Viticoltori di Greve in Chianti: vecchie annate, nuovi modi per raccontare il Chianti Classico

I Viticoltori di Greve in Chianti si ritrovano nuovamente e stavolta propongono alla stampa una delle rare occasioni per parlare di vino in modo insolito. Sembra strano, ma quando si parla di degustazione vecchie annate alcuni storcono il naso, pensando a qualcosa che abbia a che fare col mondo dei trapassati.

Vini ossidati, mal conservati o, perché no, persino difettati, che celano le mancanze di un territorio dietro al concetto abusato di “emozione”. Altri invece, bramano dal desiderio di capirci qualcosa, parlando bene di crisantemi e ricordi plumbei e male di catrame e suoi derivati. O viceversa.

Esiste poi un luogo in Toscana, tra Firenze e Siena, dove tali dubbi si annullano. Dove piuttosto che narrare di annate si preferisce ripercorrere le tappe degli stili e dell’evoluzioni tecniche e commerciali, partendo dall’assunto che a far male un Chianti Classico ce ne vuole…

Il comune di Greve solo relativamente di recente, nel 1977, è entrato a far parte di diritto dell’areale denominato Classico e delimitato in maniera quasi immutata già dai tempi del Bando Granducale del 1716, potendo aggiungere al suo toponimo cittadino la dicitura “in Chianti”. Ed in quelle generazioni, parliamo degli anni ’70 e ’80, l’arte di essere viticoltore si contornava di tecniche empiriche nate sul campo, come la vigna tipica alla toscana mista da varietà foriere di uve bianche e rosse, raccolte insieme durante la vendemmia.

La regola del Barone Ricasoli esisteva da un secolo e consigliava, per dare serbevolezza ed eleganza ai vini eccelsi, di utilizzare solo Sangiovese, Canaiolo, Colorino e autoctoni tipici per l’epoca. Le uve bianche, però, hanno saputo in tanti casi preservare nel tempo quelle freschezze da sbuffi d’arancia sanguinella, impronte indelebili della tipologia.

In un pazzesco Chianti Classico Riserva 1979 Castello di Verrazzano, al di là di un colore ormai mattonato, resta un anelito sanguigno e speziato dal tannino quasi palpabile, che spinge l’assaggiatore a chiudere gli occhi sospirando di goduria. La zona di Montefioralle, con le sue vette, ha certamente contribuito a dare vigore, ma alcune cose non si possono comunque spiegare: vanno accettate e basta.

Così il Chianti Classico Riserva 1988 “Il Picchio” Castello di Querceto, bucolico, subliminale, puro sussurro d’arancia rossa e china Martini dal finale sapido e ferruginoso. O il Chianti Classico Riserva 1993 “La Prima” Castello di Vicchiomaggio, quando John Matta lo vinificava utilizzando solo acciaio, evitando sovrastrutture in tempi dove le maturazioni complete spesso latitavano. Un piccolo saldo di Canaiolo e Colorino e l’assaggio risulta ancora materico dopo tre decadi, ricco d’amarene gelatinose e liquirizia.

Da qui, da gente che ha dovuto superare la crisi gravissima del comparto culminata con quella del dramma del metanolo, si è passati alla seconda fase produttiva con l’arrivo di tecnologie ed enologi di fama consolidata. Arrivano i legni piccoli, le estrazioni, i cambi agronomici. Persino coloro che utilizzavano vecchi fusti grandi ne vengono, in qualche maniera, influenzati dal nuovo corso.

Chianti Classico 1994 Querciabella vede la presenza degli internazionali Cabernet e Merlot; la “new wave” prende piede in fretta, garantendo maggior prontezza di beva e tannini mansueti. Da allora e fino ai primi anni 2000, il trend ha visto un po’ ovunque prodotti dalla linea panciuta, apprezzatissimi a quei tempi, meno adesso. La qualità media si è però elevata salendo di gradino in gradino fino ai vini d’oggi, espressioni eleganti delle varie zone vocate.

Che sia il succo piacevole di Panzano, il tannino fitto della Destragreve, le potenze di Greti e Chiocchio e le acidità vibranti di Montefioralle unite ai tratti ancora verdi di Dudda e Lucolena (avvantiaggiati nel futuro dai cambiamenti climatici in atto), il vero fil rouge è l’assoluta aderenza al territorio. Meno schiettezza, ma tanta sostanza, come nel Chianti Classico 2022 di Viticcio o nel Chianti Classico 2021 di Terreno, reputati i migliori tra gli assaggi dei “giovani” scelti per la Masterclass condotta da Cristina Mercuri, candidata Master of Wine, in una rovente Sala Consiliare del municipio di Greve in Chianti.

Da sinistra Cristina Mercuri Wine Educator, Victoria Matta presidente Viticoltori di Greve in Chianti e Paolo Sottani sindaco di Greve in Chianti

Il Presidente dei Viticoltori di Greve in Chianti, Victoria Matta, non può che rallegrarsi dei risultati raggiunti nel calice, pur consapevole che il percorso è ancora in salita e nuovi ostacoli dovranno essere superati.

L’evento è terminato con le proposte gastronomiche degli chef Ariel Hagen del ristorante una stella Michelin “Saporium” di Simone Geri del “Ventuno Bistrot”, di Simone Caponnetto del “Locale” tutti di Firenze e poi di Giulia Talanti del “Dek” di Prato e Mattia Parlanti di “Palazzo Tiglio” a Bucine (AR).

Sardegna: Alguer Wine Week e il Concours Mondial De Bruxelles Sparkling Session 2024

Una settimana immersi nelle bollicine e i meravigliosi paesaggi di Alghero

All’inizio di luglio avevo programmato di andare in Sardegna come tutti gli anni per la Guida Slow Wine, sono collaboratrice per la Sardegna da diversi anni, quindi avevo già il mio viaggio tutto definito, ma all’ultimo momento, mi è arrivata la richiesta per partecipare alla sessione di assaggi del Concours Mondial de Bruxelles per la sessione Sparkling Wine che si svolgeva ad Alghero. Sono Degustatrice del CMB da molto tempo, ero infatti appena ritornata dal Messico dove si era conclusa qualche giorno prima la sessione dei vini Bianchi e Rossi, e non era prevista la mia partecipazione a questa, ma mi sono resa disponibile a partecipare anche se i programmi erano diversi… Penso di aver fatto proprio un’ottima scelta!

La Sardegna ha una grande tradizione vitivinicola, improntata principalmente su i vini rossi e bianchi, ma negli ultimi anni i produttori più lungimiranti si sono dedicati alla produzione di vini spumanti di alta qualità sia Metodo Charmat che Classico, andando a valorizzare i loro vitigni autoctoni anche con questo tipo di produzione, che oggi nel mondo è molto apprezzata. Attualmente, vengono prodotte a livello regionale oltre 110 etichette di vini spumanti e frizzanti, a partire da diverse varietà di uve. Tra queste, due eccellenti cultivar regionali – Vermentino e Cannonau – insieme a vitigni autoctoni come Torbato, Nuragus, Cagnulari, Malvasia, Vernaccia, Moscato e Chardonnay per quanto riguarda le uve internazionali.

«L’evento Sardinian Wines Festival – Alguer Wine Week è stato il catalizzatore per promuovere per la prima volta, tutti insieme, il patrimonio vitivinicolo della Sardegna, attraverso un programma fitto e di grande spessore che è durato una settimana. Fra degustazioni, conferenze e musica, si è parlato del Vino Sardo a tutto tondo. In più si è aggiunta la sessione di assaggio del CMB dei vini spumanti, che ha portato Alghero al centro del mondo del vino» commenta la vice presidente della Camera di Commercio di Sassari, Maria Amelia Loi, durante il convegno svoltosi presso la Tenuta di Sella & Mosca.

“L’attuale tendenza della produzione vinicola è illustrata dal settore vini spumanti e frizzanti, che ha registrato una crescita costante a livello mondiale. Le cantine sarde hanno investito molto nelle nuove tecnologie e attrezzature di punta e si sono preparate per un debutto di successo nella categoria, ritagliandosi uno spazio unico”, afferma Mario Peretto, Presidente del Consorzio Alghero DOC. Sono questi i motivi per cui il Concours Mondial de Bruxelles ha scelto la nostra isola per ospitare la Sessione Vini Effervescenti del concorso. «Si tratta di una grande opportunità per tutta la Regione, che ha la possibilità di mostrare le proprie eccellenze a un pubblico internazionale. Al concorso parteciperanno 50 giornalisti, buyer, esperti e influencer che racconteranno la loro esperienza di questa fantastica isola dopo averne scoperto i paesaggi e i vini più significativi», ha aggiunto Mario Peretto.

Sardinian Wines Festival – Alguer Wine Week è stato promosso dalla Regione Autonoma della Sardegna, Assessorato al Turismo, Artigianato e Commercio e organizzato dal Consorzio di Tutela Vini di Alghero Doc, Camera di Commercio di Sassari, Promo Camera Sassari, Distretto Rurale Alghero&Olmedo, Agenzia regionale per lo sviluppo in agricoltura Laore, Comune di Alghero, Fondazione Alghero, dove hanno partecipato i Consorzi: Vini di Alghero Doc, Cannonau Doc, Vermentino di Gallura Docg, Malvasia di Bosa, Terralba Doc, Vermentino di Sardegna Doc, Regione Storica Coros-Logudoro e Terre di Romangia.

Vigneto di Sella & Mosca, Alghero

Il programma di questi giorni è stato molto fitto e intenso, la mattina era dedicata alle degustazioni del CMB Sparkling Session, dove ogni giuria degustava alla cieca circa una cinquantina di vini ogni giorno, mentre nel pomeriggio erano previste le visite nelle cantine.

La mia giuria tecnica

STORIA DELLA NASCITA DI UN TERRITORIO VITIVINICOLO

La storia di Alghero è molto interessante, in particolar modo di tutta l’area agricola che un tempo era una palude.

Negli anni ’30 durante il periodo fascista, fu deciso di bonificare questa zona. Lo scopo dopo la bonifica della “Nurra” era quello di affidare questi terreni ai coloni. L’ente Ferrarese di Colonizzazione, con un decreto del 1933, ebbe il compito di far insediare famiglie originarie della provincia di Ferrara in questi territori. Successivamente nel 1942 cambiò nome e divenne l’Ente Sardo di Colonizzazione, l’intenzione era di ripopolare e aumentare la densità della popolazione, attraverso la colonizzazione, per gettare le basi demografiche utili per sviluppare l’economia produttiva e anche quella agricola. I terreni vennero così suddivisi e l’ampiezza dei poderi inizialmente oscillava tra un minimo di 20 a un massimo di 40 ettari. Con la fine della IIa Guerra Mondiale, la città di Fertilia, il borgo dove abitavano i coloni venne popolata inoltre da un folto numero di esuli che arrivavano dall’ Istria e dalla Dalmazia, che si integrarono e iniziarono a produrre nelle realtà agricole della Nurra. Agli inizi degli anni ‘50 nasceva l’ETFAS, ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna, che attraverso varie riforme fatte nel tempo ha fatto si che in questa area si avviasse un’imponente programma di trasformazione, consentendo di preparare questa terre per le attuali coltivazioni come la vigna, olivi e frutteti e alla creazione di strade rurali e interpoderali. Oggi questi terreni si presentano così con uno sfondo unico dato dal monte Doglia e il mare.

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles

UN GIRO FRA LE TENUTE…

Sella & Mosca

L’immagine dei vigneti in questa tenuta è veramente unica e grandiosa, 650 ettari fra vigna e macchia mediterranea.

I vigneti si estendono per 520 ettari a corpo unico con al centro la cantina e gli edifici dedicati all’accoglienza, rendendo questa tenuta fra le più grandi d’Europa. L’azienda fu fondata agli inizi del ‘900 dall’ingegner Sella e l’avvocato Mosca, piemontesi di origine, che si innamorarono di questa zona, i loro occhi e il loro cuore l’avevano immaginata già come sarebbe diventata oggi… Il loro lavoro è stato duro, ma hanno reso questi terreni pronti per accogliere questa coltivazione: la vite.

Dal 2016 la proprietà è del Gruppo Terra Moretti e fin da subito gli obiettivi erano molto definiti: produrre un metodo classico e rendere questa realtà fruibile al pubblico. Oggi, dopo poche vendemmie i prodotti che rientrano nelle “bollicine” sono tre, diversi fra loro per tecnica e uve. Vengono prodotti due Metodo Charmat e un Metodo Classico.

Il Torbato, vitigno dalle origini antichissime, presente per circa un 20% in questi vigneti, ha trovato una nuova dimensione nella produzione di vini spumanti. Conosciuto per le sue caratteristiche uniche, tra cui una marcata mineralità e note di frutta secca, il Torbato spumante offre un profilo sensoriale complesso e intrigante. Versatile, profondo e persistente.

La gamma dei prodotti di Sella & Mosca è varia e anche originale per certi aspetti, si passa dai vermentino ai cannonau, e altri vitigni autoctoni, ma quello che colpisce è la produzione del Marchese di Villamarina DOC Alghero Cabernet Riserva, la prima annata risale al 1989 ottenuto da uve Cabernet Sauvignon 100%. Durante la visita molti si chiedevano il perché produrre un vino così in queste terre? Le uve furono impiantate molti anni addietro e oggi rappresentano il 10% di quelle presenti. Sicuramente la forte adattabilità, in diverse parti del mondo, di questo vitigno è chiara per tutti, quindi perché non produrre anche in questa “Nurra pianeggiante” con suoli che variano molto da una zona all’altra, un grande Cabernet Sauvignon? Negli anni ho avuto modo di assaggiare molte annate, anche quelle della fine degli anni ’90 e devo dire che tutte le volte mi sono meravigliata di quanto il Terroir fosse riconoscibile, e alla cieca si percepisce subito che è un Vino Sardo. Con Giovanni Pinna, enologo storico, oggi direttore generale della tenuta, e anche presidente del Consorzio Vermentino di Sardegna, più volte abbiamo parlato di questo vino, che rimane senza dubbio un prodotto di nicchia ed esprime in toto i tratti dei vini rossi sardi: i sentori di macchia, bacche di mirto e ginepro, le note iodate e la sapidità gustativa, che si fondono per determinare poi i tratti riconoscibili dell’uva di provenienza, creando così un assaggio interessante e memorabile.

Dal 2019 inoltre la tenuta è aperta al pubblico, con accoglienza e eventi, facendo diventare questa storica azienda qualcosa di dinamico e moderno. Tutta la parte ricettiva e l’enoteca sono stati rinnovati nel 2022 con un progetto seguito da Valentina, la figlia architetto di Vittorio Moretti. I colori della terra, del mare e del sole si ritrovano nello spazio enoteca rendendolo accogliente e molto particolare. Vi invito ad andare a visitare questa azienda perché è sicuramente un pezzo di storia della produzione vitivinicola italiana.

https://www.sellaemosca.com

Cantina Santa Maria la Palma

Altra visita interessante, si è svolta alla Cantina di Santa Maria la Palma questa rappresenta l’identità di un vasto territorio, i soci della cantina oggi sono circa 300 e rappresentano un’estensione territoriale di oltre 800 ettari. Tante piccole realtà riunite per promuovere in modo condiviso il territorio. L’azienda nasce ufficialmente nel 1959, e qui si producono vini che essenzialmente rappresentano la produzione vitivinicola dell’isola. La cantina produce oltre cinque milioni di bottiglie all’anno, ed esporta i suoi vini in 50 paesi nel mondo. Durante gli ultimi anni ci sono stati diversi progetti di marketing interessanti, fra questi il progetto legato allo Spumante Akènta, che poi si è evoluto in Akènta Sub, ossia un Vermentino di Sardegna Spumante affinato nel mare, in una cantina naturale subacquea.

Anche se questa tecnica sembra si sia affinata negli ultimi anni, ci sono dei riscontri storici che già dai tempi dei Romani, questa pratica fosse messa in atto, quindi possiamo dire che l’idea parte dal passato ma resa senza ombra di dubbio attuale. Durante la visita era stato predisposto il giro in elicottero che ci ha permesso di vedere dall’alto dove sono posizionate le gabbie per l’affinamento. Questo progetto nasce dopo tre anni di studio e nel 2015 esce il primo vermentino italiano affinato sott’acqua. Le gabbie sono in acciaio e sono posizionate in una zona sabbiosa, circondata da posidonie (queste formazioni si ritrovano poi anche sulle bottiglie e creano senza dubbio una particolarità evocativa unica). Il progetto prevede di lasciare in mare le bottiglie, ad una profondità di circa 40 metri per l’affinamento di almeno 12 mesi. Le caratteristiche principali di questo tipo di affinamento (underwater wine) sono: la temperatura che rimane quasi costante fra i 12° e 14°C, l’esposizione alla luce, la costante pressione e l’assenza di ossigeno sott’acqua che impedisce l’ossidazione prematura, mantenendo così la freschezza dei vini. In aggiunta anche il naturale scuotimento dovuto al moto marino, favorisce la formazione di un perlage piuttosto fine e molto persistente, donando al vino spumante alcuni aspetti interessanti, percepiti durante la degustazione. Ovviamente il cambiamento non avviene solamente nell’espressione della bollicina ma anche a livello gustativo, rendendo il sorso sapido e molto espressivo. La visita è stata molto interessante fra assaggi di vini, volo in elicottero, canti e balli tradizionali sardi, abbiamo assaporato tradizioni e al contempo una grande operazione di marketing che questa azienda sta portando avanti, nell’ottica di valorizzare e differenziare un prodotto che oggi sul mercato mondiale ha una sua importante collocazione.

https://www.santamarialapalma.it

QUALCHE NUMERO DEL CMB SPARKLING SESSION 2024

Durante questa sessione sono stati valutati oltre 900 vini effervescenti provenienti da 24 paesi, i giudici presenti erano circa cinquanta provenienti da 22 paesi diversi. Per quanto riguarda le iscrizioni lo champagne resta in testa con 178, mentre tutta l’Italia ha presentato quasi 300 vini, la denominazione Prosecco è presente con 128 vini, ovviamente è la denominazione maggiormente rappresentata. Molto interessante anche la gamma dei vini effervescenti presentati dalla Sardegna che sono principalmente a base di due vitigni tipici: Vermentino e Torbato.

Quentin Havaux, Direttore del CMB, è entusiasta: «Siamo molto felici di essere riusciti a lanciare questo concorso, risultato di diversi anni di lavoro. Non è un caso che la nostra Sessione Vini Effervescenti si svolga in Italia per il secondo anno consecutivo. Anno dopo anno, l’Italia ha dimostrato di essere e di rimanere una grande nazione produttrice, impressionandoci continuamente con la qualità dei suoi vini e ottenendo ottimi risultati nelle diverse sessioni del CMB».

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles

I RISULTATI…

Il Veneto si aggiudica il maggior numero di medaglie italiane, con un totale di 21 riconoscimenti, su un totale di 64 medaglie per l’Italia. Il 45 Metodo Extra Brut Pas Dosè Blanc de Noirs della Fattoria La Vialla, in Lombardia, vince il Trofeo Rivelazione Italia. La Sardegna si aggiudica ben 8 medaglie 4 d’Oro e 4 d’Argento.

Nella regione dello Champagne arrivano 98 medaglie, sono stati più della metà dei vini in concorso. La Rivelazione Internazionale è andata allo Champagne Lemaire Millésime Les Hautes-Prières 2012 di Roger-Constant Lemaire. Vera e propria icona della loro cantina, il Millésime des Hautes-Prières è prodotto esclusivamente con Chardonnay invecchiato per 9 mesi in botti di rovere e prodotto utilizzando uve dei prestigiosi vigneti di Hautvillers. Altri cinque champagne sono

stati premiati con la Gran Medaglia d’Oro. I Cava dominano il palmarès spagnolo, con 34 medaglie. Di particolare rilievo i risultati della cantina catalana Rovellats, che si è aggiudicata 1 medaglia d’Oro, 2 medaglie d’Argento e il Trofeo Rivelazione Spagna per il suo emblematico Rovellats Reserva Cuvée Especial Brut Nature 2020.

La Germania stupisce, aggiudicandosi quasi il 60% delle medaglie! Sono andate ai produttori tedeschi un totale di 16 medaglie, tra cui 2 Gran Medaglie d’Oro, 8 d’Oro e 6 d’Argento. Weingut Bergdolt ha vinto una Rivelazione Internazionale per il suo Fluxus Brut Natur 2015, confermo senza ombra di dubbio che questo assaggio è stato davvero memorabile! La mia commissione ha valutato una batteria di vini tedeschi e ci siamo emozionati dal primo all’ultimo, e vedendo questo risultato mi sento orgogliosa, per aver contribuito a questa medaglia. Sudafrica: per la seconda volta nella storia del concorso, uno spumante sudafricano ha vinto una Gran Medaglia d’Oro. Il vincitore è Sparklehorse 2021 di Forrester Vineyards. Il Belgio ha confermato la sua buona reputazione e il suo sviluppo come paese produttore di bollicine, con ben 18 premi e il 41% dei vini presentati premiati, un record. Anche la Moldavia, con 8 medaglie tra cui una Gran Medaglia d’Oro, emerge in questa categoria e sarà una forza da tenere in considerazione negli anni a venire. Infine l’Austria si è distinta con un’ottima performance del suo Blanc de Blancs Sekt Große Reserve NÖ g.U. Furth bei Göttweig 2016, che ha ottenuto una Gran Medaglia d’Oro.Il link per vedere tutti i risultati: https://resultats.concoursmondial.com/it/risultati/2024

Per concludere vorrei dire che il CMB non poteva scegliere migliore location per questa sessione 2024 dei vini spumanti! La Sardegna offre davvero molto a livello vitivinicolo, ed è forse, in questo momento una delle regioni italiane più in fermento per quanto riguarda le zone di produzione, i vini e i territori emergenti, i produttori in questo momento hanno una grande consapevolezza delle loro potenzialità!

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles
Alcuni degustatori italiani al CMB da SX a DX: Matteo Cipolla, Angelo Concas, Dino Addis, Karin Meriot,
Mattia Antonio Ciancia, Luigi Salvo, Giovanni Pinna, Claudia Marinelli

Fonte: Comunicati Stampa CMB Sparkling Session 2024 – Presentazioni dei vari consorzi

Ritorno a Il Colle del Corsicano: il primo amore non si scorda mai

Abbiamo sempre dato spazio ai territori a noi vicini. Il Cilento, è senza dubbio, uno dei più magici e misteriosi ancora da scoprire. I tramonti di Punta Licosa hanno qualcosa di unico: si srotolano lenti, compiendo giorno per giorno il loro percorso sull’orizzonte del mare, come avviene solo per i sogni più grandi, che si realizzano passo dopo passo nel solco di un progetto ben definito.

Siamo a Castellabate, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e degli Alburni, in una delle riserve marine più suggestive del nostro Paese, dove, secondo la mitologia, aveva dimora Leucosia, una delle Sirene che insieme a Partenope e Ligea cercarono di incantare Ulisse. Su questa lingua di terra, caratterizzata da pini marittimi e macchia mediterranea, si estende per tre ettari la vigna sul mare dell’azienda Il Colle del Corsicano.

Siamo tornati a raccontarvi, dopo l’articolo “Il Colle del Corsicano” a San Marco di Castellabate (SA): il sogno di una vita di Alferio Romito di questa splendida realtà cilentana che ha visto la sua prima vendemmia nel 2017, con una produzione iniziale di circa 4000 bottiglie tra le etichette Licosa, da uve Fiano in purezza, e Patrinus, Aglianico con un piccolo saldo di primitivo. Un sogno diventato progetto, che Alferio Romito, giovanissimo titolare, sta portando avanti con entusiasmo anno dopo anno: oggi le bottiglie prodotte sono circa 25.000 e alle etichette Licosa e Patrinus, si è aggiunta Furano, il rosato da Aglianico in purezza.

Alferio Romito

In un caldo pomeriggio di luglio, Alferio ci ha raccontato il suo amore per la vigna nato quando da bambino seguiva il nonno passo dopo passo dalla terra fino alle operazioni di vinificazione, la sua filosofia e il suo modo di pensare il vino.

La possibilità di realizzare il sogno e di produrre il proprio vino, inizia a concretizzarsi nel giorno dei festeggiamenti per la laurea in enologia, quando il padrino di cresima di Alferio gli comunica di aver trovato il posto ideale per impiantare la prima vigna: Punta Licosa. A lui con gratitudine Alferio ha dedicato il nome della prima etichetta rossa della cantina, Patrinus. La casa-cantina di famiglia, collocata sull’omonimo Colle del Corsicano, si trasforma per adattarsi alle esigenze della moderna viticoltura.

L’area di vinificazione che in passato doveva essere simile a una di quelle rimesse di campagna, dove in tempo di vendemmia si lavavano pavimenti e botti con la cavara, decotto di erbe spontanee, oggi è un locale moderno a temperatura controllata, con serbatoi e fermentini d’acciaio di massimo 15 ettolitri, non solo per vinificare in modo parcellizzato i singoli lotti di uve che arrivano in cantina, ma soprattutto per abbassare velocemente la temperatura del mosto per l’avvio di fermentazione.

Ci troviamo in Cilento, dove la vendemmia di Fiano e Aglianico inizia già a partire dalla prima decade di agosto: il controllo delle uve è stretto fin dalla vigna e le varie fasi di raccolta e conferimento sono serratissime, per fare in modo che dal momento in cui il grappolo è staccato dalla pianta a quando diventa mosto passi il minor tempo possibile, preservando le caratteristiche ottimali del frutto.

Per le tre etichette prodotte dal Colle del Corsicano, la fermentazione e l’affinamento avvengono in acciaio e i lieviti sono inoculati. Alferio, con l’acquisizione di nuove parcelle di vigna, punta ad ampliare la produzione di bottiglie per raggiungere soglia 40.000, accarezzando l’idea, ancora in fieri, di una nuova etichetta come intuiamo dalla presenza di due barrique separate, nei locali di vinificazione.

La degustazione

Quando arriviamo al momento della degustazione chiudiamo il cerchio di una visita emozionante, che ci ha reso chiaro cosa significhi lavorare per il perseguimento di un obiettivo: la valorizzazione massima di un territorio e delle sue peculiarità. Alferio voleva per le sue bottiglie un’etichetta classica, ispirata a quella delle maison bordolesi, dove in primo piano appare lo chateau, punto di riferimento visivo sul territorio. Il risultato è una foto riprodotta a pennino che tratteggia la vigna di Punta Licosa, la torretta di avvistamento e l’isolotto col faro proteso nel mare.

Licosa 2022 Cilento Fiano DOC

Timido, necessita di tempo e di una temperatura più alta per sprigionare un caleidoscopio di profumi, che si evolvono nel bicchiere in maniera cesellata e precisa: la finissima nota di pasticceria, tipica dell’amaretto di Sassello, si intreccia da subito alla pesca tabacchiera e ai fiori dolci. Arrivano poi le erbette aromatiche tipiche della macchia mediterranea, che col trascorrere del tempo si definiscono nel profumo di cappero e di caramella d’orzo. Elegante anche il sorso, di grande freschezza agrumata bilanciata nell’ottima sapidità, che riporta al palato note iodate e di salsedine. La vigna di Punta Licosa che dà il nome al vino è tutta in questo bicchiere!

Licosa 2023 Cilento Fiano DOC

Trasmette ancora lievi sentori  di fermentazione, che con l’attesa lasciano spazio al caprifoglio, al bergamotto e alla maggiorana fresca. Di sorso prontamente godibile e pieno, mostra anche in questo millesimo il carattere del territorio, facendosi al contempo fresco e sapido con chiari elementi marini.

Furano 2023 IGP Paestum Rosato

Naso invitante, ricorda una caramella gelée di piccoli frutti rossi, e poi il pompelmo e la foglia di geranio. Verticale e coerente il sorso, che pulisce e rinfresca riportando sentori mediterranei di rosmarino selvatico. Si fa bere con la leggerezza di quella brezza marina di cui porta il nome.

Patrinus 2019 Paestum Aglianico IGT

Alferio assaggia per la prima volta insieme a noi la terza annata di Patrinus e ne rimane, a ben ragione, orgogliosamente soddisfatto. C’è tutta la stoffa del campione che corre la maratona ad un ritmo cadenzato, come appare evidente dal contemporaneo confronto con l’annata 2022. Mirtillo, pepe bianco, una lieve nota di carbone introducono il naso che diventa complesso con sentori di foglia di tabacco, caffè, polvere di cacao, marmellata di frutti di bosco e ritorna col tempo su note di fiori viola e di prugna. Avvolgente in bocca, si distingue per il tannino levigato e per la freschezza ancora incisiva.

Patrinus 2022 Cilento Aglianico DOC

Il naso ci trasporta tra cespugli di macchia mediterranea estiva percorsi dal profumo del mare, e solo dopo tempo di consegna note fruttate di prugna e cioccolato fondente. Fresco, di tannino sottilissimo, ci fa pensare senza timore a un abbinamento di mare estivo come il pesce spada arrostito. Da riassaggiare tra qualche anno per prendere nota della sua evoluzione.

A Palazzo Gentilcore si celebrano le eccellenze enogastronomiche del Cilento e Vallo di Diano

La splendida cornice di Palazzo Gentilcore, nel cuore del borgo antico di Castellabate, ha ospitato un evento straordinario dedicato alla celebrazione delle eccellenze del Cilento e Vallo di Diano. La manifestazione è stata fortemente voluta da Chiara Fontana e Giovanni Riccardi con la sapiente collaborazione di Marco Contursi e Assunta Niglio in rappresentaza della condotta Slow Food Gelbison.

La terrazza elegante e accogliente della Locanda Pancrazio ha fornito il palcoscenico ideale per questo viaggio culinario, con la partecipazione di appassionati di gastronomia e professionisti del settore, tutti accomunati dall’obiettivo di valorizzare e promuovere le risorse uniche del territorio.

Giovanni e Chiara, dopo aver trasformato l’edificio storico del XI secolo “Palazzo Gentilcore” in un’incantevole Art boutique hotel con annesso ristorante “Locanda Pancrazio”, hanno saputo coniugare il rispetto per la tradizione culinaria cilentana con una visione innovativa, sempre alla continua ricerca di nuovi stimoli sul territorio.

Marco Contursi, da sempre attivo sul territorio, ha concentrato il suo impegno nella valorizzazione delle eccellenze gastronomiche locali e nella promozione di una cucina che rispetti i ritmi della natura e le culture del luogo.

L’evento ha celebrato i sapori e i saperi della tradizione culinaria a chilometro zero: un vero e proprio omaggio alla ricchezza culturale, gastronomica e imprenditoriale del Cilento e Vallo di Diano: un’immersione totale nella sapienza dei popoli del Mediterraneo, che mette in risalto anche l’importanza della sostenibilità e del rispetto per le tradizioni locali.

Durante la serata uno degli aspetti più apprezzati è stato il percorso che ha offerto ai partecipanti la possibilità di degustare una vasta gamma di prodotti tipici. Dai formaggi ai salumi, dai vini agli oli, dai fagioli alla cipolla, dalle farine antiche ai magnifici prodotti della pesca locale, ogni assaggio è stato un viaggio nei sapori autentici di questa terra straordinaria.

Stazionando tra i vari stand, guidati dai sorrisi e dalle parole dei diversi produttori e dei padroni di casa, si è potuto raggiungere gustativamente i luoghi più affascinanti e significativi del territorio, percorrendo questo meraviglioso e selvaggio parco naturale in lungo ed in largo, dal mare alla montagna.

I vini autoctoni e biologici dell’alto e basso Cilento (Paestum, Perdifumo, Licusati, Prignano Cilento, Sant’Angelo a Fasanella, Giungano, Castellabate, Punta Licosa, Torchiara, Rutino), la soppressata di Gioi, lo struffolone e le olive ammaccate di Salento, le Alici di Menaica di Pisciotta, le ricotte e le mozzarelle di Paestum, l’Amaro del Tumusso di Padula, i salumi e i formaggi del Vallo di Diano, i panettoni di Agropoli, il fico, la genziana e il rosmarino distillati di Casalvelino, la cipolla di Vatolla, i taralli dai grani antichi di Sala Consilina, i tartufi di Colliano, la pasta fresca di Palomonte, i fagioli di Controne sono solo alcune delle tappe del lungo e suggestivo viaggio.

Ad allietare ulteriormente i presenti sono stati i piatti preparati con maestria dalla cucina di Locanda Pancrazio, coadiuvata purtroppo a distanza dallo chef Pietro Parisi. L’evento è iniziato con un aperitivo che ha introdotto gli ospiti ai sapori freschi e autentici della Campania, con antipasti creativi e sfiziosità che esaltavano ingredienti quali: pomodori, mozzarella di bufala, basilico e olio extravergine d’oliva. L’associazione “Pescatori di Castellabate” ha poi proposto la tradizionale “cunzatura” e un delizioso e delicato pacchero con scorfano e aragosta.

Gugliucciello Tartufi ha elaborato una profumatissima polenta al tartufo scorzone. Il pastificio “La sfoglia d’oro” ha fatto assaporare un intrigante raviolo allo zenzifero con tartufo. La cucina della “Locanda Pancrazio” ha invece preparato un appetitoso fusillo al ragù di fichi, armonioso e succulento.

Una cucina genuina e dedita al rispetto delle tradizioni con l’abbinamento ad alcuni vini coraggiosi e unici, tipicamente cilentani, delle cantine presenti all’evento. Particolare menzione meritano l’attraente e strutturato Antece 2022, il fiano della DOC Cilento, macerato in anfora, dei Viticoltori De Conciliis; l’elegante e fresco Rosato Ronnorà 2023, PAESTUM IGP ROSATO 2023 della cantina Donna Clara; il ramato e luminoso Ephyra 2023, IGP Campania di Rossella Cicalese; il biologico e fruttato Phasis 2023, Fiano Paestum I.G.P- Tenute del Fasanella; l’aromatico Iscadoro 2022, IGT Paestum della Cantina Casebianche. Nel post-dinner, hanno deliziato i palati i ricercati liquori e gli affascinanti distillati dell’Alchimista incantatore Giuseppe Pastore (Cilento, I Sapori della Terra) e l’artigianale Amaro del Tumusso, affinato in anfora, la cui miscela di genziana, alloro, carciofo, elicrisio, rafano e altre erbe autoctone segrete lo rende aromatico, avvolgente e morbido.

Un banchetto per il palato. Un momento di celebrazione, ma anche un’opportunità per riflettere sul futuro dell’areale. Gli ambasciatori del gusto presenti hanno tutti ribadito l’importanza di sostenere le eccellenze del territorio attraverso eventi che ne promuovano l’eccellenza, politiche di sviluppo sostenibile e progetti di valorizzazione che coinvolgano l’intera comunità.

Chiara Fontana, Giovanni Riccardi e Marco Contursi hanno condiviso con gli ospiti il loro impegno per la promozione della sostenibilità e della qualità degli ingredienti locali, evidenziando come la cucina possa essere un veicolo per preservare le tradizioni e sostenere l’ambiente.

Drink Pink: I Vini Rosati Brillano nei Giardini di Palazzo Brancaccio a Roma

Roma, con la sua storia millenaria, è un vero e proprio scrigno di palazzi storici che raccontano le vicende di imperatori, papi, nobili famiglie e artisti. Edifici che con le loro architetture maestose e i loro interni riccamente decorati, offrono una finestra sul passato glorioso della città eterna. Ecco alcuni dei palazzi più celebri.

Palazzo Brancaccio

Tra i numerosi palazzi storici di Roma, Palazzo Brancaccio è un esempio di bellezza architettonica e importanza storica. Costruito tra il 1886 e il 1912 per volontà della principessa Mary Elisabeth Field, moglie del principe Salvatore Brancaccio, è l’ultimo grande palazzo nobiliare costruito a Roma.

Palazzo Brancaccio è caratterizzato da uno stile eclettico che mescola elementi neoclassici e barocchi. Gli interni sono decorati con affreschi, stucchi dorati, marmi preziosi e arredi raffinati, riflettendo il gusto sfarzoso dell’epoca.

I Giardini

Uno degli elementi più affascinanti di Palazzo Brancaccio sono i suoi giardini. Situati nel cuore di Roma, questi giardini offrono un’oasi di verde e tranquillità, con fontane, statue e piante secolari che creano un’atmosfera incantevole. I giardini di Palazzo Brancaccio sono particolarmente apprezzati per la loro bellezza e per la capacità di offrire uno spazio ideale per eventi esclusivi.

I giardini di Palazzo Brancaccio sono spesso utilizzati per eventi organizzati dal Gambero Rosso. Eventi, che includono degustazioni, cene di gala e presentazioni di guide enogastronomiche, sfruttando l’eleganza e la raffinatezza dei giardini.

I Drink Pink: i Vini Rosati brillano nei Giardini di Palazzo Brancaccio

I vini rosati, con il loro colore affascinante e il gusto rinfrescante, sono diventati una scelta popolare per molti appassionati di vino. Ma cosa rende questi vini così speciali? Scopriamolo insieme!

I vini rosati possono variare dal rosa pallido al rosso ciliegia, una varietà di colori risultato di diverse tecniche di produzione. Il metodo più comune è la macerazione breve, dove le bucce delle uve rimangono a contatto con il mosto per un breve periodo, giusto il tempo di conferire il colore desiderato.

I rosati offrono una gamma di sapori che possono soddisfare ogni palato. Dai delicati aromi di frutti di bosco dei rosati provenzali, ai sapori più robusti e speziati dei rosati spagnoli, c’è un rosato per ogni occasione, spesso fresco e fruttato, perfetto per accompagnare piatti leggeri e estivi.

Uno dei motivi per cui i rosati sono così amati è la loro versatilità negli abbinamenti gastronomici. Prova un rosato con pesce alla griglia, insalate fresche o anche con una pizza margherita. I rosati più corposi possono reggere anche piatti più saporiti come carni bianche o formaggi stagionati.

Anche se spesso associati all’estate, possono essere gustati tutto l’anno. La loro freschezza e leggerezza li rendono perfetti per ogni stagione, e la crescente qualità dei rosati disponibili sul mercato significa che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

L’evento ha offerto un viaggio sensoriale attraverso le diverse regioni vinicole d’Italia, dalla Lombardia alla Puglia, passando per Toscana, Marche, Abruzzo, Campania e Basilicata. Tra i protagonisti, il Consorzio Valtènesi ha brillato con le sue etichette del Lago di Garda, conquistando i presenti con note floreali e fruttate che hanno esaltato la qualità delle produzioni italiane.

La vera novità di quest’edizione è stata l’introduzione di gelati gourmet in abbinamento ai vini. Le migliori gelaterie recensite dalla guida “Gelaterie d’Italia 2024” del Gambero Rosso hanno partecipato all’evento, offrendo un’esperienza gustativa unica che ha sposato la freschezza dei rosati con la cremosità del gelato artigianale.

Benevento: tra cavalieri, streghe, santi e buona tavola

Sanniti: popolo fiero di ceppo sia irpino che caudino, originatosi dagli Osci. I Romani conoscono bene l’orgoglio delle genti che abitavano queste vallate così ricche di bellezza e di mistero. Il nome stesso di Benevento, punto di partenza del nostro racconto di una delle perle della Campania, è intriso di storia e leggenda. Forse un’antica storpiatura del termine malies (che richiama le origini greche dei fondatori) o mallos a simboleggiare il vello della pecora, e l’abilità di allevatori e coltivatori degli abitanti.

La fondazione di Benevento la si deve, secondo ipotesi recenti, a un rituale tipico dei sanniti, che consacravano al dio Mamerte i nati tra il 1 marzo e il 1 giugno secondo i canoni della “primavera sacra” (ver sacrum). Gli stessi, divenuti giovani uomini, si sacrificavano per il bene comune spostandosi alla ricerca di luoghi da colonizzare, seguendo le orme di un animale sacro, qui da sempre incarnato nel cinghiale.

Da allora sono poche le fonti disponibili che testimoniano la volgarizzazione del nome in Maleventum, poi diventato, dopo il 275 a.C. Beneventum per buon auspicio da parte del nuovo conquistatore, Roma, che concederà subito il beneficio di Municipium, quale punto nevralgico per gli scambi mercantili lungo la Via Appia.

Gli invasori non furono usurpatori anzi: provvidero nei secoli al benessere complessivo di Benevento, con la costruzione di numerosi monumenti ancora esistenti, come l’Arco Traiano, il Teatro Romano, le antiche Terme e persino un’importante scuola di gladiatori. Alla caduta dell’Impero d’Occidente seguì la fase di dominio dei Longobardi, stirpe di guerrieri provenienti dalla Pannonia. Capitali della “Longobardia Minor” divennero Benevento e Spoleto.

Dal loro buon governo vennero edificate la Chiesa di Santa Sofia, patrimonio Unesco e le cinta murarie aperte da 9 porte ancora in parte visibili. Il 1077 d.C. segna il passo con l’ultimo re Longobardo, prima che Benevento fosse amministrata dal papato per il tramite di Rettori Pontifici.

La Rocca dei Rettori e l’astio crescente della popolazione per il nuovo potere, causarono un lento declino durato fino al 1860, con la deposizione di Edoardo Agnelli. Da quell’istante di libertà ci fu il ritorno dell’attenzione sulla cittadina e le sue leggende, come quella delle Streghe, le cosiddette “Janare”, seguaci di Diana nei culti pagani, o della dea Iside per l’abilità nelle pratiche di magia occulta, che volavano con la scopa e praticavano il rito del Sabba ai piedi dei nocelleti.

Le janare nascevano durante la vigilia di Natale. Tra le loro abitudini avrebbero avuto quella di fare di notte le treccine alla criniera dei cavalli, lasciando dei nodi come una sorta di incantesimi capaci di legare certe linee di forza sottili.

Furono ampiamente perseguitate e fino al secondo dopoguerra il termine stesso comprendeva un’accezione negativa rivolta alle donne non osservanti delle rigide regole sociali dell’epoca. Nell’archivio arcivescovile erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, in buona parte distrutti nel 1860 per evitare di conservare documenti che potessero infiammare ulteriormente le tendenze anticlericali che accompagnarono l’epoca dell’unificazione italiana. Un’altra parte è andata persa a causa dei bombardamenti che hanno quasi distrutto la città.

La Rocca dei Rettori è l’attuale sede della Provincia. Fu completata tra il 1320 e il 1340 d.C. dai Rettori che prima vivevano nel palazzo del duca longobardo Arechi II.

La costruzione della Chiesa di Santa Sofia venne invece completata nel 760, anno in cui furono accolte le reliquie dei XII Fratelli Martiri. Circa 23 metri e mezzo di lunghezza, fungeva inizialmente da cappella privata palatina o più probabilmente, per la redenzione di Arechi II e a vantaggio della salvezza del suo popolo e della sua patria. Evidente l’intento devozionale e lo scopo dichiaratamente politico e terreno a cui il duca si richiama: sin dalla fondazione, la chiesa venne concepita quale santuario non solo del principe, ma anche e soprattutto dell’intero organismo sociale e territoriale posto sotto il dominio del principe.

Il Complesso Monumentale di Santa Sofia fu poi ampliato di un convento ed un campanile, ricostruito ex novo distante dalla Chiesa dopo il terremoto distruttivo del 1688, nell’ambito delle mura del monastero benedettino. Presenti anche le reliquie traslate di San Mercurio e San Bartolomeo martire. Le colonne di granito grigio provenivano dall’Egitto e lo splendido chiostro interno annovera 47 colonne con 47 capitelli differenti per stile e composizione.

L’Hortus Conclusus di proprietà dell’ex Convento di San Domenico comprende le opere di Mimmo (Domenico) Palladino, artista appartenente alla corrente della transavanguardia nata con Achille Bonito Oliva. Un piccolo giardino incantato dove trovare la pace tanto desiderata e il silenzio della natura circostante.

Da lì il nostro percorso conduce verso il Triggio (o trivium), incontro di tre strade, quartiere medievale costruito sui resti di un precedente teatro romano. Qui alberga da sempre “A’ Zucculara”, spirito del teatro romano, l’antica dea Ecate protettrice degli incroci e della magia, che camminava con gli zoccoli per avvisare tutti della sua presenza.

Passeggiando tra i vicoli si giunge davanti al Teatro Romano edificato sotto imperatore Adriano, figlio adottivo di Traiano da ben 7500 spettatori, che vedeva l’esibizione di vari giochi e sfide, comprese le naumachie, vere e proprie battaglie navali. Perfetta l’acustica anche per opere e recite classiche di drammaturgia.

La nostra visita a Benevento termina con l’Arco Traiano, da dove la via Appia conduceva a Brindisi. Traiano era un imperatore di origine germanica e, sotto impero longobardo, l’Arco diverrà una delle Porte Auree di ingresso al centro cittadino.

L’appetito deve essere soddisfatto, però, non solo dalla cultura e dalla storia, ma dal buon cibo e vino. All’Agriturismo Le Peonie, che offre anche camere confortevoli in stile shabby chic, ce ne parla la titolare Annamaria Colanera seguita poi dalle parole del Presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini Libero Rillo. Un territorio unico, intriso di rara magia e bellezza.

Red Montalcino: il Rosso di Montalcino festeggia i suoi primi 40 anni

Neppure si può parlare di maggiore età, semmai di età della ragione per il Rosso di Montalcino. Uno splendido quarantenne che sta vivendo un momento di particolare euforia, grazie anche all’apprezzamento dei consumatori e al via libera definitivo all’ampliamento della superficie vitata rivendicabile per la Denominazione.

Il vigneto della Doc (attualmente di 519,7 ettari) potrà essere incrementato fino a 364 ettari (+60%). L’ampliamento, inoltre, non comporterà l’impianto di nuove vigne: gli ettari aggiuntivi rivendicabili fanno infatti già parte delle mappe del territorio come quota di vigneti coltivati a Sangiovese ma liberi da albi contingentati. In termini di bottiglie, la produzione potenziale aggiuntiva del Rosso sarà di poco superiore ai 3 milioni che si andranno a sommare alla media attuale di circa 3,6 milioni di pezzi l’anno. 

Cosa ne consegue? Un’attenzione maggiore verso l’intero comparto, con prodotti totalmente diversi che potranno ulteriormente catturare turisti e merchandising in giro per il mondo. Deduzione logica: più soldi per tutti e un’economia florida che porterà benessere a migliaia di famiglie. Il senso stesso del fare impresa.

Sul vino, invece, ancor più certezze per il futuro. Il Rosso di Montalcino ha da sempre rappresentato la bevuta facile, l’immediatezza di un sorso che non esige abbinamenti gastronomici o sforzi d’ingegno magari nella calura delle recenti estati. A 40 gradi all’ombra l’immagine è quella di poter godere di un prodotto da servire ad una temperatura inferiore alla norma e senza concentrarsi necessariamente su zone, stile e potenziale evolutivo. Il bere per il piacere del bere insomma.

Giunta alla terza edizione di Red Montalcino in Fortezza, ben 68 produttori hanno presentato i loro vini nel consueto walk around tasting, tra specialità gastronomiche regionali unite a pietanze vegan e fusion. La soddisfazione dei partecipanti è stata palpabile, così come i tannini del Sangiovese di queste terre, meglio addomesticabili quando non si gioca sulla potenza. Era un po’ anche lo scopo dell’allora presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino Enzo Tiezzi, un illuminato nel mondo dell’enologia, persona dotata di saggezza e spessore che riuscì nel 1984 a conciliare le diverse anime in un progetto avveniristico.

Sì, perché anche Montalcino avrebbe potuto soffrire le difficoltà di altri areali della Toscana; eppure l’unità (almeno apparente) dei vitivinicoltori, la loro voglia d’imparare e lasciarsi guidare dai blasonati che hanno messo a disposizione il proprio sapere per la Comunità e lo spirito di non porre tutto sul piano della politica spicciola, astenendosi da inutili guerre di posizione, ha portato ai risultati positivi sperati.

In ultimo la scelta di eliminare la dualità di competenze e dirigenze accorpando le tipologie sotto la tutela di un solo Ente, altro atto insolito per un’Italia che sa duplicare qualsiasi ufficio e carica di potere.

La degustazione delle vecchie annate, moderata dalla giornalista di Rainews24 Barbara Di Fresco e condotta negli assaggi da Riccardo Viscardi di Doctor Wine, intitolata “Red Evolution: origini e futuro del Rosso di Montalcino”, ha dimostrato il nerbo del Sangiovese quando difettava di maturazioni spinte come quelle odierne. Irsuto agli inizi, superbo nello scorrere delle lancette.

Semmai ci fosse un problema su cui discutere resta quello del cambiamento climatico e dello “snellire” le cariche alcoliche estrattive di uve a pieno carico zuccherino dotate di minor acidità. Altrimenti le resistenze al tempo non saranno le stesse di qualche lustro passato.

Uno stimolo ulteriore per Fabrizio Bindocci, Presidente del Consorzio Vino Brunello di Montalcino e per il Direttore Andrea Machetti. Un modo per far entrare davvero il Rosso di Montalcino nell’eternità. Un ringraziamento particolare a Bernardetta Lonardi e Sara Faroni di Ispropress per l’organizzazione e l’accoglienza della stampa.

Vi rimandiamo alla playlist completa sul nostro canale ufficiale YouTube con tutte le interviste.

Un viaggio in Trentino: le Dolomiti a un passo dal cielo

Che il Trentino sia un posto speciale non è un modo di dire. Basta guardare il panorama, le sue bellezze naturali, le vette spettacolari delle Dolomiti, i laghi, parchi naturali e le valli verdi. E poi i paesini con costruzioni di montagna dalle quali svettano chiesette che sembrano uscire da una fiaba.

Nelle pianure e sulle pendici collinari si stendono vigneti che sembrano un tappeto verde in contrasto con il rosso scuro della roccia porfirica. Il Trentino è una Regione ricca di bellezze naturali, storia, cultura e tradizioni, che offre opportunità uniche sia per il turismo che per i momenti di ogni giorno.

Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, sono una meta ideale per attività all’aperto quali l’escursionismo, l’arrampicata e lo sci. I laghi, come il Lago di Garda, il Lago di Caldonazzo e quello di Levico ad esempio, offrono occasioni per nuoto, vela e relax. I parchi naturali, tra cui il Parco Naturale Adamello Brenta e il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino, proteggono la biodiversità e sono ideali per escursioni e osservazione della natura.

Il Trentino ha una storia lunga e complessa, influenzata dalle vicende politiche e culturali della regione alpina. Per secoli, il territorio è stato sotto il controllo del Principato Vescovile di Trento. Nel corso del XIX secolo, è diventato parte dell’Impero Austro-Ungarico fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando fu annesso all’Italia. Un patrimonio culturale unico, che condivide elementi italiani e tirolesi.

L’economia è diversificata: il turismo gioca un ruolo fondamentale grazie alle attrazioni naturali e sportive. L’agricoltura è importante, con una produzione di mele, uva e vini e la protezione di enti quali il Consorzio Vini del Trentino. L’italiano è la lingua ufficiale, ma sono presenti minoranze che parlano il ladino nelle valli delle Dolomiti, il mocheno e il cimbro in altre aree. Le tradizioni locali sono ricche e varie, con feste, sagre e rievocazioni storiche che celebrano la cultura e la storia della regione. Le tradizioni culinarie includono piatti come i canederli, la polenta, lo speck e numerosi formaggi tipici.

La città capoluogo è Trento, dal centro storico ben conservato, con il Castello del Buonconsiglio, la Cattedrale di San Vigilio, il Museo di Scienze Naturali MUSE e i palazzi rinascimentali come Palazzo Roccabruna. Altre città di interesse includono Rovereto, con il suo Museo d’Arte Moderna e Contemporanea (MART), e Riva del Garda, situata sulle rive del Lago di Garda.

Il Consorzio Vini del Trentino: un esempio di squadra e Identità Territoriale

Quando si parla del Consorzio Vini del Trentino, la definizione più calzante è quella di una squadra che rappresenta la quasi totalità (oltre il 90%) dei produttori e viticoltori della regione. Il termine “squadra”, non è usato a caso: la sua forza risiede non solo nella legge che gli affida il compito di salvaguardare le denominazioni di origine enologiche della provincia, ma soprattutto nella capacità di mantenere salda e credibile l’identità delle produzioni vitivinicole locali.

Avere una identità forte e riconosciuta è essenziale per ogni produttore, viticoltore, imbottigliatore e cooperatore del Trentino. Questa identità rappresenta le fondamenta su cui costruire una promozione efficace e credibile delle aree produttive, dei vitigni, dei vini e delle aziende della regione. È grazie a tale coesione che il Consorzio è in grado di tutelare le produzioni enologiche trentine, garantendo la sostenibilità ambientale e promuovendo i vini del Trentino sia a livello nazionale che internazionale.

I vini sono il risultato di una terra con un’alta vocazione e di una tradizione di livello mondiale, soprattutto, dell’impegno, soprattutto nel campo spumantistico.

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino svolge in parallelo un ruolo fondamentale nella valorizzazione di un’altra produzione tipica: la grappa. Fondato nel 1969 conta oggi 24 soci, di cui 20 distillatori che rappresentano quasi tutta la produzione. L’Istituto ha il compito di valorizzare la grappa ottenuta esclusivamente da vinacce prodotte in Trentino, qualificandola con un apposito marchio d’origine e la dicitura “Trentino Grappa”.

La produzione di grappa in Trentino rappresenta il 10% di quella italiana, un dato significativo che ne testimonia l’importanza e la qualità. Il Consorzio Vini del Trentino e l’Istituto Tutela Grappa del Trentino rappresentano due pilastri fondamentali per l’economia e la cultura locale. Grazie alla loro azione congiunta, questi enti garantiscono la salvaguardia delle produzioni enologiche e distillatorie, promuovendo al contempo l’identità e la tradizione di una terra unica.

Hotel Villa Madruzzo: connubio di storia, eleganza e gastronomia nel cuore del Trentino

Situato tra le colline verdi e le vette maestose del Trentino, l’Hotel Villa Madruzzo offre un’esperienza che combina la storia del XVI secolo con il comfort e il lusso moderni. Residenza nobiliare, originariamente dimora della famiglia Madruzzo, sa accogliere i suoi ospiti in un ambiente elegante e raffinato, suddiviso in due aree distinte ma complementari: la zona Classic e l’area Belvedere.

La zona Classic, con il suo fascino d’epoca, permette di immergersi completamente nell’atmosfera storica della villa. Le camere sono arredate con mobili antichi e dettagli che richiamano il passato glorioso dell’edificio, offrendo al contempo tutti i comfort moderni per un soggiorno piacevole e rilassante. Dall’altra parte, l’area Belvedere rappresenta una fusione armoniosa di modernità e benessere, dove il moderno si fonde con il calore del legno. La chicca è il centro benessere che rigenera e regala momenti unici. Gli ospiti possono godere di una vasta gamma di trattamenti, dalla sauna al bagno turco ai massaggi, immersi in un ambiente sereno e panoramico.

Al suo interno, il Ristorante Villa Madruzzo ha sale eleganti in grado di ricevere, non solo gli ospiti dell’albergo, ma anche il pubblico esterno. Il menu è un viaggio sensoriale attraverso le delizie della cucina trentina: dai canederli ai formaggi locali, passando per piatti a base di selvaggina e dolci tradizionali, ogni portata è preparata con cura e presentata con eleganza. L’attenzione ai dettagli e la passione per la gastronomia fanno di questo ristorante una meta imperdibile per gli amanti del buon cibo.

Dall’erba al formaggio lungo la filiera del latte

Un tour guidato in compagnia di Albatros tra i prati della campagna di Predazzo per scoprire il forte legame che c’è tra erba, latte e formaggi. Prima tappa in stalla presso l’azienda agricola Moser dove Maria Letizia ci aspetta con Mariapia Morandini e la sua famiglia per raccontare l’importanza che ha l’alimentazione delle mucche nella qualità del latte. Abbiamo avuto modo di assistere anche alla mungitura e scoprire le innovazioni che caratterizzano le stalle dei nostri giorni. La filosofia di famiglia è incentrata sul benessere degli animali. La produzione di latte è affidata a 110 capi diversi per razza e resa. Di queste, circa 70 vacche sono in lattazione durante l’inverno e le altre in estate per la produzione del celebre Puzzone di Moena DOP.

La scelta accurata del fieno e delle erbe sono importanti per la qualità del formaggio, sottoposto 2 o 3 volte al mese a controlli alla fine dei quali viene assegnato un punteggio con un valore numerico che può variare da 0,4 a 25. Assistere alla mungitura è un’esperienza che fa tornare la mente a quando guardavamo Heidi che mungeva e beveva il latte. Ovviamente non è proprio come il cartone animato, perché la mungitura avviene con mezzi sofisticati che tutelano la salute degli animali e dei consumatori. Una mungitura soffice e costante che serve, oltre a prelevare il prezioso liquido bianco, ad evitare dolorose mastiti alle mammelle.

Arrivando al Bistrot Caseificio Sociale Predazzo e Moena ci attende un vero e proprio Cheese Tasting narrato in compagnia del produttore: presenti in assaggio un caprino pastorizzato dolce e delicato, il “Gradevole” che ricalca lo stile dei formaggi a crosta lavata, il Puzzone di Moena Dop da mezza stagionatura saporito ma non troppo, un formaggio a pasta dura stagionata in stile 3 mesi e infine il Trentingrana, fatto esclusivamente con il latte del Trentino. Il tutto accompagnato ai vini della Tenuta Gottardi: nasce nel 2016 e le prime etichette escono nel 2022 con il “Posador” Pinot Nero, il Lagrëin, il Müller Thurgau e il Gewürztraminer.  

Roverè della Luna – la ricerca al servizio della viticoltura: Innovazione e Sostenibilità nei vigneti del Trentino

In una giornata di sole tra i vigneti del Trentino, Stefano Rizzi del Consorzio Vini del Trentino ci accoglie per parlare dell’importanza della ricerca nella coltivazione della vite. Il suo entusiasmo è palpabile mentre ci introduce alle tecniche innovative che stanno rivoluzionando il modo di coltivare i vigneti, con l’obiettivo di ridurre drasticamente, se non eliminare, l’uso di fitofarmaci.

Tra le pratiche più interessanti, l’uso della confusione sessuale per contrastare gli attacchi di lepidotteri e della Tignola. Una tecnica, che consiste nel diffondere feromoni che confondono gli insetti impedendo loro di accoppiarsi, si sta rivelando un metodo efficace e sostenibile per proteggere le viti senza ricorrere a sostanze chimiche nocive.

La ricerca non si ferma qui. Paolo Fontana e Livia Zanotelli, apidologi della Fondazione Edmund Mach, insieme a Maurizio Bottura, dirigente del Centro di Trasferimento Tecnologico, ci accompagnano nei vigneti per approfondire il tema della biodiversità. Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach in collaborazione con l’Università di Trento sono orientati a 360 gradi, esplorando ogni aspetto che possa contribuire a una viticoltura più sostenibile.

Fontana e Zanotelli ci parlano degli “apoidei”, un gruppo di insetti impollinatori di cui fanno parte anche le api. L’osservazione delle abitudini e degli orientamenti di questi insetti è fondamentale per studiare la biodiversità e adattare le conoscenze alla viticoltura. “Conoscere le interazioni tra gli apoidei e le viti può portare a pratiche agricole che favoriscono non solo la salute dei vigneti ma anche quella degli ecosistemi circostanti”, spiega Zanotelli.

Un altro tema cruciale trattato durante la nostra visita è quello della micro-irrigazione. Rizzi ci spiega come questa tecnica permetta di fornire alle piante la quantità d’acqua necessaria con precisione, riducendo gli sprechi e migliorando la qualità del raccolto. “La micro-irrigazione è un esempio di come l’innovazione tecnologica possa andare di pari passo con la sostenibilità ambientale”, afferma Rizzi.

Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach e dall’Università di Trento non solo offrono nuove prospettive per una viticoltura più verde e sostenibile, ma rappresentano anche un modello di come la ricerca e l’innovazione possano contribuire significativamente alla protezione dell’ambiente. La giornata si conclude con una nota di ottimismo: il futuro della viticoltura trentina sembra sempre più orientato verso pratiche sostenibili che rispettano la natura e promuovono la biodiversità.

La Fondazione Edmund Mach: eccellenza nella ricerca e formazione agricola

Situata a San Michele all’Adige, la Fondazione Edmund Mach rappresenta un’istituzione di rilevanza mondiale nel campo della viticoltura ed enologia. Fondata 150 orsono, la sua missione iniziale era quella di approfondire la conoscenza scientifica applicata all’agricoltura, con un focus particolare sulla viticoltura. Sin dall’inizio, l’istituto ha svolto un ruolo cruciale nel trasferire conoscenze e innovazioni agli agricoltori e viticoltori, diventando così un centro di formazione, ricerca, sviluppo e sperimentazione.

La Fondazione Edmund Mach gestisce 120 ettari di terreni, di cui metà destinati alla produzione di uva e l’altra metà alla coltivazione di mele. Questa vasta area di sperimentazione agricola permette di condurre ricerche avanzate su varie colture. Dal 2008, l’Istituto San Michele all’Adige è diventato ufficialmente la Fondazione Edmund Mach, in omaggio al suo primo direttore. Nello stesso anno, l’istituto ha incorporato il Centro di Ecologia Alpina del Monte Bondone, ampliando così il suo campo di ricerca anche all’ambiente.

Le “Tre A” della Fondazione: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente

La filosofia della Fondazione Edmund Mach si riassume nelle “Tre A”: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente. La sezione dedicata all’alimentazione comprende laboratori all’avanguardia per l’analisi del vino, includendo studi sulla vinificazione e tecniche avanzate di tracciabilità per prevenire sofisticazioni. 

Nel settore agricolo, la ricerca si concentra su due principali aree: il miglioramento genetico e la sostenibilità. La Fondazione ha registrato numerose varietà di melo e piccoli frutti, come i mirtilli, e ha sviluppato viti resistenti alle malattie, riducendo così la necessità di prodotti chimici. Inoltre, studia metodi alternativi per la lotta contro i parassiti, come la confusione sessuale, che evita l’accoppiamento degli insetti nocivi.

Supporto Tecnico e Formazione

Altro aspetto fondamentale della Fondazione Edmund Mach è l’assistenza tecnica agli agricoltori. Attraverso una rete di centri periferici specializzati vengono forniti supporto continuo per la gestione delle attività agricole, garantendo che gli agricoltori possano beneficiare delle ultime innovazioni e metodologie. La Fondazione ospita anche uno dei migliori Istituti Tecnici Agrari in Italia e collabora con l’Università di Trento per i corsi di Viticoltura ed Enologia.

Un’eredità storica

La sede della fondazione vanta una storia affascinante, nata in origine come una struttura fortificata nel dodicesimo secolo. Successivamente trasformata in un edificio monastico, i monaci iniziarono a coltivare la vite, costruendo una cantina nel 1200 che è ancora oggi operativa, mantenendo viva una tradizione secolare.

Un faro di innovazione e tradizione, combinando ricerca scientifica avanzata con un profondo rispetto per la storia e la cultura agricola. La sua continua evoluzione e il suo impegno per l’eccellenza garantiscono che rimanga un punto di riferimento nel panorama agrario e enologico mondiale.

Muse, Museo delle Scienze di Trento

Il MUSE, Museo delle Scienze di Trento, è un moderno museo scientifico situato nel quartiere Le Albere, progettato dall’architetto Renzo Piano. Inaugurato nel 2013, il MUSE offre un’esperienza interattiva che esplora la natura, la scienza e la tecnologia. Le sue esposizioni spaziano dalla storia naturale delle Alpi alla biodiversità, passando per la sostenibilità ambientale e le innovazioni scientifiche. Con una vasta gamma di mostre temporanee e permanenti, laboratori educativi e attività per tutte le età è un punto di riferimento per la divulgazione scientifica in Italia.

Proprio qui che il Consorzio Tutela Vini del Trentino ha organizzato la presentazione del secondo Bilancio di Sostenibilità del Consorzio. Ad aprire il convegno è stato Albino Zenatti, Presidente del Consorzio, che ha ricordato che questa è la seconda edizione della presentazione e che la precedente si è tenuta nel 2021. Zenatti ha inoltre sottolineato l’importanza che riveste lo studio e l’applicazione della sostenibilità; l’applicazione di regole e la messa in pratica di azioni volte alla tutela del terreno e dell’equilibrio naturale può portare nel tempo a risultati significativi. Ricerca, innovazione e investimenti mirati a ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari con l’obiettivo di annullarli totalmente sono fondamentali. Il concetto è chiaro: la terra che coltiviamo oggi è la stessa che avranno i nostri figli e le generazioni future. Investire ora in sostenibilità significa garantire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi.

Le certificazioni SQNPI, VIVA e EQUALITAS sono fondamentali per portare avanti progetti e studi volti alla realizzazione di pratiche sostenibili. Un elemento cruciale è la partecipazione delle aziende: il 97% delle aziende vinicole ha aderito al protocollo di intesa, un successo inimmaginabile prima d’ora. Temi come l’Agenda 2030, la Certificazione SQNPI – qualità sostenibile e l’importanza di saper comunicare la sostenibilità sono stati al centro del dibattito.

La presentazione del bilancio si è conclusa con un aperitivo e una cena a buffet offerti dal Consorzio nella sala al livello inferiore del museo, accompagnati dai vini del Trentino e dai cocktail con la Grappa del Trentino, il tutto circondati da dinosauri, animali preistorici e oggetti dell’età della pietra, creando una bellissima atmosfera conviviale.

Palazzo Roccabruna: un gioiello rinascimentale nel Cuore di Trento

Nel cuore del centro storico di Trento sorge Palazzo Roccabruna, dimora nobiliare risalente alla seconda metà del Cinquecento. Questo edificio, recentemente restaurato dalla Camera di Commercio di Trento, è tornato al suo antico splendore e ospita oggi l’Enoteca Provinciale del Trentino. Tale spazio non è solo un museo di vini, ma un vero e proprio centro per eventi enogastronomici e culturali, dedicato alla valorizzazione del territorio trentino, della sua ricca storia e dei suoi prodotti tipici.

Tra i vari eventi organizzati presso l’Enoteca, la conferenza tenuta da Alessandro Marzadro ha illustrato la storia della grappa, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Marzadro ha spiegato come questo distillato, che un tempo poteva essere considerato più una medicina che una bevanda, sia divenuto la celebre grappa piacevole e raffinata. “La gradevolezza è la caratteristica principale di una buona grappa”, ha sottolineato Marzadro, sfatando il mito che sia solo un digestivo. “Non è assolutamente un digestivo, ma una bevanda da meditazione, studiata per offrire momenti di puro piacere grazie ai suoi aromi complessi.”

La grappa trentina è un distillato ottenuto dalle vinacce italiane, con una gradazione alcolica minima di 37º, e gode del marchio di Indicazione Geografica Protetta (IGP). Questo la distingue dall’Acquavite, un termine generico che può riferirsi a distillati ottenuti da qualsiasi materia prima idonea.

Interessante anche l’origine della grappa, nata con un intento di recupero: la distillazione delle vinacce consente di valorizzare gli scarti della vendemmia, un processo sostenibile che non consuma ulteriore suolo agricolo. Tuttavia, è importante ricordare che, pur essendo un prodotto di qualità, la grappa non è un bene di prima necessità e l’abuso può essere nocivo per la salute.

Palazzo Roccabruna, con la sua storia secolare e il suo rinnovato ruolo di centro culturale, si conferma così un punto di riferimento per gli amanti del buon vino e delle tradizioni trentine. Gli eventi organizzati al suo interno rappresentano un’occasione imperdibile per scoprire e apprezzare i tesori enogastronomici del Trentino, in un ambiente che celebra il passato ma guarda con entusiasmo al futuro.

Dopo aver parlato della storia dei vini e delle grappe del Trentino, l’evento è proseguito con un tasting dedicato, offrendo ai presenti un viaggio sensoriale attraverso le diverse varietà prodotte nella regione.

La degustazione comprendeva:

  • Vini Bianchi: Nosiola (1-4), Chardonnay (5-19), Pinot Grigio (20-24), Kerner (25-27), Manzoni Bianco (28-32), Solaris (33), Müller Thurgau (34-46), Riesling (47-48), Sauvignon (49-54), Gewürztraminer (55-62).
  • Vini Rosati: Tagli Bianchi (63-68), Rosati (69-72).
  • Vini Rossi: Pinot Nero (73-89), Marzemino (90-98), Rebo e Sennen (99-101), Lagrein (102-114).
  • Grappa del Trentino.

Pranzo al Ristorante Borgo Nuovo: Un’Esplosione di Sapori Sardi nel Cuore di Trento

Nel vivace centro di Trento, tra strade storiche e moderni negozi, si trova un angolo di Sardegna: il Ristorante Borgo Nuovo. Un locale, rinomato per la sua cucina di pesce che offre un’esperienza culinaria unendo la tradizione sarda alla freschezza del mare, proponendo sia piatti crudi che cotti di altissima qualità. La chiave del loro successo risiede nell’utilizzo di materie prime sempre fresche, che garantiscono sapori autentici e piatti impeccabili.

L’ambiente del Ristorante Borgo Nuovo è caldo e accogliente, arredato con gusto e attenzione ai dettagli. Ogni elemento del design interno contribuisce a creare un’atmosfera rilassante e raffinata, ideale per godersi un pasto in tranquillità. Gli ospiti vengono accolti con un sorriso sincero, che riflette l’ospitalità sarda e la passione per la cucina.

Il menù del Borgo Nuovo inizia con antipasti di mare, dove i crudi di pesce, come tartare e carpacci, si distinguono per freschezza e la delicatezza dei sapori. A seguire, una selezione di primi piatti che celebra la tradizione sarda, con specialità come i malloreddus e la fregola, arricchiti da salse a base di pesce fresco e ingredienti di stagione.

Credits e ringraziamenti finali: Valentina Voltolini (Consorzio Vini del Trentino), Stefano Rizzi (Consorzio Vini del Trentino), Alessandro Maurilli (Istituto Tutela Grappa del Trentino) Lavinia Furlani (Wine Meridian), Dora Tavernaro (Strada dei Formaggi delle Dolomiti).

I vini dell’azienda Pasetti: storie d’amore e di famiglia nel cuore dell’Abruzzo

Giungere a Pescosansonesco, in una giornata di caldo torrido e cielo opaco di sabbia, è come arrivare alla Fortezza Bastiani così ben tratteggiata nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. In questa cittadella metafisica, arroccata su uno sperone di roccia all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e dei Monti della Laga, la famiglia Pasetti ha stabilito il cuore di una lunghissima attività vitivinicola, iniziata a Francavilla al Mare ai tempi in cui la fillossera flagellava l’Europa.

Un press tour di due giorni, ideato per celebrare il ritorno dopo 13 anni del Cerasuolo d’Abruzzo tra le etichette di casa Pasetti, è diventato l’occasione per aprire le porte della Tenuta Testarossa alla stampa e raccontare una storia di successo che non arretra davanti alle sfide e alle opportunità del futuro. A raccontarci la storia di famiglia attraverso aneddoti, immagini, degustazioni e luoghi, è stato Domenico “Mimmo” Pasetti insieme alla moglie Laura, compagna da oltre cinquant’anni, e ai figli Francesca Rachele, responsabile amministrativa, Massimo, responsabile commerciale estero e Davide, enologo.

Un viaggio che ripercorre i momenti salienti, a partire dalla cesura di Mimmo con l’attività del nonno e del padre – la vinificazione di uve conferite-  fino agli attuali  progetti che spingono i Pasetti a investire ancora nel proprio territorio per “produrre un vino diverso”. Domenico sin da subito ha in mente una sua personale idea di vino, tanto che alla nascita della primogenita Francesca Rachele nel 1983, decide di imbottigliare il miglior Montepulciano prodotto, creando l’etichetta Testarossa per omaggiare la chioma rossa della figlia, eredità della bisnonna Rachele.

Forte poi della sua esperienza di ricerca delle uve provenienti dalle migliori vigne, dedica insieme a Laura tempo nella ricerca di nuove terre, finché acquista, nel 1998, la proprietà di Pescosansonesco, un terreno di montagna ben lontano in termini di caratteristiche pedoclimatiche, dalla costa di Francavilla. La scintilla scocca grazie al vino prodotto da una vigna a tendone, la stessa da cui, ancora oggi, si produce Hariman, Montepulciano d’Abruzzo Doc, oggetto della verticale a chiusura della due giorni. Con questo nucleo originario, Domenico e Laura acquistano, a cancello chiuso, anche il rudere che vi insiste e che diventerà la Tenuta Testarossa: solo in seguito scopriranno essere stata l’abitazione del Barone Trojani, finanziatore di Corradino D’Ascanio e del primo prototipo di elicottero. Forse non è un caso che due personaggi così visionari abbiano incrociato il destino di Domenico e Laura, antesignani in molte scelte che oggi definiamo strategiche e necessarie. Quella, ad esempio,  di investire in territori montani, in un momento in cui lo spettro del cambiamento climatico non imponeva ancora in maniera pressante determinate valutazioni.

Come nelle migliori storie di famiglia, l’iniziativa di staccarsi dall’attività originaria determina un conflitto tra Domenico e suo padre, anche se il tempo gli darà ragione. Negli anni a seguire infatti Domenico e Laura andranno via via acquisendo altri terreni in zone montane, allo scopo di impiantare vigneti. Cruciale la scelta di rimanere sempre all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e dei Monti della Laga che, se da un lato ha permesso ai vini Pasetti di fregiarsi del logo ufficiale dell’Ente, dall’altro ha da sempre imposto rigidi controlli sui trattamenti delle vigne, tali da rendere la produzione della cantina comparabile al biologico, pur non avendo una certificazione ufficiale. Attualmente la cantina Pasetti conta su 270 ettari, di cui oltre 70 vitati, a cavallo tra le province di Pescara e L’Aquila.

La vigna di Capodacqua, ad esempio, si estende lungo un declivio diradante verso l’omonimo lago, nel comune di Capestrano. L’esposizione a ovest garantisce, grazie al riverbero del sole sulla superficie del lago, una qualità e quantità di luminosità diffusa maggiori. Da qui derivano le uve di Rachele e del Rosato Testarossa.

Il cosiddetto “Deserto” invece, sempre nel comune di Capestrano, è una curiosa sperimentazione…geologica: qui Mimmo ha voluto creare un blend di terreni, per cui a quello originario di brecce e ciottoli biancastri, ha aggiunto uno strato di trenta centimetri di terreno argilloso proveniente da Castiglione a Casauria, compattato con sostanza organica autoprodotta. Il risultato è una vigna di montepulciano in perfetta vigoria e  disponibilità di acqua, nonostante la posizione e l’insolazione giornaliera, da cui si ricava il Cerasuolo.

Sollevando poi lo sguardo, possiamo intravedere Forca di Penne, il terreno di più recente  acquisizione, che raggiungiamo come ultima tappa del tour delle vigne. Situato a 1000 metri s.l.m., su un crinale che guarda a est il mare Adriatico e a ovest Ofena, il deserto d’Abruzzo, è un altopiano ventoso, monitorato da stazioni metereologiche, dove sono visibili le barbatelle ancora ricoperte di cera lacca verde: chardonnay e pinot nero, che daranno vita alla personale interpretazione di metodo classico della Famiglia Pasetti.

LA DEGUSTAZIONE DEL  21 GIUGNO

Con una produzione annua media di 700.000 bottiglie, la Cantina Pasetti abbraccia le denominazioni principali delle province di Pescara e L’Aquila. “Ogni vino nasce da un legame d’amore”, ci racconta Laura e il riferimento va a nomi e storie di famiglia evocati in alcune etichette; Davide conduce la degustazione orizzontale, dedicata alle annate correnti. Iniziamo con Testarossa Passerina- Terre Aquilane IGP 2023, fresca e tagliente anche per il leggero residuo di CO2 di fermentazione, vino snello da accompagnare ai crudi di pesce; proseguiamo con Rachele – Terre Aquilane IGP 2023, blend di Chardonnay e Trebbiano, adatto ad aperitivi e stuzzicheria per l’immediatezza di beva e la buona aromaticità, conferita soprattutto dallo Chardonnay; Collecivetta – Abruzzo Pecorino Superiore DOP 2023, si presenta con una doppia anima determinata dal blend di Pecorino di due diverse parcelle in Pescosansonesco e Capestrano: saporito, di corpo complesso e avvolgente grazie all’affinamento sulle fecce fini, mantiene comunque la caratteristica freschezza del Pecorino.

Testarossa Trebbiano D’Abruzzo Riserva DOP 2022 fermenta prevalentemente in acciaio, solo il 10% della massa in barrique, e grazie al lungo affinamento in bottiglia prima dell’uscita, riesce a esprimere complessità aromatica con tratti di pietra focaia, risultando nel sorso profondo e verticale; Testarossa Rosato – Terre Aquilane IGP 2023, da Montepulciano in purezza vinificato in bianco, è versatile e dinamico, ancora una volta per un residuo CO2 di fermentazione che esalta i sentori di piccoli frutti rossi e pompelmo rosa; Diecicoppe Rosso Colline Pescaresi IGP 2023 strizza l’occhio ai vitigni internazionali nel suo blend di Cabernet Sauvignon e Montepulciano d’Abruzzo ed è pensato per essere immediato, di pronta beva, un vino da aperitivo, piacevole anche a una temperatura fresca di 14 gradi.

Madonnella Montepulciano d’Abruzzo Dop 2020, come già Collecivetta, è un blend di Montepulciano proveniente da diverse parcelle per ottenere un vino equilibrato, fermentato in acciaio e affinato in botte grande è agile ma con un buon grado di morbidezza. Testarossa Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2019 è il vino firma della cantina Pasetti, la prima etichetta creata, selezione dei migliori vigneti e delle migliori uve, come concepita da Mimmo quarantuno anni fa, è un vino complesso e strutturato, peculiare nelle note speziate e balsamiche. Chiudiamo la degustazione con Gesmino Abruzzo Passito Bianco DOP, da moscatello di Castiglione in purezza: piacevolmente equilibrato nei sentori di arancia, albicocca candita e pain d’epice, è il connubio ideale dei Torcinelli abruzzesi, golose frittelle di pasta di patate cresciuta e uvetta, avvolte da una nuvola di zucchero.

IL CERASUOLO D’ABRUZZO

Il Terre Aquilane Cerasuolo d’Abruzzo Superiore doc 2023, viene presentato in un evento a sé stante, un pic-nic sul fiume Tirino, occasione che ne esalta origine e caratteristiche. Vino della tradizione quotidiana abruzzese, ha un seducente color…cerasuolo, ottenuto mediante la macerazione delle uve solo su parte delle bucce, che servono anche a conferire struttura. Il naso esplosivo nei sentori di frutta rossa e rose, la beva snella e di sferzante freschezza lo rendono il compagno perfetto degli anellini alla pecorara e dei tipici arrosticini abruzzesi gustati in riva al fiume più pulito d’Europa.

PASETTI

Via San Paolo, 21

66023 Francavilla al Mare (CH)

Vitigno e Terroir 2024: “La Notte del Rosso”

Anche quest’anno lo scenario per “Vitigno e terroir”, la rassegna dei vini campani organizzata da AIS Salerno in collaborazione con i Consorzi di tutela dei vini della Campania, ha avuto come fondale d’eccezione la splendida borbonica Villa Calvanese di Castel San Giorgio, paese salernitano situato nella media valle del Sarno in prossimità del confine con le provincie di Napoli e Avellino.

Sovratitolo significativo “La Notte del Rosso”, con chiaro riferimento alla duplice vocazione dell’area alla produzione di vino ma, soprattutto, del pomodoro nella nota varietà San Marzano e altre cultivar celebri in Campania. Tre giorni, dal 14 al 16 giugno, disseminati di Masterclass su vini della Campania raccontati dai degustatori AIS dei vari territori, presentati dai Consorzi aderenti all’iniziativa. L’abbrivio, dopo il prologo di cui diremo, è toccato al Consorzio Vesuvio – presente con Il Presidente Ciro Giordano e l’archeologo Ferdinando De Simone – i cui vini sono stati degustati da Ernesto Lamatta Delegato AIS Vesuvio.

A seguire, Sannio Consorzio tutela vini con il racconto di vini e territorio a cura di Nevio Toti, delegato AIS Salerno e Antonio Follo AIS Benevento. E’ stata poi la volta di Terra di Lavoro, con i vini del Consorzio VITICA con il Delegato di AIS Caserta Pietro Iadicicco, per finire in bellezza con il Consorzio Vita Salernum Vitae con i suoi grandi vini rossi narrati da Nevio Toti, patron della manifestazione insieme ai Degustatori di AIS Salerno.

Le degustazioni guidate sono state precedute da due “laboratori” di abbinamento: il primo – sotto la regia di Mino Perrotta, relatore e degustatore di AIS Salerno con lo chef vietrese Luigi Chirico – dedicato alla magia rosso vino / rosso pomodoro mentre l’altro ha messo insieme l’amaro Gagà, presentato da Prisco Sammartino (Officine Alkemiche) con le dolci note del cioccolato del maestro Pepe, dolciere in Sant’Egidio del Monte Albino.

Naturalmente i banchi d’assaggio dei vini e l’area food, con l’elegante allestimento dei salottini d’appoggio, hanno riscosso notevole apprezzamento dei visitatori nelle tre notti, arricchite di volta in volta da accompagnamenti musicali live di generi diversi. E quale migliore occasione per degustare i piatti della tradizione e dello street food campani, dalle varie pizze fritte al cuzzetiello al ragù di carne ai mezzanelli al sugo dei pomodori in conserva dell’azienda sangiorgese Nobili, main partner dell’evento,fino alle suadenti prelibatezze di Pepe Mastro Dolciere.

E, come nelle migliori tradizioni, brindisi finale di “arrivederci” al 2025.