Identità Mediterranea a Roma per la celebrazione delle Forze Armate del Messico

Durante la prima serata di giovedì 19 febbraio, entro la prestigiosa cornice dell’Ambasciata del Messico a Roma, si è celebrato il 113° anniversario dell’Esercito Messicano e l’111° anniversario dell’Aeronautica Militare Messicana.

La celebrazione ha avuto inizio con i saluti istituzionali di Genaro Fausto Lozano Valencia, ambasciatore del Messico in Italia, San Marino, Albania e Malta, il quale ha lasciato la parola a Ivenn Jair Farrera Rosas, colonnello dell’Esercito messicano, per il discorso in apertura; il colonnello Farrera ha tenuto a precisare il ruolo delle Forze Militari terrestri e aeree, entro e fuori i confini nazionali, raccontandone la fondazione e la storia, l’importanza per il popolo messicano, specialmente durante le calamità, e il ruolo delle donne in uniforme.

Oltre agli alti vertici dell’Esercito Italiano e di una rappresentanza internazionale di funzionari militari di diversi Paesi, hanno partecipato Laura Elena Carrillo Cubilla, rappresentante permanente presso la FAO, l’International Fund for Agricultural Development e il Programma Alimentare Mondiale, e Alberto Barranco Chavarría, ambasciatore del Messico presso la Santa Sede.

Genaro Fausto Lozano Valencia è sempre stato una figura centrale nella vita pubblica messicana, il cui profilo, caratterizzato da una solida formazione in scienze politiche e relazioni internazionali, lo ha visto concentrato maggiormente sull’analisi politica interna, sui diritti umani e sulla comunicazione radiotelevisiva. Infatti, ha lavorato come analista per il Consejo Mexicano de Asuntos Internacionales, contribuendo ad avvalorare il dibattito su temi di politica globale, migrazioni e diplomazia; infine, per quanto attiene alla sua attività giornalistica, è stato legato alla conduzione di programmi di analisi e dibattito, come Tercer Grado Hora 21 sulla emittente nazionale Televisa, dove ha trattato eventi internazionali dal punto di vista dell’opinionista e analista politico.

L’ambasciatore ha descritto il rapporto tra Italia e Messico come “amoroso, culturalmente potente ed economicamente strategico”, anche perché, aggiunge, “siamo due Paesi profondamente innamorati l’uno dell’altro”.

Al termine di tutti gli interventi è stato proiettato un video descrivente la profonda e millenaria cultura messicana, attraverso la sua diversificazione territoriale e paesaggistica, la sua gastronomia, il suo sistema universitario e della ricerca, i servizi turistici, l’autonomia delle sue industrie, la straordinaria capacità di inclusione di questo grande Paese verso le altre nazioni e il ruolo delle Forze Armate, sempre pronte a soccorrere la popolazione in caso di emergenze legate alle calamità naturali.

Il breve documentario ha fatto trapelare inoltre di quanto amor patrio il popolo messicano nutre nei confronti della sua terra e quanto è sincera l’abnegazione del governo nel miglioramento generale del Paese, tra le forme più coerenti di democrazia del continente americano e nel mondo.

Al termine della celebrazione istituzionale la serata ha avuto seguito con un banchetto di gala, ottimamente riuscito grazie all’organizzazione della sede diplomatica e dei referenti militari, oltre che al fondamentale contributo di un team gastronomico messicano, tutto al femminile, e dell’impeccabile servizio di sala capitanato da Gaetano Coppola, già cerimoniere di Carlos Eugenio García de Alba Zepeda, predecessore dell’attuale ambasciatore e fondatore della Camera di Commercio Messicana in Italia.

Era presente anche Identità Mediterranea, associazione culturale fondata da Gaetano Cataldo dieci anni fa. L’associazione, nata a Castel San Giorgio, distintasi per attività di rilievo come la creazione della prima bottiglia celebrativa per una capitale italiana della cultura, mostre d’arte, annulli filatelici e, più recentemente, per l’organizzazione della conferenza nazionale sulla viticoltura a piede franco, ha partecipato al prestigioso evento organizzando il brindisi e l’abbinamento cibo vino con la cucina messicana.

Tutto ciò, sostiene Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico nonché miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival, è stato possibile grazie alla partnership con le Cantine Palazzo Marchesale e Masseria Campito. Importante il contributo di Luigi Della Gatta, presidente dell’Assosommelier della Regione Campania, il quale ha contribuito con la sua presenza nella descrizione dei vini appositamente selezionati e di cui è fiero ambasciatore, essendo provenienti dalla sua terra, ossia l’Ager Aversano. Erano presenti, in qualità di ospiti e rappresentanti della loro azienda, Corrado Benfidi e Leonardo Vanacore, proprietari della Cantina Palazzo Marchesale a Villa di Briano.

Protagonista assoluto l’Asprinio di Aversa, in ben quattro differenti declinazioni, quindi il Pallagrello Nero e il Casavecchia. Infatti, il brindisi augurale è stato officiato con le bollicine della cultivar aversana, sia nella versione metodo classico che charmat. Rispettivamente sono stati incrociati i calici di Priezza, Asprinio di Aversa Doc spumante metodo classico brut, affinato sui lieviti per 72 mesi, di Masseria Campito a Gricignano di Aversa e il Brianò, vino spumant metodo charmat brut, da Asprinio in purezza d’alberata di Cantina Palazzo Marchesale.

A dare brio alla serata ancora altre quattro referenze di Benfidi e Vanacore: il 43 filari, un Asprinio in chiave moderna, il IX Denari, Asprinio d’Aversa da alberata con un carattere più austero, il Rosso del Re, Pallagrello Nero Doc, e infine Plinio, Casavecchia di Pontelatone Doc. Il palinsesto culturale calendarizzato dall’Ambasciata del Messico è molto ampio, l’associazione di Gaetano Cataldo però attende favorevolmente la riconferma per rappresentare il vino italiano al 216° anniversario della Liberazione del Messico che, come ogni anno si terrà in presso la sede diplomatica a Roma entro la seconda decade di settembre.

Valpolicella: i vini di Costa Arènte – dieci anni di identità e crescita in Valpantena

Il 12 febbraio, nella suggestiva cornice della Valpantena, Costa Arènte ha celebrato i dieci anni dal suo ingresso nel progetto Le Tenute del Leone Alato con una masterclass dedicata all’evoluzione della cantina e alla sua identità produttiva. Parte di un gruppo che riunisce diverse realtà vitivinicole italiane in un percorso condiviso di qualità, sostenibilità e valorizzazione dei territori, Le Tenute del Leone Alato rappresentano un modello di crescita integrata che mette al centro la specificità delle singole aziende.

La degustazione di dieci etichette ha offerto uno sguardo completo sul percorso intrapreso e sulla visione che guida il progetto enologico, mostrando l’evoluzione stilistica e tecnica che ha accompagnato questo primo decennio.

Situata su un rilievo naturale che domina la Valpolicella e Verona, Costa Arènte si trova a 250 metri di altitudine nel comune di Grezzana, nel cuore della Valpantena. Conosciuta come la “Valle degli Dei”, questa zona si estende a nord di Verona ed è caratterizzata da colline regolari coltivate a vigneti e oliveti. Il paesaggio è ordinato, agricolo, punteggiato da piccoli centri abitati distribuiti lungo la valle. È un’area considerata tra le più rappresentative della denominazione Valpolicella, grazie a una lunga e radicata tradizione vitivinicola.

La storia della cantina prende il via a metà anni Novanta, quando un imprenditore della zona rinnova la tenuta, impiantando nuovi vigneti e ristrutturando i rustici. Parte degli edifici viene destinata alla produzione e allo stoccaggio dei vini, con la realizzazione di un piccolo fruttaio rivolto a nord.

L’azienda oggi concentra la propria produzione in cinque vini rossi tipici del territorio: Valpolicella Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva e Recioto. L’intero processo produttivo è seguito con approccio artigianale, dalla raccolta manuale delle uve fino all’imbottigliamento, con l’obiettivo di mantenere un livello qualitativo elevato e una produzione volutamente contenuta.

La gestione attenta del vigneto, unita a una selezione rigorosa dei grappoli, definisce lo stile dei vini. In etichetta compare la denominazione “Valpantena”, scelta che sottolinea l’origine territoriale e identifica vini caratterizzati da eleganza, profumi netti e buona mineralità.

Gli enologi Riccardo Cotarella e Giovanni Casati ci hanno guidati in una degustazione coinvolgente, un percorso sensoriale attraverso le annate e gli stili che raccontano l’evoluzione tecnica e identitaria della tenuta.

Ecco il dettaglio della degustazione.

VALPOLICELLA SUPERIORE VALPANTENA DOC 2023  Il Valpolicella è il vino identitario del territorio che porta il suo nome, capostipite della tradizione enologica della zona. Dalle colline ventilate di Costa Arènte nasce un rosso leggero ed elegante, tipico della Valpantena: fresco, di media struttura, con note fruttate e una beva agile e immediata.

Vede la sua prima annata nel 2016, le uve sono quelle tipiche della zona: Corvina, Corvinone, Rondinella, altre uve come da disciplinare. Affina un anno in acciaio, altri 3 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio. Un Valpolicella Superiore di buona eleganza e struttura. Al naso sentori di ciliegia, mora e una nota di pepe nero. Al palato è strutturato ma scorrevole, con tannini morbidi e una persistenza piacevole che invita al sorso.

VALPOLICELLA RIPASSO SUPERIORE VALPANTENA DOC 2021 Secondo la tradizione, il Ripasso nasce quasi per caso nelle cantine della Valpolicella. Per non sprecare nulla, i vignaioli decisero di utilizzare le vinacce dell’Amarone appena svinate, ancora ricche di aromi e sostanze, per ripassare il Valpolicella giovane sulle bucce, così da dargli maggiore carattere. Il risultato li sorprese: il vino acquisì corpo, morbidezza, profumi più intensi e una complessità inaspettata. Così prese forma uno dei vini simbolo del territorio. Il Ripasso Costa Arènte colpisce per la sua vivace freschezza, e racconta in modo inconfondibile il carattere delle colline della Valpantena.

Una parte del Valpolicella 2019, ottenuto da uve raccolte a mano, è stato ripassato per 10–14 giorni sulle vinacce dell’Amarone. Il vino affinato poi 18 mesi in barrique di rovere francese e ulteriori 6 mesi in bottiglia. Colore rosso rubino intenso, un naso elegante e ricco, qui non più il frutto della ciliegia ma la confettura. Al palato è morbido e avvolgente, equilibrato dalla tipica freschezza della Valpantena che ne sostiene la bevibilità.

AMARONE DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG annate 2020 (anteprima) 2019, 20218, 2027, 2016. L’Amarone è, a mio avviso, uno dei vini italiani che più si prestano a verticali realmente coinvolgenti. La tecnica dell’appassimento, la naturale concentrazione e la complessità aromatica lo rendono un vino capace di raccontare il tempo in modo unico. A tutto questo si aggiunge la variabilità climatica delle diverse annate, che incide sia sulla maturazione in vigna sia sul delicato processo di appassimento: annate più fresche danno vini più eleganti e sostenuti dall’acidità, mentre quelle più calde esprimono densità, intensità e maggior struttura.

Le uve vengono raccolte a mano dopo un’accurata selezione dei grappoli migliori per l’appassimento. Disposte nei plateaux, riposano nel fruttaio per almeno tre mesi, durante i quali perdono circa il 40% del peso. In questo periodo l’azione enzimatica e la muffa nobile completano il processo di concentrazione degli acini. Un passaggio fondamentale, perché la qualità di un Amarone si gioca proprio qui, nel fragile equilibrio tra disidratazione e sviluppo aromatico.

Nel calice, questo lavoro si traduce in un viaggio sensoriale che, annata dopo annata, spazia dalla frutta rossa e le spezie dei millesimi più giovani, fino a cuoio, cacao, erbe officinali e profondità balsamiche nelle vendemmie più evolute.

Tutte le annate degustate hanno regalato uno sguardo diverso su stile ed espressività, mostrando come l’Amarone Costa Arènte sappia modulare il proprio carattere senza mai rinunciare alla sua identità.

Tra tutte, la 2019 è quella che mi ha sorpreso di più. Il quadro olfattivo è particolarmente complesso: ciliegia matura, marasca, pepe nero, liquirizia. In bocca colpisce la sintonia tra la trama tannica e il grado alcolico, un equilibrio raro che invita a tornare al calice per scoprire un livello in più. È un Amarone che non si concede immediatamente, e proprio per questo affascina.

RECIOTO DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG 2022 Un vino sontuoso, pieno, profondamente legato alla storia agricola della Valpolicella: un tempo considerato un dono prezioso, riservato alle feste e alle occasioni importanti.

La leggenda lo vuole padre dell’Amarone. Si racconta che verso la fine degli anni Trenta un cantiniere si accorse, con sorpresa, che una botte di Recioto era stata dimenticata in cantina. La fermentazione, anziché essere interrotta come previsto per conservare la dolcezza naturale, era proseguita fino a esaurire gran parte degli zuccheri. Quello che avrebbe dovuto essere un passito dolce e vellutato si era trasformato in un vino secco, dal gusto deciso e amarognolo.

Nel nostro bicchiere troviamo profumi di scorza d’arancia candita, chiodi di garofano, dattero e fico secco, un tripudio di frutta candita. In bocca è una spremuta d’uva di Valpantena, dolce il giusto, vellutato e morbido, un finale aromatico persistente.

MOLINARA SPUMANTE ROSÈ fuori dalla Masterclass, nel corso del pranzo, l’assaggio di questo spumante è una piacevole sorpresa. Molinara, vitigno autoctono della zona, il suo nome nasce dal dialettale mulinare, che richiama il mulino: un omaggio alla pruina che avvolge gli acini, sottile e chiara, quasi una spolverata di farina.

A Costa Arènte, custodi attenti e innovatori del territorio, oggi questa uva viene vinificata in purezza e trasformata in una spumante rosato. Una bella ventata di freschezza in Valpantena.

Prosit!

HospitalitySud 2026: il premio Castellano-Guglielmo sezione sommelier va a Flavio Fusco di AIS Campania

Flavio Fusco appartenente alla delegazione AIS Campania ha vinto il premio “Castellano-Guglielmo” come miglior sommelier durante HospitalitySud alla Stazione Marittima di Napoli.

La premiazione durante l’evento che celebra la professionalità dell’accoglienza turistica nel settore hotellerie ed extralberghiero. L’head sommelier del Des Chevaliers del Restaurant Hotel De Bonart di Napoli, che vanta già un curriculum di tutto rispetto in strutture a cinque stelle luxury e ristoranti gourmet segnalati dalla guida Michelin, è stato decretato meritevole di ricevere il riconoscimento.

Non solo vini, ma anche un diploma di assaggiatore della birra, di sakè e di maestro assaggiatore formaggi. Entusiasta il presidente di AIS Campania, Tommaso Luongo, che ha premiato il sommelier: “Siamo orgogliosi del risultato conseguito da Flavio, per lui in primis e anche per l’associazione che ho l’onore di rappresentare. Solo attraverso lo studio e il continuo impegno si raggiungono risultati simili ed AIS rappresenta un’opportunità unica di crescita personale in grado di cambiare la vita a tanti associati”.

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

“Vernissage sensi in mostra” II edizione: Marco Lodola illumina il Riserva Rooftop di Napoli

Arte e fine dininig: inaugurata la mostra del “pittore della luce” 

Un’esperienza sensoriale attraverso piatti e opere d’arte. A Napoli gli imprenditori di Riserva Rooftop e i galleristi ed esperti d’arte di Galleria Morra Arte Studio e Arte Focus, hanno presentato la seconda edizione di “Vernissage – sensi in mostra”, rassegna che unisce arte contemporanea e fine dining. Il progetto è stato ideato da Sasi Maresca, Roberto Bianco e Ivan Morra.

La partenza è stata delle migliori con la  mostra di Marco Lodola “Amore e pop art” allestita fino al 26 febbraio. Esposte trenta opere del “pittore della luce”, noto per aver dato vita a una peculiare forma di scultura luminosa, dove luce e colore si fondono in un’esplosione di gioia e nostalgia. Tra queste: “Campione del mondo” con l’effige di Fabio Cannavaro, il celebre “Floating kiss”, Batman”, “The Beatles”, “James Bond”.

Lodola è uno dei principali esponenti della nuova figurazione italiana e della pop art contemporanea. Il suo stile è immediatamente riconoscibile per le figure dinamiche, i colori vivaci, le sagome luminose in plexiglass e  materiali industriali. Si cena così tra opere che raccontano un immaginario fatto di cinema e icone pop, musica, danza, amore.

Lodola trasforma la luce in linguaggio artistico, creando opere che trasmettono energia, positività e movimento, rendendo l’arte accessibile ed emozionale. Durante la rassegna gli ospiti sono accolti da artisti, esperti d’arte, chef, sommelier, bar mixologist e durante la cena, il curatore d’arte e l’host, illustrano le opere esposte, svelando le connessioni tra gli elementi visivi e la filosofia del fine dining. Un viaggio sensoriale che dura un anno, otto appuntamenti d’arte da gustare.

Tra i prossimi: le mostre del pittore e compositore statunitense Mark Kostabi e del fotografo Giuliano Grittini.

Il nuovo menù di Antonio Della Volpe dedicato alla memoria di Don Peppe Diana

Si chiama “La memoria che vive” lo special del pizzaiolo Antonio Della Volpe, che prosegue nel comunicare un vero modello di legalità con il locale La Vita è Bella. La “traccia” lineare di Don Peppe Diana e delle sue preferenze gastronomiche, prima che venisse barbaramente assassinato in sagrestia dalla mano sporca della Camorra il 19 marzo del 1994.

Un simbolo di libertà

Prima di tutto l’uomo dunque, davanti al male stesso dell’uomo. La sorella Marisa, con gli occhi lucidi, lo rivede ancora lì, seduto a tavola, quasi come se il tempo non fosse mai passato. I piatti che preferiva erano quelli della tradizione, dal baccalà, ai peperoni, per finire col ragù della domenica a base di cotica e braciole.

Da questi ricordi nasce l’idea di rivivere quel particolare momento storico, riscrivendone però il passato ed il finale, quando Casal di Principe amò Giuseppe Diana per essere divenuto un faro luminoso di legalità. Quel gesto vigliacco e quel supremo sacrificio hanno rappresentato, come due lati della stessa medaglia, gli inizi della rinascita di un territorio e una boccata d’aria fresca per la popolazione residente. A volte il ghiaccio si può rompere anche con la propria vita, dando un esempio che vale più di tante parole dove lo Stato non può arrivare.

La pizzeria La Vita è Bella, già dal 2024, ha scelto scelto di ricorrere a materie prime a chilometro zero da terreni confiscati alla criminalità organizzata (Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità). Ma Antonio Della Volpe non si è voluto fermare alla parte superficiale, andando a toccare il cuore della sofferenza con un percorso degustazione ispirato ai gusti, alle abitudini e ai ricordi della famiglia Diana.

“La Memoria che Vive”

Il sentiero comincia da Il gesto semplice, un crocchè di patate rosse di Letino e La Tavola a casa, polpetta di manzo su ragù al pecorino e riduzione di prezzemolo. La concretezza negli impasti delle pizze, soffici al punto giusto e dai topping appetitosi e mai stravaganti: la Radici e identità viene cotta nel ruoto con pomodoro San Marzano Dop, datterino liternese spadellato e grattugiata di parmigiano.

Infine Il rito della domenica, pizza in doppia cottura con ragù di braciola e riduzione di prezzemolo con pinoli e uva passa, saporito dal primo all’ultimo morso. Chiusura in dolcezza con Il Ritorno, un bon bon con crema pasticciera e confettura di mela annurca e cannella,e la Memoria viva, spumone classico cioccolato e nocciola realizzato dalla gelateria artigianale La Fenice di Caserta.

In abbinamento per la serata i vini dell’azienda Cantine Vitematta, che produce Asprinio d’Aversa su terreni sequestrati alla Camorra, sia le birre del birrificio artigianale Alba.

Pizzeria La Vita è Bella

Via Circumvallazione

Casal di Principe (CE)

Tel. 388 1268927

Festival Internazionale Cinematografico Corto Flegreo 2026: presentata a Pozzuoli la 6ª edizione e il nuovo contest “48 Ore per Creare un’Idea”

Si è tenuta giovedì 5 febbraio alle ore 11:00, presso Palazzo Migliaresi al Rione Terra di Pozzuoli (Largo Sedile dei Nobili), la conferenza stampa di presentazione della 6ª edizione del Festival Internazionale Cinematografico Corto Flegreo e della 1ª edizione di “Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”, il nuovo contest dedicato ai giovani talenti del cinema.

L’evento ha ufficialmente inaugurato l’apertura del bando di concorso per cortometraggi italiani, confermando Corto Flegreo come uno degli appuntamenti culturali più attesi nel panorama cinematografico campano e nazionale.

Corto Flegreo: cinema e valorizzazione dei Campi Flegrei

Corto Flegreo è una manifestazione che nasce dall’amore, dal rispetto e dall’ammirazione verso l’arte e verso i Campi Flegrei, Terra del Mito, un territorio che custodisce un inestimabile patrimonio artistico, storico, naturalistico e archeologico.

Il Festival, ideato dall’Avv. Maria Grazia Siciliano e promosso da Liberass A.P.S., attraverso la magia del cinema racconta e trasmette l’unicità e la maestosità del territorio flegreo.

L’obiettivo è dare vita a racconti del e nel territorio, offrendo spazio alla creatività e al talento dei giovani registi, attori e autori, trasformando il festival in un vero e proprio laboratorio permanente di idee, un’officina di talenti capace di coniugare cultura, formazione e promozione territoriale.

“Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”: la grande novità del 2026 (scadenza iscrizioni il 12 febbraio su www.cortoflegreo.it)

Tra le principali novità presentate durante la conferenza stampa spicca la prima edizione di “Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”, un contest cinematografico innovativo che sfida i partecipanti a realizzare un cortometraggio originale in soli tre giorni.

L’iniziativa si svolgerà dal 16 al 18 febbraio 2026 nello scenario suggestivo dei Campi Flegrei, che diventeranno set naturale per troupe e filmmaker. Il progetto è realizzato con il supporto di Federalberghi Pozzuoli e Campi Flegrei Active, a testimonianza di una sinergia concreta tra cultura, turismo e sviluppo locale.

L’idea nasce dalla volontà della presidente di Liberass APS, Maria Grazia Siciliano, di trasformare il Festival Corto Flegreo in un’esperienza immersiva e dinamica, capace di stimolare inventiva, spirito di squadra e capacità produttiva, valorizzando al contempo il territorio come protagonista narrativo.

I protagonisti della conferenza stampa

Alla presentazione ufficiale hanno preso parte rappresentanti istituzionali e professionisti del settore cinematografico e turistico:

Dott.ssa Maria Sole La Rana, Assessore alla Cultura del Comune di Pozzuoli

Avv. Maria Grazia Siciliano, ideatrice e organizzatrice del Premio Corto Flegreo

Maison Encry – Una storia italiana scritta nel gesso della Le Mesnil-sur-Oger

In Champagne non ci si improvvisa. Il territorio è codificato, la gerarchia dei villaggi è storica, il lessico produttivo è preciso. Per questo la nascita della Maison Encry merita attenzione: non come favola romantica di italiani all’estero, ma come progetto costruito con metodo, dentro uno dei luoghi più esigenti della Côte des Blancs.

La storia di Encry

Enrico Baldini e Nadia Nicoli provenivano da un mondo diverso quando arrivarono a Le Mesnil-sur-Oger nei primi anni Duemila: infatti Enrico era un esperto di inerbimento paesaggistico e con la sua azienda era stato chiamato in champagne da un vigneron che conferiva le uve alle grandi maison, per migliorare la composizione dei suoi vigneti. Fu l’inizio di un dialogo che si spostò poi sulla possibilità di produrre un champagne di qualità eccellente con le proprie uve.

Si iniziò quindi a lavorare sullo Chardonnay, dove questo vitigno ha una delle sue espressioni più nette. Qui il suolo è quasi tutto gesso affiorante, drenante, capace di trattenere l’acqua in profondità e restituirla lentamente alle radici. Il risultato, nel bicchiere, è una trama salina, lineare, una tensione che non ha bisogno di effetti speciali.

Encry nasce così, da parcelle selezionate tra Mesnil e gli altri villaggi Grand Cru della fascia centrale della Côte des Blancs, con un’impostazione da récoltant-manipulant: controllo diretto della materia prima, vinificazioni parcellari, tempi lunghi sui lieviti. L’obiettivo dichiarato non è “stile di casa” imposto a tavolino, ma coerenza con annata e terroir. In vigna pratiche attente, rese misurate; in cantina niente forzature, dosaggi contenuti, legno usato con discrezione quando serve struttura, non aroma.

Nel tempo la gamma si è allargata, ma la matrice resta quella: Chardonnay come asse portante, con incursioni mirate di Pinot Noir per i rosé.

Durante l’undicesima edizione di Wine and Siena, la manifestazione organizzata secondo il format di Merano Wine Festival da Helmuth Kocher, nella mattinata di domenica 1 febbraio, si è svolta una masterclass dedicata alla maison Encry e ai suoi vini, condotta da Paolo Cepollaro, presidente FIS Toscana nella splendida cornice di Palazzo Squarcialupi.

La masterclass a Siena è stata l’occasione per leggere la maison in sequenza, senza filtri. Non una degustazione “spettacolare”, piuttosto didattica nel senso migliore del termine: stessa mano, sfumature diverse, progressione tecnica evidente.

I vini in degustazione

Naissance Brut – 100% Chardonnay
Attacco diretto, quasi affilato. Naso minerale prima che fruttato: gesso bagnato, agrumi freschi, una nota di pepe bianco che dà ritmo. Bocca tesa, verticale, finale salino. È la carta d’identità della casa: pulizia e precisione.

Essence Brut – Chardonnay da Mesnil, Avize e Oger, 46 mesi sui lieviti

Qui la sosta prolungata si sente: bollicina più cremosa, tessitura ampia. Il frutto vira verso pompelmo e cedro, con una componente quasi pasticcera appena accennata. Persistenza lunga, chiusura composta. Un vino di equilibrio, più che di spinta.

Matière Extra Brut – 4,2 g/l, 48 mesi sui lieviti, 100% Chardonnay
Il nome non è casuale: più materia, più profondità. Profumi floreali, nespola, uva spina. In bocca allarga il centro palato ma resta asciutto, grazie al dosaggio contenuto. È probabilmente la bottiglia che racconta meglio il lavoro sul tempo e sulle fecce fini. Eleganza senza alleggerimenti.

Éclatante Grand Rosé Extra Brut – 95% Chardonnay Mesnil, 5% Pinot Noir da Bouzy
Colore buccia di cipolla luminoso. Il Pinot, pur minoritario, incide: piccoli frutti rossi, lampone e fragola fresca, senza dolcezze. Bocca dinamica, taglio fresco, finale netto. Rosé di struttura, non ornamentale.

Nuances Grand Rosé Brut – 83% Chardonnay, 17% Pinot Noir, 36 mesi sui lieviti

Il più complesso della serie. Assemblaggio da più villaggi, dosaggio leggermente superiore (7 g/l) che arrotonda i bordi. Profilo olfattivo integrato, dove Chardonnay e Pinot si rincorrono senza sovrastarsi. La bollicina è setosa, la progressione gustativa ampia ma sempre sostenuta da una spina acida viva. Chiude lungo, pulito.

Quello che colpisce di Encry non è la ricerca dell’effetto, ma la costanza stilistica. Nessuna etichetta cerca di stupire con maturità eccessive o dosaggi coprenti. C’è piuttosto un filo conduttore: trasparenza del luogo, rispetto dei tempi, mano leggera.

Per una coppia italiana integrarsi in un contesto come la Champagne significa prima di tutto accettarne le regole. Baldini e Nicoli lo hanno fatto, aggiungendo però una sensibilità personale nella gestione dell’equilibrio e nella leggibilità dei vini. Il risultato non è un racconto “esotico”, ma una maison che parla la lingua del territorio con accento proprio.

Ed è forse questa la cifra più interessante: uno champagne senza sovrastrutture, dove il gesso di Mesnil resta sempre al centro del bicchiere.

30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Caserta, il 6 febbraio la presentazione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro a L’Amo Racconti di Mare

Cena-evento con ospiti e vini iconici della Campania

Caserta, 27 gennaio 2026 – Venerdì 6 febbraio, alle ore 20, il ristorante L’Amo Racconti di Mare di Rosario Rondinone, in vicolo Pietro Mascagni 10 a Caserta, ospiterà la presentazione del volume “La cucina napoletana” (Hoepli) di Luciano Pignataro, giornalista de Il Mattino,  tra i più autorevoli comunicatori e divulgatori del giornalismo enogastronomico italiano.

Giunto alla seconda edizione, il libro è uno degli ultimi lavori editoriali dell’autore e racconta Napoli come

un viaggio dell’anima, dove ’o magnà non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità, rito quotidiano. Una città dai mille volti, in cui ogni quartiere possiede una propria psicologia e una specifica inflessione culturale, capace di intrecciare realtà e immaginazione, quotidianità e mito, vita e memoria. A Napoli anche chi non c’è più continua a vivere nei gesti, nei sogni e nella proverbiale scaramanzia del popolo partenopeo.

Il volume, impreziosito da una veste grafica rinnovata, dalla prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e dalle fotografie di Ciro Pipoli, è un omaggio ai 2.500 anni della città e alla sua inesauribile capacità di trasformare il cibo in cultura condivisa.

La cena-evento del 6 febbraio sarà un invito concreto alla condivisione e al piacere della tavola come stile di vita. A dialogare con l’autore saranno la giornalista di settore Antonella D’Avanzo e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta (AIS).

In cucina, accanto al giovane executive chef de L’Amo, Pasquale Cavallo, che proporrà una personale interpretazione di alcuni dei piatti del cuore di Luciano Pignataro, ci sarà il pastry chef Guido Sparaco di Castel Morrone, socio fondatore di PAART, associazione impegnata nella valorizzazione della pasticceria d’arte attraverso l’uso esclusivo di ingredienti naturali e privi di semilavorati, con una selezione dedicata alla pasticceria napoletana.

Nel calice, a raccontare il territorio, due aziende simbolo della viticoltura campana di qualità: Montevetrano e Villa Matilde, realtà capaci di coniugare tradizione, ricerca e visione contemporanea. Vini iconici che, anche grazie alla firma enologica di Riccardo Cotarella, trovano spazio naturale nelle carte dei ristoranti che intendono rappresentare al meglio l’eccellenza della Campania.