Tutta la Valpolicella nei vini di Torre di Terzolan

Torre di Terzolan è un’antica dimora storica e una realtà saldamente legata alla Valpolicella Orientale, posta, più precisamente a Trezzolano (VR).

Valle famosa per i dolci rilievi coperti da vigneti a poca distanza da Verona, ampia e variegata, giace immersa in uno stupendo parco tra piante secolari, tra cui uno dei più antichi cipressi italiani, oliveti, vigneti e corsi d’acqua. Risalente al 1300, è  appartenuta ad importanti famiglie nobili, quali gli Scaligeri che la utilizzavano come riserva di caccia e successivamente alla famiglia Ridolfi, oggi è di proprietà dell’architetto Roberta Previdi.

Siamo in Val Squaranto, al confine con la Valpantena, oltre a produrre olio, vengono prodotte anche tre eccellenti etichette di vino. I capolavori enoici affinano in una cantina ipogea sotto la villa,  molto suggestiva con archi in pietra.  La temperatura è l’umidità sono controllate e costanti durante tutto l’anno. Una nota di merito va alla vecchia ghiacciaia. 

Ad accoglierci c’è la proprio Roberta che ci ha illustra minuziosamente la storia dell’azienda. Gli ettari vitati con le varietà tipiche della Valpolicella sono circa 2,5 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica certificata, posti ad altimetrie che si attestano dai 350 ai 400 metri. Gli olivi occupano una superficie di invece di 6 ettari. Oliveti e vigneti si trovano in un habitat naturale e ricco di biodiversità. 

Dalla villa e dal giardino si gode di un panorama senza pari, digradante verso la vicina cittadina di Giulietta e Romeo. Le vendemmie sono rigorosamente manuali, i grappoli vengono posti in cassette di varie dimensioni.  I vini affinati in piccole barriques sia di origine bordolese che borgognotta, tuttavia, una piccola percentuale per l’Amarone e il Valpolicella affinato in anfore di ceramica Tava.

La cantina è piccola ma al contempo molto funzionale. I vini sono composti da Corvina 65%, Corvinone 25% e Rondinella 10%. Le uve destinate all’appassimento vengono poste nell’antico portico per un periodo variabile che si aggira intorno ai 3 – 4 mesi. Una serie di accorgimenti garantiscono ai prodotti finali un elevato livello qualitativo. La villa dispone, inoltre di 4 suite finemente arredate ed affrescate per una vacanza all’insegna della pace e tranquillità,  vi hanno soggiornato personaggi illustri come Franco Zeffirelli. In villa si può soggiornare anche in esclusiva per un massimo di 10 persone e ogni richiesta personale viene esaudita.

I vini degustati sono:

Valpolicella Doc 2025 – Al naso sviluppa piacevoli sentori di viola, rosa, ciliegia, susina e frutti di bosco,  il sorso è vibrante,  saporito, setoso, armonioso e molto persistente.

Valpolicella Superiore Doc 2020 – Sprigiona eleganti sentori di mora, marasca, prugna, ribes, accompagnate da nuances balsamiche e speziate,  al gusto è avvolgente con tannini nobili ed è dotato di una lunga persistenza aromatica.

Amarone della Valpolicella Docg 2018 – Di grande complessità al naso, emana raffinati sentori di mirtillo,  iris, amarena, tabacco, polvere di cacao e spezie dolci,  al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lunghissimo e saporito. 

È stata un’esperienza molto appassionante,  l’unico problema è stato di dover tornare via; grazie di cuore a Federica Schir e a Roberta Previdi sia per le enozioni che per le emozioni.

Idee per il Ferragosto: il Mercato del Capo di Palermo

Tra “abbanniate” e profumo di panelle il luogo autentico dove le grida di richiamo dei venditori si mischiano ai colori delle bancarelle

Al Mercato del Capo di Palermo la città si racconta senza filtri, tra pesce appena pescato, frutta matura, spezie, panelle e arancine (sì a Palermo si chiamano arancine) fumanti.

Passeggiare tra queste vie significa immergersi nell’anima più vera di Palermo, lasciandosi conquistare da una vitalità contagiosa che coinvolge tutti i sensi. Ogni angolo nasconde una storia, ogni volto un aneddoto, ogni sapore un pezzo di tradizione che resiste al tempo e continua ad affascinare chi arriva fin qui. Non è soltanto un mercato, ma un vero simbolo della cultura palermitana, capace di raccontare secoli di storia attraverso colori, sapori e tradizioni.

Il mercato sorge nell’antico quartiere del Capo, conosciuto anche come Seralcadio, dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, un’area che affonda le proprie radici nell’epoca della dominazione araba. Ancora oggi la disposizione delle strade, l’atmosfera vivace e il modo stesso di commerciare ricordano i caratteristici suk del Nord Africa.

Nel cuore del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo rappresenta uno dei luoghi più vivaci e caratteristici della città. Il suo asse principale si snoda lungo via Porta Carini e prosegue fino a via Beati Paoli, tra vicoli ricchi di storia, profumi e tradizioni. Proprio da Porta Carini si accede a quello che è considerato l’ingresso più suggestivo del mercato, una soglia ideale per immergersi nell’atmosfera autentica della Palermo più popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, il mercato si anima di residenti, commercianti e visitatori che percorrono le sue strade alla ricerca di prodotti freschi e specialità del territorio. Le bancarelle espongono un trionfo di colori: frutta e verdura di stagione, pesce appena pescato, carni, formaggi, spezie e numerose eccellenze gastronomiche siciliane.

Ciò che rende il Mercato del Capo unico non è soltanto la qualità dei prodotti, ma soprattutto l’energia che lo attraversa ogni giorno. Le celebri abbanniate, gli antichi richiami dei venditori in dialetto palermitano, risuonano tra i banchi creando una vera e propria colonna sonora che accompagna la vita del mercato.

A differenza di molti mercati storici europei trasformati esclusivamente in attrazioni turistiche, il Mercato del Capo continua a essere frequentato quotidianamente dai palermitani. È un luogo dove tradizione e vita quotidiana convivono, mantenendo intatto il suo ruolo sociale ed economico all’interno della comunità.

Il Capo è inoltre una tappa imprescindibile per gli amanti dello street food. Passeggiando tra le sue vie è possibile assaporare alcune delle specialità più rappresentative della cucina palermitana, come panelle, crocchè, arancine, sfincione e pesce fritto preparato al momento. Sapori semplici e genuini che raccontano la storia di una città plasmata nei secoli dall’incontro di culture diverse e che continuano a rappresentare l’essenza della tradizione gastronomica siciliana.

Io sono una vera street food addicted e credo che questo tipo di cucina riesca a raccontare una città e le persone che la abitano meglio di qualunque monumento o guida turistica. Il cibo di strada nasce infatti dalla vita quotidiana, dalle esigenze di chi lavora, dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione e dall’incontro tra culture diverse.

E così, tra una bancarella e l’altra, è arrivato il momento che aspettavo di più: quello degli assaggi. Perché un mercato si visita con gli occhi, ma si scopre davvero attraverso il gusto.

Ho iniziato con un cartoccio di panelle, dorate, croccanti all’esterno e morbide all’interno, sono delle semplici frittelle di farina di ceci fritte, tradizionalmente vengono servite all’interno di un morbido panino con una spruzzata di limone.

Il secondo assaggio è stato l’immancabile arancina, uno dei simboli della cucina palermitana. La panatura croccante racchiude un ripieno saporito e ben equilibrato.

La diatriba tra arancina e arancino è una famosa disputa linguistica e culturale della Sicilia che divide l’isola tra Palermo (al femminile, tonda) e Catania (al maschile, spesso con la punta).

E’ la volta dello sfincione, a metà strada tra una pizza e una focaccia, si distingue per l’impasto soffice e per il ricco condimento a base di pomodoro, cipolla, formaggio e origano. Un piatto semplice, nato dalla cucina popolare.

Decido di terminare questo percorso tra i sapori del Mercato del Capo con uno dei panini più iconici e autentici della tradizione palermitana: il pane con la milza, conosciuto in dialetto come pani câ meusa.

Un piatto che forse non incontra subito il gusto di tutti, ma che rappresenta un vero simbolo della cucina popolare della città. La milza e il polmone di vitello vengono cotti nello strutto e serviti all’interno di un morbido panino, spesso arricchito con una spolverata di caciocavallo grattugiato o qualche goccia di limone.

Visitare il Mercato del Capo significa immergersi nell’essenza più autentica di Palermo e rimane uno dei luoghi migliori per avvicinarsi alla cultura gastronomica palermitana.

Nasce il “Panettone di Ferragosto” di Don Salvatore

L’edizione estiva e a tiratura limitata del grande lievitato firmato Luigi Colandrea: fragoline, limone semicandito, burro di latteria e vaniglia del Madagascar per il fine pasto ideale dei mesi caldi.

Da “Don Salvatore Ristorante e Relais” arriva una novità che unisce la grande tradizione dei lievitati della famiglia Colandrea a un’idea inedita: portare il panettone, simbolo delle feste invernali, sulla tavola d’agosto. Nasce così il Panettone di Ferragosto, edizione limitata pensata come fine pasto estivo, da servire fresco di taglio dopo le cene sotto il limoneto o da portare a casa come piccola opera artigianale firmata Luigi Colandrea.

Un debutto non casuale: il 15 agosto Monte di Procida festeggia la sua patrona, la Madonna Assunta, e il Panettone di Ferragosto nasce anche per essere parte di questo giorno di festa collettiva per tutto il paese.

Un progetto che nasce dalla grande passione per i lievitati di Luigi Colandrea, chef e patron, insieme al fratello Generoso, di “Don Salvatore”. Da oltre dieci anni Luigi produce colombe e panettoni con lievito madre, grazie anche al percorso di formazione con Rolando Morandin, tra i massimi maestri italiani dell’arte bianca. Un lievitato tradizionalmente legato al Natale che oggi trova, per la prima volta, una versione pensata per l’estate flegrea.

Un lievitato d’estate, tra orto e mare

Il Panettone di Ferragosto reinterpreta la ricetta classica con un impasto morbido e profumato, arricchito da fragoline, limone semicandito ricavato dai limoni dell’azienda agricola di famiglia e vaniglia del Madagascar, ed è realizzato con burro di latteria. Il risultato è un lievitato dal profilo fresco e delicato, pensato apposta per chiudere un pasto estivo: meno speziato del panettone invernale, più agrumato e fruttato, in perfetto equilibrio con la stagione. Alla base dell’impasto c’è lo stesso lievito madre che Luigi utilizza per i panettoni e le colombe, rinfrescato quotidianamente in laboratorio.

“I grandi lievitati sono da sempre una delle nostre passioni più grandi, un lavoro che portiamo avanti da oltre dieci anni con la stessa cura che dedichiamo all’orto e alla cucina. Con il Panettone di Ferragosto abbiamo voluto raccontare l’estate flegrea attraverso un impasto che profuma di limone e di fragoline: un modo diverso di chiudere il pasto, senza rinunciare alla tecnica e alla qualità che ci hanno sempre contraddistinto.”

Luigi Colandrea, chef e patron di Don Salvatore Ristorante e Relais

Disponibilità

Il Panettone di Ferragosto è disponibile in edizione limitata presso “Don Salvatore Ristorante e Relais” ed online su www.donsalvatore.eu.

Don Salvatore Ristorante e Relais Don Salvatore è il ristorante e relais della famiglia Colandrea, nato nel 2016 all’interno di un antico cellaio nell’azienda agricola di famiglia, nei Campi Flegrei. Guidato dai fratelli Luigi e Generoso Colandrea, porta in tavola i prodotti del proprio orto — dal Pomodoro Cannellino Flegreo alla zucchina San Pasquale — insieme a una produzione artigianale di pane, pasta fresca, dolci e grandi lievitati.

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Ristorante Rocha, la pietra e il gusto del tempo per chef Salvatore Notaro

Il Castello di Rocca Cilento appartiene ad una rara geografia del tempo, quella in cui il passato non si offre come semplice testimonianza, ma permane stratificato nelle pietra viva delle sue mura, nelle volte a vista e nei silenzi che separano una sala dall’altra.

Arroccato nel cuore del Cilento, il maniero domina un paesaggio che dalle alture si distende verso borghi, vallate e versanti collinari fino a intercettare, in lontananza, il profilo della costa. Qui la roccia conserva anche la memoria di una stagione aspra della storia meridionale: nel novembre del 1487, all’indomani della Congiura dei Baroni, Ferrante d’Aragona affidò al governatore Antonio de Mirabilis il compito di restaurare e fortificare, fra gli altri, i castelli di Diano, Agropoli, Rocca Cilento e Castellabate, sottratti ai baroni ribelli e restituiti alla Corona. Il progetto fu affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano e quelle fortezze dovevano diventare così baluardi solidi, presidi di un territorio che la monarchia aragonese intendeva ricondurre sotto il proprio controllo.

La lettera del sovrano, scolpita direttamente sui gradini in pietra del ponte d’accesso alla fortezza, non è soltanto un documento, ma la traduzione politica di una vittoria che, nella sua trasformazione in architettura, diviene materia. Pietra su pietra, il potere si fa dunque edificio, il confine si fa bastione, il territorio si fa presidio. Sono trascorsi secoli e quella funzione appartiene ormai alla storia, eppure qualcosa è rimasto intatto: il rapporto quasi viscerale fra il castello e la terra che lo circonda.

Oggi quelle stesse mura non delimitano più un territorio da difendere, accolgono invece chi vi giunge per conoscerlo attraverso una forma diversa di racconto; è in questa continuità, tutt’altro che nostalgica, che nasce il gourmet Rocha.
Il ristorante del Castello di Rocca Cilento non appare come un intruso innestato in una dimora storica, né come il pretesto gastronomico per impreziosire una destinazione già naturalmente scenografica. È, piuttosto, una nuova interpretazione di quel medesimo rapporto con il territorio. Se un tempo la fortezza ne rappresentava il presidio, oggi la cucina ne diventa una forma di lettura.

A guidarla è Salvatore Notaro, appena ventisettenne, ma con un percorso professionale già attraversato da alcune delle cucine più autorevoli dell’alta ristorazione italiana ed europea. Gli inizi a Napoli, ancora adolescente e poi le esperienze accanto a Francesco Franzese e Luigi Salomone e, successivamente, nelle brigate di Enrico Bartolini al Mudec Restaurant e di Norbert Niederkofler al St. Hubertus, entrambe insignite di tre stelle Michelin, oltre all’esperienza al Capri Palace Jumeirah. Un curriculum importante, ma che a Rocha sembra trovare una direzione precisa: non riprodurre ciò che ha imparato altrove, bensì utilizzare quella grammatica tecnica per interrogare il luogo nel quale si trova oggi.

La sua cucina parte dal Cilento, ma non si accontenta di rappresentarlo. Salvatore scompone, osserva, recupera gli elementi più umili e quelli più identitari del territorio e li sottopone a fermentazioni, estrazioni, cotture, trasformazioni fino a restituirli in una veste nuova. È una cucina che non indulge nella nostalgia e non cerca di imbalsamare la tradizione, conservandone piuttosto il nucleo vitale evoluto. La cosiddetta cucina di recupero acquista qui un significato più profondo, senza sprechi, dando valore a ciò che rischia di essere dimenticato, restituendo dignità a una materia povera, riportando alla luce un gesto, un sapore, una consuetudine domestica. In fondo significa recuperare memoria.

Il percorso Visione è forse la forma più compiuta di questa ricerca, un itinerario senza vincoli precostituiti, nel quale Notaro può muoversi liberamente fra territorio, tecnica e intuizione. Il primo incontro avviene con la taccola, non un inizio casuale. La verdura rinuncia al ruolo ancillare che spesso le viene assegnato e diventa materia assoluta, alla brace, fermentata, trasformata in estrazione e crema.

Un ortaggio apparentemente ordinario viene sottoposto a una successione di gesti che ne modificano consistenza e intensità, senza però cancellarne l’identità. È una dichiarazione d’intenti discreta ma inequivocabile: a Rocha la materia prima non viene adornata, piuttosto interrogata.

Arriva l’ostrica Gillardeau alla brace, accompagnata da brodo dashi all’alga kombu, salicornia e ricotta di mandorla. Il mare incontra qui il vegetale; la sapidità marina, l’umami, si misurano con la dolcezza lattica e oleosa della mandorla, mentre l’affumicatura introduce una nota più profonda, quasi ancestrale. È un piatto nel quale il Cilento non viene citato letteralmente e proprio per questo rivela un altro aspetto della cucina di Notaro: il territorio non come gabbia identitaria, ma punto di partenza.

Poi il ritmo cambia con Burro 21, ossia ventuno elementi, racchiusi in una quenelle, il cui contenuto rimane segreto. Ad accompagnarlo, pane nero ai cereali e un soffice Danubio. La parte più significativa non è soltanto ciò che arriva nel piatto, ma il gesto che lo chef invita a compiere. Mangiare con le mani, spalmare il burro sul pane, riappropriarsi di quella dimensione conviviale che l’alta cucina talvolta rischia di lasciare fuori dalla porta. È un piccolo cortocircuito felicissimo: tanta tecnica per restituire, alla fine, la semplicità di un gesto primordiale. Nel calice, a chiudere questa prima parte del percorso, il Metodo Classico Caprettone Pietrafumante di Casa Setaro.

Poi il vino cambia registro e con il Pomodoro entra in scena il Sauvignon Blanc di Franz Haas dal colore giallo paglierino tenue ed un profilo aromatico ricco di sfaccettature, adatto a diverse varietà, diverse cotture dell’ingrediente principale: anche qui Notaro prende un elemento apparentemente semplice, globoso frutto rosso della terra, del duro lavoro nei campi, e ne mette in discussione l’ovvietà. Ma è con L’Attesa che il percorso comincia a farsi intimamente personale.

Bottoni ripieni di nocciola di Giffoni e bottarga. Il titolo è già una chiave di lettura. Non si tratta soltanto dell’attesa del piatto successivo, è quella sospensione che appartiene alla rimembranza familiare, alle tavole dell’infanzia, alle parole pronunciate da una nonna.

Lo chef racconta infatti l’insegnamento ricevuto: prima dello spaghetto alle vongole bisogna mangiare la pasta con le noci. Prima il piatto povero, dunque, poi quello percepito come ricompensa. È una filosofia elementare e, proprio per questo, potentissima: per riconoscere il valore del privilegio bisogna aver conosciuto la semplicità. Il lusso, prima ancora di essere materia, è di per sé consapevolezza.

Quasi per naturale contrappunto, arrivano le Vongole fujute e ritrovate. Lo spaghetto alle “vongole scappate” della tradizione napoletana perde le vongole ma non il carattere: al loro posto, la colatura di alici di Cetara restituisce profondità, sapidità e identità marina. Sottrazione che diventa presenza. E forse è proprio questo uno dei gesti più intelligenti della cucina di Rocha: togliere senza impoverire.

Nel calice Aligoté Bourgogne 2024 di Théo Dancer, moderna interpretazione di uno dei vitigni storici della Borgogna, accompagna il passaggio verso Origine, lattughino con gomasio alle alghe, riso soffiato e beurre blanc allo yuzu. Croccantissimo, netto, quasi verticale e divertente. Il vegetale torna protagonista, ma questa volta con una costruzione che guarda lontano, contaminando il carattere erbaceo della materia con l’umami delle alghe, la consistenza del riso e l’acidità agrumata dello yuzu. È il Cilento che smette, per un momento, di essere riconoscibile e diventa linguaggio.

Si continua con Rancido, da dentice, grasso, mela e finocchio. Anche qui il recupero non è un concetto astratto, il grasso utilizzato proviene dall’osso e dal grasso del prosciutto crudo. Una materia che normalmente verrebbe considerata residuo diventa ingrediente, costruendo intorno al pesce una trama aromatica insolita, quasi provocatoria. Il termine che normalmente evoca un difetto, viene sottratto alla sua accezione negativa e trasformato in una possibilità gastronomica. È forse il punto in cui la cucina di Notaro rivela con maggiore chiarezza la propria indole: non cerca necessariamente la perfezione rassicurante del gusto, ma la sua complessità.

E quando sembra che il percorso abbia ormai detto tutto, arriva Come un Mojito: rum, lime e menta, pre-dessert nato da una circostanza apparentemente marginale come una conversazione fra lo chef e il maître, Davide Sessa, davanti a un mojito sorseggiato al bar. Notaro gli raccontava il menu, un’idea ne ha generata un’altra e quella conversazione è infine approdata nel percorso degustazione.

Anche questo è Rocha: la cucina non nasce soltanto da ricerca, fornelli, quaderni di appunti. Può nascere da conversazione, complicità professionale, da un momento di leggerezza. Il dolce conclude il percorso con Ù Pitittù, un bianco mangiare costruito intorno a miele, latte di capra e pane raffermo. Il pastry chef lo dedica ai viandanti della sua terra, la Sicilia, diretti in Campania che, durante i lunghi spostamenti, portavano con sé proprio questi elementi per potersi nutrire lungo il cammino. È un finale che ricompone molte delle suggestioni incontrate durante la cena: il viaggio, la necessità, il recupero, il pane, la memoria.

Il percorso termina con la deliziosa piccola pasticceria: bombetta fritta con crema pasticciera, maritozzo con panna e frutti di bosco piastrati, macaron ai frutti esotici e pralina di cioccolato al caramello salato. Un ultimo affaccio sulla dimensione ludica della cucina, prima che la cena lasci definitivamente il posto alla conversazione, mentre si sorseggia Francois Peyrot Alla Pera Poire Williams & Cognac. Rocha non finisce con l’ultimo boccone. Rimane, piuttosto, nella sensazione di aver attraversato uno spazio nel quale epoche diverse hanno trovato un punto di contatto. Tra gli ambienti, la cantina custodisce forse la più intensa delle suggestioni.

Ricavata nell’antica cella del maniero, conserva nella trama severa della roccia una collezione di bottiglie di particolare pregio, accanto ad alcuni pregiati vini d’annata appartenuti alla collezione privata del proprietario. Uno spazio appartato da stanza segreta del castello, destinato alle degustazioni e conversazioni intorno al vino, dove la dimensione conviviale assume una fisionomia più raccolta e intima. La pietra antica, il silenzio, le bottiglie allineate come frammenti di ricordi… qui il tempo diventa presenza tangibile. E in questo dialogo fra stratificazione storica e contemporaneità si trova una delle chiavi più autentiche per comprendere Rocha.

La sala prosegue infatti la medesima narrazione con un’eleganza misurata, affidata a luci soffuse, proporzioni armoniose e un’atmosfera raccolta. Nulla appare ridondante, nulla sembra concepito per imporsi. A governare l’esperienza è piuttosto una discrezione consapevole, sostenuta da un servizio impeccabile e sorprendentemente appassionato; ragazzi capaci di accompagnare il commensale nel percorso con competenza e naturalezza, senza mai sovrapporsi alla cucina. È una contemporaneità che non ha bisogno di ostentazioni. Risiede nelle mani di una brigata giovane, nella ricerca tecnica, nella precisione del servizio, mentre tutt’intorno, si continua a respirare una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo.

Se un tempo quelle mura furono innalzate per difendere il Cilento, oggi la cucina di Salvatore Notaro sembra affidarsi a un compito diverso e altrettanto ambizioso: accogliere, incantare, custodirne l’identità senza impedirle di cambiare forma. Ed è forse questa la più contemporanea delle forme di memoria.

Poniente a Salerno presenta il menù estivo creato da chef Gabriele Martinelli

Tra le proposte glamour di Marina di Arechi – Port Village a Salerno, spicca il ristorante Poniente, in posizione panoramica, sull’ultimo tratto della lunga banchina del porto turistico. Vista a Ponente ed esposto all’omonimo vento, propone un originale menù estivo che Mirko Notaro patron con lunga esperienza nella ristorazione, definisce di “tradizione contestualizzata”.

“L’obiettivo è onorare la tradizione con un tocco di estro e di innovazione, accostando ingredienti di origine diversa e tecniche di cottura innovative”, commenta lo chef Gabriele Martinelli, che ancora giovanissimo, vanta già numerose esperienze in cucine francesi e italiane.

Abbiamo degustato alcune proposte della carta estiva: molti i piatti vegetali che mettono in primo piano gli ortaggi mediterranei, ricca e originale anche la scelta di finger food che ben si presta anche per la carta dell’annesso cocktail bar La Terrazza Lounge.

Composizione scenografica per la serie di amuse-bouche ispirati alla cucina tradizionale, screziata di contaminazioni orientali, che aprono la nostra degustazione: lo gnocco fritto ripieno di provola affumicata e maionese al miso di pomodoro servito su un piccolo cubo, la tartelletta con tartare di tonno, pesca e pomodorini, il Chi cerca trova: una piccola cocotte piena di gusci di cozze vuoti a nascondere solo due muscoli pastellati in tempura al nero di seppia, infine, presentato al cucchiaio, un tocchetto di melanzana sottolio con maionese al miso di melanzane e polvere di buccia di melanzana. Combinazioni di sapori capaci di esaltarsi vicendevolmente anche grazie allo spiccato contrasto aromatico.

Sullo stesso tema anche l’antipasto, costituito da diverse consistenze di pomodoro, servito con tre distinti impiattamenti. Iniziamo con il pomodoro pelato biologico, marinato in glutammato per esaltarne la parte umami, ripassato in forno per asciugare l’acqua, ripieno di miso di pomodoro e guarnito con una piccola foglia d’oro, a seguire un mix di pomodorini, di diversa consistenza e acidità, conditi con olio al basilico, aglio nero fermentato, finocchio di mare e serviti con un’insalata di germogli e fiori estivi e infine, per chiudere la trilogia, una bruschetta di pane multicereale guarnita con pomodorini e fragole – una sorta di confettura agrodolce – e sesamo nero tostato.

Strada della Guia Prosecco DOCG di Foss Marai accompagna le prime proposte del menù degustazione suggerite dal direttore di sala Giovanni Cucco.

I lievitati fanno da spalla all’intera serata: la pagnotta ai cereali e lievito madre, la ferratella abruzzese, la chiacchiera al sale maldon e rosmarino, il torinese al pomodoro, abbinati a una noce di burro zafferano e alghe.

Con il primo piatto, ritorniamo all’infanzia, all’aria calda che sa di salsedine e asciuga i capelli bagnati, ai pranzi all’ombra di una veranda che guarda il mare fatti di cibi semplici e freschi, come la pasta all’insalata di pomodori. Lo spaghetto Vicedomini è cotto in un’estrazione di acqua di pomodoro, servito su un carpaccio di pomodori cuore di bue con maionese di miso di melanzane, olio al basilico e insaporito con uova di aringa. In abbinamento non poteva che esserci un vino di luce e di mare: Illuminato Fiano Salento IGP 2025 di Tenuta Giustini è fresco, piacevolmente aromatico, si fa bere con la leggera spensieratezza dell’estate.

Una moderna rivisitazione del pesce al sale è invece la portata successiva: filetto di ombrina, servito con un croccante alle alghe ad alta sapidità, un cannolo di zucchine gialle e verdi, condito con una salsa di pesce arrosto montata con burro e coriandolo e una manciata di sconcigli. Sapido e minerale, caprettone in purezza, Munazei Lacryma Christi del Vesuvio 2025 di Casa Setaro, si abbina in modo equilibrato e completa il piatto senza eccessi o sbavature.

Ritorniamo di nuovo nell’intimità della cucina di casa con la proposta dessert di Gabriele, Non è colazione, un flashback alla più semplice e povera delle colazioni all’italiana: la zuppa di latte. Plumcake all’orzo con gelato al mascarpone ricoperto da cioccolato bianco pralinato, cialde al cioccolato con mousse al caffè: un dolce semplicemente completo e appagante.

L’abbinamento è con due cocktail analcolici: vaniglia e arancia, passion fruit e arancia rossa. Chiudiamo con la tipica patisserie mignon da caffè: il Cannelé de Bordeaux, piccoli dolcetti profumati alla vaniglia e rum e il pralinato alla mandorla salata, mousse di mandorla e orzo in tartelletta.

PONIENTE

Via Salvador Allende

84131, Salerno

L’Anima Silenziosa del Sake: Geologia, Sacralità e i Nove Suoni dell’Acqua

L’acqua è l’anima silenziosa del sake: ne costituisce circa l’80% e ne condiziona ogni fase, dal lavaggio all’ammollo del riso fino alla diluizione finale. In Giappone, le sorgenti non sono semplici risorse naturali, ma rappresentano spesso vere e proprie fonti sacre, custodite all’interno dei templi o delle proprietà delle sakagura, ossia le cantine di produzione.

L’acqua nel mondo del sake non è un mero componente fisico-chimico, ma una manifestazione del Kami, ossia della divinità. Le sorgenti sacre sono il cuore pulsante delle cantine e spesso ne determinano la posizione geografica. Accanto a queste fonti si trova, quasi sempre, uno shimenawa, la corda sacra di paglia di riso, e un piccolo altare dedicato a Matsuo-Sama, il dio del sake venerato nel santuario di Matsunoo-Taisha a Kyoto.

Queste fonti storiche non hanno una composizione costante tutto l’anno. Il periodo d’oro per il prelievo è il Kan-shikomi, ossia il cuore dell’inverno, tra i mesi di gennaio e febbraio. Il freddo intenso riduce drasticamente la carica batterica nell’aria e nel suolo. L’acqua che sgorga in inverno è biologicamente più inerte, permettendo ai lieviti selezionati dalla sakagura di dominare la fermentazione senza interferenze microbiologiche esterne.

La filtrazione della neve

In prefetture come Niigata o Akita, la neve funge da filtro naturale: quando si deposita, intrappola le impurità dell’aria. Il lento disgelo primaverile spinge l’acqua attraverso gli strati profondi del terreno. Questo lungo processo di filtrazione produce un’acqua estremamente povera di minerali, molto dolce, ideale per i sake in stile Ginjo e Daiginjo, che richiedono fermentazioni lunghe e a bassa temperatura.

Dalle sacre acque e dai loro villaggi si comprende l’impatto spirituale sulla produzione del Nihonshu, capace di versare nel bicchiere la memoria geologica e minerale di un territorio specifico.

Miyamizu, l’Acqua Celeste

Nel distretto di Nada, all’interno della città di Nishinomiya nella Prefettura di Hyogo, si assiste a un vero miracolo geologico. Questa fonte sgorga in una zona limitata nel distretto di Nishinomiya-gō, esattamente a metà strada tra le montagne Rokko e la costa. La sua eccezionale particolarità scientifica nasce dall’incrocio di tre correnti sotterranee: l’acqua proviene dai rilievi montuosi, ma si mescola con flussi carichi di fosforo e magnesio. La pressione naturale di queste falde dolci costituisce una barriera idraulica che impedisce l’intrusione salina dal vicino mare.

Dal punto di vista chimico, la Miyamizu è un’acqua molto dura, caratterizzata da un alto contenuto di fosforo, che nutre il lievito, e dalla quasi totale assenza di ferro, elemento che degraderebbe il colore e l’aroma del sake. Questo profilo minerale stimola i microrganismi in modo vigoroso, permettendo la creazione di un lievito “muscoloso”. Il risultato si traduce in fermentazioni complete, veloci e in una gradazione alcolica naturalmente più elevata prima della diluizione, che tocca spesso il 19-20% di alcol nel prodotto puro, ossia il Genshu. Per questa sua forza, la Miyamizu è considerata la madre dell’Otoko-zake, il sake maschile: il profilo finale è secco, potente, con un’acidità che garantisce longevità e che taglia il palato come una lama levigatissima.

Gokosui, l’Acqua dai Cinque Profumi

Spostandosi nel quartiere di Fushimi, nella Prefettura di Kyoto, la narrazione si fa più morbida. Custodita all’interno del santuario Gokōngū, questa fonte è oggi classificata dal Ministero dell’Ambiente tra le “100 acque migliori del Giappone“. Il suo nome evoca una leggenda dell’862 d.C., quando l’acqua emanò un profumo miracoloso all’interno dell’antico Santuario Gokuraku-ji.

Geologicamente, si tratta di un’acqua di falda che filtra attraverso i depositi alluvionali del bacino di Kyoto. La Gokosui è un’acqua di media dolcezza, estremamente equilibrata e povera di ferro, il cui impatto tecnico è l’esatto opposto della Miyamizu. La sua dolcezza minerale rallenta la conversione degli amidi in zuccheri; il Toji, il maestro cantiniere, deve quindi gestire la fermentazione con estrema precisione per evitare che il processo si arresti. La gradazione alcolica tende a stabilizzarsi su livelli più gentili, con un’acidità totale molto bassa. Questa fonte è l’anima dell’Onna-zake, celebre per produrre un sake vellutato, elegante, leggermente dolce e dalla raffinata fragranza.

Fukuryusui, l’Acqua Sottostante del Monte Fuji

Lungo il perimetro sud-occidentale del Monte Fuji, nella città di Fujinomiya all’interno della Prefettura di Shizuoka, si nasconde la Fukuryusui. Geologicamente, si tratta dell’acqua della neve sciolta del vulcano sacro, che impiega circa 80-100 anni per percorrere il tragitto dalla vetta alle sorgenti di pianura, filtrando attraverso strati di roccia basaltica lavica prima di riemergere. Cantine storiche come Fuji-Takasago la attingono direttamente da pozzi scavati sotto la propria struttura.

I dati rivelano un’acqua “viva”, purissima e povera di minerali pesanti, ma ricca di vanadio. Questo minerale raro aiuta a stabilizzare il metabolismo del lievito, producendo un sake dalla consistenza setosa e quasi oleosa al palato, nonostante l’assenza di zuccheri residui elevati. Oltre all’aspetto tecnico, la Fukuryusui è intrisa di una profonda spiritualità: il Fuji è il vulcano sacro e bere un sake prodotto con la sua acqua rappresenta un atto di comunione con lo spirito del Giappone, capace di regalare una limpidezza cristallina nel bicchiere.

Raiginden, l’Acqua del Dio del Tuono

Nella città di Minamiuonuma, nella Prefettura di Niigata, domina la severità dell’inverno. In questo ambiente montano, dove la neve governa il paesaggio per sei mesi all’anno, si trova la fonte Raiginden. L’acqua proviene dal Monte Hakkai ed è la stessa che alimenta la celebre cantina Hakkaisan: la sua caratteristica tecnica fondamentale risiede nell’essere un’acqua estremamente dolce e fredda. La totale mancanza di nutrienti minerali costringe il lievito a lavorare in modo lento e a basse temperature. Questo particolare processo dà vita allo stile Tanrei Karakuchi: un sake straordinariamente pulito, leggero e secco, che riflette perfettamente la purezza del ghiaccio e del tuono che purifica l’aria.

Kinmeisui e Ginmeisui, l’Acqua d’Oro e l’Acqua d’Argento

Nel cuore storico di Kyoto, precisamente nel quartiere di Kamigyo, si trovano le fonti Kinmeisui e Ginmeisui. Situate nel pieno centro urbano, queste sorgenti rappresentano la nobiltà storica del sake imperiale ed erano le preferite dai grandi maestri del come Sen no Rikyu. Oggi, realtà storiche come Sasaki Shuzo, l’ultima cantina rimasta nel centro di Kyoto, le utilizzano ancora per la produzione.

La spiritualità di queste acque si riflette nella loro incredibile morbidezza. Questa caratteristica genetica permette di estrarre aromi delicatissimi dal riso durante la lavorazione, valorizzando la materia prima senza mai sovrastarla.

Fushimizu, l’Acqua Nascosta

Sempre nel distretto di Fushimi a Kyoto, il concetto di acqua si estende all’intera falda acquifera sotterranea con la Fushimizu. Anche se strettamente correlata alla singola fonte Gokosui, questo termine indica l’intero bacino idrico della zona. Anticamente, a testimonianza del legame indissolubile con il sottosuolo, il nome stesso del luogo si scriveva con i caratteri ideografici che significavano “Acqua Sottostante”.La sua importanza è epocale: è proprio grazie a questa imponente fonte che Fushimi è diventato il secondo distretto produttivo di tutto il Paese, subito dopo Nada a Kobe. La dolcezza della Fushimizu consente al Toji di governare la fermentazione con assoluta sensibilità, quasi stesse guidando un organismo vivente estremamente delicato.

La Gradazione Alcolica e l’Acqua di Diluizione

Nel cuore di Niigata, la terra della “neve eterna”, la Yukiguni, la purezza dell’acqua diventa uno strumento di precisione chirurgica nelle mani del Toji. Il segreto più profondo della produzione risiede in un dettaglio tecnico spesso ignorato: l’acqua della fonte sacra viene usata due volte, dividendo la produzione in due atti netti e distinti che scolpiscono l’anima, i profumi e il corpo del sake.

Il viaggio comincia con lo Shikomisui, l’acqua di fermentazione. Non si tratta di un semplice ingrediente, ma del motore invisibile che determina la velocità del processo, costituendo il parametro fondamentale di vigoria dei lieviti. A seconda della natura di quest’acqua, il Toji traccia il destino del sake, derivandone stili profondamente diversi:

Le acque dure e il sake “maschile”: Quando lo Shikomisui è ricco di minerali e nutrienti, la fermentazione si fa impetuosa e veloce. I lieviti lavorano con una foga instancabile, spingendo la gradazione alcolica potenziale a vette molto alte. Da questo spartito energetico deriva l’Otoko-zake, un sake fiero e strutturato, il cui sorso trasmette una sensazione di calore robusto e una consistenza densa, quasi croccante al palato.

Le acque dolci e i pregiati Ginjo: Quando lo Shikomisui è povero di minerali, il ritmo cambia radicalmente. La fermentazione si fa lenta, sussurrata e delicata, dando vita ai raffinati Ginjo. È un cammino sul filo del rasoio: il Toji deve monitorare la situazione ogni singola ora perché il lievito, “affamato” di nutrienti, rischia costantemente di fermarsi. Il profilo che ne deriva è un ricamo di profumi nitidi, capaci di evocare la morbidezza vellutata della seta.

In questo scenario si inserisce l’eccellenza di Niigata. Molte cantine locali, come Hakkaisan, scelgono di utilizzare la neve sciolta e filtrata. L’estrema purezza di quest’acqua permette di ottenere un Nihonshu-do, in inglese il Sake Meter Value, molto alto. Nei sake che ne derivano, ciò si traduce in un grado di secchezza elevatissimo: un sorso tagliente e pulito come un cristallo di ghiaccio, che scorre fluido senza però risultare mai pungente o aggressivo al naso.

Il secondo utilizzo dell’acqua sacra avviene nel Warimizu, la fase di diluizione. Quasi tutti i sake, per natura, terminano la loro fermentazione a una gradazione vigorosa, intorno al 19-20% di alcol in volume. Per portarli ai 15-16 gradi commerciali, il Toji interviene aggiungendo nuova acqua.

Questo passaggio è cruciale e richiede la stessa identica fonte sacra del primo atto. Introdurre in questa fase un’acqua con una mineralità diversa spezzerebbe istantaneamente l’equilibrio molecolare del sake. Il rischio è quello di slegare i profumi, facendo evaporare quell’armonia sinfonica faticosamente costruita e disperdendo le note aromatiche in un sorso sbiadito. Grazie alla stessa acqua sacra, invece, la diluizione finale si fonde in un abbraccio perfetto, regalando un sake bilanciato e pronto per l’assaggio.

Il Paradosso del Nihonshu-do Alto

Se il primo viaggio dell’acqua definisce le coordinate della fermentazione, è tra le montagne di Niigata che lo Shikomisui rivela la sua natura più estrema. L’acqua derivante dal disgelo, filtrata lentamente attraverso le rocce, si trasforma in Ultra-Nansui: un’acqua dal profilo molecolare quasi etereo, caratterizzata dalla totale assenza di magnesio e calcio.

Questa purezza assoluta impone ai lieviti uno stato di “stress controllato”. Privati dei nutrienti minerali che ne scatenerebbero una crescita esplosiva, i microrganismi sono costretti a lavorare in una condizione di fame latente. Il Toji canalizza questa tensione applicando la tecnologia del freddo: una fermentazione lunghissima, che si estende dai 30 ai 40 giorni, condotta a temperature appena sopra lo zero.

Da questo scontro termico e minerale nasce il Paradosso del Nihonshu-do Alto. Questo indice misura la densità del sake rispetto all’acqua: un valore elevato, come +8 o +10, indica che quasi tutti gli zuccheri sono stati convertiti in alcol, decretando la secchezza tecnica del liquido. In presenza di acque dure, una simile spinta produttiva genererebbe alcoli superiori, traducendosi in una sensazione ruvida di bruciore. L’acqua di neve di Hakkaisan, invece, compie un miracolo di raffinata accuratezza: trasforma lo zucchero mantenendo una struttura molecolare così lineare e pulita da risultare setosa. È la genesi del celebre stile Tanrei Karakuchi, precedentemente citato.

Il Quinto Gusto e il Freddo nel Sake

Questo profilo così nitido e leggero ha rivoluzionato l’incontro con l’umami, la densa sapidità che caratterizza il quinto gusto. I cibi che ne sono ricchi, come il tonno grasso, i funghi shiitake, la carne frollata o il parmigiano, rivestono le papille con una patina persistente. Il sake di Niigata interviene con l’effetto Kire, il finale che si taglia improvvisamente: la sua struttura molecolare sottile e l’acidità millimetrica agiscono come un taglio netto, ripulendo la lingua dalla grassezza e resettando i sensi per il boccone successivo.

A livello molecolare, l’incontro si trasforma in una sinergia di amminoacidi. Sebbene il sake sia l’alcolico con la più alta concentrazione amminoacidica al mondo, la fermentazione a bassa temperatura riduce la formazione di composti pesanti a favore di esteri fruttati e leggeri, quelli tipici del ginjo-ka, diversamente da tioli eterpeni che, in questo ambito, giocano ruoli secondari, specifici o legati a variazioni aromatiche. Quando gli amminoacidi del sake incontrano il glutammato del cibo, non lo combattono, ma ne elevano la sapidità naturale, rendendola multidimensionale senza appesantire il palato. Diversamente da un umami monocorde, cioè meno complesso, se ne può percepire talvolta, in alimenti e bevande, uno ancora più ricco e complesso e capace di generare il kokumi effect.

Le temperature di servizio del sake sono molteplici e devono essere gestite con metodo e precisione. Com’è noto, la versatilità della temperatura di servizio modella la percezione sensoriale.

Sake Freddo (5-10 °C): Diventa lo specchio ideale per l’umami di pietanze fredde come sashimi, crostacei e tartare, dove la freschezza tagliente del fermentato di riso bilancia la dolcezza intrinseca del pesce crudo.

Sake Tiepido (35-40 °C): Consente al calore intrinseco di aprire le maglie degli amminoacidi. Il sake muta la sua consistenza in una carezza termica perfetta per l’umami caratteristico di preparazioni calde come il brodo dashi, gli arrosti e i formaggi fusi, sciogliendo i grassi intrinseci alle pietanze in una corrispondenza perfetta che ripulisce il palato.

Oggi poter motivare gli abbinamenti attraverso la conoscenza chimico-fisica del sake e delle sei reazioni può apparire semplice, ma è importante considerare quanto la saggezza popolare giapponese, pur senza le conoscenze scientifiche moderne, fosse straordinaria già secoli orsono nel praticare questi accorgimenti: cibo freddo con sake freddo, cibo caldo con sake caldo. Un principio semplicissimo, a patto che si tenga conto dello stile di Nihonshu più appropriato all’abbinamento.

Lo Yukimuro e il Canto del Silenzio

Il legame profondo tra la cantina Hakkaisan e il suo territorio si compie nello Yukimuro, la “stanza della neve”. Questo enorme frigorifero naturale custodisce tonnellate di neve invernale per far maturare il sake a una temperatura costante di 3 °C per tutto l’anno. In questo ambiente saturo di umidità avviene una maturazione silente: le molecole di alcol e acqua si legano in un processo di idratazione perfetto, smussando la pungenza tipica dei sake giovani. La neve cessa di essere un semplice ingrediente e diventa il freno naturale che permette al Toji di spingere la secchezza ai massimi livelli, preservando un’eleganza vellutata.

La Poesia dell’Acqua in Giappone: Nove Suoni per Nove Sake

In Giappone esistono almeno nove nomi diversi per descrivere il suono dell’acqua, e uno di questi indica il rumore di un giardino che canta. Tutto ciò è romantico quanto naturale in una terra scolpita dall’acqua in ogni sua forma: pioggia, fiumi, mare, sorgenti e neve che si scioglie. Per ognuno di questi accordi che la Natura ha creato, la poesia giapponese ha coniato un termine preciso in dieci secoli di storia. Sono suoni che, a forza di riecheggiare nel silenzio delle montagne, finiscono per assomigliare all’anima stessa del sake, custode della memoria dell’acqua.

A ciascuno di questi suoni è stato associato un sake specifico di seguito…

Amaoto (雨音) – Il Suono della Pioggia

È il primo dei suoni dell’acqua, il più universale. In Giappone non si dice “piove forte”, si dice: “L’amaoto è grande stasera”. È un modo gentile di tenere la distanza dalle cose. Non parli del fatto oggettivo, parli del suo suono. È così che si impara a non drammatizzare le giornate.

La carezza della pioggia a Saga
Nelle terre di Saga, la cantina Amabuki Shuzo ha catturato l’essenza di questo spartito celeste. L’Amabuki Junmai Ginjo “Amaoto” nasce da una visione poetica: i suoi lieviti non sono industriali, ma vengono estratti dai petali dei fiori di Abelia. Con un grado alcolico del 15% e un riso Saga no Hana levigato fino al 55%, questo sake si muove nel bicchiere con la stessa discrezione della pioggia che nutre la terra. Al palato non è mai drammatico; è una presenza gentile, floreale e sottile, capace di insegnare a chi lo beve come godersi il momento presente senza ansia. L’acqua dolce della pianura di Saga, povera di minerali pesanti, agisce come uno Shikomisui tenerissimo: permette ai lieviti floreali di operare con estrema lentezza, preservando gli aromi più volatili ed evitando che vengano coperti da una struttura troppo alcolica.

Seseragi (せせらぎ) – Il Mormorio del Ruscello

Quel rumore fine e continuo che fa l’acqua quando passa fra i sassi di un torrente. È il suono che, da sempre, fa addormentare i bambini in campagna. I medici giapponesi lo prescrivono come rimedio per chi soffre d’ansia. Non perché abbia poteri magici, ma perché ricorda al corpo che certe cose, in natura, non si fermano mai.

Il mormorio di Fukuoka
Spostandoci verso il sud, incontriamo l’Asahigiku “Seseragi” Tokubetsu Junmai, un sake che sembra essere stato distillato direttamente da un ruscello di montagna. La cantina Asahigiku, sita nella prefettura di Fukuoka, ha voluto creare un’opera che rispecchiasse la continuità del mormorio dei sassi. Usando riso Yamada Nishiki levigato al 60%, ha ottenuto un liquido cristallino, con un alcol moderato che invita a sorsi piccoli e ripetuti. Questa linearità acustica si specchia perfettamente nella chimica dello Shikomisui locale, un’acqua di media durezza che garantisce una fermentazione lineare e costante. Questa stabilità minerale permette al Toji di ottenere una bevibilità infinita: il lievito lavora senza picchi di calore, creando un profilo aromatico pulito che scorre sul palato senza intoppi, imitando il fluire ininterrotto del torrente.

Taki no oto (滝の音) – Il Suono della Cascata

È un rumore grosso, pieno, continuo. Yosa Buson, celebre pittore e poeta giapponese, scrisse nel ‘700 un haiku famoso: Da vicino e da lontano, sento il suono delle cascate, fra le foglie nuove. Il taki no oto non si ascolta semplicemente: lo si abita. Le persone che hanno sentito una vera cascata da vicino lo sanno: per qualche minuto si smette di pensare. È una pulizia della mente.

Il fragore di Hyogo
A Nada, nella prefettura di Hyogo, l’acqua si fa dura e carica di minerali: è la celebre Miyamizu. Qui, la storica cantina Kenbishi produce il Kuromatsu, un sake che si rivela una vera e propria cascata sensoriale. È un Honjozo potente, con un grado alcolico che tocca il 17% e un carattere maschile e robusto, prodotto con un blend di Yamada Nishiki e Aiyama. Berlo è come stare sotto un getto d’acqua che pulisce i pensieri. Il suo gusto umami profondo e la sua struttura granitica sono figli di secoli di tradizione, la cantina risale addirittura al 1505, e rappresentano quel rumore pieno che mette a tacere il resto del mondo. Siamo nel regno minerale: lo Shikomisui, ricchissimo di fosforo e magnesio, agisce come un carburante ad alto numero di ottani per il lievito, scatenando la fermentazione vigorosa che edifica questa imponente architettura gustativa.

Nami no oto (波の音) – Il Suono delle Onde

Quel rumore lento, ritmico, eterno, che fanno le onde del mare contro la spiaggia. Ha la stessa frequenza di un respiro umano calmo. I terapeuti lo usano per lavorare con le persone che hanno subito traumi. C’è una ragione antichissima per cui ci sentiamo bene al mare, e probabilmente la conoscevano già duemila anni fa.

Il respiro del Lago Biwa
Sulle rive del più grande lago giapponese, nella prefettura di Shiga, la cantina Namino-oto Shuzo vive in simbiosi con questo ritmo eterno. Il loro Junmai “Enyu”, da riso Hanafubuki levigato al 65%, arriva a 15 gradi alcolici ed è il riflesso liquido di questo movimento. È un sake equilibrato, che non cerca l’eccesso ma la stabilità. Ogni sorso ha una sua ritmicità, un’acidità moderata che torna sul palato come l’onda che si ritrae sulla spiaggia. Attingendo dalle falde del Lago Biwa, lo Shikomisui presenta una mineralità ritmica, né troppo dura né troppo dolce. Questa neutralità asseconda il riso senza forzarlo, mantenendo un passo armonioso che molto si attaglia all’uomo dal cuore calmo come l’acqua immota.

5. Mizu no oto (水の音) – Il Suono dell’Acqua

È un termine generico, minuto, essenziale. Bashō, nel 1686, scrisse l’haiku più famoso della letteratura giapponese: Vecchio stagno, una rana si tuffa, mizu no oto. Tre versi in cui risiede l’intera filosofia zen. Le cose importanti, di solito, sono le più piccole. Il loro suono dura un secondo, poi torna il silenzio.

La trasparenza di Niigata
A Niigata, dove l’acqua è talmente pura da sembrare sacra, la cantina Hakkaisan produce il suo Tokubetsu Junmai. Questo sake incarna l’haiku di Bashō: è l’essenza stessa dell’acqua. Utilizzando la fonte sorgiva Raiginden e un riso levigato al 60% (Gohyakumangoku per il Koji e Yukinosei per il kakemae), questo prodotto raggiunge i 15.5% gradi alcolici, ma con una pulizia tale da sparire un secondo dopo il sorso. È un sake secco e affilato, dove l’eco del gusto dura un istante e poi lascia spazio a un silenzio perfetto, ricordandoci la potenza delle cose sottili. Come evidenziato nella prima parte del saggio, la purezza estrema dell’acqua impone al processo una linearità assoluta, traducendosi nello storico timbro cristallino della regione.

Umi no oto (海の音) – Il Suono del Mare

Diverso da nami no oto, la singola onda, Umi è il mare nel suo insieme: il suo brusio profondo, il suo respiro lontano che si avverte ben prima di infrangersi sulla scogliera. C’è un certo tipo di nostalgia, in chi è cresciuto vicino al mare, che resta per tutta la vita. È un umi no oto interiore, quell’appartenenza insondabile di chi naviga attraverso l’esistenza conscio della forza della Natura.

La nostalgia oceanica di Kochi
Affacciata sull’Oceano Pacifico, la cantina Hamakawa Shoten nella prefettura di Kochi distilla questa attitudine marina. Il loro sake “Bijofu Kai” è un Tokubetsu Junmai prodotto con la pregiata varietà di riso Matsuyama Mitsu levigato al 60%. Esso evoca il riecheggiare delle onde lontane all’orizzonte. Ha una mineralità affilata e una salinità sottile che accompagna il pesce crudo in modo magistrale. In questa zona costiera, lo Shikomisui è acqua di sorgente montana che corre veloce verso l’oceano. La sua composizione chimica favorisce una fermentazione che esalta la sapidità naturale del riso, restituendo un sake asciutto e dall’autentica anima marina.

Yukidoke no oto (雪解けの音) – Il Suono della Neve che si scioglie

È un suono raro, che si sente generalmente verso marzo, in montagna. Le gocce d’acqua cadono dai rami e dai tetti in un ritmo crescente, annunciando la primavera prima ancora dei fiori. Ci sono periodi della vita così: tutto sembra ancora fermo, eppure, sotto quel manto immacolato, qualcosa si agita silenziosamente, pronto a dare vita al nuovo. Proprio in quel momento la neve si fa suono.

Il disgelo a Gunma
La cantina Ryujin Shuzo, a Gunma, celebra questo istante con il suo Oze no Yukidoke, un Junmai Ginjo Namazake,ossia crudo, non pastorizzato. Con un riso Yamada Nishiki levigato al 50% e un’anima vibrante, questo sake è l’annuncio della primavera. Berlo significa sentire l’acqua che riprende a scorrere; è il calore che torna dentro qualcosa che è rimasto a lungo nella morsa del gelo. Lo Shikomisui proviene direttamente dalle nevi sciolte delle montagne di Oze. È un’acqua giovane, appena nata, che entra nei tini portando con sé una vitalità briosa. Questa purezza stagionale permette di produrre un fermentato fragrante, capace di fotografare il risveglio della natura.

Suikinkutsu (水琴窟) – La Cetra d’acqua nella Grotta

Sotto certi giardini zen, verso il ‘600, i giardinieri presero la consuetudine di seppellire un vaso di ceramica capovolto. Quando l’acqua vi gocciola dentro attraverso un foro, il vaso risuona come fosse una cetra sotterranea. È un suono nascosto, che può durare secoli senza che nessuno lo veda. Le cose più belle, in Giappone, sono spesso proprio quelle che rimangono invisibili agli occhi.

La cetra segreta di Hiroshima
La cantina Kamoizumi di Hiroshima interpreta questo mistero attraverso l’arte dei sake invecchiati, i cosiddetti Koshu. Il loro Junmai, da riso Yamada Nishiki, è un liquido dorato che ha riposato nel buio per anni. Come la cetra sotterranea, è una bellezza che si svela con il tempo, offrendo note evolute di funghi, spezie e legno. È un sake meditativo, fatto per essere ascoltato con pazienza. Hiroshima è famosa per le sue acque estremamente dolci, che richiedono la celebre tecnica di fermentazione lenta chiamata Soft Water Brewing. Lo Shikomisui è così delicato che il lievito impiega molto tempo a compiere la sua attività. Questa lentezza genetica prepara il liquido a una straordinaria resistenza decennale nell’oscurità della cantina.

Shio-sai (潮騒) – Il Rombo della Marea

Nel 1954, Yukio Mishima ne fece il titolo di uno dei suoi romanzi più famosi. Shio-sai è il suono basso, costante, profondo, che il mare produce quando la marea sale o scende, avvertito da grande distanza. Non è una semplice onda fugace; è una direzione, il flusso gravitazionale che lega la Terra alla Luna e che diventa rombo nella fase di marea montante.

Il rombo della terra a Ishikawa
Nella prefettura di Ishikawa, la cantina Shata Shuzo produce il Tengumai Yamahai Junmai. È un sake imponente, dal colore giallo antico e dai profumi terrosi e fermentati, prodotto con riso Gohyakumangoku. Il Toji utilizza il metodo ancestrale Yamahai per ottenere un’acidità spinta, verticale e profonda. Lo Shikomisui di Ishikawa è denso, ricco di carattere locale. In combinazione con la tecnica Yamahai, quest’acqua permette lo sviluppo di batteri lattici naturali che donano al corpo una struttura selvaggia. È una fermentazione che quasi ruggisce nel tino, producendo quel corpo robusto e quel rombo gustativo che evoca la forza della marea montante.

Preservare le Acque: una Sfida Contemporanea

Nove parole. Nove suoni. Nove modi di stare al mondo e di interpretare il sake giapponese. In Giappone si dice che le persone che hanno ascoltato l’acqua abbastanza nella vita, alla fine, smettono di temerla, perché si accorgono che fa sempre la stessa cosa in modi sempre diversi: scorre, gocciola, batte, si ritira, ritorna. Le persone più calme, di solito, sono quelle che hanno conservato un contatto speciale con un elemento acquatico, o che, da qualche parte nella loro vita, hanno avuto un contatto speciale con un fiume, un lago o il mare.

Persino nei film animati di Hayao Miyazaki l’acqua è un elemento vitale e magico. Essa diventa mare, pioggia o fiume, e rappresenta il cambiamento, la purificazione e la libertà. Il legame tra l’acqua e le sue opere si esprime in visioni poetiche e ambienti fluidi che avvolgono i personaggi. Allo stesso tempo, il lavoro di Miyazaki costituisce anche un invito a una doverosa e responsabile presa di coscienza ambientale. Questa piccola tassonomia delle sonorità non deve essere letta, però, solo come un esercizio di stile o come un modo di interpretare il sake attraverso l’acqua, non soltanto. In un Giappone che affronta il cambiamento climatico e l’urbanizzazione galoppante, la tutela delle sorgenti sacre, le Meisui, è diventata una priorità di sicurezza nazionale e culturale.

Se lo Shikomisui mutasse la sua composizione minerale a causa del ritiro dei ghiacciai o dell’impoverimento delle falde, l’intero patrimonio enzimatico e microbiologico delle sakagura rischierebbe l’estinzione. Preservare oggi il suono dell’acqua, la sua quintessenza, significa garantire l’inalterabilità di un gusto specifico, di modo che un sorso di sake possa continuare a tradurre la memoria di un territorio e lasciarne l’anima intatta.

Il tour di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” giunge a Castellammare di Stabia con una bellissima sorpresa

Per una volta, una sola volta, mettiamo da parte il discorso sull’enogastronomia e sull’agricoltura che verrà affrontato in un prossimo articolo. Restiamo ancorati al territorio di Castellammare di Stabia e alle tante bellezze tutte da scoprire grazie al tour di Praesentia. Gusto di Campania Divina organizzato dalla Regione Campania per valorizzare aree turistiche in via di espansione.

Sospesa tra l’azzurro del mare e il verde dei Monti Lattari, Castellammare di Stabia è una terra dal patrimonio storico, naturalistico e industriale unico in Italia. Antica terra d’elezione dei patrizi romani, l’allora Stabiae condivise il tragico destino di Pompei nell’eruzione  del 79 d.C. Oggi, le sue imponenti ville d’otium – Villa San Marco e Villa Arianna che, affacciate dalla collina di Varano svelano il volto più esclusivo e sfarzoso dell’Impero. Questo legame indissolubile con l’archeologia è custodito nel Museo “Libero D’Orsi”, ospitato nella splendida cornice della settecentesca Reggia di Quisisana, antica dimora estiva dei Borbone.

Nota storicamente come “Metropoli delle Acque” per le sue ben 28 sorgenti idrominerali, la città ha fra i suoi  simboli più eleganti la Cassa Armonica, gioiello Liberty nel cuore del lungomare. Castellammare è una delle città più importanti della marineria italiana: nel Cantiere Navale, fondato nel 1783 e ancora attivo, sono state progettate, costruite e varate le navi più iconiche del Paese, prima tra tutte la nave scuola Amerigo Vespucci, nel 1931.

Immersa in un monumentale parco secolare alle pendici del Monte Faito, la Reggia di Quisisana è una delle  dimore reali più antiche e affascinanti della Campania. Il suo stesso nome ne svela la vocazione originaria: un luogo eletto “qui si sana”, scelto fin dal Trecento dai sovrani d’Angiò e d’Aragona per la salubrità dell’aria, la  ricchezza delle sorgenti e la vista panoramica sul Golfo di Napoli. Il complesso ha vissuto il suo massimo splendore nel Settecento durante il regno dei Borbone. Fu Re Carlo III a trasformarlo in una sontuosa reggia barocca, vera e propria oasi di caccia e villeggiatura estiva della corte,  circondata da splendidi giardini all’italiana con fontane e terrazze panoramiche.

Dopo un attento restauro, la Reggia è tornata al centro della vita culturale internazionale. Al terzo piano ospita il nuovo Museo Civico comunale che completa idealmente il racconto storico della città. Con il Museo “Libero  D’Orsi” celebra i fasti archeologici dell’epoca romana, il Museo Civico è uno spazio espositivo 4.0, digitale e  interattivo, progettato per narrare l’identità profonda e la storia contemporanea del territorio stabiese. Organizzato attorno ai quattro elementi naturali: acqua, terra, aria e fuoco, il percorso multimediale offre un’esperienza immersiva unica.

Raccontare il patrimonio artistico e museale italiano significa raccontare la storia del territorio, fatta di bellezza inestimabile ambita nelle scelte turistiche di molti Paesi nel mondo. Le tradizioni locali, anche povere che rappresentano un passato sociale denso di sofferenza e di voglia di riscatto, arricchiscono il cuore di emozioni forti. Immaginare l’arte dell’arrangiarsi, la resistenza di un popolo e la crescita radicata in un tessuto comune serve da monito alle future generazioni in un mondo troppo veloce e poco concreto.

Campania, la visita ad Abbazia di Crapolla a Vico Equense

In epoca medievale la grangia era l’azienda agricola che faceva capo a un’abbazia e non distava più di una giornata di cammino da essa. Non si sottrae a questa regola l’Abbazia di San Pietro, sita lungo il sentiero che da Torca raggiunge il Fiordo di Crapolla, di fronte all’Isola di Isca e a Li Galli, in costiera amalfitana.

Il toponimo Crapolla, che per estensione andò a identificare l’antica abbazia di epoca alto medievale, deriva dal fatto che in epoca antica in questo punto era ubicato un tempio dedicato ad Apollo. La grangia dell’Abbazia di Crapolla era situata invece lungo l’antico sentiero di Minerva che tagliando in due la Penisola Sorrentina e i Monti Lattari giungeva in meno di una giornata di cammino su un pianoro che guarda il Golfo di Napoli e il Vesuvio, oggi in località San Salvatore di Vico Equense. E partendo proprio dai casolari ormai dismessi dell’antica grangia, Fulvio Alifano nel 2007 ha dato il via al suo progetto vinicolo: Abbazia di Crapolla.

Chiacchieriamo con il dottor Alifano – che di professione è medico anestesista ma per passione si dedica alla terra – in una sera d’estate, sorseggiando Poizzo davanti a un meraviglioso scenario: Il Golfo di Napoli, Il Vesuvio, Ischia e Capri.

Fulvio Alifano ci racconta la storia del suo progetto, in un territorio, quello di Vico Equense e della Penisola Sorrentina, prettamente agricolo ma con una propensione rivolta ad altre colture: ulivi e agrumi. Il suo racconto inizia dalla lunga trattativa – che non ha nulla da invidiare a quella che Angelo Gaja deve aver sostenuto per i terreni di Ca’Marcanda – per acquisire la terra e i manufatti dell’antica grangia: un luogo a lui caro perché qui suo padre, medico condotto, riceveva gli assistiti. “Non si possiede la terra, è la terra che possiede te”, prosegue Alifano, spiegando come abbia deciso di recuperare in questo luogo quello che i monaci facevano già nel Medioevo.

“Da un documento del 1526 in cui si parla di una lite tra la famiglia Carafa e l’Università di Vico Equense sul prezzo dei vini di Crapolla, emerge che già all’epoca qui si coltivava la vite. Anche lo storico greco Strabone chiama questo tratto di costa Sireos, ossia la terra adatta alla produzione del vino e al pascolo degli armenti”, prosegue Alifano.

Oggi i manufatti dell’antica grangia, sottoposti a vincolo della sovrintendenza archeologica, sono stati completamente recuperati, trasformati in locali di cantina e ospitalità, mentre i circa due ettari e mezzo di terreno intorno alla proprietà sono stati destinati alla vigna: principalmente fiano, falanghina, pinot nero e i ceppi originari, che già insistevano sulla proprietà, di uva di Sabato, specie autoctona precipua del territorio di Vico Equense.

La prima consulenza è stata quella del professor Luigi Moio che suggerisce impianti stretti a 9000 ceppi per ettaro per contrastare la forte vigoria determinata dal terreno fertile e propone l’impianto del pinot nero, come nella migliore tradizione dei vini d’abbazia.

Una sfida, ci spiega Fulvio, quella di vinificare questa uva in un territorio poco vocato, un vino, il Nireo, che ha accompagnato con la sua evoluzione il percorso di Abbazia di Crapolla: “Oggi Nireo ha raggiunto un suo equilibrio, lo definiamo un pinot mediterraneo da suolo vulcanico.” Ormai da qualche anno alla conduzione agronomica ed enologica troviamo Arturo Erbaggio, che ha portato avanti anche l’ultimo impianto di fiano risalente al 2022.

Abbazia di Crapolla ha all’attivo quattro etichette per un totale di poco meno di ventimila bottiglie: Sireo, Nireo, Poizzo, e Sabato.

“Tutti i nomi dei vini li ha ideati mio fratello e sono legati al mito e al territorio.”

Sireo, blend di falanghina e fiano, etichetta di punta della cantina, si ispira proprio al Sireos di Strabone. Imbottigliato per la prima volta nel 2010, è fine ed elegante, figlio di un territorio vulcanico e mediterraneo, non alza mai la voce e si esprime attraverso i profumi di quelle erbe aromatiche così presenti sul territorio.

Fuori dalla DOP Penisola Sorrentina per la scelta di utilizzare il fiano, è un Campania IGP.

Nireo, che identifica il pinot nero, è il figlio di Poseidone, omaggio al mare della mitologia, mentre Poizzo, è il nome locale del vento serale che soffia dal mare. Infine Sabato, che è vinificato con una percentuale di uva di sabato, i cui ceppi centenari a piede franco sono ancora presenti in alcuni punti della proprietà. La retroetichetta recita “secondo i Romani, le uve che maturavano in sesta epoca, si legavano al sesto giorno della settimana.” Questa è una delle interpretazioni legate al nome di questo vitigno, ma c’è chi giura che il nome derivi dal giorno in cui i monaci si recavano a Napoli a vendere il vino o addirittura al Fiume Sabato, spostandone l’origine in Irpinia.

I progetti futuri sono ambiziosi e importanti: a partire dalla bollicina metodo classico da pinot noir alla cantina ipogea, scavata nella roccia calcarea.

Nel frattempo Noemi e Antonio, i figli di Fulvio e Piera, muovono i primi passi nell’accoglienza enoturistica. E’ possibile infatti effettuare un percorso tra vigna e cantina, in un luogo ricco di fascino: lontano dal caos e dal turismo di massa perché localizzata al termine di un sentiero collinare percorribile solo con auto di piccole dimensioni, Abbazia di Crapolla offre uno dei panorami più emozionanti di Vico Equense e della Penisola Sorrentina. Sorseggiare qui un bicchiere di vino al tramonto non ha eguali. E noi lo abbiamo fatto.

POIZZO CAMPANIA BIANCO IGP 2024

Blend di falanghina, fiano e una piccola percentuale di malvasia. Vinificazione in acciaio. Il naso è invitante, profuma di fiori di campo e salvia, la beva è fresca e immediata; dopo qualche istante nel bicchiere si fa strada la salsedine e la nota iodata.

SABATO VINO ROSSO

Blend di merlot, pinot nero e uva di sabato. Vinificazione in acciaio.

Uva tardiva, il sabato si vendemmia a novembre inoltrato ed è caratterizzata dalla spiccata acidità, che in questo blend si ingentilisce grazie alla presenza del merlot.

Il naso è goloso di piccoli frutti rossi e rose, con screziature fumé. Al palato è un piacevole vino rosso da sorseggiare fresco in estate.

ABBAZIA DI CRAPOLLA

Via San Filippo, 3

80069 Vico Equense (NA)

Campania, a Pignataro Maggiore il Giardino delle Zucche si veste d’anguria per il Summerween

Quando negli anni Sessanta Oreste Del Buono tradusse le celebri strisce dei Peanuts, adattò il termine pumpkin (zucca) in cocomero, consegnando alla storia dei fumetti un personaggio immaginario destinato a diventare mitico: Il Grande Cocomero, libera traduzione di The Great Pumpkin. Nell’immaginario del fumettista Charles M. Schulz The Great Pumpkin era una versione in stile Halloween di Babbo Natale, ma dato che il pubblico italiano dell’epoca non aveva ancora dimestichezza con questa tradizione, Del Buono pensò bene di sostituire la grande zucca con un ortaggio più vicino alla tradizione mediterranea.

Ecco perché non stupisce l’originale manifestazione organizzata da Emily Turino, ideatrice e mente creativa de “Il Giardino delle Zucche” a Pignataro Maggiore (CE): per una sera, il più grande giardino di zucche d’Europa si è trasformato in un campo di cocomeri stregati dando vita alla seconda edizione del Summerween, quando l’estate incontra Halloween.

Nato nel 2017, Il Giardino delle Zucche – Pumpkin patch vuole celebrare la più popolare festività statunitense, Halloween, ricreandone l’atmosfera all’interno di un tipico villaggio rurale dell’entroterra americano.

Emily, di madre americana e padre italiano, dopo aver vissuto a lungo negli Stati Uniti, ha voluto portare in provincia di Caserta il tratto più autentico della tradizione americana. Casa Turino, maestoso edificio bianco nello stile coloniale del New England, si trova al centro del grande parco che in periodo autunnale si riempie di zucche. Nella versione estiva alle zucche si sono sostituiti i cocomeri, ma l’intento è rimasto lo stesso: un luogo stregato, dove bambini e adulti hanno potuto divertirsi nel corso di un intero pomeriggio.

Accolti dal grande albero di cocomeri, circondati da scheletri e fantasmi, si poteva passeggiare tra i viali del giardino o mangiare all’ombra del grande patio. Come sottofondo le musiche dei più celebri film di genere: da Beetlejuice, spiritello porcello a La Famiglia Adams. Nel Pumpkin patch poi la ricerca del cocomero ideale: decine di meloni sparsi sul prato, il classico carretto per caricarli e a seguire laboratori d’intaglio e di pittura, infine, al calare della sera, il cinema con proiezioni di film horror, lo studio delle stelle con un astronomo e i fuochi d’artificio come gran finale di serata.

Non è mancata la parte food a tema, ricca di scelte plant based come gli hamburger di melanzana, insalata e mayo alla zucca o la multiforme proposta del fruit bar di Emanuele Frigenti – fruit designer, con le sontuose bowl di frutta o l’originale anguria gialla, ibrido tra l’anguria classica e l’ananas, una dolcezza piacevolmente acidula. Tra i classici a menù pannocchie al burro, brownies e gli smore’s dolci e salati, marshmellow o formaggio babybell scaldato, come nelle rappresentazioni più tipiche degli scout americani.

Un unico lungo pomeriggio dedicato alle angurie, per aprire la prossima stagione autunnale, quando, a partire dal 26 settembre, più giornate saranno dedicate alla raccolta delle zucche, dei tagete, o del Thanksgiving and tree patch per celebrare la magia dell’autunno con un autentici momenti in famiglia in stile tutto americano.

IL GIARDINO DELLE ZUCCHE

Via Giancarlo Siani, 2

81052 Pignataro Maggiore (CE)