa il mezzo: un veicolo potente, quasi ancestrale, per lanciare messaggi forti. Grazie alla sinergia con Slow Food e l’Università di Pollenzo, quest’anno portiamo in scena il concetto di “Giusto” che va oltre il calice. Non aspettatevi una masterclass accademica: il vino sarà la voce che racconta una lunga e profonda storia di riscatto sociale e rispetto ambientale.

Vini Bagnanti, nel suo complesso, è una manifestazione che grida la propria identità: quella di un territorio che non accetta compromessi sui valori. Per l’edizione 2026 puntiamo a superare le presenze del 2025 non per una questione di numeri, ma perché vogliamo che il nostro messaggio arrivi il più lontano possibile.”

Cinquanta sono i vignaioli  presenti  per l’edizione 2026, selezionati per identità produttiva, sostenibilità e coerenza con il territorio.

aziende partecipanti dall’Italia  e dall’Estero:

Tenuta Guardamare – Toscana

Fattoria di Montemaggio – Toscana

Clivo Altura – Toscana

Tenuta di Carleone – Toscana

Sant’Agnese – Toscana

Castagnoli – Toscana

Podere Dell’Anselmo – Toscana

Belvedere 1 – Toscana

Acquabona – Toscana

Demetervin – Ungheria

Vignaioli Urbani Mistici – Toscana

Fattoria Le Masse – Toscana

VenticinqueDieci – Trentino-Alto Adige

Campo alle Comete – Toscana

Champagne Goutorbe Bouillot – Francia

Mersel & Il Lebbio – Libano & Toscana

Borgo Pancoli – Toscana

Petrolo – Toscana

Castaldi Francesca Azienda Agricola – Piemonte

Fondazione Apri Le Braccia – Piemonte

Gustin – Slovenia

Alberelli di Giodo – Toscana

Vignamaggio – Toscana

Incandia Bio – Toscana

Case d’Alto – Campania

Bodega Piedra – Spagna

Pares Baltà – Spagna

La Lupinella – Toscana

Domaine de Cocagne – Toscana

Wageck – Germania

Tenuta La Gigliola – Toscana

Castelsimoni – Abruzzo

Zonzo – Toscana

Rivalta – Veneto

Melly’s Kombucha – Piemonte

Poderi Cellario – Piemonte

Cantina Andrea Paffarini – Umbria

Deposito Clandestino – Umbria

Vini Laluce – Basilicata

Albamora – Toscana

Fortebrezza – Toscana

La Macchia – Toscana

Antiche Rive – Friuli-Venezia Giulia

Bronzato Wine – Veneto

Tikal Natural – Argentina

Domaine Paterianakis – Grecia

Almarea Botaniche Di Mare – Lazio

Terre del Cima – Veneto

Maffione – Puglia

Podere La Botta – Toscana

Il format dell’evento

Il biglietto d’ingresso avrà un costo di 20 euro e comprenderà il calice ufficiale dell’evento, la tracolla personalizzata, degustazioni illimitate e l’accesso ai laboratori in programma. Il “Laboratorio del Giusto” dedicato all’etica del calice, curato da Slow Wine e dalla Banca del Vino di Pollenzo, sarà invece a numero chiuso e accessibile con biglietto separato.

Oltre al percorso di degustazione, l’evento offrirà un ricco programma di attività collaterali dedicate all’approfondimento del rapporto tra vino, ambiente e cultura gastronomica.  Attraverso i laboratori sensoriali e degustativi curati dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, e il già citato “Laboratorio del Giusto”, il pubblico sarà coinvolto in esperienze pensate per andare oltre la semplice degustazione, affrontando anche i temi etici e sociali della produzione vinicola. A completare l’esperienza, un’area food affiancherà i cinque ristoranti con una selezione di proposte curate da Slow Food Costa degli Etruschi, dedicate alla valorizzazione dei prodotti locali e di qualità; diverse aree tematiche dedicate all’incontro diretto tra produttori e visitatori, con l’obiettivo di valorizzare storie, territori e identità produttive.

Un evento dentro un sistema vivo di ospitalità e paesaggio

Vini Bagnanti non si inserisce semplicemente all’interno di un resort, ma nasce dentro un sistema complesso in cui ospitalità, produzione agricola e cultura gastronomica convivono in modo organico. Il paesaggio non fa da sfondo, ma diventa parte attiva dell’esperienza.

Un modello di ospitalità diffusa tra mare e pineta

Il cuore di questo sistema è Riva degli Etruschi, un resort diffuso immerso in un parco mediterraneo di 35 ettari affacciato direttamente sul mare, con oltre 60 anni di storia e un chilometro di spiaggia.

L’ospitalità non è concentrata in un unico edificio, ma distribuita tra pineta e costa, in un equilibrio costante tra natura e accoglienza. Il paesaggio, caratterizzato da oltre 8.000 alberi e arbusti, cinque ristoranti e una tenuta agricola biologica insieme definiscono un sistema integrato fondato sul rispetto dell’ambiente e sulla valorizzazione del territorio.

Le produzioni interne di Riva degli Etruschi includono ortaggi, cereali antichi e il Carciofo Violetto della Val di Cornia, presidio Slow Food. A ciò si aggiunge anche l’olio evo della Tenuta Biliotto appartenente alla stessa proprietà.

Alla base del progetto c’è la Tenuta Guardamare, cuore agricolo del resort, dove nascono non solo olio e produzioni biologiche, ma anche vini biologici, nati con la consulenza di Michele Satta, con un’attenzione costante alla biodiversità del suolo e al rispetto dell’equilibrio naturale del paesaggio. Un sistema fondato su relazione diretta con il territorio e valorizzazione della biodiversità.

Il progetto vitivinicolo si articola in una gamma di etichette che interpretano il legame tra mare e Maremma Toscana, restituendo una chiara identità territoriale. Tra queste, la linea Marittimo rappresenta il fulcro della produzione nelle sue declinazioni bianco e rosso.

Il Marittimo Bianco, ispirato ai panorami dell’Arcipelago Toscano, è un vino ampio e solare, di grande piacevolezza e intensità, ottenuto da uve Vermentino e Viognier, che ne definiscono il profilo mediterraneo e sfaccettato.

Il Marittimo Rosso nasce invece dall’osservazione delle colline costiere e si basa sul Sangiovese, arricchito da Syrah, con note di frutti rossi maturi che ne esaltano la vocazione toscana.

La produzione si completa con altre etichette e interpretazioni contemporanee, tra cui Energia, un vino dal carattere vivace e dinamico, che propone una lettura più diretta del territorio e ne amplia la visione enologica complessiva.

Le sue oltre 400 sistemazioni tra camere, ville e residence, immerse nella natura, si integrano nel paesaggio senza alterarlo e rappresentano una vera geografia dell’ospitalità; 5 ristoranti, un centro piscine e un’ampia offerta sportiva, che include campi da tennis, padel e beach volley. La struttura propone inoltre noleggio biciclette e attrezzature per sport acquatici, attività per adulti e bambini e servizi pet-friendly con aree dedicate e una spiaggia riservata agli animali domestici.

Le camere d’hotel costituiscono il primo livello: ambienti essenziali ma curati, suddivisi tra Classic, Standard, Comfort e Junior Suite. La loro identità non è definita dalla sola funzione ricettiva, ma dal rapporto diretto con l’ambiente naturale: alcune si trovano a pochi passi dal mare, altre sono immerse nella pineta mediterranea, mantenendo sempre una continuità visiva e sensoriale con il paesaggio.

Le Junior Suite ampliano la dimensione abitativa con spazi più generosi e una maggiore apertura verso l’esterno, mentre le categorie Standard e Classic privilegiano una dimensione più raccolta e immersiva.

Il sistema delle ville e dei residence completa l’offerta con unità indipendenti dotate di cucina e spazi esterni privati, pensate per soggiorni più lunghi o autonomi.

Ne emerge un modello di ospitalità in cui il soggiorno non è separato dal paesaggio, ma lo attraversa.

Cinque ristoranti e una proposta gastronomica integrata nel paesaggio

La ristorazione rappresenta uno degli elementi più identitari del sistema di Riva degli Etruschi e si sviluppa come una narrazione gastronomica articolata, attraverso cinque ristoranti.

Il Mariva Dune Restaurant è il fine dining del resort: una cucina contemporanea che interpreta la tradizione toscana attraverso una selezione rigorosa di materie prime. Una proposta essenziale nell’impiattamento, ma complessa nella costruzione dei sapori, profondamente legata al ritmo delle stagioni.

La struttura, interamente realizzata in legno e costruita su una duna naturale, è stata progettata per integrarsi armoniosamente nel paesaggio senza alterarne l’equilibrio ambientale, tra pineta, macchia mediterranea e percorsi immersi nel verde, in continuità con l’ambiente circostante.

Guidato dallo chef Ennio Fedi, il ristorante propone una cucina mediterranea attuale basata su ingredienti stagionali, pescato locale e prodotti del territorio con gli ortaggi biologici e i prodotti della Tenuta Guardamare. Il menu reinterpreta la tradizione toscana con preparazioni leggere ed equilibrate, attente alla purezza dei sapori e alla qualità della materia prima.

Il Nautico, è dedicato alla cucina di mare e al pescato del giorno, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ittica e alla selezione delle specie, con utilizzo di pesce fresco locale. La sua posizione strategica, con vista sull’Arcipelago Toscano, offre uno scenario ideale per ammirare i tramonti sul mare.

Il Mistral, propone una cucina arricchita dai profumi della macchia mediterranea, che valorizzano la freschezza e la qualità degli ingredienti locali, dando vita a un equilibrio armonico di sapori. Affacciato sul mare, offre un’esperienza gastronomica profondamente legata al paesaggio e alla sua identità.

All’Orto è il ristorante agricolo del resort, dedicato alla colazione e alla mezza pensione,  quotidianamente arrivano  le produzioni dell’orto biologico interno: una cucina che segue rigorosamente la stagionalità e riflette il lavoro agricolo.

Il Magù è uno spazio conviviale dall’atmosfera accogliente, pensato per un’esperienza informale e rilassata. La proposta si concentra su pizza e birra artigianale, valorizzando ingredienti di qualità e lavorazioni curate, con la guida di un pizzaiolo campano originario di Salerno che ne definisce l’identità e lo stile.

La proposta gastronomica di Riva degli Etruschi si configura così come un ecosistema coerente, in cui ogni ristorante diventa un punto di osservazione sul paesaggio. Non una somma di insegne, ma un sistema unitario che traduce il territorio in linguaggi diversi, mantenendo una regia comune. Il valore risiede nella capacità di integrare filiera corta, produzione interna e identità culinarie autonome, costruendo un equilibrio tra alta cucina, cucina di costa e dimensione agricola.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!