Derthona On Tour Roma 2025 – Timorasso: l’eco della pietra e la metamorfosi del talento

Dalla voce di Sandro Sangiorgi a Roma, un viaggio nella longevità e nell’anima dei Colli Tortonesi. Nella quiete colta del Garum – Biblioteca e Museo della Cucina, in via dei Cerchi, luogo intriso di storia e cultura gastronomica, il tempo cambia passo.

Tra le volte antiche e il profumo di storia, la capitale ha accolto una tappa speciale di Derthona On Tour, evento interamente dedicato al Timorasso, il grande bianco piemontese che ha saputo riscattare una terra, trasformare l’ostinazione in splendore e affermarsi come simbolo di autenticità e longevità. Diciotto produttori delle Terre Derthona hanno presentato le loro migliori etichette, offrendo ai visitatori un viaggio sensoriale nel cuore dei Colli Tortonesi, là dove luce, roccia e vento si fondono in un’unica, antica armonia.

Organizzato dal Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi in collaborazione con Vinòforum, l’evento non è soltanto una degustazione, ma una vera celebrazione della rinascita di un vitigno che ha ritrovato la propria voce. Il Timorasso, coltivato in quell’area di confine tra Liguria e Lombardia, è un vino che racconta la sua terra attraverso la struttura, la mineralità e un raro talento evolutivo. Ogni produttore, nel presentare il proprio Derthona, ha offerto una diversa lettura del territorio: la trama dei suoli, l’altitudine, la luce e le scelte di cantina hanno dato vita a un coro polifonico, dove ogni bottiglia è una nota distinta dello stesso canto.

Cuore pulsante della giornata è stata la masterclass “Derthona e il Timorasso – L’essenza di un bianco minerale e longevo”, condotta da Sandro Sangiorgi, fondatore di Porthos racconta e fra i più raffinati interpreti del linguaggio sensoriale del vino. Il suo approccio, intriso di umanità e visione, ha trasformato la degustazione in un’esperienza quasi mistica: un cammino di conoscenza e consapevolezza. Nel silenzio carico di presenze di un calice versato, Sangiorgi ha invitato i presenti ad ascoltare il vino, più che a giudicarlo.

“Un vino longevo non è quello che non cambia,” ha detto, “ma quello in cui il tempo ha lasciato traccia di sé.” La longevità, dunque, non come resistenza, ma come metamorfosi poetica: un dialogo fra materia, luce e memoria.

Sangiorgi ha ricordato il suo primo incontro con il Timorasso, nella primavera del 1998, come una rivelazione sentimentale e culturale. Dietro l’austerità di quel vitigno intuì una forza vitale capace di mutare, crescere e maturare, come un essere vivente che attraversa le stagioni della propria esistenza.
Il suo metodo di degustazione si fonda sull’azzeramento delle aspettative, sull’ascolto empatico e sull’accoglienza del vino nudo nel calice. È un invito alla sospensione del giudizio, alla delicatezza del gesto, alla disponibilità a percepire ciò che emerge dal silenzio. Così l’analisi sensoriale si fa atto poetico: non elenco di aromi, ma un’esperienza unitaria e meditativa, dove profumi, sapori e sensazioni si fondono in un linguaggio oltre le parole.

Le tre batterie della degustazione

Prima Batteria
Colli Tortonesi DOC Derthona Regina 2022 (Davico Stefano)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona “Bourg” 2022 (Az. Agricola Boveri Luigi)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona Riserva “Zerba Antica” 2022 (Cantine Volpi)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona 2021 (Sassaia)

Un quartetto di esploratori: vini coerenti e impeccabili, provenienti da vigneti giovani, ancora in cerca di una piena definizione. Freschezza e tensione li accomunano, con note di pietra focaia, erbe secche e scorza d’agrumi. Bocca vibrante, quasi tattile, e un finale salino, verticale, luminoso.

Seconda Batteria
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona 2021 (Cascina Giambolino)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Terre di Libarna “Archetipo” 2019 (Ezio Poggio Winery)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona “Origo” 2021 (Vigneti Repetto)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona “Lacrime del Bricco” 2017 (Vigneti Giacomo Boveri)

I primi due, Vini di convivialità e profondità, in cui la tensione cede il passo alla morbidezza; più gastronomici, invitano al dialogo. Gli ultimi si distinguono per la ricchezza aromatica e il timbro agrumato, vivo e tagliente.

Terza Batteria
Colli Tortonesi DOC Timorasso Biancornetto 2018 (Terre di Sarizzola)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona 2016 Bio (Cascina Gentile)
Colli Tortonesi DOC Timorasso Derthona 2016 (Claudio Mariotto)
Derthona “Costa del Vento” 2016 (Vigneti Massa)

Qui il tempo diventa protagonista. Emergono vini di grande complessità e respiro, con note di miele, idrocarburi, nocciola e pietra bagnata. Bocche stratificate, ampie, di profondità quasi “rossa”. Il Biancornetto 2018, definito “minore da scoprire”, ha suscitato curiosità per la sua schiettezza acerba e sincera. Il culmine si è raggiunto con Mariotto e Massa: vertici stilistici del Timorasso maturo, vini che non solo raccontano il territorio, ma ne diventano la voce più profonda, “tirando la volata” per tutto il Derthona.

La DOC Colli Tortonesi, estesa su circa 786 km², possiede una superficie vitata inferiore al 2%: un mosaico raro, dove geologia, storia e viticoltura si intrecciano. I suoli calcareo-argillosi donano ai vini struttura, spessore e mineralità, tratti distintivi del Timorasso.
Un tempo parte della Marca Obertenga, dominio dell’antico marchesato degli Obertenghi, questo lembo di Piemonte è oggi un crocevia di eccellenza, non più “terra di passaggio”, ma custode di identità.

Walter Massa, figura carismatica e visionaria, fu il primo a intuire il destino del vitigno. Negli anni in cui molti contadini abbandonavano la vite per il pesco, egli scelse di restare.

“Il nostro enologo è il sole,” amava dire, ricordando come la forza del Timorasso nasca dalla luce che modella la pietra. Oggi, grazie a lui e a una nuova generazione di vignaioli, il Tortonese è tornato a brillare. È in corso la revisione del disciplinare che riconoscerà ufficialmente Derthona come nome del Timorasso, restituendogli la radice storica dell’antica Dertona romana.

Accanto al Derthona classico, fioriscono nuovi progetti, come Terre di Palla, dedicato agli spumanti metodo classico di Timorasso: un’altra anima del vitigno, minerale e scintillante. Tra le uve rosse, la Barbera del Monleale si conferma vino di potenza e grazia, mentre la Freisa, vitigno antico e ribelle, trova qui un equilibrio di eleganza e autenticità.Derthona On Tour Roma 2025 è stato molto più di una vetrina: un momento di riflessione collettiva, un invito a riascoltare il tempo attraverso un calice.

Il Timorasso non è un vino da comprendere, ma da ascoltare: nelle sue vene scorre una “genetica della Madonna” – quell’intreccio di forza, grazia e mistero che solo i grandi vini custodiscono.
Oggi il Derthona è la voce di una terra riscattata, il simbolo di una libertà enologica piemontese ritrovata. Un canto minerale che, dai Colli Tortonesi, si leva con compostezza e splendore verso l’eternità del gusto.

Le Cimate: il respiro del vino tra le colline di Montefalco

Tra le colline sinuose di Montefalco, dove i filari disegnano geometrie perfette e il vento accarezza la terra, il vino nasce come un atto d’amore. Qui, nel cuore verde dell’Umbria, si trova Le Cimate, una cantina che unisce radici antiche e visione moderna.

Una storia di famiglia e di coraggio

La storia della famiglia Bartoloni affonda le sue radici nell’Ottocento, quando il nonno Cavalier Paolo guidava con dedizione la Cantina Sociale dei Colli Spoletini. Poi fu la volta del figlio, l’ingegner Giovanni a portare nella tradizione familiare un approccio innovativo e razionale.

Ma è con Paolo, il nipote, che nel 2011 nasce il sogno chiamato Le Cimate: una cantina contemporanea, rispettosa della terra e sostenibile, grazie anche ai pannelli fotovoltaici che la rendono energeticamente autosufficiente. Un progetto che parla di continuità, passione e rispetto per l’ambiente, dove la tecnologia non è mai invasiva ma dialoga in armonia con la natura.

Un nome che nasce dal vento

Le Cimate” non è un’invenzione di marketing: è un nome che appartiene al luogo stesso, alla cima della collina su cui sorge la tenuta. Ventotto ettari di suolo limo-argilloso, acquistati nel 1993 dalla Curia di Spoleto, dove il vento porta con sé leggende antiche: si racconta che Santa Chiara della Croce, nel Trecento, pascolasse qui il suo gregge accanto a una fonte d’acqua oggi scomparsa.
Forse è solo una storia, ma quando il sole filtra tra i tralci e illumina la terra umida, viene naturale crederci. C’è davvero una luce speciale su questa collina una luce che sembra restituire vita a tutto ciò che tocca.

Innovazione e identità

All’interno della cantina, l’atmosfera cambia ritmo. L’acciaio lucido e i touchscreen che controllano le fermentazioni convivono con il legno delle botti dove maturano i rossi e l’unico bianco, il Trebbiano Spoletino, che affina un anno in rovere austriaco e due in bottiglia.

Il Montefalco Rosso DOC, nato nel 1979, non è una “versione minore” del Sagrantino, ma una denominazione autonoma, con un disciplinare preciso (Sangiovese 60-80%, Sagrantino 15-25%, altri vitigni rossi).
Il nonno di Paolo usava Cabernet Franc e Merlot; oggi, grazie alla consulenza dell’enologo Maurilio Chioccia, Paolo ha scelto di sperimentare: introduce il Refosco dal peduncolo rosso e il Tannat, varietà insolite per la zona ma capaci di donare acidità, colore e struttura. Il risultato è un vino più snello, elegante e verticale, che esprime il carattere di Montefalco con spirito contemporaneo.

La misura della qualità

Le vigne potrebbero produrre fino a 250.000 bottiglie l’anno, ma la famiglia Bartoloni ha scelto di fermarsi a 100.000. Una decisione controcorrente che privilegia la qualità, non la quantità.
Ogni grappolo è raccolto a mano, ogni fase seguita con cura artigianale e nella barricaia, immersa nel silenzio tra il profumo avvolgente del legno di Slavonia e dell’Allier, i vini riposano e respirano, trovando equilibrio e profondità nel tempo.

L’ospitalità: la voce del territorio

L’accoglienza è parte integrante del progetto Le Cimate. Nella sala degustazione panoramica, i visitatori vengono guidati da personale competente in un percorso che unisce racconto e assaggio.
Quando il vino arriva nel bicchiere, è come se la collina parlasse: ogni sorso racconta una sfumatura diversa della sua terra.

I vini degustati

  • “Dedicato a te” – Trebbiano Spoletino MC Brut Nature Millesimato 2021

(dosaggio zero, sboccatura prevista 06/2025)
Metodo classico sorprendente per identità e finezza. Profumi di pera Williams, fiori bianchi e agrumi, con un sorso teso e minerale. Lungo, elegante, autentico interprete del Trebbiano Spoletino in versione contemporanea.

  •  Trebbiano Spoletino DOC 2024

Giovane e vibrante, esprime la freschezza varietale del vitigno. Al naso fiori appassiti, pesca e mela; in bocca è rotondo, scorrevole, di grande equilibrio. Un bianco immediato e armonico, capace di conquistare al primo sorso.

  • Trebbiano Spoletino Superiore “Del Cavaliere Bartoloni” 2021

Un bianco di spessore e complessità. Profumi evoluti di humus e sottobosco, con un sorso pieno e strutturato. Il legno, perfettamente integrato, accompagna note di albicocca secca e frutta matura, per un finale elegante e persistente.

  • Montefalco Rosso 2022

Blend di Sangiovese (60%)Sagrantino (20%)Refosco (10%) e Tannat (10%), affinato 18 mesi in legno.
Profumi di frutti rossi e spezie dolci, tannini fini e una viva freschezza che rende il sorso dinamico e verticale. Un Montefalco Rosso moderno e coerente, firmato con mano sicura.

  • Montefalco Sagrantino 2018

Il cuore pulsante della degustazione.
Note di amarena, erbe aromatiche, tabacco e cioccolato fondente. In bocca è potente ma equilibrato, con una struttura imponente e un finale lunghissimo.
Un Sagrantino elegante e misurato, che dimostra quanto la forza possa convivere con la grazia.

  • “Macchieto” Umbria Rosso IGT 2018

Unione perfetta tra Sagrantino (50%) e Cabernet Sauvignon (50%).
Vino profondo e meditativo, con sentori di frutta matura, cacao e spezie scure. Denso e avvolgente, ideale da gustare con cioccolato fondente o da solo, in un momento di riflessione.

Un racconto che unisce memoria e visione

La degustazione firmata Giovanni Bartoloni è un percorso coerente e armonico, che attraversa le sfumature del Trebbiano Spoletino fino alla potenza del Sagrantino. Sette anni di affinamento raccontano una filosofia chiara: non avere fretta.
Il tempo, qui, è parte del vino stesso lo scolpisce, lo ammorbidisce, lo rende longevo. Paolo Bartoloni rappresenta la vera continuità della passione di famiglia per questa terra, che dona uve uniche, interpretando al meglio la tradizione in chiave innovativa.

A Sansepolcro debutta B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane

A Sansepolcro (Ar), nei giorni 25 e 26 ottobre 2025 all’interno dei saloni del Borgo Palace Hotel si è svolta la prima edizione di B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane. Oltre 100 produttori provenienti da tutta Italia, un parterre caratterizzato da prestigiose e affermate realtà vitivinicole del nostro Paese ed alcune valide emergenti.

Sansepolcro è una ridente cittadina in provincia di Arezzo, in Valtiberina, attraversata dal fiume Tevere, che si incunea tra le Marche, l’Umbria e l’Emilia Romagna. Nota per aver dato i natali a Piero della Francesca. Facilmente raggiungibile in auto, il luogo dell’evento è un hotel dotato di ampie sale meeting con ampio parcheggio.

Organizzato dal comune di San Sepolcro in collaborazione con AIS Toscana e aziende selezionate dal Wine Critic Luca Gardini, il programma è stato denso di masterclass ed iniziative nel centro storico.

Tanti i volti conosciuti ed alcuni assaggi memorabili di Toscana:

Bacicolo Toscana Rosso Igt  2022 Il Colombano di Santa Chiara – Cabernet Franc 100% – Rubino intenso,  sviluppa note di ribes, mirtillo, spezie dolci ed eucalipto, al gusto è vellutato,  fine, goloso e lungo.

Sassicaia Bolgheri Doc 2022 Tenuta Incisa della Rocchetta – Cabernet Sauvignon 85% e Cabernet Franc 15% – Rubino vivace, rivela sentori di frutti di bosco, amarena, violacciocca e spezie dolci; al palato scivola morbido, setoso e armonioso.

Guado al Tasso Bolgheri Doc Superiore 2022 Antinori – Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc,  Mere Petit Verdot – Rubino intenso, sprigiona sentori di frutti di bosco maturi, menta, vaniglia e polvere di cacao, avvolgente,  corrispondente e persistente.

Pugnitello Toscana Rosso Igt 2021 San Felice – Rubino profondo, libera sentori di frutti di bosco, cannella, tabacco e bacche di ginepro, al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lungo e saporito.

Galatrona Val d’Arno di Sopra Doc 2023 Petrolo – Merlot 100% – Rubino intenso, dipana sentori di di mora, mirtillo, tabacco e liquirizia, sorso ricco, avvolgente, coerente è persistente.

Vino Nobile di Montepulciano Docg Madonna della Querce 2018 Dei – Sangiovese 100% – Rubino brillante, rimanda a sentori di violetta,  amarena,  prugna e spezie orientali; al gusto è avvolgente con tannini nobili dalla chiusura lunga e duratura.

Brunello di Montalcino Docg 2020 Capanna – Bel rubino tendente al granato, i sentori richiamano la ciliegia,  sottobosco, viola appassita e liquirizia, in bocca risulta vellutato. Elegante, generoso e appagante.

Rosso di Montalcino Doc 2023 Col di Lamo – Bel rubino, richiama sentori di violetta, marasca, frutti di bosco e arancia sanguinella, al palato è piacevolmente fresco, saporito e corrispondente. 

Sergio Zingarelli Chianti Classico Gran Selezione Docg 2020 Rocca delle Macie – Sangiovese 100% – Rosso rubino con sfumature granato, le note spaziano dalla rosa, alla ciliegia con nuances speziate e balsamiche. Il sorso è ricco e suadente nonché persistente.

Montecristo Suvereto Docg 2020 Bulichella – Cabernet Sauvignon e Franc, Merlot e Petit Verdot – Rubino brillante, emana sentori di prugna, mora, arancia, liquirizia e polvere di caffè; sorso dinamico,  setoso e armonioso

Ricordi di un’estate al ristorante Caracol con i vini del Consorzio Tutela del Roero

L’avvicinarsi dell’inverno porta con sé la bellezza del foliage e quella malinconia tipica delle giornate di sole sempre più corte. Abbandonarsi ai ricordi dolci dell’estate è un toccasana per l’animo, ripensando ai tanti momenti di festa e di unione, nelle serate trascorse a parlare di cultura enogastronomica.

Ripensare ai tramonti sfuggenti del Caracol, ristorante gourmet sulla baia di Bacoli, ai piatti firmati da chef Angelo Carannante e alla proposta vini in abbinamento curata dal Consorzio Tutela del Roero è il paradigma ideale per comprendere le cose belle della vita.

Massimo Damonte, presidente del consorzio, racconta la storia di un territorio ancora da scoprire, posto nella parte sud del Piemonte: «In queste colline si fa vino sin dal 600 secondo gli scritti a noi pervenuti. L’Arneis, la varietà autoctona per eccellenza nel territorio, veniva proposto in versione dolce o per il Vermouth di Torino, fino al cambio di prospettiva ed alla valorizzazione della sua versatilità nelle tipologie spumante e secco».

I suoli derivano dai fondali subacquei preistorici, una delle ultime zone collinari riaffioranti dal mare. Ricco di biodiversità il Roero è una delle poche denominazioni italiane ad avere la menzione Docg sia per il bianco che per il rosso. Nelle Menzioni Geografiche Aggiuntive emerge la forte eterogeneità tra zona e zona, eliminati i declivi posti a fondo valle. Ben 19 i Comuni interessati lungo l’antica via del commercio che collega la regione con la confinante Liguria.

«Il 1436 è stato l’anno della svolta – prosegue Damonte – L’Arneis venne individuato tra i filari di Nebbiolo, veniva paragonato al moscato e come tale si poteva anche mangiare. Il nome deriva dalla collina di Renesio, luogo a maggior vocazione per la coltivazione dell’uva». I bianchi dimostrano la delicatezza dei sentori floreali e mediterranei e un’ottima spinta salina che li rende agevoli alla beva e pronti a resistere al tempo.

I rossi sorprendono per uno stile diverso del Nebbiolo proveniente dalla riva destra del Tanaro. Carattere energico dei tannini in gioventù, corroborati da spezie scure e buona balsamicità, nell’evoluzione diventano compagni insostituibili anche da semplice meditazione. Nei piatti di Angelo Carannante del Caracol, ristorante una stella michelin, il pescato selezionato e quel tocco sempre presente di erbe aromatiche, consentono abbinamenti stuzzicanti, fuori dagli schemi.

Come nei tubetti rigati, anemoni, ricci di mare, salsa di rafano e sconcigli o come nel riso carnaroli riserva San Massimo, salsa verde, gamberi e limone candito. Fresco e da tutto pasto l’Arneis spumante millesimo 2019 “RitaSté” di Tibaldi.

Versatile invece l’Arneis 2024 di Marco Porello, annata per nulla semplice e storico l’Arneis Riserva 2017 “7 anni” di Angelo Negro con tocchi di vaniglia e frutta tropicale che ne allungano il sorso. Sul finale il Roero 2001 di Monchiero Carbone a rendere indelebile una notte di mezza estate.

Sangiovese Purosangue: il cuore del Gallo Nero batte forte

A due passi da Piazza del Campo a Siena, negli eleganti ambienti del Ristorante Mugolone, si è tenuto Sangiovese Purosangue, evento ideato e curato da Davide Bonucci anima e patron di Enoclub Siena. Un appuntamento che si conferma non solo banco d’assaggio, ma rito identitario per chi vive e racconta il vino con passione e profondità.

Protagonista assoluto il Sangiovese, declinato questa volta nelle varie sfumature del Chianti Classico. Un viaggio sensoriale che ha attraversato colline, altitudini, filosofie produttive e annate, restituendo un affresco vivido della vitalità contemporanea del Chianti e del Chianti Classico.

I vini degustati: voci diverse dello stesso vitigno

Tra le tante aziende ed etichette in assaggio, ho avuto il piacere di concentrarmi su alcune interpretazioni che raccontano con autenticità il legame tra territorio e visione produttiva:

  • Monte BernardiPanzano in Chianti: Sangiò Chianti Classico 2022 e Sa’ Etta Chianti Classico Riserva 2022 – due vini che esprimono con energia e precisione la tensione minerale e la profondità del Sangiovese di Panzano.
  • Castello di MonsantoBarberino Tavarnelle, località San Donato in Poggio: Rosso 2021, Chianti Classico 2022, Riserva 2021, Il Poggio Gran Selezione 2020, Sangioveto 2019 – un viaggio nella classicità, tra eleganza e struttura. Timeless.
  • Isole e OlenaBarberino Tavarnelle: Chianti Classico 2022 e Cepparello 2022 – due espressioni che confermano la coerenza stilistica e la finezza di questa storica realtà.
  • Casagrande della QuerciaCastellina in Chianti: Fenix Rosato, Chianti Classico e Riserva – vini freschi e interessanti, brand ambassador Chiara Mecacci, giovane e appassionata produttrice che ha lasciato una carriera nel marketing di una multinazionale per dedicarsi allo sviluppo dell’azienda di famiglia. Un esempio virtuoso di ritorno consapevole alla terra.
  • RiecineGaiole in Chianti: Chianti Classico 2023, Riserva 2022, Gran Selezione Vigna Gittori 2021 – un trittico che conferma la vocazione verticale e vibrante di questa cantina. E Gaiole c’è tutta.
  • Podere TerrenoRadda in Chianti: Chianti Classico 2021, 2022 e Riserva 2021 – vini che parlano di bosco, pietra e tempo, con una coerenza stilistica che conquista.
  • Tenuta di CarleoneRadda in Chianti: Il Guercio 2023, Uno 2021, Chianti Classico 2023 – interpretazioni radicali e affascinanti, capaci di sorprendere per dinamismo e originalità. La Radda che eccelle.

Un racconto corale

L’evento ha visto la partecipazione di numerosi produttori provenienti da tutto, da Greve a Radda, da Gaiole a Castellina, in un dialogo continuo tra tradizione e sperimentazione. La cornice del ristorante Mugolone ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più intima e raffinata, in un’atmosfera di autentica condivisione.

Sangiovese Purosangue, da sempre, non è solo una degustazione: è un atto d’amore verso un vitigno che sa essere schietto e nobile, ruvido e carezzevole, sempre capace di raccontare la terra da cui nasce. Un evento che ogni volta rinnova il patto tra chi produce, chi racconta e chi ama il vino.

Si ringrazia per le foto il fotografo Andrea Moretti di Firenze.

Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)

Roma, I Colli Tortonesi di Sassaia sulle terrazze del centro storico

C’è un tratto di Piemonte che sembra parlare sottovoce. Non ha l’arroganza delle grandi denominazioni né la frenesia delle mete battute dal turismo del vino. È l’Alto Monferrato roccioso, minerale, essenziale. Ed è qui, a Capriata d’Orba, che la cantina Sassaia ha deciso di scrivere una storia nuova, fatta di tradizione e innovazione, di famiglia e di scienza, di Borgogna e di Piemonte.

Sassaia significa “letto roccioso”: un nome che è già un manifesto.

Una nuova generazione con radici antiche

Alla guida ci sono Enrico ed Ellen De Alessandrini. Lui, italo-americano figlio di un diplomatico italiano, ha valorizzato la proprietà ereditata in Piemonte. Mente tecnica e cuore agricolo, ha scelto una viticoltura rigorosa, di precisione. Ellen, ponte con il mondo, cura la comunicazione e la visione internazionale del brand. Insieme hanno costruito una cantina che non vuole imitare nessuno: vuole interpretare.

A completare la squadra c’è un tassello che racconta già la portata del progetto: Pierre Naigeon, enologo borgognone, custode di quella eleganza produttiva che ha fatto scuola oltralpe. Il risultato è un approccio moderno, libero da dogmi, ma rispettoso della terra: fermentazioni spontanee o non invasive, legno discreto, interventi tecnici essenziali.

Sassaia è un triangolo culturale: piemontese nel terreno, francese nel metodo, americano nella precisione dei dati.

I suoli compatti e ricchi di minerali donano una firma gustativa chiara: eleganza e verticalità nei bianchi, freschezza e struttura nei rossi. Non è un caso che il Timorasso – il grande bianco dei Colli Tortonesi – sia diventato la bandiera della cantina.

Una presentazione nel cuore di Roma

Per presentare questi vini serviva una cornice all’altezza.

Così, giovedì 26 ottobre, grazie alla impeccabile organizzazione di Elvia Gregorace, i calici di Sassaia sono arrivati a Roma, sulla splendida terrazza del Roof Top Lounge dell’Hotel La Lunetta, in Piazza del Paradiso. Una serata intima, elegante, con il tramonto che slittava dietro i tetti del centro storico.

Gli ospiti del mondo del vino hanno ascoltato direttamente la voce dei protagonisti: Enrico e la moglie Ellen, che hanno raccontato la cantina con la calma di chi non ha bisogno di slogan per emozionare. Solo verità agricole, precisione tecnica e una visione chiara.

Accanto ai vini, un percorso gastronomico studiato per accompagnarli con finezza:

• Bruschette fantasia

• Paninetto rustico con crema di melanzane, mozzarella e pomodoro secco

• Spiedino di zucchine profumate al timo e bufala

• Insalata di farro con verdure cotte al forno

• Tartufini di caprino alla frutta secca

Piccoli abbinamenti, precisi come i vini: sapidità, freschezza, consistenze. Nulla fuori posto.

Note di degustazione

Piemonte Bianco 2024

Il primo calice si apre con la delicatezza di un fiore. Giallo paglierino, riflessi dorati. Naso elegante di agrumi, fiori bianchi e una sfumatura balsamica di eucalipto.

In bocca equilibrio, una morbidezza iniziale che si trasforma in sapidità, con pera, pesca bianca, scorza di limone e minerale. Freschezza viva ma non tagliente, persistenza lunga.

Un bianco contemporaneo, rigoroso, cesellato.

Derthona Timorasso 2023

È il vino che racconta la roccia. Profumi di fiore bianco, scorza di limone e miele d’acacia. Poi la salinità, netta, che richiama la pietra calda.

Il sorso è tridimensionale, pieno, sapido, con limone, pesca bianca e mandorla nel finale.

Un Timorasso di sostanza e precisione: non chiama il sorso veloce, chiede ascolto.

Piemonte Dolcetto 2021

Rubino fitto, naso di frutta nera matura, violetta e spezie. In bocca è succoso, morbido, con mora, amarena e un tocco di pepe bianco.

Tannino gentile, quasi cremoso.

È un Dolcetto che non si nasconde dietro la rusticità: è pulito, equilibrato, elegante.

Monferrato Nebbiolo 2024

Rubino luminoso, trasparente. Profumi di ribes, lampone, ciliegia, poi cacao e violetta. Il grappolo intero regala una finezza aromatica sottile.

In bocca è nitido, verticale ma non severo: ciliegia croccante, liquirizia, spezie leggere.

Tannino giovane ma già in armonia. Un Nebbiolo moderno, cesellato, più elegante che muscolare.

Una promessa per il Piemonte di domani

Quando la notte romana è scesa sulla terrazza dell’Hotel La Lunetta, una cosa era chiara: Sassaia è una cantina giovane, ma già adulta. Non cerca il rumore, cerca la precisione. Non punta al colpo scenico, ma alla profondità. Racconta un Piemonte che sa evolvere senza tradirsi, che accoglie la scienza senza perdere la poesia. In un panorama di grandi nomi storici, Sassaia è una voce nuova, pulita, riconoscibile.

E forse è proprio qui la sua forza: far parlare un pezzo di terra pietrosa e silenziosa trasformandolo in vino che resta nella memoria.

La Vallée de la Marne a Bologna Champagne Experience 2025

“Champagne Experience” per l’ottava edizione non ha cambiato regione, bensì, città, trasferendosi da Modena a Bologna.

Il più grande evento italiano dedicato esclusivamente ad uno dei vini più rinomati al mondo, come lo Champagne. La location era all’interno degli ampi spazi di BolognaFiere, organizzato da Società Excellence, prestigiosa realtà che riunisce 21 importatori e distributori di vino italiani. In questa edizione sono aumentati notevolmente i visitatori e gli spazi espositivi. 

Ben 140 banchi d’assaggio di importanti maison e vigneron con la possibilità di degustare oltre 800 etichette. Un’occasione importante anche per incontrare molti produttori francesi presenti. L’evento è rivolto agli operatori professionali e all’ampio pubblico di appassionati.

Una kermesse ben organizzata e vini serviti sempre alla giusta temperatura. Il programma era ricco di interessanti masterclass per approfondire le peculiarità del territorio, di cui molte avevano registrato il sold-out. Le case produttrici suddivise in base alla loro appartenenza geografica, corrispondente alle diverse zone di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Una full immersion tra i produttori della Vallée de la Marne, comprensorio ove vengono allevate tutte le varietà da disciplinare e dove il Meunier resta il più diffuso.

Ecco alcuni assaggi

Meunier Apollonis Michel Loriot – Meunier 100%, 24 mesi sui lieviti, dosaggio: 8 g/l. Dorato brillante,  bollicina finissima, emana note di melone, pera, lampone, ribes, crostata ai frutti di bosco. Scivola fresco in bocca, saporito resta a lungo.

Cuvée n°743 Jacqueson – Chardonnay 1/3, Pinot Noir 1/3 e Meunier 1/3, 89 mesi sui lieviti,  dosaggio 0 g/l. Dorato luminoso, perlage duraturo, sprigiona sentori di frutta secca, agrumi canditi e pasticceria da forno; il sorso è verticale, pieno, appagante e molto persistente.

Cuvée Racines Blanc de Noirs Extra Brut Collard-Picard – Meunier 100% da vigne vecchie, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 3 g/l. Dorato luminoso, perlage finissimo, sviluppa note di frutti di bosco, scorza d’agrumi,  nocciola e pan brioche, il gusto è avvolgente, vibrante, sapido e di lunga durata.

Es ‘Sense Brut Demiere – Meunier 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Paglierino luminoso con riflessi dorati, perlage fine e incessante, al naso sprigiona sentori di frutti di bosco, rosa canina, pompelmo rosa e croissant. Al palato è fine e fresco, deciso, setoso e armonioso.



San Soufre Telmont – Chardonnay 70%, Meunier 30%, 108 mesi sui lieviti, dosaggio 1,7 g/l. Color oro brillante, bollicina sottile, rivela sentori di albicocca, pera, mandorla, burro e crosta di pane. Vibrante, composito, pieno, avvolgente e interminabile.

Le Chemins de Traverse Harlin Père et Fils – Pinot Noir 100%, 34 mesi sui lieviti, dosaggio 3,8 g/l. Tonalità giallo dorato, perlage fine e persistente, i sentori sono quelli di viola, mora, ribes nero e crostata di mirtilli. La freschezza ne stimola il lungo sorso.

Instinct Meunier Jeaunaux- Robin – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti, dosaggio 0 g/l. Paglierino brillante, bollicina fine, emana note di verbena, susina, frutti di bosco e pasticceria mignon. Attacco fresco e sapido, coerente, rotondo e inesauribile.

Brut Nature  Cuvée La Marquise Paul Berthelot – Chardonnay 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 0,4 g/l. Paglierino luminoso, perlage persistente, al naso arrivano note di banana. pesca, agrumi e gelsomino. Il sorso è rinfrescante, cremoso, armonioso e durevole.


Brut Cornalyne Dom Caudron – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti,  dosaggio 6 g/l. Giallo oro, bollicine finissime, libera sentori di fiori bianchi, cassis, mora e pan brioche. Al palato risulta vibrante, corrispondente, equilibrato e molto persistente.

IX. Millésime 2016 Autreau- Lasnot – Chardonnay 35%, Pinot Noir 65%, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Giallo oro brillante, perlage fine, al naso rimanda note di albicocca, croissant, miele e mandorla che ben si integrano con nuances agrumate. Saporito, verticale ed avvolgente, con finale decisamente persistente.

La Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2026 di Doctor Wine

Un periodo difficilissimo nella seconda metà degli anni ‘80, in seguito allo scandalo delle produzioni vinicole con metanolo, ebbe l’effetto di stimolare alcuni giornalisti e appassionati enogastronomici a creare dal nulla una guida ai vini d’Italia. Daniele Cernilli è ancor oggi il motore dietro la produzione di questo splendido libro che ogni anno, dal 1987, illustra gli areali vitivinicoli italiani e ne seleziona le produzioni migliori e più originali.

La “Guida” nasce assieme al Gambero Rosso nel contesto editoriale de Il Manifesto, ma se ne distacca già nell’anno successivo producendo la “Guida 1989” in seno alla Gambero Rosso Editore all’interno del Gruppo L’Espresso. Quell’anno è la svolta della pubblicazione in virtù della sponsorizzazione dal gruppo farmaceutico Sigma Tau, che produce ben sessantamila copie della guida e ne assicura il futuro. Cernilli è il fine analista del trio originario di produzione formato da Cernilli con Stefano Bonilli, giornalista economico, e Carlin Petrini, giornalista gastronomico — che creerà presto da ArciGola lo spin-off “Slow Food” ad illustrare il potenziale dirompente della cucina italiana in patria e nel mondo.

La Guida svolge da allora, anche grazie all’autonomia da Gambero Rosso acquisita nel percorso, una assidua ricerca delle produzioni vinicole emergenti da affiancare a solidi protagonisti affermati sui mercati internazionali. Cura del racconto del territorio, minuziosa descrizione dei processi produttivi in vigna e in cantina, racconti della storia — spesso intensamente familiare e ricca di aneddoti – dei produttori italiani più esigenti e identitari.

È a Roma all’Eur quest’anno, il 12 ottobre a Spazio Novecento, che Daniele Cernilli e la sua redazione presentano 92 tra le premiate cantine italiane meritevoli di inserimento nella “Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2026”. L’evento segue la presentazione tenuta a Milano a settembre.

La pubblicazione riporta accuratamente migliaia di referenze, descrivendole gustativamente grazie al lavoro del nutrito team di degustazione ufficiale: le valutazioni sono classicamente in centesimi, ma si presentano partendo da un breve racconto dell’azienda (con appendice speciale se “enoturistica”) che viene valutata in “stelle” da una a tre; si conclude col prezzo sul mercato (che concorre al premio “Miglior Rapporto Qualità/ Prezzo”) e una valutazione del “DoctorWine” ovvero Cernilli stesso, ad apporre una sua faccina se il punteggio eccede i 95/100 e merita un suo endorsement.

Il bello di questo incredibile, massivo lavoro di raccolta dati e notizie — attualmente prodotto anche in inglese e tedesco — è offerto dal l’assegnazione di premi speciali che mirano a far luce sullo stato della viticoltura italiana: sono le aziende, le persone e i loro progetti a raffigurare il momento propulsivo dell’intero comparto per l’anno in analisi. 

Partendo dall’Azienda dell’Anno, la selezione declina la qualità del lavoro di produttori per il Vino Rosso, il Vino Rosato, il Vino Bianco, il Vino Dolce e il Vino “Vivace” dell’Anno, a ricomprendere le macro-categorie di produzione, terminando con l’Esordio Vincente dedicato alla più eccellente new entry italiana sui mercati. Si conclude con award riferiti alle persone, alla loro vita dedicata alla produzione vinicola culminanti con il Winemaker dell’Anno e il riconoscimento “Una Vita per il Vino”.

Una menzione speciale per la lista “I Migliori Vini da Monovitigno” rende infine il perimetro dell’eccellenza produttiva in Italia.

Ultimo, un premio “Progetto Qualità” assegnato al protocollo Equalitas ormai adottato da una azienda su cinque in italia.

All’evento, atteso da quasi un migliaio di partecipanti, troviamo 18 delle venti regioni italiane rappresentate, tra gli elegantissimi banchi d’assaggio, a comporre un affresco di colori equamente distribuiti lungo lo stivale. 

In realtà la giornata è il terminale di un intero anno di comunicazione su diversi media, inclusi i social media che hanno garantito ai produttori visualizzazioni – specie dei video descrittivi del vino – fino a 75mila visualizzazioni. Il sito di DoctorWine in particolare offre le valutazioni di intere verticali di vini eccellenti. 

Tra le centinaia di referenze in degustazione, ecco una selezione di quelle apparse più originali – o classiche, ma superiori alla loro stessa reputazione.

Elena Walch “Beyond the Clouds” 2022: è una delle produzioni più originali dell’areale attorno a Termeno, offre un blend incentrato sullo Chardonnay ma impreziosito da Pinot Bianco e altre uve autoctone minori. Complessità fruttata e floreale intensa e vibrante, per un gusto lungo e sostenuto da rilevante acidità. Gastronomico eppure suadente per palati innamorati dell’inimitabile purezza di gusto alto-atesina.

Attilio Contini 1898 “I Giganti” 2023: non presente in guida (dove è premiato un suo vino più mainstream), è una originalissima elaborazione del blendaggio di Vernaccia al 70% e Vermentino al 30%. Privilegia l’intensità e il gusto di erbe aromatiche ad aprire una struttura sapida non comune e pregna di sentori di mandorle e fichi secchi, con finale altrettanto complesso di tabacco e sbuffi di cioccolato bianco. Originalissimo.

Antinori “San Giovanni della Sala” 2023: ormai una referenza identitaria dell’Orvietano, questo blend di Grechetto e Procanico aggiunge Pinot bianco e, sapientemente, un 5% di Viognier a garantire persistenza a un bianco dell’Italia Centrale ricco di corredo olfattivo e palatale, incentrato su pesche gialle e fiori di campo. Apprezzabile l’equilibrio pressoché perfetto, per una boccata soddisfacente e protesa alla gastronomia locale.

Villa Cordevigo “Gaudenzia” 2023: un Chiaretto di Bardolino accattivante e persuasivo per eleganza e suadenza di profumi. Siamo in Valpolicella ed è d’obbligo attendersi vini classici, ma questo Chiaretto, assieme all’omonimo della casa più giovane e orientato alla ristorazione, ha più di un appeal originale e garantito dal blend di Corvina, Rondinella e Molinara, ad attrarre i palati più fini: sentori di rosa e violetta si sposano a fragola e lamponi, circondati da sbuffi di note agrumate. Non marca un finale significativo, ma persiste grazie alla sapiente fattura della casa e a una vena minerale che ne accenta il delicato aroma. Imperdibile.

Moser “Tracce” TrentoDoc Riserva Extra Brut 2012: la sfida del metodo classico a 132 mesi è vinta a mani basse! Uno Chardonnay intenso e dal perlage finissimo, esuberante di fragranze di farine e crosta di pane variegato da sentori di menta e pietra focaia, accenti agrumati di limone e fiore d’acacia. È un Trento DOC, consegna ciò che promette: immediatezza di gusto e cremosità mista a palato lungo e rapida successione di sapori. Non se ne lascia un goccio al calice.

Berlucchi “Palazzo Lana” Extreme Riserva 2014: altra sfida, i 115 mesi di un metodo classico caratterizzato da un semestre in barrique. Il colore oro-rosa tradisce da subito la natura Blanc de Noir, dacché il Pinot Nero suggerisce subito al naso le sue note agrumate miste a frutto di polpa gialla. Fragranza di crosta di pane in ottimo equilibrio, distinta la persistenza. Where’s the party?!

Lunae “Cavagino” Vermentino 2022: i Colli della Lunigiana sono incantevoli e la loro prossimità marittima mista al terreno ricco di marna e argille offre un letto ideale al Vermentino. È una creazione cantiniera di tutto rispetto, fondata su un 60% fermentato in barrique. Grande bocca che conferma un naso sufficientemente complesso, ad offrire note di pesca gialla e agrumi in moderazione, lasciando i sentori di frutta tropicale a garantire un gusto ricco e lungo, reso elegante dal finale di erbe aromatiche e da una combinazione di note calde e saline. Bello e seducente.

Tenuta di Fiorano “Semillon” 2022: il Lazio è una regione vinicola ampiamente sottovalutata, ma esordienti come questo Semillon d’origine bordolese rendono giustizia alla sua vocazione per i vitigni che amano i terreni vulcanici. Un anno in botte piccola, tradizione antica, a offrire sentori di cera d’api, mela cotogna e frutta gialla avvolto da una delicata nota balsamica e da uno sbuffo di fieno. Davvero elegante alla beva, deciso e moderatamente persistente: la tecnica della elaborazione è raffinata, per un gusto elegante oltre le attese.

Velenosi “Rêve” Offida DOCG 2023: è un Pecorino classico e al tempo stesso originale, dove la sontuosità delle note floreali – spicca la ginestra – tipiche di accompagnano a note agrumate miste ad erbe aromatiche. Nell’equilibrio tra mineralità salina e nota calda, si apprezza il gusto composto e lungo, con un finale delicato di erbe e fiorellini di campo.

Livio Felluga “Terre Alte” Rosazzo DOC 2022: *in cauda sublimis* avrebbero detto le legioni romane accampate ai confini dell’odierno Friuli. Livio Felluga è l’intelligenza e la visione identitaria di una cantina che ha generato una storia vinicola ancora attiva grazie ai figli. Marco è l’autore di questo blend ormai canonizzato all’Abbazia di Rosazzo dove oggi hanno residenza fisica le loro botti. Un taglio geometrico fatto di 40% Sauvignon, 30% Friulano e 30% Pinot Bianco, per un anno sui lieviti autoctoni e una evoluzione in barrique per il solo Pinot Bianco. Complessità eccezionale, quasi indescrivibile completamente: frutti a pasta gialla, eccelle la susina, conditi da sentori di passion fruit ed erba medica. Corpo avvolgente e leggerissimamente squilibrato verso la mineralità – ma è un friulano vero, te lo aspetti… boccata salina e persistente per un’esperienza gustativa completa e dal finale classico persistente. Una cassa subito, please.

Lunae “Vermentino Nero” 2024 a Toscana IGT: La giovanissima età trasmette già al naso le esuberanti note floreali di timo e rosa canina, lasciando al gusto l’onere di apprezzare il corpo e la struttura assieme ai dominanti sentori di ciliegia e lampone. È un bellissimo giovane dal color rosso rubino intenso, in cui prevalgono per ora note calde e acidità, ma il cui tannino si accenna e si combina con mineralità salina esprimendosi più nel finale accompagnato da una leggera nota amarognola. Grande promessa.

Peter Zemmer “Pinot Nero Riserva Vigna Kofl” 2022: probabilmente tra i migliori Pinot Noir italiani, è la creazione che meglio rappresenta questa cantina sulla “Strada del Vino” che collega Bolzano a Trento. Intensità immediata, equilibrio gusto-olfattivo invidiabile per un composto di frutti di bosco e amarena con note di cioccolato e fragoline. La morbidezza è intatta dall’acidità, un tannino suadente accompagna il gusto molto elegante fino al finale senza grandi influenze da barrique francesi – dove affina per 12 mesi. 

Casale del Giglio “Mater Matuta” 2021: non si sbaglia a definire questo vino un “SuperLatium” perché l’elaborazione del Syrah di casa Santarelli vive da quarant’anni una progressione inarrestabile. 24 mesi di barrique di primo impiego mirano a stabilizzare l’equilibrio con il 15% di Petit Verdot che costituisce l’ispirazione bordolese di questo vino molto complesso e ricco di sensazioni olfattive e gustative, dal balsamico floreale accentato di spezie e pietra focaia, alla frutta gialla mista a ciliegia con una speziatura a tratti materica. Finale lungo ed elegantissimo, per palati esigenti.

Michele Chiarlo “Barolo Cerequio” 2021: quasi un vessillo per questa famiglia di vini celebratissimi in tutto il mondo, l’annata del Cerequio premiata rappresenta l’Accademia per la elaborazione di un Barolo. Corpo armonico e struttura equilibratissima s’impongono al gusto ricco ed espressivo di amarena e lamponi, annunciati da note olfattive dense di rosa e frutti di bosco. La speziatura è presente, le botti di rovere per 24 mesi lasciano un segno giusto, ma il gusto è tanto ricco di luce e slancio quanto il brillante rubino che lo colora. Finale moderato ma intenso per lunghezza.  

Giuseppe Cortese “Barbaresco Rabajà” 2022: un esemplare splendido e forse inarrivabile del suo territorio, questo cru di livelli mondiali ha nella sua complessità avvolgente il suo merito maggiore. Melagrana e ribes in un contorno etereo di lacca, accento di maraschino fin nel finale, e tannino essenziale alla struttura perfettamente equilibrata di un Barbaresco memorabile nella edizione 2021. Da collezione.

Fiorentino “Taurasi Riserva” 2020: un gusto amplissimo e lungo, tannico nobile eppur marcato, sono i tratti di un campione dell’areale di Taurasi nel quale l’edizione 2021 Riserva conquista il podio più alto. Un cru, annunciato al naso da sbuffi balsamici a introdurre una complessità di bacche e more e marasche, confermata al gusto che termina con accenti di fumi nobili e pietra focaia. Bel risultato per un’azienda giovane e sostenibile grazie all’indipendenza energetica. 

Siro Pacenti “Brunello di Montalcino Riserva PS” 2019: l’esperienza ilcinese di un degustatore metodico e gaudente porta a guardare a questo Riserva PS nella prospettiva identitaria più moderna e raffinata. Frutti rossi e pesca gialla creano le fondamenta per sentori speziati e balsamici, acuti di erbe officinali: una complessità che induce allo studio, per un cru da viti settuagenarie che risulta un pò severo, dai 36 mesi in barrique, ma estroverso e godibilissimo per morbidezza e lunghezza dei tannini.

Vietti “Barolo Lazzarito” 2021: nel più classico dei terroir dove è prodotto il Barolo, emerge per modernità un Nebbiolo elaborato in botte grande per 30 mesi, equilibratissimo e distinti per l’armonia gusto-olfattiva tra i fiori scuri e l’erbaceo rispetto alla polpa di prugne nere a distinguere l’intensità delle percezioni. Tannini di classe assoluta, un gusto schiettamente nobile e magistralmente persistente senza alcuna perdita di equilibri tra i formanti. Annata memorabile.

Un viaggio tra gusto ed eleganza da Bellavista con Longo Speciality

Nel territorio collinare della Franciacorta, situato nell’entroterra del Lago d’Iseo, l’evento esclusivo che ha celebrato l’eccellenza enogastronomica italiana. Protagonista della serata è stata Longo Speciality, punto di riferimento nel mondo delle specialità gourmet, che ha scelto Bellavista, nota per la produzione di Franciacorta di alta qualità, quale sede dell’iniziativa.

Fondata nel 1961 da Consiglio e Carla Longo, Longo Speciality è oggi una delle realtà italiane più riconosciute nel settore dei regali enogastronomici aziendali di alta gamma. Nata come impresa familiare, l’azienda ha saputo evolversi nel tempo, mantenendo salde le proprie radici e allargando il proprio campo d’azione.

Giunta alla terza generazione, si distingue non solo per la qualità dei prodotti selezionati, ma anche per la capacità di innovare. L’azienda ha sviluppato una solida rete di export e un canale e-commerce dedicato alla vendita di specialità alimentari e vini italiani, portando l’eccellenza del Made in Italy in tutto il mondo.

Tra le iniziative che hanno segnato il percorso dell’azienda, spiccano la fondazione dell’Enoteca Longo a Legnano nel 1983, oggi punto di riferimento per gli estimatori del buon bere, e la creazione della guida “Fuoricasello”, un progetto editoriale che valorizza le eccellenze gastronomiche italiane situate nei pressi delle principali arterie autostradali.

A testimonianza della sua storia e del suo legame con il territorio, Longo Speciality ha creato lo Spazio Longo, un vero e proprio museo d’impresa situato nella cantina originaria di San Giorgio su Legnano. Qui, tra documenti, oggetti e racconti, si ripercorre il cammino di un’azienda che ha fatto della passione per il gusto e della cura per il dettaglio il proprio tratto distintivo.

Lo Spazio Longo non è solo un tributo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, grazie al coinvolgimento della terza generazione – Andrea, Cecilia e Giulia – che porta avanti con entusiasmo e innovazione l’eredità di famiglia.

C’è un legame chiaro e coerente tra la passione per il gusto e la cura del dettaglio che da sempre caratterizzano l’azienda Longo, e l’eleganza della cantina Bellavista. L’esperienza della serata prende il via proprio qui.

La visita alla cantina inizia con il racconto della visione ambiziosa di Vittorio Moretti, patron di Bellavista, e della sua instancabile ricerca della perfezione. Tutto è cominciato con pochi ettari di terra, una casa immersa nel verde e una piccola cantina accanto. Un progetto nato dal desiderio autentico di creare un vino da condividere con gli amici, in un’atmosfera familiare. Ma quel sogno, semplice e genuino, ha presto preso il volo.

La svolta arriva con i viaggi in Francia, dove Moretti entra in contatto con una cultura enologica profonda e radicata. In quei luoghi, il vino non è solo prodotto: è parte integrante della vita, della storia, dell’identità. Qui si apprende dai grandi maestri, si visitano cantine leggendarie, si respira un’aria nuova che ispira e trasforma.

Nel 1981 l’incontro con l’enologo Mattia Vezzola dà vita a uno stile unico, basato su tradizione e innovazione. Vezzola contribuisce a definire il profilo sensoriale dei vini Bellavista.

Questa visione, nutrita da esperienze internazionali e da un profondo rispetto per il territorio, prende forma concreta nel lavoro quotidiano in cantina. È qui che la filosofia Bellavista si traduce in pratica, a partire dalla cura meticolosa della produzione. La visita prosegue infatti tra le vasche di fermentazione, dove ci viene raccontato il processo di raccolta manuale delle uve, la selezione dei grappoli migliori e l’evoluzione delle tecniche di vinificazione.

La visita prosegue e scendiamo nella bottaia, uno degli ambienti più suggestivi della cantina. Qui ci vengono spiegate le differenze tra i materiali utilizzati nel tempo e le tempistiche di riposo a seconda della tipologia di vino. Percorriamo le gallerie storiche, scavate nella roccia e dedicate al riposo del vino. Qui, l’ambiente è fresco, silenzioso e perfettamente organizzato: migliaia di bottiglie sono disposte ordinatamente, suddivise per annata e tipologia.

In queste gallerie si svolge anche il remuage, il processo che consiste nel ruotare manualmente le bottiglie per far depositare i sedimenti nel collo. Mentre molte cantine hanno automatizzato questa fase, Bellavista continua a eseguirla a mano, mantenendo viva una tradizione che contribuisce alla qualità finale del prodotto.

Concludiamo la visita con un aperitivo, è il momento di degustare Alma Assemblage 2 Pas dosè.

Questo vino rappresenta al meglio il patrimonio vitivinicolo di Bellavista, un perfetto equilibrio tra tradizione, qualità e identità locale. Un perlage fine e persistente, con bollicine cremose e vivaci. Sentori di agrumi, zenzero e note minerali. Equilibrato al gusto, con aromi di cedro, limone ed erbe aromatiche. Una lunga persistenza.

La serata prosegue con la cena gourmet. È l’occasione perfetta per continuare a scoprire il legame tra i vini Bellavista e l’alta cucina, in un contesto che valorizza il territorio e la qualità. Cena curata nei minimi dettagli dal catering Arte del Sapore con i piatti del ristorante stella Michelin Acqua di Olgiate Olona, dove ogni piatto è stato ideato per abbinarsi al meglio con i vini della cantina:

  • Flan di porcini alle erbe di campo, Chutney di zucca, robiola tre latti abbinato al Brut Teatro Alla Scala 2020. È tra le etichette più rappresentative di Bellavista, espressione del suo stile raffinato. Alla vista si presenta con spuma fine e persistente, colore giallo paglierino intenso. Al naso emergono note minerali, agrumi, vaniglia e mandorla. Al palato è fresco, vivace, con un finale cremoso e minerale, elegante e pulito.
  • Ravioli al pomodoro secco, salsa al guanciale e ricotta salata accompagnati dal Franciacorta Rosé, questo Rosé è la declinazione intrigante e seducente del celebre e tradizionale spumante Bellavista, capace di unire la freschezza delle grandi bollicine alla delicata ma intensa struttura del Pinot Nero.
  • Controfiletto di cervo, jus ai mirtilli, purea di topinambur e pepe rosa con il Toscana IGT Merlot Quercegobbe, Rosso rubino intenso. Al naso spiccano frutti rossi, spezie e note balsamiche di mirto ed eucalipto. Al palato è elegante, fresco e sapido, con un finale lungo e armonioso.
  • Pera cotta all’hibiscus, mousse alle vinacce, polvere di sambuco incontra il Nectar. Demi-Sec da sole uve Chardonnay, provenienti da 30 vigneti collinari. I grappoli, appassiti in pianta, fermentano in parte in piccole botti di rovere. Dopo 4 anni di affinamento, il vino si presenta con profumi di frutta candita, miele e fiori. Al palato è morbido, cremoso e avvolgente.

Grazie alla sua profonda conoscenza del territorio e alla passione per l’eccellenza, Longo Speciality ha dato vita a un evento che ha saputo valorizzare le tradizioni locali, l’arte dell’ospitalità e il piacere dello stare insieme. Un’occasione speciale che ha messo in luce il meglio della cultura enogastronomica italiana, lasciando un ricordo vivido e confermando il ruolo centrale dell’azienda nella promozione del bello e del buono.

Un ruolo che trova la sua espressione più autentica nella capacità di trasformare questa ricerca di eccellenza in un linguaggio universale: quello del dono. Ogni confezione, ogni selezione, non è soltanto un insieme di prodotti scelti con cura, ma un gesto pensato per creare legami, emozioni e memoria condivisa. È in questa capacità di rendere il regalo un’esperienza che Longo trova la sua cifra più autentica e unica.

Prosit!