Cantine del Notaio, l’animo eclettico dell’Aglianico del Vulture

Giuratrabocchetti è il cognome più lungo d’Italia: quello di Gerardo, agronomo, enologo, notaio mancato, sfuggito alla carriera paterna e al cosiddetto nomen omen a cui però ha legato la sua azienda vitivinicola Cantine del Notaio.

Nell’appuntamento di gennaio di Banca del Vino, presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca a Melito (NA), è stata ospite la Basilicata con la cantina che per prima ha puntato sulla valorizzazione dell’Aglianico del Vulture.

Gerardo si è raccontato anzitutto come uomo: prima la laurea in Scienze Agrarie, poi la brillante carriera universitaria e di ricercatore, infine la consulenza per diverse aziende zootecniche e la creazione del primo laboratorio di genetica molecolare in campo zootecnico del Sud Italia. Ma non era questa la sua strada, lo sentiva dentro.

A quarant’anni, nel pieno di una crisi profonda, mentre passeggiava nella vigna lasciatagli in eredità dal nonno di cui porta il nome, ne sente la voce che gli indica il suo destino nel mondo vino. È il 1998 e insieme alla moglie Marcella fonda Cantine del Notaio. Per essere precisi un notaio in famiglia c’è: è Consalvo, padre di Gerardo. Unico in una famiglia di contadini a cui è stata data la possibilità di studiare, ha dedicato la propria vita a ricostituire le risorse per rimettere in sesto l’azienda zootecnica del suocero e del progetto vinicolo del figlio non ne ha voluto proprio sapere.

Gli elementi per l’ennesimo storytelling sembrano esserci tutti: la chiamata all’avventura, la storia d’amore, il conflitto familiare. Ci troviamo al cospetto di un vulcano attivo, il Vulture, ben 1326 metri d’altezza a 150 chilometri di distanza dal mare. Nell’ultima eruzione, circa 132 mila anni fa, i depositi di ceneri hanno generato una roccia porosa tufacea che caratterizza il suolo di questo territorio. Gerardo spiega come non sia solo ciò a definire il carattere di un vino, bensì la combinazione di diversi fattori fisici che, sottoponendo la pianta a una stress moderato, ne determinano la reazione.

Il tufo vulcanico è in grado di assorbire acqua d’inverno e rilasciarla durante l’estate torrida, “allatta” le vigne; l’altitudine espone i filari a brezze di mare e di terra, oltre a garantire escursioni termiche nell’ordine dei venti gradi. La vigna reagisce a questi fattori peculiari del territorio, attraverso un corrispondente sviluppo dell’apparato radicale e di conseguenti polifenoli. In tal senso il carattere dell’Aglianico del Vulture è così diverso da quello dell’Aglianico irpino in stile Taurasi da aver fatto credere a lungo che si trattasse di un clone o addirittura di una varietà diversa di uva.

Oggi la scienza – prosegue Giuratrbocchetti – ha scoperto che si tratta del medesimo frutto, semplicemente espressione di areali differenti. Varietà a raccolta tardiva, di forma conica allungata, mediamente spargolo e ricco di pruina, è caratterizzato da tannini fortemente pronunciati. Giocando con i tempi di maturazione delle uve e sfruttando il gradiente di macerazione sulle bucce, Gerardo è riuscito a creare vini diversi da un unico vitigno.

La Degustazione

Cantine del Notaio si estende su 50 ettari di vigneti in cinque diverse contrade (Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra) i cui suoli diversificati hanno in comune la combinazione di strato tufaceo e il microclima ottimale per l’Aglianico. Cantine del Notaio produce circa 580 mila bottiglie all’anno su 18 diverse etichette.

Durante la degustazione abbiamo avuto l’occasione di mettere a confronto tre diverse etichette che prevedono la vinificazione in purezza dell’Aglianico del Vulture. Abbiamo iniziato con La Stipula VSQ 2016, raccolta uve nell’ultima decade di settembre e macerazione per un solo giorno. Fermenta in acciaio, rifermenta poi in bottiglia e sosta sulle fecce per 48 mesi. Dosaggio zero. Il risultato è uno spumante color rosa antico dai riflessi brillanti, di bollicina medio fine, dai tipici sentori di erbe aromatiche – tra tutte il rosmarino –  e note fumée che ritornano anche al sorso di piacevole cremosità.

A seguire, la verticale de Il Repertorio Aglianico del Vulture DOC nelle annate 2020 – 2018 – 2017 e 2015. Qui la vendemmia si sposta tra la seconda e la terza decade di ottobre, mentre la macerazione è di dieci giorni. Seguono fermentazione in acciaio e maturazione in tonneaux di rovere, oltre affinamento in bottiglia. Il confronto ci ha permesso anche di valutare l’evoluzione nel tempo: la 2020 è centrata su sentori fruttati di ciliegia e spezie dolci; il tannino fine si intreccia in un sorso succoso e rotondo che chiude nuovamente sul frutto. La 2018 si evolve su un naso più scuro e compatto, in cui prevale il frutto di bosco in confettura mentre al palato risulta verticale, scattante, equilibrato. Ancora un’ottima freschezza per la 2017, di naso e palato sicuramente più distesi, in cui iniziano a emergere sentori evoluti, balsamici e di sottobosco, mentre la 2015 mostra un carattere decisamente maturo e compiuto, con note di cuoio e fungo all’olfatto, e un palato denso dove spicca preponderante la sapidità.

Di marcia diversa, invece, La Firma Aglianico del Vulture DOC 2015, frutto di una maturazione più avanzata e di macerazioni più lunghe.  In questo caso infatti la raccolta delle uve avviene nella prima decade di novembre, mentre la macerazione dura venti giorni. Segue fermentazione in acciaio, maturazione in carati di rovere, affinamento in bottiglia. Il naso profuma di frutta sotto spirito, liquirizia, chiodi di garofano, con tocchi balsamici e di tabacco, il sorso si espande in bocca, si struttura in un tannino ben cesellato e chiude su tostature di cacao.

CANTINE DEL NOTAIO

Via Roma 159

Rionero in Vulture (PZ)

L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Una piccola realtà vinicola sui Castelli Romani: Azienda Agricola Le Rose

A due passi dai laghi vulcanici di Nemi e Albano, lungo la via Appia Vecchia che congiunge Velletri a Genzano, si trova l’Azienda Agricola Le Rose. Nata nel 2003 prende il nome dalla strada poderale che attraversava la proprietà, rigogliosa di cespugli di rose.

Con la vendemmia del 2006, la cantina di Cataldo Piccarreta è stata la prima realtà vinicola in Lazio ad aver ridato piena dignità alla coltivazione del vitigno Fiano, qui presente fin dall’antichità e perfettamente a suo agio sui terreni a matrice tufacea.

Oggi Le Rose conta ben otto ettari e mezzo di vigne, tra Fiano, Malvasia Puntinata, Bombino Bianco, Grechetto, Verdicchio, Petit Manseng, Cabernet Sauvignon e Cesanese; produce una media annuale di circa 50 mila bottiglie, suddivise su sette etichette, avvalendosi della consulenza enologica di Luca D’Attoma.

Biologici da sempre, tutte le etichette escono sul mercato come IGP Lazio avendo scelto sin da subito di imprimere una propria identità al di fuori dei disciplinari Castelli Romani e Colli Lanuvini.

I vini subiscono il medesimo processo di sviluppo, con tempistiche diverse a seconda del vitigno: chiarifica del mosto a 6° per esaltare i caratteri di finezza ed eleganza, fermentazione in acciaio, e successivo passaggio prima in botti da 20 ettolitri, poi in vasche di cemento; affinamento in bottiglia.

La più recente novità aziendale è stata l’apertura – in piena epidemia Covid – del ristorante, con lo scopo di valorizzare i prodotti, in abbinamento a una cucina regionale rivisitata. Un’ampia sala, minimal negli arredi, accogliente e luminosa grazie all’effetto serra delle grandi vetrate affacciate sulle vigne e sul terrazzo, teatro in estate di eventi serali a sfondo musicale. Si scorgono in lontananza, a circa venti chilometri, il mare e le Isole Pontine, tutte ben distinguibili, tranne Ventotene, coperta dal promontorio del Circeo.

Abbiamo avuto l’occasione di degustare le proposte del ristorante, in abbinamento ad una piccola selezione vini. In cucina lo chef Simone Marotti prepara piatti stagionali e ci spiega che il menù, basato su materie prime a chilometro zero, cambia quasi mensilmente. Oltre al vino, anche olio, pane e pasta, così come molte erbe aromatiche e ortaggi provenienti dagli orti sempre di proprietà.

Il coregone del lago di Nemi diventa antipasto sfizioso nella sfera con salvia fritta, mostarda di vino e frutti rossi mentre le puntarelle alla romana accompagnano il carpaccio di manzo marinato al ginepro, con scaglie di pecorino romano DOP.

Tra i primi risaltano gli spaghettoni con carciofi alle tre consistenze, menta e pecorino romano DOP, gli gnocchi di zucca alla romana su pecorino romano DOP e granella di nocciole tostate, le mezzemaniche al ragù di pesce di lago con olive e capperi, ma non deludono i grandi classici della cucina romana, come la pasta alla carbonara.

Il filetto di coregone ritorna tra i secondi in una versione rivisitata del saltimbocca alla romana, qui servito con prosciutto crudo di Bassiano e gel di melograno; mentre la guancia brasata al Faiola rosso è di bufala della pianura pontina, per ottenere una consistenza più morbida e delicata.

In abbinamento abbiamo degustato tre etichette: Colle dei Marmi IGP Lazio Fiano 2022, che esce a due anni dalla vendemmia e profuma di caramella d’orzo e miele d’acacia, buccia di mandarino ed erbe aromatiche, il sorso, tondo e avvolgente ma al contempo agile, fa a braccetto con il pesce. La Faiola IGP Lazio bianco 2022, blend di bombino, grechetto e verdicchio, è pungente nel naso di mela golden e zest di limone, spruzzati di pepe bianco e cardamomo, fresco e sapido in bocca è il compagno ideale della crocchetta di maiale nero sfilacciato.

Infine Tre Armi IGP Lazio Rosso 2023, unione tra Cabernet Sauvignon e Cesanese, ricorda il cassis e l’eucalipto, con radice di liquirizia e foglia fresca di tabacco; in bocca il sorso ancora teso, di beva piacevole e tannino finissimo, incontra bene la guancia di bufala.

Piccola curiosità finale: tutte le etichette dei vini sono la riproduzione di disegni presentati nel 1977 all’esame di maturità artistica dalla moglie di Cataldo.

AZIENDA AGRICOLA LE ROSE

Via Ponte Tre Armi, 25

00045 Genzano di Roma (RM)

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.

Un giorno a Sorbara, tra nebbia e Lambrusco

Cantava Ligabue la celebre Lambrusco & Pop Corn, osannando quella vita da vivere che solo chi nasce in Emilia può realmente capire. I nostri passi in giro per l’Italia ci hanno condotto nella terra patrimonio dell’enogastronomia, dove il tempo scorre lento, specie nella stagione invernale dominata dalla nebbia della “Bassa” Padana.

Ci sarebbe da approfondire anche la linea morbida e sottile dei crinali pre-appenninici che pochi si aspettano nell’immaginario collettivo. La morfologia dei terreni emiliani, infatti, è piuttosto variegata e articolata, suddivisa per vallate parallele ricche di corsi d’acqua, vassalli dell’aristocratico fiume Po. In pianura, dove sabbie e limo la fanno da padrone (qui c’era il mare pliocenico), l’estate toglie il fiato dall’afa e in autunno inoltrato una sottile coltre di bruma fredda ricopre i campi, quasi a volerli conservare in letargo fino alla rinascita primaverile.

A Sorbara (MO) si respira la stessa aria genuina dei paesini dell’Emilia menzionati nei racconti di Guareschi: le sanguigne diatribe tra visioni politiche e sociali diverse, tra persone che sanno tutto l’uno dell’altro ma che sono disposte persino a rinunciare alle beghe familiari e ai campanilismi dandosi una mano nei periodi difficili. Il tempo per discutere animosamente ci sarà sempre, magari davanti a un bicchiere di buon Lambrusco o “Lambrosc”, come viene chiamato da queste parti. Poco importa delle alterne vicende che ha vissuto uno dei vini più storici d’Italia, prodotto da vitigni ancestrali, imparentati a modo loro con le antenate viti selvatiche. Il vino italiano più venduto all’estero per volumi e che negli anni ’80 veniva ricordato per le grandi Cooperative Vitivinicole e per l’estroso esperimento della lattina d’alluminio, per fortuna rapidamente accantonato.

Un giorno non basterebbe per comprendere l’arcano mistero che lega un popolo all’uva e alle tecniche scelte per vinificarla al meglio, in sincronia con la gustosa e variegata cucina regionale; proveremo comunque a raccontarvi due realtà divenute faro nella produzione vitivinicola modenese. Sono distanti appena 4 km, giusto il tempo di raggiungere Bomporto dal punto iniziale di partenza, ma entrambe hanno scritto la storia di una fra le 14 varietà di Lambrusco iscritte a Registro: il Lambrusco di Sorbara.

Cantina della Volta conta ben 4 generazioni, dal fondatore Francesco Bellei nel 1920 al nipote Christian Bellei che l’ha ripensata nel 2010, ricoprendo anche la carica di enologo aziendale. In mezzo alterne fortune tra acquisizioni di poderi, vendita del marchio storico e rinascita col nome Cantina della Volta, a ricordare i bei tempi quando il naviglio di Bomporto era usato per il cabotaggio fluviale e le barche dovevano effettuare una sorta di volta per riprendere la navigazione.

Il ritorno in pista nasce dalla passione smisurata di Christian per le bollicine Metodo Classico, supportato nell’impresa da una cordata di amici volenterosi. Tre gli storici conferitori che li hanno seguiti, con un rigido protocollo che prevede selezione dei grappoli migliori e raccolta rigorosamente a mano. La grande acidità del Sorbara esaltata dalla lavorazione e dalla scelta di non seguire la tradizione del rifermentato naturale in bottiglia se non per 2 sole etichette.

Relativamente basse le rese per una pianta che soffre di acinellatura spontanea e richiede, all’interno dei filari, la presenza del Lambrusco Salamino a fungere da impollinatore. La struttura del mosto fermentato è delicata, così come la presenza alcolica; il resto lo fanno le lunghe soste sur lie variabili fino da pochi mesi fino ad un massimo di 96 totali.

La Volta Frizzante 2023 vuol essere un omaggio alle usanze locali, senza però il residuo delle fecce in vetro. Nota di violetta e lampone, per un prodotto che educa l’inesperto ad entrare nel mondo Lambrusco. Rimosso segue la filosofia del precedente, questa volta con i lieviti sul fondo. Maggior corpo e prettamente gastronomico.

Brutrosso 2023 sostava 36 mesi sui lieviti fino all’anno scorso. Adesso il tempo si è ridotto a 9 mesi complessivi, rappresentando l’upgrade dell’etichetta La Volta con note fragranti di ciliegia, lampone, melagrana e un accenno finale di idrocarburo.

Veniamo ai pezzi da novanta, con il premiatissimo Rosé 2019, appena 3 ore di macerazione sulle bucce. Riesce ad essere internazionale e mediterraneo in un unico sorso, anche se ti fa dimenticare il luogo d’origine. Sarà un bene?

Il Cristian Bellei Millesimato 2016 è la novità voluta nel Disciplinare di produzione: la versione Lambrusco di Sorbara Bianco. Cantina della Volta lo realizzava però, sin dalla vendemmia 2012. Bellei cerca di capire come arrivare nel cuore dell’acidità del varietale e lo fa con tanta sperimentazione e con fermentazione malolattica indotta, che copre solo in parte le forti spinte officinali del prodotto. Seguono scie agrumate unite a zagare fresche ed una salivazione quasi dirompente all’assaggio. Obiettivo centrato!

Terminiamo la prima parte dell’articolo con il D.D.R. 2015 da ben 7 anni sur lie. Vigneto allevato con sistema Bellussi, ormai in disuso perché difficile da meccanizzare. Il colore molto tenue degli altri campioni qui si rivela più fitto e scuro con un tannino percepibile in chiusura. Realizzato finora solo in 2 annate: completamente fuori dagli schemi, guarda dritto verso i cugini d’Oltralpe.

Di Alberto Paltrinieri, invece, vogliamo narrare della dolcezza e della profondità d’animo di un uomo che ha saputo scegliere, con passione, di mantenere viva la tradizione del nonno Achille, che nel 1926 aveva deciso di fare vino da solo. Al Cristo di Sorbara le vigne parlano di famiglia, del sacrificio profuso negli anni, anche quando il Covid bloccava i maggiori traffici commerciali, piegando in ginocchio tante attività del Bel Paese.

I Paltrinieri non si scoraggiano e anzi si rimettono in gioco con un progetto di beneficenza nato per caso, su approvazione dell’enologo Attilio Pagli: un Metodo Solera perpetuo da Sorbara in purezza. Tutti i fornitori della filiera hanno contribuito regalando i materiali con i quali comporre delle box dedicate, i cui proventi sarebbero stati devoluti al Banco Alimentare. Un volano del cuore, che ha consentito, attraverso i canali di vendita online, di aiutare i più bisognosi e parimenti di azzerare le scorte delle altre tipologie di vino imbottigliate, evitando ingenti perdite di bilancio.

LARISERVA 2022 è stato il primo Lambrusco di Sorbara in purezza, concepito nel lontano 1998. Circa 20 ettari vitati, con rese ridotte ad appena 80/90 quintali per ettaro. La 2022 parla di agrumi gialli, lime e cedro su sbuffi balsamici stuzzicanti.

LECLISSE 2023 vira verso essenze di lampone maturo, da caramella succosa, ma con una grande scia sapida sul finale di bocca. Il “CRU” dal vigneto Al Cristo di 15 ettari, sublime e gastronomico.

RADICE 2022, lo stile modenese del rifermentato naturale in bottiglia col fondo. Colpisce per sfumature da tè, pompelmo, rosa canina ed erbe mediterranee. In etichetta l’immagine del vecchio mappale del toponimo Il Cristo dove ha sede la casa e la cantina Paltrinieri. Straordinario e versatile (anche per il sushi ad esempio), dipende se versato intorbidito o limpido.

GROSSO è il Metodo Classico elegantissimo, dalla bollicina fine e vispa, dove il Sorbara riesce a trovare un punto d’equilibrio dimenticando il passato rustico, quando veniva intrecciato ad altre varietà poco appaganti a volte per un mero bisogno di far numeri. Alberto ne domina l’acidità con un misurato tempo a contatto con i lieviti. Da manuale.

SOLCO 2023 per dare il valore che merita ad un compagno inseparabile come il Lambrusco Salamino, questa volta protagonista in purezza. Accattivante per le sfumature di mirtillo e mora selvatica, unite a struttura e una lieve nota calorica tali da renderlo abbinabile a molti piatti della cucina emiliana.

Il tempo stringe e la promessa fatta è quella di tornare a dare voce ad un areale fiero del proprio passato, che sa guardare al futuro cercando di proporre solo e sempre qualità… e tanto piacere di beva.

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Osteria Arbustico

Se ci si interroga su quale possa essere la vera anima del Cilento non si può dimenticare il mitologico Giano Bifronte, sia per lo sguardo rivolto tra passato e futuro, sia per la dualità delle componenti oggetto di rielaborazione in cucina: la terra e il mare.

Esiste un Cilento mondano, turistico, dove il pescato regna indiscusso a tavola ed un Cilento dell’entroterra, aspro, selvaggio, ancora poco conosciuto se non agli abitanti di questi luoghi intrisi di storia e bellezza. Anche Cristian Torsiello ha compiuto il suo percorso professionale guardando ad entrambi i lati della gastronomia. Partito da Valva con il fratello Tomas, ha poi proseguito da solista con Osteria Arbustico, una Stella Michelin, nella vivace e “continentale” Capaccio-Paestum, crocevia di popoli e tradizioni.

E proprio di ricette dal tocco sensibile ed elegante, nel rispetto dei canoni del luogo d’origine si parla nei piatti di Cristian. Il garbo di un locale in stile modernista, dove i colori assumono i tratti minimalisti da calma apparente, prima della tempesta d’emozioni regalate dallo staff di Osteria Arbustico. In sala il capo sommelier Salvatore Russo sa accompagnarti nel percorso con idee mai banali, scelte tra le tante proposte della lista vini.

Due i menu degustazione, Entroterra e Tanagro, rispettivamente da 3 e 10 portate e, molto apprezzabile, con un prezzo a misura di portafoglio tra 75 e 110 euro. Possibili le combinazioni e contaminazioni aggiuntive o intercambiabili direttamente alla carta.

Stuzzicanti e marini gli amuse-bouche tra tartellette, fragole, sedano, kombucha di pomodoro, zeppoline con crema di porcini e wafer al pâté di fegatini.

Infinitamente buono il carpaccio di pomodoro con olive, capperi ed una knell di sorbetto al peperoncino verde. La croccantezza viene giocata proprio dalla bassa temperatura del sorbetto, i sapori risultano in perfetto equilibrio.

La crespella di lenticchie con ragù alla genovese, tartare di manzo e midollo rasenta il sublime per la danza perfetta tra sensazioni vegetali e parti salate. Un piatto di grande tecnica applicata alle connotazioni più identitarie della Campania.

Lo spaghetto allo zafferano ha contribuito al recente riconoscimento, da parte della Guida Ristoranti Gambero Rosso, quale migliore proposta di piatti di pasta, sponsor Pastificio dei Campi. Una signature storica di chef Torsiello, ideata partendo da tre brodi differenti per cuocere la pasta. Densità e gusto in un unico quadro delicatissimo.

Le lumachine cotte con miso di pinoli in salsa e l’agnello in tre parti fatto al forno con cenere da carboni vegetali, risulta saporito e gustoso come veniva cucinato dalle massaie del passato.

Finale su meringa di rapa rossa con namelaka al rosmarino e cioccolato bianco su composta di ciliege. Delicato, semplice e avvolgente.

Segue una morbida fetta di torta brioche, da servire a scelta con gelato alla vaniglia, salsa al Marsala o ai mirtilli. Una visita in Cilento val bene il piacere di sedersi comodi ed assaggiare le idee territoriali di Cristian Torsiello e della sua brigata gourmet.

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Marotta Ristorante

L’anno che verrà può cominciare nel migliore dei modi, magari con una cena gourmet romantica in uno dei tanti Stella Michelin premiati in Campania. Un movimento, quello della gastronomia regionale, in grande fermento, che da quest’anno ha due nuove entrate nella Guida più celebre al mondo. Vi mostreremo 7 ristoranti selezionati per voi, in base all’eleganza degli arredi, alla fantasia delle ricette e della loro presentazione; all’aderenza al territorio con materie prime a chilometro zero, accuratezza nel servizio e nella lista dei vini e, perché no, attenzione al rapporto qualità-prezzo in tempi di austerità e incertezze economiche.

Sostenibilità deve essere il principio guida di qualsiasi impresa, inclusa la difficile attività di ristorazione a tutti i livelli e per tutte le tasche. Non ci si improvvisa chef dimenticando il contatto con il cliente o l’allestimento di una sala accogliente. Non ci si improvvisa neppure direttori, maître e sommelier senza le necessarie competenze ed originalità delle scelte, in accordo inscindibile con la brigata di cucina.

La sala

Solo una macchina perfettamente oliata può garantire l’assidua frequenza e il continuo ricambio degli avventori, ormai consapevoli di cosa sia buono e cosa no. La “fuffa” alla lunga viene smascherata e le cicatrici restano a carico del personale, ultima ruota del carro, ed in chi pensa (sbagliando) che mangiare a casa sia molto meglio che buttare i soldi in un gourmet. Quando si paga un conto, infatti, si dovrebbe pagare per l’esperienza vissuta, quell’emozione curata in ogni aspetto che non ha prezzo, come quei ricordi dolci dell’infanzia su cui non si può fare a meno di indugiare con la mente.

Per arrivare a Castel Campagnano – frazione Squille (CE) – da Marotta Ristorante, ad esempio, la strada tortuosa passante tra boschi e piccoli borghi dell’Alto Casertano vale la pena d’essere percorsa. A pochi passi dal confine beneventano e dal Castello di Limatola, storico monumento attrattivo grazie agli incantevoli mercatini natalizi, Domenico Marotta dimostra visione e coraggio nel valorizzare prodotti a chilometro zero, supportato dall’esperienza di Anna Coppola nel dirigere alla perfezione la sala e nel suggerire il corretto abbinamento cibo-vino con una carta compatta e ricca di “chicche” italiane ed estere.

Gli entrée

Finalmente è arrivato per loro anche l’ambito riconoscimento della Stella Michelin, punto di inizio e non d’arrivo per proseguire nel racconto di un modo diverso di vedere le cose: profondità, concretezza e zero sparate arroganti da gradassi. Tre i menu degustazione ricercati e oculati: da 5, 7 e 9 portate Radici&Innesti. Oltre la normale selezione à la carte. Abbiamo optato per la formula easy da 5 pietanze compreso dessert.

Si comincia dal benvenuto composto da tanti finger appetitosi: cavolo rosso marinato, brodo di fungo cardoncello con cardoncello a fette, tempura di cicoria, verdurine con cimichurri e acciughe, sfoglia con crema al pescato, nuvola di cotenna fritta e lardo.

Il merluzzo

Si prosegue con merluzzo su base di crema di foglie vegetali e coste di biete, delicato e non scontato per la tipologia di pesce utilizzata. Il tuorlo d’uovo con nuvola d’albume da galline allevate in biologico dall’Azienda Agricola La Querciolaia, viene adagiato su di un brodo di rametto d’erbe del Matese. Di queste e altre primizie simili ne avevamo parlato già nell’articolo Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”. L’albume è montato a soufflé ed il rosso cotto confit, forse impegnativo al palato che meritava ulteriore spinta in freschezza.

L’uovo

Sublime il risotto bufalo, con aglio nero e seppia nebulizzata, speck di bufala e acciughe. L’incontro tra carne e pesce amalgamati dal formaggio resta un grande must della cucina locale. Concreta e saporita la pasta pepi con lupini di mare, pecorino e ben 6 tipologie di pepi: pepe di Sichuan, pimento (pepe della Giamaica), cubebe (o pepe di Giava), pepe selvatico del Madagascar e pepe verde in crema. Una versione marinara della cacio e pepe stuzzicante e prettamente aromatica.

Pasta pepi

Si continua con ricciola e ombrellifere all’aneto e cumino di estrema raffinatezza e, successivamente, con agnello Laticauda su cavoli in olio di argan, limone al sale e aglio bruciato. Extra il fondo di cottura piccante del quinto quarto dell’agnello. La natura e la stagione offrono il meglio di sé con 2 piatti di forte impatto e connessione con il territorio.

Agnello Laticauda

Finale con dessert alla spuma di castagne del prete in doppia sfoglia a mo’ di tacos. Servizio gestito alla perfezione sempre sotto l’occhio vigile della maître e sommelier Anna Coppola.

Tacos di castagne del prete

Alle prossime puntate, augurando a tutti voi buona fine e buon principio nella nostra meravigliosa Campania.

Campi Flegrei e Ischia, 2700 anni di cultura

Si è concluso il convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Campi Flegrei e Ischia per i primi 30 anni della DOP e festeggiare per l’occasione, l’adesione di Bacoli all’Associazione Nazionale Città del Vino.

Unici al mondo, i Campi Flegrei, hanno origine da un processo laborioso e cruento, iniziato circa 50.000 anni fa e che nei quattro cicli successivi, ha generato quello che è l’attuale paesaggio. Siamo a Nord Ovest di Napoli, numerosi sono i bassi crateri vulcanici, da Posillipo a Cuma, sino ad arrivare a Lago Patria, attraversando rilievi ondulati e promontori in un’area di appena 65 Km quadrati, dove ovunque troviamo: rocce, pozzolane, pomici e lapilli, e poi fumarole, sorgenti termominerali e altre testimonianze di una terra tutt’ora inquieta, segnata dal bradisismo.

Dove si è svolto il convegno?

Nella Sala dell’Ostrichina dello splendido “Parco Borbonico Vanvitelliano del Fusaro”, che si sviluppa intorno all’omonimo lago nel comune di Bacoli, assunto oggi quale simbolo del territorio Flegreo. Questo splendido e storico luogo che ho avuto oggi il piacere di visitare, merita altrettanto un accenno. In origine, sotto il Regno degli Angioini, il lago del Fusaro era adibito alla macerazione della Canapa e, grazie al ristagno delle acque, l’ambiente circostante si arricchì di vegetazione divenendo ben presto luogo ideale per lo stanziamento di molti animali.

È così che, durante l’800, i Borboni realizzarono la loro residenza di caccia, un “Casino Reale”, oggi conosciuta come “Casina Vanvitelliana”, dotata all’epoca di un piazzale circolare per la sosta delle carrozze reali. Dalla fine del secolo ne fu modificato il disegno, trasformandolo nel giardino che possiamo ammirare oggi. Successivamente, le acque di questo lago sono state utilizzate per l’itticoltura e l’allevamento di mitili, importante risorsa commerciale. Oggi, il “Parco Vanvitelliano del Fusaro” accontenta tutti, un luogo dove amanti della natura, della storia e del relax si possono immergere nella sua bellezza poliedrica.

Il convegno

Folto e ricco l’elenco dei relatori voluti dal vulcanico Presidente del Consorzio Michele Marra: moderatore della mattinata il giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, che da subito la parola al giovane Sindaco di Bacoli Josi della Ragione. In quanto flegreo e primo cittadino della comunità Bacolese, il sindaco ci manifesta la soddisfazione di ospitarci nel Parco Vanvitelliano, loro fiore all’occhiello per valore storico-culturale-paesaggistico e, da oggi, anche per l’enogastronomia: <<Il nostro territorio, nonostante non sia molto esteso, racchiude tante peculiarità e la storia tramandata dai Greci e dai Romani. Proporre Bacoli all’interno dell’associazione Città del Vino, è un riconoscimento a tutti coloro che quotidianamente lavorano per fare del nostro territorio un’attrazione, ma anche un impegno preciso per l’Amministrazione Comunale a far sì che tutti i comparti diano il contributo nel realizzare un progetto di sostenibilità, senza aggiungere ulteriori volumi ai terreni e alle produzioni, valorizzando ciò che la Natura ci ha regalato>>.

La parola a Michele Marra, felicissimo per i trent’anni della DOP:< Se in agricoltura tre decenni potrebbero sembrare un tempo breve, dal punto di vista commerciale, il tempo è davvero lungo. Le nostre cantine hanno fatto passi da gigante, tanto che molti vini flegrei sono premiati in contesti nazionali e internazionali. La nostra, è considerata una Viticoltura Eroica perché insiste su terrazzamenti di piccoli appezzamenti, dove la mano dell’uomo ha anche il compito di salvaguardia dai disastri ambientali, visti i fenomeni metereologici degli ultimi anni>.

La Viticoltura Eroica Flegrea citata dal Presidente del Consorzio consente l’intervento di uno di questi “eroi”: la dottoressa Colomba Iacono in qualità di piccola produttrice e Vicepresidente della Cooperativa Agricola Vignaioli Ischitani voluta dal presidente Andrea D’Ambra. <<Noi soci e piccoli produttori, facciamo tantissimi sacrifici per coltivare le vigne ereditate dai nostri genitori e che senza la Cooperativa a cui conferiamo le uve, avremmo sicuramente abbandonate. Il nostro lavoro ci inorgoglisce e ci fa sentire utili alla salvaguardia del fragile territorio. È così che la cura delle vigne rafforza i terreni, che potrebbero altrimenti franare se non consolidati dalle radici delle piante>>.

Per l’adesione di Bacoli all’Associazione Nazionale Città del Vino, non poteva certo mancare il Presidente Angelo Radica: <<Città del Vino è nata nel 1987 con lo scopo di sostenere i sindaci e i loro territori, proprio come successo per me, sindaco di Tollo, un piccolo comune abruzzese. Il sindaco di Bacoli potrà contare su di noi per interagire con il Consorzio, a cui la Comunità Europea, ha affidato un nuovo ruolo giuridico affinché aiuti l’Enoturismo a divenire il volano per promuovere oltre al vino, la storia, l’archeologia e il paesaggio dei Campi Flegrei. Se ci riflettete, il Turismo Enogastronomico, insieme ai Beni Culturali, sono le uniche forme di turismo che non hanno stagionalità>>.

Al termine del discorso è stato proiettato un video messaggio dell’Assessore Regione Campania per l’Agricoltura Nicola Caputo: <<In questi anni abbiamo fatto tanta strada. La Campania si è affermata come produttrice di vini di alta qualità. Dobbiamo essere consapevoli della forza dei nostri sistemi di produzione agroalimentare. Faccio i miei auguri a tutti di proseguire su questa strada>>.

Importante l’intervento del Professore di Diritto Amministrativo dell’Alimentazione e dell’Archeologia dell’Università Federico II di Napoli Daniele Maramma, che ha sottolineato quelle che sono le funzioni giuridiche ed economiche dei Consorzi di Tutela, nell’educare i propri iscritti inscritti a ragionare in modo collettivo, in collaborazione con le amministrazioni pubbliche, per usare l’Enoturismo come driver dello sviluppo del territorio.

Presenti anche coloro che operano sul territorio per la difesa dei diritti anche di noi consumatori: il Generale Ciro Lungo, Comandante CC Regione Campania, e il dirigente ICQRF (Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari) Campania Salvatore Schiavone: <<Il nostro è un Dipartimento del Masaf che verifica qualità e conformità alle denominazioni dei prodotti agroalimentari. Il Consorzio tutela anche il consumatore, che è il soggetto che spende. Proprio in riferimento alla sicurezza dei consumatori annuncio un’importante iniziativa del Consorzio di Tutela Vini Campi Flegrei e Ischia che, dal 1° marzo 2025, potrà apporre una fascetta consortile di controllo sul prodotto Dop. Si tratta di un valore dello stato che viene rilasciato alle cantine con Qr code per la tracciabilità. Il nostro Dipartimento verificherà l’autenticità delle fascette>>.

Ha chiuso i lavori l’Onorevole Marco Cerreto, Capogruppo Commissione Agricoltura Camera Deputati, delegato dall’assente Ministro Lollobrigida: <<L’adesione alle Città del Vino deve significare l’immersione non solo in un magnifico territorio, ma nel prodotto vino, quindi è la città, in tutti i suoi aspetti, che sceglie di connotarsi come ambasciatrice del vino. I vignaioli sono gli artigiani del paesaggio, ed è questo il lavoro che va narrato, il valore aggiunto in termini paesaggistici e rurali. Altrettanto non possiamo continuare ad assistere alle frodi sul Made in Italy, perché l’Italian sounding vale 24 miliardi di euro l’anno! A tal proposito il 1° ottobre 2024 abbiamo stanziato 66 milioni di euro per i consorzi su 100 progetti destinati a 30 paesi extra europei in cui i Consorzi dovranno recarsi e far comprendere la nostra vera cultura alimentare per non alimentare il mercato delle contraffazioni>>.

Una bella e interessante mattinata di lavori e prospettive, a cui ci auguriamo seguano i fatti, quelli ad opera di tutti, anche dei cittadini che ogni giorno fanno la loro parte. Al termine del convegno, grazie ad un banco di assaggi curato dal sommelier Pasquale Brillante, tutti abbiamo potuto assaggiare i vini delle cantine flegree e dell’isola d’Ischia, abbinando le proposte culinarie dello chef Michele Grande del Ristorante “La Bifora di Bacoli”.

Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.