Sicilia: Cantine Florio, un viaggio nella storia del Marsala

Una delle storie imprenditoriali più significative della Sicilia è quella della famiglia Florio.

Ho avuto la fortuna di visitare le cantine Florio di Marsala e questo mi ha dato l’opportunità di percorrere le tappe di una vicenda imprenditoriale che ha contribuito a far conoscere il vino Marsala nel mondo e a segnare lo sviluppo economico dell’isola.

I Florio furono tra i protagonisti dell’economia italiana dell’Ottocento. Originari di Bagnara Calabra, si trasferirono a Palermo alla fine del Settecento, dove avviarono un’attività commerciale destinata a crescere rapidamente. Nel corso di pochi decenni costruirono un gruppo che operava in numerosi settori, dalla navigazione alle tonnare, dalle attività finanziarie alle produzioni industriali.

Un ruolo centrale nella loro storia fu svolto da Vincenzo Florio, che comprese le potenzialità del Marsala come prodotto destinato ai mercati internazionali. Nel 1833 fondò a Marsala le omonime cantine, contribuendo in modo decisivo alla crescita e alla diffusione di questo vino, già apprezzato dagli operatori commerciali britannici presenti in Sicilia.

Ma torniamo indietro di qualche anno per scoprire l’origine del Marsala. Questa è legata soprattutto agli inglesi, che seppero valorizzare i vini della Sicilia occidentale trasformandoli in un prodotto apprezzato a livello internazionale. Tra i protagonisti spicca John Woodhouse, mercante di Liverpool che arrivò a Marsala nel 1773 per affari legati alla barrilla. Affascinato dalla qualità dei vini locali, intuì il loro potenziale commerciale e diede avvio a quella che sarebbe diventata la storia del Marsala.

Il  Marsala divenne il vino della Marina britannica. Per anni venne consumato sulle navi inglesi come alternativa ad altri vini fortificati, contribuendo alla sua diffusione in numerosi porti del mondo.

Tra le cantine che hanno scritto la storia del Marsala, quella dei Florio fu l’ultima a nascere, ma in poco tempo divenne una delle più importanti, superando per prestigio e vendite i concorrenti inglesi fino ad assorbirne le attività.

Le storiche cantine, affacciate sul mare, rappresentano ancora oggi una testimonianza concreta di quella stagione. Al loro interno si conservano grandi botti e spazi dedicati all’affinamento che raccontano oltre un secolo e mezzo di produzione vinicola.

L’eredità dei Florio, tuttavia, va oltre il vino. La famiglia fu protagonista della vita economica, sociale e culturale della Sicilia, sostenendo iniziative innovative e contribuendo alla modernizzazione dell’isola. Il loro nome resta legato a imprese storiche come la Targa Florio e a una visione imprenditoriale che ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana.

Al termine della visita, il percorso si è concluso con una degustazione dedicata ad alcune delle tipologie più rappresentative della produzione Florio. Un’occasione per comprendere come il Marsala sia un vino capace di esprimere caratteristiche molto diverse a seconda del periodo di affinamento e del metodo di produzione.

Nel calice emergono aromi che richiamano frutta secca, fichi, datteri, agrumi canditi, vaniglia e spezie dolci. Con il passare degli anni trascorsi in botte, il vino acquista maggiore complessità e profondità, mantenendo al tempo stesso una sorprendente freschezza.

La degustazione ha permesso di apprezzare l’evoluzione del Marsala attraverso diverse espressioni, evidenziando il ruolo fondamentale del tempo nell’affinamento. Dai profili più immediati e fragranti a quelli più ricchi e strutturati, ogni assaggio racconta una fase diversa della storia di questo vino simbolo della Sicilia.

Un’esperienza che consente di comprendere come il Marsala non sia soltanto un vino da dessert, come spesso viene considerato, ma un prodotto capace di accompagnare formaggi stagionati, piatti della tradizione e momenti di meditazione.

Ecco i vini degustati:

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography CLASSIC, versione secca e raffinata, ancora poco nota, caratterizzata da freschi richiami salmastri e agrumati maturati durante l’affinamento.

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography PREMIUM, secco ed elegante, conquista per precisione e finezza, rivelando un carattere affascinante e distintivo.

Marsala Superiore Riserva Semisecco della linea New Geography CLASSIC, dalle note di crema, uva passa e vaniglia, con un sorso armonioso che valorizza la qualità e la maturazione del Marsala. Le Cantine Florio rappresentano una tappa ideale per conoscere da vicino il Marsala e le sue molteplici sfaccettature. Un’esperienza che aiuta a riscoprire un grande vino siciliano, ancora oggi capace di sorprendere per complessità e versatilità.

A Vico Equense il Bikini e il suo ristorante L’Atollo restano un punto fermo dell’accoglienza in Campania

Nell’ambito della seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina – il format della Regione Campania ideato per promuovere il turismo attraverso patrimonio culturale, produzioni agroalimentari, ristorazione e identità locali- scopriamo un luogo che  conosciamo da sempre: Il Bikini, storico stabilimento balneare di Vico Equense, con annesso ristorante L’Atollo, una realtà imprenditoriale ben consolidata sul territorio. Nato nel 1952 per volontà di Franco Scarselli, quest’anno festeggia i suoi 75 anni di attività. L’Atollo invece vede i suoi natali nel 1983 e dallo scorso anno vanta come Executive chef Pasquale Rinaldo, nello stesso ruolo già al ristorante D’Amore di Capri.

“Rispetto alla cucina di Capri, rivolta a un pubblico di carattere più internazionale, a Vico Equense posso proporre una cucina identitaria basata sulla varietà degli ingredienti provenienti dai Monti Lattari, dal mare oltre alla grande quantità di erbe aromatiche”, ci racconta lo chef parlando della sua esperienza a L’Atollo.

È invece il patron Giorgio Scarselli, nipote di Franco, ad introdurci il suggestivo menù proposto per la cena degustazione. Intitolato Mare, brace e fumo, vuole essere la sintesi del territorio in cui ci troviamo “raccontato attraverso i suoi elementi essenziali: il mare, il fuoco della brace, il fumo, le erbe mediterranee e la tradizione della pizza di Vico Equense.”

Elementi ancestrali, ispirati dalla particolare conformazione del territorio vicano, felice connubio di mare e collina, cucina di tradizione marinara e contadina. A questo proposito riattivato, dopo quindici anni, lo storico forno del locale, la cui brace viene mantenuta sempre viva.  Da qui escono il pane bianco all’acqua di mare e la focaccia alle alghe, ma non solo. A tutto pasto viene servito Fiano Campania IGT Corridore bianco 2024 de I Favati, la cui nota materica e fumé ben si accompagna allo spirito della serata.

L’entrée è una conchiglia in condivisione, riempita di erbe di mare e di terra per un pinzimonio fuori dai canoni: foglie di cappero con il frutto, basilico, salicornia e foglia d’ostrica da intingere in una citronette a base di olio EVO DOP Penisola Sorrentina e limone di Sorrento.

Proseguiamo con la selezione di pescato servito crudo e affumicato con legno di mandorlo e timo limonato: una tartare che gioca con gli aromi del fumo e delle erbe aromatiche in un matrimonio dove la freschezza del mare si sposa con la terrosità delle erbette.

La mazzamma è il mix di pesci di scoglio alla base del piatto successivo. Arrostiti sotto le braci del forno, vengono poi sfumati con vino bianco e uniti a pomodorini datterini per la preparazione di un fondo di pesce in cui vengono cotti gli spaghettini spezzati, guarniti in uscita con una fettina di pesce crudo. Maggiorana fresca e basilico a profumare il piatto.

Chef Rinaldo si trova a suo agio con le erbe aromatiche: dietro la cucina ne ha circa una settantina che usa con disinvoltura, data la profonda conoscenza della materia ereditata dal padre, di professione vivaista.

La commistione terra e mare torna anche nel piatto successivo: il centrolofo cotto a vista su legna arsa.

Cernia di profondità, tipica del territorio, il centrolofo, pulito e squamato, viene adagiato su una foglia di limone e cotto su un piccolo fornello alimentato con la brace del forno a legna. Cottura tipica della Penisola Sorrentina, sfrutta l’aromaticità della foglia di limone per conferire una vena agrumata al piatto e impreziosirne i sentori affumicati. Il pesce viene poi servito su una salsa di alici di Cetara.

Originale e controtendenza il pre-dessert proposto: ziti cotti in estrazione a freddo di cipolla di Montoro sotto cenere. La cipolla intera viene lasciata sotto le ceneri calde del forno per oltre due ore, successivamente estratta a freddo e usata per cuocere gli ziti, conditi infine con pomodori secchi e parmigiano. Una genovese senza carne, che sfruttando la tendenza dolce della pasta e della cipolla, accompagna il palato al dessert, anch’esso giocato sul contrasto sapidità-dolcezza. Sale e salicornia è infatti una tartelletta di frolla, riempita con crema pasticcera aromatizzata al mandarino, lime e arancia e decorata con salicornia di mare e fior di sale.

Chiudiamo la cena con la piccola pasticceria territoriale: il pansquale, panettone estivo all’albicocca pellecchiella, la caprese, la frolla e la riccia. “Ci tengo a ringraziare il mio sous-chef Francesco Starace, con cui lavoro da sette anni”, conclude lo chef, “e tutta la squadra di cucina:  Marika Todisco, Pasquale Auricchio, Mattia Formisano, Luigi Grasso, Alessandro Quagliozzi e Sebastiano di Vuolo.”

La vera chiusura, però,  è l’ultimo sguardo dalla terrazza affacciata sul mare, sulla Penisola e sulla maestosità del Vesuvio – che da qui si mostra nel suo profilo sorrentino – a suggellare la ricchezza di un territorio ricco e variegato nella propria identità.

IL BIKINI E IL SUO RISTORANTE L’ATOLLO

Strada Statale 145 Sorrentina

Vico Equense (NA)

La Scottina Relais e Bistrot: ospitalità, territorio e sapori alle porte di Piacenza

Si dice che Piacenza sia l’Emilia che guarda la Lombardia senza mai smettere di sentirsi Emilia. Una terra di confine, sospesa tra Emilia e Lombardia, dove castelli, vigneti e poderi raccontano una storia antica di commerci, pellegrini e buon vivere. Non è un caso che queste campagne fossero attraversate dalla Via Francigena, la strada che per secoli ha condotto viaggiatori da tutta Europa verso Roma Per me il modo migliore di conoscere un territorio è viverlo da vicino, incontrare le persone che lo raccontano ogni giorno e scoprire i sapori che ne custodiscono l’identità.

Con questo spirito sono stata ospite de La Scottina Relais e Bistrot a Cadeo, immerso nella campagna piacentina, per conoscere una realtà che punta a fare dell’accoglienza il punto di partenza per raccontare l’intero territorio. Accompagnati da Anna Brugali, ho visitato gli spazi del resort, la cantina e le aree esterne che dialogano con il paesaggio circostante, prima di concludere la giornata con la cena firmata dallo chef Carlo Toscani e dalla sua brigata, interpreti contemporanei della tradizione locale.

La dimora, appartenente da generazioni alla famiglia Rossetti e oggi guidata da Diamante Rossetti, è diventata un relais circa vent’anni fa grazie a un accurato progetto di recupero di un’antica cascina seicentesca. L’intervento di ristrutturazione ha saputo preservarne l’anima rurale, reinterpretandola in chiave country chic: un equilibrio armonioso tra il fascino della tradizione, elementi di design contemporaneo e comfort ricercati. Gli ambienti interni, caratterizzati da un’eleganza sobria, sono arricchiti dalle opere di Bigitta Rossetti, artista contemporanea e figlia del patron, che ne esaltano l’identità e l’atmosfera, avvicinando la struttura al concetto di boutique hotel.

All’esterno domina la quiete della campagna, tra giardini curati e scorci immersi nel verde, frequentati da conigli e lepri. A catturare lo sguardo è soprattutto l’antico silo che campeggia nel cortile interno e che ritroviamo anche nel logo del relais: recuperato grazie a un accurato intervento di restauro, è stato trasformato in un’originale suite sviluppata su tre livelli.

Le 16 camere sono ampie e confortevoli, caratterizzate da colori caldi e da un’illuminazione morbida e rilassante. Gli ambienti sono arredati con eleganti mobili in legno naturale, dettagli artigianali e tessuti dai colori delicati. Ogni stanza è pensata per accogliere gli ospiti in un’atmosfera rilassata e discreta, ideale per chi cerca un soggiorno all’insegna del benessere, sia per lavoro sia per piacere.

Dopo la visita alla struttura, la serata è proseguita al ristorante del Relais, dove la proposta gastronomica rappresenta uno degli elementi distintivi dell’offerta della dimora. Alla guida della cucina c’è lo chef Carlo Toscani, che ha costruito un percorso culinario fondato sulla valorizzazione delle eccellenze del territorio piacentino e sull’attenta selezione delle materie prime.

Una cucina contemporanea, solida nei riferimenti alla tradizione locale ma capace di interpretarla con equilibrio e personalità, che contribuisce a definire l’identità del relais anche sul piano dell’ospitalità gastronomica. La filosofia dello chef trova concreta espressione nei piatti proposti durante la serata. Di seguito, le portate che hanno scandito l’esperienza di degustazione accompagnati da vini del territorio:

  • Il cestino del pane: tradizione e qualità, grissini artigianali ai sette cereali e pane preparato con farine italiane selezionate e lievito madre rinnovato ogni giorno, nel rispetto delle migliori tecniche di panificazione;
  • Antipasti piacentini: le 3 DOP Coppa, Pancetta e Salame, un viaggio nei sapori più autentici, dove qualità, storia e territorio si incontrano;
  • Cindarella, Cindarella. Cipolla alla brace con ripieno cremoso di formaggio;
  • Risotto Carnaroli mantecato con crema di pomodoro giallo, burrata e levistico. Un piatto che unisce la dolcezza del pomodoro giallo, la cremosità della burrata e la freschezza aromatica del levistico.

⁠Bavetta di Black Angus USA alla brace. Un taglio molto saporito e marezzato, cotto alla brace per valorizzarne gusto e succulenza.

  • Il Panettone preparato interamente a mano, con lievito madre e ingredienti selezionati: burro di alta qualità, uova fresche, canditi profumati e lenta lievitazione naturale, qui accostato ad un fresco gelato, un’ottima accoppiata vista la stagione

Ogni piatto è stato accompagnato da un vino selezionato, in un percorso che ha reso evidente il profondo legame con il territorio:

  • Si è iniziato con il metodo classico piacentino Il Pigro di Romagnoli, un Dosaggio Zero ottenuto da Pinot Nero e Chardonnay, vitigni che uniscono struttura ed eleganza. Realizzato senza aggiunta di zuccheri dopo la sboccatura, deve il suo nome al lungo affinamento sui lieviti: ben 36 mesi che donano complessità e un perlage particolarmente fine;
  • a seguire, sempre firmato Romagnoli, Michelangelo di Caravaggio, Bianco Emilia IGT prodotto da uve 100% Malvasia di Candia Aromatica coltivate a Vigolzone. Un vino fresco e armonioso, capace di valorizzare al meglio le caratteristiche più autentiche del vitigno.
  • il percorso è proseguito con il rosso P188 Gutturnio Riserva di Tenute Nura, ottenuto da Barbera e Croatina. Il lungo affinamento tra legno e bottiglia dona equilibrio e profondità, dando vita a un vino di grande personalità che coniuga struttura, eleganza e persistenza.
  • a chiudere la degustazione, l’anima più dolce della Malvasia Aromatica di Candia con Le Rane della cantina Luretta. Frutto di una lenta maturazione delle uve, questo passito rappresenta una delle espressioni più eleganti del territorio. Apprezzato dalla critica e premiato in importanti concorsi nazionali, racconta con equilibrio e raffinatezza il valore di un vitigno simbolo della tradizione piacentina.

L’iniziativa ha rappresentato un’occasione preziosa per riscoprire sapori, vini e tradizioni del territorio, in un contesto che unisce eleganza e convivialità. La Scottina Relais e Bistrot conferma la propria vocazione a valorizzare le eccellenze locali e l’ospitalità di charme offrendo agli ospiti un’esperienza a 360 gradi.

Relais Cascina Scottina

Loc. La Scottina, Str. Comunale del Riglio

29010 Cadeo (PC)

Tel: +39 0523.504.150

Mob. +39 366.1033799

info@lascottina.it

Campania, la visita ad Abbazia di Crapolla a Vico Equense

In epoca medievale la grangia era l’azienda agricola che faceva capo a un’abbazia e non distava più di una giornata di cammino da essa. Non si sottrae a questa regola l’Abbazia di San Pietro, sita lungo il sentiero che da Torca raggiunge il Fiordo di Crapolla, di fronte all’Isola di Isca e a Li Galli, in costiera amalfitana.

Il toponimo Crapolla, che per estensione andò a identificare l’antica abbazia di epoca alto medievale, deriva dal fatto che in epoca antica in questo punto era ubicato un tempio dedicato ad Apollo. La grangia dell’Abbazia di Crapolla era situata invece lungo l’antico sentiero di Minerva che tagliando in due la Penisola Sorrentina e i Monti Lattari giungeva in meno di una giornata di cammino su un pianoro che guarda il Golfo di Napoli e il Vesuvio, oggi in località San Salvatore di Vico Equense. E partendo proprio dai casolari ormai dismessi dell’antica grangia, Fulvio Alifano nel 2007 ha dato il via al suo progetto vinicolo: Abbazia di Crapolla.

Chiacchieriamo con il dottor Alifano – che di professione è medico anestesista ma per passione si dedica alla terra – in una sera d’estate, sorseggiando Poizzo davanti a un meraviglioso scenario: Il Golfo di Napoli, Il Vesuvio, Ischia e Capri.

Fulvio Alifano ci racconta la storia del suo progetto, in un territorio, quello di Vico Equense e della Penisola Sorrentina, prettamente agricolo ma con una propensione rivolta ad altre colture: ulivi e agrumi. Il suo racconto inizia dalla lunga trattativa – che non ha nulla da invidiare a quella che Angelo Gaja deve aver sostenuto per i terreni di Ca’Marcanda – per acquisire la terra e i manufatti dell’antica grangia: un luogo a lui caro perché qui suo padre, medico condotto, riceveva gli assistiti. “Non si possiede la terra, è la terra che possiede te”, prosegue Alifano, spiegando come abbia deciso di recuperare in questo luogo quello che i monaci facevano già nel Medioevo.

“Da un documento del 1526 in cui si parla di una lite tra la famiglia Carafa e l’Università di Vico Equense sul prezzo dei vini di Crapolla, emerge che già all’epoca qui si coltivava la vite. Anche lo storico greco Strabone chiama questo tratto di costa Sireos, ossia la terra adatta alla produzione del vino e al pascolo degli armenti”, prosegue Alifano.

Oggi i manufatti dell’antica grangia, sottoposti a vincolo della sovrintendenza archeologica, sono stati completamente recuperati, trasformati in locali di cantina e ospitalità, mentre i circa due ettari e mezzo di terreno intorno alla proprietà sono stati destinati alla vigna: principalmente fiano, falanghina, pinot nero e i ceppi originari, che già insistevano sulla proprietà, di uva di Sabato, specie autoctona precipua del territorio di Vico Equense.

La prima consulenza è stata quella del professor Luigi Moio che suggerisce impianti stretti a 9000 ceppi per ettaro per contrastare la forte vigoria determinata dal terreno fertile e propone l’impianto del pinot nero, come nella migliore tradizione dei vini d’abbazia.

Una sfida, ci spiega Fulvio, quella di vinificare questa uva in un territorio poco vocato, un vino, il Nireo, che ha accompagnato con la sua evoluzione il percorso di Abbazia di Crapolla: “Oggi Nireo ha raggiunto un suo equilibrio, lo definiamo un pinot mediterraneo da suolo vulcanico.” Ormai da qualche anno alla conduzione agronomica ed enologica troviamo Arturo Erbaggio, che ha portato avanti anche l’ultimo impianto di fiano risalente al 2022.

Abbazia di Crapolla ha all’attivo quattro etichette per un totale di poco meno di ventimila bottiglie: Sireo, Nireo, Poizzo, e Sabato.

“Tutti i nomi dei vini li ha ideati mio fratello e sono legati al mito e al territorio.”

Sireo, blend di falanghina e fiano, etichetta di punta della cantina, si ispira proprio al Sireos di Strabone. Imbottigliato per la prima volta nel 2010, è fine ed elegante, figlio di un territorio vulcanico e mediterraneo, non alza mai la voce e si esprime attraverso i profumi di quelle erbe aromatiche così presenti sul territorio.

Fuori dalla DOP Penisola Sorrentina per la scelta di utilizzare il fiano, è un Campania IGP.

Nireo, che identifica il pinot nero, è il figlio di Poseidone, omaggio al mare della mitologia, mentre Poizzo, è il nome locale del vento serale che soffia dal mare. Infine Sabato, che è vinificato con una percentuale di uva di sabato, i cui ceppi centenari a piede franco sono ancora presenti in alcuni punti della proprietà. La retroetichetta recita “secondo i Romani, le uve che maturavano in sesta epoca, si legavano al sesto giorno della settimana.” Questa è una delle interpretazioni legate al nome di questo vitigno, ma c’è chi giura che il nome derivi dal giorno in cui i monaci si recavano a Napoli a vendere il vino o addirittura al Fiume Sabato, spostandone l’origine in Irpinia.

I progetti futuri sono ambiziosi e importanti: a partire dalla bollicina metodo classico da pinot noir alla cantina ipogea, scavata nella roccia calcarea.

Nel frattempo Noemi e Antonio, i figli di Fulvio e Piera, muovono i primi passi nell’accoglienza enoturistica. E’ possibile infatti effettuare un percorso tra vigna e cantina, in un luogo ricco di fascino: lontano dal caos e dal turismo di massa perché localizzata al termine di un sentiero collinare percorribile solo con auto di piccole dimensioni, Abbazia di Crapolla offre uno dei panorami più emozionanti di Vico Equense e della Penisola Sorrentina. Sorseggiare qui un bicchiere di vino al tramonto non ha eguali. E noi lo abbiamo fatto.

POIZZO CAMPANIA BIANCO IGP 2024

Blend di falanghina, fiano e una piccola percentuale di malvasia. Vinificazione in acciaio. Il naso è invitante, profuma di fiori di campo e salvia, la beva è fresca e immediata; dopo qualche istante nel bicchiere si fa strada la salsedine e la nota iodata.

SABATO VINO ROSSO

Blend di merlot, pinot nero e uva di sabato. Vinificazione in acciaio.

Uva tardiva, il sabato si vendemmia a novembre inoltrato ed è caratterizzata dalla spiccata acidità, che in questo blend si ingentilisce grazie alla presenza del merlot.

Il naso è goloso di piccoli frutti rossi e rose, con screziature fumé. Al palato è un piacevole vino rosso da sorseggiare fresco in estate.

ABBAZIA DI CRAPOLLA

Via San Filippo, 3

80069 Vico Equense (NA)

Vittoria celebra il Cerasuolo: nasce l’Enoteca Regionale Sicilia Sud-Est

La Sicilia è una terra dove il vino racconta la storia di un popolo. Dalle antiche colonie greche alle dominazioni romana, araba e normanna, la vite ha accompagnato nei secoli l’evoluzione culturale dell’isola, dando vita a un patrimonio vitivinicolo tra i più ricchi del Mediterraneo. Oggi questa tradizione continua attraverso denominazioni che hanno saputo coniugare storia, territorio e innovazione, tra cui spicca il Cerasuolo di Vittoria, l’unica DOCG siciliana, simbolo dell’enologia del Sud-Est dell’isola.

Proprio a Vittoria, nel cuore del territorio del Cerasuolo, il 26 giugno scorso è stata inaugurata la nuova sede dell’Enoteca Regionale Sicilia – Sezione Sud-Est, la terza dell’isola dopo quelle di Catania e Alcamo. Un traguardo importante per la valorizzazione delle produzioni enologiche siciliane, celebrato alla presenza del Sindaco di Vittoria, dei primi cittadini dei comuni compresi nel disciplinare del Consorzio Cerasuolo di Vittoria Classico, delle istituzioni, dei produttori e della stampa specializzata.

L’inaugurazione si è inserita nel programma della quindicesima edizione del Vittoria Jazz Festival Music & Wine, manifestazione che unisce musica, cultura e vino, confermando la vocazione della città a promuovere il proprio patrimonio enogastronomico attraverso eventi di respiro nazionale.

A seguire, la masterclass dedicata al Cerasuolo di Vittoria, condotta con competenza e coinvolgimento da Nino Aiello, ha permesso di approfondire le caratteristiche di un vino che rappresenta un unicum nel panorama italiano. Nato dall’unione di circa il 60% di Nero d’Avola e del 40% di Frappato, due varietà che maturano generalmente in periodi differenti: il Nero d’Avola nella seconda metà di settembre e il Frappato nel mese di ottobre, e quindi il Cerasuolo di Vittoria trova il proprio equilibrio proprio nella complementarità dei due vitigni. Il primo conferisce struttura e profondità, il secondo dona freschezza, profumi floreali e una spiccata bevibilità.

Contrariamente all’immagine spesso associata ai rossi siciliani, potenti e alcolici, il Cerasuolo di Vittoria si distingue per eleganza, equilibrio e una gradazione generalmente contenuta, caratteristiche che ne consentono il servizio anche a temperature leggermente inferiori rispetto ai tradizionali vini rossi, esaltandone così la componente aromatica e la piacevolezza di beva.

La degustazione si è aperta con il Floramundi Cerasuolo di Vittoria DOCG 2023 di Donnafugata, vino che esprime immediatamente il volto più fragrante della denominazione. Al naso emergono intensi profumi floreali accompagnati da ciliegia, fragola, melograno e prugna. Il sorso è fresco, minerale, con tannini perfettamente integrati che rendono la beva dinamica e particolarmente piacevole.

Di maggiore complessità il Sabuci Cerasuolo di Vittoria DOCG 2023 dell’Azienda Agricola Cortese, ottenuto da Nero d’Avola fermentato in barrique e Frappato vinificato in anfora. La combinazione delle due tecniche di affinamento restituisce un vino strutturato, dai tannini vellutati e avvolgenti, sostenuto da una vivace freschezza che dona slancio al sorso.

Con il Cerasuolo di Vittoria DOCG 2022 di Santa Tresa il livello sale ulteriormente. Dopo l’affinamento in grandi botti e un anno in barrique, il vino si presenta con un’importante struttura e un corredo aromatico ampio che spazia dalla prugna ai mirtilli, dal cioccolato alle note balsamiche e di sottobosco. Non a caso Nino Aiello lo ha definito con una battuta “il Kamasutra del vino”, a sottolinearne la straordinaria complessità espressiva.

Più essenziale nello stile Il Pittore Contadino Cerasuolo di Vittoria DOCG 2020 dell’azienda Horus. Dopo dodici mesi in acciaio e un successivo affinamento in bottiglia, offre un profilo elegante, con richiami vegetali e minerali che introducono un sorso succoso, dominato da melograno, prugna e ribes nero, confermando ancora una volta la naturale vocazione del Cerasuolo alla bevibilità. Ha colpito tutti i presenti proprio per la finezza e la piacevolezza di beva.

Ha chiuso la degustazione il Maskarìa Cerasuolo di Vittoria DOCG 2020 di Terre di Giurfo. Più riservato all’olfatto, si apre lentamente verso leggere note vegetali e speziate. In bocca conquista per equilibrio e precisione esecutiva, con richiami al cioccolato, alla ciliegia sotto spirito e una piacevole freschezza che accompagna il finale. Un vino di impeccabile fattura, quasi didattico nella sua interpretazione della denominazione.

La giornata si è conclusa nel migliore dei modi con una cena al Ristorante Cala Rittu, nel centro storico di Vittoria, dove i piatti della tradizione locale hanno trovato nel Cerasuolo di Vittoria il compagno ideale, a dimostrazione di quanto questo vino rappresenti non solo l’eccellenza vitivinicola del territorio, ma anche un autentico ambasciatore della cultura gastronomica siciliana. L’apertura della nuova sede dell’Enoteca Regionale Sicilia Sud-Est rappresenta un passo significativo per la promozione del Cerasuolo di Vittoria e delle eccellenze del comprensorio. Un luogo destinato a diventare punto di riferimento per produttori, operatori e appassionati, contribuendo a raccontare una Sicilia del vino sempre più consapevole del proprio valore e proiettata verso il futuro, senza dimenticare le proprie radici.

Maturazioni lancia MATUR-AUTun percorso di formazione e lavoro per ragazzi con autismo

Un progetto di inclusione lavorativa e una pizza speciale che contribuirà a sostenerlo. Sono queste le novità che Maturazioni presenta nella nuova sede di Pomigliano d’Arco per rafforzare il proprio impegno sociale sul territorio e trasformare l’inclusione in un’esperienza concreta e quotidiana.

Dalla sinergia tra Maturazioni e l’associazione Insieme si Può Sarno ODV nasce MATUR-AUT, un progetto della durata di dodici mesi dedicato a giovani con autismo e altre neuro divergenze, che prevede un percorso di formazione e inserimento lavorativo. MATUR-AUT nasce all’interno di una rete promossa da I Bambini delle Fate, impresa sociale attiva a livello nazionale che sostiene progetti di inclusione dedicati a persone con autismo e altre disabilità. In Campania il riferimento sul territorio è Insieme si Può Sarno ODV, partner locale che accompagna concretamente famiglie e ragazzi in percorsi di autonomia e crescita. Per questo motivo il contributo di Maturazioni sarà destinato ai progetti sviluppati in Campania, generando un impatto concreto sulla comunità locale.

MATUR-AUT coinvolgerà inizialmente due ragazzi maggiorenni che, attraverso un percorso strutturato e supervisionato da professionisti specializzati, avranno l’opportunità di sviluppare competenze personali, relazionali e lavorative all’interno della pizzeria di Pomigliano d’Arco. Attraverso due incontri settimanali, i ragazzi saranno coinvolti nelle attività di sala e potranno acquisire competenze legate all’accoglienza dei clienti, alla preparazione e al riordino degli spazi, al supporto delle attività quotidiane e allo sviluppo delle capacità comunicative e relazionali. L’attività sarà coordinato da una psicologa che curerà la programmazione, la supervisione e la strutturazione delle attività in collaborazione con i titolari e con il personale coinvolto.

Al termine del progetto, il partecipante che avrà raggiunto gli obiettivi individuati nel percorso sarà inserito all’interno dell’organico di Maturazioni, trasformando l’esperienza formativa in una concreta opportunità professionale.

A supporto dell’iniziativa nascerà inoltre la Pizza Autentica, una nuova proposta che entrerà stabilmente nel menu di Maturazioni. Una parte del ricavato di ogni pizza venduta sarà destinata al finanziamento dei progetti di inclusione, consentendo ai clienti di partecipare concretamente a questo percorso semplicemente scegliendo cosa ordinare.

L’obiettivo non è semplicemente insegnare una mansione, ma favorire la crescita dell’autonomia personale, delle competenze sociali e di tutte quelle capacità necessarie per affrontare con maggiore sicurezza il proprio percorso professionale e di vita. Nei prossimi mesi saranno inoltre introdotti strumenti e accorgimenti pensati per rendere gli spazi sempre più accessibili e inclusivi, favorendo l’autonomia delle persone con disabilità e contribuendo a diffondere una cultura dell’accoglienza e della partecipazione.

Tutte le volte che si abusa del termine “terroir”…

Questo pezzo avrebbe potuto intitolarsi “Terroir come espressione fenotipica di Vitis vinifera L. a piede franco: superamento della discontinuità vascolare e dell’alterazione trascrittomica da portinnesto” ma per evitare a qualcuno possa venire in mente ci si voglia arrogare la pretesa di scrivere seriamente sul tema, quando in realtà dovrebbero essere ben più erudite penne a esprimersi, lo facciamo uguale, ma col titolo “Tutte le volte che si abusa del termne terroir” … l’ampelografia reale va a farsi friggere.

Il concetto moderno di terroir trova la sua validazione scientifica nell’espressione fenotipica di un genotipo in un determinato ambiente pedoclimatico. Storicamente, l’intera zonazione e la classificazione dei suoli viticoli d’eccellenza sono state codificate su piante a piede franco. Eppure, nel linguaggio comune del vino, la parola terroir è diventata un passe-partout: un termine inflazionato, svuotato del suo rigore e svenduto al marketing della suggestione, capace di offrire una qualità percepita del territorio priva di autenticità in valore assoluto.

Se vogliamo maneggiare questo concetto con cognizione di causa, dobbiamo spogliarlo della sua veste puramente geografica. Il terroir non è solo terra e clima: è un processo dinamico, uno spazio semantico dove convergono biologia, geologia e antropologia, senza mediazioni.

Tuttavia, l’enologia contemporanea ignora sistematicamente un presupposto fondamentale: affinché questo flusso relazionale si compia nella sua interezza, anche l’organismo trasmittente deve essere integro. L’avvento della fillossera e la conseguente introduzione del portinnesto americano hanno sì salvato la viticoltura, ma hanno al contempo inserito un elemento di alterazione permanente. Quella salvifica protesi sotterranea si configura oggi come un diaframma metafisico e biologico. Interrompendo la continuità originaria tra la Vitis vinifera e il suolo, l’innesto silenzia la frequenza più pura della terra, trasformando un dialogo millenario in un monologo squisitamente tecnologico, alterato e discontinuo a livello linfatico.

La comprensione profonda del terroir richiede un’archeologia del sapere viticolo. L’intera architettura dei grandi vini e le gerarchie dei cru storici sono nate prima della grande frattura fillosserica, fondandosi esclusivamente su piante a piede franco. Quando i monaci cistercensi mapparono i suoli della Borgogna, o quando l’editto del 1395 emanato da Filippo II l’Ardito bandì il Gamay definendolo un vitigno “molto cattivo e sleale” a favore del “buon vitigno” Pinot Noir, l’intento non era puramente agronomico, ma filosofico e organolettico allo stesso tempo. Si cercava l’espressione assoluta del luogo attraverso un organismo indiviso.

La stessa Classificazione del 1855 a Bordeaux ha cristallizzato il valore dei più grandi territori del mondo basandosi su vigne franche. Questo dimostra che l’idea stessa di terroir stampata nella memoria collettiva non è un’invenzione dell’enologia moderna, bensì il ricordo di un’armonia biologica perduta, dove la terra parlava direttamente all’acino senza intermediari genetici.

Sotto il profilo strettamente biologico, l’innesto rappresenta una barriera permanente nel sistema vascolare della pianta. La fusione tra il nesto e il portinnesto avviene attraverso un callo parenchimatico di cellule indifferenziate che genera una discontinuità nella connessione xilematica. Questo “collo di bottiglia” idraulico aumenta la resistenza interna e altera il flusso della linfa grezza, ostacolando il trasporto polare delle auxine e degli altri messaggeri chimici.

Dal punto di vista biochimico, l’apparato radicale della vite americana opera come un laboratorio endocrino estraneo: esso sintetizza citochine e acido abscissico secondo schemi genetici propri, inviando alla parte aerea segnali di maturazione e di gestione dello stress idrico parzialmente distorti. Il messaggio della terra viene così tradotto e modificato da un DNA estraneo prima di raggiungere il grappolo.

A livello nutrizionale, la letteratura scientifica evidenzia l’iper-efficienza del portinnesto nell’assorbire il potassio dal suolo. Tale eccesso di cationi si riversa nell’acino, dove l’acido tartarico viene salificato e precipita sotto forma di bitartrato. Il risultato biologico è un innalzamento sistematico del pH del mosto: il vino perde la sua naturale verticalità acida, costringendo la cantina a interventi correttivi massivi che simulano chimicamente una freschezza originaria che la pianta non è più in grado di esprimere.

Nelle istruzioni per l’uso del terroir, l’atto dell’assaggio diventa uno strumento di indagine filosofica e scientifica. Il vino da piante non innestate si distingue per tre precisi vettori sensoriali:

Omeostasi Acido-Base ed Efficacia Sensoriale: Il Vettore Idrogenionico

La conservazione di un pH naturalmente basso nel vitigno non innestato è l’effetto diretto di una regolazione cinetica controllata nell’assorbimento del catione. A livello organolettico, questa stabilità della concentrazione idrogenionica libera si traduce in una stimolazione lineare dei recettori cellulari e dei canali ionici (come i canali PKD2L1) deputati alla percezione della componente acida.

L’assenza di salificazione precoce dell’acido tartarico preserva la forza ionica intrinseca della soluzione idroalcolica. Dal punto di vista reologico e sensoriale, ciò determina una progressione gustativa continua e focalizzata, definibile come “tensione acida nativa”. Questo equilibrio dinamico sostiene la massa del vino senza generare la tipica risposta astringente o disorganizzata riscontrabile quando l’acidità totale viene corretta artificialmente mediante addizioni tardive in cantina.

Sincronia di Fase della Maturazione Polifenolica e Reologia dei Tannini

L’assenza della resistenza idraulica specifica indotta dal callo parenchimatico dell’innesto garantisce la continuità del flusso xilematico e l’integrità del potenziale idrico fogliare. Questa stabilità omeostatica previene i micro-arresti fotosintetici indotti da stress idrico artificiale, consentendo una sincronizzazione ottimale tra l’accumulo glucidico (maturazione tecnologica) e la polimerizzazione dei flavonoidi nei tessuti vacuolari del seme e della buccia (maturazione fenolica).

Ne consegue l’estrazione di proantocianidine ad alto grado di polimerizzazione media (mDP), strutturalmente stabilizzate e associate a frazioni polisaccaridiche endogene. Al palato, queste macromolecole manifestano una ridotta affinità di legame verso le proteine salivari (come la mucina e le PRP), attenuando il fenomeno dell’astringenza grezza e l’attivazione dei recettori dell’amaro (TAS2Rs). La frazione tannica risulta così perfettamente integrata, levigata e priva di monomeri fenolici liberi o composti derivanti da necrosi cellulari o arresti metabolici dell’acino.

Dinamiche Metabolomiche dello Scudo Antiossidante e Protezione del Corredo Volatile

L’integrità del sistema immunitario e radicale della vite a piede franco promuove una sovraespressione dei geni codificanti l’enzima stilbene sintasi, stimolando la biosintesi di composti della classe degli stilbenoidi, tra cui il trans-resveratrolo e i suoi oligomeri, le viniferine. Sotto il profilo chimico, queste molecole agiscono come sistemi redox endogeni ad altissima efficienza, capaci di intercettare i radicali liberi e le specie reattive dell’ossigeno prima che si inneschi la degradazione per via ossidativa.

Questa protezione endogena preserva l’integrità dei precursori aromatici primari, specificamente i monoterpeni liberi e i tioli varietali legati ai gruppi solfidrilici (come il 3-mercaptoesanolo o 3MH). La stabilità cinetica di questo scudo molecolare garantisce una netta purezza del profilo olfattivo e una resistenza intrinseca all’invecchiamento atipico.

Al contrario, la vite innestata, a causa dell’alterazione trascrizionale indotta dal portinnesto, presenta una minore dotazione endogena di questi antiossidanti naturali. Ciò rende la matrice instabile e costringe l’enologia interventista a ricorrere a correzioni esogene massive come, ad esempio, i tannini sacrificali e i derivati di lievito ricchi in glutatione, o a trattamenti fisici di rimozione del potassio, come le resine a scambio ionico, per simulare artificialmente la longevità nativa del piede franco.

Fisiologia molecolare della percezione: Meccanismi recettoriali del pH

La scomposizione sensoriale descritta non risponde a suggestioni estetiche, ma a precise cascate biochimiche che si attivano all’interno della cavità orale. L’assaggio di un vino da Vitis vinifera L. a piede franco stimola i recettori biologici in modo qualitativamente differente rispetto a un vino da pianta innestata, attivando una via di trasduzione del segnale verso il sistema nervoso centrale che il cervello traduce come un’esperienza di freschezza integrata.

Il pH naturalmente basso del piede franco attiva le cellule gustative di Tipo III presenti nei bottoni caliciformi della lingua. La compressione molecolare della freschezza avviene tramite una precisa sequenza elettrofisiologica:

Ingresso dei protoni: Gli ioni idrogeno liberi penetrano nel citoplasma delle cellule di Tipo III attraversando il canale selettivo per i protoni OTOP1 (Otopetrin-1).

Acidificazione citosolica e blocco del potassio: L’afflusso satura l’ambiente intracellulare, provocando la chiusura dei canali del potassio voltaggio-indipendenti (specificamente la famiglia Kir2.1), impedendo la naturale fuoriuscita di potassio dalla cellula.

Depolarizzazione di membrana: La ritenzione forzata dei cationi di potassio all’interno della cellula inverte il potenziale di membrana a riposo, innescando una depolarizzazione cellulare che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti.

Attivazione del complesso PKD2L1: Il canale PKD2L1 (Polycystic Kidney Disease 2-Like 1), un canale cationico non selettivo permeabile al calcio appartenente alla superfamiglia dei transitori di potenziale recettoriale (TRP), funge da modulatore termico, chimico e cinetico dell’impulso. Nelle cellule di Tipo III, il complesso formato da PKD2L1 invia un segnale polarizzato e ad alta frequenza al nervo della corda del timpano (chorda tympani).

Poiché il mosto a piede franco non ha subito la salificazione da potassio indotta dall’iper-efficienza radicale della vite americana, la concentrazione di protoni liberi stabili è massima. L’attivazione di OTOP1 e Kir2.1 è netta e priva di fluttuazioni ioniche. Il cervello riceve un segnale acido geometrico e pulito, non alterato da picchi salini che provocherebbero un’attivazione spuria dei recettori del salato o dell’amaro, e che si traduce nella percezione della “verticalità acida”.

Idrodinamica orale e affinità cinematica dei tannini: Il ruolo delle PRP salivari

L’assenza di micro-arresti fotosintetici nel piede franco, garantita da un flusso idraulico integro, permette la sintesi di proantocianidine ad alto Grado di Polimerizzazione Medio (mDP). La forma e le dimensioni di queste molecole polifenoliche determinano il comportamento reologico del vino a contatto con il fluido salivare.

Nelle maturazioni frammentate dei vigneti innestati, l’astringenza standard è definita dalla capacità dei tannini corti o monomerici di legarsi rapidamente alle proteine ricche di proline (PRP, Proline-Rich Proteins) e alle mucine che compongono il velo lubrificante della mucosa orale. Questo legame idrofobico causa la precipitazione delle proteine, aumentando l’attrito meccanico all’interno della cavità orale. Il cervello interpreta questo incremento d’attrito come una sensazione tattile rugosa, secca e allappante.

Al contrario, le macromolecole tanniche ad alto mDP, tipiche della vite non innestata, possiedono una struttura sterica estesa e flessibile. Quando entrano in contatto con le PRP della saliva, formano complessi colloidali stabili e solubili, anziché aggregati insolubili che precipitano immediatamente. La viscosità e la capacità lubrificante del velo salivare rimangono inalterate. I meccanocettori orali, come i corpuscoli di Meissner, non registrano un aumento della frizione o della rugosità. Al palato, la trama polifenolica viene percepita come vellutata e levigata, poiché il tessuto biologico non subisce lo shock meccanico da precipitazione proteica.

Oggi, per evitare derive ideologiche, la comunicazione del settore ha contrapposto il concetto di terroir assoluto a quello di terroir mediato o condizionato. Si è creata una scissione netta tra la realtà biologica della terra e la narrazione commerciale del vino, insomma, un tentativo di campo largo un tanto al chilo per giustificare l’assenza di coerenza semantica.

La stessa narrazione commerciale del vino potrebbe cominciare a parlare più spesso di acidificazione pre-fermentativa, resine a scambio ionico, utilizzo di ceppi di lievito acidificanti, tannini proantocianidinici ed ellagici, derivati di lievito ricchi in glutatione e di tutti quei processi che raddrizzano in cantina ciò che il portinnesto distorce in vigna. A lor piacendo s’intende. Preservare o reintrodurre il piede franco laddove le condizioni del suolo, tra cui sabbie, altitudini e matrici vulcaniche, lo consentono, non è un esercizio di romanticismo passatista. È una necessità scientifica e filosofica. Significa rifiutare l’omologazione del filtro tecnologico per ritrovare l’archetipo biologico del vino. Solo eliminando la protesi sotterranea possiamo restituire al terroir la sua funzione primaria: essere la voce nuda, pura e indomita della terra che si fa vino. È, in ultima analisi, l’unica via per cui il vino possa dirsi realmente, radicalmente, figlio della terra e della gente che quella terra non ha mai smesso di abitare e difendere.

Cenando sotto un Cielo Diverso: a Villa Tony la XVIII edizione celebra “I Colori della Diversità”

Torna il 7 luglio a Villa Tony (Complesso Zeno, Ercolano) l’appuntamento con “Cenando sotto un Cielo Diverso”, l’evento benefico che giunge alla sua diciottesima edizione, segnando un importante traguardo di maturità, impegno e amore per il prossimo.

L’edizione 2026 è guidata dal tema “I colori della diversità”, una filosofia di vita nata da un’esperienza trasformativa che Alfonsina Longobardi, ideatrice della manifestazione, ha vissuto in Africa, luogo dove la diversità viene percepita come un’umanità condivisa e la fragilità non spegne la luce, ma la esalta. Il claim “I Colori della Diversità” racconta proprio la capacità di persone e professionisti di incontrarsi per costruire un progetto che mette al centro l’essere umano e il valore della condivisione.

Gli obiettivi di questa edizione prevedono la trasformazione del ricavato in azioni tangibili per il sostegno all’infanzia e la cooperazione internazionale. A livello locale, verranno acquistati materiali ludico-didattici per le case famiglia del territorio e doni per i piccoli pazienti dei reparti pediatrici degli ospedali napoletani. Oltre i confini nazionali, l’impegno si concentrerà in Kenya, specificamente a Malindi, e nei villaggi limitrofi, per sostenere scuole e orfanotrofi con beni di prima necessità e materiali scolastici.

L’evento si svilupperà attraverso un ricco percorso enogastronomico animato da oltre 270 protagonisti, tra produttori di nicchia campani e nazionali, realtà artigianali che custodiscono la storia e l’identità delle proprie radici, chef, pizzaioli, pasticcieri e panificatori. Tra le novità di questa edizione figurano lo spettacolo del freestyle della pizza con Angelo Tramontano e Antonio Fiorillo, sei postazioni dedicate alle braci e una postazione con l’idrosommelier. La formazione e la passione saranno centrali grazie agli allievi dell’Istituto Alberghiero Viviani di Castellammare di Stabia, che prepareranno i piatti insieme agli chef, mentre i ragazzi del Don Orione di Ercolano saranno protagonisti di un percorso di partecipazione attiva che dimostra come il valore umano superi ogni barriera. A impreziosire il percorso gastronomico saranno anche degli chef testimonial, tra cui gli stellati Ciro Sicignano, Domenico Iavarone e Michele De Leo, interpreti di una cucina che coniuga eccellenza, territorio e sensibilità sociale.

Un ricco programma di spettacolo e intrattenimento accompagnerà la serata, con la partecipazione di artisti provenienti dal mondo della musica, del teatro, della televisione e dell’illusionismo. Gli interventi saranno introdotti e condotti dalla presentatrice Ida Piccolo, che accompagnerà il pubblico nel corso dell’evento. Sul palco si alterneranno Mago Leo, Peppe Laurato, Sfarz, Salvatore Turco, Tony Cristiano, Marco Lanzuise, Ludo Brusco – Mr. Hyde, Jhosef Zampella, Giusy Freccia, Luisa Esposito, Floriana De Martino, Anna Capasso, Gianluca Zeffiro, Mario Forte, Marika Gambardella, Marco Cusitore, Luca Formicola (Two Fat Brothers), Roberto Russo, Mixed by Erry, Packy Stile, Yassmin Pucci, Enzo Paudice e Raffaele Polito, regalando al pubblico momenti di musica, comicità, emozione e spettacolo nel segno della solidarietà.

A testimoniare e sostenere i valori della manifestazione ci saranno inoltre numerosi volti noti del panorama artistico e dello spettacolo, tra cui Luigi Zeno, Francesco De Simone, Pasquale Lobefalo, Ciro Torlo, Luca Riemma, Mariano Catanzaro e Rosario Verde, che con la loro presenza contribuiranno a diffondere il messaggio di inclusione e partecipazione che da sempre caratterizza “Cenando sotto un Cielo Diverso”.

Fondamentale per la realizzazione della manifestazione è il sostegno dei partner che hanno scelto di condividere i valori di inclusione, solidarietà e responsabilità sociale che da sempre caratterizzano l’iniziativa. Tra questi figurano Villa Tony, Goeldlin Collection, Gerli, Le Delizie, Nuceria Inox, Cooperativa Sociale Sirio, Primi Exotic Fruit e Rugiada Società Cooperativa Sociale, realtà che con il loro contributo rendono possibile la crescita di un progetto capace di unire eccellenza, partecipazione e impegno concreto verso il territorio e le persone più fragili.

Torna Mytilus Fest a Bacoli, tre giorni dove la cozza è regina!

Da venerdì 3 a domenica 5 luglio a Bacoli (Na), sul porto di Baia, ritorna Mytilus Fest, l’appuntamento dedicato ai mitili, la mitilicoltura e il territorio dei Campi Flegrei. Come recuperare credibilità per un intero settore sconvolto dalla ferita ancora aperta dalla Settimana Santa? Facendo avvicinare la gente, in particolare famiglie e bambini con un evento giunto alla terza edizione, promosso e organizzato dall’Associazione Culturale MSP, guidata da Bruna Manfredonia, in sinergia e collaborazione con il Comune di Bacoli e con il sostegno della Città Metropolitana di Napoli.

L’iniziativa, dedicata alla memoria di Tony Scotto si avvale, inoltre, della preziosa collaborazione di Mitilflegrea e Mytilus Campaniae Organizzazione Produttori, Gal Parthenope e Feampa Regione Campania. Durante i tre giorni si potranno, ad esempio, ammirare le meraviglie della Baia, con laboratori dedicati ai più piccoli e tour dell’imbarcazione Athena Pescaturismo per esplorare i fondali e i resti dell’antica città sommersa.

E poi spettacoli di musica dal vivo che accompagneranno le degustazioni di piatti a base di mitili, dall’antipasto al dolce, proposti da ristoranti e produttori di eccellenza. Bacoli era in passato un punto di stazionamento per fonti termale famose in tutto l’Impero Romano, proprio accanto al porto di Pozzuoli. L’attività del bradisismo, un problema da sempre presente in queste terre fertili, ha comportato lo slittamento sott’acqua di parte delle case antiche, osservabili adesso con apposite navi dal fondo trasparente. Un’emozione unica pensando ai vari mosaici ancora perfettamente integri e alla dimensione del sito archeologico subacqueo in parte inesplorato.

In mezzo, la storia millenaria del mitilo mediterraneo (Mytilus Galloprovincialis) rappresentato persino in alcune monete dell’epoca. Leggende popolari pongono le cozze quale elemento afrodisiaco utile nei rapporti di coppia; in realtà i grandi “spazzini” del mare sono un elemento prezioso e fragile, da tutelare dalle speculazioni e dalla sconsiderata azione dell’uomo. Ogni singolo esemplare è in grado di filtrare fino a 4 litri di acqua marina ogni ora, da cui l’importanza (e anche i rischi) di preservare il più possibile l’habitat naturale dove vengono posti in allevamento.

Presto arriverà il Disciplinare dell’IGP per tutelare i produttori da frodi e conseguente timore del pubblico consumatore. Due i metodi di coltivazione: il primo dai semi legati ad apposite cime, che dura circa 12 mesi ma riesce a fornire un prodotto di qualità superiore; il secondo dall’acquisto esterno di cozze già semilavorate, logicamente con certificato di sanità microbiologica e assenza di patologie dannose per l’essere umano.

Ecco il ricco programma del Mytilus Fest dal 3 al 5 luglio e le indicazioni per partecipare:

Musica live (direzione artistica Andrea Tartaglia)

Venerdì 3 luglio dalle 21.00

Aprono il concerto gli Zerofiltro; a seguire l’esibizione di un collettivo pensato proprio per il Festival: Mytilus All Stars: Jovine, Caso, Tartaglia con Special guest Dario Sansone e ‘O Zulù

Sabato 4 luglio dalle 21.00

Apre il concerto Amy Leah.

Attesissimo concerto di Tommaso Primo con il suo nuovo disco e a seguire si ballerà con la musica di Funkool Orchestra.

Domenica 5 luglio dalle 21.00

Apre il concerto il rapper Mattewh

A chiudere la tre giorni l’energia esplosiva di Ciccio Merolla

Presentano: Francesco Albanese e Margherita Salemme

Area bambini e ragazzi

Laboratori creativi sul riutilizzo dei gusci di cozze, educazione all’economia circolare applicata al mare, narrazioni sulla sostenibilità e consegna ai bambini dell’attestato di ‘Piccolo Ambasciatore del Mare’ certificato FEAMPA Campania. Giochi di un tempo con il Ludobus, divertimento ed animazione con Arcobaleno Animation, villaggi della sicurezza e percorsi ludici con la Fondazione Domenico Cirillo. Trasformazione dei prodotti locali in gustose marmellate a cura di Spicchi Flegrei.

Porto di Baia dalle 18.00

Area Food dove si utlizzerà la pasta del Ventigrani un’eccelenza del territorio

Proposte gastronomiche presentate da: A casa vost, Aguglia, Armonì, Bajos, Borgo 50, Capo blu, Cargo, Essencia, Favorite, Da Fefè, Home PoA, Hosteria Bugiarda, Kuma 65, Il Cantuccio, Il Testardo, La cucina di Venere, La Dimora di Gea, La Dragonara, La Tortuga, Locanda dei re, Mar Limone, Molo Sud, Monkey, Nudibranko, Origini, Paccasassi, Poliphemos, Riccio, Sazio, Sciardac e Tribus. Inoltre le proposte dolci di Blamangieri, Guantiera e Materia Prima.

Area Drink

A cura di N’Artigiana del Birrificio Artigianale Napoletano, Pepsi, Marabà, Consorzio tutela vini dei Campi Flegrei e cantine Carannante

Durante le giornate del 3 – 4 e 5 luglio:

TOUR alla scoperta della Città Sommersa di Baia e del mare di Bacoli

Emozionante giro sulla barca con fondo di vetro di Lomar Dreams, alla scoperta di storie, miti e leggende del mare osservando la splendida costa dei Campi Flegrei e le meraviglie di Baia sommersa. Durante il giro sarà possibile osservare gli impianti di mitilicoltura di cozze e ascoltarne la storia.

Prenotazione Obbligatoria. Info, costi e prenotazioni: 379.24.26.496.

Escursione in SUP (Stand Up Paddle)

Esperienza adatta sia a chi si avvicina per la prima volta al SUP sia a chi ha già dimestichezza con la tavola. Dopo una breve introduzione tecnica e alcuni consigli pratici per acquisire sicurezza e stabilità, si partirà dalla spiaggia di Marina Grande di Bacoli per una suggestiva pagaiata lungo la costa.

La destinazione sarà lo Schiacchetiello, una delle baie più affascinanti e tranquille della zona, dove sarà possibile concedersi una pausa tra un bagno rigenerante e momenti di relax immersi nella natura. Durante il percorso è prevista una sosta nei pressi degli impianti di mitilicoltura, con l’opportunità di conoscere da vicino la tradizione degli allevamenti di cozze che caratterizza il territorio flegreo.

A cura di Spass. Info e prenotazioni: 351.50.44.059.

Visita guidata ai centri di depurazione e spedizioni di Bacoli: Mitiliflegrea e Latomare (Eurofish)

Un viaggio alla scoperta delle cozze di Bacoli, delle loro caratteristiche e delle diverse fasi che ne accompagnano la crescita e la lavorazione. Un’esperienza coinvolgente per approfondire la tradizione della mitilicoltura locale, conoscere i segreti di questa antica attività e ripercorrere la storia del celebre “oro nero” che da generazioni rappresenta una delle eccellenze del territorio.

Mitiliflegrea: Via Cuma 218, 80070 Bacoli (NA). Info e prenotazioni: 328.44.21.592;

Latomare (Eurofish): Via Lucullo 57, 80070 Bacoli (NA). Info e prenotazioni: 335. 52.94.887

Baia Experience

Un’immersione virtuale nella storia dell’antica Baia grazie a 27 visori 4K con contenuti a 360°, disponibili in italiano, inglese e tedesco. I visitatori potranno esplorare le suggestive Terme Sommerse di Punta dell’Epitaffio e vivere un’esperienza coinvolgente tra archeologia, tecnologia e mare.

Durata dell’esperienza: circa 25 minuti.

Prevista una tariffa agevolata dedicata ai partecipanti del Mytilus Fest.

Luogo: Piazza De Gasperi, Baia – Bacoli

Informazioni: baiaexperience.it

Prenotazione: non necessaria.

Tour in barca lungo la costa di Baia

Un’affascinante escursione in mare a bordo dell’imbarcazione Athena Pescaturismo per esplorare i fondali e i resti dell’antica città sommersa di Baia. Durante la navigazione sarà possibile conoscere da vicino gli impianti di mitilicoltura e le tecniche tradizionali utilizzate per l’allevamento delle cozze nel mare flegreo. L’esperienza si concluderà con una degustazione di cozze accompagnata da vino del territorio, per assaporare una delle eccellenze locali. Attività realizzata in collaborazione con la Pro Loco di Bacoli e l’Associazione Guide Flegree.

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.  Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. 

La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. 

Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia.

Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”.

Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org.