Il linguaggio del vino e le nuove forme di comunicazione nel convegno promosso da Associazione Italiana Sommelier – AIS Italia

Cosa succede quando un filosofo, un enologo, una blogger e un sommelier si siedono insieme per discutere di comunicazione e linguaggio del vino nell’era moderna? Ne scaturisce un confronto ricco di spunti dove il focus si concentra sul grado di attrazione che il vino è capace di esercitare, in base alle modalità di comunicazione e al pubblico al quale ci  rivolgiamo.

È stato questo il tema del convegno promosso da AIS, Associazione Italiana Sommelier, in collaborazione con AIS Campania al De Bonart Naples Hotel, che ha visto intervenire Sandro Camilli, Presidente AIS Italia, Nicola Perullo, Professore ordinario di Estetica all’Università di Pollenzo, Roberto Cipresso, enologo, Giulia Sattin, blogger, Cristiano Cini, Comitato Esecutivo Didattica AIS, moderati dal giornalista Luciano Pignataro, davanti ad una nutrita platea di giornalisti, comunicatori, sommelier e appassionati di vino.

Due round per un dibattito che ha coinvolto relatori e pubblico, in cui le suggestioni emerse riguardavano le modalità di coinvolgimento dei cosiddetti millenial nel racconto vino, ma anche il re-engagment di altre fasce d’età, in una fase cruciale che vede il comparto sotto scacco. Basti pensare al crescente interesse per le bevande dealcolate, all’attenzione sempre più forte verso stili di vita salutisti, all’ondata di ritrazione dei consumi di vino anche a seguito delle nuove norme di legge in vigore.

Parola chiave e filo conduttore di tutti gli interventi è esperienza: come modalità di fruizione della bevanda vino, che può avvenire attraverso linguaggi e forme di comunicazione diverse, come la musica e l’arte ad esempio.

Concordano Nicola Perullo e Roberto Cipresso, ponendo entrambi l’accento sul concetto di gusto e di variazione di quest’ultimo nel tempo. Il vino è un “artefatto”, e come tale soggetto alle mode e all’esperienze personali e soggettive.

Giulia Scattin parla della rilevante figura dell’Influencer marketing, modulando il suo intervento sul concetto di semplificazione della comunicazione. Semplificazione che non va intesa come banalizzazione, ma come possibilità di fruizione da parte di un pubblico il più ampio possibile.

È indubbio che in questa variabilità di forme di comunicazione, quella legata alla formazione didattica può apparire la più rigida, continua Cristiano Cini, ma in questo senso AIS ha completamente riformato il proprio approccio introducendo il concetto di soggettività basato sull’oggettività di un linguaggio (la nuova scheda di degustazione) in grado di codificare l’esperienza personale del relatore o del degustatore.

Non bisogna infine dimenticare che il vino è prima di tutto espressione di territori e valori umani: se condiviso in questa prospettiva, spogliato di ogni forma di autoreferenzialità,  può offrire emozioni ed esperienze diverse con il medesimo grado di soddisfazione.

E a questo proposito appaiono calzanti le parole del compianto Giampaolo Gravina, citate ad apertura di Convegno dal Presidente nazionale AIS Sandro Camilli: <<Quella lingua che assaggia e degusta è infatti la stessa lingua che parla e comunica, evidenziando nell’atto del gustare una vocazione genuinamente linguistica in virtù della quale le questioni di palato si risolvono continuamente in questioni di parlato. Ora però nel parlare di vino, la sete generica di storia si va facendo sempre più forte della sete di lingua, o meglio di storia con una bella lingua. E così le parole del vino, già troppo spesso confinate in un gergo autoreferenziale poco comprensibile ai più, perdono simultaneamente eloquenza e originalità. Rinunciano cioè a quella capacità di persuasione, stimolata dal tentativo di riformulare personalità ed energia del vino, così necessarie a comunicarne la qualità dei sapori, a condividere la temperatura emotiva e, allo stesso tempo, sacrificano l’originalità del gusto in nome di una tipicità banalizzante>>.

Campania, presentato il Progetto Crescere BIO

Crescere Bio è il progetto promosso da A.S.A.Q.A., azienda operante nel settore analisi ambientali e microbiologiche nella provincia di Napoli, che si colloca all’interno del Fondo mense scolastiche biologiche, istituito nel 2017 dalL’allora Ministero delle Politiche Agricole e Forestali al fine di promuovere la conoscenza e l’utilizzo di prodotti biologici e ridurre i costi a carico dei beneficiari del servizio mensa  (Dlgs del 24 aprile 2017, n. 50; L. 21 giugno 2017 n. 96).

Viene rivolto non solo alle Scuole Primarie, attraverso una corretta educazione alimentare, ma anche agli Istituti Alberghieri al fine di formare operatori del settore che pongano particolare attenzione ai prodotti biologici e all’agroalimentare di qualità, contribuendo in questo modo anche alla tutela dell’ambiente e alla valorizzazione del territorio.

Il progetto è stato presentato presso l’Agriturismo Al Centimolo di Caianello (CE), durante il convegno Nutriamo il domani. Sostenibilità e qualità nella ristorazione scolastica, tenutosi lo scorso 30 gennaio e moderato da Marco Di Buono – conduttore RAI,durante il quale numerosi sono stati gli interventi sullo stato dell’arte dell’agricoltura biologica campana e sulla diffusione di una cultura realmente consapevole dell’alimentazione e dei benefici da essa derivanti.

La Campania in termini di produzione biologica ha compiuto passi da gigante, come accennato da Angelo Marino, Presidente Regionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali, e successivamente ribadito da Flora Della Valle, Dirigente Ufficio Valorizzazione Assessorato Agricoltura Regione Campania: l’ultimo rapporto ISMEA BIO in cifre 2024 evidenzia come in questa regione gli operatori biologici siano passati da circa 2000 a quasi 7500 dal 2014 al 2023 mentre la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) biologica sia quintuplicata nello stesso periodo passando da poco più che ventimila ettari a oltre centomila, circa il 20% della superficie totale contro il 18% della media nazionale, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2050 il 25% previsto dal Green Deal europeo.

È necessario creare valore nel mercato del biologico e attribuire il corretto surplus economico ai prodotti biologici. I fondi investiti nel biologico scolastico per questa annualità da parte della Regione Campania sono pari a 150.000,00 euro, di cui una parte è stata distribuita ai Comuni che hanno inserito nelle mense scolastiche prodotti biologici, mentre  80.000,00 euro sono stati destinati ad A.S.A.Q.A per il progetto Crescere Bio.

Iniziare dalle scuole è fondamentale, sottolinea Eduardo Cuoco Direttore IFOAM Organics Europe in diretta da Bruxelles, ma convertire le mense scolastiche da convenzionali a biologiche non comporta solo un cambiamento nel tipo di prodotti utilizzati bensì  l’attivazione di competenze che tengano conto della stagionalità dei prodotti e della loro territorialità, affinché si possa parlare di un sistema agroalimentare realmente sostenibile, anche da un punto di vista economico. Inoltre l’agricoltura biologica 4.0 oggi può servirsi dell’intelligenza artificiale per abbattere costi fino ad ora proibitivi e diventare cibo realmente democratico, ha specificato il prof. Gianni Cicia, Docente di Economia Agraria del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

L’intervento di Monica Matano, Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, Ambito territoriale provincia di Caserta, ha posto l’accento sul dato allarmante emerso dall’indagine 2023 di Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza dell’ISS sul sovrappeso e l’obesità nei bambini delle scuole primarie.  Secondo il rapporto infatti la Campania ha in Italia il tasso più elevato di bambini obesi o in sovrappeso, il 45%. Questo dato deve indurre a modificare stili di vita scorretti e in tal senso l’istituzione scolastica ha un ruolo cruciale grazie ai meccanismi di interazione capace di generare (ciò che i ragazzi imparano a scuola lo portano in famiglia).

Sempre maggior attenzione dunque a iniziative quali la creazione di orti scolastici, attraverso cui educare ai cicli naturali e alla stagionalità dei prodotti, e l’educazione alla sana alimentazione nelle mense. Queste ultime devono proporre una dieta variegata, equilibrata e stagionale, in grado di tener conto delle diverse necessità alimentari, intolleranze e allergie comprese, ha aggiunto l’immunologo Mauro Minelli.

Crescere Bio, con un orizzonte temporale di due anni, si pone dunque in questo solco, spiega l’avvocato Simona Pelliccia coordinatrice del progetto per A.S.A.Q.A.

Due sono gli step previsti: A tu per tu con i prodotti del territorio, dedicato alle scuole primarie aderenti all’iniziativa, dove un gruppo di esperti insegnerà ai bambini, attraverso il gioco, che mangiare bene vuol dire stare bene e far bene all’ambiente. I bambini porteranno a casa un cestino di Mele Annurca bio IGP Campania oltre ad opuscoli informativi digitalizzati.

Il secondo step è la Sfida ai fornelli rivolta agli studenti degli istituti alberghieri aderenti all’iniziativa ai quali verrà richiesto di ideare e realizzare un piatto che valorizzi i prodotti dell’agroalimentare biologico campano, successivamente giudicati e premiati da una commissione di esperti.

E’ necessario creare cultura anche nelle mense scolastiche, ha concluso lo chef Giuseppe Daddio, per la scuola di alta formazione Dolce&Salato dove i ragazzi che parteciperanno alla Sfida ai Fornelli saranno chiamati a esibirsi.

L’assessore Nicola Caputo ha chiuso i lavori sottolineando che questa iniziativa è solo la prima di un programma intenso che vedrà direttamente coinvolta la Regione Campania nei protocolli di produzione agricola. L’agricoltura infatti deve essere sempre più funzionale alla corretta nutrizione e in tal senso il cambio di passo deve partire dalle generazioni dei giovanissimi.

In questa prospettiva ci torna in mente Feuerbach e quello che scriveva: “noi siamo quello che mangiamo”. Dobbiamo necessariamente passare per stili alimentari non solo più salutari ma anche più sostenibili per il pieno raggiungimento del benessere psico-fisico.

La “pizza sunset” da Regina Margherita risalta il momento d’oro del turismo a Napoli

Un cestino croccante di pane pizza, ripieno di patatine fritte, olive, frittatine e focaccia con pomodoro ed un limoncello spritz, drink a base di limoncello d’Amalfi, prosecco e soda. Davanti agli occhi il lungomare di Napoli e Castel dell’Ovo, resi ancor più splendidi dalla scelta ardita dell’Amministrazione di qualche anno fa, di creare un’isola pedonale turistica.

Da Regina Margherita i colori ed i sapori del capoluogo partenopeo vengono tradotti in esperienza gastronomica fuori dai canoni del sofisticato palato gourmet, meglio rappresentanti del concetto ancora democratico di divertirsi e stare bene senza spendere per forza un occhio della testa. Non significa, ovviamente, sacrificare sull’altare della quantità il giusto compromesso tra materie prime scelte e proposte di buona qualità.

I numeri hanno sempre incuriosito e talora spaventato la stampa di settore; spesso si pensa, con qualche pregiudizio, che ci possa essere un danno ad un certo tipo di ristorazione ormai standardizzata. Non tutto ciò che è fumo è però anche arrosto, per citare un famoso motto anglosassone. Di sicuro ci sono sempre margini di miglioramento e i chioschi o piccoli negozi angusti take away semi fantasma, la fanno a volte da padrone nell’immaginario godereccio dei giovani. Ma in tale contesto sociologico non semplice da analizzare, esistono realtà consolidate come trattorie, ristoranti e pizzerie che riescono a far numeri da capogiro, offrendo comunque pietanze di buon livello.

Davanti ai forni a legna di Regina Margherita troviamo Gennaro Verdini e Marco Corbi, in cucina gli chef Raffaele Sgueglia e Ferdinando Toscano, in sala i direttori sono Simona Di Vicino e Raffaele Muriello. Andrea Macchia, uno dei soci, commenta così il felice momento: «Ogni giorno registriamo una grande affluenza di turisti; adesso vogliamo aprirci ancora di più alla città, strizzando l’occhio ai giovani. Di qui l’idea di questo speciale aperitivo da gustare al tramonto, ma non solo, e da vivere in completo relax. Ci troviamo in un angolo d’oro, dove è possibile godere di momenti particolarmente affascinanti, approfittiamone».

A febbraio, mese dell’amore, è giunta in tavola la pizza margherita love is in the air a forma di cuore e, per i vegani, la speciale ortolana con pomodoro, peperoni, melanzane, friarielli. A Carnevale invece si potrà ordinare la pizza stella, colorata e multi gusto. «Il successo – ribadisce Macchia – non nasce solo dalla qualità degli ingredienti, ma anche dalle idee, dalla puntualità del servizio, dalla competenza dello staff, dall’accoglienza. Ammetiamo anche che  Napoli, con il suo meraviglioso lungomare, il Castello e il fascino del panorama, sotto questo punto di vista ci dà una bella mano»

Ad aggiungere valore alla crescita delle presenze in città è stato il cosiddetto “fattore C” come Calcio: quello dei successi conseguiti dalla squadra biancoazzurra del Napoli. Considerazioni fatte proprio con Simona Di Vicino e con i colleghi presenti, che hanno vissuto la trasformazione epocale rispetto agli anni del primo scudetto.

Allora, era il 1987, la gioia restò confinata solo in Campania; oggi esiste invece una consapevolezza, unita alla comunicazione globale, ben differente, che apporta beneficio all’intero comparto turistico. Inoltre i lavori pubblici realizzati e quelli in fase conclusiva, hanno abbellito e resi maggiormente accessibili, al visitatore italiano ed estero, quartieri che una volta erano preclusi alle visite, perché emblemi del disagio e della povertà. Quei luoghi sono adesso rinati e godono di luce riflessa, quella della legalità nel segno vincente dell’enogastronomia.

Chi l’avrebbe detto un tempo, eppure oggi siamo qui a brindare e godere delle eccellenze di uno dei posti più belli del mondo. Anche con una fetta di pizza simbolo del Made in Italy ed un cocktail a chilometro zero vista mare, da Regina Margherita.

Armonì, l’accento sulle proposte dello chef Mariano Armonia

Nel piacevole borgo marinaro di Pozzuoli, grazie al sogno realizzato di due amici, è assurto agli onori delle cronache un locale che non ha per niente fatto fatica ad affermarsi nel firmamento della gastronomia flegrea: il ristorante Armonì, dello chef Mariano Armonia e dell’imprenditore Giovanni Russo.

Con i suoi 80 coperti si presenta elegante già all’ingresso dalle pareti color pastello che richiamano alla mediterraneità tipicamente partenopea, visti i dettagli artistici vivacemente iconici che a tavola diventano elementi di attenzione al dettaglio per la mise en place.

Accolti dal personale con la premessa di un benvenuto genuino, caloroso e composto, si prende posto in un ambiente raffinato, disinvolto e ben organizzato, indicato sia per una cena romantica che per un pranzo di lavoro, piuttosto che per una rimpatriata tra amici desiderosi di condividere emozioni e trascorrere una bella serata.

Certo il ristorante Armonì è giovane, ma al timone della cucina c’è tutta l’esperienza di Mariano, classe ’88, dal curriculum ragguardevole: tanta gavetta tra il Capri Palace, il Riccio, il Quisisana e L’Altro Cocoloco, per poi aprire un locale tutto suo nel 2017, vantando anche consulenze di rilievo come quella per il ristorante “Pasta Fresca” dell’hotel 5 stelle Palace del Mar ad Odessa in Ucraina, ed esperienze televisive, più volte ospitato ad Alice Tv durante la trasmissione condotta da Francesca Barberini.

La serata celebrativa per la stampa, ben organizzata dalla giornalista Federica Riccio, è un vero inno all’apertura; dopo un brindisi conviviale con bollicine campane, si passa all’assaggio del fagottino croccante ripieno di ragù alla genovese, rigorosamente preparato con cipolla ramata di Montoro, accompagnato da un’intrigante Spritz Campari in versione solid cocktail.

L’interpretazione finger della genovese, perfettamente coerente col suo sapore e accompagnata dal drink al cucchiaio, ha dato croccantezza al morso senza togliere autenticità alla tradizione. Presente in tavola il pane multicereali preparato dallo chef unito all’ottimo burro fresco. Si prosegue con un Piedirosso dei Campi Flegrei e ancora una volta la cipolla montorese domina la scena: la frittata della nonna, nello stile fluffy della tortilla è un tuffo nel passato condito di eleganza, grazie al Crystal Bread e alla sua polvere bruciata.

Il primo piatto vuol essere una dedica ai trascorsi lavorativi dello chef sull’isola più glamour del mondo. “Made in Capri” è, infatti, l’interpretazione fatta raviolo di Armonì. Grande manualità nel sigillare la pasta, abbastanza consistente nello spessore, ripiena di caciotta e condita con sugo di pomodoro, maggiorana e salvia, su acqua di provola. Un gioco di tendenze dolci, il contrasto con l’aromaticità delle erbe e l’affumicato del latticino, con una certa acidità, è una carezza palatale grazie a quel velluto di pomodoro che ha ingolosito i presenti al punto da richiederne un supplemento di dose.

Il Nerino Casertano, pancia di maialino nero casertano cotta a bassa temperatura, ha dato il meglio di sé per la tenerezza delle carni e il suo fondo di cottura in agrodolce, quasi a ricordare il pork adobo filippino, eccetto che per le speziature e l’abbinamento con la mela annurca. Verve gustativa e territorialità a un piatto decisamente succulento e bilanciato.

Gran finale arriva con la solarità del color arancio a ricoprire una sfera di mousse dal cuore dolcissimo: Sweet Solfatara è un omaggio al mandarino dei Campi Flegrei, diventato PAT – prodotto agroalimentare tradizionale – grazie al lavoro assiduo di Domenico Ferrante e di alcune associazioni locali. La coccola pasticcera della crema, in contrasto con le note agrumate della marmellata e unita al crumble di cioccolato, è stato il coronamento di una cena di altissimo livello, oltre ogni aspettativa.

Abbiamo degustato il Prosum, l’amaro pompeiano frutto di un inedito criterio di estrazione a freddo degli oli essenziali delle erbe officinali preservando in maniera inalterata le proprietà; un digestivo d’altri tempi e di grande appeal, vincitore di ben due premi al World Liqueur Awards, con somma soddisfazione per l’ideatore Lorenzo Dimartino.

Sembra quasi banale dire che la cucina matura ed evoluta di Mariano, proposta in questo elegante format da trattoria urbana, ha raggiunto una personale “armonia”, ma è il caso di aggiungere che le vette di equilibrio delle portate sono state frutto di un gioco consapevole e niente affatto scontato di sapori e contrasti che diventano bilanciamento e piacevolezza, in linea con la filosofia di Armonì.

Ricordi di tradizioni familiari, di proposte autentiche combinate all’intuizione moderna, al concetto gourmet e alla passione per le cose ben fatte.

Anteprime di Toscana: i migliori assaggi del Vino Nobile di Montepulciano “Pieve”

“Tanto tuonò che piovve!” Sono finalmente giunte le Pievi alla valutazione per la stampa. Ne abbiamo parlato in diversi articoli tra cui Vino Nobile di Montepulciano: un viaggio attraverso le 12 Pievi durante Vinitaly 2024.

Scriviamolo subito a scanso di equivoci: promosse a pieni voti, senza riserve. Per la lode bisognerà attendere ancora del tempo, essendo numerosi i campioni di vasca ed en primeur (14 sul totale di 27) presenti durante l’assaggio.

Resta comunque l’idea riuscita di elevare la qualità complessiva del Sangiovese di Montepulciano, articolato in una valida differenziazione tra Pieve e Pieve (mancava solo Badia all’appello).

Ciò che conterà davvero, al di là dei buoni inizi, è il traino che potrà fungere verso le altre versioni presenti nel Disciplinare. Ancora aperti i dubbi sulle numerose proposte per il mercato: dall’agile Rosso di Montepulciano fino al Vino Nobile di Montepulciano Pieve, passando per Nobile d’annata, Riserva e Selezioni varie.

Da sinistra Dario Nardella europarlamentare e Andrea Rossi presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano

Così parimenti la gestione delle uve scelte, che potrà avvantaggiare o meno i produttori nel conto finale. È di certo un momento di grande opportunità e come tale va vissuto, con ottimismo e con un pizzico di beneficio d’inventario.

L’impegno continuo del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano e degli attori in gioco, rappresentati dai piccoli e grandi vitivinicoltori del territorio, non mancherà di riservare delle sorprese in futuro.

I migliori assaggi sono stati valutati alla cieca, in ordine di preferenza, in un panel di degustazione composto dal sottoscritto, da Adriano Guerri redattore di 20Italie e da Maurizio Valeriani direttore della testata giornalistica Vinodabere.

Migliori Assaggi Vino Nobile Montepulciano Pievi

Pieve Valardegna – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Il Molinaccio

Pieve Sant’Ilario – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Vecchia Cantina di Montepulciano

Pieve Cerliana – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – La Ciarliana

Pieve Cervognano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Guidotti

Pieve Caggiole – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2022 – Poliziano

Pieve Cervognano – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Le Bèrne

Pieve Gracciano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Tenuta Gracciano della Seta

Pieve Le Grazie – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Talosa

Pieve Ascianello – Vino Nobile di Montepulciano (campione di botte/vasca) 2023 – De’ Ricci

Pieve Sant’Ilario – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Poggio alla Sala

Pieve Valiano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Tenuta Trerose

Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop

Riserva Rooftop e Galleria Morra Arte Studio presentano “Vernissage sensi in mostra”: Otto esperienze immersive nella bellezza visiva, nell’arte, nel gusto. 

Sarà capitato a molti di voi di cenare in uno dei tanti art-restaurant presenti nel panorama enogastronomico. Un concetto avveniristico di accoglienza sempre più ricercato al posto delle visioni minimaliste stereotipate di qualche anno fa. Il calore dato dai colori di un’opera d’arte, dalle forme sinuose di una scultura e da una scelta contemporanea in linea con gli arredi del locale non stona, anzi.

Esistono poi le piacevoli eccezioni alla regola, quando ti avvicini a luoghi iconici come Riserva Rooftop a Napoli, dove il panorama dalla collina di Posilippo varrebbe già il prezzo della piacevole sosta. Ad aggiungere valore le creazioni del giovane chef Davide Cannavale che propone nel menù i classici rivisitati della tradizione ed uno speciale angolo a tema riguardante alcune ricette storiche delle regioni italiane, variabili in funzione della stagionalità degli ingredienti.

Ciò che stupisce, però, è l’idea assolutamente geniale di stuzzicare le menti degli avventori con una rassegna da vera pinacoteca, creata da Salvatore “Sasy” Maresca, Roberto Bianco (titolari del ristorante) e dalla celebre galleria Morra Arte Studio fondata nel 1980 da Vincenzo Morra ed oggi aiutato dai figli Ivan e Raffaele. Due mondi che si incontrano – spiega Maresca– creando momenti immersivi in cui gli ospiti possono assaporare piatti  ispirati al file rouge della serata. Ogni appuntamento segue infatti un tema artistico e gastronomico diverso, curato nei minimi dettagli.

Ovviamente, nel giorno di San Valentino dedicato a tutti gli innamorati, non poteva mancare il tema dell’amore e della passione. Otto appuntamenti che metteranno al centro dell’attenzione la bellezza ed il gusto: si comincia con le opere della mostra collettiva realizzata dagli artisti Dario Tironi, Marco Lodola, Giuliano Grittini, Ugo Nespolo, affiancati alla nuova scuola, rappresentata da, Francesco Pezzuco, Daniela Lupi, che mettono al centro anche l’ecologia e l’ambiente.

Un rilancio del territorio in chiave culturale, per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea e dell’enogastronomia moderna. Attraverso collaborazioni mirate, si creano opportunità uniche per artisti, emergenti e affermati, di esporre le proprie opere a un pubblico più ampio.

«È un evento creato per chi ama l’arte in ogni sua forma – ribadisce Bianco – perché in fondo anche la cucina non è altro che arte. Ogni dettaglio è pensato per emozionare e stupire; gli ospiti saranno accolti da artisti, esperti d’arte, chef, sommelier, bar mixologist, che li guideranno in un viaggio sensoriale tra forme, colori e sapori».

Proprio con quest’ultimo, che ricopre il ruolo, nella struttura, di manager di sala, abbiamo analizzato anche la versatilità delle proposte culinarie di Riserva Rooftop. Si cerca di soddisfare ogni esigenza, pur mantenendo un’impostazione di clientela selezionata. Esclusività che non significa necessariamente esclusione, con prodotti ricercati di elevata qualità, ma anche scelte a portata di tasca per garantire l’esperienza sensoriale anche ai più giovani.

La brace, in aggiunta alle proposte gourmet di Cannavale, amplia l’offerta consentendo l’accompagnamento al cibo con una vasta scelta dalla carta dei vini, tra cui alcune chicche senza tempo. O, perché no, un cocktail come quelli realizzati dal talentuoso barman Mickael Reale presente alla serata per la stampa. Manca un vero e proprio percorso degustazione, preferendo dare libertà di iniziativa al cliente, affidandolo nelle mani degli esperti Sasy e Roberto e al loro staff.

Ovviamente allietati nell’attesa dalle opere d’arte di “Vernissage Sensi in mostra” a cura di Galleria Morra Arte Studio. Un grazie, infine, alla giornalista Federica Riccio ed all’Agenzia Visivo Comunicazione per l’ottima organizzazione. Ultima considerazione importante: tutte le opere sono acquistabili anche in loco, come da catalogo.

Riserva Rooftop

Via Manzoni, 308 – Napoli

Aperti dal lunedì al sabato 19:30 – 01:00

Domenica: 12:30 – 01:00

info: 081 6125267

UN SUCCESSO RESTO AL FOOD HO.RE.CA. EXPO 2025

Il primo degli eventi annuali organizzati in collaborazione con Adra Srl, di Atena Lucana (SA), azienda specializzata nella produzione e commercio di surgelati, è stato un successo di consensi tra il pubblico degli operatori di settore.

RESTO AL FOOD HO.RE.CA. EXPO 2025 voleva essere ed è stata la vetrina di numerose realtà nostrane, per presentarsi a chi vive il mondo della ristorazione dietro le barricate del proprio bar, pasticceria, ristorante ed hotel. Caratteristiche essenziali le materie prime offerte di elevata qualità, che si prestano agli usi più vari: dalla pietanza già pronta da scaldare, a parte degli ingredienti stessi di una ricetta vincente.

Un occhio anche ai produttori di macchinari ed elettrodomestici utili per l’attività tra cucine industriali, abbattitori, forni e vetrine frigo. Si è davvero scritta la storia del food in Campania nei giorni del 11 e 12 febbraio 2025, alla presenza delle più importanti Autorità comunali rappresentate da Mario Conte, sindaco di Eboli.

Ripagati gli sforzi di Peppino Cirigliano, uno dei titolari di Adra Srl e del suo responsabile marketing Emiliano Perillo: <<l’occasione per far conoscere e connettere diversi intermediari al fine di raggiungere un vantaggio competitivo per l’intero comparto. Una selezione ampia dei nostri Partner strategici nella commercializzazione dei surgelati freschi di alta gamma. Un passo avanti nel comprendere l’opportunità di rivedere il concetto stesso di cucina tradizionale e gourmet, con l’accesso a materie prime spesso difficili da rinvenire non solo neii punti vendita italiani, ma anche esteri>> dichiara il founder Peppino Cirigliano.

<<Quattro mesi di duro impegno alla ricerca della giusta location come il Palasele di Eboli e del supporto di chef famosi arrivati a testare i prodotti con la propria inventiva durante gli show-cooking organizzati per la platea. Presentate novità e tendenze di mercato, per costruire insieme relazioni e far crescere insieme il fatturato con un occhio indispensabile al consumatore finale>> rincara Perillo.

Colori, profumi e sapori che hanno pervaso i corridoi della fiera, tra banchi d’assaggio con marchi blasonati dell’agroalimentare e dell’enogastronomia d’Italia. La speranza, per il futuro, di ripetere eventi di tale portata, comprendendo anche una sezione per gli abbinamenti tra cibo e vino, richiesta fortemente dal mercato.

Restare sempre connessi e all’avanguardia significa Resto al Food Ho.Re.Ca. Expo 2025. Arrivederci al prossimo anno ed alle prossime iniziative di Adra Srl.

Passato, presente e futuro nei vini dei Campi Flegrei

Non capita tutti i giorni di trovarsi seduti a fianco di Vincenzo Di Meo, patron  de La Sibilla Vini, durante una degustazione alla cieca di Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei e apprezzarne l’impegno e la cura nel riconoscere alla cieca vini di cantine “concorrenti”.

È quanto accaduto a Passato, presente e futuro dei vini flegrei, una fotografia sullo stato dell’arte di questo areale a trent’anni dalla DOP. L’evento, organizzato lo scorso gennaio dalla Condotta Slow Food Campi Flegrei, ha visto coinvolti la Slow Wine Coalition e alcuni vignaioli produttori del territorio. Il fiduciario della condotta Campi Flegrei, Cosimo Orlacchio, ha fatto gli onori di casa; Elena Martusciello in un prologo appassionato ha ricordato la figura del cognato Gennaro e il suo ruolo pionieristico nell’enologia non solo del territorio flegreo ma della Campania tutta. Alessandro Marra, responsabile Campania Puglia e Basilicata per la Guida Slow Wine, ha moderato gli interventi di produttori, stampa e professionisti del settore.

Dieci i vini in degustazione, cinque da uve Falanghina e cinque da Piedirosso, declinati in diversi millesimi che, lungi dall’essere esaustivi nel racconto di un territorio, hanno piuttosto acceso spunti di riflessione tra i produttori presenti in sala. Il filo che ha intessuto la trama dell’intera serata è stata infatti la ricerca dell’identità territoriale attraverso i suoi vitigni principe e la visione del futuro prossimo per la denominazione.

La prima batteria di vini falanghina dei Campi Flegrei ci ha fatto viaggiare dal 2021 indietro fino al 2016. Punto di coerenza fermo per tutti i calici il carattere salino minerale, che, nelle diverse sfumature di ciascun vino, si esprimeva in alcuni bicchieri con maggior verticalità di palato, in altri con più succosità.

“Un filo conduttore che parla di riconoscibilità, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche”, ha commentato Vincenzo Di Meo.

Più articolato invece il quadro dei cinque vini a base Piedirosso che, ancor più della Falanghina, può essere considerato il vitigno identitario dei Campi Flegrei. Possiamo leggere in questa varietà di espressioni la complessità del vitigno sia a livello agronomico che enologico.

Cinque calici, cinque vini completamente diversi, giocati tra varie gradazioni, dalle succose note fruttato-floreali fino alle nuance più terrose e ferrigne. In questo caso il tratto distintivo è determinato dalle caratteristiche stesse del piedirosso, da cui derivano vini di grande bevibilità, leggerezza alcolica e moderata tannicità, che attraggono il sorso già a partire dalle sfumature rubino o carminio brillante. Caratteristiche che rendono il piedirosso dei Campi Flegrei un vino contemporaneo e quindi, a ragion veduta, si rende necessario un’opera di promozione uniforme. In tal senso è intervenuta anche Mariangela Scotti, Presidente Associazione Ristoratori Flegrei che ha posto l’accento sull’importante lavoro di “localizzazione” di molte carte dei vini.

Le annate presenti di piedirosso andavano dalla 2021 alla 2015.

“È stata una sorpresa. Si tratta di poche bottiglie che non erano nate con l’intenzione di durare nel tempo”, ha parlato così Salvatore Martusciello del suo Sette Vulcani 2017.

Commento che porta a una riflessione ulteriore: la valutazione se uscire sul mercato a due anni dalla vendemmia.

Infine un punto è emerso con chiarezza da più voci: l’esigenza di fare squadra per consolidare e posizionare in maniera ferma l’immagine del territorio. Tuttavia la coesione necessaria a emergere la intravediamo già nel confronto condiviso, fatto non solo di parole ma di gesti concreti, come quello di assaggiare e riconoscere alla cieca i vini dei propri vicini di vigna.

Non possiamo dunque che condividere le parole di Cristina Varchetta di Cantine degli Astroni: “Con questa degustazione, una delle più belle sotto il profilo della longevità, i Campi Flegrei hanno raggiunto la maggiore età. In ogni calice il territorio è presente nella sua pienezza e interezza. Affermare il territorio Campi Flegrei è la strada da percorrere, come fatto da tempo in altri comparti vinicoli, nazionali e internazionali.”

I VINI IN DEGUSTAZIONE E  I PRODUTTORI PRESENTI ALLA SERATA

A etichette coperte abbiamo apprezzato, insieme con i produttori:

Falanghina 2021 Il IV Miglio – millesimo che anticipa note evolute, intrecciate ai tipici caratteri citrini

CRUna DeLago 2020 La Sibilla – esprime finezza nei sentori olfattivi e sorso equilibrato di freschezza agrumata

Vigna Astroni 2019 – di chiara impronta vulcanica e consolidata eleganza

Falanghina 2017 Agnanum – naso maturo e compiuto ma freschezza ancora prorompente

Falanghina 2016 Cantine Babbo – opulento con sprazzi balsamici

Vigna Solfatara 2021 Iovino – profumato, scorrevole, giocoso

Piedirosso 2019 Contrada Salandra – compatto nei sentori di piccoli frutti scuri e macchia mediterranea

Terra del Padre 2018 Cantine del Mare – elegante, speziato, succoso

Sette Vulcani 2017 – Salvatore Martusciello – note empireumatiche calde e speziature avvolgenti

Piedirosso 2015 Mario Portolano – Scuro, terroso, intrigante

Identità Mediterranea ed i giorni trascorsi alla presenza dell’Ambasciatore del Messico in Italia

Comunicato Stampa

È iniziato tutto in un giorno d’estate a Morcone, dopo l’incontro tra il giornalista Gaetano Cataldo, fondatore di Identità Mediterranea, con l’onorevole Luciano Cimmino, patron di Yamamai e Carpisa, nonché console messicano, durante un evento creato da Slow Food e la cabina di regia del Mexitaly, festival che inneggia alla cultura e alla gastronomia dei due Paesi. 

Dopo la consegna di Mosaico per Procida, prima bottiglia a celebrare una capitale italiana della cultura, diventata ormai una icona, all’onorevole Cimmino, avvenne l’incontro ufficiale presso l’Ambasciata del Messico a Roma, per rappresentare il vino italiano al 214° anniversario del giorno di Liberazione del Messico. 

In coincidenza dell’agenda politica di sua eccellenza Carlos Eugenio García De Alba, nelle giornate dal 2 al 4 febbraio si sono concluse le tre tappe campane, che hanno visto l’Ambasciatore del Messico in visita presso amministrazioni, enti pubblici e cantine.

Fieri dell’ospitalità che Agricola Bellaria – a nome del direttore generale Antonio Pepe – ha concesso all’Ambasciatore messicano nella prima giornata di visite e dell’accoglienza da parte dei tanti produttori, l’occasione è divenuta una vera e propria trasvolata sulle eccellenze agroalimentari della Campania.

Presenti Giovanni Molettieri, cantina partner dell’attività capitolina dello scorso settembre, oltre che Pietro Caterini, dirigente scolastico della prestigiosa Scuola Enologica De Sanctis di Avellino, e Eugenio Gervasio, fondatore del Mavv Wine Art Museum di Portici. 

La seconda tappa è stata dedicata alla parte politica con la stretta di mano tra sua eccellenza De Alba e Clemente Mastella, sindaco di Benevento. Visita successiva da Rossovermiglio accolto dalla famiglia Verlingieri, accanto a Domenico Vessichelli sindaco di Paduli.

Il 4 febbraio, infine, la fase conclusiva con il pranzo presso il ristorante della cantina Feudi di San Gregorio, al cospetto del sindaco di Avellino Laura Nargi. Il filo conduttore di queste attività è nato dalla volontà di instaurare un dialogo interculturale, viste le tantissime affinità tra Italia e Messico e gli scambi commerciali tra i due Paesi.

La sola capitale Città del Messico costituisce una delle metropoli con più alta concentrazione di ristoranti italiani al mondo, oltre all’amore per varietà d’uva tipicamente nostrane come Nebbiolo e Sangiovese.

Pergole e Starsete – storia di antichi metodi di allevamento della vite quanto mai attuali

Nelle menti di Maurizio Paolillo, Alessandro Marra entrambi di Slow Wine e dell’enologo e agrotecnico Fortunato Sebastiano, l’idea di un convegno su Pergole e Starsete, antichi metodi di allevamento della vite, covava già da tempo. Il fenomeno degli impianti storici in Campania non è scomparso, anche se ha subito negli anni un duro colpo dalla meccanizzazione e dalle scelte economiche dei produttori.

Resiste, oramai, solo in piccoli lembi della regione, tra Irpinia e Costiera Amalfitana. Nel resto d’Italia, invece, la situazione si complica ulteriormente con presenza degli stessi solo a macchia di leopardo in sparuti territori. Non tutto il male però viene per nuocere: i cambiamenti climatici in atto stanno portando gli imprenditori del settore vitivinicolo a riconsiderare le tecniche migliori per dare ombreggiatura ai grappoli in caso di eccessive ore d’insolazione.

Il sistema della pergola e sue derivazioni risale ancora al VII° secolo a.C. per mano degli Etruschi. Consentiva una sorta di “policlonalità” nello stesso filare, così come la tradizionale piantata sottostante, per recuperare ogni spazio utile all’agricoltore dell’epoca. Nei tempi recenti, eliminate le coltivazioni nei pressi dei vigneti, i problemi di eccessiva vigoria fogliare e produzioni abbondanti hanno costituito un deficit nella predilezione rispetto ai più sostenibili (e controllabili) cordone speronato e guyot.

Le dinamiche politiche europee, con il taglio dei fondi per coloro che impiantavano barbatelle ancora a raggiera o pergola, hanno contribuito ad indirizzare il corso degli eventi. Il che non significa per forza una maggior qualità del vino moderno, ma di sicuro la perdita di un patrimonio culturale e identitario dei popoli, nel nome della presunta conservazione paesaggistica.

Alcuni vigneron hanno resistito, per causa di forza maggiore in terreni impervi o, semplicemente, per amore delle tradizioni familiari. Di essi e degli splendidi vini realizzati, ne daremo un breve excursus tra le note seguenti.

La degustazione tecnica

Rabottini – Trebbiano d’Abruzzo “Per Iniziare” 2022: molte affumicature con sensazioni iodate sul finale di bocca. Concretezza allo stato puro

Vallissassoli – 33/33/33 2021: difficile da comprendere agli inizi, emerge con il tempo nel calice. L’estremizzazione di tre varietà emblema delle uve bianche campane quali Fiano, Greco e Coda di Volpe

Gini – Soave Classico “Contrada SalvarenzaVecchie Vigne” 2021: bello e vivace come il suo colore nuziale. Sfumature speziate da sosta in legno e tanta eleganza floreale mediterranea di cui è ricca la Garganega.

Fattoria Monticino Rosso – Albana di Romagna “Codronchio” 2022: che dire di uno dei rarissimi vini in parte muffato versione secco esistenti al mondo. Danza tra balsamicità e frutta tropicale con la leggerezza di una libellula

Monte Maletto – Carema “Sale e Roccia” 2022: agrumi fortuni e tannini irsuti, per un campione che promette lunga vita in bottiglia. Nuance finali su chiodi di garofano e prugna verde.

Tenuta San Francesco – “È Iss” Tintore Prephilloxera 2019: il pioniere del Tintore di Tramonti con le sue vigne ultra centenarie patrimonio di tutti noi. Spinge verso scie mature di frutti di bosco e tannini levigati semplicemente perfetti.

Tenute Cavalier Pepe – Irpinia Campi Taurasini “Appio” 2018: rappresenta ciò che attualmente è il manifesto di un Taurasi versione baby, più agevole al sorso, meno macchinoso e declinato su violette appassite ed amarene sotto spirito

Feudi Studi – Taurasi “Rosamilia” 2018: eleganza assoluta, voluta e cercata da Pierpaolo Sirch per raccontare, in chiave modernista, la forza dell’Aglianico in Irpinia, senza nulla levare, anzi aggiungendo stile e classe. Frutta rossa dalla A alla Z.

Villa Raiano – Taurasi Riserva 2015: anche qui si cerca la piacevolezza di bocca, con buona duttilità negli abbinamenti gastronomici. Di passi in avanti l’azienda ne ha fatti tanti, non ultima una mini-zonazione delle vigne che parla al futuro. 

Reale – “Borgo di Gete” 2013: anche Luigi Reale detiene piante secolari a Tramonti, con fusti che superano tranquilli il metro di diametro. Succosità e materia dal ricordo di ciliegia e sigaro sbriciolato. Il tempo giusto per essere assaggiato

Perillo – Taurasi Riserva 2011: scuro e ancora teso come una corda di violino, anche se il naso rivela già qualche segno dello scorrere delle lancette. I vini d’altura sono così: un bilanciamento tra evoluzione e acidità ancora palpabile, come la storia stessa della Denominazione Taurasi.