Romagna: Brisighella in Bianco, la degustazione tecnica della seconda annata delle Albana “Brix”

Si chiama Brisighella in Bianco III (tre) a indicare il terzo appuntamento che vede protagonista l’associazione Brisighella anima dei tre colli. Sono invece due le candeline spente per la loro Albana Brix della quale abbiamo avuto già l’opportunità di assaggiare le prime 2022 lo scorso fine agosto. Se vi ricordate, un anno fa ci eravamo immersi nell’anima del progetto svelando le prime interpretazioni dell’Albana: oggi torniamo a quel dialogo per degustare la nuova annata (2023) e scoprire come il lavoro dei produttori stia evolvendo, tra conferme, progressi e forse qualche incertezza.

La prima batteria vede al confronto due versioni coltivate nella zona delle terre fini e calcaree.

  1. Gallegati – Corallo Oro Brix 2023

Rispetto all’annata precedente, il Corallo Oro di Gallegati conferma e affina il suo profilo stilistico. Il naso si apre con profumi avvolgenti e delicati, dove il calore del frutto maturo convive con una sensazione di freschezza. In bocca si ritrova l’equilibrio tra volume e tensione: la struttura è piena ma bilanciata da una viva acidità. La fine astringenza, imprime il caratteristico timbro Albana, mentre il finale di bocca è fruttato e pulito. Un vino che segna una continuità solida nel percorso del produttore, confermando la maturità del progetto.

  • Bulzaga – Scorzonera Brix 2023

Rispetto all’annata precedente, lo Scorzonera di Bulzaga non mostra un’evoluzione significativa e resta su un profilo espressivo che privilegia l’impatto aromatico più che la profondità varietale. Il naso è intenso, quasi esuberante, con note che ricordano essenze floreali e frutta matura. In bocca emergono sentori di nespola giapponese, accenni vegetali e un tocco di marzapane, mentre il passaggio in legno (questa volta con barrique nuove) risulta marcante, coprendo in parte l’identità del vitigno. Il risultato è un vino tecnicamente corretto, ma che ci fa allontanare dal carattere autentico dell’Albana.

La seconda batteria ha un unico campione, proveniente dalla vena del gesso.

  • Casadio – Albagnese Brix 2023

L’Albagnese di Casadio si presenta con un colore deciso, quasi da orange wine, anticipando un profilo marcatamente macerativo. Il naso conferma questa impressione con note di albicocca sciroppata, frutta disidratata e accenni di frutta secca. L’impatto aromatico è intenso e ampio, ma tende a coprire le componenti più fresche. In bocca si avverte una leggera punta di carbonica (probabilmente legata a una rifermentazione) che disturba in parte l’assaggio. Il sorso resta comunque coerente con l’impostazione morbida e calda del vino, più orientato alle sensazioni dolci che alla tensione acida.

La terza e ultima batteria prende in esame quattro brix da terreni marnoso-arenacei.

  • Baccagnano – Alveda Brix 2023

Debutto per Baccagnano nel progetto Brix, con un’Albana dal colore sorprendente: una tonalità che ricorda quella di un Crodino per luminosità e brillantezza. Al naso emergono note dolci, quasi da pasticceria, che suggeriscono inizialmente un profilo da vino passito. In bocca, invece, la freschezza fa da contrappunto a una presenza importante del legno, che tende però a sovrastare la componente varietale. L’astringenza, piacevole e tipica dell’albana, restituisce un tocco di autenticità. Un vino ricco, con una macerazione che guarda più al carattere rustico che all’eleganza.

  • Vigne di San Lorenzo – Montesiepe Brix 2023

Nel segno di una svolta stilistica, Manetti presenta per la prima volta un’Albana vinificata interamente in bianco, a freddo, in un grande tronco conico di legno esausto da 15 ettolitri. Una scelta che si rivela vincente e che restituisce un profilo di straordinaria pulizia e precisione. Il naso è essenziale ma nitido, giocato su note fresche di frutto e vegetazione, con un’immediatezza che conquista per naturalezza. In bocca spiccano equilibrio e coerenza: l’acidità e la lieve astringenza dialogano perfettamente con il calore e l’estratto, dando vita a un sorso centrato, armonico e vibrante. Un vino che segna un punto di maturità nel percorso di Filippo.

  • Fondo San Giuseppe – Fiorile Brix 2023

Rimaniamo in terre marnoso-arenacee ma saliamo un po’ di quota, in zona Valpiana, dove Stefano Bariani conferma l’ottimo lavoro della 2022. Il vino si distingue per un naso di grande fascino e complessità, dove le note di torta di mele e cannella si intrecciano a spezie dolci, accenni vegetali e un leggero tocco fumé sullo sfondo. La fermentazione in cemento e barrique trova un perfetto equilibrio, grazie a un assemblaggio finale condotto solo in cemento che restituisce freschezza e armonia. In bocca il sorso è pieno e misurato, con un equilibrio quasi esemplare tra calore e acidità. Un vino di grande eleganza, coerente e luminoso, che rappresenta una delle espressioni più centrate di questa annata.

  • Vigne dei Boschi – Monterè Brix 2023

Il Monterè di Babini, dirimpettaio di Bariani, colpisce subito per il colore capace di catturare la luce con eleganza. Il naso è complesso e vibrante, dominato da note erbacee e balsamiche che ricordano erbe di campo, rucola e salvia, con accenni di fiori appassiti, china e camomilla. In bocca una leggera volatile dona dinamismo e contribuisce alla freschezza del sorso, che si sviluppa con grande equilibrio. Il finale sorprende per la comparsa di un frutto polposo, inatteso rispetto al profilo olfattivo, che completa un vino di autentico carattere e finezza.

In conclusione: Il salto rispetto alla 2022 è netto, quasi un salto quantico. Un risultato ancora più significativo se si considera la complessità dell’annata 2023, vendemmia segnata da piogge torrenziali, frane e perdite dolorose (come l’espianto della storica vigna di Albana di oltre sessant’anni di Stefano Bariani). Eppure, proprio in questo contesto difficile, il progetto Brix mostra la sua forza: quella di una comunità di produttori che continua a credere nell’Albana come baricentro bianco della Romagna.

Nonostante i progressi, resta però un nodo importante. Molte Albana Brix non sono state presentate in denominazione Romagna Albana DOCG, una scelta che rischia di indebolire la direzione del progetto. Brix nasce per costruire un linguaggio comune, un percorso condiviso fatto di regole e tempi (legno, affinamento prolungato, esclusione della grande distribuzione) che, pur non essendo ancora un disciplinare ufficiale, ne rappresentano già l’ossatura. Tornare all’interno della DOCG, per dar vita a sottozone e valorizzare le sfumature del territorio, sembra oggi un passo necessario.

L’Albana resta il vanto della Romagna, la sua unicità rispetto a ogni altra regione. Ma come già emerso un anno fa, la sua natura poliedrica, la sua “personalità dalle tante doti”, continua a generare una frammentazione stilistica. Questa ricchezza è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza: esalta la libertà espressiva dei produttori, ma rischia di rendere difficile identificare un tratto comune. Ed è proprio qui che il progetto Brix trova la sua missione più alta: arrivare a un’Albana riconoscibile, non solo per chi la produce, ma anche per chi la sceglie. L’obiettivo è chiaro: poter sedere in un ristorante, leggere “Albana Brix” sulla carta dei vini e sapere con precisione cosa si sta ordinando. Oggi questo non è ancora possibile, ma la strada è tracciata.

E forse la vera domanda da porsi è proprio questa: quanto tempo servirà perché la libertà creativa dell’Albana si trasformi finalmente in identità condivisa?

Napoli in Rosso Amarone

Il 14 ottobre a Napoli, Palazzo Petrucci, dalle ore 17 alle 23 banchi d’assaggio e Masterclass dedicati alla conoscenza della Valpolicella.

Per la prima volta, i migliori vini interpreti del Vigneto della Valpolicella incontrano il fascino senza tempo della città partenopea. In programma degustazioni e masterclass per scoprire la denominazione top del Made in Veneto.

Sarà Palazzo Petrucci (Via Posillipo 16/C – Napoli) ad ospitare Napoli in Rosso Amarone, l’evento organizzato dal Consorzio Tutela Vini Valpolicella nell’ambito del programma “Quality Heritage of Europe”. Il cuore della città di Napoli accoglie i grandi vini della Valpolicella, offrendo ad operatori e appassionati un’esperienza sensoriale unica.

Si parte alle 17.00 (fino alle 23.00) con l’apertura dei banchi mescita, un’occasione per degustare – alla presenza dei produttori – non solo l’Amarone ma anche gli altri vini della Valpolicella. Ad arricchire e stupire il palato, il corner dedicato al Parmigiano Reggiano DOP, partner ufficiale dell’evento.

Alle 20.00 l’evento entra nel vivo con la masterclass “Dal Valpolicella all’Amarone: una scalata mozzafiato”. Un percorso di degustazione esclusivo, curato da AIS (Associazione Italiana Sommelier) e arricchito dai contributi diretti dei produttori della Valpolicella (ingresso fino ad esaurimento posti e su registrazione).

Napoli in Rosso Amarone è un evento gratuito e aperto al pubblico previa registrazione sulla piattaforma Eventbrite al seguente link https://www.eventbrite.it/e/napoli-in-rosso-amarone-tickets-1702992820369?aff=ebdsshwebmobile&utm-source=wsa&utm-term=listing&utm-campaign=social&utm-medium=discovery&utm-content=attendeeshare

“Quality Heritage of Europe” (Reg. UE n. 1144/2014) è promosso dal Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella e dal Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano. Cofinanziato dall’Unione Europea, il piano ha una durata triennale e contempla la realizzazione di attività specifiche in Italia e di partecipazioni fieristiche in Francia e Germania per aumentare la consapevolezza dei consumatori europei sui benefici dei prodotti agroalimentari di qualità, in particolare quelli a marchio Dop e Igp.

Ps: Nei momenti di massima affluenza per gestire al meglio i flussi in ingresso verrà limitato momentaneamente l’accesso e si potrà usufruire nell’attesa della terrazza di Palazzo Petrucci situata al livello strada.

Masterclass a cura di Alberto Brunelli, enologo Consorzio Vini Valpolicella e Tommaso Luongo, presidente AIS Campania

CAMERANI – ADALIA – Valpolicella DOC Camerani Adalia “Laute” 2024

ROCCOLO CALLISTO – Valpolicella DOC Superiore 2022

SEITERRE VITICOLTORI DAL 1877 – Valpolicella Ripasso DOC “Origini” 2022

DOMÌNI VENETI – Valpolicella Ripasso DOC Classico Superiore “La Casetta” 2020

ZENI 1870 – Amarone della Valpolicella DOCG Classico “VigneAlte” 2019

ZÝMĒ DI CELESTINO GASPARI – Amarone della Valpolicella DOCG “Am” 2019

PASQUA VIGNETI E CANTINE – Amarone della Valpolicella DOCG “Mai Dire Mai” 2015

SECONDO MARCO – Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva “Fumetto” 2008

Brisighella in Bianco: l’Albana di Romagna tra Genius Loci e Futuro

“Questo passa il convento”, è ironicamente il titolo per la terza edizione di Brisighella in Bianco III Brix Genius Loci dello scorso 30 settembre 2025, presso l’Istituto Emiliani di Fognano. Un convento di suore molto ospitali che mantengono una struttura immensa che divenuta vera istituzione. L’evento in soli tre anni è diventato un punto di riferimento per chi cerca nell’Albana di Romagna non solo un vitigno storico, ma l’espressione autentica di un territorio ancora da scoprire.

Organizzato dall’associazione Brisighella “Anima dei Tre Colli”, guidata da Cesare Gallegati, l’appuntamento ha visto la partecipazione straordinaria di Federica Randazzo e Armando Castagno, due voci autorevoli del panorama enologico italiano.

L’anima dell’Albana

Il nome Albana deriva dal latino “albus” (bianco), ma i riflessi dorati e ambrati dei suoi acini raccontano già una ricchezza cromatica e sensoriale. Vitigno vigoroso, con grappoli cilindrici e acini dalla buccia sottile e pruinosa, l’Albana ha scritto pagine importanti della storia enologica italiana, essendo stata la prima DOCG d’Italia.

La Romagna collinare, e in particolare Brisighella, offre condizioni ideali: i suoli della vena del gesso romagnola (patrimonio UNESCO), le escursioni termiche e le tre anime geologiche dei Tre Colli terre calcaree, gessi e marne arenacee regalano vini dal timbro inconfondibile, capaci di unire mineralità, freschezza ed eleganza.

Il Progetto Brix: rigore e identità

Il termine Brix, radice celtica di Brisighella (scosceso), è anche un riferimento tecnico alla misura degli zuccheri del mosto. L’associazione ha scelto di adottarlo come marchio distintivo di un progetto che punta sulla qualità assoluta:

  • 100% Albana di Brisighella
  • rese contenute
  • vinificazione e affinamento in legno
  • valorizzazione delle differenze tra le tre sottozone

Un percorso che mira a restituire longevità e complessità all’Albana, consolidando un’identità moderna e riconoscibile.

La degustazione dei Brix 2023

Guidata da Federica Randazzo, la prima parte della giornata ha presentato sette interpretazioni dell’annata 2023, difficile dal punto di vista climatico ma sorprendente per espressività, è a cura del mio collega Matteo Paganelli, grande esperto e veterano del territorio dell’Emilia-Romagna.

Nonostante la vendemmia esigua del 2023, i campioni hanno dimostrato una straordinaria eleganza e varietà di espressione, preludio di una denominazione sempre più matura.

La masterclass di Armando Castagno

Il pomeriggio ha visto protagonista Armando Castagno, che ha guidato i presenti in una masterclass comparativa con tre batterie di degustazione alla cieca, il cui tema era: Eleganza, Intensità, Ricchezza, inserendo accanto alle Albana Brix anche vini “intrusi” francesi. Non vini qualsiasi, ma grandi espressioni da Bandol, Bordeaux e Corsica, proprio a sottolineare a grande complessità ed eleganza dei vini di Brisighella. Una degustazione che ha entusiasmato e divertito i partecipanti, che si sono cimentati in pronostici su quale dei tre in degustazione fosse l’intruso.

La scelta di confronto ha sottolineato l’identità del vitigno romagnolo: non onnipotente, come ha ricordato Castagno, ma dotato di un DNA preciso, fatto per la qualità e non per la quantità. La coralità del progetto associativo, in un territorio tradizionalmente individualista, rappresenta già una piccola rivoluzione culturale.

Prima Batteria – Eleganza (BLU)

  1. Tarrabusi Marcello – Brix 2023
    Vino fresco, caratterizzato da una lieve nota volatile che dona vivacità. Profilo agrumato e piacevolmente sapido, con una chiusura tesa e lineare.
  2. Domaine Tempier – Bandol Blanc 2023
    Grande espressione di sapidità, con aromi di frutto bianco e delicati fiori dolci. Un bianco dalla struttura raffinata ed equilibrata.
  3. Podere la Berta – Romagna Albana Brix 2023
    Mostra un corpo più pieno e una tessitura compatta. La spiccata sapidità è sostenuta da una sensazione di solidità e profondità.

Seconda Batteria – Intensità (VERDE)

  1. Poggio della Dogana – Romagna Albana Farfarello Brix 2023
    Stile austero, dal corpo deciso e lunga persistenza. L’ingresso acido è ben integrato da un estratto importante che conferisce intensità e spessore.
  2. Château Lagrange – Les Arums de Lagrange 2021
    Bianco di grande eleganza, con profumi intensi e una trama fine che unisce potenza e raffinatezza.
  3. Vigne dei Boschi – MonteRè Brix 2023
    Profumi intensi di ginestra e un accenno volatile che dona complessità, accompagnati da fresche note di basilico.

Terza Batteria – Ricchezza (ROSSO)

  1. Gallegati – Corallo Oro Brix 2023
    Naso ampio ed elegante. Al palato esprime freschezza e sapidità, con frutta matura, ricchezza aromatica e un finale caldo e intenso.
  2. Clos Canarelli – Blanc 2023
    Profumi esotici di ananas e note di salvia. In bocca è morbido, ricco e salino, con un finale leggermente amaricante che ne amplifica la complessità.
  3. Fondo San Giuseppe – Romagna Albana Fiorile Brix 2023
    Profumi dolci, con ricordi di botrite e accenti salmastri. Sorso vibrante, caratterizzato da un’acidità sferzante che dona energia e verticalità.

Uno sguardo al futuro

Il Presidente della Associazione Anima dei Tre Colli Cesare Gallegati, ha dichiarato che l’annata 2024, già in parte in bottiglia, promette risultati sorprendenti. Federica Randazzo ha evidenziato le grandi prospettive della denominazione, mentre l’associazione continua a crescere, contando oggi 19 produttori divisi tra i Tre Colli.

La chiusura, affidata al ricordo di Giampaolo Gravina, critico profondamente legato a Brisighella, e alle parole di Giorgio Salmi, autore di Albana amore mio, ha confermato che l’Albana non è solo un vino, ma un atto d’amore per un territorio.

Brisighella in Bianco ha dimostrato che l’Albana, prima DOCG d’Italia, può essere oggi un simbolo di rinascita e modernità. Nei calici Brix 2023 si è letta la fatica di un’annata difficile ma anche la forza di un vitigno che, tra gessi, marne e calcare, sa farsi portavoce del Genius Loci romagnolo. Un vino che non chiede tutto, ma che dà moltissimo a chi sa ascoltarlo.

Lombardia: la prima edizione di Inebrianza tra curiosità e cantine di nicchia

Si è conclusa la prima edizione di Inebrianza, un evento che ha trasformato il piccolo comune brianzolo di Ronco Briantino in un vero e proprio crocevia del vino italiano.

Organizzata dalla Pro Loco in collaborazione con AIS Lombardia, l’evento ha accolto oltre 15 cantine provenienti da tutta Italia, ciascuna con le proprie etichette, storie e territori da raccontare. Un vero e proprio viaggio sensoriale tra profumi, sapori e racconti, che ha coinvolto appassionati, esperti e curiosi.

Ecco le mie scoperte enoiche:

Azienda Agricola Biologica La Mosca Bianca (Piemonte)

Ad accogliermi Barbara che mi introduce la filosofia della cantina gestita insieme al marito.

In un mondo che corre veloce, Barbara e Corrado hanno scelto di rallentare e di riscoprire il valore della lentezza. Un progetto il loro che si allontana dal caos quotidiano per abbracciare la filosofia dello Slow Living, trasformando ogni calice in un’occasione per stare insieme e condividere il piacere del vino.

Come il vino che richiede pazienza per maturare e affinarsi, anche La Mosca Bianca si prende il suo tempo per esprimere uno stile unico, alternativo e originale.

Assaggio il loro Metodo Classico Sursum Corda che prende il nome dal latino “in alto i cuori”. Un messaggio di speranza e positività, pensato per ricordarci di alzare lo sguardo oltre la routine quotidiana.

Sursum Corda nasce dalla voglia di offrire un’esperienza autentica, senza fronzoli, ma con grande attenzione alla qualità. È il risultato di un lavoro attento in vigna e in cantina, dove ogni fase della produzione viene seguita con cura per ottenere uno spumante fresco, elegante e versatile. 30 mesi sui lieviti, senza aggiunta di zuccheri, Chardonnay 100%.

Con lo Chardonnay La Mojsa, che in dialetto astigiano indica chi è matto/folle, si vuole ricordate che nella vita di ognuno di noi una dose di follia non guasta mai. Sulla retro etichetta una frase che recita: un pizzico di trepidazione, tanta speranza, infinita pazienza, danno vita a questo bianco potente e originale. Le uve vengono raccolte a maturazione completa. La fermentazione e l’affinamento avviene in botti grandi di rovere esauste. Una buona acidità nonostante la maturazione delle uve.

Nel cuore delle colline bergamasche, l’Azienda Agricola La Cà coltiva con passione due tesori della tradizione locale: il vino e il miele. Sui ripidi terrazzamenti del Monte Canto, ogni fase della produzione è seguita con cura artigianale, nel rispetto dei ritmi della natura e della storia del territorio. Tra le uve coltivate spicca la Barbera, un vitigno storico ormai quasi scomparso nella bergamasca. La sua presenza rappresenta una scelta coraggiosa e identitaria, volta a preservare la memoria agricola del territorio. I vigneti si sviluppano su terrazzamenti a forma di piramide, una struttura unica che è diventata il simbolo dell’azienda.

L’autenticità di questa cantina si ritrova nel calice: Rubinio esprime freschezza e semplicità, con un bouquet fruttato e leggero. Prende il nome dal suo colore brillante e dai vigneti circondati da robinie. È ottenuto da antiche viti di Uva Schiava, Merlot e Freisa Bresciana, alcune con oltre 50 anni, coltivate secondo metodi tradizionali. Cà Bordò nasce all’estremo ovest della DOC Valcalepio, sulle pendici del Monte Canto affacciate sull’Adda. 50% Merlot, 50% Cabernet Sauvignon danno vita ad un vino morbido, fruttato e arricchito da eleganti note speziate grazie ad una parte di affinamento in botti grandi di rovere.

Villano è un rosso fuori dagli schemi: nato a Villa d’Adda, ma lontano dai classici della zona. Protagonista è la Barbera, vitigno storico e quasi dimenticato, scelto per la sua intensità e autenticità. Coltivata nella parte più alta e ripida del vigneto, matura al meglio e regala un vino pieno, fresco e avvolgente. Una piccola quota di Merlot e un breve passaggio in botti di rovere francese ne affinano il profilo, smorzando l’acidità tipica della Barbera. Rosso rubino intenso, carattere deciso.

Nello stand delle Marche Tenute Urani è una giovane azienda vitivinicola biologica che affonda però le sue radici nel 1974, quando i nonni iniziarono a coltivare la terra a San Cesareo, sulle colline di Montepulito, in provincia di Pesaro-Urbino. A circa 150 metri s.l.m., il vigneto gode di una posizione ventilata, con vista sull’Adriatico e sulle montagne circostanti. Il terreno, ricco di argilla, calcare e quarzo, dona carattere alle uve. Bellissime le etichette dei loro vini.  Arcora, vino Frizzante – Metodo Ancestrale 100% uva Biancame coltivato in biologico, vendemmiato a mano a metà agosto. Dopo una pressatura soffice e decantazione a freddo, il mosto fermenta in acciaio e termina la fermentazione in bottiglia, sviluppando la spuma naturalmente. Il vino matura in bottiglia per 2-3 mesi, senza sboccatura: i lieviti rimangono in sospensione, conferendo carattere e autenticità.

Virgo, vino Marche Bianco IGT Chardonnay, Trebbiano e Malvasia coltivati in biologico, vendemmiati a mano in tre momenti distinti per cogliere la piena maturazione di ogni varietà. Dopo pressatura soffice e fermentazione in acciaio, il vino matura per 18 mesi: 55% in acciaio, 30% in tonneaux francesi, 15% in anfora di terracotta, sempre sulle fecce fini. Segue un affinamento in bottiglia di almeno 6 mesi prima della commercializzazione. Al naso emergono note di frutta gialla matura e fiori d’acacia, bilanciate dalla freschezza della Malvasia, che porta sentori di erbe aromatiche e macchia mediterranea. Strego, vino Marche Rosso IGT uvaggio Sangiovese. Al calice presenta un colore rosso rubino brillante. Al naso offre profumi di frutti rossi freschi, come ciliegia e lampone, con leggere note floreali e speziate. Al palato è equilibrato, con tannini morbidi e una piacevole freschezza.

Proseguendo verso Sud arrivo in Calabria dove ad attendermi c’è un vino che io definisco uno dei più eleganti del panorama vitivinicolo italiano e non solo: il Greco di Bianco. La Cantina Ielasi lo produce da oltre due secoli, l’azienda vinicola affonda le sue radici agli inizi dell’Ottocento, quando gli antenati avviarono la produzione di questo prezioso passito, noto come il “Nettare degli Dei”. Il Greco di Bianco ha origini millenarie: fu introdotto nel VI secolo a.C. dai primi coloni greci sbarcati sul promontorio Zefirio, oggi Capo Bruzzano. In questo angolo di Calabria, il vitigno ha trovato un habitat ideale, grazie al terreno argilloso e bianco che caratterizza questa zona. Nel calice si presenta con un colore dorato intenso, profumi avvolgenti di frutta secca, miele, agrumi canditi e note mediterranee. Al palato è morbido, caldo e persistente, con un perfetto equilibrio tra dolcezza e freschezza.

Attraverso idealmente lo Stretto di Messina, lasciandomi alle spalle la Calabria per approdare in Sicilia dalla Cantina Baronia della Pietra “Coltiviamo questa terra dal 1860. Il nostro bisnonno Domenico ha piantato gli ulivi. Sono passate molte stagioni da allora. Oggi siamo noi a occuparci di queste piante di ulivo e della vigna” queste le parole di Enzo e Salvatore Barbiera. La salvaguardia del paesaggio agrario e la tutela della fertilità dei terreni rappresentano un punto cardine dell’approccio produttivo. L’obiettivo è garantire una gestione responsabile delle risorse, favorendo la durabilità del suolo e la biodiversità. Il rapporto diretto tra l’uomo e la terra si traduce in prodotti di qualità, frutto di competenza, attenzione e rispetto per l’ambiente. Degusto Oblìo dei Sensi Un rosso siciliano sorprendente: vendemmia tardiva e premi internazionali. Prodotto da uve Nero d’Avola e Merlot, questo vino rosso si distingue per il suo carattere originale e la grande complessità. Alla vista si presenta con un intenso colore porpora, al naso sprigiona profumi di frutta rossa matura, mentre al palato emergono note di fico, liquirizia e spezie, che ne definiscono la struttura e la personalità.

Per concludere il giro, un salto in Sardegna da Cantina Dessolis, situata a Mamoiada e guidata con dedizione da Stefano Dessolis, punto di riferimento nell’enologia sarda. Con oltre mezzo secolo di storia, incarna una tradizione familiare radicata nella valorizzazione del Cannonau, coltivato su suoli granitici di pregio. Il fiore all’occhiello è il Dòvaru Barbagia Rosso da uve 100% Cannonau, un rosso che racchiude l’essenza autentica della Sardegna. Un colore rosso rubino intenso, sprigiona al naso eleganti note floreali, frutti rossi maturi e un tocco di spezie. Al palato è pieno e armonioso, i tannini sono morbidi e ben bilanciati. L’affinamento in botti di castagno per un anno dona raffinate sfumature legnose. Il finale è lungo e speziato. Non filtrato e senza solfiti aggiunti.

Inebrianza si è dimostrato un evento ben organizzato e partecipato. Un appuntamento che ha suscitato interesse e che lascia presagire una prossima edizione altrettanto coinvolgente. Prosit!

Premio Casato Prime Donne: Montalcino celebra talento, territorio e cultura al femminile

Il Premio Casato Prime Donne nasce dalla visione di Donatella Cinelli Colombini, imprenditrice del vino e pioniera della parità di genere, che ha fatto della valorizzazione delle donne la sua missione. La sua azienda, prima in Italia con una cantina interamente al femminile, è il simbolo concreto di un cambiamento che parte dal territorio e si estende alla cultura, alla comunicazione e all’innovazione.

Istituito nel 1999, Prime Donne è la naturale prosecuzione del Premio Barbi Colombini, creato diciotto anni prima dalla stessa famiglia di Montalcino. Un passaggio di testimone che ha trasformato un riconoscimento locale in un progetto nazionale.

Nel cuore di Montalcino, nella chiesa medievale di Sant’Agostino, si è tenuta l’edizione 2025 del Premio Casato Prime Donne, l’unico riconoscimento italiano dedicato alle donne che valorizzano il territorio attraverso cultura, comunicazione e innovazione. Un evento che, anno dopo anno, si conferma come crocevia di eccellenze e visioni, dove il vino diventa linguaggio universale e veicolo di cambiamento.

Donne che cambiano il mondo

Il premio “Prima Donna” 2025 è stato assegnato a Darya Majidi, imprenditrice e pioniera dell’intelligenza artificiale, per il suo impegno nell’empowerment femminile e nella diffusione delle competenze digitali tra le giovani donne.

Raccontare Montalcino

La sezione giornalistica “Io e Montalcino” ha premiato Lara Loreti per il suo reportage su Il Gusto, dove ha intrecciato 5 storie di cantine e persone in un racconto autentico e coinvolgente. Giorgio dell’Orefice, firma de Il Sole 24 Ore, ha ricevuto il premio del Consorzio del Brunello per la sua narrazione puntuale e appassionata del territorio, con uno sguardo al Rosso di Montalcino e al successo internazionale del Brunello.

Incubatore di talenti

Il Premio Casato Prime Donne è anche incubatore di giovani talenti: le installazioni degli studenti del Liceo Artistico di Siena, i gioielli delle allieve della Scuola di Arti Orafe di Firenze e la torta multietnica realizzata dagli allievi della Scuola Tessieri di Ponsacco hanno arricchito la giornata con tocchi di bellezza, contaminazione e tanta speranza per il futuro.

Un pranzo che racconta il territorio

Alla Fattoria del Colle, la chef sommelier Doriana Marchi ha orchestrato un buffet che ha celebrato la tradizione toscana con eleganza e creatività. Tra i piatti: panzanella, crostini senesi, zuppa di ceci con maltagliati, crespelle al peposo e trippa in bianco con agrumi.

I vini biologici, serviti dai sommelier FISAR Valdichiana guidati da Nicola Masiello, hanno accompagnato l’esperienza sensoriale: dal bianco Sanchimento da uve traminer, al Rosa di Tetto, il rosato da sangiovese, al Leone Rosso Orcia Doc a base di sangiovese e merlot, al Brunello di Montalcino Late Vintage Release, fino al Passito da uve traminer aromatico.

E infine la torta: magnifico omaggio alla vincitrice realizzata dagli allievi pasticceri della Scuola Tessieri.

Donatella Cinelli Colombini e Violante Gardini Cinelli Colombini, padrone di casa e anime del premio, hanno accolto gli ospiti con la passione e la grazia che da sempre contraddistinguono il Casato Prime Donne.

Il Premio Casato Prime Donne non è solo una celebrazione: è un manifesto. Un invito a guardare il vino come cultura, esperienza e strumento di trasformazione. E a riconoscere, finalmente, il ruolo centrale delle donne nel raccontare e costruire il futuro del territorio. Un grazie speciale al collega e autore di 20Italie Alberto Chiarenza per molte di queste splendide immagini.

“Ma quante ne Sannio”? Vinestate a Torrecuso: l’estate più bella che c’è tra vino, musica e gastronomia del territorio

Vinestate a Torrecuso porta da 50 anni con sé la magia di un momento di festa per l’intera Comunità sannita. Non si può dire estate senza un calice di vino al tramonto condiviso con amici e amori, assaggiando un panino tra risate e quattro salti in piazza al ritmo della musica folk.

Tanti i volti incontrati: produttori che trasmettono passione, energia vitale e qualità nelle etichette proposte al pubblico incuriosito dal liquido inebriante simbolo vincente del Made in Italy. Bianco, rosso o rosato non ha importanza; a parlare è il territorio con le sue diverse espressioni di Falanghina, Aglianico e Piedirosso, vitigni cardine in quest’angolo di pace e di rispetto per la tradizione.

“Ma quante ne Sannio” veramente i vigneron del luogo in cui vivono e dei propri gusti? Lo abbiamo chiesto in maniera scherzosa ai 23 espositori in un gioco che ha lasciato qualche istante di sincera commozione. I ricordi d’infanzia, la vendemmia e la pigiatura del mosto fresco con i piedi o le canzoni dell’epoca e i pensieri cari a chi non c’è più e tanto ha insegnato.

Anche il sindaco di Torrecuso Angelino Iannella si è lasciato andare in un amarcord dolce e salato, con lo sguardo fiero puntato dritto al futuro. Con lui i decani del vino come Orazio Rillo e Antonio Mennato hanno rievocato il 1975, quando un’idea di alcuni imprenditori pionieri, stanchi del non godere appieno della celebrazione per il buon raccolto sempre impegnati con i carretti a trasportare in mescita i prodotti, cambiò il destino di molte famiglie.

Con l’aiuto dell’avvocato Coletta, mentore della manifestazione, ecco l’arrivo della prima edizione di ciò che diverrà Vinestate, la più antica kermesse sul vino della regione. Per sbloccare un ricordo serviva dunque una domanda, anzi una serie di domande contenute in un mazzetto da mescolare accuratamente e tirare a sorte.

I presenti ascoltavano e partecipavano poi con curiosità, che hanno alleggerito il clima di grande lavoro celato dietro un simile evento. Massima pure la soddisfazione del vicepresidente del Comitato Giampiero Rillo – cantine Tora – e di Libero Rillo, presidente di Sannio Consorzio Tutela Vini, non sottratti al nostro format “Ma quante ne Sannio”.

Dal 4 al 7 settembre Torrecuso si è illuminata come un faro brillante, tra feste danzanti, gustosa gastronomia locale, musica e attrazioni come la banda del paese, i trampolieri ed i giochi per bambini.

Ma soprattutto si sono riaccese le luci su di un piccolo borgo e i suoi angoli nascosti di rara bellezza, che si aprono a squarci panoramici sulle colline circostanti, ricordando che l’Italia è fatta anche di passato, tra storia, usanze e naturalmente uva e vino.

Tutte le nostre interviste puoi trovarle nella playlist YouTube.

Anteprima Cocco Wine 2025: alla scoperta dei vini del Monferrato con la cantina Poggio Ridente

Durante l’Anteprima di Cocco Wine 2025 promossa dall’Associazione Go Wine, un gruppo di giornalisti del settore ha incontrato Luigi Dezzani, portavoce del Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato.

La cantina bio Poggio Ridente ha accolto la stampa di settore per parlare del territorio di Cocconato d’Asti, che conosciuto in passato un periodo di abbandono della viticoltura, ma che appartiene a pieno titolo alla storia piemontese. Già dal Seicento le colline che da Superga arrivano fino ad Albugnano e a Casale Monferrato erano coperte di vigneti, con notizie documentate di coltivazione organizzata. Poi il richiamo delle città e dell’industria aveva svuotato i campi, lasciando molte vigne incolte.

Venticinque anni fa, con la nascita di Cocco Wine, la zona ha però ritrovato nuova linfa: giovani viticoltori sono tornati a investire, recuperando i filari dei nonni o aprendo nuove aziende. Così Cocconato e i paesi vicini hanno riscoperto la propria identità agricola e oggi si presentano come un territorio dinamico, capace di unire vino, ristorazione e accoglienza: sette ristoranti per appena 1500 abitanti e un’offerta turistica sempre più strutturata.

Dezzani ha ricordato anche il ruolo dei vitigni storici. Se il Nebbiolo, due secoli fa, aveva trovato spazio tra Albugnano e Torino prima di spostarsi verso le Langhe, Cocconato ha custodito altre uve identitarie: Grignolino, Freisa e Bonarda piemontese, già presenti prima della Barbera. Proprio su questi vitigni alcune aziende della nuova generazione hanno investito in ricerca e cloni, restituendo loro dignità e prospettive.

Il Consorzio “Cocconato- Riviera del Monferrato e dintorni” raccoglie oggi cinque cantine, produttori locali di salumi, produttori di miele, nocciole e formaggi, la distilleria  Bosso e luoghi di ospitalità, fino ad arrivare all’ingresso di realtà nuove come la gelateria di Alberto Marchetti, segno di un territorio che si muove compatto per rafforzare la propria proposta enoturistica e rilanciare un’eredità vitivinicola antica ma ancora tutta da raccontare.

L’azienda Poggio Ridente è nata nel 1998 per iniziativa di Cecilia Zucca, con il sostegno del marito Luigi  e delle figlie Maria Sole ed Eleonora e del figlio Romolo. I loro tredici ettari, di cui otto vitati, raccontano la sfida di una viticoltura non semplice, su pendii ripidi che già allora avevano il sapore dell’eroico.

Le prime vigne furono dedicate alla Barbera, il vitigno che più identifica queste colline. Poco dopo arrivò l’Albarossa: Poggio Ridente fu tra i pionieri, piantandola nel 2004, appena terminata la lunga fase di sperimentazione condotta dall’Università di Torino. Questo incrocio tra Barbera e Nebbiolo di montagna, ideato già nel 1938 da Giovanni Dalmasso ma reso disponibile ai viticoltori solo dagli anni Duemila, ha trovato qui un habitat ideale. Per la famiglia Zucca rappresenta una parte importante della produzione, tanto da renderli tra i primi produttori storici di questa varietà in Piemonte.

Nel 2010 è arrivata la sfida dei bianchi, con un approccio innovativo: Poggio Ridente ha infatti scelto di sperimentare i vitigni internazionali: Riesling, Sauvignon blanc , Pinot Nero e soprattutto Viognier, piantato quando ancora non era ufficialmente autorizzato in Piemonte. Dal 2013, con l’ingresso nella Doc Piemonte, anche questo bianco aromatico ha trovato riconoscimento formale, aprendo nuove prospettive. Inoltre una grande passione per il Ruchè, amato anche dal nonno di Luigi Dezzani, che trova la sua migliore allocazione nei 7 comuni che sono menzionati nell’ultima Doc nata In Piemonte, quella del Ruchè di Castagnole Monferrato.

I terreni sono ricchi di marne e arenaria ed è facile rinvenire in vigna conchiglie fossili dato che anticamente vi era il mare: inoltre è importante la componente gessosa, che dona una particolare nota ai vini, essendo posizionati sulla falda che attraversa l’Italia.

In degustazione si è apprezzato il Pet Nat Matto – Come tu mi vuoi – che riporta sull’etichetta la possibilità di personalizzare l’esperienza gustativa, girando la bottiglia.

Le uve Nebbiolo provengono dalla regione Pinella in Cocconato d’Asti e vengono vinificate in rosato; una parte del mosto viene poi conservata e aggiunta nel mese di Marzo al vino per creare la naturale frizzantezza. Il vino viene chiuso con il tappo a corona. Colore rosso ciliegia intenso, profumi succosi di piccoli frutti rossi e crosta di pane. Un vino spensierato, di grande piacevolezza e bevibilità, che si abbina bene a una merenda con salumi del luogo.

La storia di Poggio Ridente è così il simbolo di un territorio che non rinnega la tradizione, ma sa guardare avanti, intrecciando Barbera e Grignolino con vitigni più recenti e interpretazioni coraggiose, capaci di arricchire il panorama enologico del Monferrato contemporaneo.

Online la Guida ai migliori Pinot Nero d’Italia 2026 di Vinodabere.it

Ritorna la Guida ai migliori Pinot Nero italiani targata Vinodabere.it – curatori i giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini – con importanti novità. Da quest’anno, infatti, sono state aggiunte ulteriori categorie come gli spumanti, i vini bianchi e i rosé in cui il Pinot Nero sia presente dall’80% in su. Una scelta che cambia non solo i numeri e le tipologie della Guida ma anche, com’era prevedibile, la sua geografia e i rapporti di peso tra le varie aree produttive. I numeri sono assolutamente eloquenti: 250 i vini assaggiati, 145 quelli recensiti (a rimarcare che la via di interpretazione del Pinot Nero ad alti livelli resta comunque una prova non facile) ma con ben 54 Standing Ovation (il massimo riconoscimento previsto dalla redazione).

Nel dettaglio, e partendo dalla “new entry” sicuramente più attesa, gli spumanti (31, con 11 premiati): va a bersaglio alla grande il Piemonte, confermando che la parabola dell’Alta Langa (6 spumanti in Guida di cui 3 Standing Ovation) dopo il decollo continua alla grande a puntare in su. E va bene, anzi benone, la Lombardia, che cala appunto il suo asso con l’Oltrepò e piazza – tutte da lì – in Guida 15 “bolle” da Pinot Nero con 4 Standing Ovation. Conferma la sua vocazione “classica” e l’amore ricambiato per li vitigno il Trentino (4 vini e due allori massimi).

Meno “pesante” numericamente l’impatto di bianchi e rosé (3 e 6 rispettivamente) con una Standing Ovation solo tra i primi. Ma a proposito della quale vale la pena di aprire una (ammirata) parentesi: ad aggiudicarsela è la marchigiana Fattoria Mancini, a buon diritto ascrivibile tra i pionieri assoluti nella valorizzazione “italiana” del vitigno e che, a conferma, coglie altri due allori (un trionfo, insomma) con i suoi rossi.

E nel panorama regionale l’Alto Adige ribadisce la sua indiscussa vocazione e il suo gioco d’anticipo, e si conferma alla guida con ben 37 vini di cui 21 Standing Ovation (più una tra le bolle), e tra esse ci sono anche gli unici quattro vini “perfetti”, valutati 100/100. Perde apparentemente qualche colpo nella graduatoria interregionale la Toscana, altra illustre enclave da Pinot Nero che stavolta vede limitata la sua presenza a 6 esemplari di cui una Standing Ovation. Ma, sostanzialmente, è il segno di una concorrenza che cresce, esigendo quindi performance sempre più alte per restare in quota. Ed è l’ultimo dato di questa edizione della Guida a ribadirlo: oltre a quelle meritatamente già citate, inseriscono vini in Guida anche Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta. A dimostrazione del fatto che quella del Pinot Nero è ormai una autentica realtà nazionale che non ha più alcun bisogno di chiamarsi “Noir” per sentirsi importante.

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

I testi che leggerete in Guida sono di: Salvatore Del Vasto, Paolo Frugoni, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Luca Matarazzo, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

Link della Guida: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-pinot-nero-ditalia-2026-la-guida-completa/

I 4 Vini con 100/100:

Alto Adige Pinot Nero Riserva Lafóa 2021 – Cantina Colterenzio

Alto Adige Pinot Nero Riserva Luma 2022 – Tenuta Romen

Alto Adige Pinot Nero Riserva Matan Glen 2022 – Tenuta Pftscher

Alto Adige Pinot Nero Buchholz 2023 – Azienda Vinicola Castelfeder

L’Expo del Chianti Classico spegne le sue prime 53 candeline

Con grande soddisfazione sia da parte dei produttori che dei numerosi visitatori, si è conclusa la 53esima edizione di Expo del Chianti Classico, organizzata dal Comune di Greve in Chianti in collaborazione con il Consorzio del Vino Chianti Classico.

L’appassionante evento ha avuto luogo dall’11 al 14 settembre 2025, con un programma ricco di eventi culturali ed artistici, nonché di masterclass sulle tipologie Chianti Classico e sull’olio extravergine d’oliva. Negli stand in piazza la possibilità di degustare ed acquistare etichette vino e non solo.

Le etichette in degustazione: naturalmente, Chianti Classico, nelle sue tre tipologie: annata, riserva e gran selezione, arricchite da vini bianchi, rosati e alcuni vin santo provenienti dai comuni di questo meraviglioso angolo di Toscana posto tra Siena e Firenze.

La suggestiva piazza di Greve in Chianti, circondata da  logge ad arco con al centro la statua del celebre navigatore Giovanni da Verrazzano, garantisce all’ avventore la possibilità di  degustare e parlare serenamente con gli espositori. Nutrita la presenza di turisti provenienti da ogni parte del globo, attratti dall’incantevole borgo toscano, rinomato per i suoi secolari castelli, i panorami di ineguagliabile bellezza e le vicine città d’arte.

Dagli anni ‘70, ne è passata di acqua sotto i ponti e  questa manifestazione, inizialmente “Mostra Mercato” ha visto scorrere fiumi di vino nel calice.

Ecco alcuni assaggi apprezzati il 12 settembre:

Chianti Classico 2023 “Poggio Scaletta” – Rubino intenso, rivela sentori di ciclamino, ciliegia, fragola,  frutti di bosco e pepe nero; sorso fresco, aggraziato, persistente e coerente.

Chianti Classico 2022 “Querciabella” – Rosso rubino vivace, sviluppa sentori di violetta, lampone, ciliegia, mora e spezie dolci. Al palato è pieno ed appagante, avvolgente ed armonico.

Chianti Classico 2022 “Istine” – Rubino intenso, al naso arrivano note di violetta, ciliegia, fragola, prugna e tocchi balsamici. Composto, fine, avvolgente e molto persistente.

Chianti Classico 2022 “Isole e Olena” – Rubino trasparente, rimanda a sentori di viola mammola, amarena, prugna, bacche di ginepro ed eucalipto. Generoso, rotondo ed appagante.

Chianti Classico Riserva 2021 “Castello di Monsanto” – All’olfatto rimanda note di ribes, fragolina di bosco, amarena, melagrana, tabacco e spezie. Il sorso è fine, setoso, coerente e persistente.

Chianti Classico 2020 Vigneto Boscone “Castello di Monterinaldi” – Rosso rubino con sottili sfumature granate, sprigiona note di prugna, mirtillo, amarena e bacche di ginepro. In bocca è setoso, saporito e decisamente durevole.

Chianti Classico Gran Selezione 2020 “Pieve di Campoli”– Sprigiona sentori di frutti di bosco maturi, sottobosco, spezie ed erbe officinali. Al gusto è soddisfacente e morbido, di buona struttura e lunga persistenza aromatica.

Chianti Classico Gran Selezione Monnalisa 2018 “Vignamaggio” – Rubino trasparente, dal bouquet complesso,  i sentori floreali richiamano perlopiù la rosa canina e quelli fruttati la prugna, ma anche sottobosco, liquirizia e menta. Avvolgente e generoso, coerente e molto persistente.

Grecia nel piatto e nel bicchiere: un viaggio tra mare, sole e cultura

Il mio viaggio nelle isole Cicladi diventa l’occasione per raccontare un percorso enogastronomico che si intreccia con storia, cultura e suggestioni mediterranee. Queste isole non sono soltanto sinonimo di spiagge da cartolina: custodiscono un patrimonio ricco e stratificato, frutto di influenze diverse. Con sorpresa scopro le tracce lasciate dai Veneziani, che nei secoli della Repubblica Marinara solcavano questi mari per commerci con la Serenissima.

Castelli, bastioni e antiche costruzioni ancora oggi testimoniano la loro presenza, in un contesto che appare come una porta sospesa tra mondo cristiano e musulmano, tra Oriente e Occidente. A fare da scenario, le immancabili chiese ortodosse, candide e luminose, spesso sormontate da cupole blu: un paesaggio architettonico che riprende i colori della bandiera greca e che incornicia l’identità autentica delle Cicladi.

La cucina greca è un inno alla semplicità mediterranea, un equilibrio luminoso tra pochi ingredienti, mani esperte e sapori netti. Nelle isole Cicladi, questo canto si fa ancora più autentico: qui il mare incontra la terra arida e le erbe selvatiche, la luce intensa del sole avvolge orti e pascoli, e ogni piatto racconta una storia di vento e di sale.

Il cuore della Grecia in tavola

L’insalata greca, o Horiatiki, è un mosaico di colori e freschezza: il pomodoro maturo sprigiona dolcezza, il cetriolo croccante rinfresca, la cipolla rossa punge, mentre la feta, con la sua sapidità cremosa, lega il tutto insieme alle olive Kalamata e a un filo di olio d’oliva profumato. Il Tzatziki, con yogurt vellutato, cetriolo e aglio, è una carezza fresca con un finale aromatico. Nei Dolmadakia, le foglie di vite sprigionano sentori erbacei e di terra umida, abbracciando un ripieno di riso dal gusto delicato. Moussaka è simile a una parmigiana con strati di melanzane, carne macinata, besciamella e spezie, presenti ovunque.

L’anima delle Cicladi

Ogni isola custodisce un’identità gastronomica distinta, modellata dal clima e dalle risorse locali. Tra i piatti che si lasciano ricordare, la fava di Santorini è una vellutata dal colore dorato e dalla consistenza setosa, dove la dolcezza del pisello giallo incontra la sapidità dei capperi o la concentrazione aromatica dei pomodori secchi. Le Tomatokeftedes, frittelle di pomodoro ed erbe, sprigionano profumi estivi e una croccantezza che invita al bis.

Formaggi e sapori forti

Il kopanisti, piccante e speziato, pizzica il palato e risveglia i sensi, mentre il San Michali di Syros e il Graviera di Naxos offrono un equilibrio tra dolcezza e carattere. Il manoura di Sifnos, stagionato in vino, regala un bouquet vinoso e intenso. La louza, salume speziato e marinato in vino ed erbe, è un’esplosione di aromi balsamici e speziati che evocano feste di paese e brindisi al tramonto.

Piatti rustici e convivialità

La Froutalia di Andros e Tinos, con patate, uova e salsiccia, è un piatto robusto, avvolgente, perfetto per la condivisione. La matsata di Folegandros, pasta fresca fatta in casa, sposa sughi di carne teneri e succosi, mentre il ksinotira di Naxos aggiunge una nota decisa, quasi piccante, a patate e verdure locali.

Mare in tavola e dolci finali

L’astakomakaronada, pasta con aragosta, unisce la dolcezza delicata della polpa al sugo di pomodoro dal profumo mediterraneo. Il gouna, sgombro essiccato al sole, concentra in sé il sapore del mare e del vento.

E poi i dolci: il Baklava preparato con strati sottilissimi di pasta filo alternati a noci, mandorle e pistacchi tritati arricchiti da spezie come cannella o chiodi di garofano. Dopo la cottura viene irrorato con sciroppo di miele e limone, viene tagliato a triangoli ma si può trovare anche tagliato a quadrato o a rombo.

Mangiare alle Cicladi è lasciarsi avvolgere da profumi di origano e timo, da un olio d’oliva che sa di sole e pietra, da formaggi che parlano di pascoli battuti dal vento. È un’esperienza sensoriale completa. La cucina delle Cicladi è una fusione armoniosa di mare e terra: legumi e formaggi forti, pesce fresco, torte alle mandorle, fritti fragranti e piatti antichi resi attuali. Ogni isola ha le sue versioni uniche, ma lascia sempre un’impressione chiara: sapori autentici, ingredienti locali e un invito a vivere la Grecia con gusto genuino.

Santorini, il vino che sa di mare e vulcano

C’è un filo invisibile che lega il vento salmastro dell’Egeo, la luce abbacinante delle Cicladi e la terra scura di un vulcano addormentato. È lo stesso filo che intreccia le radici dei vigneti di Santorini, un mosaico di soli 3.706 ettari dove la vite cresce avvolta a cestello per proteggersi dal sole e dal meltemi, e dove la concentrazione di cantine per metro quadrato è la più alta al mondo.

I terreni vulcanici dell’isola sono una benedizione per la viticoltura: hanno la capacità di trattenere l’umidità notturna e la rugiada marina, rendendo quasi superflua l’irrigazione, utilizzata solo per i vigneti più giovani, fino ai quattro anni di età. È proprio grazie alla natura vulcanica del suolo che la fillossera – il flagello che nel XIX secolo devastò i vigneti di mezzo mondo – non ha mai attecchito qui, permettendo alle viti di crescere ancora oggi a piede franco, custodi di un patrimonio genetico autentico.

La coltivazione segue un metodo tradizionale e ingegnoso: piccoli alberelli intrecciati in forma di nido per proteggere grappoli e foglie dal vento costante e dalle alte temperature estive. Una viticoltura estrema che produce rese bassissime, ma vini di carattere inimitabile.

Qui, tra 40 vitigni e un patrimonio ampelografico unico, i protagonisti sono tre bianchi autoctoni – Assyrtiko, Athiri e Aidani – e tre rossi – Mandilaria, Mavrotragano e Mavrathiro – soprannominati le “3M”. L’Assyrtiko, in particolare, è il vino simbolo dell’isola: un bianco dalla struttura quasi “rossa”, capace di superare i 13,5° e di combinare corpo, complessità e una freschezza vulcanica inconfondibile.

La mia degustazione a Santorini è stata un viaggio sensoriale in tre atti

Il bianco – PESKESI, Pagonis Family

“Peskesi” in greco significa dono, ed è davvero un regalo per il palato. Brillante nel calice, seduce con un naso intenso di frutti bianchi e gialli. In bocca è una danza di freschezza e sapidità, arricchita da note iodate, fruttate e da un soffio di erbe aromatiche, con un finale agrumato persistente che sembra portare con sé la brezza marina.

Il rosso – Mm (Me), Cantina Sigalas

Un incontro tra Mavrotragano e Mandilaria (50% ciascuno), annata 2022, IGP delle Cicladi. Rubino intenso e brillante, al naso offre un bouquet caldo e terroso, con echi di Sangiovese, frutti rossi freschi e una leggera speziatura. Al sorso, freschezza e mineralità si uniscono a una sapidità che parla di mare, con quelle tipiche note iodate che sono la firma dell’isola.

Il passito – Vin Sánto 2016, Estate Argyros

Il nome è assonante al nostro Vinsanto a loro ci tengoo a sottolineare che è Vin (vino) Sánto (di Sántorini) e che quindi si tratta soltanto di na similitudine. L’arte dell’appassimento in pianta al sole regala a questo blend (80% Assyrtiko, 10% Athiri, 10% Aidani) un colore ambra scuro e un naso gentile. In bocca è vellutato e fresco, con ricordi di frutta candita, bergamotto e un tocco di china. Un vino che sa di tramonto e di pazienza.

“Estate Argyros”, l’anima del vino vulcanico di Santorini

Tra i terrazzamenti battuti dal vento e la luce accecante dell’Egeo, sorge Estate Argyros, una delle cantine più prestigiose di Santorini e punto di riferimento per chi desidera conoscere l’anima vinicola dell’isola. Fondata nel 1903 da Georgios Argyros, l’azienda affonda però le radici in una tradizione familiare ancora più antica, oggi custodita e rilanciata dalla quarta generazione.

Con oltre 120 ettari di vigneto, molti dei quali composti da ceppi secolari a piede franco, Estate Argyros rappresenta la più estesa proprietà vitata privata di Santorini. Qui il protagonista indiscusso è l’Assyrtiko, vitigno simbolo dell’isola, che nei suoli vulcanici trova la sua espressione più pura: vini dal profilo teso, minerale e salino, capaci di riflettere il mare e la pietra.

Accanto alle versioni classiche, la cantina propone etichette iconiche come la Cuvée Monsignori, l’Evdemon e il tradizionale Nykteri, fino ad arrivare al sontuoso Vinsanto, vino passito che ha reso celebre Santorini nel mondo.

Visitare Estate Argyros significa vivere un’esperienza completa: dalla passeggiata tra i filari bassi a cestino, al racconto delle tecniche viticole uniche dell’isola, fino alla degustazione guidata nella moderna sala panoramica. Un viaggio nel tempo e nel gusto, capace di coniugare rispetto per la tradizione e visione contemporanea. In un luogo dove il vulcano ha plasmato la terra e la storia, i vini di Estate Argyros raccontano la forza e l’identità di Santorini, sorso dopo sorso. A Santorini, il vino non è solo un prodotto agricolo: è cultura, paesaggio e storia. Ogni sorso porta con sé millenni di resilienza, dall’epoca minoica alla rinascita post-eruzione. E quando, alzando il calice, brindano dicendo “Già mas”, non è solo un augurio: è un invito a far parte di un’isola che ha fatto del vino la sua anima.