Il Mont Blank a Eboli: l’occasione per una pausa gastronomica di qualità

Quando Carlo Levi scrisse il suo capolavoro letterario, la strada e la ferrovia abbandonavano la costa salernitana, più o meno all’altezza di Eboli, per addentrarsi negli impervi territori campano-lucani. Eboli, per l’esule antifascista, non fu indice di termine della civiltà piuttosto metafora del colpevole abbandono, della disattenzione e del tradimento sociale del Mezzogiorno d’Italia che aveva causato, sin dall’unità d’Italia, il ritardo di sviluppo che ancora conosciamo.

Oggi il gap è tutt’altro che colmato, eppure lo scrittore torinese, Senatore della Repubblica nel dopoguerra, probabilmente sposterebbe a sud quella linea immaginaria. Magari al centro del Mediterraneo, perché ogni “Sud” ha un suo corrispettivo ancora più australe.

Siamo stati a Eboli, nell’areale della foce Sele, dove abbiamo percepito un confortante dinamismo di piccole imprese (non solo nell’agroalimentare e nella zootecnia), che sfidando la congiuntura sfavorevole ribaltano la visione e i luoghi comuni del passato.

E’ una delle tante microimprese che abbiamo scelto di raccontare, in pillole, per voi appassionati e attenti lettori. E’ la storia dei Marcantuono, famiglia ebolitana da almeno 3 generazioni, dedita all’agricoltura latifondiaria e alla zootecnia. Sarà Liberato Marcantuono, negli anni ‘80, a consolidare una nuova attività di servizio per le aziende agricole, con il sito di vendita e assistenza di tecnologie ed automazioni destinate al settore primario. Nel 1990 acquisisce la concessione esclusiva di vendita del marchio FIAT (oggi New Holland) e negli anni a seguire toccherà ai figli Antonio e Marcello Marcantuono gestire l’intero patrimonio che, solo per la parte di olivicoltura, conta oltre 7000 piedi d’ulivo.

Nel nuovo millennio la famiglia Marcantuono trasformerà una vecchia segheria/falegnameria, adiacente la concessionaria di macchine agricole in località Cornito di Eboli, in uno spazio multitasking di ristorazione, enogastronomia, sapori e convivialità. Il 16 agosto del 2020 apre così i battenti Mont Blank sulle “ceneri” della falegnameria Monte Bianco. Un sapiente e creativo lavoro progettuale realizzato su vari volumi tra loro distinti, ma distribuiti da un centrale concept garden che funge da cerniera tra il lounge cocktail bar, la dirimpettaia winery, la grande area bistrot, il ristorante e ancora la bakery-pastry.

Una formula, racconta Antonio Marcantuono, che coniuga il piacere di soddisfare gusti ed esigenze diversi di variegata clientela con la forte volontà di promuovere e valorizzare il vasto patrimonio agroalimentare della Valle del Sele, Cilento e Vallo di Diano e dell’intera Campania. La metafora che provoca al cronista l’osservazione di questi spazi armonicamente disposti è quella di una orchestra moderna sempre in procinto di esibizioni. A tessere le melodie c’è, sin dalle prime battute, chef Raffaele Della Rocca, coadiuvato per la parte dolce dalla talentuosa Grazia Cembalo.

L’impressione generale che si ricava, soprattutto agli assaggi, è quella di un armonico affiatamento tra tutte le componenti della struttura. Con la solenne promessa di dedicare un’ulteriore carrellata d’assaggi, in compagnia del Direttore di 20Italie Luca Matarazzo, ci congediamo dalla proprietà e dallo staff ulteriormente consapevoli che gli incontri più inattesi sono quelli  totalmente impermeabili all’oblio.

Un giorno a Sorbara, tra nebbia e Lambrusco

Cantava Ligabue la celebre Lambrusco & Pop Corn, osannando quella vita da vivere che solo chi nasce in Emilia può realmente capire. I nostri passi in giro per l’Italia ci hanno condotto nella terra patrimonio dell’enogastronomia, dove il tempo scorre lento, specie nella stagione invernale dominata dalla nebbia della “Bassa” Padana.

Ci sarebbe da approfondire anche la linea morbida e sottile dei crinali pre-appenninici che pochi si aspettano nell’immaginario collettivo. La morfologia dei terreni emiliani, infatti, è piuttosto variegata e articolata, suddivisa per vallate parallele ricche di corsi d’acqua, vassalli dell’aristocratico fiume Po. In pianura, dove sabbie e limo la fanno da padrone (qui c’era il mare pliocenico), l’estate toglie il fiato dall’afa e in autunno inoltrato una sottile coltre di bruma fredda ricopre i campi, quasi a volerli conservare in letargo fino alla rinascita primaverile.

A Sorbara (MO) si respira la stessa aria genuina dei paesini dell’Emilia menzionati nei racconti di Guareschi: le sanguigne diatribe tra visioni politiche e sociali diverse, tra persone che sanno tutto l’uno dell’altro ma che sono disposte persino a rinunciare alle beghe familiari e ai campanilismi dandosi una mano nei periodi difficili. Il tempo per discutere animosamente ci sarà sempre, magari davanti a un bicchiere di buon Lambrusco o “Lambrosc”, come viene chiamato da queste parti. Poco importa delle alterne vicende che ha vissuto uno dei vini più storici d’Italia, prodotto da vitigni ancestrali, imparentati a modo loro con le antenate viti selvatiche. Il vino italiano più venduto all’estero per volumi e che negli anni ’80 veniva ricordato per le grandi Cooperative Vitivinicole e per l’estroso esperimento della lattina d’alluminio, per fortuna rapidamente accantonato.

Un giorno non basterebbe per comprendere l’arcano mistero che lega un popolo all’uva e alle tecniche scelte per vinificarla al meglio, in sincronia con la gustosa e variegata cucina regionale; proveremo comunque a raccontarvi due realtà divenute faro nella produzione vitivinicola modenese. Sono distanti appena 4 km, giusto il tempo di raggiungere Bomporto dal punto iniziale di partenza, ma entrambe hanno scritto la storia di una fra le 14 varietà di Lambrusco iscritte a Registro: il Lambrusco di Sorbara.

Cantina della Volta conta ben 4 generazioni, dal fondatore Francesco Bellei nel 1920 al nipote Christian Bellei che l’ha ripensata nel 2010, ricoprendo anche la carica di enologo aziendale. In mezzo alterne fortune tra acquisizioni di poderi, vendita del marchio storico e rinascita col nome Cantina della Volta, a ricordare i bei tempi quando il naviglio di Bomporto era usato per il cabotaggio fluviale e le barche dovevano effettuare una sorta di volta per riprendere la navigazione.

Il ritorno in pista nasce dalla passione smisurata di Christian per le bollicine Metodo Classico, supportato nell’impresa da una cordata di amici volenterosi. Tre gli storici conferitori che li hanno seguiti, con un rigido protocollo che prevede selezione dei grappoli migliori e raccolta rigorosamente a mano. La grande acidità del Sorbara esaltata dalla lavorazione e dalla scelta di non seguire la tradizione del rifermentato naturale in bottiglia se non per 2 sole etichette.

Relativamente basse le rese per una pianta che soffre di acinellatura spontanea e richiede, all’interno dei filari, la presenza del Lambrusco Salamino a fungere da impollinatore. La struttura del mosto fermentato è delicata, così come la presenza alcolica; il resto lo fanno le lunghe soste sur lie variabili fino da pochi mesi fino ad un massimo di 96 totali.

La Volta Frizzante 2023 vuol essere un omaggio alle usanze locali, senza però il residuo delle fecce in vetro. Nota di violetta e lampone, per un prodotto che educa l’inesperto ad entrare nel mondo Lambrusco. Rimosso segue la filosofia del precedente, questa volta con i lieviti sul fondo. Maggior corpo e prettamente gastronomico.

Brutrosso 2023 sostava 36 mesi sui lieviti fino all’anno scorso. Adesso il tempo si è ridotto a 9 mesi complessivi, rappresentando l’upgrade dell’etichetta La Volta con note fragranti di ciliegia, lampone, melagrana e un accenno finale di idrocarburo.

Veniamo ai pezzi da novanta, con il premiatissimo Rosé 2019, appena 3 ore di macerazione sulle bucce. Riesce ad essere internazionale e mediterraneo in un unico sorso, anche se ti fa dimenticare il luogo d’origine. Sarà un bene?

Il Cristian Bellei Millesimato 2016 è la novità voluta nel Disciplinare di produzione: la versione Lambrusco di Sorbara Bianco. Cantina della Volta lo realizzava però, sin dalla vendemmia 2012. Bellei cerca di capire come arrivare nel cuore dell’acidità del varietale e lo fa con tanta sperimentazione e con fermentazione malolattica indotta, che copre solo in parte le forti spinte officinali del prodotto. Seguono scie agrumate unite a zagare fresche ed una salivazione quasi dirompente all’assaggio. Obiettivo centrato!

Terminiamo la prima parte dell’articolo con il D.D.R. 2015 da ben 7 anni sur lie. Vigneto allevato con sistema Bellussi, ormai in disuso perché difficile da meccanizzare. Il colore molto tenue degli altri campioni qui si rivela più fitto e scuro con un tannino percepibile in chiusura. Realizzato finora solo in 2 annate: completamente fuori dagli schemi, guarda dritto verso i cugini d’Oltralpe.

Di Alberto Paltrinieri, invece, vogliamo narrare della dolcezza e della profondità d’animo di un uomo che ha saputo scegliere, con passione, di mantenere viva la tradizione del nonno Achille, che nel 1926 aveva deciso di fare vino da solo. Al Cristo di Sorbara le vigne parlano di famiglia, del sacrificio profuso negli anni, anche quando il Covid bloccava i maggiori traffici commerciali, piegando in ginocchio tante attività del Bel Paese.

I Paltrinieri non si scoraggiano e anzi si rimettono in gioco con un progetto di beneficenza nato per caso, su approvazione dell’enologo Attilio Pagli: un Metodo Solera perpetuo da Sorbara in purezza. Tutti i fornitori della filiera hanno contribuito regalando i materiali con i quali comporre delle box dedicate, i cui proventi sarebbero stati devoluti al Banco Alimentare. Un volano del cuore, che ha consentito, attraverso i canali di vendita online, di aiutare i più bisognosi e parimenti di azzerare le scorte delle altre tipologie di vino imbottigliate, evitando ingenti perdite di bilancio.

LARISERVA 2022 è stato il primo Lambrusco di Sorbara in purezza, concepito nel lontano 1998. Circa 20 ettari vitati, con rese ridotte ad appena 80/90 quintali per ettaro. La 2022 parla di agrumi gialli, lime e cedro su sbuffi balsamici stuzzicanti.

LECLISSE 2023 vira verso essenze di lampone maturo, da caramella succosa, ma con una grande scia sapida sul finale di bocca. Il “CRU” dal vigneto Al Cristo di 15 ettari, sublime e gastronomico.

RADICE 2022, lo stile modenese del rifermentato naturale in bottiglia col fondo. Colpisce per sfumature da tè, pompelmo, rosa canina ed erbe mediterranee. In etichetta l’immagine del vecchio mappale del toponimo Il Cristo dove ha sede la casa e la cantina Paltrinieri. Straordinario e versatile (anche per il sushi ad esempio), dipende se versato intorbidito o limpido.

GROSSO è il Metodo Classico elegantissimo, dalla bollicina fine e vispa, dove il Sorbara riesce a trovare un punto d’equilibrio dimenticando il passato rustico, quando veniva intrecciato ad altre varietà poco appaganti a volte per un mero bisogno di far numeri. Alberto ne domina l’acidità con un misurato tempo a contatto con i lieviti. Da manuale.

SOLCO 2023 per dare il valore che merita ad un compagno inseparabile come il Lambrusco Salamino, questa volta protagonista in purezza. Accattivante per le sfumature di mirtillo e mora selvatica, unite a struttura e una lieve nota calorica tali da renderlo abbinabile a molti piatti della cucina emiliana.

Il tempo stringe e la promessa fatta è quella di tornare a dare voce ad un areale fiero del proprio passato, che sa guardare al futuro cercando di proporre solo e sempre qualità… e tanto piacere di beva.

Sabato 18 e domenica 19 gennaio 2025 a Roma torna l’evento La Sardegna di Vinodabere

La Sardegna di Vinodabere: 45 aziende ed oltre 200 vini a Roma il 18 e 19 gennaio per scoprire un vero e proprio piccolo continente.

Sabato 18 e domenica 19 gennaio 2025

Terza edizione di La Sardegna di Vinodabere

Evento esclusivo dedicato ai vini dell’isola

Hotel Belstay, Via Bogliasco, 27 – Roma

Per il terzo anno consecutivo torna La Sardegna di Vinodabere, evento nato per promuovere, e far scoprire a chi non le conosce, la varietà e la complessità vitivinicola di una regione che è un vero e proprio piccolo continente.

45 aziende con più di 200 vini in assaggio

Sabato 18 e domenica 19 gennaio, all’Hotel Belstay a Roma, sarà possibile incontrare ai banchi di assaggio numerosi produttori sardi (45 aziende), in rappresentanza delle tante aree (vere e proprie sub-regioni) dove si produce vino di qualità. Tra più di 200 referenze tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci e ossidativi, e perfino bollicine, ci si potrà orientare per apprezzare, come merita, la ricchezza enologica della Sardegna, conoscere i vignaioli che la animano e sperimentare nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, giunta ormai a livelli di indiscutibile eccellenza.

Un viaggio attraverso i sensi, dunque, tra le produzioni provenienti dai territori di Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e sud Sardegna, alcuni dei quali diventeranno i protagonisti delle masterclass in programma sabato 18 gennaio (presto maggiori dettagli sul sito vinodabere.it).

Programma

Sabato 18 Gennaio

Durante la mattina masterclass e orari da definire

dalle 13:30 alle 15:30

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.

dalle 15:30 alle 19:30

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro).

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Domenica 19 gennaio

Dalle 10:30 alle 13:30

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.

dalle 13:30 alle 19:00

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro).

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Per conoscere le aziende ed i vini presenti nei banchi di assaggio e per ogni altra informazione sull’evento collegatevi qui.

Vinodabere (www.vinodabere.it) è una testata giornalistica on line che da anni promuove con i suoi articoli e con i suoi eventi la cultura enogastronomica, dando visibilità a realtà già note e storiche come a quelle nuove e da scoprire.

I territori, i vini e le specialità gastronomiche della Sardegna sono sempre stati, sin dalla sua nascita, al centro dell’attenzione della testata giornalistica Vinodabere e del suo direttore Maurizio Valeriani. La Guida ai Migliori Vini della Sardegna (link), giunta alla settima edizione, pubblicata on line tra agosto e settembre 2024, ha visto un numero di letture incredibile (oltre 500 mila).

Il raro Orpicchio, antico vitigno autoctono recuperato da Ettore Ciancico – La Salceta

Cosimo III de’ Medici nel 1716 nel suo Bando Granducale, specificò le migliori aree vitivinicole della Toscana: tra esse, anche una antesignana Doc della Valdarno di Sopra. Zona particolarmente vocata, con la consueta presenza del Sangiovese, così preciso nel raccontare le diversità dei terroir, assieme agli internazionali quali Cabernet e Merlot. Tra i vitigni a bacca bianca, finora era degno di menzione soltanto il Trebbiano Toscano.

Tuttavia, un lavoro certosino di ricerca e studio ha portato a individuare due filari di un vitigno quasi scomparso: l’Orpicchio.  Varietà d’uva censita da Marzotto in origine nella provincia di Arezzo, nel 1926, con il nome di Dorpicchio. a causa della vigoria medio bassa e della scarsa tolleranza agli attacchi fungini, andò quasi scomparendo verso la fine del Novecento. L’Orpicchio presenta infatti un grappolo piccolo, corto, prevalentemente cilindrico e compatto. Il germogliamento è tardivo e la maturazione non precoce, per lo più nella seconda metà di Settembre, mediamente 8 giorni prima del Trebbiano.

Ettore Ciancico – La Salceta

Geneticamente discende dalla Visparola, antenata di tanti vitigni, era stata abbandonata dai contadini, tanto che il CREA, tra gli anni ’70 e gli ’80, ne trovò solo due piante. Ettore Ciancico – La Salceta – a Loro Ciuffenna (AR), ha deciso di riprenderne la coltivazione. Un progetto che nasce veramente dal cuore.

L’azienda è a conduzione biologica, di circa 10 ettari di cui 3 a vigneto e 4 ad oliveto e i vini vengono imbottigliati con un basso livello di solfiti. Le vigne sono collocate tra i 290 e i 320 metri s.l.m., a monte della via dei Setteponti, strada prima etrusca e poi romana con il nome di via Clodia. Ettore Ciancico ha aderito a GRASPO, l’associazione dei produttori dei vitigni antichi.

Per mettere a dimora le barbatelle è stato scelto un terreno con una bellissima esposizione verso sud, scistoso e roccioso, la “ vigna del giardiniere” come la definisce Ettore, su quella che anticamente fu la banchina del lago che nel Pleistocene riempiva la valle. Per l’allevamento la scelta è ricaduta sull’alberello con palo di sostegno, puntando ad ottenere una qualità maggiore tramite basse rese.

Ho avuto il piacere di assaggiare in anteprima “L’O” – il vino che verrà – ottenuto da Orpicchio in purezza de La Salceta; pochissime bottiglie per la prima annata, che promette davvero molto bene. L’etichetta è davvero molto elegante e precisa: nel calice il vino si offre con un luminoso giallo verdolino, trasparente e affascinante. Il profilo olfattivo apre su note floreali, di biancospino e prosegue su note di agrumi, di buccia di limone, erbe aromatiche, salvia. In bocca il sorso è teso, lineare e chiude con una bella sapidità.

Non scontato e mai banale, è un vino che sa regalare autentiche emozioni nel riservare piacevoli sorprese con qualche anno di bottiglia. Sarà in degustazione alle Anteprime di Toscana, al Valdarno di Sopra Day, venerdì 21 febbraio presso San Giustino Valdarno – Località Il Borro.

Guida Sparkle 2025: le bollicine italiane segnalate da 20Italie per il Veglione di San Silvestro

Nella prestigiosa cornice del The Westin Excelsior Hotel, si è tenuto l’evento Sparkle 2025, il grande appuntamento dedicato agli spumanti secchi italiani, organizzato dalla storica rivista Cucina & Vini, in collaborazione con l’agenzia stampa MG Logos. La manifestazione ha celebrato la 23ª edizione della guida Sparkle, punto di riferimento per gli amanti delle bollicine, premiando le eccellenze vitivinicole del Bel Paese con l’ambito riconoscimento delle “5 sfere”.

Tra le 936 etichette recensite, 87 hanno ottenuto le “5 sfere”, segno distintivo della qualità assoluta. La Lombardia ha trionfato con 33 premi, grazie soprattutto al Franciacorta DOCG, seguita dal Trentino (19, con i suoi esclusivi Trento DOC) e dal Veneto (16, tra cui spiccano i Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG).

Un settore che gode di ottima salute

Francesco D’Agostino, curatore della guida, ha illustrato i numeri e le tendenze del settore. “I dati parlano chiaro: nonostante una lieve flessione del volume complessivo, il mercato degli spumanti italiani è in ottima salute, con un export da gennaio a luglio 2024 che ha raggiunto 1,297 miliardi di euro, segnando una crescita del 7% rispetto all’anno scorso e del 213% rispetto al 2014.” L’analisi ha messo in luce l’evoluzione qualitativa degli spumanti italiani, capaci oggi di garantire una conservazione più lunga e una complessità aromatica inedita rispetto a dieci anni fa.

Un viaggio tra le Bollicine Italiane per il Veglione di San Silvestro

Lugana Metodo Classico Millesimato Brut Nature & Extra Brut – Cantina Perla del Garda 

Cantina Perla del Garda di Giovanna Prandini presenta un Metodo Classico omaggio all’autenticità della Turbiana, varietà locale di Trebbiano. Con 40 mesi di affinamento sui lieviti, sprigiona una finezza straordinaria, esaltata da delicate note di fiori bianchi ed agrumi. Al palato, la freschezza e la sapidità si fondono armoniosamente con eleganti sfumature di lievito e crosta di pane, regalando un’esperienza raffinata e avvolgente. Un gioiello di eleganza e territorialità.

ALAROSA ROSÉ BRUTVigne del Patrimonio

Gemma della Tuscia, un Metodo Classico Rosé da Pinot Nero in purezza che incanta per eleganza e finezza. Affinato per 30 mesi sui lieviti, offre un bouquet aromatico intrigante, dominato da piccoli frutti di bosco e delicate sfumature di sottobosco. Al palato spicca per la sua freschezza pungente e una vivace sapidità, accompagnate da un finale lungo e avvolgente, ricco di richiami fruttati. Personalità vivace e raffinata, capace di conquistare al primo assaggio.

Altemasi Trento DOC Riserva Graal 2017 BRUT

Emblema dell’eccellenza trentina, questa Riserva nasce dall’incontro armonioso di 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero. Dopo 70 mesi di affinamento sui lieviti, sprigiona nel calice eleganti profumi di mela rossa e crosta di pane. Sorso in equilibrio perfetto tra sapidità e freschezza, rivelando un carattere profondo, raffinato e straordinariamente persistente.

Bolle di Borro Metodo Classico BrutCantina Il Borro

LA Brand Ambassador Barbara Fracassi ci racconta l’elegante reinterpretazione del Sangiovese in versione spumante. Bolle di Borro rappresenta un connubio perfetto tra tradizione e innovazione: dopo 60 mesi di affinamento sui lieviti, il vino si esprime con grande intensità e complessità. Al naso sprigiona profumi di piccoli frutti rossi, scorza d’arancia candita e crostata di fragole, mentre al palato si rivela fresco, croccante e vibrante, con una struttura verticale che dona precisione e persistenza.

Dom Jurosa Blanc de Blanc Extra Brut 2018 – Lis Neris

Espressione di Chardonnay in purezza, questo Blanc de Blanc nasce dal prestigioso vigneto Jurosa, un cru che incarna equilibrio e raffinatezza. Grazie a 5 anni di affinamento sui lieviti, si distingue per la texture cremosa ed una incisiva persistenza. Al naso e bocca unite da complessità e freschezza, per accompagnare occasioni speciali.

Franciacorta Riserva Palazzo Lana Extréme Extra Brut Millesimato 2013 – Guido Berlucchi

Ben 9 anni di sosta sui lieviti, oltre un ulteriore anno di affinamento in bottiglia lo rendono un vino straordinario, che richiede una minuziosa e scrupolosa cura nella fase di affinamento. Sensazioni olfattive ampie di pesca bianca, pera e arancia candita. All’assaggio si distingue per la grande freschezza, la pulizia gustativa e la struttura, il tutto armonizzato da mineralità e acidità, che ne determinano grande persistenza e longevità.

Daunia Bombino Bianco RN Brut Millesimato 2019 – D’Araprì

Storica cantina pugliese, pioniera delle bollicine nel Sud Italia. Spumante ottenuto da Bombino Bianco, affinato 36 mesi sui lieviti e ulteriori 2 mesi in bottiglia, che si distingue per eleganza e complessità. Al naso regala avvolgenti sentori di burro e pasticceria, mentre al palato sorprende per finezza e struttura, con una bolla che guarda alle grandi bollicine d’Oltralpe.

GF Metodo Tradizionale da uve Negroamaro – Gianfranco Fino

Dulcis in fundo, l’incontro con Gianfranco Fino che ci parla del Metodo Classico omaggio alla sua terra, il Salento. Spumante rosé dalle sfumature speziate di rovere e vaniglia, che si intrecciano a profumi invitanti di piccoli frutti rossi, prugne ed erbe aromatiche. Al palato, la freschezza vibrante esalta la ricchezza e l’intensità dei sapori di frutta rossa, regalando una struttura vivace ed un lungo finale, complesso e stratificato. Esperienza sensoriale unica, prodotto in sole 3.000 bottiglie annue.

Dulcis in fundo, consigli pratici di 20Italie per un Natale in dolcezza

Il Dolcissimo Award, la competizione nata per premiare i vini dolci dell’Alto Adige, ormai da qualche anno è parte di The WineHunter al Merano Wine Festival ed è stato esteso a tutti i vini dolci italiani. Lo scopo del premio è quello di riconoscere una chiara identità a un panorama variegato e frastagliato, che difficilmente si configura in areali ben definiti come avviene in altre parti del mondo, una per tutte in Francia col Sauternes.

Abbiamo avuto l’occasione di assaggiare i vini insigniti del riconoscimento 2024 durante la masterclass Dulcis in fundo, condotta da Helmuth Köcher e dal giornalista Angelo Carillo. Vi raccontiamo, quindi, cinque ottimi prodotti utili anche nei fine pasto o nei momenti unici di convivialità ed amore delle feste natalizie.

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I Vini da dessert

Cantina Girlan 2022 Pasithea Oro – Gewurtztraminer Vendemmia Tardiva

Vino ottenuto da acini di Gewurtztraminer attaccati dalla muffa nobile, fermenta in barrique. La 2022, annata particolarmente calda, ha ritardato la comparsa di botrite e spostato la vendemmia a poco prima di Natale. Al naso rosa canina, albicocca e zafferano; il sorso è denso e corposo ma equilibrato da freschezza vivida  e sapidità netta, chiude su arancia candita. Residuo zuccherino 225 g/l.

Cantina Possa 2021 Underwater Classico – Cinque Terre Sciacchetrà DOP

Da uve Bosco e Rossese Bianco appassite, sgranate a mano e pigiate a piedi, secondo la tradizione dello Sciacchetrà. Dopo la fermentazione con macerazione sulle bucce di 28 giorni, l’affinamento è in barrique di ciliegio e pero per circa un anno. Per l’annata 2021, una piccola parte delle 1700 bottiglie prodotte è stata sottoposta ad affinamento underwater a 52 metri. L’affinamento subacqueo, ha spiegato il produttore Samuele Bonanini, ha dato una “spinta in avanti” di almeno dieci anni al vino, che si presenta dunque già evoluto. L’olfatto è sottile nei sentori di rosa, smalto e salsedine, il palato è verticale, nonostante il residuo zuccherino di 225 g/l. Cantina inclusa nel Presidio Slow Food Sciacchetrà.

Muri Gries Tenuta Cantina Convento 2023 Moscato Rosa Abtei Classico – Vendemmia Tardiva

Varietà particolare di Moscato Rosa, introdotta durante il regno austro-ungarico a Bolzano, di cui sopravvivono solo 5 ettari vitati in Alto Adige. Un’estensione irrisoria per quello che Helmuth Köcher  ha definito uno dei vitigni più identitari della Regione. Quattromila bottiglie prodotte, uve sottoposte a vendemmia tardiva, attaccate da muffa nobile. Fermentazione sulle bucce e successivo affinamento in barrique. Si presenta lucente nel suo rubino scarico, con sentori di rosa canina e radice di liquirizia; il palato è pulito e ben equilibrato con una piacevole persistenza sapida. Residuo zuccherino 140 g/l.

Pagnoncelli Folcieri 2018 – Moscato di Scanzo DOCG

La seconda DOCG più piccola d’Italia, con soli 31 ettari vitati, è un vero e proprio monumento alla resilienza nel portare avanti una tradizione – quella della coltivazione e vinificazione di un vitigno autoctono attestato sin dalla fine del 1200- che nella famiglia Pagnoncelli risale al 1907. Le ultime annate sono state particolarmente favorevoli, ci spiega l’appassionata produttrice Francesca. Come dire che i cambiamenti climatici in corso non hanno portato solo effetti negativi.  Ottenuto da vendemmia tardiva con appassimento e concentrazione su pianta, matura in botte per un minimo di 18 mesi, successivamente in acciaio per 24 mesi e termina l’affinamento in bottiglia per uscire a non non meno di cinque anni dalla vendemmia. Di colore rubino, il naso è balsamico con sentori di mirtillo, petali di rosa e incenso. Al sorso è caldo e opulento, con una delicata tannicità che smorza il residuo zuccherino (70 g/l).

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Innovation Kiemberger 2022 Paul – Lagrein Passito Mitterberg IGT

Le uve Lagrein, colte a piena maturazione e poi lasciate appassire in fienile per alcuni mesi, vengono parzialmente diraspate e pigiate. La fermentazione avviene sulle bucce per ottenere la massima estrazione dai tannini. Fermentazione e affinamento per 14 mesi in legno di rovere di Slavonia. Rubino fittissimo alla vista, ha naso avvolgente di more e visciole in confettura, rosa rossa e chiodi di garofano. Al palato è pieno, corposo, equilibrato nelle sensazioni dolci grazie alla freschezza ben presente e al tannino sottilissimo che ricorda la polvere di cacao amaro.

Durante la masterclass sono stati serviti in abbinamento i panettoni Slow Luxury Capsule del pastry Chef del Lido Palace Riva del Garda, Matteo Trinti: la versione dolce, con cioccolato bianco Valrhona e caramello salato, la versione salata, con zafferano del Monte Baldo e limoni canditi del Garda, e la limited edition, con fichi canditi, gianduia Valrhona e molche del Garda.

Una menzione speciale però, vogliamo dedicarla al “nostro” cilentano Antonio Ventieri, vincitore del premio Mastro Panettone 2024. Ben 40 ore di lievitazione e 60 di lavorazione per un piccolo capolavoro di artigianalità campana. Lo abbiamo incontrato durante l’evento “Calice v.2” curato dall’Agenzia di Comunicazione Grapee.it e dall’Associazione Culturale Ambientarti.

A loro ed a voi lettori di 20Italie va il nostro miglior augurio di trascorrere un Natale più dolce e gustoso di sempre!

ELIO GRASSO E IL BAROLO DI MONFORTE D’ALBA

Banca del Vino chiude gli appuntamenti del 2024 all’Enopanetteria di Stefano Pagliuca con un evento dedicato al Barolo e all’Azienda Agricola Elio Grasso. Il format è quello ormai consolidato: la degustazione di annate correnti e annate storiche raccontate in prima persona dalla voce del produttore. Ospite della serata Gianluca Grasso, terza generazione di una bella, ma soprattutto virtuosa realtà produttiva in Monforte d’Alba.

La storia di famiglia va indietro fino al nonno di Gianluca e affonda le radici nelle Langhe de La Malora di Beppe Fenoglio, quando lavorare la terra era considerato un destino ineluttabile a tratti maledetto e fare il vino aveva ben poco del fascino odierno. A quei tempi si praticava viticoltura di sussistenza: l’uva veniva in parte conferita in parte vinificata, ricavandone il vino per il consumo familiare o, al più, da vendere sfuso. Chi poteva, fuggiva dalla campagna. Neanche Elio, papà di Gianluca, ha fatto eccezione, preferendo un lavoro in banca a Torino, pur rimanendo saldamente legato alle sue origini.

Nel 1978 la svolta: alla morte del padre, Elio lascia la sicurezza dell’impiego stabile e retribuito “per dare dignità a quello che era stato il lavoro del papà”; inizia a vinificare e imbottigliare la totalità delle uve di proprietà. Il 1996 rappresenta un altro momento di svolta, quando Gianluca, nel solco di quella rivoluzione che ha segnato la storia della moderna viticoltura nel nostro Paese, introduce  tecniche di vendemmia verde e diradamento e sceglie di dare un passo diverso all’Azienda, staccandosi definitivamente da una produzione per molti aspetti ancora esclusivamente quantitativa.

“La nostra Azienda si estende su 42 ettari di cui 18 a vigna e 24 a prati e bosco, scenario non consueto nelle Langhe, dove siamo abituati a un paesaggio in cui regna la monocoltura (la vigna n.d.r.)”, ci racconta Gianluca. Dalle sue parole, scaturisce in maniera concreta e palpabile come la salvaguardia della biodiversità e del territorio sia  uno degli obiettivi chiave: “Abbiamo cuore e abbiamo radici: fino a quando la terra sarà nelle nostre mani, siamo tranquilli.”

Il vino è il risultato di un processo in cui la vigna, curata in ogni fase, è il fattore principale per ottenere la condizione essenziale alla base di un grande prodotto: la maturità fenolica, ricercata da Gianluca in maniera estrema, talvolta ai limiti del rischio. Defogliazione e diradamenti controllati a seconda dell’andamento climatico, inerbimento, sovescio e letame come fertilizzanti sono alcune delle pratiche operate in vigna, mentre le successive operazioni di cantina devono solo aiutare ad esprimere al meglio i caratteri dell’annata. Utilizzo, quindi, di lieviti selezionati in annate dove quelli indigeni sarebbero meno performanti, lunghe macerazioni e cappello sommerso per ottenere la massima estrazione, delestage e rimontaggi più o meno frequenti, quando il frutto lo consente.

Le vigne della cantina Elio Grasso si estendono nella MGA Ginestra, cru storico di Monforte d’Alba, citato già nei documenti dell’Ottocento, all’interno della quale è stato inglobato nel tempo anche il vigneto Gavarini, portatore di un proprio carattere e di una propria identità. Il vigneto Gavarini, da  sempre proprietà della Famiglia Grasso assieme all’omonima cascina e al bosco che la sovrasta, si distingue per un terreno minerale e sabbioso. Da qui provengono il cru Barolo Gavarini Vigna Chiniera e la Riserva Runcot. Dai terreni a matrice argillosa di Ginestra, deriva invece il cru Barolo Ginestra Vigna Casa Maté.

La Degustazione

La degustazione non ha incluso annate correnti in commercio, ma solo alcune annate che maggiormente hanno saputo decifrare il territorio e che ora possono essere degustate nel pieno della loro espressione. Il tannino sottile ed elegante è stata la cifra distintiva di tutti i calici, frutto di quella maturazione fenolica in vigna così fortemente perseguita da Gianluca.

Abbiamo iniziato il giro di calici con il Barolo 2014, definita da Gianluca come l’espressione più chiara e nitida del barolo. Frutto di un’annata particolarmente difficile, dove a un inverno nevoso sono seguite una primavera piovosa e un’estate fresca, questo millesimo non è stato imbottigliato come cru, ma come selezione dei vini derivati dalle vigne più alte, vinificate singolarmente, secondo la maniera tradizionale di fare barolo.

Il successivo assemblaggio ha permesso di identificare il blend migliore, affinato in botti grandi di 24 ettolitri, vecchie di 12/15 anni.  Ne deriva un barolo equilibrato ed elegante che si esprime con un naso complesso di frutti di rovo, petali di rosa e caramella alla liquirizia mentre il sorso risulta avvolgente, di tannino impalpabile, freschezza tipica di arancia rossa e chiusura su sentori balsamico-mentolati.

La verticale di Barolo Gavarini-Chiniera nelle annate 2013-2011-2007

Tratto comune delle tre annate quello tipico del vigneto Gavarini: naso austero, lento nell’aprirsi e struttura vigorosa.

La 2013, vendemmiata il 26 Ottobre, è il risultato di 40 giorni di macerazione e tre anni di affinamento. Al naso si esprime con frutto rosso in confettura e note empireumatiche di carbone ardente. Il palato risulta succoso, il frutto è preponderante a centro bocca; freschezza pungente e tannino vigoroso ma perfettamente integrato sostengono un sorso di grande equilibrio che ritorna sulle tostature in chiusura.

Interessante il confronto tra 2011 e 2007, entrambe considerate calde. Il risultato nel bicchiere è estremamente diverso: la 2011 si evidenzia per sentori di foglia di tabacco e cenere di camino, il sorso è denso, rotondo, quasi “cioccolattoso” dall’equilibrio tra freschezza incisiva, ma non invadente e tannino sottile e polveroso; la 2007 risulta più spostata su sentori balsamici, di sottobosco e mora in confettura; si propone in bocca più nervosa grazie a un tannino maggiormente marcato e ad freschezza più pacata, tipica di agrume dolce.

Chiudiamo la degustazione con la Riserva Runcot, figlia di Gianluca e di quei cambiamenti portati in vigna a partire dal 1996. Ci troviamo ancora a Gavarini, su due ettari di vigna ripida e pendente (appunto runcot in piemontese), frutto di selezione massale da cloni risalenti al nonno di Gianluca. Riserva prodotta solo nelle annate migliori con  valutazione effettuata in vigna in fase di diradamento: quando si verificano le condizioni per produrla, la resa per ettaro si abbassa notevolmente a 4800 chili, tre grappoli per pianta. Diversamente vengono lasciati nove grappoli a pianta e la vigna viene destinata alla produzione del Langhe Nebbiolo DOC.

Lunghissima macerazione di 50/55 giorni, con fase finale a cappello sommerso, quattro anni di affinamento in barrique nuove a bonde de côté, senza travasi ma solo con rabbocchi periodici quando necessario, due anni di affinamento in bottiglia: questi i numeri di una riserva che si evidenzia sì muscolosa e complessa, ma ancora una volta espressione di un barolo di grandissimo equilibrio.

Degustiamo il millesimo 2007, di naso sfaccettato con note ancora vividamente floreali, di spezie dolci, di frutti di rovo sotto spirito e arancia sanguinella essiccata; in bocca è saporoso e materico pur nella trama finissima del tannino, di freschezza ancora nervosa che ricorda a tratti lo zenzero, di chiusura lunga che si alterna tra il frutto e le tostature di cacao. In accompagnamento le rinomate pizze di Stefano Pagliuca e un piatto territoriale: il brasato con patate.

Azienda Agricola Elio Grasso

Località Ginestra, 40

12065 Monforte d’Alba (CN)

Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.

La selezione vini di Chiara Giorleo a Casa Campania durante Merano Wine Festival

Casa Campania al Merano Wine Festival è una consolidata realtà. La sinergia dei Consorzi Campani al Merano Wine Festival 2024 ben si conferma in uno spazio libero che unisce sotto la medesima bandiera i Vini delle cinque province: Consorzio Tutela Vini Vesuvio, Consorzio Vita Salernum Vites, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia e Consorzio VITICA insieme a Sannio Consorzio Tutela Vini (presente accanto con un proprio stand dedicato).

Ad essi si affianca il Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo per impreziosire l’offerta delle eccellenze enogastronomiche campane. Cruciale il supporto delle Istituzioni con Nicola Caputo, assessore all’agricoltura della Regione Campania, presente al brindisi benaugurale tenuto domenica 11 novembre a cui hanno partecipato Andrea Prete, Presidente di Unioncamere a sostegno dell’organizzazione e della gestione di eventi dedicati al vino, nonchè il presidente e fondatore del Merano Wine Festival Helmuth Köcher, e i presidenti dei Consorzi in compagnia di una folta schiera di professionisti del settore.

Chiara Giorleo

Madrina delle degustazioni a tema e ambasciatrice del vino campano, la giornalista, wine consultant e giudice di concorso Chiara Giorleo, che ha proposto, in esclusiva per i lettori di 20Italie, un’attenta selezione di vini per raccontare i territori maggiormente vocati della regione. Etichette forse meno celebrate dei grandi classici, ma non per questo meno rappresentative per stile, eleganza ed identità.

Partiamo dal Cilento, con l’azienda Il Colle del Corsicano “Licosa” 2023, espressione autentica del Fiano che cresce in un meraviglioso contesto marino, tra macchia mediterranea, argille scagliose e vento salmastro. Leggere vendemmia tardiva, un vino centrato e avvolgente con nuance di frutta secca ed erbe aromatiche, corredate da scie sapide stuzzicanti.

Restiamo nel campo del Fiano, questa volta d’Avellino, con Case d’Alto Eclissi 2017 e l’ampio panorama fatto di cedro maturo, ginestra, camomilla e note iodate in chiusura. Deciso e potente, degno rappresentante dell’Irpinia che produce piccole perle a volte poco conosciute.

Con “Tredici” 2023 Costa d’Amalfi – Cantina Tagliafierro si viaggia, invece, tra le curve sinuose della Costiera Amalfitana, tra i fiordi a strapiombo conosciuti in tutto il mondo. Blend tipico di uve autoctone bianche, alcune non ancora incluse nei registri nazionali, per un campione che gioca molto sulla verticalità, quasi al limite del tagliente. Austero, ricco di acidità agrumate e ricordi di biancospino.

Fontana Falcone propone il rosato IGT Campania 2022 dalle tenere sfumature di ribes rossi, spezie avvolgenti e garriga. Impreziosisce il sorso un forte richiamo ai petali di rosa e alle fragoline selvatiche, tali da renderlo ancor più attraente e saporito.

Caliamo i sipari con il Lahar di De Falco – Lachyma Christi Rosso Superiore 2021 da uve Piedirosso in purezza. La sua grande bevibilità si può apprezzare in ogni contesto, nel piacere della giusta compagnia. Succoso tra ciliege mature, chiodi di garofano e sbuffi ferruginosi donati dall’evoluzione in vetro. Minimo sforzo nelle pratiche di vinificazione, massimo risultato nel calice, per un piccolo capolavoro concepito ai piedi del Vesuvio.

Mercato dei Vini 2024: a Bologna un carrello carico di Vignaioli Indipendenti

L’edizione 2024 del Mercato dei Vini a Bologna ha suscitato un grande interesse, grazie alla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti – in sigla FIVI – che ha registrato un consenso corale tra i professionisti del settore.

Con oltre 1.000 produttori e circa 8.000 vini in degustazione, l’evento si conferma come uno dei punti di riferimento annuali per il mondo vitivinicolo italiano. Padiglioni enormi e luminosi accolgono la miriade di espositori che si susseguono volutamente senza un ordine preciso, lasciando la scelta ai frequentatori di riempire di bottiglie i propri carrelli della spesa.

Denis Panzini ha descritto l’identikit del vignaiolo FIVI come un “vignaiolo piccolo e di qualità, ben radicato nei territori collinari e montani, attento alla sostenibilità e orientato all’enoturismo.” In pratica un vero contadino virtuoso che fa bene al sistema Italia, nonostante le avversità naturali sotto gli occhi di tutti e delle burocrazie amministrative o contabili. Gli agricoltori sono sempre gli stessi di un tempo ed il loro impegno in campagna diventa sempre più arduo da portare avanti.

La Federazione si prefigge l’obbiettivo di porre alle Istituzioni tali esigenze pratiche per cercare una possibile soluzione. Anche a livello della Comunità Europea si sta lavorando e lo ha testimoniato Matilde Poggi, Presidente CEVI, Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, che parlando della Carta del Vignaiolo, ha sottolineato l’importanza del settore vitivinicolo che è stato rappresentato in sede di Parlamento Europeo.

Un particolare plauso all’Ufficio Stampa con Axelle Videau e Mirta Oregna per l’Agenzia Origami Consulting, che hanno coordinato alla perfezione l’attività di comunicazione. Il Mercato dei Vini è, infatti, uno degli eventi più attesi dalla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), un appuntamento che rappresenta una grande occasione di incontro tra i produttori e il pubblico. Come sottolinea Lorenzo Cesconi, vignaiolo e Presidente FIVI: «Il Mercato dei Vini è un evento a cui FIVI tiene molto: è come se aprissimo tutti assieme le nostre cantine, in un unico grande luogo.»

Cesconi è altresì convinto che l’entusiasmo e la passione trasmessi dai produttori riescano a compensare eventuali difficoltà logistiche. «Con numeri così alti, soprattutto nella prima giornata, ovviamente qualcosa può andare storto, ma siamo certi che i visitatori siano riusciti ad apprezzare la passione che mettiamo nel nostro lavoro e nel racconto dei nostri vini.»

Il Mercato dei Vini 2024 è stato organizzato in un anno particolarmente difficile per il settore vitivinicolo. «Non è stato un anno semplice: né dal punto di vista agronomico, né dal punto di vista di mercato.» Le difficoltà, confermate anche dal recente report di Nomisma sulla FIVI, hanno accentuato la preoccupazione tra i vignaioli, che si trovano a fronteggiare una fase complessa e incerta.

In un periodo critico, infatti, questo evento non solo rafforza il legame tra produttori e consumatori, ma rappresenta anche una vitale opportunità di visibilità e supporto per l’intera filiera vitivinicola italiana.

Unica pecca logistica, se così possiamo chiamarla, le lunghe fila in attesa sia all’ingresso che alla consegna del calice da degustazione. A parte questo aspetto, che merita maggior attenzione nelle edizioni future, l’entusiasmo generale da parte dei vitivinicoltori, è stato a fasi alterne: più contenti e pratici quelli già famosi, più timidi i vignaioli meno esperti o conosciuti.

Una novità di questa edizione è stata la presenza al centro nel padiglione 30 degli stand della Federazione Italiani Olivicoltori Indipendenti – in sigla FIOI – che posizionati centralmente come in un abbraccio tra i Vignaioli, hanno proposto una serie di iniziative volte a dar rilievo ad un alimento importantissimo alla base della nostra cultura alimentare. Da nord a Sud erano presenti le zone più vocate italiane, con 32 aziende a promuovere le cultivar autoctone.

Molto interessanti le masterclass, come quella sui vini del “Movimento Sbarbatelle” e sul “Vinsanto Albarola Val di Nure – Barattieri” di cui parleremo in un successivo articolo. Infine, il Mercato dei Vini ha offerto anche momenti di grande emozione e celebrazione, con la consegna dei premi che hanno valorizzato personalità e realtà significative del mondo del vino. Il Premio “Vignaiolo come noi” è stato assegnato quest’anno a Marco Belinelli, capitano della Virtus e campione NBA, a testimonianza di quanto il legame tra il mondo dello sport e della viticoltura possa essere forte. Un ulteriore motivo di orgoglio è venuto dal Lazio, che ha visto il Premio “Leonildo Pieropan”, dedicato alla memoria di uno dei fondatori della FIVI, andare a Sergio Mottura, storico vignaiolo della regione.