“I Garagisti di Sorgono”: il Mandrolisai con firma d’autore

di Adriano Guerri

Nella medievale Rocca Rangoni di Spilamberto (Mo), durante la 7°edizione dell’evento Vignaioli Contrari, ho conosciuto un piccolo angolo di Sardegna con la cantina I Garagisti di Sorgono.

Sono rimasto colpito dai loro vini e ve li propongo con alcuni cenni sull’azienda. 

I Garagisti di Sorgono è una splendida realtà enologica sarda, nata nel 2015 dall’unione di tre giovani viticoltori: Pietro Uras, Renzo Manca e Simone Murru. Il loro obiettivo è produrre vini artigianali, espressivi e di elevata qualità con vitigni autoctoni dell’isola.

Pietro Uras – I Garagisti di Sorgono

Coltivano circa 10 ettari vitati al centro geografico della Sardegna, più precisamente a Sorgono (NU), area di confine fra Barbagia e Campidano all’interno della Doc Mandrolisai. Alcuni vigneti ad alberello libero, considerati tra i più belli del mondo, superano addirittura gli ottanta anni di età; altri invece arrivano ai sessanta, messi a dimora dai genitori e persino dai nonni dei proprietari.

Le altimetrie si attestano sui 550 metri s.l.m. con suoli poveri e sabbiosi derivanti da disgregazione granitica. Il clima è di tipo mediterraneo, caratterizzato da notevoli escursioni termiche e le uve beneficiano della maggior concentrazione di aromi. Le varietà coltivate sono, Cannonau, Monica e Muristellu (o Bovale Sardo). La scelta del nome aziendale deriva da “Vin de Garage”, termine usato a Bordeaux per aziende di piccole dimensioni, limitate produzioni e vini di indubbia qualità.

Note di degustazione 

Rosato Mandrolisai Doc 2022 – dalle eleganti note di rosa, lampone e creme de cassis. Fresco, sapido, leggiadro e ben ordinato.

Parisi – Bovale Igt 2021 – rosso rubino intenso, naso da viola mammola, ribes nero, pepe in grani e liquirizia. Gusto piacevolmente tannico, vellutato ed equilibrato. 

Manca – Cannonau Doc 2020 –  riflessi rubino vivaci, intensi aromi di more, prugna, ribes e mirtillo che anticipano note di pepe nero ed erbe aromatiche. Avvolgente, coerente e persistente.   

Murru – Monica Doc 2020 – rubino intenso, naso da ciliegia, lampone e rabarbaro, cui seguono note di spezie dolci e mandorla. Molto lungo e armonioso. 

Uras – Mandrolisai Doc 2020 – svela subito nuance di petali di rosa rossa, frutti di bosco, macchia mediterranea e sottobosco. Finale sapido, rotondo e armonioso.

MAGGIO: I VINI DELLA DIETA MEDITERRANEA WINE TOUR

Comunicato Stampa

Maggio: il mese dei vini di Salerno in Campania. Una passeggiata primaverile tra le sfumature e i colori dei vini della provincia di Salerno

“Il vigneto Salerno” rientra nel circuito firmato Campania.Wine, e porta avanti un fitto programma di iniziative primaverili che vedono in calendario diverse attività promosse dal Consorzio VSV con il contributo del MASAF ai sensi del decreto direttoriale n. 553922 del 28 ottobre 2022.
Il mese di maggio verrà infatti dedicato al tour intitolato: “I vini della dieta mediterranea Wine Tour: mese dei vini di Salerno in Campania”, un ciclo di incontri che coinvolgerà le 5 province campane.
Infatti, saranno ben cinque gli appuntamenti che porteranno alla scoperta delle diverse realtà dislocate su tutta la provincia di Salerno, dando la possibilità di incontrare e conoscere questo ampio territorio.
Cinque anche le realtà ricettive territoriali scelte per ciascuna provincia regionale, tali da diffondere in modo capillare la ricca provincia di Salerno e permettere a tutti una più facile partecipazione.
Quella della provincia di Salerno è infatti un’area che per la sua varietà e complessità diventa laboratorio culturale e di biodiversità. Riguardo la produzione vitivinicola, è altresì un territorio ricco di sfaccettature, tali da avere situazioni molto diverse tra loro.
Si tratta di un territorio in prevalenza collinare, ricco di corsi d’acqua, ma non mancano poi le alture di rilievo, tra cui il Cervati (1898 m) e il massiccio degli Alburni col monte Panormo (1742 m). Riguardo la fascia costiera, che si estende per circa 220 km, possiamo dividerla in tre parti, quella nord che è rappresentata dalla costiera amalfitana, aspra e frastagliata; quella centrale, più piatta, che è caratterizzata da un’ampia ed ininterrotta spiaggia, circondata da una rigogliosa pineta – che si estende per più di 50 km da Salerno ad Agropoli – e infine la parte sud, la Costiera Cilentana, che si estende per circa 100 km da Agropoli a Sapri ed è caratterizzata dal continuo alternarsi di tratti aspri e rocciosi a spiagge ampie e sabbiose.
Quello che verrà proposto sarà un calendario ricco e diversificato che vedrà affrontare un tema diverso, dalla potenzialità dei bianchi di esprimersi nel tempo, alle declinazioni in rosa frutto delle espressività varietali presenti nell’ampio areale, fino a una panoramica dei grandi bianchi di questo territorio e delle diverse tipologie presenti.
Ogni appuntamento prevederà una serata aperitivo, con degustazione condotta da un degustatore esperto, che racconterà la storia dei territori e guiderà gli intervenuti nell’abbinamento dei prodotti che accompagneranno le degustazioni.
Un gioco di sinergie con l’intero territorio regionale che vuole rendere sempre più attive ed efficaci le connessioni tra il mondo ricettivo e i fruitori finali e che mira ad accrescere il livello di riconoscibilità dei prodotti a DO/IG territoriali, a rafforzarne l’immagine e la notorietà e, contestualmente, a rafforzare il legame con il territorio di produzione quale luogo di elezione delle produzioni di qualità territorialmente riconosciute.

Di seguito il calendario che vedrà definite tematiche diverse, dando ampio spazio ai numerosi produttori legati a questo vasto territorio.

PROGRAMMA

MAGGIO:“I vini della dieta mediterranea Wine Tour: mese dei vini di Salerno in Campania”

• 4 maggio ore 18.00
Tenuta Villa Cuccola Strada Provinciale Bellona\Capua km 1,9, 81041 Bellona, Caserta.
I Vini Della Dieta Mediterranea Wine Tour – Serata Aperitivo nel casertano:
Espressioni in rosso e in bianco dei vini della provincia di Salerno

• 5 maggio ore 18.00
Ristorante Saint Joseph
Via S. Allende, 66, Salerno
I Vini Della Dieta Mediterranea Wine Tour – Serata Aperitivo a Salerno:
I Grandi Bianchi

• 16 maggio ore 19.30
Ristorante Sartù
Via S. Gennaro Al Vomero, 13, 80129 Napoli NA
I Vini Della Dieta Mediterranea Wine Tour – Serata Aperitivo a Napoli:
La longevità dei bianchi della provincia di Salerno

• 17 maggio ore 18.30
Locanda Radici
SP 21, Strada Provinciale Frasso Solopaca (Contrada San Vincenzo), 82030 Melizzano BN
I Vini Della Dieta Mediterranea Wine Tour – Serata Aperitivo nel beneventano:
Rosa tramonto nei calici dei vini della provincia di Salerno

• 30 maggio ore 18.30
Green Resort De Marco
Contrada Campore, snc – Chiusano di San Domenico (AV):
I Vini Della Dieta Mediterranea Wine Tour – Serata Aperitivo in Irpinia:
Dalla costiera cilentana, alla amalfitana passando per Salerno

Consorzio Vita Salernum Vites
Tre denominazioni di origine e due a indicazione geografica per un totale di oltre quaranta tipologie di vini, così il Consorzio Vita Salernum Vites si distingue come la provincia più estesa della regione Campania, con i suoi 145 soci – che comprendono tutte le 3 categorie di Viticoltori – Vinificatori – Imbottigliatori con un totale di 42.541 HL di vino imbottigliato ( circa 5.672.133 bottiglie potenziali) riferite all’anno 2022.
Una provincia piuttosto vasta, che si estende su una superficie di 4918 km² e comprende ben 158 comuni, attestandosi come prima provincia della regione Campania per numero di comuni.
Un territorio che si distingue anche per il suo patrimonio archeologico e culturale ( da Paestum e Velia alla Certosa di Padula, ai complessi ipogei delle Grotte di Pertosa e delle Grotte di Castelcivita) unico al mondo e naturalmente per la straordinaria bellezza paesaggistica, con due siti riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità, la Costiera Amalfitana e il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (180.000 ettari), riconosciuto anche riserva della biosfera e primo geoparco in Italia.

Contatti e Ufficio Stampa:

Consorzio Vita Salernum Vites
consorziovsv@gmail.com
info@consorziovinisalerno.it

Coordinamento Press:
Fosca Tortorelli;
ufficiostampa@consorziovinisalerno.it

I tesori della Tuscia

di Alberto Chiarenza

La Tuscia è un territorio che nasconde molti tesori culturali ed enogastronomici. Tuttavia, se si vuole davvero scoprire e vivere questa regione in modo completo, c’è solo un uomo che ha una conoscenza approfondita del settore: il giornalista Carlo Zucchetti, dal suo inconfondibile cappello e dall’inesauribile esperienza sui piccoli tesori nascosti d’Italia.

Zucchetti è un grande conoscitore della Tuscia e ha guidato molte persone alla scoperta delle gioie culturali ed enogastronomiche, con una particolare attenzione ad un progetto sociale di assistenza e inclusione per ragazzi con disabilità, disagio psichico e dipendenze varie.

Un progetto portato avanti dalla Cooperativa Alicenova Sinergie Solidali, che si occupa di recuperare giovani ragazzi fragili con lo scopo di favorire il loro inserimento lavorativo e sociale.

La Cooperativa rientra in una vasta zona di competenza che va da Tarquinia, Viterbo, Montefiascone a Acquapendente, fino ad arrivare poi a Tuscania e Montalto di Castro. La loro mission sociale tocca molte località che coprono una vasta area nella Tuscia Viterbese.

La città di Viterbo è la prima tappa di questo percorso in cui ho potuto ammirarne le bellezze grazie alla guida turistica Alessandra Petra che ha narrato la storia dagli etruschi ad oggi passando per i Papi che si sono stabiliti qui per 25 anni, tanto che Viterbo si è guadagnata il soprannome di “città dei Papi”.

FATTORIA DI ALICE

Qui si trova Fattoria di Alice, dove ci accoglie Elisa Calanca, educatrice della Cooperativa e responsabile di S’Osteria38. Il progetto della Cooperativa Alice Nova Sinergie Solidali, si occupa di riabilitazione, inclusione e inserimento nel mondo del lavoro, con lo scopo di rendere un servizio alla persona, con una assistenza socio-riabilitativa, educativa e inclusiva. 

Elisa ci illustra il progetto di agricoltura sociale articolato su tre fattorie e un ristorante albergo, appunto S’Osteria38. Oltre ad Elisa, ci accoglie anche Emily Aversa che oltre ad essere una educatrice è anche la referente della Fattoria.

Fattoria di Alice possiede anche un laboratorio di trasformazione dove vengono lavorati i prodotti dei campi. In questo modo è nata l’idea di connotarsi come cooperativa di tipo B, per produzione e lavorazione. La Fattoria è un luogo meraviglioso pensato dal padre fondatore Vito Ferrante, artista e persona di profonda cultura, che ha dedicato la sua vita ad aiutare i ragazzi in difficoltà. Una sorta di oasi magica, in cui chi entra esce arricchito nel cuore e nell’anima.

I ragazzi partecipano attivamente alla coltivazione, all’allevamento di piccoli animali da fattoria e al mantenimento di tutta la struttura, sentendosi integrati e partecipi di un progetto che li coinvolge in attività atte a sviluppare le loro capacità cognitive. 

PICCOLA FORMAGGERIA ARTIGIANA

Oltre alla fattoria c’è la Piccola Formaggeria Artigiana, un caseificio nato dalla creatività e professionalità di un giovane produttore di formaggio, Marco Borgognoni. Lavora latte di ovino e caprino con assoluta maestria e con tecniche innovative fornendo formaggi di grande qualità, oltre ai fior di latte ottenuti con latte vaccino. Sapori unici e incredibili!

S’OSTERIA38 

Dopo aver sentito parlare così tanto di S’Osteria38, arrivo a Acquapendente grazie a Emily Aversa che ci accompagna nel tour. S’Osteria38 deve il suo nome perché era la 38ª sosta sulla Via Francigena, via che ha visto per secoli passare di qui i tanti pellegrini che percorrevano il famoso cammino per Roma e poi per la Terra Santa. 

Nasce quattro anni fa come albergo, ristorante e punto vendita in cui i ragazzi iniziano un percorso formativo in cucina, gestione della sala e dell’albergo. Queste attività aiutano a riabilitare persone con varie problematiche sociali grazie alle attività il cui scopo è l’inclusione e soprattutto generare un livello di competenze che possa consentire ai ragazzi di avere una professionalità e quindi un posto di lavoro.

La visita di Acquapendente mi ha portato a conoscere, sempre grazie a Alessandra Petra, il centro storico e i murales dipinti sugli edifici in occasione dell’anniversario della Via Francigena in cui famosi Street Artist provenienti da molte nazioni si sono cimentati dando un volto nuovo a case antiche.

FATTORIA ORTOSTORTO 

A Montalto di Castro si trova Fattoria Ortostorto, dalla connotazione agricola e turistica. Anche qui viene svolto un grande lavoro di riabilitazione e inclusione grazie al lavoro degli educatori che, insieme ai ragazzi, portano avanti con eccellenti risultati, l’attività di ospitalità e di produzione di prodotti agricoli, ortaggi e allevamento di animali da fattoria, che vengono poi lavorati nel laboratorio di trasformazione della Fattoria di Alice a Viterbo.

Da Montalto di Castro, non si poteva non andare a visitare il sito archeologico e naturalistico di Vulci. Una passeggiata tra le rovine Etrusche che portano il visitatore nel ‘500 A.C. quando la civiltà era fiorente e ricca. Uno sguardo sul passato di questa terra meravigliosa e ancora poco conosciuta, ma che merita di essere vista.

Poi c’è Nepi, un bene confiscato alla mafia, dove è in fase di avviamento un’attività cinofila ludico-ricreativa, riabilitativa e sportiva. In conclusione la Cooperativa Alicenova Sinergie Solidali è composta da circa 560 dipendenti tra contratti e partite iva e circa 190 soci.

Tra le attività connesse con il Programma Alice, ci sono altre tre importanti realtà produttive della Tuscia che meritano una menzione a parte per la loro rilevanza. Chiudiamo la nostra visita proprio con le immagini di quest’ultime:

La Cantina Muscari Tomajoli a Tarquinia

L’Allevamento di mucche maremmane Mariotti a Vulci

La Fattoria Sensi a Tuscania

Piemonte: il Barolo “Pierin” di John Maiolo

di Olga Sofia Schiaffino

Nel mondo del vino si presentano spesso occasioni fortunate di incontrare persone che ti colpiscono per le loro qualità e la loro determinazione: tra questi John Maiolo, appassionato di vino e con un grande sogno realizzato.

Da buon piemontese ha il Nebbiolo nell’anima e un progetto preciso: creare quel vino particolare che parli al cuore. Ma dove trovare le uve? Per fare un vino memorabile ci vuole qualcosa di speciale, come le uve dal vigneto storico nel cuore di Monforte d’Alba appartenuto al Pierin, Langhetto d’altri tempi e vignaiolo esperto.

Egli dedicò la vita alla vigna, un appezzamento con esposizione sud ovest nella Menzione Geografica Aggiuntiva “Ginestra”; intorno al 2006 vendette la proprietà ai fratelli Faccenda di Cascina Chicco, pretendendo però di continuare a lavorarla. Solo la morte, avvenuta nel 2018, lo separò definitivamente dalle piante e dalla terra tanto amata nel suo lavoro.

I nuovi proprietari, che da 4 generazioni sono dediti alla viticoltura e oggi possiedono circa 50 ettari nelle zone più vocate di Roero e Langhe, sono, per fortuna, degni rappresentati di un terroir unico e promotori di quei principi etici appartenuti al buon Pierin.

John Maiolo si rivolge a Enrico Faccenda per il suo progetto e decide di imbottigliare, con una propria etichetta, le uve provenienti dalla vigna di Pierin. Nasce un barolo davvero unico, vivo, autentico. Un vino a cui sono stati attribuiti punteggi elevati dalla critica di settore e che merita di essere descritto e narrato con termini alla portata di tutti.

Guardiamo la bottiglia prima di tutto: l’Albeisa, simbolo del territorio delle Langhe, con 300 anni di storia sulle spalle, è stata modellata dai maestri vetrai delle antiche Vetrerie di Poirino (TO). In etichetta un dipinto che raffigura le colline dell’Albese a Serralunga, una storia di famiglia in un mondo di ricordi dell’infanzia, di tradizioni contadine, dove l’uomo e la natura sono in perfetta armonia. Il padre di John, uno dei più grandi pittori europei naif-figurativi del secolo scorso, soleva ritrarre quei luoghi ricamati in ordinati filari per accogliere il nobile nebbiolo. Sembra di affacciarsi a una finestra a contemplare il paesaggio intorno, mentre nel calice si sprigionano profumi di viola, lamponi, ciliegia che sembra quasi in confettura, poi liquirizia, tabacco e cioccolato.

L’assaggio è emozionante, puro velluto liquido, con un tannino preciso e ordinato che anima il sorso:  la nota speziata accompagna il finale che si allunga, riportando alla memoria sentori e sapori. Un lavoro attento e scrupoloso, a cominciare dalla vendemmia manuale, iniziata nella seconda metà di ottobre nel 201, con due passaggi a distanza di circa 10 giorni di differenza. La fermentazione si è svolta in due settimane, in piccole vasche di acciaio con numerosi rimontaggi. La macerazione è durata invece 45 giorni; al termine di essa il vino è stato messo in botti di rovere da 2000 litri per attendere la fermentazione malolattica. Il periodo di affinamento si è compiuto per circa 32 mesi in botti grandi di rovere e per 13 mesi di nuovo in vasche d’acciaio.

Guardo John e mi colpisce il suo sguardo luminoso, mentre è in attesa di un commento sul prodotto che ho appena degustato: un vino che ti prende per mano e ti conduce in una dimensione dove c’è posto solo per le persone buone, per l’onestà e per l’amore a Madre Terra che ci ha dato i natali.

L’annata del Barolo Docg “Pierin” 2016 si divide in 1400 bottiglie, 100 Magnum e 10 Jeroboam, che promettono meraviglie per il futuro e che spero di avere l’occassione di riassaggiare, sicuramente in ottima compagnia.

La degustazione bendata: coinvolgere tutti i sensi (tranne la vista)

Si fa presto a dire blind tasting, il degustare vino “alla cieca” coprendo la bottiglia per non vederne l’etichetta e non sapere il produttore.

Avete mai provato a fare una degustazione dove ad essere bendati siete invece voi? A parole non si può forse spiegare ciò che si prova durante un’esperienza del genere, ma ci proviamo ugualmente.

Va sottolineato come la vista sia, di sicuro, uno dei nostri sensi più importanti e vitali, tante volte sopravvalutato nelle nostre valutazioni; ce ne accorgiamo solo nel momento in cui andiamo a non utilizzare più gli occhi, ma tutti gli altri sensi della natura: olfatto, gusto, udito, tatto. Nel caso dell’assaggio di un vino, il tatto è riferito al palato, alla lingua e alla bocca in generale, che è incaricata di decifrare il campione in assaggio per la parte gustativa. Pensateci bene: quando usiamo l’udito di fronte ad un bling tasting classico? Mai! E invece è così affascinante porre attenzione al suono che il vino emette mentre viene versato nel calice.

Per la degustazione al buio, può essere molto utile per decifrare intanto se si stia per assaggiare una bollicina o un vino fermo, differenza molto ben riconoscibile ascoltando il liquido scendere nel bevante. L’obiettivo primario di questo tipo di degustazione non è quello di indovinare il campione, piuttosto misurarci con una serie di sensazioni davvero nuove ed un approccio alla degustazione per nulla scontato.

Photo Credits @SelezioneBoccoli

Vediamo come funziona e chi ne sono gli ideatori

Durante la recente edizione di Only Wine Festival a Città di Castello (PG) sono entrata in contatto con Luca Boccoli e Ilaria Giardini, due appassionati esperti di vino, selezionatori e commercianti per la loro enoteca “Selezione Boccoli” di Grottaferrata, ai Castelli Romani. Invitati alla manifestazione per far conoscere la loro idea di “blind tasting”, hanno riscosso un enorme successo, attirando l’attenzione di tanti curiosi presenti in massa alla Masterclass.

Ilaria Giardini e Luca Boccoli

La degustazione al buio è nata da un’esigenza di Luca il quale, a causa di un incidente, quattro anni fa perse, purtroppo, l’uso della vista. Scopo di tale esercizio è quello di approcciarsi al vino apprezzandolo attraverso canali mai sperimentati prima. E’ un tipo di degustazione adatta a tutti: dal semplice curioso appassionato, all’esperto che vuole mettersi in gioco, scoprendo che il vino può andare ben oltre i colori, le sfumature, i punteggi o le etichette di grandi brand o piccole aziende (da cui siamo sempre influenzati).

Una volta fatte le dovute premesse e spiegato a cosa saremmo andati incontro durante quella esperienza, siamo stati invitati ad indossare le mascherine nere e a rilassarci. I sommelier hanno provveduto a servire i quattro vini, dopodiché Luca e Ilaria ci hanno invitato a mettere la mano sinistra alla base del primo calice (sempre partendo da sinistra) per avere un riferimento durante il black out e assaggiare i vini via via, con calma. Una musica di sottofondo, alternata da una prima rilassante, classica, strumentale e leggera a una più intensa, cantata ed energica, ha accompagnato l’assaggio.

Entrare in contatto così profondo e intimo con le proprie sensazioni non è cosa banale. Ognuno dei partecipanti in sala ha avuto la propria, personalissima, esperienza. Una volta che tutti avevano completato gli assaggi e, ancora con la mascherine indossate, siamo stati esortati a esternare le nostre impressioni per alzata di mano, ascoltando – e non vedendo – la persona che prendeva la parola. I risultati sono stati tra i più variegati: chi ha creduto di suonare un pianoforte, muovendo le dita da un calice all’altro, ritornandoci più volte per “risentire” quel vino; chi ha avuto la sensazione di danzarvi insieme, come in un sospirato ballo lento; qualcun altro ha immaginato quasi di fare l’amore con il vino, tanto è stato profondo il livello di intimità raggiunto attraverso i propri sensi.

Sara Cintelli autore di 20Italie

E a livello gustativo cos’è accaduto? Difficile riconoscere le tipologie in esame, essendo state private dell’analisi visiva che, di per sé, qualche indicazione sull’evoluzione la dà, oltre a evidenziarne immediatamente il colore! Un rosato è stato scambiato per un bianco, un bianco macerato a qualcuno è parso essere un rosso, un rosso (della Valpolicella) è stato scambiato per un Sangiovese e così via. Gli stessi produttori hanno partecipato al blind tasting, non riconoscendo le loro creazioni. Rilevante è stato davvero capire a quale livello possiamo arrivare enfatizzando l’attività di sensi come olfatto e gusto, provando emozioni inesplorate, spingendoci oltre le comuni soglie sensoriali a cui siamo abituati, scevri da ogni minimo condizionamento imposto dalla vista.

Un’esperienza che consiglio a tutti di fare: provare… per credere!

Lecci e Brocchi presenti ad Only Wine Festival 2023

Comunicato Stampa

Terminato un Vinitaly di successo per la cantina Lecci e Brocchi di Castelnuovo Berardenga si avvicina un nuovo ed importante appuntamento, quello con Only Wine Festival, l’evento che si svolgerà a Città di Castello dal 22 al 24 Aprile, e dove la cantina della famiglia Lastrucci sarà nuovamente protagonista con le sue nuove annate.

“Il Vinitaly appena concluso è stato per noi ricco di soddisfazioni, quest’anno infatti i contatti business sono stati superiori rispetto agli scorsi anni, grazie anche alle nuove politiche di ingresso attuate da Veronafiere.” – dichiarano Sabrina Lastrucci e Giovanni Di Grillo – “Abbiamo ricevuto tante conferme dai nostri importatori storici provenienti da Irlanda, Inghilterra, Canada e USA, ma si stanno aprendo anche nuovi mercati in particolare quelli della Colombia, Russia e Svizzera. Grande attenzione per i nostri vini anche da parte della stampa specializzata, dalle nuove annate emergono con chiarezza feed molto positivi sulla crescita qualitativa dei nostri prodotti, per noi una ulteriore motivo di grande orgoglio.”

Lecci e Brocchi farà anche parte della squadra delle 100 cantine selezionate da Only Wine Festival, il salone dei giovani produttori e delle piccole cantine, giunto quest’anno alla sua decima edizione. Sabato 22 e Domenica 23 aprile nello splendido scenario di Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, nel cuore di Città di Castello, sarà possibile scoprire vini provenienti da 20 regioni italiane, rappresentate dai vignaioli under 40, con meno di 7 ettari di terreno o con meno di 15 anni di storia.
La cantina Lecci e Brocchi avrà in degustazione al proprio stand l’IGT Bianco “Sangiò Rinascimento” 2020, il Chianti Classico DOCG 2020 e il Chianti Classico DOCG Riserva “Il Chiorba” 2019.

“Aspettiamo con trepidazione l’avvicinarsi di questo importante evento” – commentano Sabrina e Giovanni – “per noi sarà ancora una volta, un momento di confronto con il pubblico ma anche e soprattutto con nostri colleghi e stampa specializzata, questo è il secondo anno ad Only Wine, un appuntamento a cui teniamo molto e che ci permetterà avere importanti feed anche e soprattutto da winelovers provenienti da tutta Italia.”

“La Repubblica delle Bolle”: al via la prima edizione dal 21 al 25 aprile

Comunicato Stampa

Dal 21 al 25 aprile 2023, ad Avellino, nella suggestiva cornice delle storiche cantine Mastroberardino, si terrà la prima edizione de “La Repubblica delle Bolle”.

L’evento, organizzato e promosso da Visit Irpinia con la collaborazione di Ais Campania Delegazione Avellino ed il patrocinio di Regione Campania, Provincia di Avellino e Comune di Avellino, nasce con l’obiettivo di accendere i riflettori sul mondo vasto e variegato delle bollicine, categoria di vini sempre più apprezzata in Italia e nel mondo che, anno dopo anno, vede lievitare produzioni e fatturati.

Malgrado la diffusione, però, delle bollicine si sa davvero poco. O meglio, molti consumatori abituali non conoscono le differenze tra una zona di produzione e l’altra, tra un metodo di spumantizzazione e l’altro, tra un vitigno e l’altro.
Così, abbiamo deciso di allestire una manifestazione in grado di fare un po’ di chiarezza e mettere tutti d’accordo: esperti, appassionati e semplici consumatori domenicali.

Per riuscirci, abbiamo previsto momenti didattici, fatti di MasterClass e degustazioni tecniche, e momenti di svago, durante i quali sarà possibile brindare in compagnia degli amici ascoltando un po’ di buona musica e godendo delle prelibatezze culinarie proposte all’interno dell’Area Food allestita per l’occasione.

Nel corso dei cinque giorni, gli avventori potranno assaggiare bollicine provenienti da ogni angolo del mondo. A partire da quelle irpine e campane, che vedranno la partecipazione in presenza di produttori e responsabili d’azienda e proseguendo con i grandi spumanti metodo classico e Charmat italiani (dal Trento Doc al Franciacorta passando per il Prosecco e l’Alta Langa). Non mancheranno, naturalmente, le iconiche bollicine prodotte in Francia (con una grande selezione di Champagne, Cremant e Blanquette), così come i sorprendenti nettari provenienti da Sud Africa, Inghilterra, Spagna, Germania, Austria e Nuova Zelanda.

A dare spessore alla parte tecnica, è intervenuta la preziosa collaborazione con Ais Campania che curerà MasterClass e momenti formativi e darà vita ad una manifestazione nella manifestazione intitolata Bullulae 2023. Si tratta di un evento di un singolo giorno dedicato esclusivamente alle bollicine metodo classico prodotte in Campania.

Insomma, ci sarà da imparare e divertirsi, facendo un viaggio meraviglioso intorno al mondo a cavallo di una bollicina.

PROGRAMMA

LE MASTERCLASS

Venerdì 21 Aprile
Dalle ore 19:30 alle ore 21:30
MasterClass: Bullulae 2023, il metodo classico in Campania
Conducono la degustazione Tommaso Luogo, Presidente AIS Campania, e Annito Abate, Delegato AIS Avellino. Dalle ore 18:30 alle ore 23:30, inoltre, si terrà un walkaroundtasting con sommelier Ais su metodo classico Campania.

Sabato 22 Aprile
Dalle ore 17:30 alle ore 19:30
MasterClass: Francia, Francia, Francia! (Champagne, Cremant e Blanquette)
Conduce la degustazione Gabriele Pollio, Delegato AIS Napoli

Domenica 23 Aprile
Dalle ore 18:00 alle ore 20:00
MasterClass: I grandi spumanti prealpini
Conduce la degustazione Franco De Luca, responsabile didattica AIS Campania

Lunedì 24 Aprile
Dalle ore 19:00 alle ore 21:00
MasterClass: Il giro del mondo in… Bolla (Sudafrica, Inghilterra, Spagna, Germania, Nuova Zelanda, Austria)
Conduce la degustazione Alessia Canarino, relatore Ais

GLI SPETTACOLI

Venerdì 21 Aprile
Angelo Di Falco – GB Husband
Se si dovesse raccontare l’evoluzione del panorama musicale irpino dagli anni ’90 in poi il nome di Angelo Di Falco sarebbe uno di quelli più pronunciati. Angelo attraversa i generi e le formazioni più disparate trovando il massimo della sua espressività insieme ai GB Husband and the Ungrateful Sons, band che ha fatto della ricerca e della spontaneità la propria bandiera.

Sabato 22 Aprile
SMC – Sessioni di Musica Creativa
«Il Vino è in tavola! The Wine is on the table!»
Installazione sonora praticabile, di FutileDjstivo
con Eva Di Iorio, dance
Davide Russo, accordion, dismantled accordion, ukulele
Giuseppe Vietri, objects, reeds.
L’elemento concreto scelto è la bollitura dell’uva (aglianico Taurasi DOGC) nel tino di legno. L’elaborazione elettroacustica fa parte di un’opera di ricerca iniziata nel 2004 e proseguita negli anni con varie edizioni. Visuoni improvvisi e indeterminate composizioni in uno spazio sonoro che fermenta, prende corpo, carattere e…riesplode in altre parizioni. In questa tessitura vivono le parizioni di SMC, che elabora e compone in tempo reale le inaudite capacità creative del Vino.

Domenica 23 Aprile
Francesco Di Bella
Storico frontman dei 24 Grana, è un artista di livello assoluto, accorato, appassionato, ha scritto alcune delle pagine più belle della musica campana, parole e musica impresse ormai tutti noi indelebilmente.

Lunedì 24 Aprile
Denise
Visionaria cantautrice campana, alterna attimi di dolcezza infinita a improvvisi momenti di potenza graffiante. Denise Galdo ci porta un live impattante, allo stesso tempo aulico e ruvido.

Martedì 25 Aprile
Gabriel Ambrosone
Elemento di spicco della scena musicale irpina, Gabriel Ambrosone è un musicista carnale, curioso, aperto a tante collaborazioni. Con la sua fisarmonica rappresenterà una splendida chiusura per la manifestazione.

Anteprima Montefalco Sagrantino 2019: le nostre considerazioni

Redazione

“A” come Anteprima, quella di Montefalco Sagrantino 2019.

Vino che vive un momento di rinascita stilistica ormai consolidata e lunga come la scia delle comete nel firmamento. In tale contesto appare più che naturale la discontinuità tra vendemmie differenti, con una 2019 in grande spolvero.

Non solo: il Sagrantino ci ha abituato a non demordere mai, neppure negli anni difficili, proprio come la tenacia dei suoi produttori. Lo scorrere delle lancette ed il riposo in bottiglia, possono cambiare radicalmente le carte in tavola, con sorprese positive nel riassaggiare i campioni valutati nelle precedenti edizioni.

È il caso di alcune 2017 finalmente dome nella parte tannica irsuta, amplificata nelle asperità da una stagione estiva calda e siccitosa. Trovandole nel calice oggi, dimostrano quanto la varietà sia unica nel panorama enologico italiano (e mondiale), garantendo sempre il suo marchio di fabbrica a base di succo di more e spezie scure suadenti, pur nella compressione dell’allungo finale.

Tecnicismi che lasciano il tempo che trovano… Celebriamo i nuovi arrivi targati 2019, caratterizzati dall’elegante profilo aromatico nella maggioranza dei casi e da una bevibilità ed immediatezza simbolo del sentiero intrapreso dai vitivinicoltori di Montefalco nel presentare, a operatori e stampa di settore, prodotti espressivi e di buona qualità.

Ecco l’elenco dei migliori assaggi valutati sui 24 campioni presenti di Montefalco Sagrantino 2019, elencati singolarmente senza ordine di preferenza:

  • Antonelli San Marco – Montefalco Sagrantino
  • Romanelli – Montefalco Sagrantino “Medeo”
  • Valdangius – Montefalco Sagrantino “Fortunato”
  • Agricola Mevante – Montefalco Sagrantino
  • Tabarrini – Montefalco Sagrantino “Campo alla Cerqua”
  • Arnaldo Caprai – Montefalco Sagrantino “Collepiano”
  • Arnaldo Caprai – Montefalco Sagrantino “Valdimaggio”
  • Tenute Lunelli – Tenuta Castelbuono – Montefalco Sagrantino “Carapace”
  • Moretti Omero – Montefalco Sagrantino “Vignalunga”

Cortona: intervista alla produttrice di vini Chiara Vinciarelli

di Adriano Guerri

Lo scorso 18 marzo ho partecipato all’evento dedicato alla Syrah, nella suggestiva cittadina di Cortona. La kermesse Chianina & Syrah è giunta alla sesta edizione ed oltre a dare risalto alla denominazione Cortona Doc, valorizza anche un’altra importante eccellenza del territorio, come la carne della razza chianina, binomio perfetto tra cibo e vino.

Ho partecipato all’evento per la prima volta degustando vari esemplari ottenuti rigorosamente da uve Syrah. Mi sono avvicinato con curiosità e piacere al banco d’assaggio della produttrice Chiara Vinciarelli ed oltre a degustare i suoi tre vini, presenti appositamente per l’occasione, mi ha descritto l’azienda che porta il suo nome, attraverso alcune domande rilasciate per i lettori di 20Italie.

A sinistra la produttrice Chiara Vinciarelli

Chiara Vinciarelli racconta:

<<La mia azienda si trova in località Valiano del comune di Montepulciano (SI) e possiede terreni e vigneti estesi su una superficie  di 5 ettari sia nel comune di Montepulciano in provincia di Siena sia nel comune di Cortona in provincia d’Arezzo. Nei miei vigneti coltivo, Syrah, Sangiovese e Chardonnay. La scelta della Syrah è dovuta al territorio, quando alcuni produttori agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso hanno scoperto che nelle loro vigne si trovavano alcune piante di questo vitigno. Da un’indagine condotta e vari approfondimenti hanno constatato che dava origine a vini di eccellente qualità. L’ intero areale di Cortona era vocato per la coltivazione della Syrah e si è diffuso, da allora in maniera esponenziale. Sino ad allora, erano conosciuti i vini della Côtes du Rhône e pochi di altri areali del nuovo mondo. Anch’io ho voluto coltivare questo vitigno all’interno della Cortona Doc. Le vigne si trovano a 10 km dal centro abitato di Cortona, nella mia azienda svolgiamo anche attività agrituristica ed organizziamo visite in cantina e degustazioni guidate, accompagnate ad assaggi di prodotti locali. Per il primo vino che degusterà, il Castore, ho utilizzato una bottiglia borgognotta come  prevede il disciplinare,  mentre per il Polluce utilizzo ancora la bottiglia bordolese, perché è la mia preferita. In azienda produciamo altri due vini: Alcyone ottenuto interamente  con  Sangiovese e Stella Bianca, un bianco ottenuto con uve di Chardonnay>>.

Concludendo la mia  degustazione, Chiara oltre a ringraziarmi, mi invita a recarmi in azienda… e sinceramente non vedrò l’ora di farlo!

I vini da me degustati :

Castore Igt Toscana Syrah 2021– veste rosso rubino intenso e luminoso, emana sentori di ciclamino, ribes, mirtillo, mora e amarena, dal sapore fresco, immediato e gustoso.

Pollùce Cortona Doc Syrah 2020 – rubino vivace, sprigiona al naso essenze di pepe nero, prugna e frutti di bosco, unite a nuances di vaniglia, tabacco e liquirizia. Finale di bocca pervaso dal tannino nobile e avvolgente.

Pollùce Cortona Doc Syrah 2019 – Rubino intenso e quasi impenetrabile, rivela sfumature olfattive di mirtilli, more selvatiche, felce, bacche di ginepro e pepe bianco. Sorso ricco, rotondo e appagante, sorretto da una buona spalla acida e da trame tanniche setose e armoniose.

Chapeau!

Il Nihonshu: il Sakè giapponese rapportato alla Dieta Mediterranea

di Gaetano Cataldo

Le tre principali religioni monoteiste del bere fermentato sono inequivocabilmente il vino, la birra e il sake giapponese, a dimostrazione del fatto che il dio Bacco non è mai stato né monotono né monofago, approdando persino nelle terre del Sol Levante per insegnare all’uomo cosa estrarre dal riso (e con cosa) e per brindare al miracolo dell’esistenza.

Esattamente come per sorella birra e fratello vino anche il sake giapponese ha una storia millenaria, da bevanda sia popolare che elitaria: il suo racconto è intriso di cultura, arte, storia e letteratura e riesce ad abbracciare tutte le umane attività, nondimeno religione, bellezza e salute. Insomma il sake non è certo una moda, ma fa decisamente tendenza, se così si può dire, ed accompagna l’uomo nel lungo corso del fluire del tempo, testimoniandone l’evoluzione e contribuendo alla nascita della Civiltà Nipponica.

Il fermentato più famoso del Giappone è diffuso in tutto il mondo. Si pensi che ebbe il suo esordio ufficiale dinanzi al grande pubblico occidentale proprio durante la prima Weltausstellung (Esposizione Universale) del 1873, nell’allora capitale dell’impero austro-ungarico; non soltanto famoso, ma anche prodotto in tutto il mondo, anzi imitato in tutto il mondo! Il sake è entrato di fatto nella quotidianità, ricoprendo un ruolo tanto alimentare quanto edonistico, sulle tavole dei Paesi Orientali e diventando un ottimo pairing per pietanze raffinate d’ogni sorta, persino come ingrediente principale in moltissimi cocktails, come il saketini, capostipite della miscelazione a base del fermentato di riso, inventato nel Queens dallo chef Matsuda nel 1964.

Ma facciamo subito chiarezza: ciò di cui si vorrebbe disquisire nel corso di questo pezzo in realtà si chiama Nihonshu!

Infatti con il termine sake viene indicatomolto genericamente l’alcool, mentre con la parola nihonshu, scritta allo stesso modo e probabilmente inventato dai samurai per diversificare la loro bevanda nazionale dalle altre importate nell’arcipelago, tendiamo a definire un prodotto che deriva dalla fermentazione del riso con aggiunta di acqua e koji, una sorta di spora fungina o muffa. Inoltre, perché lo si possa denominare nihonshu, occorre venga sottoposto a filtraggio, fatti salvi diversi stili di lavorazione e, al di sopra di ogni cosa, deve essere prodotto e imbottigliato integralmente ed esclusivamente in Giappone.

Un po’ di storia…

Con buona probabilità, il casuale processo di fermentazione del riso ha avuto origine in Cina attorno al V millennio a.C. nei pressi del Fiume Azzurro, per quanto altre fonti sostengano  sia avvenuto in prossimità del Fiume Giallo, durante il periodo della dinastia Shang, tra il XVII ed il XI secolo a.C. Nella grande Cina, tre secoli prima della nascita di Gesù Cristo, viene fatta menzione di una particolare muffa per la prima volta nello Zhouli, libro dei riti della dinastia Zhou, che in seguito verrà classificata come Aspergillus Oryzae, ossia quel fungo filamentoso cui si accennava prima e di estrema importanza per l’alimentazione in tutto l’Estremo Oriente.

Ciò non significa che il sake abbia realmente avuto origine in Cina, per quanto la bevanda più prossima ad esso sia il cosiddetto huang-jiu. Solo grazie al know-how cinese sulla coltivazione del riso il Popolo Giapponese ha imparato a sostenersi sulle proprie gambe, diventando una civiltà autonoma, e inventando il fermentato tra il 300 a.C. e il 300 d.C. nella versione ancestrale del kuchikami no zake, fino ad arrivare ai nostri giorni, ai processi innovativi ed alle attuali espressioni di questa iconica bevanda.

Ovviamente è facile immaginare certi abbinamenti col nihonshu: sushi, ostriche e sashimi ne sono un esempio piuttosto lampante e diffuso. E se invece vi suggerissero di sorseggiarlo con la nostra amatissima Dieta Mediterranea?

Statene certi perché lo dico dal 2017: il nihonshu, ed il modello nutrizionale mediterraneo per il quale l’Italia è indiscussa capitale, vanno a nozze!

Intanto cominciamo col rilevare che l’Italia, per gran parte, e il Giappone sono circondati dal mare, hanno uno sviluppo territoriale che si estende in lunghezza e non in ampiezza, oltre ad essere Paesi vulcanici e sismici imbrigliati nella stessa fascia di latitudine.

Va rammentato che tra i Paesi le cui osservazioni hanno dato vita allo studio epidemiologico condotto dal celebre Ancel Keys a partire dal 1957, colui che coniò il termine “Dieta Mediterranea” e ne enunciò i dettami, v’era anche il Giappone. Infatti il Seven Countries Study, ideato, coordinato e condotto per molti anni dal prof. Keys, è stato uno studio epidemiologico di monitoraggio eseguito su oltre 12 mila persone di età compresa tra 40 e 59 anni, appartenenti a 16 aree situate in sette Paesi dislocati in tre continenti. Le analisi ottenute dalle osservazioni fanno riferimento alle relazioni intercorrenti tra abitudini alimentari e malattie del sistema cardiocircolatorio: in via generale, l’incidenza e la mortalità coronarica risultavano decisamente più elevate nelle aree del Nord Europa e del Nord America e più basse nelle coorti del Sud Europa e del Giappone.

Ebbene le assonanze tra la Dieta Mediterranea e la Cucina Giapponese sono evidenti almeno dagli anni ’70 del secolo scorso e sottolineano quanto un consumo di alimenti variegati, privilegiando materie prime di origine vegetale, incluso un sano stile di vita, siano tratti comuni dei centenari del Cilento e del Giappone, seppur con ingredienti differenti ma dallo stesso valore nutraceutico e, talvolta, dal simil profilo organolettico.

Piaccia osservare che, per quanto con sfumature e costumanze diverse, il Popolo Giapponese e quello Italiano amano dare il benvenuto a tavola, proprio perché come nella Dieta l’ospitalità, la condivisione del buon cibo e del buon bere sono elementi inscindibili di un grande, genuino senso di convivialità.

Per quanto si possa giustamente ritenere che natto, salsa di soia, miso e tofu siano elementi “alieni” alla nostra idea locale di gastronomia, è bene ribadire che i Paesi del Mare Nostrum non sono assolutamente estranei ai cibi fermentati: ne sono esempio il kefir, la colatura di alici e le olive in salamoia. Inoltre non è recentissima la diffusione di modelli di ristorazione che fondano la loro filosofia su piacevoli contaminazioni e tecniche come la latto-fermentazione Katsuobushi? Rispondo: bottarga, acciughe sotto sale e la stessa colatura di alici appunto! Tofu? mozzarella o parmigiano reggiano, a seconda del grado di stagionatura della cagliata di soia. Alga Wakame? Puntarelle ed agretti con i condimenti a noi più cari, pomodori secchi e chi più ne ha più ne metta!

La chiave di volta dell’abbinamento è nel fattore umami e nella considerazione che, grazie ad un quinto in meno dell’acidità contenuta mediamente in un vino, il nihonshu non litiga mai col cibo. Insomma crudità sia di mare che di terra, risotti, formaggi, funghi e tartufi, verdure grigliate, salumi, frittate e carni pregiate si offrono piacevolmente al pairing con il nihonshu.

Dunque buon nihonshu a tutti e… kampai!