Alla scoperta dell’Uva Greca Puntinata

Lo scorso 20 maggio ad Acquapendente (VT), presso S’Osteria38, si è svolta la tavola rotonda riguardante un antico vitigno autoctono laziale recentemente riscoperto: l’Uva Greca Puntinata. Un progetto ambizioso che ha coinvolto vari personaggi del mondo vitivinicolo, per comprendere le discendenze ampelografiche attraverso il suo patrimonio genetico.  La serata è stata coordinata da Carlo Zucchetti ed Elisa Calanca, patron di S’Osteria38.

S’Osteria38 si trova sulla via Francigena che da Canterbury porta a Roma. Ne abbiamo già scritto menzionando I tesori della Tuscia. Struttura vocata ad accogliere ogni tipo di viaggiatore garantendo l’unione tra ristorazione di qualità, ospitalità attenta alle necessità del cliente, informazioni turistiche e spazio lavoro in condivisione.

Siamo in Tuscia, uno straordinario lembo di terra in provincia di Viterbo ai confini con Toscana e Umbria, alle falde del Monte Amiata e con il lago di Bolsena al centro. Ricca di necropoli etrusche, castelli medievali e stupendi Borghi arroccati su rocce di tufo, immerse nella natura e circondate da boschi, oliveti e vigneti.

Alla tavola rotonda sono intervenuti: Glauco Clementucci – Assessore all’ambiente e al Borgo di Trevinano, Elisa Calanca – Coordinatrice progetto, Carlo Zucchetti – L’Enogastronomo con il Cappello, Giovanni Pica – Sostegno alle Imprese e Valorizzazione Ecotipi – Arsial, Massimo Bedini – Ex direttore della Riserva Naturale di Monte Rufeno, Aldo Lorenzoni – G.R.A.S.P.O., Luigino Bertolazzi – G.R.A.S.P.O., Andrea Bellincontro – Professore di Enologia Università degli Studi della Tuscia, Adio Provvedi – Interprete del territorio, Maicco Pifferi – Slow Food Viterbo e Tuscia, Gaetano Calcagno – Viti sul Lago, Edoardo Ventimiglia – Sassotondo.

L’Uva Greca Puntinata

Fondamentale fu l’intuizione del compianto Alvio Fusi, il quale appena pensionato acquistò due appezzamenti di terreno, con viti ultracentenarie a piede franco, di una varietà particolare localmente chiamata Greco. Nelle campagne di Acquapendente negli anni ’60 del secolo scorso venivano coltivati centinaia di ettari di quest’uva; tuttavia, dopo la chiusura della cantina sociale e il conseguente spopolamento agrario, i vigneti vennero abbandonati.

Grazie a studi ed analisi realizzate nei vari laboratori è stato scoperto che non si trattava di Greco, bensì di una varietà a se stante, denominata Uva Greca Puntinata, grazie al lavoro svolto dall’Arsial e dalla Riserva Naturale Monte Rufeno per i risultati ottenuti e a G.R.A.S.P.O. che l’ha vinificata e imbottigliata.

Degustazione di vini ottenuti da Uva Greca Puntinata e altri vitigni rari italiani

Le altre varietà che rischiavano l’estinzione sono: Uvalino, Slarina, Liseiret, Croa’, Invernenga, Hoertroete, Furner Hottlinger, Enantio, Casetta, Pontedara, Brepona, Rossa Burgan, Denela, Quaiara, Vernazola, Piculit, Cianoire, Piccola Nera, Uva Longanesi, Pugnitello, Nocchiatello, Raspato, Madamabianca, Minnella, Tribbuoti e Zzinneuro.

G.R.A.S.P.O.

L’acronimo sta per: Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità e la biodiversità viticola, dall’idea di tre enologi: Aldo Lorenzoni, Luigino Bertolazzi e Giuseppe Carcereri de Prati. Un’associazione che riscopre varietà di uve abbandonate e destinate all’estinzione dell’originale patrimonio ampelografico italiano. 

Credendo fortemente che la biodiversità diverrà fondamentale sia a livello di cambiamento climatico sia a livello di diversificazione, i fondatori hanno ricoperto importanti ruoli nel panorama vitivinicolo italiano e vinificano le uve da loro individuate.

Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Milano: Best Wine Stars 2025 – curiosità, assaggi e racconti di vino all’ombra della Madonnina

Dal 17 al 19 maggio l’evento Best Wine Stars ha confermato il suo ruolo di protagonista nel panorama enogastronomico internazionale, offrendo al pubblico l’opportunità di scoprire oltre 1200 etichette e partecipare a numerosi momenti di approfondimento. La manifestazione si è consolidata come uno degli appuntamenti più attesi e dinamici nel settore.

Un elemento chiave del successo è stata la nuova Piattaforma Ufficiale visit.bestwinestars.com, che ha facilitato importanti occasioni di networking tra aziende partecipanti e operatori del settore. Il sistema di messaggistica interna ha registrato oltre 17.500 messaggi inviati, evidenziando un elevato livello di interazione e l’efficacia del sistema di matching tra visitatori ed espositori.

Durante la manifestazione, gli espositori hanno incontrato operatori provenienti da 45 Paesi, tra cui stampa, buyer, distributori, importatori, enotecari, ristoratori e appassionati, sottolineando il valore internazionale di Best Wine Stars. Gli incontri si sono svolti prima e durante la fiera, creando numerose opportunità di business.

Enzo Carbone, Fondatore di Prodes Italia, azienda ideatrice dell’evento, ha dichiarato:

“Siamo molto soddisfatti della qualità dei visitatori, ancora superiore rispetto all’edizione precedente, e della conseguente crescita delle opportunità di business generate durante l’evento. Sono orgoglioso di aver messo a punto un ottimo sistema di matching tra visitatori ed espositori, che sarà ulteriormente potenziato per il 2026, anno in cui Best Wine Stars è stata ufficialmente riconosciuta come fiera internazionale.”

Grande affluenza e apprezzamento anche per le masterclass, seminario e tasting room che si sono svolti nelle giornate del 17 e 18 Maggio nella Sala Piranesi, registrando il tutto esaurito.

Passeggiando tra i banchi di assaggio c’è stata l’occasione per parlare con i tanti produttori presenti e fare il punto della situazione con interessanti scoperte. Eccone alcune:

Cantina Delaiti – Overture spumante Metodo Classico 100% Chardonnay di intenso giallo paglierino. Al naso rivela un frutto elegante con richiami di mela e note minerali. Cremoso, con una bollicina elegante e persistente. Permanenza sui lieviti 15-24 mesi. Il racconto della Cantina Delaiti si sviluppa a partire dagli inizi del Novecento, grazie all’incontro tra Giuseppina Borgognoni, ultima erede di una famiglia di proprietari terrieri di Aldeno (Trento), e Gino Delaiti, contadino che lavorava come mezzadro sui terreni della famiglia Borgognoni. Nel corso degli anni gran parte dei terreni è passata ad altri proprietari, e negli anni Ottanta della grossa proprietà Borgognoni rimaneva ormai poco. Guido Delaiti, uno dei figli di Giuseppina e Gino, in questo periodo cominciò a recuperare i vecchi terreni di famiglia, iniziando a produrre vino per soddisfare il bisogno personale. Nel 2016 la svolta che puntò ad una produzione destinata ad una clientela più ampia, arrivando così l’imbottigliamento di vini di alta qualità.

Cantina Lurani Cernuschi  – ELLE CI un vino spumante secco, prodotto con uve Chardonnay in purezza. La presa di spuma avviene con Metodo Charmat lungo in autoclave per alcuni mesi. Le uve sono raccolte prematuramente, per ottenere una base più acida. Profumo di agrumi e mela verde con bollicine fini e persistenti. Particolare la sede della Cantina all’interno dell’ex convento di S.Maria della Consolazione: siamo ad Almenno San Salvatore, in Valcalepio e sin dai tempi dei frati, ai piedi del campanile, veniva coltivata la vite. Dalla metà degli anni ’70, l’attività dell’azienda si è rivolta alla produzione di vini da bottiglia. Gli ettari vitati sono 11 e sono disposti ai piedi del campanile del monastero.

Azienda Casigliano – ci troviamo nelle Langhe. La cantina si occupa di produzione e vendita di vini aromatizzati, seguendo metodi di lavorazione esclusivamente naturali, rispettosi della tradizione e dell’uomo. Il loro primo intento è quello di valorizzare un nobile prodotto quale il Barolo Chinato. Molto interessante però è anche il loro Brut Metodo Classico, un vino a cui viene aggiunta una liqueur estratta dall’infuso del Barolo Chinato. Con una base di 70% di Chardonnay e 30% di Pinot nero rimane per 24 mesi a maturare in bottiglia. Un sapore ed un aroma non comuni per le bollicine.

Cantine Risveglio – Virgilio Metodo Classico Pas Dosè – spuma briosa e perlage fine e persistente. Al naso note di agrumi e crosta di pane. Fresco e sapido; affina 36 mesi sui lieviti. Cantine Risveglio è una società cooperativa per azioni fondata nel 1958 da un gruppo di viticoltori brindisini. In quegli anni veniva incentivata la realizzazione di imprese in forma collettiva allo scopo di concentrare l’offerta e migliorare il potere contrattuale dei coltivatori sui mercati nazionali. Negli ultimi tempi Cantine Risveglio ha deciso di investire le proprie energie sulla valorizzazione della produzione enoica in bottiglia.

Cantine del Maresciallo – Quintus Benevento Falanghina IGP – bella espressione di Falanghina in purezza con profumi fruttati e floreali ed un sorso che richiama la sapidità e una buona acidità.  L’azienda vinicola è situata in contrada Pontefinocchio, a Torrecuso, nel cuore del Sannio. Prende il nome dal nonno Antonio Iannella, maresciallo dei carabinieri, che aveva una grande passione per i terreni e il vino.

Vigne Centro Sardegna – Krabone Mandrolisai DOC dal colore rosso rubino intenso, olfatto con note di vaniglia e spezie, al palato caldo e persistente. Un vero approfondimento dei vini di questa DOC, nata nel 1981, prodotti nella regione storica del Mandrolisai, tra le province di Nuoro e Oristano. Vitigni menzionati nel disciplinare: Bovale min. 35%, Cannonau dal 20-35%, Monica dal 20-35%. Un tuffo nella Sardegna più autentica, in uno degli altipiani più occidentali della Barbagia.

Tenute Pinna – Lentischio Cannonau di Sardegna DOC – tutta la potenza nel calice. Il nome fa riferimento alle bacche rosse del lentisco che cresce rigoglioso tra i vigneti. Un vino che rispecchia il carattere mediterraneo dell’isola. Frutta matura con richiami speziati e vegetali, dal gusto pieno, molto caldo, con un ottimo equilibrio tra freschezza e morbidezza dei tannini. TP è l’acronimo di Tenute Pinna, una realtà nata nel 2020 in piena pandemia, quando quelle che erano state idee astratte portate avanti da tempo pian piano si sono concretizzate.

Azienda Vitivinicola Bulfon – Piculit Neri IGP. Un vino dal colore rosso rubino intenso e dai sentori di frutta rossa matura e frutti di bosco; aromi finali floreali di violetta e rosa. Rotondo e morbido al gusto, acidità e tannini morbidi creano un grande equilibrio. Questa cantina ha dato uno slancio al recupero di antichi vitigni friulani che fino a trenta anni fa sembravano scomparsi: Ucelut, Piculit-Neri, Sciaglin e Forgiarin. Il cuore del lavoro di Emilio Bulfon, scopritore di queste varietà autoctone, è rappresentato dalla volontà di valorizzare e tutelare questi vitigni.

Non resta che attendere con trepidazione la prossima edizione.

Prosit!

Biagio Martinelli, una vita tra il dolce e il salato

Fare dolci è un’arte. Non sono ammesse scorciatoie né improvvisazioni di sorta. Lo studio delle proporzioni, in primis, e poi tanta manualità e passione. Biagio Martinelli non si è mai fermato; una vita spesa tra il dolce e il salato, cominciando da giovanissimo nel laboratorio di casa. Ormai prossimo a quella linea di confine che dalla metà dei trenta fa intravedere il cambio verso gli “anta”, ha accumulato una gavetta impressionante, perché ogni singola proposta deve rispettare i massimi canoni della qualità e del gusto.

Di lui e del suo nuovo concept targato Pasticceria Martinelli avevamo già scritto nell’articolo Aversa: Pasticceria Biagio Martinelli, bontà dolci e salate. Il focus precedente verteva sulla proposta degustazione, soprattutto in chiave salata per aperitivo ad ora di pranzo o al tramonto. Ora invece entriamo nel cuore della “viennoiserie”, ovvero le delizie da forno la cui tecnica di realizzazione si avvicina a quella del pane, distinguendosi dalla pâtisserie che produce dolci alle creme.

Biagio le racconta non senza un pizzico di amarezza per l’ancora scarsa cultura nel servire adeguatamente prodotti che hanno nelle delicate fragranze il loro marchio di fabbrica. Una temperatura sbagliata, l’utilizzo di materie prime inadeguate e le tecniche di lavorazione e cottura fanno realmente la differenza tra ciò che è standard, discrepante e ripetitivo, dal modello di lavorazione uniforme degno di competere con le eccellenze d’Oltralpe.

Un esempio: i croissant a sfoglia vanno serviti ad una temperatura massima oscillante tra i 12 ed i 15°C per non compromettere gli aromi della sfoglia. Sarà il tepore del palato ad amplificarne le scie più dolci ed intense senza sensazioni amarostiche poco eleganti, dato il punto di fusione del burro a circa 28°C. E poi la scelta stessa del burro, magari preferendo quello europeo con l’82% almeno di massa grassa e PH alto, in grado di garantire una buona trama alveolata all’interno del dolce.

Nel croissant classico di Martinelli c’è la sapienza di chi non agisce a caso. La sfoglia si sbriciola con delicatezza tra le mani, pur mantenendo un corpo compatto ed elastico. Il profumo è tipico della lievitazione, con ricordi di grano e di spezie dolci, quasi mielose. Nel pain au chocolate la ganascia al cioccolato è la chiave vincente, setosa e mai stucchevole.

Così come nel pan suisse alla caprese, terminando con la brioche “veneziana”, che va servita calda perché contiene una quantità maggiore di burro. Viene farcita con Cremino Dubai in pasta kataifi, sfogliata e riempita da salsa al pistacchio.

Vinifera 2025: nuova linfa vitale al format ormai inflazionato delle fiere enogastronomiche

Vinifera è un evento organizzato da Associazione Centrifuga, nata a Rovereto nel 2017 come strumento di ricerca, supporto e valorizzazione dello sviluppo sociale e culturale del territorio alpino, con particolare attenzione alla produzione sostenibile in campo agricolo e al consumo responsabile. Leggendo la citazione per le vie brevi, non si potrebbe neppure immaginare quale prezioso tesoro nasconda il lavoro infaticabile dei suoi protagonisti.

Organizzare una manifestazione con la presenza di tutti i produttori in prima persona e valorizzare la formula del mercato – afferma Manuela Barrasso presidente dell’Associazione Centrifuga che organizza l’evento – significa favorire l’incontro e il confronto diretto tra chi produce e chi consuma, il quale ha il diritto di sapere e il dovere di informarsi da chi, dove e come sono stati prodotti gli alimenti che sta acquistando“.

Nel verbo “acquistare”, pronunciato dalla Presidente Barrasso, risiede la nuova linfa vitale per il settore fieristico enogastronomico, che non sta sfuggendo alla crisi complessiva del comparto. In realtà Vinifera non è l’unico evento in Italia a permettere l’acquisto in loco dei prodotti assaggiati dagli avventori. Fondamentale non soltanto per consentire una sorta di piccolo recupero delle spese profuse dalle aziende partecipanti, quanto piuttosto per un rapporto immediato e diretto tra consumatore e rappresentante di filiera. In ulteriore specificazione bisognerebbe poi separare, nelle considerazioni, il settore vino da quello del food e dei prodotti artigianali, che camminano su percorsi paralleli, ma molto diversi tra di loro.

Il filo rosso di Arianna è stato proprio la volontà ferrea di comunicare un intero comparto merceologico, quello del mercato alpino e transalpino, con inserimento di graditi ospiti come una selezione di produttori delle isole minori del Mediterraneo, presenti con i loro vini ai banchi  dopo aver attraversato i mari di Pantelleria, Capraia, Ischia, Isola del Giglio, Ustica, Isola d’Elba, Salina ed uno spazio interamente dedicato ai sidri grazie alla collaborazione con APAS – Associazione Pommelier e Assaggiatori di Sidro – e una selezione di birrifici agricoli.

In collaborazione invece con Slow Food Trentino è stato possibile assaggiare salumi, formaggi, confetture e altri prodotti tipici a chilometro zero, comprese le diverse sfumature che offrono i mieli alpini ed un’ampia sezione dedicata ai grani antichi e allo scambio semi, realizzata in sinergia con Coltivare Condividendo e con Rete Semi Rurali. “Il vino è un prodotto della terra, prima che un bene di consumo” – prosegue Manuela Barrasso – “in questa edizione abbiamo quindi scelto di mettere in risalto questo legame primario, dando spazio e visibilità anche agli altri coltivatori della terra, e a chi, nonostante tutto, continua a prendersene cura in maniera rispettosa“.

Nei padiglioni interni ed esterni di TrentoExpo, location accogliente nel capoluogo tridentino, oltre alla possibilità di assaggiare le specialità culinarie preparate dagli artigiani del gusto è stata garantita la partecipazione a masterclass enologiche ed a laboratori didattici promossi dai produttori stessi. Infine, musica, artigianato, un’esposizione fotografica a cura dell’Associazione Fotosintesi Avellana e lo splendido salottino di Baba Associazione Culturale. L’elenco completo dei produttori partecipanti è visionabile al link Mostra Mercato 2025 – Vinifera

La modalità interdisciplinare con cui si è rapportata la seconda edizione di Vinifera, nelle giornate del 22 e 23 marzo 2025, ha rappresentato essa stessa il segreto del suo successo, con l’augurio che possa replicarsi in futuro nell’ottica della cultura del cibo e del vino per gli appassionati e i professionisti del settore. Non poteva mancare, vista la nostra naturale inclinazione verso il mondo del vino, una carrellata di etichette che hanno colto l’attenzione per eleganza, stile e carattere.

Garlider A Velturno, poco sopra Chiusa, si trova l’Azienda vinicola Garlider, che gode di una vista magnifica sulla Valle Isarco e sull’imponente mondo alpino. Christian Kerschbaumer gestisce qui con i suoi genitori, la moglie Veronika ed i figli Anna, Elisa, Philipp e Manuela l’Azienda vinicola Garlider, producendo, su una superficie vitata di 4 ettari, cinque bianchi eccellenti oltre all’unico pinot nero di tutta la Valle Isarco. Nella regione vitivinicola più a nord d’Italia, sono circa 250 gli ettari coltivati a vite, i vini bianchi fanno la parte del leone, mentre fino al 1950 l’80% delle uve coltivate erano a bacca rossa.

Le estati calde vengono spesso accompagnate da condizioni notturne più fresche e ventilate, a volte non agevoli per le maturazioni, motivo per cui i vini di quest’areale hanno sempre nuance delicate e un’impronta minerale energica, quasi tagliente, con poca pomposità nella fase gustativa. Christian lavora col minor intervento possibile in cantina, privilegiando far esprimere al meglio le caratteristiche del varietale anche tramite lunghe soste in bottiglia. Il Müller Thurgau 2021 è ricco di scie fruttate fini e coinvolgenti, dalla mela golden ai richiami di litchi, per chiudere verso erbe officinali e iodio marino.

Nell’ottica dei vitigni autoctoni ereditati dalla dominazione asburgica, il Grüner Veltliner 2021 è polposo e tropicale, tra ananas maturo e mango, mentre il Sylvaner 2021 dimostra tutta la sua gioventù restando fermo su note citrine molto toniche, che evolvono nella selezione “Y” 2019 verso agrumi mediterranei, balsamicità e chiosa sapida lunghissima.

Azienda Agricola Ronco Daniele i suoi antenati coltivavano l’ulivo nel 1800 tra le colline nell’alta Valle Arroscia, nel comune di Ranzo e nell’alta Val Lerrone, più precisamente nel comune di Casanova Lerrone, estremo lembo occidentale della Liguria. Il frantoio andò perduto a causa dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni del Novecento, insieme ai numerosi ulivi, la famiglia iniziò a coltivare per uso personale una piccola vigna nei pressi di Ranzo, si trattava di un vitigno autoctono: il Pigato, che dal 2012 Daniele ha recuperato con amore su declivi esposti al Sud, paralleli al mare.

Dalla piovosa e altalenante 2024 ne emerge un Pigato pieno di polpa matura e calore, accompagnato dalle classiche sensazioni officinali, forse più presenti nella 2023 ma non con la stessa profondità d’assaggio. Eccellente il cru “Rosetum” 2023 al limite del salmastro, che sviluppa essenze idrocarburiche nella torrida 2022.

Interessante, infine, la Granaccia, per molti vista come il futuro dell’areale dati gli attuali cambiamenti climatici e che Ronco lavora solo in acciaio e vetro, al fine di non appesantire il frutto delicato al sapore di fragola e ciliegia matura della 2023, dotata però di maggiore complessità e freschezza in versione 2022.

La cantina Klinger Pilati, sulle colline di Pressano (TN) è circaondata da ettari di vigneti, rinomata per la coltivazione del Gewürztraminer. Nel 1921 il bisnonno Luigi Pilati acquistò Maso Clinga, appena sopra il paese, un maso fondato nel lontano 1500 dalla famiglia tedesca Klinger, nelle vicinanze delle miniere d’argento, che, per secoli, hanno caratterizzato l’area con il risuonare dei picconi (in tedesco risuonare si dice “klingen”, da cui, forse, il nome).

Oggi la famiglia possiede una piccola porzione di vigneti, disposti in questa terra storicamente apprezzata per composizione geologica, esposizione, ventilazione ed altitudine, e nei masi limitrofi, con un’altitudine che va dai 350 ai 500 mslm. Dal 2018 papà Felice, i figli Enzo, Lorena e Umberto, proseguono la tradizione viticola come Klinger Winery. Ma è dalle vigne storiche di Nosiola del 1925 che la famiglia Pilati riesce ad esprimere il grande potenziale del territorio in cui risiedono. Una varietà che ha vissuto momenti di entusiasmo, seguiti da altrettanti opachi, al limite del dimenticatoio. E dire che è l’uva cardine dell’antichissimo Vino Santo, dolce perla enologica trentina di infinita bellezza, ormai scomparsa dai radar della stampa di settore.

La Nosiola 2022 di Klinger Pilati è semplicemente pazzesca, con le sfumature gessose e golose che rimandano ad alcune espressioni magnifiche di Riesling tedeschi, con la differenza del finale quasi mieloso e floreale meglio aderente ai canoni della Nosiola. Note che si esaltano ulteriormente nella 2018 con inserimenti di cedro e arancia candita. Bene anche lo Chardonnay 2021 e il Gewürztraminer 2022 proposti in chiave moderna con breve passaggio in legno e, nel caso del secondo campione, con un residuo zuccherino inferiore ai 3 g/l che non inficia la personalità tropicale del vino.

Reyter ha sede nell’ultima isola di Lagrein rimasta nel quartiere Gries della città di Bolzano. La naturale base dei suoi vini è il particolare terreno alluvionale porfirico e morenico dei fiumi Talvera e Isarco. Rinunciano ad ogni tipo di fertilizzante, provvedendo ad un’attiva biodiversità con semine mirate, cosa che permette ai terreni di diventare autosufficienti.

La difesa del Lagrein e della Schiava è la forza di Reyter, che li presenta entrambi in uno stile misurato, mai ingombrante. Lakrez 2020, rosato 100% Lagrein, da vigne d’età fino a 60 anni, resta 20 ore a contatto con le bucce, con il tipico timbro di piccoli frutti di bosco e petali di violetta.

Straordinario lo Chardonnay 2022 in tonneau, tra sensazioni marine e affumicature da renderlo paragonabile ad alcuni grandi Vin de Reserve francesi. Termina il giro la Schiava 2018 da cloni differenti, ricca di verve agrumata e officinale. Succosa, immediata, gastronomica, tutto ciò che si desidera da una delle regine dell’Alto Adige.

Agricola MoS – dal 2018 Luca Moser e il cugino agronomo Federico iniziano l’attività di vitivinicoltori in Val di Cembra partendo da 6 varietà (Chardonnay, Riesling renano, Schiava, Müller Thurgau, Pinot Grigio e Pinot Nero) in 6 diversi appezzamenti tra Zambana e Lisignano per un totale di appena 1,5 ettari. Tra i terrazzamenti con muretti a secco patrimonio Unesco, se ne contano ben 700 chilometri, la vita del vigneron cembrano non è semplice, ma Luca e Federico riescono ad offrire prodotti di personalità.

Come l’appetitoso Tesadro 2023 da Chardonnay in purezza e sosta in legni nuovi e usati, con evidenzia di frutta secca, toni speziati e finale burroso o il Riesling (Renano) 2023, stuzzicante nelle sue vene d’arancia gialla e mela verde. Tripudio per il Pinot Nero 2023, da tre cloni diversi ed un passaggio per appena il 10% della massa in barrique. Ad un passo immaginario da Pommard, per la palpitazione tannica evidente e invitante, compresa la parte ferrosa di fine bocca.

L’azienda Colombo Sormani nasce da Lorenzo Colombo e Andrea Sormani, originari di Lecco, che hanno abbandonato le loro carriere per inseguire la passione per il vino. Lorenzo, ex elettricista, e Andrea, ex metalmeccanico, hanno iniziato la loro avventura nel mondo vinicolo nel garage, acquistando uve locali. 

Oggi si estende su circa 2 ettari e produce tre etichette. L’intero processo produttivo è improntato sull’agricoltura biologica, con un forte rispetto per la natura e il territorio della Valtellina. Il Rosso della Valtellina 2022 “Risc” è molto agile alla beva, giocando su visciole mature, humus, noce moscata e chiodi di garofano.

Il Valtellina Superiore Docg 2021 “Puntesel” è buono e moderno, con tipica affumicatura e ricordi boschivi del Nebbiolo (Chiavennasca) di queste terre. In edizione anche la loro prima annata de Valtellina Superiore Docg sottozona Sassella 2021 semplicemente unica per il carattere da amarene sotto spirito, spezie dolci, foglie di ribes ed eucalipto e scie ematiche eterne.

Lavazza 1895 presenta il nuovo Specialty Coffee al Gran Caffè La Caffetteria di Napoli

In quale luogo, se non a Napoli, si può celebrare il rito del caffè?

Nella città che di questa bevanda ha fatto un vero e proprio culto, si è svolto il primo evento dedicato all’abbinamento tra caffè e cibo. A fare da sfondo lo storico Gran Caffè La Caffettiera di Piazza dei Martiri dove Guglielmo Campajola, patron del locale, Stefania Zecchi, coffelier e brand ambassador Lavazza 1895, e Gianluca D’Agostino, chef di Joca Restaurant, con la collaborazione di Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, hanno proposto un vero e proprio percorso sensoriale alla scoperta di un modo diverso di avvicinarsi al caffè, non solo nell’abbinamento al cibo, ma anche nelle tecniche di estrazione e servizio.

Una vera e propria scommessa vinta già sulla carta

“Non esiste il caffè napoletano, romano o milanese: il caffè è caffè”, ha esordito Guglielmo Campajola, “la qualificazione Espresso è solo una delle interpretazioni di questa bevanda. Dobbiamo imparare ad approcciarci al caffè con una curiosità ed un entusiasmo diversi a quella a cui siamo abituati”.

Protagonista il nuovo Specialty Coffee di Lavazza 1895: Sol de Yungas, caffè arabica monorigine proveniente da Yungas, in Bolivia, una foresta a 1600 metri sulle Ande, dove la coltivazione del prezioso chicco trova il suo habitat ideale.

Gli specialty coffee sono caffè di qualità eccellente sia per quanto concerne la scelta della materia prima sia nelle tecniche di lavorazione utilizzate lungo tutta la filiera, fino al consumatore finale. Il mercato a livello mondiale rappresenta solo il 5% della produzione di caffè, ma, ci spiega Stefania Zecchi, è una nicchia con un suo potenziale di crescita anche nel fine-dining, in un momento in cui l’attenzione ai danni causati da alcool e zucchero è a livelli di massima allerta.

La valorizzazione di un prodotto come Sol de Yungas avviene attraverso la scelta di  metodi di estrazione diversi da quelli a cui siamo tradizionalmente abituati. Si utilizza infatti la tecnica della percolazione, eseguita a freddo o a caldo, per ottenere una bevanda lunga, di corpo leggero, colore scarico e ricca in caffeina. D’altronde in origine il caffè – quello che secondo leggenda il pastore Kaldi scoprì in Etiopia nella notte dei tempi, osservando le sue capre eccitarsi dopo aver mangiato delle sgargianti bacche rosse – era verosimilmente consumato come una bevanda calda, che non in forma di espresso.

Gli abbinamenti con il caffè

Anche gli abbinamenti con il cibo non sono tra quelli canonici. Il caffè, ha spiegato Tommaso Luongo, non solo è privo di alcol ma presenta delle componenti aromatiche che gli permettono di essere abbinato per affinità a cibi che spesso non trovano un pairing ideale nel vino, come il carciofo, il radicchio o l’aceto. Anche il caffè, infatti, può essere descritto attraverso una ruota di oltre 1500 profili aromatici, che per immediatezza e comodità Lavazza ha ristretto a sei macro-famiglie: frutti dolci, agrumi, erbe e spezie, cioccolato, frutta secca, fiori.

La prima proposta di food – Tentazione mediterranea a base di melanzane con glassa al cioccolato – ha affiancato Sol de Yungas ottenuto in cold brew, da estrazione a freddo.

Questa tecnica prevede l’utilizzo di acqua fredda microfiltrata che, scorrendo goccia a goccia attraverso un rubinetto sul caffè macinato grossolanamente e posto all’interno di un filtro, permette di ottenere dopo circa sei ore, la bevanda.

Al naso e al palato si percepiscono immediatamente frutti di bosco; sentori agrumati invece arrivano in retrolfazione, dopo la deglutizione.  Il boccone di melanzana – disidratata, arrostita, cotta in acqua di pomodoro e glassata con cioccolato fondente 70% e un pizzico di peperoncino –  esalta la tostatura e a sua volta viene esaltato nella vena lievemente piccante.

Estrazione a caldo invece per le successive proposte dello chef D’Agostino. Per questa tecnica si utilizza il chemex, una caraffa in vetro con collo stretto rivestito da un anello in legno, brevettata negli anni ‘40 da un chimico tedesco e conservata anche al MoMA di NY. Il caffè macinato grossolanamente viene  posto in un filtro sulla bocca della caraffa e, con movimenti precisi, irrorato con acqua a 97°. L’estrazione dura circa tre minuti e serve ad aprire aromaticamente la bevanda. In questa seconda preparazione a spiccare sono gli aromi agrumati e le lievi nuance di ribes. Servito in calici da vino, è stato abbinato a due diversi finger food: il cuor di carciofo con neve di ricotta e il radicchio in sinfonia agrodolce.

In abbinamento al carciofo cotto a bassa temperatura, successivamente arrostito e glassato in un liquido ottenuto con le parti di scarto, si amplificavano le note amaricanti della bevanda e del piatto. Più equilibrato l’abbinamento con il radicchio, grazie alla glassatura in aceto, foglie di pepe rosa, dragoncello e arancio candito che hanno permesso nuovamente alla vena agrumata del caffè di emergere.

Il percorso è terminato con una nuova versione di Sol de Yungas, e un abbinamento indiscutibilmente più canonico. Per il cocktail Sol de Yungas, il caffè è stato messo in infusione per una notte. Eliminata la parte solida, il liquido ottenuto è stato miscelato con liquore al caffè, rum scuro invecchiato, sciroppo d’acero, gocce di bitter al cioccolato. L’abbinamento con una savarin con crema al caffè e zest di mandarino, scodellino al cioccolato con crema al caffè e amaretto, cioccolatino caffettiera ha incontrato i gusti dei palati più tradizionali.

“Una delle ironie del caffè”, ha scritto Mark Pendergrast, autore di Uncommon Grounds: the history of coffee, “è che fa pensare. Tende a creare luoghi egualitari, i bar dove le persone possano ritrovarsi, cosicché la rivoluzione francese e la rivoluzione americana furono organizzate nei caffè”.

Che l’approccio a un modo così diverso di bere il caffè proposto a La Caffettiera sia l’inizio di una rivoluzione proprio nella città che dell’espresso ha fatto il suo culto?

GRAN CAFFE’ LA CAFFETTERIA

Piazza dei Martiri, 26

80121 Napoli

Monserrato 1973: vini nati tra i monti del Sannio

Il Monte Serrato è una vasta e dolce collina, esposta a mezzogiorno, che sorge nel territorio del Comune di Benevento in località “La Francesca”. Chiunque percorra la strada che dal capoluogo sannita conduce ai luoghi natali di San Pio, a Pietrelcina, non può fare a meno di notarne l’ampiezza e la vocazione olivicola e viticola.

Deve essere stata la sua vista ad ispirare il compianto Francesco Zecchina, imprenditore edile mantovano, partigiano del C.L.N. virgiliano, trapiantato a Napoli sin dai primi anni ’50, che decide di acquistarne nel 1973 una consistente porzione. Il Cavaliere del lavoro Zecchina vi trova un’arida pietraia e un vecchio rudere abbandonato ma, con l’aiuto del giovanissimo e fidato Peppino Bibbò, dopo pochi mesi e molte tonnellate di pietrame rimosso, fonda l’azienda agricola Fattoria Monserrato.

In epoca la zona era massivamente dedita alla coltivazione del rinomato tabacco “riccio beneventano” di cui Fattoria Monserrato, per i primi decenni ne fu qualificata interprete. Poi a fine anni ‘90 la svolta, ispirata dalla antica passione di Francesco Zecchina per i vini di qualità, di affiancare ai 6 ettari di olivi anche l’allevamento della vite. Oggi Monserrato 1973 è una solida e variegata realtà di oltre 50 ettari, tutti condotti in regime biologico, amministrata da Lucio Murena, nipote di Francesco, subentrato nel 2018 alla gestione di sua mamma Paola Zecchina.

Alla varietà autoctona Ortice è riservata una parte dell’oliveto dalla quale si estrarre un olio extravergine di oliva da monocultivar, tutto giocato su marcatori olfattivi tipici e gusto piccante ed amaro, mentre il Satanasso è l’EVO blend della casa a base Pampagliosa, Itrana, Frantoiana e Racioppella. La vigna aziendale, invece, si estende per 14 ettari lasciando tutto il residuo spazio seminativo alle colture annuali cerealicole, leguminose e foraggere tutte prodotte in regime di rotazione annuale biologica.

Due i principali vitigni prescelti, rigorosamente appartenenti alla tradizione beneventana: la Falanghina per la bacca bianca e la Camaiola per quella rossa. A questi si aggiungono Merlot, Piedirosso e Fiano non potendo mancare, infine, l’Aglianico, portabandiera sannita tra le uve rosse. Prima vendemmia e vinificazione nel 2000 col nome Fattoria Monserrato; poi 2018 la svolta verso l’alta gamma sia per i protocolli di campo e in cantina sia per le scelte distributive e di target delle etichette prodotte, con il nuovo, attuale nome di Monserrato 1973.

Nuovi impianti in cantina con il prevalente uso di anfore di argilla a cui si affianca la piccola bottaia di pochissime barrique ed un solo tonneau (solo per l’Aglianico) per i protocolli di fermentazione, affinamento e maturazione dei vini, redatti e controllati dall’enologo consulente Fortunato Sebastiano.

Tre i vini assaggiati per 20Italie, i cui nomi in etichetta intrecciano l’antropologia fiabesca dei luoghi, ovvero la leggenda delle streghe di Benevento.

L’abbrivio iniziale spetta al “Levata” IGP Campania, evocativo della fuga – a gambe levate – delle streghe all’alba, dopo una intera notte di danze attorno al noce beneventano. Prodotto con sole uve Falanghina parte delle quali restano alcuni giorni in anfora a contatto con le bucce con successivo stazionamento sulle polveri fini per alcuni mesi. Circostanza, quest’ultima, ravvisata nel calice dalla trama di colore paglierino fitto ed intenso che vira nettamente al dorato. Apre al palato la sua prorompente tensione acida rincorsa dalle caratterizzanti note sapide. Gli aromi di retronaso confermano ed esaltano i profumi avvertiti di fiori ginestra e frutta croccante a pasta gialla, in primis melone cantalupo. Chiude in media lunghezza con affioranti note agrumate e lontani, soffusi sbuffi vanigliati.  

L’uvaggio della IGT Campania “Murate di Sopra” 2022, si avvale dell’apporto di uve Fiano con cui i grappoli di Falanghina condividono il blend alla pari. Un terzo delle masse fermenta e affina in barrique per sei mesi mentre il resto della selezione fermenta in acciaio con pari tempistica. La livrea di Murate di Sopra risente dello scambio osmotico con il legno presentandosi in una elegante aura dorata con l’orlo del calice a proiettare una leggerissima luce smeraldina. Ampio l’olfatto non si nega ai marcatori varietali di frutta esotica matura e fieno secco ma evolve verso gli erbaggi aromatici di aneto e timo. Ancora una volta sferzante e fresca la tensione del primo sorso mentre il centro bocca, succoso e fine allo stesso tempo, apre agli agrumi dolci di cedro e bergamotto. L’imprinting finale è terra di conquista del sapido corredo minerale che conferisce lungo ricordo al sorso.

Per chi non volesse credere alla particolare predilezione per l’uva Camaiola da parte della Maison beneventana osservi bene l’etichetta… “urlata” della IGP Campania Barbera 2022, che, una volta ancora, evoca le gesta delle fattucchiere sannite le cui grida propiziatorie procuravano fatture e malocchi ai malcapitati. In cantina il vino osserva un protocollo scarno e rispettoso della natura della materia prima: soli 5 giorni di contatto con le bucce durante la fermentazione in acciaio e poi il lungo riposo in anfora prima dell’imbottigliamento. Allo stesso modo del nero dei cappelli conici a falde delle streghe, così il calice si tinge di un impenetrabile e vivace materia pigmentale, dal fitto colore rubino. Frutta e ancora frutta è il regalo olfattivo che fuoriesce dal bevante: mirtilli, gelso nero, more, ribes nero e ramassin (la piccola susina piemontese) ultramaturo a farla da padrone, salvo concedere agli aromi di retronaso l’onore di presenza con percezioni di macchia mediterranea e distanti aliti balsamici.

Tannini ben gestiti, senza graffio e spalla acida invidiabile fanno da contraltare alla morbidezza – mai zuccherina – che rende il sorso denso e appagante per un vino la cui schiettezza favorisce un pairing con gastronomia semplice, tradizionale e di elevata genuinità: un esempio? La “scarpella” di Castelvenere.

Le Masterclass straordinarie di Summa 2025

“Attraversare terre lontane è come sfogliare le pagine di un libro infinito, dove l’anima ritrova la sua voce.” È con questo spirito che ho vissuto la SUMMA 2025 non solo come cronista, ma come viaggiatore del gusto e dell’emozione. Il collega Adriano Guerri ha descritto minuziosamente l’evento nel precedente articolo Alois Lageder e l’idea di Summa: la somma delle eccellenze vitivinicole. In un giorno di sole radioso, tra le stradine curate di Magrè, in Alto Adige, ogni istante è stato un sorso di bellezza. Accolto con calore dallo staff della Tenuta Alois Lageder, e con il sorriso sincero di Ylenia Steiner, ho riscoperto il senso più autentico del raccontare: esserci, vivere, sentire.

La Cantina Lageder

La Cantina Alois Lageder, fondata nel 1823 a Magrè sulla Strada del Vino in Alto Adige, è una storica azienda vitivinicola a conduzione familiare, oggi guidata dalla sesta generazione della famiglia Lageder: Alois Clemens, Helena e Anna . Con una superficie vitata di 55 ettari coltivati secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, la cantina collabora con circa 60 viticoltori partner che adottano metodi biologici o biodinamici .

L’architettura della cantina, progettata nel 1995, riflette l’approccio ecologico dell’azienda, con una struttura a basso consumo energetico costruita con materiali naturali come legno e pietra, e dotata di impianti fotovoltaici e sistemi di recupero del calore .

Oltre alla produzione vinicola, la Tenuta Alois Lageder si distingue per iniziative come il progetto “buoi nei vigneti”, che integra l’allevamento di animali nei cicli agricoli per promuovere un ecosistema sostenibile .

SUMMA non è solo un evento: è un’esperienza.

Anche quest’anno la manifestazione ha confermato il suo ruolo di riferimento nel mondo vinicolo internazionale. Dal 5 al 6 aprile 2025, oltre 2.400 visitatori da 44 Paesi – tra appassionati, sommelier, giornalisti e operatori – hanno popolato gli spazi della Tenuta Lageder. 112 produttori da 8 nazioni, tra cui Libano, Portogallo, Austria, Germania e Svizzera, hanno portato la loro visione, il loro terroir, la loro passione.

Grandi nomi, grandi vini, grandi storie. Ve ne racconterò alcune vissute nelle memorabili Masterclass. Tra i protagonisti: Château Musar, Dr. Bürklin-Wolf, Franz Keller, Tement, Cà La Bionda, Tenuta delle Terre Nere e Giulia Negri. Ma anche realtà più piccole, che portano nel calice un racconto intimo e coraggioso.

Due le verticali imperdibili

Iconic Wine – 10 anni dopo: Barolo Marassio 2015–2020, Giulia Negri (Serradenari)

Dalla vigna più alta del Barolo, a Serradenari,

Nella zona più alta del Barolo con una altitudine che va dai 420 ai 546 metri sul mare, Serradenari è una azienda di 6 ettari vitati immersa tra 12 ettari di boschi, con una biodiversità unica. Altitudine ed escursioni termiche, insieme alla natura che circonda i vigneti, caratterizzano vini contraddistinti da eleganza e freschezza. Da Marassio, il vigneto più in alto un racconto in sei annate dove l’eleganza dell’altitudine incontra la potenza della materia.

· Barolo Marassio 2015

Fresco, intenso e balsamico, si presenta diretto e verticale. Nonostante l’evoluzione, mantiene una straordinaria giovinezza, con un profilo teso e vibrante.

· Barolo Marassio 2016

Grande freschezza, dominata da frutti rossi croccanti. La trama è fine, con una sensazione polverosa e un’ottima ricchezza estrattiva. Emergono eleganti sfumature balsamiche e accenni mentolati.

· Barolo Marassio 2017

La freschezza sostiene una beva agile e piacevole. Al naso e al palato si intrecciano note minerali e speziate, con un frutto più maturo e intenso rispetto alle annate precedenti.

· Barolo Marassio 2018

Oltre alla consueta freschezza, si percepiscono maggiore concentrazione e struttura. I tannini, presenti ma finemente setosi, avvolgono aromi di frutti rossi di sottobosco.

· Barolo Marassio 2019

Un’espressione di grande eleganza e struttura, in cui il frutto è accompagnato da note complesse di china e agrumi maturi, come il chinotto. In chiusura, emergono lievi sfumature vegetali.

· Barolo Marassio 2020

Il tannino è ancora ben presente, ma integrato. Il profilo è arricchito da fresche note vegetali ed erbacee, con una beva viva e dinamica che si conclude con un finale leggermente sapido e amaricante.

25 anni di Château Musar – con Marc Hochar

Ci troviamo in Libano nella valle della Bekaa. È una lunga pianura che si estende da nord a sud tra due catene montuose: il Monte Libano a ovest e l’Anti-Libano a est, al confine con la Siria. Qui si trovano alcune delle più antiche aziende vinicole della regione, come Château Musar e grazie al suo clima mediterraneo, con estati calde e secche e inverni freschi, la Bekaa è ideale per la coltivazione di uva di qualità.

Château Musar Rosso, simbolo della Valle della Bekaa (Libano).

Un blend raffinato di Cabernet Sauvignon, Cinsault e Carignano, proveniente da vigneti di 40 anni su suoli ghiaiosi e calcarei. Fermentazione spontanea, affinamento in rovere e cemento, e lunghissimo invecchiamento in bottiglia: un vino ispirato ai grandi Bordeaux, ma con anima mediorientale. Potenza, mineralità, note di frutta, spezie, cuoio e accenti balsamici. Note positive ma anche una leggermente negativa visto che in generale sono vini che non si esprimono in lunghezza, chiudendo precocemente le sensazioni iniziali.

· Château Musar 2018

Fresco e vivace, con una discreta morbidezza che bilancia un corpo di buona struttura. Al naso e al palato emergono nitide sensazioni fruttate di ciliegia, mora e ribes.

· Château Musar 2015

Un vino ampio e complesso, ricco di sfumature speziate e aromatiche. Il frutto, più delicato, accompagna il sorso con eleganza, in un perfetto equilibrio tra intensità e finezza.

· Château Musar 2008

Espressione in cui si evidenziano le caratteristiche tipiche del Cabernet Sauvignon, arricchite da note di ciliegia matura e amarena. Fresco e morbido al tempo stesso, regala un sorso dinamico e avvolgente.

· Château Musar 2003

Dal colore rosso rubino intenso tendente al granato, rivela segni evidenti di evoluzione. L’ingresso è fresco, ma rapidamente lascia spazio a note terziarie di frutta rossa matura e confettura di prugne, in un profilo ampio e avvolgente.

· Château Musar 1999

Al naso si percepisce un calore avvolgente con note eteree e una leggera sfumatura volatile. In bocca è moderatamente fresco all’ingresso, per poi esprimere toni ricchi di confettura di ciliegie, cacao e accenti tostati. Il finale si chiude su eleganti note di prugna essiccata.

· Château Musar White 2010

Uno Chardonnay classico, dal profilo raffinato, con profumi di fiori dolci, mandorle e albicocche mature. Sul finale emerge una delicata nota di vaniglia che dona rotondità e charme.

La manifestazione ha rinnovato anche il suo spirito solidale, sostenendo la rivista di strada zebra., offrendo opportunità a persone in condizioni di marginalità. Un gesto concreto che dimostra come la cultura del vino possa tradursi in cultura dell’umanità.

La prossima edizione di SUMMA si terrà l’11 e 12 aprile 2026.

Segnatela già in agenda. Perché SUMMA non è solo una fiera: è un viaggio. E come ogni grande viaggio, lascia un segno.

Summa 2025 – Un brindisi tra le dolomiti.

“Attraversare terre lontane è come sfogliare le pagine di un libro infinito, dove l’anima ritrova la sua voce.” È qui che ho ritrovato il vero piacere di essere in un luogo non soltanto per poter raccontare un evento, ma per la vera gioia di esserci. Un giorno in cui ho assaporato ogni cosa che mi circondava, con gli occhi curiosi e gioiosi di un bambino che ormai tanto bimbo non è più.

Una fantastica giornata di sole che ha reso tutto ancora più bello, tra le stradine di un paesino tirolese in cui tutto è stato organizzato alla perfezione, l’accoglienza da parte dei collaboratori di Alois Lageder, in particolare Ylenia Steiner mi ha accolto con un gran sorriso. Summa, sembra più una festa che un evento, dove si cammina per il bellissimo borgo di Magrè, da un edificio all’altro all’interno di sale raffinate in un contesto elegante e piacevole che fa apprezzare in modo particolare i vini in degustazione. Grandi e piccole aziende, attentamente elezionate da Alois, tra le quali si possono sempre scoprire interessanti novità.

Il 2025, per la fiera enologica SUMMA è stato un grande successo, rafforzando il suo ruolo come uno degli appuntamenti di riferimento nel panorama vinicolo internazionale. Dopo più di 25 anni, la SUMMA continua a rappresentare un evento di grande valore nel panorama vinicolo internazionale. Dal 5 al 6 aprile 2025, circa 2.400 appassionati di vino, sommelier, ristoratori e giornalisti provenienti da 44 paesi si sono riuniti presso la Tenuta Alois Lageder a Magrè, in Alto Adige, per essere ispirati dalla diversità e dalla qualità dei vini esposti.

L’evento, che si svolge da oltre 25 anni, è una piattaforma per lo scambio e l’innovazione nel campo del vino e dell’agricoltura sostenibile. Quest’anno hanno partecipato 112 produttori di vino provenienti da otto paesi, tra cui cantine dall’Italia, Germania, Austria, Svizzera, Portogallo e Libano.

„È stato un weekend incredibilmente arricchente “, afferma Alois Clemens Lageder. „Le conversazioni con i produttori internazionali e gli ospiti, lo scambio di idee e nuove prospettive – tutto questo dimostra quanto sia importante avere una piattaforma come la nostra. La SUMMA per noi è uno dei momenti più importanti dell’anno e ci fa sempre piacere vedere quanto lo scambio e l’interesse per la viticoltura sostenibile coinvolgano le persone. La SUMMA celebra il vino in un modo che, in questi tempi difficili, risulta particolarmente positivo.“

Tra i partecipanti della SUMMA 2025 figurano produttori di fama come Dr. Bürklin-Wolf, Bernhard Huber, Franz Keller, Tement, Cà La Bionda, Podversic Damijan, Tenuta delle Terre Nere e Chateau Musar dal Libano. La varietà dei produttori partecipanti si è riflessa nelle numerose degustazioni.

Oltre alle tradizionali degustazioni, l’evento ha offerto un ampio programma con esperti di alto livello e attività interessanti. Tra le altre cose, si sono svolte degustazioni con rinomati sommelier e giornalisti del vino come Willi Schlögl della Bar Freundschaft di Berlino, Lukas Gerges, Head Sommelier dell’Atelier Moessmer, Sascha Speicher, caporedattore di Meiningers Sommelier, e Isacco Giuliani del Ristorante Makorè di Ferrara, nonché Miglior Sommelier d’Italia 2024. Un highlight è stato il seminario della tenuta Heitlinger sul tema “Droni in viticoltura “, che ha trattato la tecnologia innovativa e le sue applicazioni nel settore vinicolo.

Le Masterclass

Tra le masterclass, ne racconto due che ho trovato particolarmente interessanti:

ICONIC WINE – 10 ANNI DOPO…BAROLO MARASSIO 2015 – 2020 Serradenari Giulia Negri

ICONIC WINE – 25 ANNI DI CHATEAU MUSAR – con Marc Hochar

Ci troviamo in Libano nella valle della Bekaa. È una lunga pianura che si estende da nord a sud tra due catene montuose: il Monte Libano a ovest e l’Anti-Libano a est, al confine con la Siria. Qui si trovano alcune delle più antiche aziende vinicole della regione, come Château Musar e grazie al suo clima mediterraneo, con estati calde e secche e inverni freschi, la Bekaa è ideale per la coltivazione di uva di qualità.

Château Musar Rosso, simbolo della Valle della Bekaa (Libano).

Un blend raffinato di Cabernet Sauvignon, Cinsault e Carignano, proveniente da vigneti di 40 anni su suoli ghiaiosi e calcarei. Fermentazione spontanea, affinamento in rovere e cemento, e lunghissimo invecchiamento in bottiglia: un vino ispirato ai grandi Bordeaux, ma con anima mediorientale. Potenza, mineralità, note di frutta, spezie, cuoio e accenti balsamici. Note positive ma anche una leggermente negativa visto che in generale sono vini che non si esprimono in lunghezza, chiudendo precocemente le sensazioni iniziali.

· Château Musar 2018

Fresco e vivace, con una discreta morbidezza che bilancia un corpo di buona struttura. Al naso e al palato emergono nitide sensazioni fruttate di ciliegia, mora e ribes.

· Château Musar 2015

Un vino ampio e complesso, ricco di sfumature speziate e aromatiche. Il frutto, più delicato, accompagna il sorso con eleganza, in un perfetto equilibrio tra intensità e finezza.

· Château Musar 2008

Espressione in cui si evidenziano le caratteristiche tipiche del Cabernet Sauvignon, arricchite da note di ciliegia matura e amarena. Fresco e morbido al tempo stesso, regala un sorso dinamico e avvolgente.

· Château Musar 2003

Dal colore rosso rubino intenso tendente al granato, rivela segni evidenti di evoluzione. L’ingresso è fresco, ma rapidamente lascia spazio a note terziarie di frutta rossa matura e confettura di prugne, in un profilo ampio e avvolgente.

· Château Musar 1999

Al naso si percepisce un calore avvolgente con note eteree e una leggera sfumatura volatile. In bocca è moderatamente fresco all’ingresso, per poi esprimere toni ricchi di confettura di ciliegie, cacao e accenti tostati. Il finale si chiude su eleganti note di prugna essiccata.

· Château Musar White 2010

Uno Chardonnay classico, dal profilo raffinato, con profumi di fiori dolci, mandorle e albicocche mature. Sul finale emerge una delicata nota di vaniglia che dona rotondità e charme.

Come negli anni precedenti, la SUMMA ha anche nel 2025 sostenuto un’organizzazione benefica: una parte dei ricavi è stata destinata quest’anno alla rivista di strada zebra., un progetto dell’OEW – Organizzazione per un Mondo Solidale, che offre a persone in condizioni di marginalità un’attività dignitosa e la possibilità di ottenere un piccolo guadagno.La prossima SUMMA si terrà l’11 e 12 aprile 2026.

Napoli: al Gran Caffè Gambrinus si festeggia il World Cocktail Day

Il 13 maggio pomeriggio di degustazioni e dimostrazioni con i barmen Aibes.

Comunicato Stampa

Martedì 13 maggio dalle ore 18 al Gran Caffè Gambrinus si festeggia il World Cocktail Day. Ingresso gratuito con dimostrazioni e degustazioni promosse dal Gran Caffè Gambrinus e dalla sezione campana di Aibes, l’Associazione Italiana Barman. 

Di scena i drink classici con “incursioni” di ingredienti e quindi sapori tipici campani. E così ecco l’Espresso Martini che si realizza con la miscela utilizzata al Gambrinus, poi c’è il drink New York Sour con aglianico del territorio e tanti altri abbinamenti creativi. Tra dimostrazioni, focus e degustazioni (sarà offerto 1 drink a persona) protagonisti anche i barmen del Gambrinus Domenico Lucarelli e Francesco Oliviero. 

Un pomeriggio che intende porsi come un “open day” per valorizzare la cultura del drink utilizzando ingredienti “local” e il lavoro di chi attraverso l’associazione e strutture come il Gran Caffè Gambrinus valorizza sempre più la figura del bartender.

Viti a piede franco: eredità storica da salvaguardare

Domenica 4 maggio al Centro Congressi Medioevo di Olgiate Comasco (CO) si è svolta la manifestazione Calici al Medioevo: Giornata di sensibilizzazione a tutela del Piedefranco.

In un’epoca dominata dall’innovazione e dalla standardizzazione, l’iniziativa si era proposta di mantenere viva la memoria storica e le pratiche vitivinicole sostenibilie più autentiche, che caratterizzano le viti franche di piede. Vitigni considerati un patrimonio genetico di inestimabile valore, poiché rappresentano un collegamento diretto con le tradizioni agricole ed enologiche del passato.

Il Comitato Italiano per la tutela del Piedefranco, nato ad aprile 2024 e presieduto da Silvano Ceolin, svolge un ruolo fondamentale nella tutela e valorizzazione di una tradizione vitivinicola unica nel suo genere. Prima e unica associazione in Italia dedita alla protezione del patrimonio ampelografico storico, per preservare un valore culturale e identitario spesso poco conosciuto o addirittura dimenticato.

Un team composto da sommelier, storici, viticoltori e appassionati del mondo del vino, si impegna a promuovere e sviluppare iniziative che rilancino il patrimonio vitivinicolo prefillossera, valorizzando la sua unicità e contribuendo alla sua diffusione sia a livello locale che nazionale.

La passione e la dedizione di Silvano Ceolin sono palpabili; l’Associazione nasce quasi per caso, quando Silvano, in visita all’azienda Cantine Roeno in Trentino, assaggia un vino dal nome evocativo: Enantio. Nome che riporta indietro a Plinio il Vecchio e alla sua De Naturalis Historia. Tra le caratteristiche uniche e distintive dell’Enantio c’è la sua resistenza alla fillossera, e qui, Silvano, per la prima volta sente parlare di piede franco.

A novembre dello stesso anno si ritroverà alla Corte del Principato di Monaco, invitato alla convention organizzata dall’associazione internazionale Francs de Pied, l’Organizzazione sostenuta da Alberto di Monaco che riunisce appassionati, aziende e enologi del mondo di questo tipo di viticoltura. Il Principe è anche un sostenitore della candidatura dei vigneti a piede franco come patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Accanto a Silvano, Marta De Toni, ricercatrice, scrittrice e divulgatrice del mondo vitivinicolo ci offre un excursus storico e scientifico dell’affaire fillossera. Marta riesce a trasmettere concetti complessi in modo semplice e accessibile, il racconto scorre in modo chiaro e coinvolgente.

L’avvento della fillossera in Europa, arrivata dall’America del Nord, rappresentò una delle crisi agricole più gravi della fine del XIX secolo, con conseguenze profonde sulla viticoltura e sull’economia di molte regioni vinicole. Intere campagne vennero abbandonate e il paesaggio mutò per sempre.

Il primo caso documentato di infestazione in Europa si registrò in Francia nel 1863 e in seguito la fillossera si diffuse rapidamente in altre nazioni come Italia, Spagna, Germania e Portogallo. La sua diffusione fu accelerata dal fatto che le radici delle viti europee, non avendo sviluppato resistenze naturali, erano particolarmente vulnerabili al parassita.

Le radici delle viti sono molto di più di semplici ancore che le tengono saldamente al suolo. Veri e propri laboratori di vita, custodi di segreti antichi, protagoniste di un’energia invisibile che alimenta tutto il ciclo della natura. Il loro ruolo non si limita al nutrimento della pianta: le radici sono anche le sentinelle del suolo, capaci di comunicare tra loro, creando una rete di scambi che rafforza la comunità vegetale.

Questa premessa sull’importanza delle radici, racconta Marta, è necessaria per capire come l’impatto della fillossera sia stato devastante. Le lesioni che provoca impediscono il flusso della linfa alla pianta portandola a marcire.

Per contrastare la diffusione della fillossera, si sperimentarono numerosi rimedi iniziali, anche se nessuno si rivelò efficace. Tra le misure adottate ci furono l’iniezione di solfuro di carbonio nel terreno, con l’obiettivo di disinfettare i suoli dopo aver estirpato le viti malate, e uccidere gli insetti nocivi. Si tentò anche di allagare i vigneti, in modo da soffocare gli insetti, o l’insabbiamento delle vigne, con la speranza di eliminare l’infestazione. Tuttavia, nonostante questi tentativi, la fillossera continuò a diffondersi in modo inarrestabile.

Alla fine, si arrivò alla tecnica che oggi conosciamo: le varietà europee di Vitis vinifera venivano innestate su radici americane resistenti, permettendo alle piante di sopravvivere e prosperare nonostante la minaccia del parassita. Marta ci lascia uno spunto di riflessione: si arrivò a una soluzione o a un compromesso?

Ma torniamo alla nostra cara vite a piede franco, di seguito i fattori ambientali che ne hanno determinato la sopravvivenza:

  • suoli: sabbiosi, vulcanici, o con strutture che ostacolano il passaggio del parassita;
  • altitudine: vigneti ad alta quota hanno maggiori possibilità di resistenza;
  • microclima: condizioni ambientali meno favorevoli alla diffusione della fillossera;
  • isolamento: zone isolate come Pantelleria sono meno esposte al parassita.

I vigneti con piede franco sono piuttosto rari sia in Italia che nel resto d’Europa; vi sono alcune aree dove si registra la presenza di tali piante, come nelle zone di alta quota della Valle d’Aosta, o in Sardegna, in particolare sui terreni sabbiosi del Sulcis e nella zona di Oristano e sull’Isola di Pantelleria, grazie alla sua posizione isolata e alla distanza dal continente. In Sicilia, invece, i vigneti con piede franco si trovano sui terreni vulcanici dell’Etna, dove le condizioni del suolo favoriscono la crescita di queste viti più resilienti.

Ricordiamo anche l’Enantio a piede franco, citato prima, un vitigno autoctono diffuso unicamente in Vallagarina tra la provincia di Trento e quella di Verona, lungo le rive dell’Adige su terreni sabbiosi, che proprio per questo lo hanno preservato. E, scoperta recentissima, le prime due viti a piede franco in Lombardia, per la precisione in Valtellina, con tanto di certificazione del CREA:

Con la presente la Fondazione Fojanini di Studi Superiori informa che le viti sottoposte ad indagine genetica presso il CREA (Centro di ricerca per la Viticoltura e l’Enologia) con sede Conegliano (TV) sono franche di piede.

Di seguito alcune degustazioni ai banchi d’assaggio, non solo piede franco:

  • Enantio Terradeiforti DOC – Cantina Roeno – 100% Enantio, colore rosso rubino intenso e grande complessità con note che spaziano dai piccoli frutti di bosco a quelle di tabacco e spezie. Buon equilibrio tra acidità e tannini, dotato di spiccata persistenza.
  • Lazio IGT Biancolella – Azienda Agricola Cantine Migliaccio – 100% Biancolella. Siamo sull’isola di Ponza. Sentori di macchia mediterranea, agrumi, frutta matura e ginestra. Ottima la sapidità e lo spunto minerale finale.
  • Il Lunatico – Cantina I Germogli di San Colombano al Lambro – 100% Merlot. Affina in anfora per 18 mesi, dal colore rosso intenso, quasi impenetrabile. Olfatto che richiama le spezie e la frutta rossa matura. Gusto pieno e persistente. Una particolarità, tutti i vini della cantina hanno nomi particolari: Galeotto, Ricercato, Malandrina, l’Esuberante un metodo classico che affina 30 mesi.
  • Aria di Mari Isola dei Nuraghi IGT – Cantina Li Seddi – Siamo in Sardegna, i vigneti si trovano sulle sabbie dunali di Badesi. 100% Cannonau, affinamento per un minimo di 24 mesi. Rosa cerasuolo brillante, bollicine fini e persistenti. Il profumo ricorda proprio la frutta rossa appena colta.
  • Riesling Terre Lariane – Cantina Bellesina – Giallo dorato. Intenso al naso, rinfrescante e minerale in bocca con buona persistenza sul finale e note che richiamano gli agrumi e gli idrocarburi.

Alla manifestazione era presente anche un gruppo di figuranti in costumi romani, che hanno intrattenuto il pubblico con spiegazioni sull’alimentazione e il consumo di vino ai tempi di Roma, offrendo un affascinante viaggio nel passato e arricchendo l’evento di un momento storico e culturale.

Nel pomeriggio una interessante conferenza sui Vini di Confine, che sarà raccontata in un prossimo articolo.

Alle 18 chiusura dell’evento con l’esibizione del coro polifonico Castelbarco di Avio che ha tenuto un concerto dal titolo “FRANC DE PIED”, risultato di mesi di studio e ricerca, con l’obiettivo di esplorare la tematica del vino attraverso composizioni dedicate.

Prosit!