L’Enoturismo in Italia secondo i recenti dati analitici

Il 12 marzo è stata presentata a Palazzo Giustiniani, sede della Presidenza del Senato, in una cornice di ineguagliabile bellezza, la prima indagine a cura del CESEO (Centro Studi Enoturistico e Oleoturistico dell’Università LUMSA) che ha potuto fregiarsi dei dati provenienti dalle 237 cantine socie del Movimento Turismo del Vino.

Un evento di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo Turismo del vino: crescita, sfide e nuove opportunità per le cantine italiane, destinato a segnare una svolta nel panorama enoturistico italiano. La scarsità di dati, infatti, ha rappresentato in passato un ostacolo nel sostegno e nello studio del fenomeno. La recente analisi ha, dunque, messo in luce i dati reali di un settore in fervente crescita e le sfide poste per il futuro.

L’atmosfera intrisa di entusiasmo e aspettative è stata amplificata dalla partecipazione di figure di spicco del mondo accademico, istituzionale e imprenditoriale, creando un contesto fertile per il dialogo e la collaborazione. Al tavolo tante personalità, tra di loro Anna Isabella Squarzina, presidente Corso Laurea Mediazione Linguistica e Culturale Università LUMSA, Dario Stefàno, presidente del CESEO e Donatella Cinelli Colombini (direttore CESEO), Violante Gardini Cinelli Colombini (presidente nazionale del Movimento Turismo del Vino), Antonello Maruotti (professore ordinario di Statistica Università LUMSA) e Francesco Bonini (rettore dell’Università LUMSA).

I dati a doppia cifra hanno evidenziato l’imponente crescita del settore, che mostra uno sviluppo significativo considerando l’elevata numerosità delle cantine e dei territori su cui il Bel Paese può contare. Citando Donatella Cinelli Colombini “Le cantine italiane hanno il più grande potenziale enoturistico del mondo, ci sono cantine nei trulli, nei castelli e nelle valli, con vista sui templi greci e in ville Palladiane, per non dimenticare i luoghi storici come Florio in Sicilia o il Castello di Broglio che fu del Ministro Ricasoli, un patrimonio molto diversificato”.

L’audit può tracciare vere linee guida capaci di fornire una bussola verso una crescita sostenibile e possibilmente omogenea dei territori, dei loro attori e, al contempo, utile ad approntare programmi formativi capaci di plasmare figure e competenze necessarie per il comparto.

C’è stata una approfondita presentazione statistica dei numeri, raccolti ed elaborati, chiara e tecnicamente perfetta, che ha offerto un contributo prezioso. Fondamentale ora l’intreccio con le storie, le tendenze, la realtà del mercato e le esperienze; solo così da frammento singolo possono diventare visione comune, divenendo una guida.

Un valore aggiunto potrebbe essere una interpretazione in chiave di Marketing al fine di sviluppare strategie efficaci massimizzando il ruolo chiave nell’economia italiana. È emerso come la vendita del vino rappresenti ancora la fonte principale di fatturato delle aziende vinicole, costituendo la base economica su cui possono poggiare ulteriori asset strategici.

Gli investimenti devono quindi essere centrati sul miglioramento dell’accoglienza, dei servizi in cantina, leve fondamentali per incrementare il valore percepito del brand, generare engagement e fidelizzare i visitatori anche tramite Marketing esperienziale. Parallelamente emerge l’opportunità di sviluppare progettualità integrate con il tessuto locale (di certo più complesse), che richiedono maggior tempo ed energia, ma che possono dare vita a sinergie virtuose con settori affini come agricoltura, artigianato, cultura a arte, sport e wellness, in un’ottica di valorizzazione territoriale e ampliamento dell’ecosistema di business.

Attualmente i dati evidenziano che l’attenzione si concentra su visite e degustazioni, mentre si registra una crescita delle esperienze immersive e degli eventi esclusivi oltre ad una offerta gastronomica. Un’ evoluzione chiave sarà l’implementazione di strategie di personalizzazione di questi servizi, affinché l’esperienza enoturistica non sia un format rigido e standardizzato bensì un servizio tailor-made, capace di intercettare e soddisfare le specifiche esigenze e aspettative di target differenti di pubblico.

Sebbene i livelli essenziali di qualità – come parcheggi adeguati, sale attrezzate, servizi igienici e strutture inclusive – siano ormai consolidati, da soli non sono più sufficienti. L’esperienza enoturistica ha mostrato di richiede un valore aggiunto. Nel concreto: chi conduce la degustazione dovrebbe essere in grado di adattare il proprio linguaggio a diversi tipi di visitatori, modulando il livello di approfondimento necessario, utilizzando più lingue, per offrire esperienze scalabili e realmente coinvolgenti.

Eccellenti le iniziative presentate: di creare spazi dedicati ai bambini, fattorie didattiche, installazioni museali e attività sportive integrate nel paesaggio vitivinicolo. Tuttavia, resta un limite significativo: solo la metà delle cantine è aperta nel fine settimana e la domenica. Un vero peccato, perché è nel weekend che avviene la metamorfosi del consumatore, le persone da lavoratori diventano turisti, e quando cercano sulla mappa una cantina da visitare e trova quasi tutto chiuso, si perde una importante opportunità di accoglienza e di business.

Durante la presentazione sono stati sottolineati i crescenti costi di una buona gestione dell’enoturismo, meno spazio e risalto hanno avuto invece le difficoltà e lo spreco di energie che molti produttori lamentano per i tanti adempimenti burocratici, avanzare una proposta per diminuirli potrebbe essere un’ottima mossa oltre ad invocare fondi e sussidi per un sostegno concreto.

Anche la scarsa confidenza con gli strumenti informatici, a volte anche i più basilari, è un tallone d’Achille che mina la competitività e il raggiungimento di obiettivi importanti. Il sito web, uno strumento indispensabile, non è impiegato al meglio in termini di visibilità e fidelizzazione (il 42% delle cantine registra meno di 1.000 visite al mese), viene inoltre sottolineata la scarsità di attività proattive come le mailing list e ancor di più i Wine Club.

Nel mondo del vino il valore dell’esperienza e della narrazione è fondamentale e nonostante i social media rappresentino un canale potente il loro utilizzo rimane spesso superficiale o inefficace. I dati evidenziano una buona copertura e presenza online da parte delle cantine, tuttavia, faticano a trasformare i social in strumenti di marketing strategico.

Forse uno dei motivi è che per il 77% le aziende sono a conduzione familiare e si affidano questi mezzi a persone che spesso non hanno una preparazione specifica in comunicazione e marketing, e così amici, parenti e appassionati prendono le redini della comunicazione digitale. La conseguenza è evidente: le interazioni rimangono sterili, i follower non si trasformano in visite e soprattutto i contatti non si concretizzano in vendite.

Ora si apre una nuova sfida che è bene saper gestire: quella dell’Intelligenza Artificiale, che oltre ad agevolare e potenziare comunicazione e promozione, dove già trova applicazione, rappresenta un potente alleato in ogni fase. Dall’analisi dei dati alla customizzazione delle proposte fino al miglioramento dell’esperienza di ogni cliente, l’AI può fare davvero la differenza.

Il punto di partenza resta però imprescindibile, per sfruttare appieno il potenziale è necessario dotarsi di un CRM (Customer Relationship Management) un sistema che permette di gestire in modo strutturato tutte le interazioni con i clienti già acquisiti e potenziali, costruendo un Database.

L’adozione della tecnologia è ancora limitata, spesso per la percezione di costi elevati, ma anche per la natura fortemente tradizionale di molte cantine. Superare queste barriere non è solo una leva di crescita per la singola cantina ma un passo fondamentale per l’intero settore. 

La strada tracciata da questa indagine apre nuovi orizzonti, l’enoturismo italiano ha davanti a sé occasioni straordinarie perché le cantine non sono solo luoghi di produzione ma custodi di cultura, territori da vivere e porte aperte su storie da raccontare. I numeri sono utili e importanti, ma il futuro è scritto nella capacità di interpretarli e trasformarli in esperienze uniche ed appaganti, un modello di eccellenza da imitare.

Bacoli: Aguglia raddoppia tra Osteria di Mare ed Enoteca Brilla

Alessandro Costigliola ha un coraggio da leone per aver creduto fortemente in un territorio ricco di bellezza e altrettante asperità paesaggistiche. Siamo a Bacoli, sulla Marina Grande in un piccolo golfo marino dai colori tenui e patinati di un dipinto di Rembrandt.

Immersi nella quiete invernale, prima della calca festaiola d’estate, sembra di essere cullati dal silenzio intervallato dall’eterno sciabordio delle onde del mare e da quel vento di salsedine che predispone all’idea della tavola, accompagnati da una valida proposta di cucina di mare.

Alessandro con la sua Aguglia – Osteria di Mare è uno dei tanti autodidatta che ha deciso di cambiare la propria vita inseguendo il sogno di una gastronomia di qualità. Non poteva scendere a compromessi per evitare di veder sacrificato ogni impegno, diventando l’ennesimo improvvisato sulla scena dei ristoranti campani.

E di pari passo la carta dei vini doveva essere intrigante, originale e selezionata nell’etichette, differenti dai listoni dei rivenditori. Meno comfort zone e maggior accettazione del rischio d’impresa, offrendo ricette e rivisitazioni di piatti tipici, senza temere il giudizio di chi considera un sacrilegio toccare il “grande classico”.

Considerare il cibo come l’opera d’arte, nato dalle mani talentuose e dalla fantasia del proprio autore, significa rispetto anzitutto per le materie prime, per le contaminazioni e gli influssi positivi presi come spunto da altre mentalità fuori regione. “Dal km zero al km buono” afferma Costigliola fin dai tempi del Tuna, la precedente esperienza vissuta nel porticciolo bacolese.

Vale così per il saporito crostino e pesto di cozze, cromaticamente suadente, dal sapore concentrato di mitili in sauté. Contemporanea la tartare di orata con frutto della passione e ananas, accompagnata da una appagante tartare di tonno, crostini aromatizzati, aria di pomodoro e pesto di basilico e dal sashimi di pesce con erba cipollina, pomodorini e olive, costituenti il pilastro del “Non Menù”, 7/8 assaggi a tema libero in cui variare gli ingredienti volta per volta sulla base del pescato di stagione.

Dal crudo al caldo con gli antipasti composti da bracioletta di mare, salsiccia di tonno e friarielli con riduzione di aglianico, seppia con vellutata di piselli e guanciale croccante. Quei ricordi ricercati della trattoria di una volta, nella serenità di un prodotto fresco, abbattuto come da legge e cotto alla perfezione, seguendo tecniche moderne che ne amplificano aromi e gusto.

Prima del dolce il nuovo ingresso dedicato al mese del Carnevale: la lasagna di mare (strati di pasta fresca liscia, besciamella, mozzarella, parmigiano reggiano,leccia, ricciola e cefalo, su crema di basilico e fumetto di pesce). Gradevole l’insieme, magari pensando in futuro ad alzare l’asticella con un ragù ristretto di mare in futuro o altre sorprese ad effetto.

Cinque elementi di brigata in cucina, con a capo Francesco Fevola, possono essere il giusto brainstorming, dal pane e lievitati fino al dessert di chiusura. Come il TiramiSud, ad esempio, con ricotta di bufala e caffè. Scomposizione efficace della storica ricetta conosciuta in tutto il mondo.



I saluti di commiato avvengono tra gli spazi dell’Enoteca Brilla, che funge anche da cantina di Aguglia, con alcune chicche italiane ed estere tra le oltre 700 presenze degne della visita in un luogo incantevole e pieno di energia. Si nota dal bradisismo con cui gli abitanti convivono da sempre, si ravvisa nelle pietanze e nei calici di Alessandro Costigliola e del suo staff.

Damijan Podversic e la poesia dei vini friulani del Collio

L’appuntamento di Banca del Vino presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca è stata dedicata a Damijan Podversic, in una serata in cui il vino, per una volta, faceva da attore comprimario ad un uomo che ha dato voce al proprio lavoro e al proprio sogno.

Il Friuli-Venezia Giulia, si sa, è terra di passaggio di culture e Damijan incarna perfettamente l’essenza di questo territorio, a cominciare dal momento in cui Gorizia fu annessa al Regno d’Italia nel 1919. Orgogliosamente contadino, ripercorre le difficoltà che la sua terra incontrò, dallo spopolamento delle campagne in favore delle fabbriche di città. Fu suo padre, proprietario di un’osteria, ad acquistare nel 1973 i primi due ettari di terreno per produrre il vinello da servire ai suoi avventori.

Ma è a Mario Schiopetto, Nicola Monferrari e Josko Gravner – assurto a padre spirituale- che deve la sua educazione enologica.  Tornato dal servizio di leva obbligatoria, Damijan inizia a dare vita al proprio sogno. La moglie Elena diviene subito il suo co-pilota in quello che egli stesso ha definito un viaggio verso la Luna. Nella fase di ritorno dal viaggio, ha affidato il timone alla figlia Tamara, sancendo di fatto, per il 2026, la sua ultima vendemmia col berretto da capitano.

Vitigni basali e aromatici e maturazione fenolica, sono i principi alla base della sua idea di viticoltura, in un territorio, quello del Collio, con altitudini comprese tra gli 80 e i 280 metri s.l.m., caratterizzato da argille e silici compresse. Un suolo ricco di scheletro e capace di trattenere l’acqua nei periodi estivi: la cosiddetta Ponca goriziana. I vitigni si chiamano Friulano, Malvasia, Ribolla Gialla, ben predisposti alla Muffa Nobile che determina la differenza tra un’annata calda e una fredda, tra un concerto rock o piuttosto la Nona Sinfonia di Beethoven.

Lo Chardonnay lo allontana dal padre per poi ricongiungerlo nella saggezza del lavoro in vigna e in cantina. Il vino deve racchiudere in sé tre caratteristiche: salinità, croccantezza, tensione; tre parimenti le fasi da rispettare: quella gestazionale, di circa tre mesi, durante i quali si svolge la fermentazione con macerazione sulle bucce ad una temperatura compresa tra 26° e 32° e la successiva malolattica. Segue poi la fase di svezzamento, durante la quale il vino trascorre non meno di tre anni in botti di rovere da 20 o 30 ettolitri ed, infine, la fase di maturità, ossia l’affinamento in bottiglia non inferiore a un anno.

Il vino può essere apprezzato sotto due aspetti, quello determinato dall’impatto olfattivo tipico dei vitigni aromatici, e quello della profondità gustativa, tipica dei vitigni basali. Un concetto che Damijan lega con una metafora alla bellezza esteriore e interiore di una persona. Il Collio Bianco Kaplija nasce quale unione dei due aspetti: l’aromaticità della Malvasia Istriana e del Friulano e la profondità dello Chardonnay. Proprio come predicato dal padre.

Diverso ragionamento spetta alla Ribolla Gialla, definito dal produttore come un vitigno autoctono privo di grande intensità aromatica. Si capisce subito che è il suo figlio prediletto, quello dei dolori e delle grandi soddisfazioni, tanto che, al di là di un convenzionale ordine di servizio, lo inserisce alla fine, dopo la verticale di quattro annate di Kaplija.

Iniziamo proprio dalle quattro annate di Collio Bianco Kaplija: 2020, 2019, 2018 e 2016

Il tratto comune risiede nel sorso caldo e avvolgente, equilibrato, masticabile e succoso, che richiama continuamente ad un successivo assaggio. Tutte e quattro le annate sono state classificate come calde, ma la 2020 e la 2018 hanno in comune una piccola percentuale di uve muffate. Kaplja 2020 ha naso ricco, ancora giovane, in cui si evidenziano sentori fruttati freschi ed erbe di montagna che si traducono in un sorso generoso e opulento. La 2019 evidenzia invece note resinose e di radice di liquirizia, più secco e dalla chiusura amaricante accentuata. Complesso ed evoluto il naso della 2018 dove spiccano confettura di pompelmo, caramella d’orzo e nocciolina americana in perfetta coerenza con l’assaggio denso che ricalca continuamente i sentori agrumati. Nella 2016 a prevalere sono il naso di arancia bionda, caramella gelée all’albicocca e un bouquet floreale ancora vivido, meno slanciato rispetto ai precedenti, ma dotato di maggiore equilibrio.

Tutt’altro che  priva di intensità aromatica la Ribolla Gialla 2020 si presenta su frutta gialla matura, miele d’acacia e caramella d’orzo; al palato comprendiamo appieno il senso del termine profondità che Damijan ha attribuito a questo vitigno. La stessa carezza dell’onda sul bagnasciuga, che ritorna ogni volta con rinnovata potenza ed energia.

Az. Agr. Podversic Damijan 

Via degli Eroi 33

34170 Gorizia (GO)

Le Girolì ad Eboli, tutta la dolcezza del mondo

Rossella e Livia, braccio destro e braccio sinistro de Le Girolì ad Eboli (SA), gastro-boutique specializzata nella realizzazione di dolci e torte dal gusto irresistibile.

Gli studi compiuti che miravano ad altri settori, poi la passione di famiglia per le creazioni di pasticceria hanno trasformato la vita delle due giovani titolari nel sogno più bello da realizzare: veder soddisfatti bambini e adulti mentre assaporano le loro delizie.

Torte appetitose e colorate, come la New York Cheese Cake, passando per i classici Cookie ripieni di cioccolata, Brownie, Cupcake e, per finire, Red Velvet, Carrot Cake e Tiramisù in versione americana. Proprio in tema di stile le ricette ricalcano quelle anglosassoni d’oltreoceano, atipiche per la Campania regno di zeppole, struffoli, sfogliatelle e pastiere.

Un punto di forza che determina anche l’originalità de Le Girolì nel far viaggiare, attraverso i morsi ed il palato, il consumatore verso lidi lontani all’insegna della beat generation. Una ribellione positiva, che si smarca dal concetto tipico di fare dolci in Italia.

La sac à poche sempre carica nel laboratorio, dove Livia inventa a seconda del momento e degli ingredienti stagionali. In sala Rossella a completare l’offerta con caffè, liquori aromatizzati e altre specialità dolciarie.

Una piacevole pausa di ristoro in un luogo rilassante, dai toni caldi e accoglienti, che abbiamo visitato per voi lettori di 20Italie, da sempre attenti alle novità del territorio.

Il linguaggio del vino e le nuove forme di comunicazione nel convegno promosso da Associazione Italiana Sommelier – AIS Italia

Cosa succede quando un filosofo, un enologo, una blogger e un sommelier si siedono insieme per discutere di comunicazione e linguaggio del vino nell’era moderna? Ne scaturisce un confronto ricco di spunti dove il focus si concentra sul grado di attrazione che il vino è capace di esercitare, in base alle modalità di comunicazione e al pubblico al quale ci  rivolgiamo.

È stato questo il tema del convegno promosso da AIS, Associazione Italiana Sommelier, in collaborazione con AIS Campania al De Bonart Naples Hotel, che ha visto intervenire Sandro Camilli, Presidente AIS Italia, Nicola Perullo, Professore ordinario di Estetica all’Università di Pollenzo, Roberto Cipresso, enologo, Giulia Sattin, blogger, Cristiano Cini, Comitato Esecutivo Didattica AIS, moderati dal giornalista Luciano Pignataro, davanti ad una nutrita platea di giornalisti, comunicatori, sommelier e appassionati di vino.

Due round per un dibattito che ha coinvolto relatori e pubblico, in cui le suggestioni emerse riguardavano le modalità di coinvolgimento dei cosiddetti millenial nel racconto vino, ma anche il re-engagment di altre fasce d’età, in una fase cruciale che vede il comparto sotto scacco. Basti pensare al crescente interesse per le bevande dealcolate, all’attenzione sempre più forte verso stili di vita salutisti, all’ondata di ritrazione dei consumi di vino anche a seguito delle nuove norme di legge in vigore.

Parola chiave e filo conduttore di tutti gli interventi è esperienza: come modalità di fruizione della bevanda vino, che può avvenire attraverso linguaggi e forme di comunicazione diverse, come la musica e l’arte ad esempio.

Concordano Nicola Perullo e Roberto Cipresso, ponendo entrambi l’accento sul concetto di gusto e di variazione di quest’ultimo nel tempo. Il vino è un “artefatto”, e come tale soggetto alle mode e all’esperienze personali e soggettive.

Giulia Scattin parla della rilevante figura dell’Influencer marketing, modulando il suo intervento sul concetto di semplificazione della comunicazione. Semplificazione che non va intesa come banalizzazione, ma come possibilità di fruizione da parte di un pubblico il più ampio possibile.

È indubbio che in questa variabilità di forme di comunicazione, quella legata alla formazione didattica può apparire la più rigida, continua Cristiano Cini, ma in questo senso AIS ha completamente riformato il proprio approccio introducendo il concetto di soggettività basato sull’oggettività di un linguaggio (la nuova scheda di degustazione) in grado di codificare l’esperienza personale del relatore o del degustatore.

Non bisogna infine dimenticare che il vino è prima di tutto espressione di territori e valori umani: se condiviso in questa prospettiva, spogliato di ogni forma di autoreferenzialità,  può offrire emozioni ed esperienze diverse con il medesimo grado di soddisfazione.

E a questo proposito appaiono calzanti le parole del compianto Giampaolo Gravina, citate ad apertura di Convegno dal Presidente nazionale AIS Sandro Camilli: <<Quella lingua che assaggia e degusta è infatti la stessa lingua che parla e comunica, evidenziando nell’atto del gustare una vocazione genuinamente linguistica in virtù della quale le questioni di palato si risolvono continuamente in questioni di parlato. Ora però nel parlare di vino, la sete generica di storia si va facendo sempre più forte della sete di lingua, o meglio di storia con una bella lingua. E così le parole del vino, già troppo spesso confinate in un gergo autoreferenziale poco comprensibile ai più, perdono simultaneamente eloquenza e originalità. Rinunciano cioè a quella capacità di persuasione, stimolata dal tentativo di riformulare personalità ed energia del vino, così necessarie a comunicarne la qualità dei sapori, a condividere la temperatura emotiva e, allo stesso tempo, sacrificano l’originalità del gusto in nome di una tipicità banalizzante>>.

Campania, presentato il Progetto Crescere BIO

Crescere Bio è il progetto promosso da A.S.A.Q.A., azienda operante nel settore analisi ambientali e microbiologiche nella provincia di Napoli, che si colloca all’interno del Fondo mense scolastiche biologiche, istituito nel 2017 dalL’allora Ministero delle Politiche Agricole e Forestali al fine di promuovere la conoscenza e l’utilizzo di prodotti biologici e ridurre i costi a carico dei beneficiari del servizio mensa  (Dlgs del 24 aprile 2017, n. 50; L. 21 giugno 2017 n. 96).

Viene rivolto non solo alle Scuole Primarie, attraverso una corretta educazione alimentare, ma anche agli Istituti Alberghieri al fine di formare operatori del settore che pongano particolare attenzione ai prodotti biologici e all’agroalimentare di qualità, contribuendo in questo modo anche alla tutela dell’ambiente e alla valorizzazione del territorio.

Il progetto è stato presentato presso l’Agriturismo Al Centimolo di Caianello (CE), durante il convegno Nutriamo il domani. Sostenibilità e qualità nella ristorazione scolastica, tenutosi lo scorso 30 gennaio e moderato da Marco Di Buono – conduttore RAI,durante il quale numerosi sono stati gli interventi sullo stato dell’arte dell’agricoltura biologica campana e sulla diffusione di una cultura realmente consapevole dell’alimentazione e dei benefici da essa derivanti.

La Campania in termini di produzione biologica ha compiuto passi da gigante, come accennato da Angelo Marino, Presidente Regionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali, e successivamente ribadito da Flora Della Valle, Dirigente Ufficio Valorizzazione Assessorato Agricoltura Regione Campania: l’ultimo rapporto ISMEA BIO in cifre 2024 evidenzia come in questa regione gli operatori biologici siano passati da circa 2000 a quasi 7500 dal 2014 al 2023 mentre la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) biologica sia quintuplicata nello stesso periodo passando da poco più che ventimila ettari a oltre centomila, circa il 20% della superficie totale contro il 18% della media nazionale, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2050 il 25% previsto dal Green Deal europeo.

È necessario creare valore nel mercato del biologico e attribuire il corretto surplus economico ai prodotti biologici. I fondi investiti nel biologico scolastico per questa annualità da parte della Regione Campania sono pari a 150.000,00 euro, di cui una parte è stata distribuita ai Comuni che hanno inserito nelle mense scolastiche prodotti biologici, mentre  80.000,00 euro sono stati destinati ad A.S.A.Q.A per il progetto Crescere Bio.

Iniziare dalle scuole è fondamentale, sottolinea Eduardo Cuoco Direttore IFOAM Organics Europe in diretta da Bruxelles, ma convertire le mense scolastiche da convenzionali a biologiche non comporta solo un cambiamento nel tipo di prodotti utilizzati bensì  l’attivazione di competenze che tengano conto della stagionalità dei prodotti e della loro territorialità, affinché si possa parlare di un sistema agroalimentare realmente sostenibile, anche da un punto di vista economico. Inoltre l’agricoltura biologica 4.0 oggi può servirsi dell’intelligenza artificiale per abbattere costi fino ad ora proibitivi e diventare cibo realmente democratico, ha specificato il prof. Gianni Cicia, Docente di Economia Agraria del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

L’intervento di Monica Matano, Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, Ambito territoriale provincia di Caserta, ha posto l’accento sul dato allarmante emerso dall’indagine 2023 di Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza dell’ISS sul sovrappeso e l’obesità nei bambini delle scuole primarie.  Secondo il rapporto infatti la Campania ha in Italia il tasso più elevato di bambini obesi o in sovrappeso, il 45%. Questo dato deve indurre a modificare stili di vita scorretti e in tal senso l’istituzione scolastica ha un ruolo cruciale grazie ai meccanismi di interazione capace di generare (ciò che i ragazzi imparano a scuola lo portano in famiglia).

Sempre maggior attenzione dunque a iniziative quali la creazione di orti scolastici, attraverso cui educare ai cicli naturali e alla stagionalità dei prodotti, e l’educazione alla sana alimentazione nelle mense. Queste ultime devono proporre una dieta variegata, equilibrata e stagionale, in grado di tener conto delle diverse necessità alimentari, intolleranze e allergie comprese, ha aggiunto l’immunologo Mauro Minelli.

Crescere Bio, con un orizzonte temporale di due anni, si pone dunque in questo solco, spiega l’avvocato Simona Pelliccia coordinatrice del progetto per A.S.A.Q.A.

Due sono gli step previsti: A tu per tu con i prodotti del territorio, dedicato alle scuole primarie aderenti all’iniziativa, dove un gruppo di esperti insegnerà ai bambini, attraverso il gioco, che mangiare bene vuol dire stare bene e far bene all’ambiente. I bambini porteranno a casa un cestino di Mele Annurca bio IGP Campania oltre ad opuscoli informativi digitalizzati.

Il secondo step è la Sfida ai fornelli rivolta agli studenti degli istituti alberghieri aderenti all’iniziativa ai quali verrà richiesto di ideare e realizzare un piatto che valorizzi i prodotti dell’agroalimentare biologico campano, successivamente giudicati e premiati da una commissione di esperti.

E’ necessario creare cultura anche nelle mense scolastiche, ha concluso lo chef Giuseppe Daddio, per la scuola di alta formazione Dolce&Salato dove i ragazzi che parteciperanno alla Sfida ai Fornelli saranno chiamati a esibirsi.

L’assessore Nicola Caputo ha chiuso i lavori sottolineando che questa iniziativa è solo la prima di un programma intenso che vedrà direttamente coinvolta la Regione Campania nei protocolli di produzione agricola. L’agricoltura infatti deve essere sempre più funzionale alla corretta nutrizione e in tal senso il cambio di passo deve partire dalle generazioni dei giovanissimi.

In questa prospettiva ci torna in mente Feuerbach e quello che scriveva: “noi siamo quello che mangiamo”. Dobbiamo necessariamente passare per stili alimentari non solo più salutari ma anche più sostenibili per il pieno raggiungimento del benessere psico-fisico.

La “pizza sunset” da Regina Margherita risalta il momento d’oro del turismo a Napoli

Un cestino croccante di pane pizza, ripieno di patatine fritte, olive, frittatine e focaccia con pomodoro ed un limoncello spritz, drink a base di limoncello d’Amalfi, prosecco e soda. Davanti agli occhi il lungomare di Napoli e Castel dell’Ovo, resi ancor più splendidi dalla scelta ardita dell’Amministrazione di qualche anno fa, di creare un’isola pedonale turistica.

Da Regina Margherita i colori ed i sapori del capoluogo partenopeo vengono tradotti in esperienza gastronomica fuori dai canoni del sofisticato palato gourmet, meglio rappresentanti del concetto ancora democratico di divertirsi e stare bene senza spendere per forza un occhio della testa. Non significa, ovviamente, sacrificare sull’altare della quantità il giusto compromesso tra materie prime scelte e proposte di buona qualità.

I numeri hanno sempre incuriosito e talora spaventato la stampa di settore; spesso si pensa, con qualche pregiudizio, che ci possa essere un danno ad un certo tipo di ristorazione ormai standardizzata. Non tutto ciò che è fumo è però anche arrosto, per citare un famoso motto anglosassone. Di sicuro ci sono sempre margini di miglioramento e i chioschi o piccoli negozi angusti take away semi fantasma, la fanno a volte da padrone nell’immaginario godereccio dei giovani. Ma in tale contesto sociologico non semplice da analizzare, esistono realtà consolidate come trattorie, ristoranti e pizzerie che riescono a far numeri da capogiro, offrendo comunque pietanze di buon livello.

Davanti ai forni a legna di Regina Margherita troviamo Gennaro Verdini e Marco Corbi, in cucina gli chef Raffaele Sgueglia e Ferdinando Toscano, in sala i direttori sono Simona Di Vicino e Raffaele Muriello. Andrea Macchia, uno dei soci, commenta così il felice momento: «Ogni giorno registriamo una grande affluenza di turisti; adesso vogliamo aprirci ancora di più alla città, strizzando l’occhio ai giovani. Di qui l’idea di questo speciale aperitivo da gustare al tramonto, ma non solo, e da vivere in completo relax. Ci troviamo in un angolo d’oro, dove è possibile godere di momenti particolarmente affascinanti, approfittiamone».

A febbraio, mese dell’amore, è giunta in tavola la pizza margherita love is in the air a forma di cuore e, per i vegani, la speciale ortolana con pomodoro, peperoni, melanzane, friarielli. A Carnevale invece si potrà ordinare la pizza stella, colorata e multi gusto. «Il successo – ribadisce Macchia – non nasce solo dalla qualità degli ingredienti, ma anche dalle idee, dalla puntualità del servizio, dalla competenza dello staff, dall’accoglienza. Ammetiamo anche che  Napoli, con il suo meraviglioso lungomare, il Castello e il fascino del panorama, sotto questo punto di vista ci dà una bella mano»

Ad aggiungere valore alla crescita delle presenze in città è stato il cosiddetto “fattore C” come Calcio: quello dei successi conseguiti dalla squadra biancoazzurra del Napoli. Considerazioni fatte proprio con Simona Di Vicino e con i colleghi presenti, che hanno vissuto la trasformazione epocale rispetto agli anni del primo scudetto.

Allora, era il 1987, la gioia restò confinata solo in Campania; oggi esiste invece una consapevolezza, unita alla comunicazione globale, ben differente, che apporta beneficio all’intero comparto turistico. Inoltre i lavori pubblici realizzati e quelli in fase conclusiva, hanno abbellito e resi maggiormente accessibili, al visitatore italiano ed estero, quartieri che una volta erano preclusi alle visite, perché emblemi del disagio e della povertà. Quei luoghi sono adesso rinati e godono di luce riflessa, quella della legalità nel segno vincente dell’enogastronomia.

Chi l’avrebbe detto un tempo, eppure oggi siamo qui a brindare e godere delle eccellenze di uno dei posti più belli del mondo. Anche con una fetta di pizza simbolo del Made in Italy ed un cocktail a chilometro zero vista mare, da Regina Margherita.

Armonì, l’accento sulle proposte dello chef Mariano Armonia

Nel piacevole borgo marinaro di Pozzuoli, grazie al sogno realizzato di due amici, è assurto agli onori delle cronache un locale che non ha per niente fatto fatica ad affermarsi nel firmamento della gastronomia flegrea: il ristorante Armonì, dello chef Mariano Armonia e dell’imprenditore Giovanni Russo.

Con i suoi 80 coperti si presenta elegante già all’ingresso dalle pareti color pastello che richiamano alla mediterraneità tipicamente partenopea, visti i dettagli artistici vivacemente iconici che a tavola diventano elementi di attenzione al dettaglio per la mise en place.

Accolti dal personale con la premessa di un benvenuto genuino, caloroso e composto, si prende posto in un ambiente raffinato, disinvolto e ben organizzato, indicato sia per una cena romantica che per un pranzo di lavoro, piuttosto che per una rimpatriata tra amici desiderosi di condividere emozioni e trascorrere una bella serata.

Certo il ristorante Armonì è giovane, ma al timone della cucina c’è tutta l’esperienza di Mariano, classe ’88, dal curriculum ragguardevole: tanta gavetta tra il Capri Palace, il Riccio, il Quisisana e L’Altro Cocoloco, per poi aprire un locale tutto suo nel 2017, vantando anche consulenze di rilievo come quella per il ristorante “Pasta Fresca” dell’hotel 5 stelle Palace del Mar ad Odessa in Ucraina, ed esperienze televisive, più volte ospitato ad Alice Tv durante la trasmissione condotta da Francesca Barberini.

La serata celebrativa per la stampa, ben organizzata dalla giornalista Federica Riccio, è un vero inno all’apertura; dopo un brindisi conviviale con bollicine campane, si passa all’assaggio del fagottino croccante ripieno di ragù alla genovese, rigorosamente preparato con cipolla ramata di Montoro, accompagnato da un’intrigante Spritz Campari in versione solid cocktail.

L’interpretazione finger della genovese, perfettamente coerente col suo sapore e accompagnata dal drink al cucchiaio, ha dato croccantezza al morso senza togliere autenticità alla tradizione. Presente in tavola il pane multicereali preparato dallo chef unito all’ottimo burro fresco. Si prosegue con un Piedirosso dei Campi Flegrei e ancora una volta la cipolla montorese domina la scena: la frittata della nonna, nello stile fluffy della tortilla è un tuffo nel passato condito di eleganza, grazie al Crystal Bread e alla sua polvere bruciata.

Il primo piatto vuol essere una dedica ai trascorsi lavorativi dello chef sull’isola più glamour del mondo. “Made in Capri” è, infatti, l’interpretazione fatta raviolo di Armonì. Grande manualità nel sigillare la pasta, abbastanza consistente nello spessore, ripiena di caciotta e condita con sugo di pomodoro, maggiorana e salvia, su acqua di provola. Un gioco di tendenze dolci, il contrasto con l’aromaticità delle erbe e l’affumicato del latticino, con una certa acidità, è una carezza palatale grazie a quel velluto di pomodoro che ha ingolosito i presenti al punto da richiederne un supplemento di dose.

Il Nerino Casertano, pancia di maialino nero casertano cotta a bassa temperatura, ha dato il meglio di sé per la tenerezza delle carni e il suo fondo di cottura in agrodolce, quasi a ricordare il pork adobo filippino, eccetto che per le speziature e l’abbinamento con la mela annurca. Verve gustativa e territorialità a un piatto decisamente succulento e bilanciato.

Gran finale arriva con la solarità del color arancio a ricoprire una sfera di mousse dal cuore dolcissimo: Sweet Solfatara è un omaggio al mandarino dei Campi Flegrei, diventato PAT – prodotto agroalimentare tradizionale – grazie al lavoro assiduo di Domenico Ferrante e di alcune associazioni locali. La coccola pasticcera della crema, in contrasto con le note agrumate della marmellata e unita al crumble di cioccolato, è stato il coronamento di una cena di altissimo livello, oltre ogni aspettativa.

Abbiamo degustato il Prosum, l’amaro pompeiano frutto di un inedito criterio di estrazione a freddo degli oli essenziali delle erbe officinali preservando in maniera inalterata le proprietà; un digestivo d’altri tempi e di grande appeal, vincitore di ben due premi al World Liqueur Awards, con somma soddisfazione per l’ideatore Lorenzo Dimartino.

Sembra quasi banale dire che la cucina matura ed evoluta di Mariano, proposta in questo elegante format da trattoria urbana, ha raggiunto una personale “armonia”, ma è il caso di aggiungere che le vette di equilibrio delle portate sono state frutto di un gioco consapevole e niente affatto scontato di sapori e contrasti che diventano bilanciamento e piacevolezza, in linea con la filosofia di Armonì.

Ricordi di tradizioni familiari, di proposte autentiche combinate all’intuizione moderna, al concetto gourmet e alla passione per le cose ben fatte.

Anteprime di Toscana: i migliori assaggi del Vino Nobile di Montepulciano “Pieve”

“Tanto tuonò che piovve!” Sono finalmente giunte le Pievi alla valutazione per la stampa. Ne abbiamo parlato in diversi articoli tra cui Vino Nobile di Montepulciano: un viaggio attraverso le 12 Pievi durante Vinitaly 2024.

Scriviamolo subito a scanso di equivoci: promosse a pieni voti, senza riserve. Per la lode bisognerà attendere ancora del tempo, essendo numerosi i campioni di vasca ed en primeur (14 sul totale di 27) presenti durante l’assaggio.

Resta comunque l’idea riuscita di elevare la qualità complessiva del Sangiovese di Montepulciano, articolato in una valida differenziazione tra Pieve e Pieve (mancava solo Badia all’appello).

Ciò che conterà davvero, al di là dei buoni inizi, è il traino che potrà fungere verso le altre versioni presenti nel Disciplinare. Ancora aperti i dubbi sulle numerose proposte per il mercato: dall’agile Rosso di Montepulciano fino al Vino Nobile di Montepulciano Pieve, passando per Nobile d’annata, Riserva e Selezioni varie.

Da sinistra Dario Nardella europarlamentare e Andrea Rossi presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano

Così parimenti la gestione delle uve scelte, che potrà avvantaggiare o meno i produttori nel conto finale. È di certo un momento di grande opportunità e come tale va vissuto, con ottimismo e con un pizzico di beneficio d’inventario.

L’impegno continuo del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano e degli attori in gioco, rappresentati dai piccoli e grandi vitivinicoltori del territorio, non mancherà di riservare delle sorprese in futuro.

I migliori assaggi sono stati valutati alla cieca, in ordine di preferenza, in un panel di degustazione composto dal sottoscritto, da Adriano Guerri redattore di 20Italie e da Maurizio Valeriani direttore della testata giornalistica Vinodabere.

Migliori Assaggi Vino Nobile Montepulciano Pievi

Pieve Valardegna – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Il Molinaccio

Pieve Sant’Ilario – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Vecchia Cantina di Montepulciano

Pieve Cerliana – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – La Ciarliana

Pieve Cervognano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Guidotti

Pieve Caggiole – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2022 – Poliziano

Pieve Cervognano – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Le Bèrne

Pieve Gracciano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Tenuta Gracciano della Seta

Pieve Le Grazie – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Talosa

Pieve Ascianello – Vino Nobile di Montepulciano (campione di botte/vasca) 2023 – De’ Ricci

Pieve Sant’Ilario – Vino Nobile di Montepulciano 2021 – Poggio alla Sala

Pieve Valiano – Vino Nobile di Montepulciano (affinamento in bottiglia) 2021 – Tenuta Trerose

Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop

Riserva Rooftop e Galleria Morra Arte Studio presentano “Vernissage sensi in mostra”: Otto esperienze immersive nella bellezza visiva, nell’arte, nel gusto. 

Sarà capitato a molti di voi di cenare in uno dei tanti art-restaurant presenti nel panorama enogastronomico. Un concetto avveniristico di accoglienza sempre più ricercato al posto delle visioni minimaliste stereotipate di qualche anno fa. Il calore dato dai colori di un’opera d’arte, dalle forme sinuose di una scultura e da una scelta contemporanea in linea con gli arredi del locale non stona, anzi.

Esistono poi le piacevoli eccezioni alla regola, quando ti avvicini a luoghi iconici come Riserva Rooftop a Napoli, dove il panorama dalla collina di Posilippo varrebbe già il prezzo della piacevole sosta. Ad aggiungere valore le creazioni del giovane chef Davide Cannavale che propone nel menù i classici rivisitati della tradizione ed uno speciale angolo a tema riguardante alcune ricette storiche delle regioni italiane, variabili in funzione della stagionalità degli ingredienti.

Ciò che stupisce, però, è l’idea assolutamente geniale di stuzzicare le menti degli avventori con una rassegna da vera pinacoteca, creata da Salvatore “Sasy” Maresca, Roberto Bianco (titolari del ristorante) e dalla celebre galleria Morra Arte Studio fondata nel 1980 da Vincenzo Morra ed oggi aiutato dai figli Ivan e Raffaele. Due mondi che si incontrano – spiega Maresca– creando momenti immersivi in cui gli ospiti possono assaporare piatti  ispirati al file rouge della serata. Ogni appuntamento segue infatti un tema artistico e gastronomico diverso, curato nei minimi dettagli.

Ovviamente, nel giorno di San Valentino dedicato a tutti gli innamorati, non poteva mancare il tema dell’amore e della passione. Otto appuntamenti che metteranno al centro dell’attenzione la bellezza ed il gusto: si comincia con le opere della mostra collettiva realizzata dagli artisti Dario Tironi, Marco Lodola, Giuliano Grittini, Ugo Nespolo, affiancati alla nuova scuola, rappresentata da, Francesco Pezzuco, Daniela Lupi, che mettono al centro anche l’ecologia e l’ambiente.

Un rilancio del territorio in chiave culturale, per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea e dell’enogastronomia moderna. Attraverso collaborazioni mirate, si creano opportunità uniche per artisti, emergenti e affermati, di esporre le proprie opere a un pubblico più ampio.

«È un evento creato per chi ama l’arte in ogni sua forma – ribadisce Bianco – perché in fondo anche la cucina non è altro che arte. Ogni dettaglio è pensato per emozionare e stupire; gli ospiti saranno accolti da artisti, esperti d’arte, chef, sommelier, bar mixologist, che li guideranno in un viaggio sensoriale tra forme, colori e sapori».

Proprio con quest’ultimo, che ricopre il ruolo, nella struttura, di manager di sala, abbiamo analizzato anche la versatilità delle proposte culinarie di Riserva Rooftop. Si cerca di soddisfare ogni esigenza, pur mantenendo un’impostazione di clientela selezionata. Esclusività che non significa necessariamente esclusione, con prodotti ricercati di elevata qualità, ma anche scelte a portata di tasca per garantire l’esperienza sensoriale anche ai più giovani.

La brace, in aggiunta alle proposte gourmet di Cannavale, amplia l’offerta consentendo l’accompagnamento al cibo con una vasta scelta dalla carta dei vini, tra cui alcune chicche senza tempo. O, perché no, un cocktail come quelli realizzati dal talentuoso barman Mickael Reale presente alla serata per la stampa. Manca un vero e proprio percorso degustazione, preferendo dare libertà di iniziativa al cliente, affidandolo nelle mani degli esperti Sasy e Roberto e al loro staff.

Ovviamente allietati nell’attesa dalle opere d’arte di “Vernissage Sensi in mostra” a cura di Galleria Morra Arte Studio. Un grazie, infine, alla giornalista Federica Riccio ed all’Agenzia Visivo Comunicazione per l’ottima organizzazione. Ultima considerazione importante: tutte le opere sono acquistabili anche in loco, come da catalogo.

Riserva Rooftop

Via Manzoni, 308 – Napoli

Aperti dal lunedì al sabato 19:30 – 01:00

Domenica: 12:30 – 01:00

info: 081 6125267