Biskè – Buon cibo, calda accoglienza, anima salentina

Un nuovo capitolo di gusto in via Nomentana: il calore del Sud incontra la convivialità romana.

Prende vita un locale che porta con sé la passione delle tradizioni e il sapore autentico del Salento.
Arriva Biskè, in via Nomentana a Roma, ristorante-pizzeria-braceria con un’anima salentina che fa della genuinità, dell’artigianalità e dell’accoglienza i propri valori fondanti. Un luogo dove ci si siede per mangiare bene ma si resta per sentirsi a casa.

Il calore e l’energia della Puglia.

Biskè nasce dall’esperienza e dalla visione di Giuseppe e Maria Todaro, coppia nella vita e nel lavoro, che da oltre trent’anni coltivano la passione per la buona cucina. Entrambi pugliesi d’origine, portano nella capitale il calore, l’ospitalità e i sapori della loro terra, trasformando ogni piatto in un racconto di identità e memoria.

«La Puglia è il nostro punto di partenza e la nostra anima» racconta Giuseppe Todaro, pizzaiolo e fondatore. «Ogni pizza, ogni puccia, ogni pezzo di pane nasce dal sole e dal grano della nostra terra. È da lì che tutto ha inizio.»

Una cucina che parla salentino

Da Biskè la tradizione incontra l’innovazione: pucce salentine cotte nel forno a legna, pizze ad alta idratazione (oltre l’80%) realizzate con farine pugliesi Molino Casillo, carni danesi alla griglia, fritti e dolci rigorosamente fatti in casa.
Il risultato è una proposta gastronomica che unisce autenticità e modernità, con un’attenzione estrema alla qualità e alla digeribilità.

Se la pizza napoletana parla il dialetto del Vesuvio, quella di Biskè parla la lingua del Salento: cotta a 300°C, fragrante e profumata, simbolo di una Puglia che si rinnova senza dimenticare le proprie radici.
E accanto alla pizza, la Puccia — morbida, croccante e saporita — è la vera ambasciatrice del locale: farcita con ingredienti genuini, stagionali e spesso sorprendenti, dal pulled pork agli hamburger artigianali.

La griglia, la convivialità, la casa

Da Biskè l’arte della griglia non è solo tecnica, ma rituale: il profumo del fuoco, la selezione delle carni, la cura nella cottura. Il banco carni — con costate, fiorentine e filetti danesi — è un richiamo alle antiche macellerie pugliesi, dove la qualità si sceglie a vista e la scelta parte da una fiducia incondizionata.

Gli ambienti sono ampi e accoglienti: sale interne luminose, un garden estivo perfetto per le serate romane, area bimbi e un palco dedicato alla musica live. Un locale pensato per famiglie, coppie e gruppi di amici, dove ogni tavolo diventa occasione d’incontro.

Un’identità che evolve, senza cambiare anima

Biskè segna l’evoluzione naturale di un progetto familiare nato nel 2005, che oggi si rinnova nel nome e nell’immagine, ma resta fedele alla propria filosofia:
 “Fatto in casa, fatto con cuore”.

La nuova identità visiva — contemporanea, semplice e riconoscibile — racconta un brand che cresce rimanendo autentico. Perché da Biskè non si entra solo in un ristorante, ma in una casa del gusto, dove ogni dettaglio parla di calore umano e tradizione.

Informazioni utili

Biskè – Via Nomentana 1040, Roma
Tel: 06 8209 8204 | WhatsApp: 351 7990 977
Orari: Invernali: Mar–Ven dalle 19:45 a mezzanotte | Sab–Dom dalle 12:30 alle 15:30 / dalle 19:45 a mezzanotte
Estivi: Mar–Dom dalle 19:45 a mezzanotte (Lunedì chiuso)
Parcheggio libero fronte ristorante

Giuseppe Cutraro, napoletano di Francia, vince l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC, il campionato con più gare al mondo

Giuseppe Cutraro, classe 1988, napoletano dei Quartieri Spagnoli e proprietario di Gruppo Peppe, dal 2020 in Francia con ben 8 sedi tra Parigi e Lyon, si è aggiudicato il Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship 2025, undicesima edizione della rassegna dedicata al Mondo Pizza.

“La pizza mi ha cambiato la vita, ho girato il Mondo attraverso la pizza ed è la pizza che mi ha formato e mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi. Sono fiero di essere riuscito a sdoganare lo stereotipo del napoletano dei Quartieri Spagnoli senza destino e senza futuro, quello te lo crei, ti rimbocchi le maniche. A 18 anni vivevo in un basement a New York, da solo, e sognavo un giorno come questo. Sono un pizzaiolo napoletano contemporaneo, per me la pizza è del popolo e deve restare tale, ma siamo nel 2025 e ho deciso di apportare dare il mio tocco moderno alla tradizione” ha affermato Giuseppe Cutraro, fresco Campione Mondiale Pizza DOC 2025.

Giuseppe Cutraro ha vinto con una pizza semplice ma rivisitata. Tra le 4 categorie top, Cutraro ha vinto la categoria Pizza Classica con una pizza provola e pepe con un pomodoro San Marzano arrostito al forno, con aggiunta di un pomodoro confit all’uscita. 

Al secondo posto assoluto si è classificato Vincenzo Abbate, pizzaiolo napoletano con omonima pizzeria ad Aversa, in provincia di Caserta, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza Contemporanea.

Terzo posto assoluto, invece, per Daniele Gagliotta, pizzaiolo napoletano d’America già vincitore assoluto del CMPD 2024, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza a Ruota di Carro.

Questo posto assoluto, infine, per il francese di Strasburgo Pierre James Quirin, vincitore della categoria Pizza Margherita DOC.

Una vittoria ottenuta su poco più di 1000 pizze sfornate da circa 600 concorrenti. Numeri per l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC che lo rendono tra i campionati di pizza, se non il primo in assoluto al Mondo, con il maggior numero di competizioni affrontate durante la gara. I concorrenti sono arrivati al NEXT di Capaccio Paestum, in provincia di Salerno, da tutte le regioni d’Italia ma soprattutto da oltre 30 Paesi di tutto il Mondo. Tantissimi concorrenti, infatti, sono arrivati da USA, Australia, Portogallo, Brasile, Argentina, Canada, Cile, Venezuela, Ecuador, Colombia, Panama, Korea del Sud, Albania, Tunisia, Polonia, Svezia, Francia, Spagna, Regno Unito, Slovacchia, Romania, Ungheria, Malta ma soprattutto da tutta Europa. 

Un’edizione da record, quindi, supportata appieno dalla dall’amministrazione comunale di Capaccio, dalla Provincia di Salerno, dalla Regione Campania e dalla Camera di Commercio di Salerno.

Organizzato da Accademia Nazionale Pizza DOC, ente di formazione guidato dal presidente Antonio Giaccoli, l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC si è tenuto da martedì 11 a giovedì 13 novembre 2025 negli spazi del NEXT – Nuova Esposizione ex Tabacchificio, a Capaccio – Paestum.

“L’undicesima edizione del Campionato Mondiale Pizza DOC è quella dei record. Siamo riusciti a diventare il Campionato Mondiale della Pizza con il maggior numero di competizioni al mondo tenute dagli oltre 600 concorrenti. Un traguardo che diventa subito un nuovo punto di partenza per tutti noi. Un numero enorme di partecipanti, per le aziende in Expò e soprattutto per i visitatori – ha affermato entusiasta il patron Antonio Giaccoli – Vedere persone partecipare da 30 Paesi esteri rappresenta il fatto che stiamo lavorando bene. L’Accademia ed il Campionato Mondiale Pizza DOC contribuiscono a valorizzare il Made in Italy ed il ruolo del pizzaiolo nel mondo”

 Un’edizione resa possibile anche al supporto di aziende leader del settore come Mulino Caputo con le sue farine, i prodotti caseari di Latteria Sorrentina, il pomodoro San Marzano di Solania, i prodotti conservieri di Carbone Conserve, i forni elettrici di Sa.Car Forni, le impastatrici di Mecnosud, l’hotellerie di De Luca – Attrezzature per la ristorazione, gli abiti professionali di Divise e Divise, la mozzarella di bufala di Sorì.

Aziende partner a cui si vanno aggiungere le circa 70 aziende che hanno colorato gli spazi fieristici dell’Expò DOC.

Questi i vincitori di tutte le categorie in gara:

  • Pizza Classica, ovvero la pizza specialità del concorrente; 1. Giuseppe Cutraro, 2 ex aequo Simone Magliulo e Andrea Mazzucca, 3 ex aequo Alberto Paolino e Gannaro Arrichiello;
  • Pizza Margherita DOC, anche senza rispettare il disciplinare STG; 1. Qurin Pierre James, 2. Morelys Carrero, 3 ex aequo Salvatore D’Ambrosio e Cristian Nasti
  • Pizza Contemporanea, realizzata con tutte le moderne tecniche di impasto, 1. Vincenzo Abbate; 2 ex aequo Andrea Lecca e Giuseppe Pasquale Ciaburri, 3 ex aequo Cosimo Chiodi e Daniele Gagliotta;
  • Pizza a Ruota di Carro, la classica pizza napoletana dal diametro tra i 35 ed i 40 cm, 1. Daniele Gagliotta, 2 ex aequo Pietro Musto e Salvatore Lo Faro; 3. Espedito Ammirata;
  • Pizza in Teglia, ovvero la classica pizza a fette; 1. Vincenzo Marco Della Rocca, 2. Antonio Gargiulo, 3. Fabio Strazzella; 
  • Pizza in Pala, la classica pizza scrocchiarella; 1.Felice Mellone, 2. Davide Montalbano, 3. Paolo Valles;
  • Pinsa Romana, famosa per la sua forma ovale; 1. Gianluca Piersanti, 2. Luigi Ontella, 3. Gabriele Ferrarese;
  • Pizza senza Glutine, la pizza gluten free margherita o classica; 1. Rosa Anna Citro, 2. Paolo Valles, 3. Fabio Cartone;
  • Pizza Fritta, il classico “battilocchio” o quella larga con “due pettole”; 1. Isabella De Cham, 2. Giovanni Barbieri, 3. Mario Dattilo;
  • Fritti, ovvero le 3 tipologie di fritto classico e contemporaneo come il crocchè di patate, arancino e frittatina di pasta, 1. Vito Iuorio, 2. Ferdinando Gilvetti, 3. Simone Magliulo; 
  • Pizza Gourmet, la pizza realizzata come un piatto di alta ristorazione, sia salata che dolce, 1. Giuseppe Cutraro, 2. Carlo Cardone, 3. Durman Esquivel Quesada;
  • Pizza Romana a mattarello, novità di quest’anno, ovvero la classica pizza tonda romana stesa con il mattarello, 1. Vanessa Savi, 2. Giuseppe Pompamea, 3. Mattia Di Giavannantonio
  • Pizza Parigina, novità di quest’anno, uno dei pezzi di rosticceria più iconici della cucina napoletana;1. Fabio Ciano di Cianò Parigine;
  • Pizza in Team, con più concorrenti che possono concorrere in team anche in categorie differenti, 1. New Sud con Fabio Strazzella, Alex Muscaritolo, Angelo Buzzacchino, Gabriele Ferrarese; 2. Team Las Vegas con Antonio Mazza, Vincent Cavaleri, Cosimo Chiodi, Gianluca Abbate; 3. Cilento Pizza con Giuseppe Bonviso, Giuseppe D’Alessandro, Alberto Paolino, Gabriele Passarelli; 3 Team Romania con Iannis Antonelakis, Vlad Holicov, Simone Castaldi, Alessandro Cardone;
  • Pizza a due, la collaborazione con uno chef o pasticcere o pizzaiolo, 1. Tamer Mohamed Ali, 2. Mohamed Moustafa E, 3. Veronica Matturo;
  • Brand di Pizzeria, un vero e proprio mini torneo tra grandi catene di pizzerie, 1. Manuè Ristorante Pizzeria di Bergamo; 2. Da Zero di Milano; 3 ex aequo Rossanos e Al Sotto Porzio di Napoli;
  • Pizza DOC School, ovvero il concorso dedicato agli istituti scolastici alberghieri, con l’istituto scolastico “Ancel Keys” di CastelNuovo Cilento a vincere il primo premio;
  • Free Style, il vero spettacolo acrobatico tra pizza e pizzaiolo, 1. Francesco Valente, 2. Alex Muscarutolo, 3. Rodny Lopez;
  • Pizza più larga, la pizza dal diametro più lungo, 1.Susana Sanchez Cruz, 2. Walter Di Natale, 3. Giovanni Lisa;
  • Pizza più veloce, la pizza stesa nel minor tempo possibile, 1. Alfio Cavallaro, 2. Luigi Pappacena, 3. Giovanni Lisa;
  • Trofeo Panuozzo DOC, dedicata ad un vero e proprio fratello della pizza, 1. Fabio Strazzella, 2 Nunzio Mascolo, 3. Flavio Di Martino;
  • Trofeo Pizza e Vino, novità di quest’anno, dove si celebra e si premia il pairing tra pizza e calice di vino, 1. Cosimo Chiodi, 2. Francesco Pio Comune, 3 Michele Friello
  • Trofeo Pizza e Drink, novità di quest’anno, ovvero il pairing tra pizza e cocktail, 1. Michele Friello, 2. Balazs Attila, 3. Mario Libero;
  • Pizza DOC Lovers, la categoria per i pizzaioli amatoriali, 1. Antonio Castiello, 2. Alessandro Memoli, 3. Massimo Esposito.

Tra le tante menzioni speciali, ricordiamo:

  • Miglior Pizzaiolo Estero 2025 – Pierre James Quirin
  • Miglior Pizzaiola Doc 2025 – Isabella De Cham 
  • Pizza DOC Special 2025 – Giuseppe Cutraro

Alle categorie in gara si aggiunge poi Pizza DOC Social. Tutte le pizze in gara fotografate dall’11 al 13 novembre saranno inserite in un album apposito condiviso sui canali facebook del Campionato. Dal 20 novembre alle 23.59 del 5 dicembre il pubblico potrà votare la pizza preferita e scegliere il vincitore della categoria. La foto che avrà ricevuto il maggior numero di like, sarà la vincitrice della categoria. Il vincitore sarà premiato il 10 dicembre in occasione dei Pizza DOC Awards 2025, che si terranno al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare di Napoli.

Oltre 100 tra giornalisti di settore e foodblogger hanno valutato le pizze in gara. “E’ stato un Campionato davvero speciale. Si respirava un clima entusiasmo, sia da pizzaioli giovani che meno giovani, ma anche da parte dei giudici, infatti non ho percepito affatto chiusura, anzi c’è stata una volontà di confrontarsi, di capire. C’è stato sicuramente un salto di qualità incredibile” ha affermato la presidente di giuria Antonella Amodio, vero punto di riferimento per l’informazione food&beverage. Il giornalista Alfonso Del Forno, invece, è stato il giudice della sezione Pizza senza glutine.

Direttore tecnico della gara è stato Marco Di Pasquale, maestro pizzaiolo coadiuvato dai docenti della Accademia Nazionale Pizza DOC. 

Durante i 3 giorni di gara sono tornati i DOC Talk, i workshop di approfondimento condotti da Luca Fresolone, meglio conosciuto sui social come “La cucina del Presidente”. Protagonisti del format sono stati il giornalista Luciano Pignataro, la presidente di giuria Antonella Amodio, il giornalista Vincenzo Pagano, i libri dell’Accademia Nazionale Pizza DOC con Errico Porzio, Salvatore Lioniello, Cristian Zaghini, gli chef stellati Peppe Guida e Paolo Gramaglia, i food creator Gegè di Eat Food Porn e Giuseppe e Federica di Il mio viaggio a Napoli, la rucola della Piana del Sele di Ortomad, la pizza napoletana con prodotti al 100% campani e la Regione Campania, diversi incontro con onlus e cooperative sociali dedicata al supporto di bambini con disabilità e pizzaioli sordomuti. Una kermesse enorme che permetterà al vincitore Giuseppe Cutraro di guardare al futuro con un entusiasmo maggiore soprattutto dopo essersi aggiudicato il titolo di vincitore assoluto dell’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship.

Ricordi di un’estate al ristorante Caracol con i vini del Consorzio Tutela del Roero

L’avvicinarsi dell’inverno porta con sé la bellezza del foliage e quella malinconia tipica delle giornate di sole sempre più corte. Abbandonarsi ai ricordi dolci dell’estate è un toccasana per l’animo, ripensando ai tanti momenti di festa e di unione, nelle serate trascorse a parlare di cultura enogastronomica.

Ripensare ai tramonti sfuggenti del Caracol, ristorante gourmet sulla baia di Bacoli, ai piatti firmati da chef Angelo Carannante e alla proposta vini in abbinamento curata dal Consorzio Tutela del Roero è il paradigma ideale per comprendere le cose belle della vita.

Massimo Damonte, presidente del consorzio, racconta la storia di un territorio ancora da scoprire, posto nella parte sud del Piemonte: «In queste colline si fa vino sin dal 600 secondo gli scritti a noi pervenuti. L’Arneis, la varietà autoctona per eccellenza nel territorio, veniva proposto in versione dolce o per il Vermouth di Torino, fino al cambio di prospettiva ed alla valorizzazione della sua versatilità nelle tipologie spumante e secco».

I suoli derivano dai fondali subacquei preistorici, una delle ultime zone collinari riaffioranti dal mare. Ricco di biodiversità il Roero è una delle poche denominazioni italiane ad avere la menzione Docg sia per il bianco che per il rosso. Nelle Menzioni Geografiche Aggiuntive emerge la forte eterogeneità tra zona e zona, eliminati i declivi posti a fondo valle. Ben 19 i Comuni interessati lungo l’antica via del commercio che collega la regione con la confinante Liguria.

«Il 1436 è stato l’anno della svolta – prosegue Damonte – L’Arneis venne individuato tra i filari di Nebbiolo, veniva paragonato al moscato e come tale si poteva anche mangiare. Il nome deriva dalla collina di Renesio, luogo a maggior vocazione per la coltivazione dell’uva». I bianchi dimostrano la delicatezza dei sentori floreali e mediterranei e un’ottima spinta salina che li rende agevoli alla beva e pronti a resistere al tempo.

I rossi sorprendono per uno stile diverso del Nebbiolo proveniente dalla riva destra del Tanaro. Carattere energico dei tannini in gioventù, corroborati da spezie scure e buona balsamicità, nell’evoluzione diventano compagni insostituibili anche da semplice meditazione. Nei piatti di Angelo Carannante del Caracol, ristorante una stella michelin, il pescato selezionato e quel tocco sempre presente di erbe aromatiche, consentono abbinamenti stuzzicanti, fuori dagli schemi.

Come nei tubetti rigati, anemoni, ricci di mare, salsa di rafano e sconcigli o come nel riso carnaroli riserva San Massimo, salsa verde, gamberi e limone candito. Fresco e da tutto pasto l’Arneis spumante millesimo 2019 “RitaSté” di Tibaldi.

Versatile invece l’Arneis 2024 di Marco Porello, annata per nulla semplice e storico l’Arneis Riserva 2017 “7 anni” di Angelo Negro con tocchi di vaniglia e frutta tropicale che ne allungano il sorso. Sul finale il Roero 2001 di Monchiero Carbone a rendere indelebile una notte di mezza estate.

Ardecore: il cuore irpino che batte al centro della capitale

L’irpinia arriva a Roma. All’interno di un edificio storico nel vivace quartiere dell’Esquilino, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele II, si trova Ardecore, indirizzo gastronomico dove il calore dell’entroterra campano sposa i gusti della capitale, in un trionfo unico di tradizione e contemporaneità.

Il ristorante pizzeria nasce con un progetto ben definito: “Dall’Irpinia a Roma – un viaggio nel gusto”. Il mix irpino-romano è elemento fondante fin dalla nascita: a dare vita ad Ardecore sono infatti tre soci, giovani ma di grande esperienza, che hanno deciso di mettere insieme competenze, visione e soprattutto origini. Alessandro Zirpolo, il pizza chef dietro al banco, originario di Manocalzati, e Roberta Boccella, vengono infatti dall’Irpinia, mentre Matteo Meloni da Roma.

Territorio Irpino al centro

L’intero concept del locale ruota attorno alle radici irpine dei fondatori Zirpolo e Boccella che, dopo esperienze maturate tra Avellino e la Svizzera, hanno deciso di trasferire nella capitale l’amore per la propria terra d’origine, costruendo insieme a Meloni un luogo dall’identità ben solida e con uno standard qualitativo altissimo.

La proposta gastronomica mette al centro i prodotti della tradizione irpina, con un menù dedicato ai piatti tipici della tradizione, dalla Maccaronara alle ricette di casa. Un menù che si arricchisce con le proposte della pizzeria, mantenendo l’Irpinia sempre protagonista tra salumi, formaggi, miele e confetture artigianali, tutti selezionati con cura da piccoli produttori locali. Prodotti che è anche possibile portare a casa acquistandoli nella Bottega all’interno del locale.

Una proposta gastronomica autentica

Punto forte della proposta gastronomica è un impasto della pizza che interpreta la tradizione napoletana in chiave contemporanea: cornicione pronunciato, lunga lievitazione, farine e ingredienti selezionati con cura dalle mani del maestro pizzaiolo Zirpolo.

Il menù delle pizze è più che mai ricco. Accanto alle più classiche, come la «Margherita» con pomodoro San Marzano DOP e fiordilatte di Agerola, si possono trovare proposte più creative e originali, come la «Zucchetta», con crema di zucca fatta in casa e salsiccia tagliata al coltello, e specialità gourmet come la «Tartufata», con crema al nero di Bagnoli Irpino, funghi porcini e pancetta arrotolata. Non manca una vasta offerta di fritti artigianali napoletani: crocchè, montanare, fiori di zucca e, ovviamente, la famosa, amatissima pizza fritta.

A completare l’offerta esperienziale una vasta selezione di salumi e formaggi tipici dell’Irpinia, la cantina con etichette della Campania/Irpinia, l’aperitivo dedicato all’Irpinia. Insomma, un menù che omaggia in ogni riga il territorio campano.

Calore e accoglienza tra le mura di un edificio storico.

Il locale nasce all’interno di un edificio storico, con archi e mattoni che custodiscono il fascino del passato, ma presenta un’anima moderna fatta di calore, dettagli curati e un servizio attento, capace di autentica accoglienza. L’arredo è di design, con pareti indaco che convivono accanto a un bancone rosso fuoco, circondati da pannelli fonoassorbenti per garantire comfort acustico.
Il risultato è un locale dal mood pop-contemporaneo, che sa inserirsi perfettamente nel quartiere Esquilino, vivo e multiculturale, in modo originale ma senza perdere l’identità territoriale. Un locale che vale sicuramente la pena di conoscere.

Apertura e contatti

– Dal martedì alla domenica, dalle 19.00 alle 23.00

– Via Buonarroti 32, 00185 Roma (zona Piazza Vittorio)

– Telefono: 06 6927 1955
– Sito web: www.ardecore.it – Social: Instagram @ardecore_pizzeria

Le armonie e il vino: un commosso ricordo del Maestro Peppe Vessicchio

Nel vicinato la gente lo conosceva come “il Maestro di Sanremo”. A Città Giardino, nel quartiere di Montesacro a Roma, esiste una certa armonia non comune nella capitale, tra villette e alberi e tra il suono costante del vento pomeridiano che accarezza e spinge le foglie dagli alberi.

Ed è il rapporto tra questo quartiere e la sua gente ad aver costituito l’alveo sociale naturale in cui Peppe, per tutti “Il Maestro”, ha scambiato sorriso e parole sincere, in umiltà e semplicità con chiunque, lontano dal clamore delle luci della ribalta televisiva.

Lo aspettavamo di frequente, quando aveva tempo, in enoteca da Francesco Bertini. Ragionando di vini e di metodi produttivi, decantavamo e tessevamo le lodi di questo o quel produttore o di quel vitigno meno conosciuto, ma comunque meritevole di affermazione. Era una chiacchierata tra appassionati enofili sul modo di sentirsi a casa, con qualche espressione napoletana e una virata immediata della conversazione verso forme mediterranee e calde dai sentimenti sinceri.

Peppe era così, schietto come i vini che amava e come la musica che componeva o arrangiava, anche se a comporre era più bravo a suo dire! E come i vini che produceva da qualche anno, era schietto il suo modo di ragionar di cose del vino: più che un’opinione, Vessicchio esprimeva quella che secondo lui poteva essere una tendenza, una strada nuova verso armonie di gusti più alte e ispiratrici.

Non è casuale che ad ogni occasione utile lui si ripetesse nella sua spiegazione dell’influenza delle sequenze armoniche sugli elementi essenziali del vino. Che “armonizzasse” una bottiglia o una barrique; Peppe intendeva riportare un ordine armonico in quel liquido facendo sì che quell’armonia inducesse un’apertura di gusti e di equilibri sensibili non altrimenti ottenuti.

E ce ne dava prova, aperta una bottiglia di un vino famoso ne versava metà in una caraffa “testimone” dello status quo ante, mentre applicava con lo smartphone alla base della bottiglia, appoggiata, una sequenza di suoni da lui composti per un tempo determinato.

Poi degustavamo da entrambe i recipienti. E sempre, sempre rimanevano a bocca aperta. “Ma che gli hai fatto a sto vino, Peppe?” E i commenti positivi si sprecavano…

Era come se il Pifferaio Magico avesse condotto tannini, antociani, minerali e note calde in uno schema geometrico sublime, a risultare perfetti in armonia al nostro gusto. 

E pensare che questo “Metodo Freeman” lui lo aveva studiato e sviluppato partendo dai pomodori, simbolo della tradizione campana della qualità dei cibi. Ma aveva scelto il terreno della tradizione enoica per affermarlo appieno. 

Da produttore, aveva scelto uve Barbera per “comporre” il suo “ReBarba” al quale applicava processi acustici di armonizzazione fin dal mosto nel tino, o nelle evoluzioni in botte. Anche le uve di Trebbiano aveva scelto per produrre un vino di inusitata freschezza. 

Tra le chiacchiere più divertenti c’erano i suoi racconti di episodi vissuti a Sanremo, kermesse storica del nostro paese in cui fu protagonista assoluto nella direzione d’orchestra prima, nell’ultimo decennio del secolo scorso e poi nel primo del nuovo secolo. Come arrangiatore, aveva collaborato con tantissimi artisti famosi, ma di tutti lui amava raccontare degli episodi con gli “Elii“ di Elio e le Storie Tese – battute esilaranti e iperboliche – spesso tecniche di argomenti musicali. 

E forse il nostro merito, come suoi amici, è stato quello di aver trovato sempre un ottimo vino da mescere al calice e godere in sua compagnia.

Quando dicevamo assieme che ”il vino buono lega le persone insieme come la buona musica” rappresentavano con lui di quel che vivevamo assieme in quei momenti in enoteca. Lo ricorderemo sempre, semplice e mediterraneo, col crine e la barba di Giuseppe Verdi, ma col calice di un intenditore di vini che aveva compreso quanto l’armonia dei suoni possa dare all’armonia dei vini.

Ciao Peppe, ciao Maestro!

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus il Natale è al gusto Melange

Nuovo gusto per il panettone realizzato dai maestri pasticcieri del locale storico d’Italia

Il Cappuccino Melange, conosciuto come Melange Viennese, “diventa” panettone per il Natale 2025 del Gran Caffè Gambrinus di Napoli. La popolare bevanda austriaca, molto richiesta nel menu del locale storico napoletano, si presta ad essere rivisitata e “inserita” nel lievitato artigianale prodotto dai maestri pasticcieri del Gran Caffè Gambrinus.

Ogni anno una novità, seguendo i trend del momento, la creatività del team dei maestri pasticcieri e le richieste dei consumatori per il tipico lievitato natalizio disponibile nell’elegante locale storico in piazza Trieste e Trento, ma anche online attraverso lo shop ufficiale del Gran Caffè Gambrinus, per un regalo per sé o per le persone a cui si vuole far arrivare un dono molto particolare. Un gusto insolito e caldo quello del panettone Melange, che coinvolge alla vista e al gusto e promette di conquistare i cittadini e i turisti di tutte le età. Il pastry chef Stefano Avellano lo realizza con farina di forza, polvere e pasta di caffè, caffè solubile, burro, zucchero, tuorli, lievito madre.

Non manca zucchero e sciroppo d’uva per garantire la dolcezza necessaria all’impasto prima di procedere con la farcitura. L’interno del panettone accoglie la crema di latte che ricorda il cappuccino, fatta appunto con latte, panna, zucchero. La copertura esterna è con glassa di cioccolato bianco con una spolverata di zucchero a velo e cacao. Un panettone che sa tanto del cappuccino Melange, caratterizzato da molta crema di latte e cacao e schiuma di caffè. Il Melange (che in francese significa “miscela”) nacque nelle nel XVII secolo a Vienna. L’aggiunta del latte al caffè diede vita a una preparazione delicata e più leggera del classico caffè nero.

Nel tempo, il Melange viennese divenne una delle bevande preferite dai viennesi e dai turisti in visita. Spesso paragonata al cappuccino, ma con alcune differenze sostanziali, si compone infatti di un espresso lungo (ottenuto da chicchi di caffè con una tostatura leggera), latte caldo e di uno strato di schiuma di latte.

Sangiovese Purosangue: il cuore del Gallo Nero batte forte

A due passi da Piazza del Campo a Siena, negli eleganti ambienti del Ristorante Mugolone, si è tenuto Sangiovese Purosangue, evento ideato e curato da Davide Bonucci anima e patron di Enoclub Siena. Un appuntamento che si conferma non solo banco d’assaggio, ma rito identitario per chi vive e racconta il vino con passione e profondità.

Protagonista assoluto il Sangiovese, declinato questa volta nelle varie sfumature del Chianti Classico. Un viaggio sensoriale che ha attraversato colline, altitudini, filosofie produttive e annate, restituendo un affresco vivido della vitalità contemporanea del Chianti e del Chianti Classico.

I vini degustati: voci diverse dello stesso vitigno

Tra le tante aziende ed etichette in assaggio, ho avuto il piacere di concentrarmi su alcune interpretazioni che raccontano con autenticità il legame tra territorio e visione produttiva:

  • Monte BernardiPanzano in Chianti: Sangiò Chianti Classico 2022 e Sa’ Etta Chianti Classico Riserva 2022 – due vini che esprimono con energia e precisione la tensione minerale e la profondità del Sangiovese di Panzano.
  • Castello di MonsantoBarberino Tavarnelle, località San Donato in Poggio: Rosso 2021, Chianti Classico 2022, Riserva 2021, Il Poggio Gran Selezione 2020, Sangioveto 2019 – un viaggio nella classicità, tra eleganza e struttura. Timeless.
  • Isole e OlenaBarberino Tavarnelle: Chianti Classico 2022 e Cepparello 2022 – due espressioni che confermano la coerenza stilistica e la finezza di questa storica realtà.
  • Casagrande della QuerciaCastellina in Chianti: Fenix Rosato, Chianti Classico e Riserva – vini freschi e interessanti, brand ambassador Chiara Mecacci, giovane e appassionata produttrice che ha lasciato una carriera nel marketing di una multinazionale per dedicarsi allo sviluppo dell’azienda di famiglia. Un esempio virtuoso di ritorno consapevole alla terra.
  • RiecineGaiole in Chianti: Chianti Classico 2023, Riserva 2022, Gran Selezione Vigna Gittori 2021 – un trittico che conferma la vocazione verticale e vibrante di questa cantina. E Gaiole c’è tutta.
  • Podere TerrenoRadda in Chianti: Chianti Classico 2021, 2022 e Riserva 2021 – vini che parlano di bosco, pietra e tempo, con una coerenza stilistica che conquista.
  • Tenuta di CarleoneRadda in Chianti: Il Guercio 2023, Uno 2021, Chianti Classico 2023 – interpretazioni radicali e affascinanti, capaci di sorprendere per dinamismo e originalità. La Radda che eccelle.

Un racconto corale

L’evento ha visto la partecipazione di numerosi produttori provenienti da tutto, da Greve a Radda, da Gaiole a Castellina, in un dialogo continuo tra tradizione e sperimentazione. La cornice del ristorante Mugolone ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più intima e raffinata, in un’atmosfera di autentica condivisione.

Sangiovese Purosangue, da sempre, non è solo una degustazione: è un atto d’amore verso un vitigno che sa essere schietto e nobile, ruvido e carezzevole, sempre capace di raccontare la terra da cui nasce. Un evento che ogni volta rinnova il patto tra chi produce, chi racconta e chi ama il vino.

Si ringrazia per le foto il fotografo Andrea Moretti di Firenze.

Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Apre al Vomero Salvatore Santucci Pizzeria con la sua verace napoletana alternativa

Da novembre l’esteta della pizza a Napoli in Via Giotto, 14

Apre al Vomero, in via Giotto, 14, “Salvatore Santucci Pizzeria”, il nuovo progetto del maestro dell’impasto e formatore internazionale del Gambero Rosso, Salvatore Santucci, Ambasciatore della Pizza Verace Napoletana nel mondo, Istruttore Senior della Verace Pizza Napoletana e già docente presso l’Università Federico II di Napoli. Un locale in cui artigianalità e ricerca scientifica convivono: dagli impasti studiati in base alla stagionalità ai processi di lievitazione naturale diretta che rispettano salute e gusto.

Dopo aver esportato la sua arte da Buenos Aires a Shanghai, da Lione a Pechino, Santucci, l’esteta della pizza, ha scelto il cuore del Vomero per un progetto che racchiude tutta la sua esperienza tra artigianalità, scienza e cuore. “Non cerco la perfezione, ma la bravura – spiega Santucci – quella che nasce dalle mani, dalla conoscenza e dall’amore per l’arte bianca perché, per me, i dettagli non sono dettagli, sono regole”.

Alla base del suo lavoro c’è la filosofia BSB (Buono, Sano e Bello), marchio di fabbrica dell’Officina degli Impasti, la scuola e laboratorio fondati da Santucci per formare nuove generazioni di pizzaioli consapevoli. Concetti che trovano casa in un luogo dove la pizza diventa racconto, arte e ricerca, e dove la tradizione napoletana si veste di bellezza.

La verace napoletana alternativa, la pizza di Salvatore Santucci racconta una Napoli che evolve senza dimenticare le proprie radici. Ogni impasto nasce da un lievito madre vivo, curato e rinnovato da venticinque anni, unito a miscele di farine selezionate in collaborazione con mulini di fiducia.

Tra le creazioni più iconiche: La Gialla in Crosta, con curcuma, crema di pistacchio e pancetta croccante; La Scapriccianera, con impasto al carbone vegetale e alici del Mar Cantabrico; e Alice nelle Meraviglie, con alici fresche del Golfo di Napoli, provola, lime e pepe, premiata come Pizza dell’Anno.

Ogni pizza firmata Santucci è un equilibrio tra leggerezza, digeribilità e gusto, costruita su impasti a lievitazione diretta che cambiano con le stagioni: dal verace napoletano all’integrale, fino a quello con acqua di mare, che, sorprendentemente, regala un minore tasso di salinità.

Accanto alle pizze, la carta celebra i grandi fritti napoletani, montanara, frittatina, arancino,

preparati con la stessa attenzione all’equilibrio e alla qualità che caratterizza ogni suo impasto.
Non mancano i percorsi di abbinamento tra pizza, vino, birra e cocktail, con incursioni di mixology creativa che raccontano una Napoli contemporanea, tra champagne rosé e Negroni.

Con il progetto J’ham, infine, Santucci esplora il mondo della carne di qualità e del lievitato gourmet: un “pagnottiello” napoletano reinterpretato con carni selezionate, chianina, marchigiana, fassona, suino nero del Cilento, e ingredienti stagionali, in un connubio tra street food e fine dining. “Il mio desidero è diffondere informazioni sane e sapere esattamente cosa servo ai miei clienti”, conclude Santucci. Tra poche settimane, la pizzeria di Via Giotto 14 accoglierà gli ospiti in un ambiente caldo, curato e familiare, dove ogni elemento, dal forno alle luci, dagli arredi ai piatti, racconta una storia di passione, rigore e bellezza. Un luogo dove la pizza torna ad essere un gesto d’amore verso Napoli, i suoi clienti e la sua tradizione più verace.