Il giornalista Luciano Pignataro ospite alla libreria Ubik di Vico Equense

Vico Equense, Città del Gusto, ha ospitato la nuova tappa del libro di Luciano Pignataro La cucina napoletana, nell’ambito del ricco programma di presentazioni estive organizzate dalla libreria Ubik. Dopo i saluti istituzionali dell’Assessore alla Cultura del Comune di Vico Equense del Comune di Vico Equense Annalisa Donnarumma, abbiamo chiacchierato con l’autore per porre l’accento su alcune delle tematiche che il testo propone.

Lungi dal poter essere definito una semplice raccolta di ricette, La cucina napoletana  si delinea piuttosto come una storia della gastronomia partenopea, un racconto particolareggiato dei suoi ingredienti, una narrazione antropologica e geografica di una città  -Napoli- attraverso il cibo che essa mangia.

Un testo che pur nella sua leggerezza e piacevolezza, è stratificato, proprio come la città di Napoli: non è possibile fermarsi solo all’apparenza di ciò che si vede in superficie o alla prima lettura, perché  molteplici sono gli spunti che le pagine via via offrono. In fin dei conti la cucina napoletana è un romanzo con una propria trama e un proprio intreccio che si è evoluto e continua a evolversi nel tempo, lungo un cammino che prende le mosse dalla cucina dei monzù, passa attraverso l’introduzione dei prodotti provenienti dal nuovo mondo fino a intercettare la cucina del popolo.

E pur trattandosi della cucina di Napoli e del suo cuore pulsante, deve molto alla “periferia paesana” della Penisola Sorrentina, di cui Vico Equense rappresenta la porta d’ingresso. Pignataro cita i tre testi che teorizzano la grande cucina napoletana: quello di Vincenzo Corrado edito nel 1773, che porta in primo piano la cosiddetta cucina pitagorica, quella basata sui precetti vegetariani; quello di Ippolito Cavalcanti del 1837, che codifica la prima ricetta degli spaghetti al pomodoro; quello di Jeanne Carola Francesconi del 1965, il manuale che non poteva mancare nel corredo di ogni giovane sposa. Tuttavia è proprio nel territorio della Penisola Sorrentina che a partire dagli anni Settanta e Ottanta prende il via un vero e proprio modo di fare cucina, attingendo alla tradizione dei prodotti di quella cucina napoletana a tratti monumentale e museale:

“Questo territorio è la provincia più stellata d’Italia. Ha mantenuto il proprio stile e ha modernizzato la cucina con la sostituzione dell’olio d’oliva al grasso animale. Inoltre qui la verdura diventa centrale nel piatto, spesso coltivata direttamente, e in cucina prende piede il mare.”

In poche parole, è in Penisola Sorrentina che la cucina napoletana si modernizza e si alleggerisce.

La cucina napoletana rappresenta anche l’ossatura della cucina italiana, spesso identificata all’estero con piatti provenienti dalla città partenopea (lo spaghetto al pomodoro vale per tutti). Napoli per secoli è stata la città più popolosa d’Europa dopo Parigi, divenendo non solo passaggio obbligato di artisti e intellettuali ma anche punto d’incontro di cucine diverse. Le grandi città assorbono e si arricchiscono dal contatto con individui e tradizioni diverse. Pasta, pomodoro, caffè sono solo alcuni dei prodotti importati a Napoli, ma oggi identificati a tutti gli effetti con Napoli e con la cultura gastronomica italiana.

La cucina italiana, che nel 2025 è stata riconosciuta patrimonio immateriale dell’Unesco, si distingue per la varietà dei suoi regionalismi e ha ottenuto il riconoscimento in virtù della convivialità e dell’inclusione delle abitudini alimentari che si trovano nel nostro Paese. Possiamo parlare di democraticità della cucina e ancora una volta la cucina napoletana si distingue  in tal senso.

“Oggi si parla tanto di pasta e patate con la provola”, racconta Pignataro, “ ma mia madre nella pasta e patate mischiava a fine cottura le scorze avanzate di parmigiano. Esistevano salumerie che vendevano a prezzo più basso le scorze di parmigiano.”

Questa è la cucina napoletana: una cucina nata e fatta nelle case.

In un’epoca in cui si cucina sempre meno a casa, i nuovi custodi di queste tradizioni sono osterie e trattorie.

“Fino a una quindicina di anni fa erano 60 o 70 le trattorie gestite a conduzione familiare; oggi se ne contano 20 o 30.”

Se a questo depauperamento uniamo il grande successo della città di Napoli come meta turistica, alto è il rischio che piatti e ricette mantengano vivo solo il nome, svuotandosi non solo della qualità ma anche del contenuto culturale.

Che futuro quindi si prospetta per la cucina napoletana?

“Non è facile dirlo. Un fenomeno però è sicuramente degno di attenzione: per la prima volta ragazzi nella fascia di età 20-25 anni hanno iniziato a raccontare la loro città a coetanei di tutto il mondo liberando Napoli dal cliché di Sud arretrato o Sud salvato. Se la tradizione culinaria non si aggancia a queste nuove generazioni e a queste nuove forme di comunicazione, rischia di perdersi”, conclude Pignataro.

La cucina napoletana, alla sua seconda edizione, si arricchisce dei contributi fotografici di Ciro Pipoli che rendono il libro tridimensionale, dando forma e concretezza alle parole che Pignataro usa nell’introduzione “Napoli, un viaggio dell’anima”:

“Il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.” Al termine della presentazione, il pubblico ha potuto degustare alcune specialità della cucina napoletana, grazie al contributo di realtà locali di ristorazione: pizzeria Cardone, ristorante Cerasè, ristorante La Tradizione, cremeria Gabriele, accompagnate dai vini delle Cantine De Angelis 1930 di Sorrento.

Grecia: Skiathos e il vino di Parissis Winery

Durante i miei dieci giorni trascorsi tra Skiathos e Skopelos, il mare è stato il filo conduttore di ogni giornata: un orizzonte che cambia colore, baie raggiungibili solo in barca, pinete che sembrano tuffarsi nell’Egeo e piccoli porti dove il tempo conserva ancora un ritmo diverso. Ma, da appassionato e cronista del vino, non potevo fare a meno di chiedermi se dietro l’immagine più conosciuta di queste isole, quella fatta di spiagge e vacanze, esistesse anche un’altra storia.

Una storia di terra, di vigne e di vino. A Skiathos questa storia porta il nome di Parissis Winery.

La visita alla cantina rappresenta, per chi ama il vino, un modo diverso di leggere l’isola. Qui il mare non è soltanto un elemento del paesaggio: entra nella narrazione, influenza il clima, accompagna la vita quotidiana e diventa parte dell’identità dei vini. Qui ho ricevuto una fantastica accoglienza

Parissi è una giovane e piccola realtà greca, l’unica delle isole Sporadi e i suoi vigneti si estendono su 45 “strémma” che è l’unità di misura utilizzata in Grecia ed equivale a 1000 m2 ovvero un decimo di ettaro.

La famiglia Parissis ha scelto di costruire un progetto profondamente legato a Skiathos, lavorando con vitigni greci e cercando un’espressione autentica del territorio. Una scelta che, nel calice, assume un significato ancora più evidente.

Assyrtiko, Roditis, Malagousia, Xinomavro e Limnio diventano gli strumenti attraverso cui raccontare una viticoltura insulare che non vuole rincorrere modelli esterni, ma trovare una propria voce.

E proprio assaggiando i vini uno dopo l’altro ho iniziato a riconoscere un tratto comune. Non un semplice dettaglio stilistico, ma una vera firma territoriale: la freschezza e la presenza costante della macchia mediterranea. Un filo conduttore che unisce il primo calice all’ultimo.

Talassa Steria, il mare e la terra

Si parte con Talassa Steria, PGI Magnesia, ottenuto da Roditis in purezza. Già il nome richiama il rapporto tra mare e terra, due elementi che a Skiathos sembrano impossibili da separare. Al naso il vino si presenta intenso, con sensazioni floreali e fruttate che si muovono dalla ginestra verso la frutta tropicale, per chiudere su eleganti richiami di erbe aromatiche.

Al sorso è complesso, fresco e sapido. Tornano le sensazioni di frutta gialla matura, accompagnate dalla macchia mediterranea e da una buona impronta minerale. Il finale è lungo e persistente. È un vino che, mentre lo assaggi, sembra riportarti all’isola. Al sole, alla vegetazione, all’aria salmastra.

Antithessi, l’incontro tra due anime

Con Antithessi, da Malagousia per il 90% e Assyrtiko per il 10%, il profilo cambia. Il naso si apre su una bella maturità del frutto, con pesca e albicocca in primo piano. In bocca l’ingresso è fresco e minerale, confermando le sensazioni olfattive e aggiungendo sfumature di frutta secca, erbe aromatiche e macchia mediterranea.

La Malagousia porta generosità aromatica, mentre l’Assyrtiko contribuisce a mantenere il sorso dinamico. Il risultato è un vino che riesce a essere mediterraneo senza perdere slancio.

Epi Topou, la verticalità della pietra

Con Epi Topou, PGI Magnesia, da Assyrtiko 90% e Roditis 10%, la degustazione prende una direzione più verticale. Al naso emergono subito le sensazioni minerali e di pietra focaia, accompagnate dalla scorza di agrumi e dalle erbe officinali. In bocca il vino entra deciso, fresco e minerale, con note di agrumi e frutta bianca.

La chiusura, con il suo elegante richiamo alla mandorla, completa un sorso preciso e dinamico. È forse il vino che più mette in evidenza la tensione e la freschezza come elementi centrali della filosofia della cantina.

Moscato 2025, la sorpresa della lama

Una delle piacevoli sorprese della degustazione è stato il Moscato 2025 Dry White Wine, un Moscato secco al 12,5%. I profumi richiamano immediatamente la varietà, ma è soprattutto al sorso che il vino sorprende. Mi aspettavo forse maggiore morbidezza, invece entra teso come una lama, fresco, agrumato, con richiami alle erbe aromatiche.

Fine ed elegante, dimostra quanto un vitigno spesso associato a espressioni più morbide e aromatiche possa invece regalare tensione e precisione. Un vino capace di spiazzare piacevolmente.

Parissis Rosé, il colore dell’estate

Il Parissis Rosé, PGI Magnesia, nasce da Xinomavro per il 70% e Limnio per il 30%.

Il colore è un delicato rosa cipria, quasi buccia di cipolla tenue, di grande eleganza visiva. Al naso è intenso e persistente, con note di macchia mediterranea ed erbe aromatiche.

Al sorso mostra maggiore complessità, con fragolina di bosco e pera matura. Fresco e leggermente sapido, propone anche richiami minerali e accompagna il tutto con un’eleganza che lo rende particolarmente piacevole.

Il finale è persistente e invita a un nuovo sorso. In un’isola come Skiathos, dove il rosato sembra naturalmente dialogare con il mare e con la tavola estiva, questo vino trova la sua dimensione ideale.

Vapori, il vino che naviga

Il nome Vapori significa in greco nave cargo, un richiamo al mondo della navigazione riportato anche in etichetta. Per noi italiani il pensiero corre spontaneamente al vaporetto, a quelle imbarcazioni che collegano luoghi e persone. E forse non è casuale che questo vino diventi, idealmente, un ponte tra la terra e il mare.

Prodotto da Xinomavro 70% e Limnio 30%, con una macerazione di 18 giorni sulle bucce, si presenta di un brillante colore rubino. Al sorso è fresco e leggermente tannico. Emergono sensazioni polverose e gessose, accompagnate da leggere note fruttate e da richiami che ricordano la foglia di olivo. In chiusura il tannino diventa più evidente, pur mantenendosi sempre delicato.

Un rosso dalla personalità agile, che privilegia la freschezza e la bevibilità senza rinunciare alla struttura.

Liasti Malagousia, la sorpresa finale

La degustazione si conclude con Liasti Malagousia, un vino che considero una delle più piacevoli sorprese dell’assaggio. Al naso regala sensazioni asciutte di erbe officinali, zenzero e una delicata speziatura dolce che ricorda la vaniglia.

Al sorso entra fresco e morbido, con note di litchi, scorza di agrume candita e ancora vaniglia. Il risultato è equilibrato, piacevole e dinamico. È uno di quei vini che, senza cercare effetti speciali, riescono a conquistare progressivamente. Un bel sorso, capace di invitare naturalmente alla beva.

Riassaggiando tutti i vini, dal primo all’ultimo, ho cercato di trovare una chiave di lettura comune. La risposta è arrivata quasi spontaneamente: la freschezza e la macchia mediterranea. Due elementi che ritornano con continuità nei profumi e nei sapori, pur esprimendosi in modo diverso a seconda del vitigno e dello stile. La freschezza dona dinamismo ai vini e li rende particolarmente piacevoli a tavola; la macchia mediterranea, invece, sembra rappresentare una vera impronta paesaggistica.

Forse è proprio questo il ricordo che porterò con me da Skiathos: non soltanto le spiagge, le barche che attraversano l’Egeo o i tramonti osservati dal mare. Ma anche il momento in cui, davanti a un calice, ho scoperto un’altra dimensione delle Sporadi.

Quella meno conosciuta, più silenziosa e profondamente legata alla terra. Perché un’isola può raccontarsi in molti modi. Attraverso il mare, naturalmente. Attraverso la sua cucina, la sua storia e le persone che la abitano. E, qualche volta, anche attraverso un bicchiere di buon vino.

A Skiathos, per me, quel racconto ha avuto il profumo delle erbe aromatiche, il sapore della mineralità e la freschezza del vento che arriva dall’Egeo.

Intervista a Chiara Giorleo, autrice del libro Vino, Donna dedicato alle donne del vino

Vino, Donna è il libro di Chiara Giorleo edito da Luciano Pignataro Wine&Food Blog che raccoglie 90 interviste a donne che col vino lavorano quotidianamente.

Il libro è diviso in tre parti: giornaliste e degustatrici, produttrici ed enologhe, e un’ultima sezione dedicata a tutte quelle figure che lavorano in maniera trasversale in questo settore. Abbiamo chiacchierato con Chiara Giorleo di questo progetto e di quello che rappresenta in un mondo in cui la figura femminile è sempre più presente sotto molteplici ruoli.

Quando è nata l’idea di intervistare le protagoniste del vino e quando ha preso forma l’idea di un libro?

È un trend importante e in crescita quello delle donne del vino. Il progetto di intervistare per Luciano Pignataro Wine Blog le donne che lavorano in questo mondo è nato qualche anno fa. Decidemmo di iniziare da una categoria meno ovvia, le degustatrici. Le interviste uscivano mensilmente sul blog. Poi, ho continuato con le produttrici. Ricevevo anche autocandidature. Nel 2025 Luciano Pignataro ha voluto trasferire tutto questo lavoro su carta stampata per lasciare una traccia concreta di questo patrimonio.

Come pensi sia cambiato il ruolo della donna nel mondo del vino degli ultimi vent’anni?

Il peso fisico del libro serve anche a far capire il peso del femminile in questo settore e non solo in termini numerici. La figura della donna nel mondo del vino ha avuto un’evoluzione molto più importante e accelerata che in altri settori tanto da poter essere presa ad esempio in molti ambiti. Basti pensare che l’Associazione Donne del Vino è la più grande al mondo. Il ruolo della donna, che ha uno spessore culturale con notevoli distinzioni geografiche, in ambito vino invece è omogeneo e compatto.

Donne produttrici, da sempre presenti, sempre più importanti. Sembra che in questo ruolo non esista un divario di genere. Cosa accade invece nel mondo della comunicazione?

Siamo più abituati a pensare alle donne produttrici, e meno a ragionare in termini di donne critiche di vino. Ecco perché iniziammo le interviste con le giornaliste e le degustatrici. Ancora oggi questa figura è abbastanza inattesa. Il gender gap è supportato anche da una ricerca dell’Associazione Donne del Vino con un confronto sui paesi esteri: la categoria più soggetta ad atteggiamenti maschilisti, ma anche ad abusi verbali e fisici, è quella delle giornaliste e delle sommelier. Le produttrici sono meno soggette. Ma anche qui facciamo un distinguo: una cosa è parlare di produttrici in qualità di imprenditrici, quando invece parliamo di enologhe, a parità di competenze tecniche e preparazione, non hanno ancora la medesima visibilità dei loro colleghi uomini. Il ruolo tecnico al femminile non viene ancora valorizzato, e con questo non mi riferisco a premi o riconoscimenti…semplicemente al fatto che rimaniamo ancora sorpresi nel trovare una donna in questo ruolo, manca un’abitudine a pensare e vedere le donne in questi ruoli.

Parlando di comunicatrici del vino, quanto e in che modo le differenze generazionali incidono nell’approccio alla comunicazione?

Cambia molto perché cambia il modo in cui differenti generazioni si sono formate. Prima o eri una giornalista o lavoravi per una guida. I ruoli erano molto più distinti e definiti. Oggi, le comunicatrici ricoprono ruoli più trasversali, si sono spostate anche sui social e li usano a tutto tondo con strumenti diversi ma anche con approcci diversi. Penso a Cristina Mercuri (la prima Master of Wine donna italiana N.d.R.) ma anche a Sissi Baratella: entrambe non comunicano il vino in modo classico. Sissi per esempio ha avuto sin da subito un approccio intelligente con i social quando ancora non avevano il peso odierno e sa presentare il vino in modo diverso, moderno.

Come si inserisce il mondo femminile nell’enoturismo?

Senza voler rinforzare dei cliché, ossia che le donne sono più propense a ruoli di ospitalità che tecnici, bisogna però constatare che la figura più impiegata in questo settore è quella femminile (l’80% degli addetti nel settore enoturismo sono donne). L’enoturismo è un’opportunità che in Italia è stata recepita con ritardo rispetto a altri paesi del mondo. Ci obbliga a parlare di vino in modo diverso. È una comunicazione più difficile sotto certi aspetti, ma va a rinnovare il discorso vino. Confermo, perché il vino lo comunichi in modo trasversale: non scegli il tuo target ma è l’utente finale che ti sceglie, che sceglie la cantina e i suoi vini, e quindi devi adattarti a questo utente, all’impronta… È vero!

Ora rivolgo a te la domanda che hai rivolto a tutte le tue intervistate: tu, Chiara, come hai incontrato il mondo del vino?

Avevo una passione per il vino, ma nessuno in famiglia coinvolto in questo settore. Ho studiato marketing internazionale con l’idea di viaggiare: sono stata a Malta per studio, ho lavorato in Cina e poi sono arrivata alla Camera di Commercio di Toronto in Canada per promuovere il Made in Italy. Qui ho iniziato a mettere in campo la mia passione per il vino. Rientrata in Italia ho lavorato in cantina nell’ambito comunicazione ed enoturismo, ma si sono resa presto conto che ero vincolata ad una sola cantina per cui ho deciso di mettermi in proprio e ho intrapreso un percorso di studio e preparazione per affermare la mia professionalità e la mia immagine. Ho frequentato l’università in Napa Valley, e grazie a questo sono diventata corrispondente dall’Italia nella sezione vino per il Napa Register, storico quotidiano locale. Ho lanciato il mio blog e le mie pagine web. Inizialmente in Italia mi contattavano perché sapevo parlare di vino in inglese. Ho completato la mia formazione con il corso AIS e poi con WSET, di cui sono diventata educator.

Sei una formatrice bilingue, hai girato il mondo, hai approcciato molti comunicatori e produttori. Che differenza noti nella comunicazione del vino in lingua inglese rispetto alla lingua italiana?

La lingua inglese non è facile come sembra ma ha sviluppato un approccio immediato, soprattutto in ambito tecnico. È una lingua che si pone in modo più schematico, in maniera spoetizzata per cui il discorso vino ne risulta snellito. Se a questo approccio siamo poi in grado di unire lo spessore culturale della nostra lingua, il mondo vino diventa molto più interessante.

Che consiglio daresti a una giovane donna che inizia il suo percorso nel mondo del vino, magari con un corso da sommelier?

Come in tutti gli ambiti ci vuole competenza e studio. Non sono molto originale nella risposta, ma quando ci caliamo in un contesto lavorativo, dobbiamo sapere che cosa siamo in grado di offrire, quindi dobbiamo avere un approccio critico con noi stessi. Mi sono reinventata passo dopo passo, tra successi ma anche insuccessi. Bisogna essere in grado di diversificarsi ma alla base di tutto ci sono la formazione e la preparazione, poi la capacità di investire in noi stessi e di rischiare

“La cucina napoletana” – Il libro di Luciano Pignataro presentato il 27 agosto alle Librerie Ubik di Vico Equense

Cultura ed enogastronomia a Vico Equense: Luciano Pignataro presenta “La cucina napoletana”, una ​serata tra letteratura culinaria e i sapori della tradizione enogastronomica locale.

Nell’ambito del ricco programma estivo di presentazioni della libreria Ubik di Vico Equense, Giovedì 27 agosto, alle ore 19:30, la suggestiva cornice del Giardino della SS. Trinità di Vico Equense ospiterà la presentazione del libro “La cucina napoletana”, firmato dal giornalista Luciano Pignataro.

La cucina napoletana è una rinnovata narrazione della tradizione culinaria partenopea

Storie e aneddoti, lingua e costumi, si alternano alle ricette più note e alle loro rivisitazioni più celebri: “Il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

Il testo, edito da Hoepli, si arricchisce in questa nuova edizione dei contributi fotografici di Ciro Pipoli, capaci di esaltare e amplificare il valore che ha il cibo nella cultura napoletana.

A dialogare con Luciano Pignataro, sarà la moderatrice ed esperta di enogastronomia Ombretta Ferretto

Al termine della presentazione sarà possibile assaggiare alcune proposte della tradizione grazie al contributo di storiche realtà del territorio vicano, partner dell’evento: ristorante Cerasè, pizzeria da Cardone,  Cremeria Gabriele, La Tradizione.

La Cantina De Angelis 1930 di Sorrento proporrà una degustazione dei propri vini Penisola Sorrentina DOP. L’evento, organizzato con il patrocinio morale del Comune di Vico Equense, è aperto al pubblico senza bisogno di prenotazione.

​Dettagli dell’Evento

* Presentazione de La Cucina italiana di Luciano Pignataro

• ​Data: Giovedì 27 agosto 2026

• ​Ora: 19:30 • ​Luogo: Giardino SS. Trinità (Ingresso da Via San Ciro)

Il Territorio dell’Extra: quando l’olio extravergine d’oliva diventa racconto, identità e visione

Tra ulivi secolari e sapori mediterranei, il Cilento racconta sé stesso attraverso l’olio extravergine, intrecciando tradizione, ricerca e nuove visioni per il futuro.

C’è un momento, nel cuore dell’estate cilentana, in cui il paesaggio sembra parlare attraverso i suoi profumi. È accaduto il 10 luglio, nel giardino della Tenuta Botti a Massa di Vallo della Lucania, dove l’olio extravergine è diventato il filo conduttore di una serata capace di intrecciare gastronomia, cultura e riflessione sul futuro dell’olivicoltura e dell’agricultura.

“Il Territorio dell’Extra”, iniziativa ideata e promossa da Emilio Conti, settima generazione dello storico frantoio di famiglia fondato nel 1842, ha superato il format della tradizionale degustazione per diventare un percorso esperienziale dedicato all’olio extravergine di oliva quale espressione autentica del paesaggio, della cultura e dell’identità cilentana.

Una sessantina di ospiti ha preso parte a un itinerario sensoriale costruito attorno al valore dell’extravergine, non solo come alimento di eccellenza, ma come chiave di lettura del territorio e della sua evoluzione.

Emilio Conti: il rigore della scienza al servizio della cultura olearia

Dietro l’impeccabile regia dell’evento emerge la visione di Emilio Conti, erede di una famiglia che da quasi due secoli custodisce e rinnova una delle più significative realtà olearie del Cilento.

La laurea in Ingegneria Meccanica rappresenta il punto di partenza di un percorso che lo conduce a dedicarsi interamente all’olivicoltura e all’arte molitoria, coniugando tradizione familiare, metodo scientifico e formazione specialistica come assaggiatore professionista presso l’O.N.A.O.O. di Imperia.

Nel corso degli anni Conti si è distinto come promotore della cultura dell’olio extravergine di qualità, collaborando con autorevoli studiosi, tra cui il professor Primo Fontanazza, e maturando importanti esperienze internazionali come consulente in Cile, in altri Paesi del Sud America e in Sudafrica.

Tra i riconoscimenti più prestigiosi figura quello ottenuto nel 2008 dall’olio “Il Sogno” della famiglia Bertolli, prodotto presso il Frantoio Conti e proclamato miglior olio al mondo a seguito di una selezione anonima. Già socio Federolio e componente del Consiglio Direttivo Unifol, oggi è Presidente del Consorzio di Tutela Olio DOP Cilento, ruolo attraverso il quale continua a promuovere l’extravergine come patrimonio culturale, economico e identitario.

Il gusto come racconto del territorio

La cifra estetica dell’evento porta la firma di Sara De Marco, wedding ed event planner cilentana che ha curato integralmente concept, progettazione e allestimento della serata.

Materiali naturali, cromie ispirate al paesaggio mediterraneo e dettagli botanici hanno dato vita a una tavola di grande eleganza, concepita non come semplice elemento scenografico, ma come parte integrante del racconto. Ogni dettaglio contribuiva a costruire un’atmosfera coerente con la filosofia dell’iniziativa, nella quale estetica e contenuto procedevano in perfetto equilibrio.

Su questo raffinato scenario si è inserito il lavoro di Hera Catering, che ha gestito con puntualità e professionalità la preparazione delle portate e il servizio, accompagnando gli ospiti lungo un percorso gastronomico pensato per valorizzare le produzioni del territorio.

Le isole del gusto hanno accolto i partecipanti con pizze fritte preparate al momento, zeppole realizzate con gli ortaggi dell’Azienda Agricola Conti e bruschette arricchite da verdure di stagione. Preparazioni di apparente semplicità nelle quali l’olio extravergine non era un complemento, ma il filo conduttore dell’intera esperienza gastronomica.

Tra i momenti più originali della serata si è distinto il maestro gelatiere Enzo Crivella con il Gelato EVO “Conti dal 1842” Sale & Pepe, una proposta che ha saputo interpretare l’extravergine in chiave contemporanea, dimostrando la straordinaria versatilità di questo ingrediente anche nel mondo della gelateria artigianale.

Ad accompagnare il percorso sensoriale, l’Isola del Vino e dei Drink ha proposto una selezione di etichette delle cantine Sciore, De Conciliis e Magnoni, accanto a cocktail, aperitivi analcolici e acque aromatiche alla menta e al rosmarino, in un equilibrio coerente tra territorialità e freschezza.

Sulla grande tavolata si sono quindi susseguite le portate della cena. L’insalata di fagioli cannellini del Cilento con cipolla bianca di Vatolla ha valorizzato l’extravergine “Conti dal 1842”, mentre la tradizionale pasta e patate “Azzeccata”, simbolo della cucina cilentana, ha trovato nell’olio “Orti di San Paolo” il naturale complemento aromatico.

La terza proposta ha celebrato alcune delle più rappresentative produzioni agroalimentari del territorio: la soppressata del Salumificio Tomeo, il capocollo del Piccolo Salumificio Artigianale di Gioi, il caprino della Tenuta Principe Mazzacane, la ricottina di bufala del Caseificio Carrozza, la celebre mozzarella nella mortella dell’azienda agricola Cicco di Buono di Adolfo Valiante e una selezione di ortaggi stagionali dell’Azienda Agricola Conti.

A chiudere il percorso, la frutta fresca e il tradizionale Cannolo Cilentano hanno ribadito una filosofia gastronomica fondata sul rispetto della materia prima e sulla valorizzazione delle produzioni locali.

Un laboratorio di idee per il futuro dell’olivicoltura

L’incontro è stato anche occasione di confronto sulle prospettive dell’olivicoltura italiana, riunendo rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, della ricerca e dell’associazionismo.

Il presidente di Coldiretti Campania, Ettore Bellelli, ha richiamato l’attenzione sulla tutela dell’origine e sulle criticità del codice doganale europeo, mentre gli interventi di Galli e Marcantuono hanno approfondito il ruolo dell’innovazione tecnologica nella gestione dell’oliveto. Quaglia, per Agrioli, e Nampoli, per Opi Evo, hanno invece posto l’accento sulla necessità di rafforzare le reti tra imprese e territori.

Particolarmente significativa anche la testimonianza di Francesca Garace della Fattoria Parco degli Ulivi di Francica, consorte di Emilio, esempio concreto di collaborazione tra Calabria e Cilento. Ad arricchire la serata è stata la presenza del professor Pasquale Persico, di Don Luigi Rossi, di Maurizio Puglisi e del giornalista Gaetano Bellotta, offrendo riflessioni sul valore della cultura, della comunità e della narrazione nella costruzione dell’identità territoriale.

Le storie che generano futuro

Tra gli aspetti più interessanti dell’iniziativa è emersa la presenza di una comunità internazionale che ha scelto il Cilento come luogo di vita e di progettualità.

Emblematica la testimonianza di Gina, dalla lontana Baviera, promotrice a Gioi di un laboratorio didattico dedicato ai bambini tedeschi, capace di coniugare educazione ambientale, ospitalità e percorsi di digital detox. Sempre dalla Germania, Suzanne, regista e autrice, e Hanz, musicista e costruttore di fisarmoniche, che hanno trovato nel borgo di Villammare un nuovo spazio creativo. A completare il quadro, Marco Radano, esperto di marketing internazionale, oggi impegnato nella valorizzazione del comparto vitivinicolo cilentano.

Esperienze diverse ma accomunate dalla convinzione che il Cilento possa ancora attrarre competenze, creatività e nuove progettualità.

Una sfida culturale prima ancora che agricola

Il confronto ha evidenziato le principali criticità del comparto: la frammentazione amministrativa, le difficoltà di accesso al credito per le nuove generazioni e la necessità di sostenere con maggiore decisione la meccanizzazione attraverso gli strumenti dello sviluppo rurale.

Parallelamente sono emersi esempi concreti di innovazione. Dai percorsi educativi e turistici sviluppati da Gina fino all’agricoltura di precisione adottata da Emilio Conti attraverso le centraline predittive Elaisian, l’evento ha mostrato come sostenibilità, tecnologia e valorizzazione del territorio possano convivere in un unico modello di sviluppo.

“Il Territorio dell’Extra” ha così confermato che un grande olio extravergine non racconta soltanto una cultivar o una tecnica di estrazione: custodisce la memoria di un paesaggio, il sapere di una comunità e la capacità di generare relazioni, cultura e futuro. Quando ricerca, impresa, gastronomia e territorio dialogano con una visione condivisa, l’extravergine diventa molto più di un’eccellenza alimentare: si afferma come autentico ambasciatore di identità e sviluppo.

“Custodire un uliveto significa proteggere un paesaggio; produrre un grande olio significa consegnarne la memoria alle generazioni future.”

Idee per il Ferragosto: il libro “Radici, storia di un’impresa familiare” di Piero Mastroberardino

Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia  che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.

Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735,  con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.

Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia  che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.

Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.

Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.

Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”

Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.

Idee per Ferragosto: “A’ Chiena” festeggia il dono dell’acqua a Campagna

Se la Costiera Amalfitana brilla per lusso e il Cilento per la sua cultura popolare, ai piedi degli Alburni, verso la Piana del Sele, c’è Campagna: qui l’acqua del fiume Tenza, deviata sul corso principale del paese, diventa rito di rinascita collettiva. A differenza delle terme di Contursi, qui l’acqua si gioca per strada, tra secchielli e risate di bambini e adulti, richiamando visitatori da tutta la zona: come Carmela, che ogni anno porta le sue tre bimbe alla festa della Chiena a giocare con l’acqua e i secchielli.

Tra fine luglio e metà agosto, un’antica deviazione del fiumicello “lava” il borgo ogni weekend. Nessun spreco: l’acqua non si disperde, devia solo il suo corso tra le vie del paese prima di confluire nel Sele, che irriga la piana dei pomodori e degli ortaggi.

La festa, rito collettivo che risale al XVII secolo, nasce da esigenze di igiene pubblica e prevenzione delle epidemie, unite alla gaiezza tipica dei Cilentani. Non a caso il Cilento, culla della dieta mediterranea, vanta il maggior numero di sagre di paese in Italia, specchio di una ricchezza enogastronomica rara al mondo, dalla mozzarella di bufala in poi.

L’edizione 2026, dal 19 luglio al 23 agosto, alterna le celebri Passeggiate nell’acqua tra vicoli e palazzi storici alle Secchiate, vere battaglie d’acqua per grandi e piccoli. Tra le novità dell’anno, Aperichiena: una serata di musica e convivialità nell’atmosfera unica del borgo illuminato.

La ProLoco di Campagna, motore instancabile dell’evento, arricchisce il programma coinvolgendo chiese e musei locali, e assicura che la rete idrica potabile resta estranea alla deviazione temporanea del Tenza. Per gli organizzatori il rito è una riappropriazione collettiva della ricchezza dell’acqua, di solito riservata all’irrigazione agricola: fonte di vita e gioco insieme, in una terra fertile fin da Plinio il Vecchio e dalle prime colonie greche del 600 a.C.

Info e immagini gentilmente concesse da prolococampagna.it

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Sicilia: Cantine Florio, un viaggio nella storia del Marsala

Una delle storie imprenditoriali più significative della Sicilia è quella della famiglia Florio.

Ho avuto la fortuna di visitare le cantine Florio di Marsala e questo mi ha dato l’opportunità di percorrere le tappe di una vicenda imprenditoriale che ha contribuito a far conoscere il vino Marsala nel mondo e a segnare lo sviluppo economico dell’isola.

I Florio furono tra i protagonisti dell’economia italiana dell’Ottocento. Originari di Bagnara Calabra, si trasferirono a Palermo alla fine del Settecento, dove avviarono un’attività commerciale destinata a crescere rapidamente. Nel corso di pochi decenni costruirono un gruppo che operava in numerosi settori, dalla navigazione alle tonnare, dalle attività finanziarie alle produzioni industriali.

Un ruolo centrale nella loro storia fu svolto da Vincenzo Florio, che comprese le potenzialità del Marsala come prodotto destinato ai mercati internazionali. Nel 1833 fondò a Marsala le omonime cantine, contribuendo in modo decisivo alla crescita e alla diffusione di questo vino, già apprezzato dagli operatori commerciali britannici presenti in Sicilia.

Ma torniamo indietro di qualche anno per scoprire l’origine del Marsala. Questa è legata soprattutto agli inglesi, che seppero valorizzare i vini della Sicilia occidentale trasformandoli in un prodotto apprezzato a livello internazionale. Tra i protagonisti spicca John Woodhouse, mercante di Liverpool che arrivò a Marsala nel 1773 per affari legati alla barrilla. Affascinato dalla qualità dei vini locali, intuì il loro potenziale commerciale e diede avvio a quella che sarebbe diventata la storia del Marsala.

Il  Marsala divenne il vino della Marina britannica. Per anni venne consumato sulle navi inglesi come alternativa ad altri vini fortificati, contribuendo alla sua diffusione in numerosi porti del mondo.

Tra le cantine che hanno scritto la storia del Marsala, quella dei Florio fu l’ultima a nascere, ma in poco tempo divenne una delle più importanti, superando per prestigio e vendite i concorrenti inglesi fino ad assorbirne le attività.

Le storiche cantine, affacciate sul mare, rappresentano ancora oggi una testimonianza concreta di quella stagione. Al loro interno si conservano grandi botti e spazi dedicati all’affinamento che raccontano oltre un secolo e mezzo di produzione vinicola.

L’eredità dei Florio, tuttavia, va oltre il vino. La famiglia fu protagonista della vita economica, sociale e culturale della Sicilia, sostenendo iniziative innovative e contribuendo alla modernizzazione dell’isola. Il loro nome resta legato a imprese storiche come la Targa Florio e a una visione imprenditoriale che ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana.

Al termine della visita, il percorso si è concluso con una degustazione dedicata ad alcune delle tipologie più rappresentative della produzione Florio. Un’occasione per comprendere come il Marsala sia un vino capace di esprimere caratteristiche molto diverse a seconda del periodo di affinamento e del metodo di produzione.

Nel calice emergono aromi che richiamano frutta secca, fichi, datteri, agrumi canditi, vaniglia e spezie dolci. Con il passare degli anni trascorsi in botte, il vino acquista maggiore complessità e profondità, mantenendo al tempo stesso una sorprendente freschezza.

La degustazione ha permesso di apprezzare l’evoluzione del Marsala attraverso diverse espressioni, evidenziando il ruolo fondamentale del tempo nell’affinamento. Dai profili più immediati e fragranti a quelli più ricchi e strutturati, ogni assaggio racconta una fase diversa della storia di questo vino simbolo della Sicilia.

Un’esperienza che consente di comprendere come il Marsala non sia soltanto un vino da dessert, come spesso viene considerato, ma un prodotto capace di accompagnare formaggi stagionati, piatti della tradizione e momenti di meditazione.

Ecco i vini degustati:

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography CLASSIC, versione secca e raffinata, ancora poco nota, caratterizzata da freschi richiami salmastri e agrumati maturati durante l’affinamento.

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography PREMIUM, secco ed elegante, conquista per precisione e finezza, rivelando un carattere affascinante e distintivo.

Marsala Superiore Riserva Semisecco della linea New Geography CLASSIC, dalle note di crema, uva passa e vaniglia, con un sorso armonioso che valorizza la qualità e la maturazione del Marsala. Le Cantine Florio rappresentano una tappa ideale per conoscere da vicino il Marsala e le sue molteplici sfaccettature. Un’esperienza che aiuta a riscoprire un grande vino siciliano, ancora oggi capace di sorprendere per complessità e versatilità.

A Vico Equense il Bikini e il suo ristorante L’Atollo restano un punto fermo dell’accoglienza in Campania

Nell’ambito della seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina – il format della Regione Campania ideato per promuovere il turismo attraverso patrimonio culturale, produzioni agroalimentari, ristorazione e identità locali- scopriamo un luogo che  conosciamo da sempre: Il Bikini, storico stabilimento balneare di Vico Equense, con annesso ristorante L’Atollo, una realtà imprenditoriale ben consolidata sul territorio. Nato nel 1952 per volontà di Franco Scarselli, quest’anno festeggia i suoi 75 anni di attività. L’Atollo invece vede i suoi natali nel 1983 e dallo scorso anno vanta come Executive chef Pasquale Rinaldo, nello stesso ruolo già al ristorante D’Amore di Capri.

“Rispetto alla cucina di Capri, rivolta a un pubblico di carattere più internazionale, a Vico Equense posso proporre una cucina identitaria basata sulla varietà degli ingredienti provenienti dai Monti Lattari, dal mare oltre alla grande quantità di erbe aromatiche”, ci racconta lo chef parlando della sua esperienza a L’Atollo.

È invece il patron Giorgio Scarselli, nipote di Franco, ad introdurci il suggestivo menù proposto per la cena degustazione. Intitolato Mare, brace e fumo, vuole essere la sintesi del territorio in cui ci troviamo “raccontato attraverso i suoi elementi essenziali: il mare, il fuoco della brace, il fumo, le erbe mediterranee e la tradizione della pizza di Vico Equense.”

Elementi ancestrali, ispirati dalla particolare conformazione del territorio vicano, felice connubio di mare e collina, cucina di tradizione marinara e contadina. A questo proposito riattivato, dopo quindici anni, lo storico forno del locale, la cui brace viene mantenuta sempre viva.  Da qui escono il pane bianco all’acqua di mare e la focaccia alle alghe, ma non solo. A tutto pasto viene servito Fiano Campania IGT Corridore bianco 2024 de I Favati, la cui nota materica e fumé ben si accompagna allo spirito della serata.

L’entrée è una conchiglia in condivisione, riempita di erbe di mare e di terra per un pinzimonio fuori dai canoni: foglie di cappero con il frutto, basilico, salicornia e foglia d’ostrica da intingere in una citronette a base di olio EVO DOP Penisola Sorrentina e limone di Sorrento.

Proseguiamo con la selezione di pescato servito crudo e affumicato con legno di mandorlo e timo limonato: una tartare che gioca con gli aromi del fumo e delle erbe aromatiche in un matrimonio dove la freschezza del mare si sposa con la terrosità delle erbette.

La mazzamma è il mix di pesci di scoglio alla base del piatto successivo. Arrostiti sotto le braci del forno, vengono poi sfumati con vino bianco e uniti a pomodorini datterini per la preparazione di un fondo di pesce in cui vengono cotti gli spaghettini spezzati, guarniti in uscita con una fettina di pesce crudo. Maggiorana fresca e basilico a profumare il piatto.

Chef Rinaldo si trova a suo agio con le erbe aromatiche: dietro la cucina ne ha circa una settantina che usa con disinvoltura, data la profonda conoscenza della materia ereditata dal padre, di professione vivaista.

La commistione terra e mare torna anche nel piatto successivo: il centrolofo cotto a vista su legna arsa.

Cernia di profondità, tipica del territorio, il centrolofo, pulito e squamato, viene adagiato su una foglia di limone e cotto su un piccolo fornello alimentato con la brace del forno a legna. Cottura tipica della Penisola Sorrentina, sfrutta l’aromaticità della foglia di limone per conferire una vena agrumata al piatto e impreziosirne i sentori affumicati. Il pesce viene poi servito su una salsa di alici di Cetara.

Originale e controtendenza il pre-dessert proposto: ziti cotti in estrazione a freddo di cipolla di Montoro sotto cenere. La cipolla intera viene lasciata sotto le ceneri calde del forno per oltre due ore, successivamente estratta a freddo e usata per cuocere gli ziti, conditi infine con pomodori secchi e parmigiano. Una genovese senza carne, che sfruttando la tendenza dolce della pasta e della cipolla, accompagna il palato al dessert, anch’esso giocato sul contrasto sapidità-dolcezza. Sale e salicornia è infatti una tartelletta di frolla, riempita con crema pasticcera aromatizzata al mandarino, lime e arancia e decorata con salicornia di mare e fior di sale.

Chiudiamo la cena con la piccola pasticceria territoriale: il pansquale, panettone estivo all’albicocca pellecchiella, la caprese, la frolla e la riccia. “Ci tengo a ringraziare il mio sous-chef Francesco Starace, con cui lavoro da sette anni”, conclude lo chef, “e tutta la squadra di cucina:  Marika Todisco, Pasquale Auricchio, Mattia Formisano, Luigi Grasso, Alessandro Quagliozzi e Sebastiano di Vuolo.”

La vera chiusura, però,  è l’ultimo sguardo dalla terrazza affacciata sul mare, sulla Penisola e sulla maestosità del Vesuvio – che da qui si mostra nel suo profilo sorrentino – a suggellare la ricchezza di un territorio ricco e variegato nella propria identità.

IL BIKINI E IL SUO RISTORANTE L’ATOLLO

Strada Statale 145 Sorrentina

Vico Equense (NA)