Quando la Valpolicella parla in versi: Azienda Agricola Meroni

Chi non ha mai visitato la Valpolicella non può capire bene che luogo magico rappresenti. La Valpolicella è un insieme di colline e valli a nord della città di Verona, in Veneto e si divide in Classica, Valpantena e Orientale.

Ed è proprio qui, nella Valpolicella Classica, a Sant’Ambrogio di Valpolicella, che troviamo Azienda Agricola Meroni. La cantina nasce nel 1935 dal nonno degli attuali proprietari che acquista i terreni dove tuttora sorgono i vigneti e la cantina.

Carlo Roberto Meroni arriva sul territorio veronese dalla Brianza fra la prima e la seconda guerra mondiale e apre una cappelleria proprio nel centro della città scaligera in Piazza delle Erbe. Qui viene in contatto con una serie di personalità dedite alle più svariate occupazioni, dal commerciante, al cantante, all’ artista al poeta, inserendosi appieno nel tessuto sociale della città.

Anche grazie a queste conoscenze nel 1943, in pieno periodo di guerra, il Signor Meroni riceve una lettera da quello che senza dubbio è il più celebre poeta veronese, Berto Barbarani, uno dei maggiori esponenti della poesia dialettale italiana.

In questa missiva il Barbarani scrive così:

“Meroni caro abbiamo ricevuto 

il Sant’Ambrogio fatto di Velluto

che alla tua salute abbiam bevuto…

In queste universali parapiglie

ti assicuriamo che le tue bottiglie

sono la farmacia delle famiglie !”

Sicuramente un forte impulso per continuare nella sua giovane attività di produttore di vini. Vini fortemente identitari come si confà alla Valpolicella, già serbatoio dell’impero romano a cui deve proprio il nome “val polis cellae” la valle dalle mille cantine. Oggi l’Azienda Agricola Meroni produce un’ampia gamma di vini tipici della denominazione, utilizzando, in diverse percentuali, un blend di uve autoctone, caratteristica peculiare della vallata: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara.

Quest’ultima viene volutamente mantenuta per preservare un tratto distintivo dei vini di famiglia, in pieno accordo con la tradizione della cantina. Cambiano le lavorazioni e gli appassimenti, al fine di conferire caratteri e profondità differenti ai vini seguendo i vari disciplinari, ma vengono sempre e solo impiegate uve autoprodotte nei terreni di proprietà. Il podere La Sengia si trova subito dietro alla cantina e nella vallata sotto lo spettacolare paese di San Giorgio ”In Gana poltron” da cui si gode di una bellissima vista.

L’altro è Podere Maso località la Grola, situato sull’ ultima collina della Valpolicella Classica con un clima particolarmente benevolo grazie all’influsso del vicino lago di Garda che mitiga le temperature d’estate e d’inverno. Dalla raccolta di queste uve, dall’appassimento naturale su graticci e dal processo tradizionale di vinificazione si ottengono le due loro linee di prodotti “Sengia” e il “Il Velluto” appunto dedicata al poeta veronese.

In un calice dei vini Meroni si ritrova così non solo l’espressione autentica della Valpolicella, ma anche il racconto di una famiglia, di un territorio e di una tradizione che attraversano il tempo. È una viticoltura che dialoga con la storia e con la poesia, capace di trasformare il paesaggio, la memoria e la cultura in esperienza sensoriale. Un patrimonio enologico che continua a rinnovarsi, rimanendo fedele a sé stesso, come solo i grandi territori e i grandi vini sanno fare.

Caserta, il 6 febbraio la presentazione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro a L’Amo Racconti di Mare

Cena-evento con ospiti e vini iconici della Campania

Caserta, 27 gennaio 2026 – Venerdì 6 febbraio, alle ore 20, il ristorante L’Amo Racconti di Mare di Rosario Rondinone, in vicolo Pietro Mascagni 10 a Caserta, ospiterà la presentazione del volume “La cucina napoletana” (Hoepli) di Luciano Pignataro, giornalista de Il Mattino,  tra i più autorevoli comunicatori e divulgatori del giornalismo enogastronomico italiano.

Giunto alla seconda edizione, il libro è uno degli ultimi lavori editoriali dell’autore e racconta Napoli come

un viaggio dell’anima, dove ’o magnà non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità, rito quotidiano. Una città dai mille volti, in cui ogni quartiere possiede una propria psicologia e una specifica inflessione culturale, capace di intrecciare realtà e immaginazione, quotidianità e mito, vita e memoria. A Napoli anche chi non c’è più continua a vivere nei gesti, nei sogni e nella proverbiale scaramanzia del popolo partenopeo.

Il volume, impreziosito da una veste grafica rinnovata, dalla prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e dalle fotografie di Ciro Pipoli, è un omaggio ai 2.500 anni della città e alla sua inesauribile capacità di trasformare il cibo in cultura condivisa.

La cena-evento del 6 febbraio sarà un invito concreto alla condivisione e al piacere della tavola come stile di vita. A dialogare con l’autore saranno la giornalista di settore Antonella D’Avanzo e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta (AIS).

In cucina, accanto al giovane executive chef de L’Amo, Pasquale Cavallo, che proporrà una personale interpretazione di alcuni dei piatti del cuore di Luciano Pignataro, ci sarà il pastry chef Guido Sparaco di Castel Morrone, socio fondatore di PAART, associazione impegnata nella valorizzazione della pasticceria d’arte attraverso l’uso esclusivo di ingredienti naturali e privi di semilavorati, con una selezione dedicata alla pasticceria napoletana.

Nel calice, a raccontare il territorio, due aziende simbolo della viticoltura campana di qualità: Montevetrano e Villa Matilde, realtà capaci di coniugare tradizione, ricerca e visione contemporanea. Vini iconici che, anche grazie alla firma enologica di Riccardo Cotarella, trovano spazio naturale nelle carte dei ristoranti che intendono rappresentare al meglio l’eccellenza della Campania.

A Pozzuoli l’idea del Temporary Sushi Corner di White Chill Out sfida la tradizione orientale

Sul lungomare del borgo puteolano un nuovo concept prende forma con il lancio del Temporary Sushi Corner – limited edition – di White Chill Out. Fino al 15 febbraio il ristorante di mare si trasforma in una fucina di preziosità asiatiche, con quel tocco di mediterraneo che contraddistingue da sempre la cucina campana.

«Da sempre il nostro obiettivo è puntare all’eccellenza nella nostra terra, valorizzandola attraverso il gusto e l’innovazione», racconta Nicola Scamardella, proprietario del White Chill Out Lungomare. «Il Temporary Sushi Corner nasce proprio da questa visione: offrire esperienze che parlino di qualità, ricerca e identità, senza mai perdere il legame con il mare e con il territorio che ci ospita».

Il cocktail signature

A Pozzuoli l’arte del lavorare le meraviglie del pescato è storia di secoli. Tradizione dei popoli del mare, in un luogo rinomato dall’antica Grecia e dagli imperatori romani che su queste spiagge paradisiache costruivano il proprio buen retiro. Ed in fin dei conti la linea che demarca la gastronomia orientale da quella occidentale non riguarda tanto la scelta dei pesci da utilizzare, quanto piuttosto la loro preparazione e l’utilizzo di riso, alghe e salse come condimento.

I Roll

Il mare è un punto di partenza, il gusto la destinazione; l’incontro tra sapori nostrani fatti di erbe officinali e spezie calde è un plus valorizzato dallo chef Romerson Coelho. Il White 24K Roll ad esempio è una dichiarazione di stile: alga nori, riso, sesamo, tonno rosso e gambero di Mazara del Vallo si intrecciano con una tartare di astice blu cotto, maionese al basilico e menta, wasabi fresco giapponese, caviale di yuzu e una sottile scaglia di oro 24k.

Geometrie di salmone

Più diretto ma altrettanto identitario il Flegreo Roll: alga di soia, riso, gambero fritto in panko, tartare di sauté di vongole, maionese giapponese all’olio di prezzemolo e masago arare. Qui il mare è protagonista assoluto, in una lettura che richiama il territorio flegreo con sensibilità contemporanea.

Il tagliolino

Le geometrie di salmone guardano alla parte gourmet, un piatto dove il disco solido di salsa ponzu crea vivacità, lasciando libera scelta al commensale sulle giuste proporzioni d’assaggio. Chiudono la serie degli antipasti il verace polpo in doppia consistenza dell’Octopus Infusion tra patata liquida e limone candito e L’oro d’Islanda, un delicato fritto di baccalà con crema di provola affumicata e friarielli al forte.

Risotto alla pescatora 2.0

Ritorno a casa tra il classico risotto alla pescatora 2.0 e il tagliolino fresco con acciughe del Cantabrico, burro, limone di Sorrento, per capire e distinguere le eventuali differenze tra Est ed Ovest del mondo.

Il Blu Theatre, a Sorrento, propone dinner show e musica live: 4 appuntamenti da non perdere

Immergersi nella sala del Blu Theatre a Sorrento è un’esperienza davvero straordinaria.

Una novità assoluta in Campania: un’ambientazione esclusiva, all’interno della storica struttura del Cinema Teatro Armida, nella quale vengono proposte esperienze “immersive”, con spettacoli dal vivo affiancati da un’offerta gastronomica d’eccellenza.

A febbraio, sono già quattro le serate in cartellone, tutte di sabato: 7, 14, 21 e 28 con ingresso a partire dalle 20.30, quando ci si può accomodare al bar, all’ingresso della sala, per un aperitivo.

L’evento entra nel vivo alle 21.00, con un dinner show che combina una cena gourmet a uno spettacolo internazionale con ballerini, cantanti e acrobati e, a seguire,  fino alle 24  si continua con musica dal vivo.

Le live band in programma sono quattro, una per ciascuna serata: i Bartistik, il 7;  Pino delle Noci, il 14;  i Quattro Quarti, il 21 e, infine, i Manhattan Swing.

Per info: 3319925853

“’O famo strano?” Anche il vino ci prova… storie e curiosità dietro i nomi più bizzarri

Il mondo del vino non è solo tradizione ed eleganza, ma anche ironia e fantasia. Se è vero che il vino è poesia imbottigliata, come diceva Stevenson, a volte questa poesia ha titoli davvero originali. Dai vitigni che sembrano usciti da una favola ai vini che paiono inventati da un comico.

Cominciamo dalle protagoniste principali: le uve. Alcuni nomi sono così particolari che viene spontaneo chiedersi chi li abbia inventati e quale storia si nasconda dietro quelle parole.

Allora al via la descrizione di queste stranezze:

  • Pecorino

Confesso che, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino, il suo nome mi lasciò perplessa: cosa c’entra il formaggio con il calice? In realtà, il Pecorino è un antico vitigno a bacca bianca, tipico dell’Italia centrale, le ipotesi sull’origine del suo nome sono varie. C’è chi lo riconduce alle greggi di pecore che un tempo pascolavano tra i filari, e si cibavano dai suoi acini dolci; chi sottolinea la somiglianza del grappolo, dalla forma allungata, alla testa della pecora; chi riconduce il nome all’abbinamento con il noto formaggio e alla somiglianza nel gusto; altri ricordano come il Pecorino fosse un vino di bassa qualità destinato appunto ai pecorari. Oggi c’è stata una riscoperta del vitigno e l’omonimo vino sta riscuotendo un grande successo grazie alla sua freschezza ed eleganza.

Schioppettino

Non è un petardo, ma un vitigno friulano dal carattere speziato. Il nome? Probabilmente legato al suono dei vinaccioli che “scoppiettano” sotto i denti o, secondo un’altra teoria, al fatto che la sua elevata acidità provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, causando talvolta la fuoriuscita del tappo con un vero e proprio “scoppio”. Lo Schioppettino è un rosso dal colore violaceo intenso, fresco e vivace grazie alla sua acidità. Ha corpo equilibrato, tannini delicati e un grado alcolico moderato. Da giovane sprigiona profumi di frutti di bosco, mentre con un lieve affinamento si arricchisce di note muschiate.

Passerina

Il nome Passerina deriva probabilmente dai passeri, golosi dei suoi piccoli acini dorati, dolci e succosi.

E’un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone,

Nel Novecento la Passerina finì in secondo piano, soppiantata dal più produttivo Trebbiano Toscano. Per anni fu persino scambiata per altri vitigni bianchi locali, come Bombino Bianco, Trebbiano e Biancame, complice la sua generosità e la somiglianza degli acini.

Gaglioppo

Sembra il nome di un supereroe o di un personaggio dei fumetti. In verità è un vitigno a bacca nera, simbolo della Calabria, che affonda le sue radici in una storia avvolta dal mistero. Il suo nome, secondo la tradizione locale, deriva dal termine dialettale “gaglioppo”, che significa “pugno chiuso”, un chiaro riferimento alla forma compatta e tondeggiante dei suoi grappoli. Questo vitigno è il protagonista indiscusso del Cirò, uno dei vini rossi più rappresentativi della regione.

Ma l’origine del Gaglioppo è tutt’altro che certa. Alcuni sostengono che il nome abbia radici greche e significhi “bellissimo piede”, evocando eleganza e armonia. C’è chi racconta che furono i Fenici a portarlo sulle coste calabresi, mentre altri credono che fosse già presente prima dell’arrivo dei Greci.

Vespaiola

Diffusa nel vicentino, è una varietà a bacca bianca che racconta la storia e l’identità di questo territorio. Il suo nome curioso si fonda su una caratteristica singolare: durante la maturazione, gli acini sprigionano una dolcezza irresistibile che attira le vespe, golose del mosto zuccherino.

Dal vigneto alla bottiglia, la Vespaiola si trasforma in Vespaiolo, un vino bianco secco con una vibrante freschezza e spiccata acidità.

Schiava

Il termine Schiava non indica un singolo vitigno, ma una famiglia di varietà a bacca rossa, conosciuta in Alto Adige anche come Vernatsch. Le diverse tipologie, pur con caratteristiche ampelografiche distinte, sono raramente coltivate separatamente.

L’origine del nome risale al Medioevo e deriva dall’espressione latina cum vineis sclavis, “con viti schiavizzate”: un riferimento alla forma di allevamento a filare, che prevedeva di legare la vite a un supporto per controllarne la crescita. Una pratica che si contrapponeva alla libertà delle viti selvatiche, lasciate crescere senza vincoli.

Tazzelenghe

Tra i vitigni a bacca nera più antichi e identitari del Friuli – Venezia Giulia, lo troviamo nella provincia di Udine e nelle colline dei Colli Orientali del Friuli, dove per secoli è stato parte integrante della viticoltura locale. Il nome, tra i più evocativi del panorama ampelografico italiano, deriva dal friulano “tace‑lenghe”, ovvero “taglia‑lingua”, chiaro richiamo alla spiccata tannicità e all’acidità decisa che caratterizzavano i vini potenti e severi. Documentato già nella prima metà dell’Ottocento, il Tazzelenghe era destinato a vini strutturati e longevi. Dopo un lungo periodo di declino nel Novecento, negli ultimi decenni è stato progressivamente riscoperto e valorizzato.

Grecomusc’

Traduzione letterale Greco Moscio, originario dell’Irpinia il suo vero nome è Roviello Bianco. Il termine “moscio” deriva da una caratteristica del tutto peculiare degli acini: la maturazione irregolare provoca una buccia leggermente rugosa e una polpa particolarmente concentrata, elementi che incidono in modo determinante sul profilo dei vini. Nonostante venga spesso confuso o associato al Greco, il Grecomusc’ non presenta legami di parentela genetica con quest’ultimo.

Dalle sue uve nascono vini di notevole complessità e tensione minerale, capaci di evolvere nel tempo.

Se i vitigni ci hanno sorpreso con la loro originalità, i produttori non sono da meno: anche i nomi e le etichette diventano un terreno di creatività senza confini.

In Toscana, un Sangiovese in blend con Canaiolo e Colorino, anche se sono in piccola percentuale, dà origine al Soffocone di Vincigliata, un tocco ironico che rende omaggio a Firenze e alla collina che accoglie la tenuta. Di origini norvegesi, il produttore Bibi Graetz ha saputo abbracciare la tipica goliardia fiorentina, scegliendo per il suo vino un nome provocatorio. Perché? La zona di Vincigliata, celebre per il castello vicino a Fiesole, è nota come rifugio romantico per coppiette in cerca di privacy. Artista oltre che vignaiolo, Graetz ha completato l’opera con un’etichetta incisa all’acquaforte, che racconta la stessa audacia del nome.

Montalcino dà il nome, ironico e irriverente, a un Rosso Igt che si chiama Bionasega prodotto da Rudy Cosimi. L’etichetta si prende burla con ironia tutta toscana della moda dei vini biologici. Rudy chiarisce: «Non ho nulla contro il biologico, ma spesso è solo marketing». Il suo Bionasega, invece, nasce da lavorazioni classiche e artigianali, senza scorciatoie. «In bottiglia si sente la differenza», assicura.

Massera Spaccafico produce un Nero di Troia che porta in etichetta il nome di Passera Scopaiola, il cui nome deriva dall’uccellino Passera Scopaiola, che nidifica negli arbusti di erica scoparia; il nome del vino gioca su questo nome, evocando la natura locale e talvolta con allusioni goliardiche o scaramantiche legate alle tradizioni

Il Bricco dell’Uccellone, icona della cantina Braida, nasce da Barbera coltivata sulle colline di Rocchetta Tanaro. Giacomo Bologna, fondatore nel 1961, rivoluzionò il vitigno grazie all’idea, ispirata da Luigi Veronelli, di affinare la Barbera in barrique francesi, trasformandola da vino semplice e fresco in un rosso strutturato, complesso e longevo. Il nome curioso deriva dal soprannome di una donna del luogo, sempre vestita di nero e con un naso che ricordava il becco di un uccello. E sempre in Piemonte, storico fu “No barrique no Berlusconi” il Barolo di Bartolo Mascarello in contestazione con le nuove tendenze sia enologiche che politiche.

Se volete stupire, puntate su Baciamisubito una Barbera del Monferrato giovane e fresca, firmata dalla cantina La Scamuzza. Il nome, immediatamente evocativo, cattura l’attenzione, mentre l’etichetta, ideata da Laura Zavattaro Bertone, racconta una storia di origini familiari e di autentica passione per il vino.

Anche oltreconfine il vino si diverte: ecco alcuni nomi stravaganti.

Cojon de Gato è una rara varietà autoctona a bacca rossa, coltivata prevalentemente nella regione spagnola dell’Aragona. Il nome curioso, che in italiano si potrebbe tradurre come “testicolo di gatto”, richiama la forma particolare degli acini: ovali e leggermente allungati. Tradizionalmente impiegata in blend, questa uva sta vivendo una nuova valorizzazione grazie a produttori che scelgono di vinificarla in purezza, esaltandone il carattere distintivo e il legame con il territorio.

Dietro il nome Fat Bastard si nasconde una storia divertente e un pizzico di audacia. Tutto nasce in una cantina del sud della Francia, dove Thierry Boudinaud e Guy Anderson assaggiavano uno Chardonnay lasciato a fermentare sulle fecce più a lungo del solito, sorprendentemente ricco e avvolgente. Davanti a tanta opulenza, Guy esclamò: “Now that’s a fat bastard!”. Da quella battuta è nata un’etichetta iconica, accompagnata dall’ippopotamo stilizzato, simbolo di rotondità e carattere.

Le Vin de Merd è il nome volutamente provocatorio di un vino francese nato in Languedoc per ribaltare i pregiudizi sui vini della regione. L’etichetta, che raffigura una mosca e porta lo slogan “Il peggiore nasconde il migliore”, gioca con l’ironia per sottolineare il contrasto tra la cattiva reputazione e la qualità reale del prodotto.

Allora, siete pronti a brindare con un Vin de Merd o con un Soffocone di Vincigliata?

Prosit!

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Shochu, il distillato giapponese per eccellenza

Il Giappone, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è guadagnato la fama di Paese produttore di whiskey, rum e gin, riscontrando un crescente apprezzamento tra i fine drinkers italiani e internazionali. In realtà, tra i distillati più autorevoli, autentici e rappresentativi del Giappone, lo Shōchū riveste un ruolo primario: la sua produzione è fatta risalire a tempi ben più remoti dell’arrivo degli europei in Estremo Oriente e quindi alla comparsa di altri superalcolici in quei territori.

Nella misura in cui oggi non ci è estranea la parola Nihonshu, più appropriata e specifica di Sake, termine quest’ultimo riferito all’alcol in termini generici, piuttosto che alla bevanda più in voga in una determinata area, anche lo Shochu ha un significato preciso e una storia piuttosto affascinante: Shochu si esprime attraverso due kanji, di cui uno molto simile a quello del sake, il cui significato complessivo  è “alcol bruciato“, designando così quanto il calore, diversamente che per un qualsiasi fermentato, sia inficiato nel processo di distillazione.

La definizione di Shochu pertanto è quella di distillato ottenuto preliminarmente dalla fermentazione della materia prima impiegata nel processo: infatti, tra le tipologie più apprezzate di Shochu si annoverano quello di riso, orzo, patate dolci, grano saraceno, talvolta semi di sesamo e castagne, o lo zucchero di canna, ma si possono utilizzare anche lo shiso e il sake kasu. Da ciò si evince che lo Shochu può avere una produzione molto diversificata e comunque non soltanto ridotta al processo di distillazione, proprio perché occorre modificare ed adeguare gli ingredienti principali attraverso le fasi fermentative. Pertanto, produrre Shochu implicherà necessariamente l’acqua, il koji bianco e i lieviti da Saccharomyces Cerevisia.

Generalmente la distillazione è multipla ma per i piccoli produttori, che generalmente coltivano le materie prime necessarie, lo Shochu viene distillato una sola volta, assumendo il termine di honkaku shochu, ossia autentico, con un sapore fortemente legato alla materia prima e meno alcolico. Lo Shochu distillato più volte è detto Kōrui Shochu.

Le origini dello Shochu risiedono anzitutto nell’Awamori, considerato suo progenitore: esso deriva infatti dall’introduzione delle tecniche di distillazione presso l’isola di Okinawa, al tempo nota come Ryukyu, direttamente dal Sud-Est asiatico attorno al XV secolo. L’Awamori, come per l’honkaku Shoshu, viene distillato una sola volta ma si differenzia da esso per l’impiego di un riso thailandese del gruppo indica e di koji nero, anziché bianco, venendo oltretutto affinato in anfora per almeno 3 anni.

L’Awamori è molto simile al Sato Tailandese, anticamente chiamato Lao-u o Lao Khao, a sua volta derivante dall’Arrrak, una ancestrale discendenza alcolemica derivatagli anche grazie alle relazioni commerciali dell’isola nipponica con l’alloraSiam. Non a caso Jorge Álvarez, esploratore portoghese che sostò diverso tempo presso il porto di Yamagawa, nei suoi resoconti di viaggio scrisse nel 1546 che i giapponesi consumavano, appunto un distillato di riso molto simile all’Arrak.

Proprio perché il regno di Ryukyu è stato un avamposto commerciale di fondamentale importanza, principalmente per il resto del Giappone e la Cina, attraverso i traffici marittimi, si sostiene che l’arte della distillazione dello Shochu sia partita da qui, di isola in isola, fino ad arrivare a Kyushu.

Esistono naturalmente altre ipotesi, come ad esempio quella che vorrebbe i pirati giapponesi, detti Wakou, grazie alle loro scorribande tra le isole del Mar Cinese Meridionale, abbiano introdotto distillati nel Paese del Sol Levante tra il XIV e XV secolo, trafugando addirittura degli alambicchi; anche l’ipotesi che la cultura della distillazione sia passata attraverso lo stretto braccio di mare tra il Giappone e la penisola coreana è abbastanza verosimile: al centro di questo canale si trova l’isola di Tsushima, appartenente a Kyushu, patria incontestabile dello Shochu tradizionale.

Le prime notizie sullo Shochu, risalenti alla fine del 1400, provengono proprio da questa area, così come una prima traccia scritta è custodita presso il tempio di Koriyama Hachiman aKagoshima ed è fatta risalire al 1559: consiste in una incisione su una tavola interna del tempio fatta dai falegnami che dice “Il capo sacerdote shintō del santuario era così tirchio da non averci mai offerto dello Shochu da bere”.

Il processo produttivo vede, generalmente, le seguenti fasi: preparazione del koji, composizione dello shubo nel moromi primario, fermentazione multipla parallela nel moromi secondario, distillazione, a pressione atmosferica o sotto vuoto, invecchiamento, diluizione, che porta lo Shochu dai 44° alcolici medi ai 25° finali, filtraggio e imbottigliamento.

Gli Shochu assumono la seguente denominazione a seconda della materia prima: il Kome Shochu, nato nella regione di Kuma, è fatto di riso ed è considerato lo shochu che ha dato vita a tutti gli altri, presentando aromi più raffinati anche grazie alla distillazione sotto vuoto; l’Imo Shochu viene prodotto grazie alla patata dolce e ha sempre rappresentato un distillato molto strong, anche se i moderni master distiller tendono a modelli più delicati; il Mugi Shochu, fatto con orzo, piuttosto che grano o segale, presenta un sapere leggero e fruttato, con note tostate; infine, il Soba Shochu viene fatto distillando il grano saraceno e presenta piacevoli note crispy.

Tra le aree più vocate primeggia appunto Kyushu, le cui sette prefetture producono Shochu di diverso tipo, a seconda del contesto storico, culturale e geografico, per quanto a Nord sia molto apprezzato il Mugi Shochu e il Kasutori Shochu, ricavato dal sake kasu, praticamente la “vinaccia” del sake. La prefettura di Nagasaki vede il rinomato Shochu di Iki, un’isola famosa per il distillato fatto con l’orzo. Il Kome Shochu di Kumamoto è molto celebre, così come a Miyazaki e Kagoshima lo sono quelli fatti con la patata dolce. Infine, l’isola di Amami è famosa per il Kokuto Shochu, ricavato dallo zucchero di canna, la cui produzione ebbe inizio durante la seconda guerra mondiale.

Lo Shochu è un grande prodotto, capace di rievocare uno stile di beva antico, articolato e diversificato, a seconda del distretto geografico di origine, è molto versatile nella miscelazione, ma viene consumato anche durante i pasti. In tal caso difficilmente viene bevuto liscio, ma sempre diluito sia con acqua calda che acqua fredda o con ghiaccio. Gli Shochu diluiti con l’acqua vengono chiamati Mizuwari, mentre quello con la soda è il cocktail più popolare, detto Chūhai, al quale si aggiungono anche aromi alla frutta come limone, pompelmo o yuzu.

A seconda della temperatura di servizio e della tipologia, gli Shochu si accompagnano benissimo al sashimi e alleostriche, così come alle fritture in tempura, ai ramen e agli stufati di manzo e maiale, incluse le preparazioni a base di ortaggi, funghi e tartufi, come pure alla pizza e ai formaggi, fino alle carni grigliate e al cioccolato fondente. Naturalmente gli Shochu e l’Awamori sono prestazionali anche in abbinamento al fumo lento.

In Italia, tra i maggiori estimatori ed esperti di questi nobili distillati è doveroso fare menzione di Luca Rendina, che con Bere Giapponese è diventato ambasciatore della cultura dell’alcol giapponese, promuovendone la degustazione attraverso masterclass di rilievo in diverse regioni e contesti. Evidentemente lo Shōchū costituisce un legame indissolubile tra storia, cultura, tecnica e arte produttiva, territorio e condizione economica del popolo giapponese, uno stile di bere raffinato, capace di conservare la memoria della materia prima da cui si ricava e con cariche aromatiche complesse ed intense.

Comunemente bevuto nelle Izakaya, lo Shochu, così come il Nihonshu, diventa un rituale votato alla socialità, essendo tra i drink preferiti per rilassarsi tra colleghi e amici dopo il lavoro, consumato spesso con piatti da condividere per corroborare vecchi legami o instaurarne di nuovi.

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti

Toscana: Montespertoli, dove la geografia diventa vino

Il debutto della mappa dei vigneti firmata Enogea racconta un territorio che si lascia finalmente leggere e comprendere.

Montespertoli ha il passo lento delle colline toscane, quello delle strade che si arrampicano tra vigne e oliveti, dei borghi che sembrano sospesi tra passato rurale ed energia contemporanea. Ma il 1° dicembre 2025, al MuTer, il Museo del Territorio, quel passo ha accelerato: per un momento, il cuore vitivinicolo del comune fiorentino ha battuto all’unisono, mentre la nuova mappa dei vigneti di Montespertoli veniva svelata alla stampa di settore e agli operatori. Insieme al collega Adriano Guerri, abbiamo assistito a questo eccellente lavoro che aggiunge valore al territorio di Montespertoli.

Un grande applauso ha sciolto la tensione quando il drappo è caduto, rivelando la cartografia firmata da Alessandro Masnaghetti per Enogea. Non una semplice mappa, ma una fotografia totale di un territorio: vigne, geologia, storia, altimetrie, acqua, boschi. Una chiave di lettura che, per la prima volta, restituisce l’identità di Montespertoli in un quadro unitario, complesso e suggestivo.

Una visione d’insieme: il primo vero passo verso l’identità territoriale

Il progetto è stato voluto dalle tredici aziende dell’Associazione Viticoltori di Montespertoli, nata solo nel 2022 ma già sorprendentemente dinamica, supportata dal Comune e guidata dalla determinazione del presidente Giulio Tinacci. Importante contributo di Marina Ciancaglini dell’Ufficio Stampa Affinamenti, che ha dato il giusto respiro mediatico all’evento.

«Vederlo concreto, poterlo toccare, ci rende ancora più orgogliosi di fare vino a Montespertoli» ha raccontato Tinacci. Una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza collettiva.

Masnaghetti ha interpretato Montespertoli non come un’appendice del Chianti, bensì come un sistema viticolo autonomo, densissimo e sfaccettato. Qui si trova la sottozona più vitata dell’intero Chianti DOCG, e il Comune, con i suoi 2215 ettari di vigneto, supera per superficie tutte le municipalità del Chianti Classico. Numeri che raccontano un peso storico, produttivo e paesaggistico che per troppo tempo era rimasto in secondo piano.

Una terra che cambia da una collina all’altra

La mappa mette ordine in una geologia tutt’altro che semplice. Montespertoli è uno spartiacque naturale:

  • da una parte gli antichi depositi alluvionali rivolti verso Firenze;
  • dall’altra le argille azzurre plioceniche, di origine marina, che guardano verso il mare.

Un territorio stratificato, dove argille, sabbie e ciottoli si alternano come pagine di un libro geologico complesso. Qui, anche un singolo vigneto può attraversare più strati diversi sulla stessa pendenza, generando interpretazioni del Sangiovese, e degli altri vitigni locali, sorprendentemente eterogenee.

Su queste basi, lo studio di Enogea ha suddiviso il territorio in quattro settori principali (nord-occidentale, sud-occidentale, centrale, orientale) e individuato, grazie anche al Catasto Ferdinandeo Leopoldino, 18 Unità Geografiche: strumenti preziosi per comunicare ai consumatori la ricchezza di sfumature che questa terra può offrire.

Non mancano gli elementi del paesaggio che completano il mosaico: l’olivo, pilastro culturale tanto quanto agricolo, e i numerosi geositi, luoghi dove la geologia si mostra letteralmente “a vista”, rendendo tangibile il legame tra suolo e vino.

Un territorio che cambia, ma con memoria lunga

Tra i dati più interessanti presentati durante l’incontro c’è quello sulle precipitazioni:

  • 925 mm annui tra 1921 e 1950,
  • 819 mm tra 1951 e 1980,
  • 830 mm tra 2010 e 2024.

Diminuzioni, oscillazioni, ma nessuna frattura radicale: Montespertoli insegna che il clima può cambiare, sì, ma spesso seguendo cicli lunghi, non sempre lineari.

Le aziende, il Comune e la comunità del vino

Il sindaco Alessio Mugnaini, presente all’incontro, ha espresso la soddisfazione dell’amministrazione: «È uno strumento di ricerca e promozione che mancava. Sarà utile per le aziende e troverà spazio anche nel Museo del Territorio».

Ed è vero: la mappa è un nuovo punto di riferimento per le tredici aziende associate — da Podere all’Anselmo a Castello Sonnino, passando per La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio e Montalbino — impegnate nel promuovere una delle aree più vitate della Toscana.

Gli Ambasciatori di Montespertoli 2025

Durante l’evento sono stati premiati anche coloro che hanno contribuito a diffondere la cultura del territorio:

  • Miglior Comunicatore: Martin Rance (Fisar Firenze)
  • Miglior Enoteca: Maciste Wine Bar (Empoli)
  • Miglior Ristorante: La Lanterna di Pulica (Montelupo Fiorentino)

Un segnale: per crescere, un territorio ha bisogno di vignaioli, certo, ma anche di chi il vino lo racconta, lo serve, lo cucina.

La degustazione e l’olio: due facce della stessa identità

Dopo la presentazione, la degustazione collettiva dei vini ha accompagnato un light lunch preparato dagli osti locali. Ma Montespertoli non è solo vigne: è anche olio, come dimostra il progetto MontEspertOlio DICIANNOVE.

Diciannove come i soggetti coinvolti, tra aziende, Comune, università e partner tecnici, e come le storie che questa bottiglia vuole rappresentare. Il packaging, nero con dettagli dorati, porta inciso in forma stilizzata il territorio di Montespertoli, con un punto d’oro che indica la posizione di ciascuna azienda. Un segno grafico semplice, ma potentissimo: ancora una volta, un’identità che si riconosce nella geografia.

Una mappa che non è un punto d’arrivo

La mappa dei vigneti di Montespertoli non chiude un percorso: lo apre. È uno strumento per capire dove si è, ma anche per immaginare dove si può andare. In un tempo in cui l’enologia italiana cerca sempre più di raccontarsi attraverso territori precisi, Montespertoli sceglie la strada della conoscenza, della trasparenza e della coralità. E oggi, quelle colline che da sempre disegnano il paesaggio toscano possono finalmente raccontarsi con voce più chiara, più consapevole, più propria. Una voce che, grazie a questa mappa, è appena diventata più forte.