“Salutateli!” – La noce e l’arancio biondo della Penisola Sorrentina rischiano di scomparire per sempre nel silenzio

Dei giardini di aranci a Sorrento e del loro profumo ne parla una delle più celebri arie della canzone napoletana, “Torna a Surriento”, testimone del fatto che non solo erano presenti e rigogliosi già alla fine dell’800, ma che erano talmente radicati nell’immaginario collettivo da costituire un ricordo indelebile per chi partiva dopo un breve periodo di soggiorno. La coltivazione dell’arancio biondo in Penisola Sorrentina è attestata sin dal 1300: si tratta di un frutto dal gusto straordinario, molto riconoscibile, il cui succo è piacevole ed equilibrato.

Anche la noce appartiene alla cultura del territorio da tempo immemore, basti pensare che negli scavi di Villa Regina a Pompei è presente un calco di noce della stessa tipologia ancora esistente in Penisola Sorrentina, quello della cultivar Sorrento e coltivato secondo il metodo tradizionale. La peculiarità delle noci della Penisola Sorrentina risiede nelle specifiche caratteristiche organolettiche, determinate dal microclima di questa lingua di terra collinare distesa sul mare: dolci e aromatiche al palato, non presentano il retrogusto amaricante tipico della noce neanche quando vengono gustate fresche. Entrambi prodotti tipici che hanno scritto la storia, le tradizioni gastronomiche di un territorio e ne caratterizzano il paesaggio: due prodotti che rischiano l’estinzione perché minacciati dall’agricoltura industriale.

Slowfood e in particolare la Condotta Costiera Sorrentina e Capri cercano di tutelarne l’integrità attraverso la costituzione di presidii, comunità e l’organizzazione di eventi che ne favoriscano la conoscenza tra i consumatori. <<I Presidii sono delle Comunità>> spiega Pier Luigi D’Apuzzo, fiduciario della Condotta <<la cui costituzione avviene attraverso la sottoscrizione da parte di tutti i produttori di una dichiarazione fondativa che ne definisce gli obiettivi>>.

Uno degli obiettivi principali è chiaramente quello di salvare le biodiversità, tutelare gli ecosistemi e le risorse naturali di un determinato territorio. Fino al secolo scorso, la coltivazione della noce costituiva la principale fonte di reddito degli agricoltori della Penisola Sorrentina. Era considerata pregiata, tanto da essere quotata alla Borsa di Napoli, ricercata dai mediatori di tutta Italia ed esportata negli Stati Uniti.

L’albero raggiunge un’altezza compresa tra i 25 e i 30 metri e diventa produttivo a dieci anni dalla messa a dimora. La resa media di noci secche per pianta adulta nel pieno della sua produzione (ed in condizioni ottimali) è stimata in circa 25 – 30 Kg, come da Disciplinare. La raccolta tradizionale avviene tramite bacchiatura: i rami vengono colpiti con lunghe pertiche di legno di castagno da terra o arrampicandosi per arrivare a colpire le propaggini più alte. Successivamente alla smallatura, segue un periodo di essiccazione al sole, variabile da una settimana fino a tre, a seconda delle condizioni climatiche. Le caratteristiche della pianta e della sua coltivazione, unite a quelle geomorfologiche del territorio che non consentono la meccanizzazione, sono le motivazioni che hanno portato, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso,  al progressivo abbandono di questa coltivazione. Le varietà internazionali più fruttifere e di più facile gestione agronomica hanno poi nel tempo soppiantato sui mercati la noce proveniente dalla Penisola Sorrentina.

È ancora vivo, nella memoria delle persone più anziane, il ricordo del rumore secco procurato dalle pertiche che “bacchiavano” i rami dei noci: tac, tac, tac un suono cadenzato e secco, un richiamo che correva da un versante all’altro delle colline e rimbombava nel silenzio dell’autunno. Un rumore che oggi è possibile sentire solo nei pochi giardini che ancora conservano la tradizione di questa coltivazione. Il Presidio noce della Penisola Sorrentina è nato nel giugno 2018 e oggi conta una decina di produttori che hanno sottoscritto il disciplinare, in cui leggiamo che “secondo stime fatte con l’aiuto dei coltivatori, attualmente la produzione dovrebbe essere di circa 150 tonnellate”.

Stima da considerare al ribasso per gli anni successivi al 2018 visto che nel frattempo, causa i cambiamenti climatici in corso, il noce è stato soggetto a diversi infestanti e parassiti, che, nel 2022,  hanno compromesso buona parte del raccolto. Tra le iniziative promosse da Slowfood e dal presidio, ci sono i periodici laboratori del gusto, organizzati come sessioni di degustazione comparativa tra la noce coltivata in Penisola Sorrentina, quella della stessa qualità coltivata fuori dal territorio del presidio e le varietà internazionali più facilmente reperibili.

Leggermente diversa la situazione dell’arancio biondo, ancora presente nei giardini sorrentini, ma sempre meno conosciuto e apprezzato anche a livello locale. Il problema sono i semini presenti all’interno della polpa, per cui, a tavola, la preferenza dei consumatori ricade su altre varietà. Nonostante l’altissima resa dell’arancio sorrentino in termini di succo, la stagionalità del prodotto molto lunga (la raccolta parte a dicembre e si spinge fino a maggio) e il suo sapore particolarmente dolce, la difesa di questo prodotto è affidata ai rari produttori che ne curano ancora la coltivazione e al mercato esclusivamente locale.

<<Da anni stiamo lavorando per salvaguardare, tutelare e recuperare eccellenze dimenticate della penisola sorrentina come l’arancio biondo sorrentino>> spiega sempre Pierluigi D’Apuzzo. <<Importanti le iniziative per i più piccoli – tra le quali ricordiamo lo spremuta day che realizziamo ogni anno dal 2017 all’interno del parco di Villa Fiorentino (a Sorrento ndr) oltre che negli agrumeti, nelle scuole e nelle piazze di Piano di Sorrento, Massa Lubrense e Sant’Agnello. Questa è una delle iniziative che meglio incarna le idee di lotta allo spreco alimentare e riduzione degli scarti, vede ospiti gli alunni delle scuole primarie ed ha lo scopo di promuovere la conoscenza ed il consumo delle arance sorrentine sotto forma di succo, esaltandone le caratteristiche nutrizionali e le proprietà benefiche attraverso un percorso ludico-educativo pensato ad hoc per i più piccini che va dall’assaggio guidato, al gioco, al riconoscimento delle etichette. La difesa della salute, degli ambienti paesaggistici e delle piccole economie locali si realizza a tavola, educando il gusto dei più piccoli, imprimendo indelebilmente nella loro memoria sensoriale i sapori del territorio>>.

L’arancio biondo non è un presidio, ma è registrato nell’Arca del Gusto Slowfood, iniziativa che raccoglie i prodotti appartenenti alla cultura, alla storia e alle tradizione di tutto il pianeta, denunciando il rischio che possano scomparire.

<<È  però possibile che  anche i piccoli produttori delle arance della qualità biondo sorrentino si incontrino e si aggreghino per tutelare non solo un prodotto dalle qualità eccezionali ma anche per salvaguardare un paesaggio caratterizzante la penisola sorrentina: ovvero i famosi giardini sorrentini costituiti da alberi di arancio biondo sorrentino e limoni di Sorrento>> conclude D’Apuzzo.

Una delle ultime iniziative in ordine cronologico organizzate per favorire la conoscenza di questi prodotti, è stata la serata dello scorso 8 Marzo presso Antonino Esposito Pizza & Cucina – ristorante alla Marina Piccola di Sorrento segnalato nella Guida Osterie Slowfood. In occasione della serata dedicata all’abbinamento pizza vino, lo chef Esposito ha creato due pizze utilizzando noce e arancio biondo sorrentino: la pizza Sorrento con treccia sorrentina, limoni di Sorrento IGP, scaglie di Provolone del Monaco DOP, fiocchi di ricotta di fuscella e all’uscita noci della Penisola Sorrentina, la pizza con arancia bionda sorrentina, treccia sorrentina, scaglie di cioccolato fondente e arancia. Un’occasione unica per riportare l’attenzione dei consumatori su due prodotti della tradizione, rivisitati per assecondare il gusto moderno della pizza in abbinamento al vino.

Bolgheri e Montalcino: i volti vincenti della Toscana nel mondo

Bolgheri e Montalcino: due volti di un’unica regione, si sono uniti per una sera a mostrare il filo rosso che li unisce: la capacità dei propri protagonisti di portare la Toscana in giro per il mondo. Location dell’evento il ristorante C’è posto per te a Castellammare di Stabia, che, nella consueta formula mensile ideata dal patron Pasquale Esposito, ha proposto una serata a tutta Toscana, non solo nei vini ma anche nei piatti eseguiti dalla resident chef Angela Esposito.

La conduzione di Luca Matarazzo, direttore della testata 20Italie e relatore AIS esperto di Toscana, ha accompagnato l’evento: partendo dall’assunto che bere è un atto d’amore, Luca ci ha portato alla scoperta di luoghi e personaggi di due territori iconici, permettendoci di riconoscerli nel bicchiere.

Iniziamo il racconto da Bolgheri, territorio rinomato e riconosciuto a livello internazionale, ma fino agli anni quaranta del secolo scorso zona paludosa di recente bonifica. Il Marchese Mario Incisa della Rocchetta, riconobbe qualcosa che gli ricordava la Graves bordolese. Impiantò Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc e diede vita al vino bolgherese più noto, il Sassicaia. Un vino fatto in garage, amava scherzosamente definirlo, ma che ha fatto la storia dei grandi Supertascans, grazie all’enologo Giacomo Tachis proposto dal cugino Antinori.

Bolgheri è strettamente legata ai vitigni cosiddetti internazionali, che, per tipologia di terreni ed esposizione, trovano qui un habitat vocato. Vicino al mare (ma non troppo), è presente un paesaggio a mo’ di gradoni, tra le terre più antiche della Toscana, di circa un milione di anni. Si parte dalle colline metallifere e si arriva fino a terreni argillosi, molto simili al flysch cilentano, che donano sapidità e verticalità al vino. Un anfiteatro naturale all’interno del quale sono stati individuati ventisette tipi di terreni diversi, con diverse caratteristiche nei prodotti.

Il primo dei vini in degustazione, Noi 4 Bolgheri doc 2020 di Tenuta Sette Cieli, è il classico taglio bordolese da Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Franc impiantati a 400 metri d’altitudine. Nel calice sembra di sentire il soffio del mare, tra note officinali, speziate e mentolate che caratterizzano una bocca giovane e scattante.

Il Piastraia 2019 Bolgheri Superiore doc di Michele Satta, ottenuto da Cabernet Sauvignon, Merlot e Sangiovese prevede, invece, l’inserimento della varietà dominante in regione. La Famiglia Satta oltre a lavorare in questo territorio le quattro uve bordolesi, è meritevole di aver sperimentato anche il Syrah, il Teroldego e aver riportato in auge il Sangiovese stesso, quando la maggior parte dei vignaioli lo stava espiantando. Giacomo Satta, figlio di Michele, racconta la storia di una realtà vinicola da chi la vive nel quotidiano ed è emozionante cogliere quei piccoli particolari che sembra poi rivedere al sorso. Michele Satta, lombardo con origini sarde, adottato professionalmente a Bolgheri, si trasferisce sulla costa toscana negli anni Settanta del secolo scorso. Non sa nulla di vigna e vinificazione e quando decide di mettersi in proprio nel 1983, sceglie di fare vino perché a quei tempi i terreni coltivati a vigna costavano meno di qualsiasi altro tipo di terreno. Gli stessi momenti in cui Ludovico Antinori fonda Ornellaia, Piermario Meletti Cavallari Podere Grattamacco e, poco dopo, Eugenio Campolmi con Le Macchiole.

“Mio padre si introduce casualmente in una storia di vino, e lo racconta sempre per sottolineare come nella vita accadono cose speciali, da cui non si sfugge”. Il Piastraia 2019 è scuro e impenetrabile. All’inizio, necessita di tempo per rivelare la sua pienezza, ma al contempo riflette l’annata di cui è figlio: equilibrata per clima, piogge ed escursioni termiche. Un vino materico che ci parla di affetto per il territorio.

In abbinamento ai primi due vini, l’Antipasto Toscano con Finocchiona, bis di pecorini, pappa al pomodoro, fagioli all’uccelletto e bombetta al formaggio. Con i fusilli al ferretto al ragù di cinghiale, approdiamo nel secondo dei territori in esplorazione: Montalcino.

La nascita del Brunello di Montalcino è inscindibile dalla famiglia Biondi Santi, in particolare da Clemente, che nel 1820 iniziò a coltivare Sangiovese Grosso in un territorio dove si produceva prevalentemente Moscato Bianco nella tipologia dolce “Moscadello”. Il successo di questo vino è poi dovuto, come per Bolgheri, a giovani imprenditori che hanno creduto nelle potenzialità del territorio. In primis i fratelli Mariani che, coadiuvati dall’enologo Ezio Rivella, hanno dato vita all’azienda che ha portato il nome del Brunello di Montalcino prima negli Stati Uniti: Banfi.

Il primo Brunello di Montalcino in degustazione è Fattoi 2018.

Fattoi è un Brunello “tradizionalista”: prevede l’invecchiamento in botti di rovere da 40 Hl. Legno grande quindi, che mantiene integro il frutto del sangiovese, ancora pienamente godibile in questo bicchiere.

Caprili Brunello di Montalcino docg 2018 dell’Azienda Agricola Caprili è il secondo vino dell’areale. Anche questa una storia di famiglia riscattata dalla mezzadria; anche questo può considerarsi di fatto un Brunello tradizionalista che affina in botte grande. Al naso il frutto fragrante del sangiovese è controbilanciato da arancia essiccata, viola appassita, incenso. Il sorso è carezzevole grazie al tannino finissimo ma presente e risulta spiccatamente saporito. Sia Fattoi che Caprili si trovano su territori esposti ad ovest, un tempo più freschi, ma oggi, col cambiamento climatico in atto, espressione di un sangiovese equilibrato. I terreni prevalentemente argillosi danno nerbo e struttura al tannino. Esattamente ciò che sentiamo al sorso.

Il Peposo dell’Impruneta ci porta nella tradizione più autentica della cucina di Firenze, con uno stracotto che ha origini nel Medioevo e  deve il suo nome all’utilizzo abbondante di pepe in grani durante la cottura nei corposi vini toscani. La chef Angela lo propone insieme ad un piatto della tradizione campana, salsiccia e friarielli, per sperimentare un abbinamento non propriamente regionale – ma perfettamente riuscito – con i vini in degustazione.

Non ci spostiamo da Montalcino, degustando la superstar del 2023, il miglior vino del mondo, come lo ha definito Wine Spectator: Argiano Brunello di Montalcino docg 2018. Un vino italiano, toscano, salito sul podio a portare il vessillo del Made in Italy, cosa fino a qualche decennio fa impensabile.

Fine al naso, dai sentori di un frutto carnoso, e dal palato declinato su scie balsamiche, colpisce per l’equilibrio tra eleganza e potenza. Il sipario si chiude a Bolgheri con due pezzi autentici cavalli di razza.

Partiamo da Ornellaia L’essenza 2014 Bolgheri Doc Superiore, frutto di un’annata impegnativa che si esprime nel bicchiere comunque ad alti  livelli. La 2014 è composta nel blend bordolese con le seguenti proporzioni: 34% Cabernet Sauvignon, 32% Merlot, 20% Petit Verdot, 14% Cabernet Franc. Il naso è un pot-pourri di petali essiccati, spezia e salamoia. Il sorso è pieno, rotondo, con richiami di cioccolato ed una nota piccante nel finale, seguita da tannini morbidi e levigati.

Cavaliere Toscana IGT 2008 di Michele Satta, da Sangiovese in purezza è stato l’omaggio di Giacomo Satta a una serata dedicata alla convivialità. Naso di grande spessore, che spazia dalla moka, all’incenso, dall’arancia essiccata, alla felce e alla macchia mediterranea. Il sorso è progressivo e sferza il centro della lingua, chiudendo lungo e ampio su tostature di caffè.

C’è posto per te

Via Venezia 80053 Castellammare di Stabia

Tel: 081 870 1746

Chiuso il lunedì

Chianina & Syrah a Cortona: dove la “ciccia” si sposa alla perfezione con il vino

Esiste un luogo senza tempo, dove da 7 anni (non considerando lo stop forzato per la pandemia) si uniscono eccellenze enogastronomiche dai contorni tipicamente toscani. Per un attimo le lancette dell’orologio si sono fermate durante l’evento Chianina & Syrah, per non scandire il solito ritmo incalzante dello stress quotidiano.

La bellezza di un territorio come Cortona, patria del buongusto e del viver sano, con la sua storia, cultura, passione per il mondo agricolo e per l’accoglienza turistica da cui ne deriva, in gran parte, il benessere stesso dei cittadini.

Vittorio Camorri di Terretrusche e Stefano Amerighi, presidente del Consorzio di Tutela dei vini DOC Cortona, hanno saputo intercettare con maestria le sensibilità dei palati di avventori e specialisti del settore. Non è un evento da bosco e da riviera o una sagra godereccia, tutt’altro! La specializzazione gourmet si dimostra al calar della notte, nelle cene di gala, quando ci si ritrova al Teatro Signorelli, location incantevole come tanti altri teatri italiani, patrimonio della lirica e della musica classica.

L’occasione ideale per degustare, dopo una giornata spesa tra masterclass ed incontri con i produttori, le pietanze di chef stellati e attori primari della cucina nostrana accorsi dal richiamo irresistibile di Fausto Arrighi (già direttore della Guida Michelin per l’Italia) e di Annamaria Farina, splendidi nell’allestimento e nell’organizzazione di un servizio difficilissimo da eseguire visto il contesto speciale.

La Chianina proposta in ogni versione: dalla classica costata alla brace, all’hamburger, al bollito, per finire verso il quinto quarto tra trippa e lingua di cui siamo specialisti assoluti. E poi le salse ed i condimenti, l’utilizzo degli scarti nei brodi e sughi, per rivoluzionare il piatto e dare quel tocco di sapore alle materie prime più delicate.

Quest’anno è andato davvero tutto alla perfezione. Pochissime le “stecche” (trattandosi pur sempre di un palcoscenico). Molto snelle le varie fasi del programma, che potranno essere oggetto di ulteriori modifiche in futuro, ma già a buon punto di quadratura. Zero le pause morte, un ritmo serrato anche per noi giornalisti, divertiti e incuriositi da poter interagire con tanti viticoltori, con i colleghi Giampaolo Gravina, Leonardo Romanelli e Divina Vitale impegnati nelle degustazioni guidate sulle varie annate di Syrah, e sui territori vocati di Toscana, Sicilia e Cornas.

Approfondimenti utili a comprendere ulteriormente la magia di un vitigno migrante come la Syrah, che sa ben adattarsi ai luoghi dove viene coltivata e che necessita, in maniera imprescindibile, della mano umana per lasciarsi alle spalle nuance troppo rudi e rustiche e dirottarsi verso eleganze floreali, succose e speziate di grande longevità. L’Italia e Cortona stessa giocano un ruolo quasi alla pari con gli omologhi francesi. Il “quasi” è dovuto soltanto per la maggior esperienza dei cugini d’Oltralpe, che vantano ancora una piccola incollatura di vantaggio sui nostri.

Il Syrah toscano e siciliano, ad esempio, è molto mediterraneo, a tratti densamente materico, ancorato forse su retaggi di eccessiva maturazione del frutto, a discapito di agilità di beva e di toni più sinuosi che il varietale sa offrire. Le cose, però, sono nettamente diverse rispetto agli inizi del secondo millennio e già molti produttori hanno alleggerito il carico calorico e macerativo, prediligendo vinificazioni considerate “estreme”, a grappolo intero con presenza dei raspi.

Un metodo forse rischioso per altre varietà, ma amato dalla Syrah, a patto di farlo con dovuta saggezza e sempre padroni del proprio destino. In soldoni significa pulizia dei contenitori, scelta delle percentuali di uve da vinificare con tale tecnica e riposo in vetro per domare accenni erbacei o tannini robusti. Non esiste una formula uguale per tutti, ognuno ha già scritto o dovrà ancora scrivere la propria e proporsi all’esame insindacabile della critica e dei mercati.

Dalle valutazioni dell’Anteprima sarà Syrah segnaliamo alcuni assaggi davvero strepitosi, in un panorama in profonda crescita, complice annate equilibrate (su tutte 2021 e 2022) con acini integri e sani in cantina. Sono vini che hanno con sicurezza superato i 90/100. Lo faremo in ordine alfabetico come da scheda proposta dall’organizzazione.

Migliori assaggi di Syrah di Cortona

Cortona Doc Syrah 2020 Crano – Baldetti

Cortona Doc Syrah 2021 Terrasolla – Cantina Canaio

Cortona Doc Syrah 2021 L’Usciolo – Fabrizio Doveri

Cortona Doc Syrah 2021 Polluce – Chiara Vinciarelli

Cortona Doc Syrah 2022 Linfa – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah 2021 Campetone – Il Fitto

Cortona Doc Syrah 2021 – Stefano Amerighi

Cortona Doc Syrah Serine 2020 – stefano Amerighi

Cortona Doc Syrah 2021 Bocca di Selva – Tenuta Angelici

Migliori assaggi di Syrah d’Italia

Toscana Syrah IGT Arnuta 2021 – Buccelletti cantina

Costa Toscana Syrah IGP 202 Suisassi – Duemani

Toscana IGT Varramista 2017 – Fattoria Varramista

Costa Toscana Syrah IGP Rosso 2020 La Costa – Giardini di Ripaversilia

Toscana Syrah IGT 2021 Gruccione – Il Querciolo

Valle d’Aosta Syrah DOP 2020 Coteau La Tour – Les Cretes

Toscana Igt Syrah 2020 – Podere Bellosguardo

Syrah Igp 2019 Mascarin – San Valentino

Piemonte Doc Syrah 2022 – Scarzella

Syrah Igp Terre Siciliane Siriki 2015 – Spadafora

Toscana Igt Syrah La Sirah 2020 – Tenuta Lenzini

A Milano si parla dell’Oro verde della Puglia, in collaborazione con Gambero Rosso ed il Consorzio Igp Olio di Puglia

Abbiamo inviato i nostri cronisti Carolina Leonetti e Andrea Russetti a raccontare un evento importante nel panorama della produzione italiana dell’Olio Extravergine d’Oliva. Leggiamone il loro interessante resoconto.

Nella splendida cornice dell’Osteria del Treno, lo scorso 4 Marzo, Gambero Rosso e il Consorzio IGP Olio di Puglia hanno acceso i fari sull’Oro Verde di Puglia, l’Olio Extravergine d’Oliva. Un appellativo pregiato quanto la storia millenaria della coltivazione dell’ulivo in questa regione. Una tradizione produttiva che si tramanda di generazione in generazione.

Grande l’affluenza per le degustazioni, accompagnate da alcune eccellenze gastronomiche del territorio delle aziende: Le 4 Contrade, Il Quadrato Delle Rose, Masseria Cusmai e Masseria Miscioscia, oltre che da alcuni assaggi iconici dell’Osteria e da una bella selezione di vini del territorio del Consorzio Primitivo di Manduria DOP, Salice Salentino DOP e Brindisi DOP.

Un percorso di valorizzazione di questa eccellenza che Maria Francesca Di Martino, Presidente del Consorzio IGP Olio di Puglia, descrive così: “Il nostro Consorzio, in sinergia con Gambero Rosso, sta realizzando, in Italia ed all’estero, una serie di iniziative volte a promuovere il prodotto cardine della nostra regione, l’olio extra vergine di oliva. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere e riconoscere anche e soprattutto ai non addetti al settore che più del 40% dell’olio evo di qualità prodotto in Italia è in realtà made in Puglia”.

Una bella carrellata delle tante tipicità varietali: l’oliva Leccino, la Coratina, la Cellina di Nardò, la Paranzana e l’Ogliarola. La presidentessa del Consorzio precisa che la nascita dello stesso avviene nel 2020 subito dopo l’ottenimento della certificazione IGP olio di Puglia del dicembre2019. Il Disciplinare prevede che tutte le fasi di produzione dell’olio siano effettuate in Puglia: le olive sono pugliesi, i frantoi hanno gli stabilimenti nella regione così come gli imbottigliatori. Il logo del Consorzio ha come simbolo una moneta traiana (una donna con in mano un trancio di olivo) riferimento alla strada traiana che fa da trait d’union tra le province pugliesi.

Un numero importante: in Puglia ci sono più di sessanta milioni di piante d’olivo, la regione rappresenta, da sola, circa la metà del prodotto oleario nazionale. Tanti i riconoscimenti: qui risiedono alcune delle aziende più iconiche del settore, sintomo di un prodotto che sta sempre più dimostrando che qualità e quantità possono andare di pari passo

Si dice che “Ogni Puglia ha il suo albero” perché gli ulivi secolari pugliesi sono dei monumenti viventi, un manifesto regionale. Queste piante influenzano l’ecosistema locale circostante, ma anche l’economia e la cultura da tante ere, basta guardare lo Stemma Regionale in cui campeggia un florido ulivo.

I marcatori più indicativi sono l’amaro leggero e un retrogusto che rimanda a erbe e/o ortaggi. I profumi ricordano mandorla, erba tagliata, carciofo, all’interno di un corredo aromatico mediamente intenso. Il colore dell’olio non dovrebbe influenzarci, d’altronde le degustazioni nelle commissioni tecniche prevedono calici che non lo lascino trapelare (al fine di non condizionare l’analisi organolettica), comunque le nuance possono andare dall’oro intenso al verde scuro. La torbidità è naturalmente dovuta a una voluta assenza di filtraggio al fine di conservare ancora di più le qualità del frutto.

Le qualità nutritive sono di ottimo livello, l’acidità è dello 0.4%, vi è ricchezza di acido oleico, antiossidanti (tocoferolo), vitamina E e caroteni. La raccolta avviene quasi esclusivamente a mano, garantendo selezione fin dall’inizio al fine di evitare malattie, fermentazioni o muffe.

La Xylella e il futuro

Non poteva mancare un accenno al male che ha falcidiato l’olivicoltura negli ultimi anni. Il Batterio Xylella Fastidiosa è giunto in Puglia nel 2008 presumibilmente da piante di Caffè Costaricane e in pochi anni ha ridotto la popolazione degli uliveti di quasi il 90%. Circa 21 milioni di ulivi morti, in alcuni casi espiantandoli preventivamente per tentare di arginare il male. Sebbene sia rallentata è ancora presente nel territorio e i produttori stanno rispondendo alla battaglia adottando cultivar resistenti come il Leccino, che vedremo sempre di più in futuro.

La degustazione tenuta da Indra Galbo, della guida Oli d’Italia di Gambero Rosso

Taurino – IGP Olio di Puglia monocultivar Leccino

Siamo nella zona del Salento, dove i fratelli Donato e Rosaria conducono l’Azienda Agricola. Tutte le fasi del processo produttivo, dalla produzione delle olive, all’estrazione, all’imbottigliamento avvengono nell’azienda stessa. Assaggiamo un olio delicato, equilibrato e leggermente fruttato che bene si abbina a piatti a base di pesce e ad insalate delicate.

Pantaleo – IGP Olio di Puglia monocultivar Coratina

Oltre cento anni di tradizione e quattro generazioni di imprenditori che creano prodotti di alta qualità. La varietà Coratina è la regina di gran parte della Puglia, è la varietà che contiene più polifenoli. L’olio degustato presenta un amaro e piccante importanti con sentori di rucola ed erba tagliata.

Olearia Clemente – IGP Olio di Puglia (blend di Coratina e Ogliarola)

Siamo a Manfredonia dove da oltre 120 anni la famiglia produce olio di oliva direttamente dai loro uliveti che si estendono nel cuore del Parco Nazionale del Gargano. Il prodotto in degustazione si presenta delicato con note di mandorla dolce ed erbacee.

Olio Guglielmi – IGP Olio di Puglia monocultivar Coratina

Azienda molto estesa e celebre di Andria. Naso erbaceo, vegetale, ricordi di mandorla, sensazioni di zenzero. L’assaggio è deciso, molto amaro ma anche piccante, coerentemente vegetale.

Frantoio Oleario Congedi – IGP Olio di Puglia (blend di Favolosa e Coratina)

Altra azienda salentina che unisce la qualità a un grande impegno nella sostenibilità. Sentori al naso di foglia di pomodoro, carciofo, mandorla amara e vegetale, corpo medio.

Frantoio Bitetti – IGP Olio di Puglia monocultivar Coratina

Siamo a Ginosa: l’azienda racconta una passione tramandata di padre in figlio. Di grande equilibrio, al naso emergono sensazioni di valeriana, verdure, piccantezza media e ben amalgamata.

De Carlo – IGP Olio di Puglia (blend di Coratina, Ogliarola Barese, Leccino, Peranzana)

Azienda storica del barese. Naso ricco di note vegetali, di vario genere, dalla cicoria al caco, passando per erbe di campo e mandorle. Equilibrio gustativo puntuale, lascia una lunga e piacevole scia al suo passaggio.

Le Ferre – IGP Olio di Puglia monocultivar Coratina

In provincia di Taranto, produce, confeziona e commercializza olio extravergine d’oliva. Posta in una vallata tra mare e collina con un microclima ideale per coltivazione delle olive. In assaggio un olio dalla spiccata piccantezza, sentori vegetali e mandorla amara.

Di Martino – IGP Olio di Puglia monocultivar Coratina

Da oltre trecento anni produce olio. Innovazione e tradizione si fondono per dare vita a prodotti di qualità espressione evidente del territorio. Verticale e tagliente in degustazione, dove il vegetale e la mandorla amara sono bene evidenti.

Le vigne di città

Sì, avete letto bene, le vigne in città esistono, si insediano nel caos cittadino regalando scorci verdi e grappoli urbani che osservano silenziosi la metropoli. Un patrimonio testimonianza di vita e storia, oggetto di conservazione e valorizzazione che contribuisce alla sostenibilità delle città.

Passeggiare tra i filari vi catapulterà in un’altra dimensione, silenzio, profumi e colori che fanno da contraltare al traffico e all’inquinamento.

Io ne ho visitate alcune, in Italia e all’estero, venite con me in questo racconto che unisce storia, tradizioni, cultura e VINO.

MILANO – La vigna di Leonardo

Il trentenne Leonardo da Vinci arriva a Milano nel 1482, abbandona la corte di Lorenzo de’ Medici per spostarsi in quella di Ludovico Maria Sforza, detto il Moro. Ad accogliere il Genio una città che nulla ha da invidiare a Firenze, si respira un grande fermento culturale ed artistico che gli consente di stringere amicizia con gli artisti e gli artigiani milanesi e riceve le prime commissioni per opere e scenografie.

Solo diversi anni più tardi, nel 1495, dopo che l’artista si è fatto le ossa, Ludovico il Moro gli assegna l’incarico di dipingere un’Ultima Cena nel refettorio dei frati Domenicani e nel 1498 concede a Leonardo la proprietà di una vigna di 16 pertiche (circa un ettaro di terreno).

Possiamo immaginare Leonardo che dopo una giornata di lavoro al cantiere del Cenacolo, attraversa il Borgo delle Grazie e la casa degli Atellani, per passeggiare tra i filari della sua vigna.

In seguito, quando le truppe francesi sconfiggono Ludovico il Moro, Leonardo lascia Milano ma continuerà ad occuparsi della sua vigna anche da lontano e la citerà nel suo testamento nel 1519 lasciandone una parte al suo allievo prediletto Gian Giacomo Caprotti, il Salaì.

Arrivando ai giorni nostri, grazie agli studi portati avanti dalla genetista Serena Imazio e dal professor Attilio Scienza, massimo esperto di DNA della vite, è stato individuato quale fosse il vitigno coltivato nel Rinascimento: Malvasia di Candia aromatica. Nel 2015 gli esperti dell’Università hanno reimpiantato proprio le barbatelle di Malvasia.  A settembre del 2018 è avvenuta la prima vendemmia, solo 330 bottiglie.

Il 15 settembre 2021, il Comitato Maria Letizia Verga, Fondazione che raccoglie fondi per la lotta contro la leucemia, ha organizzato la prima asta e le prime 3 bottiglie di 330 sono state battute in anteprima mondiale. L’intero ricavato dell’asta è stato destinato al progetto di ricerca sul passaporto genetico che mira ad individuare il profilo genetico di ogni bambino malato di leucemia e linfomi.

Una storia affascinante che lega Leonardo da Vinci al vino, e non poteva essere altrimenti visto che il padre Pietro, il nonno e lo zio avevano vigne a Vinci, visto che nei sui codici disegnava il modo con cui si doveva appendere l’uva per conservarla in inverno oltre ad altri particolari riferiti alla viticoltura.

Purtroppo attualmente la vigna di Leonardo è chiusa al pubblico.

PARIGI – Clos Montmartre

Il legame tra Parigi e il vino si perde nella notte dei tempi, la coltivazione della vite sulla collina di Montmartre risale al XI secolo quando il quartiere bohémien non era altro che un insieme di piccole case e mulini.

Nel 1500 l’attività vinicola si ampia con un maggior numero di filari che si estendono lungo tutto il pendio, sino alle pianure circostanti. Dai documenti storici compaiono vini bianchi, rossi, una piccola produzione locale.

Segue il periodo della forte urbanizzazione e il vigneto viene lasciato a sé stesso e pian piano abbandonato, fino agli anni Trenta quando pochi uomini di buona volontà decidono di recuperare quell’area verde reimpiantando vari vitigni: dal Pinot Noir al Beaujolais tra gli altri, mantenendo con cura il vigneto grazie anche all’aiuto di un enologo che monitora la qualità del prodotto.

La vigna è conosciuta con il nome di Clos Montmartre, è situata sul pendio di Montmartre, nei pressi della basilica del Sacre Coeur. Di proprietà della città di Parigi, la gestione della vigna è invece affidata al Comité des Fêtes et d’Actions Sociales de Montmartre – Paris 18ième.

Riunisce diverse denominazioni di vino, “Le Clos Berthaud”, “La Goutte d’Or” o ancora “Il Piccolo”. All’inizio la produzione di vino del Clos Montmartre era riservata solo al consumo locale, ora la vigna può contare su 1800 vigneti, con 30 diverse tipologie di vite.

Ogni anno in ottobre è organizzata “La Fête des Vendanges” per celebrare la raccolta annuale. La festa si svolge nell’arco di un fine settimana lungo (3 giorni), intorno al 7 di ottobre, e conta la presenza di numerose confraternite gastronomiche, sfilate in costumi d’epoca ed espositori provenienti dalle maggiori cantine di tutta la Francia. La produzione si attesta intorno alle 1500 bottiglie da 50cl che vengono fatte affinare nelle cantine del Municipio. Le bottiglie vengono dipinte da artisti famosi, anche Modigliani partecipò all’iniziativa, e poi battute all’asta. Il ricavato viene destinato alle opere sociali dell’Associazione di Montmartre.

Un vero tuffo nell’atmosfera bohémien dove si respira aria di altri tempi.

VIENNA – Il vino dell’Imperatore

Se avete in programma un viaggio nella capitale austriaca e se siete alla scoperta di qualcosa di particolare, mettete in agenda una mezza giornata, ma anche una giornata intera se avete tempo, per un’escursione sulle colline che si trovano a pochi Km dalla città e che regalano un incantevole panorama sulla città stessa e sul Danubio.

L’area vitata di Vienna ha una superficie di circa 700 ettari, una cosa più unica che rara per una metropoli, qui giocano un ruolo fondamentale il Danubio e il Bosco viennese che creano un microclima ideale alla coltivazione della vite.

I vigneti sono sparsi sulle colline di Kahlenberg, Nussberg, Bisamberg e nel sobborgo di Mauer, dove 230 viticoltori sono dediti a quest’arte che risale ai Celti e alle legioni romane, anche se notizie documentate si hanno dal XII secolo.

Una tradizione che risale al Medioevo quando però la qualità del vino era diversa. Ai tempi dell’imperatore Federico III il vino era così acido che lo stesso ne proibì il consumo perché temeva che potesse nuocere alle persone. Questo vino veniva chiamato “mangiabotti” perché era talmente acido da sciogliere i cerchi della botte. Veniva venduto in numerose cantine, chiamate “buchi”, e nei bar. Per migliorarne la qualità, spesso il veniva mescolato con sostanze come miele o zafferano. Successivamente le osterie furono trasferite nei vigneti, che ancora oggi sono i luoghi tradizionali in cui servire il vino.

Un regolamento dell’imperatore Giuseppe II, in vigore ancora oggi, prevedeva la distribuzione del vino nelle osterie. Così il 1784 fu l’anno in cui nacquero le tipiche osterie viennesi, Heurigen.

Alcune sono immerse nei vigneti e regalano un paesaggio bucolico dove poter trascorrere un po’ di tempo tra vino, piatti tipici e musica. Il periodo migliore per recarvisi è l’autunno durante la tradizionale Giornata escursionistica del vino viennese. Quattro percorsi permettono di esplorare il panorama enologico e nelle varie tappe i viticoltori della zona offrono degustazioni di prelibatezze provenienti sia dalla cantina che dalla cucina.

Per quanto riguarda la produzione questa è costituita per 80% da vini bianchi fruttati: Riesling, Weissburgunder, Gruner Veltliner, Sauvignon Blanc, Muskateller. I vini rossi sono invece il Zweigelt, St-Laurent, Merlot, Pinot Noir e Syrah.

Una specialità viennese con una lunga tradizione è il Gemischte Satz, un vino prodotto con diversi vitigni. Nulla a che vedere con la cuvée, per il Gemischte Satz si allevano nello stesso vigneto fino a 20 vitigni diversi; le uve vengono poi pressate e vinificate insieme per ottenere un vino del tutto particolare. Originariamente l’intenzione era quella di ridurre al minimo il rischio di annate con scarsa produzione, poiché, potendo contare su diversi livelli di maturazione e differenti tenori di acidità, era garantita una qualità stabile. Un vino che oggi è sotto il presidio Slow Food.

PRAGA – I vigneti divini

La storia della viticoltura a Praga risale al Medioevo, quando i vigneti circondavano la capitale, fu Carlo IV che favorì la coltivazione della vite grazie a degli editti che esentavano dal pagamento delle tasse i vignaioli. Oggi sono angoli per ritemprarsi dalla confusione della città. Poca produzione, sei vigneti per un totale di quasi 12 ettari, posti in posizioni panoramiche regalano viste indimenticabili.

Durante il mio viaggio nella capitale ceca ho avuto l’occasione di visitare il vigneto di San Venceslao proprio sotto il castello di Praga, recuperato alcuni anni fa è oggi accessibile al pubblico. Il principe Venceslao piantò le viti per avere il vino sacramentale. Viene considerato come il più vecchio vigneto fondato da San Venceslao all’inizio del X secolo, lo scopo era quello di avere il vino per le cerimonie religiose.  Qui si coltivano due uve, il Ryzlink del Reno (Riesling) e il Pinot Nero, ma lungo il sentiero panoramico sono state piantate altre decine di vigne. I vini del vigneto sono un’edizione limitata ed è possibile degustarli solo nell’adiacente e lussuoso ristorante Villa Richter.

Nel centro di Praga si trova un vigneto, Villa Grobe, con cantina sotterranea. Nel vigneto sono coltivate 8 varietà di uve, 4 bianche e 4 rosse. La vendemmia è fatta direttamente nell’annessa cantina che produce e vende vino dal 2009, anche a bicchiere. Ottimi il Müller Thurgau e il Pinot Grigio.

Nell’orto botanico della città si trova il vigneto di Santa Chiara con una storia di quasi 800 anni.

Non si sa con esattezza quando sia stato fondato il vigneto, ma il caldo pendio fu certamente utilizzato dall’imperatore Carlo IV, che fondò il ponte Carlo a Praga, quando la piantò con le viti. La viticoltura fiorì maggiormente durante il regno dell’imperatore Rodolfo II. Praga era allora chiamata la ‘città del vino”.

La parte produttiva è costituita da varietà di vitigni bianchi come Riesling, Müller-Thurgau, Sauvignon, Moscato di Moravia, Tramín Rosso e Pinot Nero. Tra le varietà di vitigni rossi, ci sono il Blue Portugal e il Pinot Nero. Recentemente, il vigneto produce vino spumante e vino di tipo Porto Fortis Magna. I vini rossi sono invecchiati in botti di rovere per un minimo di due anni.

Le feste del vino a Praga sono eventi molto popolari e tanto attesi tra i locali e gli appassionati di vino, vengono organizzate ogni anno dopo la fine della stagione della vendemmia. Le feste autunnali tradizionali includono in genere concerti, spettacoli, bancarelle di cibo con specialità regionali, nonché la degustazione di vino novello e vino parzialmente fermentato chiamato “burčák”

E se siete curiosi, di vigne urbane ce ne sono molte altre, dislocate nel vecchio continente e non solo.

Solo per citarne alcune possiamo trovarle ad Avignone; Barcellona; Bergamo; Siena; Palermo; Venezia e… a New York.

Sono sotto l’egida de La Urban Vineyards Association (U.V.A.) che nasce con l’intento di tutelare il patrimonio rurale, storico e paesaggistico rappresentato dalle vigne urbane e di valorizzarlo sotto il profilo culturale e turistico, rendendolo produttivo per la collettività e per il futuro nel rispetto dell’ambiente, attraverso politiche vitivinicole e sociali di integrazione e sostenibilità. Prosit!

Campania: “‘A capa è ‘na sfoglia ‘e cipolla” ramata di Montoro

L’abbiamo sempre vista come il cibo dei poveri, quel “pane e cipolla” che mangiavano le persone quando non potevano permettersi altro. Lo stesso compositore Giacomo Puccini, ai tempi della povertà più nera, quando le sue opere liriche erano solo un abbozzo nella mente, ne faceva uso smodato per sfamarsi. Le popolazioni dei piccoli borghi e delle campagne si nutrivano da sempre con i bulbi di questa pianta ancestrale, che ha un ciclo vegetativo biennale, fragile e generosa al contempo.

In Campania esiste un piccolo polo produttivo che è riuscito a selezionare, con abilità e sacrificio, una forma particolare di ortaggio: la cipolla ramata di Montoro. L’aggettivo lo si deve al particolare colore della sfoglia, che presuppone la presenza di quercitina e flavonoidi, utili nella nutraceutica come antiossidanti naturali. Non soltanto: l’Università di Salerno – Dipartimento di Ingegneria Alimentare – in collaborazione con il CNR, ne ha dimostrato la maggior dolcezza rispetto alle altre tipologie, pur con un basso indice glicemico e un ridotto contenuto di solfuri.

I catafilli carnosi e succulenti consentono la cottura della cipolla ramata di Montoro “nella propria acqua” (parafrasando un proverbio locale), come nella lunga stufatura della Genovese napoletana. La Gb Agricola di Nicola Barbato ha creduto fortemente nel prodotto e nella sua duttilità d’uso. Tante le preparazioni ideate dalla famiglia e dallo chef Rinaldo Ippolito, pensate per essere degustate sia seduti comodi tra i tavoli dell’agriturismo, sia tra i fornelli di casa in confezioni facili da impiegare.

Ciò che trovate nel piatto nasce però 2 anni prima, dai fiori impollinati e dal bulbo che cresce sottostante. Il fiore è importante per dare origine ai semi, senza i quali non si potrebbe replicare l’intero processo produttivo. La successiva raccolta ed essiccatura delle cipolle in celle frigo richiede tempi biblici, utili ad addolcire le note odorose più pungenti e rendere il sapore equilibrato. La selezione viene fatta rigorosamente a mano da personale esperto, formatosi sulle antiche tradizioni contadine delle donne anziane del paese. Tutto si recupera e ricicla, comprese le tuniche per l’estrazione dei colori da utilizzare come inchiostro industriale.

La tracciabilità, infine, è l’elemento essenziale di qualità e garanzia: ogni passaggio viene registrato e sottoposto a verifiche quotidiane per offrire al consumatore finale il meglio di Natura. Quanto dovrebbe costare un prodotto che necessita di una catena operaia coordinata, con tecnologie all’avanguardia e controllo costante delle procedure? In realtà il discorso è identico per tante realtà d’eccellenza dell’enogastronomia italiana. Il riconoscimento economico, infatti, non segue sempre lo sforzo realizzativo.

L’immaginario collettivo non è ancora pronto ad accettare ciò che è veramente buono e salutistico da ciò che è semplicemente “fuffa artefatta”. I passi in avanti ci sono grazie anche all’impegno dei Barbato e di tanti come loro che portano alto il vessillo del km zero. Mille gli utilizzi possibili, dalla parmigiana, alla frittura, per passare ai sughi ed alle conserve e, perché no, concepire un dessert a base di cipolla ramata di Montoro.

Per chi voglia saperne di più, qui il Disciplinare di Produzione.

La nostra intervista al produttore 👇🏻

Personalità, sapore, basso impatto calorico e facile digeribilità, la ricetta perfetta per vivere bene.

Gb Agricola – casa Barbato Agriturismo e Agripizzeria

Via Padula – Montoro Inferiore (AV)
Telefono  0825 1728592
Whatsapp 349 860 0929
e-mail: info@gbagricola.it

Wine in Venice 2024

Dopo il Carnevale e il Festival del Cinema, arriva Wine in Venice l’evento veneziano del mondo del vino

Venezia incanta con la sua architettura unica e i canali che raccontano storie millenarie. La città è un capolavoro artistico e culturale che affascina chiunque la visiti. La magia di Venezia risiede nella capacità di trasportarti in un’altra epoca, tra labirinti d’acqua e meraviglie architettoniche. È un luogo dove il tempo sembra sospeso e ogni angolo è un dipinto vivente di storia e bellezza. Gondole, merletti, meravigliose creazioni in vetro che brillano con i loro colori, l’atmosfera eternamente affascinante, fanno di questa città un luogo unico al mondo. 

Mancava qualcosa che potesse celebrare il vino in un contesto esclusivo e straordinario. L’evento “Wine in Venice” si distingue per aver selezionato aziende vinicole virtuose in termini di sostenibilità, innovazione ed etica. Le venti aziende prescelte partecipano alla manifestazione vitivinicola nelle maestose sale della Scuola Grande della Misericordia. Venezia è una città turistica, forse una delle più turistiche al mondo, che vive di turismo tutto l’anno e a Venezia ci sono una grande quantità di albergatori e ristoratori, interessati alle aziende vinicole e a inserire nei loro menu i vini di aziende considerate virtuose.

La prima edizione, svoltasi nel gennaio 2023, ha ottenuto un notevole successo, attraendo un pubblico di qualità. Ogni anno, il numero di aziende interessate a partecipare cresce, poiché Wine in Venice si afferma come un’icona capace di miscelare temi, degustazioni, wine talk e masterclass, con uno sguardo attento ai principi di etica, innovazione e sostenibilità, i tre pilastri attorno ai quali si sono sviluppate le tre giornate della kermess. Istituzioni, addetti ai lavori, imprenditoria, giornalismo e mondo del vino si fondono per ragionare insieme sul futuro del settore “Wine For Future”. 

I numeri dell’evento che è stato organizzato da Winetales, Beacon, The Media Company Store e Venezia Unica insieme al media partner “Il Gusto” la verticale Food&Wine del gruppo Gedi, vedono quindi la presenza di 8 paesi stranieri coinvolti, 4.653 visitatori, 40 cantine presenti, 15 ore di masterclass, 4 Wine Talks, 2 nuovi format “Vive la France” e “La Masterclass dei Campioni”, 13 consorzi presenti.

Intervista a Edoardo Cibin, ideatore e fondatore di Wine in Venice: <<Sono fiero di aver portato questo evento, perché mancava a Venezia un salotto del vino e, anche se soltanto alla seconda edizione, entra a far parte dei grandi eventi della città dopo il Carnevale e il Festival del Cinema. L’idea è nata quattro anni fa, durante il COVID, e in quel momento in cui eravamo tutti fermi, ho riflettuto sul fatto che tutte le città importanti hanno un evento del vino, perché non farlo anche qui a Venezia? Non volevo che fosse soltanto una vetrina, ma che avesse anche dei valori importanti di cui parlare e quindi ho pensato che i criteri fondamentali di questa manifestazione, fossero sostenibilità, etica e innovazione. Sono molto soddisfatto del format che prevede appunto, una selezione delle 20 migliori cantine, una per regione, scelte da una giuria composta da importanti figure del vino e dai giornalisti di Gusto e Repubblica. Oltre alle 20 cantine sono presenti al piano superiore i Consorzi e le 20 cantine dello scorso anno>>.

Una delle novità di questa edizione è stata la “Cerimonia della consegna dei diplomi di AIS” che ha segnato un momento memorabile per oltre 120 neo sommelier di AIS Veneto, celebrando non solo il loro impegno ma anche l’innovazione nel settore del food&beverage e della sostenibilità. Grazie alla sinergia con Gianpaolo Breda, giudice della manifestazione e presidente di AIS Veneto, l’evento ha offerto non solo la consegna dei celebri “Tastevin” e dei diplomi ufficiali, ma anche un programma ricco di masterclass.

Infine, l’introduzione del “Mediakey Venice Award”, un premio che ha riconosciuto i migliori progetti di marketing nel settore alimentare e della sostenibilità, con spettacolari presentazioni di campagne di importanti multinazionali come TIM, Basf, San Pellegrino e Redbull. Ma il momento clou è stata “La Masterclass dei Campioni”, condotta dai migliori sommelier eletti dall’Associazione Italiana Sommelier, Alessandro Nigro Imperiale e Cristian Maitan. Con soli sei etichette selezionate per una degustazione al buio, i due sommelier hanno rivoluzionato le regole coinvolgendo il pubblico con un approccio fresco e accessibile a tutti, dai principianti ai professionisti.

Il progetto “Selection Wine in Venice” promette di portare l’essenza di “Wine in Venice” nel cuore di Venezia per 365 giorni all’anno, offrendo selezioni enoiche ed esperienze esclusive. Nei prossimi giorni saranno svelati tutti i dettagli di questo entusiasmante percorso che culminerà con la terza edizione di “Wine in Venice”, prevista dal 31 Gennaio al 3 Febbraio 2025.

Chianti Classico Collection 2024: “3 C scritte a 4 mani”

Abbiamo ancora nella mente le splendide emozioni suscitate dalle Anteprime di Toscana 2024 e dalla due giorni di Chianti Classico Collection alla Stazione Leopolda di Firenze. La culla del Rinascimento italiano per una settimana nell’anno diventa anche la culla del vino nel mondo. Pronunciare Chianti Classico significa raccontare territori incantevoli, dove la fatica dell’uomo è riuscita ad abbellire ciò che è già magnifico di per sé.

Un universo di meraviglie, un racconto diverso ogni volta. Tantissime le aziende presenti ai banchi di assaggio. Oltre 500 le referenze messe in degustazione per la stampa di settore, tra cui c’eravamo anche noi di 20Italie, con il direttore Luca Matarazzo ed i redattori Alberto Chiarenza, Adriano Guerri e Ombretta Ferretto. A loro il compito bellissimo e arduo di selezionare i migliori assaggi tra Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per poi intervistare alcuni tra i rappresentati di prestigio dell’areale.

Un ringraziamento particolare va alla Regione Toscana per l’organizzazione semplicemente perfetta della settimana di Anteprime di Toscana ed alle referenti Silvia Fiorentini e Caterina Mori del Consorzio Vino Chianti Classico per averci dato piena assistenza durante la kermesse.

Ma adesso è giunto davvero il momento di lasciare spazio e voce alle emozioni dei nostri autori, che sapranno trasmettere certamente lo spirito di gruppo e le vibrazioni dell’aver preso posto in un luogo dove si fa la storia del vino.

Alberto Chiarenza

La recente edizione del Chianti Classico Collection 2024 ha segnato un vero trionfo, con la partecipazione di rinomati giornalisti ed esperti del settore provenienti da buona parte del mondo. Le mie aspettative erano alte e la manifestazione non mi ha certamente deluso, con le degustazioni in anteprima che confermano un trend verso vini di altissima qualità. Un cambiamento significativo è stato notato nell’approccio alla vinificazione, con una diminuzione dell’uso del legno a favore di vini più freschi e verticali. Tuttavia, la tradizione non è stata abbandonata, ma rielaborata in modo da mantenere l’autenticità senza appesantire il palato con sentori eccessivi di legno. Bellissima esperienza condivisa con amici e colleghi di 20Italie come Adriano, Ombretta e il direttore Luca Matarazzo.

Ombretta Ferretto

Chianti Classico Collection 2024 è stata un’occasione avvincente per abbracciare in un unico colpo una denominazione complessa e apprezzarne le numerose sfaccettature del territorio. Grazie all’ottimo lavoro di squadra con il direttore Luca Matarazzo e i colleghi Alberto Chiarenza e Adriano Guerri, in due giorni sono stati passati al vaglio circa cinquecento campioni tra Annata, Riserva e Gran Selezione. Non mi è mancata occasione di approfondire in verticale specifici territori e la storia della denominazione attraverso importanti realtà produttive: Gaiole, con Ricasoli e Castello di Ama, entrambe impegnate in accurate zonazioni espressive degli specifici areali,  San Donato in Poggio, con Castello di Monsanto e il primo cru di Chianti.

Adriano Guerri

La Chianti Classico Collection suscita molto interesse da parte di noi amanti di Bacco. Questa edizione è stata ricca ed appassionante con amici di viaggio molto preparati e affabili. Momenti di confronto in degustazione molto costruttivi, senza lasciare nulla al caso. Ringrazierò sempre il direttore Luca Matarazzo per la possibilità, Ombretta Ferretto e Alberto Chiarenza per aver trascorso assieme due giornate emozionanti. La citazione musicale “Tu chiamale se vuoi emozioni”, del duo Battisti-Mogol, calza a pennello.

Luca Matarazzo (direttore)

Indubbiamente questo è “l’evento degli eventi”. Sono giunto all’ottava partecipazione e ogni volta è un’emozione diversa. Tanti colleghi ed amici da tutto il mondo pronti a confrontarsi con un mito del Made in Italy, che ha vissuto anche momenti delicati e cruciali. Dalla ripresa post scandalo al metanolo di metà anni ’80, il trend in positivo non ha mai smesso di arrestarsi. Adesso non si discute più di qualità, ma di sostenibilità ed i dilemmi imposti dal climate change rappresentano la vera sfida per il futuro. Per intanto però, godiamoci con un sorriso i primi 100 anni del Consorzio Vino Chianti Classico e del suo Gallo Nero, emblema di un vino unico e inimitabile.

Tutte le interviste le troverete cliccando sul seguente link di youtube.

Leggi anche le nostre impressioni 👇🏻

Romagna: a Carnevale ogni ciambella e ciambellone vale

Siamo ancora nella stanza dell’inverno; le temperature rigide fino al mattino disegnano nuove forme, pizzi argentei appesi a rami spogli di alberi silenziosi. Osservare quell’atmosfera fuori dalla vetrata appannata crea emozioni rilassanti. Il caldo di una stufa a legna accesa nei periodi più freddi ha molteplici usi: per cucinare piatti a lunga cottura, spostando semplicemente il tegame in punti più o meno lontano dal fuoco più vivo.

Il forno è quello che più mi avvince, sempre pronto ad infornare cibi, sempre in temperatura! E allora preparare ciambelle e ciambelloni diventa una consuetudine. Le ricette sono quelle del popolo contadino, con quel poco che avevano creavano bontà, seppur semplici. Prodotti facilmente reperibili. I dolci sono immancabili in questo periodo di carnevale, specialmente i dolci fritti e come non gradire la loro fragranza, la loro friabilità. Dolcezza nel panorama delle castagnole, frappe, cenci, tortelli, tagliatelle… e una tira l’altra, non aspettando il domani perché non sarebbero altrettanto piacevoli. Così per Carnevale, nel forno sta cuocendo la ciambella romagnola che non deve mai mancare a fine pasto.

Ingredienti

500 gr di farina 0, 300 gr di zucchero semolato, n 3 uova medie, 100 gr di burro (a pomata) 100 gr strutto, scorza grattugiata di un limone non trattato (solo la parte gialla) un pizzico di sale, bustina di lievito per dolci.

Svolgimento

Si impastano tutti gli ingredienti partendo dalla farina, sulla spianatoia, al centro uova zucchero, burro, strutto, scorza di limone e lievito. Risulterà un impasto malleabile, aiutarsi con le mani si forma una ciambella allungata, da adagiare su carta da forno, una manciata di zuccherini bianchi sopra e si inforna. 180 gradi per 35 minuti. Sempre prova stecchino per capire la consistenza e la cottura.

Buona per giorni, a colazione o come base per la “zuppa inglese”, a merenda per essere intinta nel calice di vino. Un Romagna Doc sangiovese, preferito dai romagnoli, alle “azdore” Romagna docg albana versione amabile o passito, magari lo straordinario “Arrocco” di Fattoria Zerbina, con nuance intriganti date dalla muffa nobile.

Ciambellone romagnolo

Ingredienti: 300 gr farina 0, 200 gr zucchero semolato, 100 gr di strutto, 2 uova medie, 200 gr di latte intero, pz di sale, 1 bustina di lievito per dolci (sostituisce il cremor tartaro e bicarbonato). Si inizia sbattendo le uova con lo zucchero in una terrina, poi strutto, il pizzico di sale, farina e lievito. A questa base si può arricchire con ciò che piace, uvetta, canditi, noci, cioccolato; ogni volta un sapore diverso. Si unge bene uno stampo con al centro il buco, strutto e farina, versare l’impasto, livellare, infornate a 180 gradi per 10 minuti poi 170 gradi per 35 minuti.

Ogni qualvolta cerco una ricetta tra foglietti ingialliti, ritrovo sapori e persone che mi portano lontano. l’abbinamento? Romagna Doc spumante versione dolce.

Buon Carnevale!

“San Severo provincia di Foggia…”

Un giorno a San Severo (FG), alla ricerca di quell’identità pugliese ammirata e decantata in Italia e all’estero.

Lo ripeteva sempre Lino Banfi nei film commedia anni ’80: San Severo provincia di Foggia. Lo ripeteva come un mantra e tutti noi, compreso il sottoscritto, immaginavamo questo luogo intriso di un senso arcaico di bellezza agreste, di tradizioni e di genuinità degli abitanti.

E allora perché non trascorrere un giorno proprio lì, in compagnia di produttori che hanno fatto la storia dell’areale, guidati dall’autrice di 20Italie Serena Leo. Le video interviste contenute nell’articolo rappresentano uno spaccato verace dell’Italia Meridionale, dove le storie familiari si mescolano spesso a quelle aziendali e viceversa. Dove far qualità costa caro, perché non puoi usufruire degli agi e dell’abbrivio economico di altre realtà soprattutto del Centro-Nord.

Gianfelice D’Alfonso Del Sordo ci narra dell’importanza di una varietà autoctona come il Nero di Troia, in grado di dare vini di carattere, dalle sensazioni vellutate nella loro espressione tannica. Un corredo di frutti di bosco e sensazioni mediterranee uniche nel loro genere, il marchio di fabbrica del Sud. I suoli presenti sono ricchi di calcare e sedimentazioni marine fossili. Vengono chiamati in dialetto “coppanetta” dalle piccole colline (le coppe) dove si scavava la pietra di Apicena per le costruzioni.

L’azienda D’Alfonso Del Sordo è la storia di questo territorio, con il suo carico di ricerca e sperimentazione in cantina e vigna, tra uvaggi, blend di varietà sui campi e microvinificazioni separate per parcelle. Il racconto parte da un assunto storico di fatto: San Severo è da sempre un grande bacino enologico, con cantine sotterranee di rara bellezza, poste all’interno delle mura cittadine. Ci arriveremo per gradi, non dimenticando il passato fatto anche di povertà, dove i ragazzi potevano permettersi di giocare con una palla fatta di vinacce spremute e correre a nascondersi dietro a trattori, enormi torchi in legno e fienili. Gente avvezza alla semplicità, nei modi e nei gesti. Casteldrione è il Nero di Troia dalle sfumature rubino intense e dal sapore gioviale ed elegante, che non ti obbliga ad un abbinamento forzatamente impegnativo.

Da Pisan Battel, in compagnia di Antonio Pisante – titolare con Leonardo Battello di questa splendida realtà – abbiamo parlato dell’altra gemma di San Severo: la spumantistica di altissimo livello. L’enologo Cristiano Chiloiro paragona il passato ed il presente delle bollicine locali ad un hardware sofisticato, che cerca soltanto un software in grado di decifrarlo e assestarlo in maniera definitiva.

In poche parole le potenzialità ci sono, in particolare per il Bombino Bianco, ma serve ancora un pizzico di consapevolezza ed autocoscienza per eguagliare i vertici mondiali della produzione.

Cremoso e avvolgente il Brut Metodo Classico da Bombino Bianco, ma a sorprenderci per finezza e duttilità d’utilizzo è il Pas Dosè Rosè Metodo Classico da Nero di Troia in purezza. Lo stile è tutto ed i vini di Pisan Battel si rivelano un fiore all’occhiello pronto al confronto con i mercati più esigenti.

Pagina conclusiva del nostro percorso la visita da D’Araprì, i pionieri della bolla pugliese. Daniele Rapini spiega, con gli occhi lucidi d’emozione, gli inizi del padre, dalle esperienze in Francia fino ai primi imbottigliamenti arditi, che finivano spesso con le carcasse di bottiglie scoppiate per l’alta pressione. Poi la svolta ed il salto di qualità, divenendo dai primi anni 2000 il riferimento per un movimento che ha coinvolto numerosi vigneron.

Un “distretto dello spumante” mancante solo sulla carta, per numeri ancora troppo esigui e opinioni divergenti tra i vari attori. La posta in gioco è elevata, si tratta del futuro stesso della Denominazione e del suo cavallo di razza, che siamo certi porterà le luci della ribalta anche alle altre versioni ferme, a base degli autoctoni che il terroir sa offrire.