Tra mare e montagna, meglio il Vesuvio

Non è mare, non è pura montagna, come vissuta nell’immaginario collettivo. O meglio, il Vesuvio possiede i caratteri di entrambi, con una vista spettacolare di tutto il Golfo di Napoli in lontananza, partendo dalle propaggini di Pompei e Castellammare di Stabia, fin quasi – a perdita d’occhio – direttamente a Posillipo. E poi l’altitudine, il vento forte che sferza ad ogni momento della giornata e gli sbuffi sulfurei, ancora presenti, che ricordano la sua attività silente ma presente.

Dal 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, il vulcano sembra riposare in uno stato di calma apparente, spiccando maestoso in tutta la sua bellezza. Un simbolo della Campania nel mondo, venerato, rispettato e temuto meno di quanto la ragion logica vorrebbe, soprattutto per le popolazioni residenti a pochi chilometri dal cratere.

Perché visitare il Parco Nazionale del Vesuvio

Con i suoi 1.277 metri d’altitudine nel punto più alto del cono ed un dislivello a partire dalla base di oltre 650 metri, il Vesuvio rappresenta una meta ambita per turisti e appassionati che amano il trekking e la vita a contatto con la natura. I sentieri per salire alla vetta richiedono scarpette comode, ma sono ben recintati e facili da percorrere. Basta non avere fretta e godersi la vista mozzafiato che si delinea dai tre versanti.

In cima il cratere ha un diametro di 8 km ed è sigillato da un tappo di ceneri piroclastiche e polveri che rappresenta il fascino e il timore di vivere a contatto con un ospite in grado di ribollire e scoperchiare tonnellate di sedimenti assieme alle non frequenti gittate laviche. Come nel 1631 quando l’eruzione “sub-pliniana” fece quasi 5000 morti.

Il termine deriva proprio da Plinio il Giovane che si trovava a Miseno – l’attuale Bacoli – quando avvenne l’esplosione del ’79 d.C. che sommerse e distrusse l’antica Pompei, uccidendo lo zio Plinio il Vecchio, giunto lì ad osservare il drammatico evento. Nel 1944 vennero invece evacuate Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio anche grazie all’aiuto dei militari americani che avevano liberato da poco la Campania dall’occupazione nazifascista.

Le colate laviche però, rappresentano anche la vita non solo morte e dolore. I minerali fuoriusciti dal magma, provenienti dalle profondità della terra, hanno arricchito i suoli con terre rare e fertili. Oltre 220 minerali presenti nella stratificazione del terreno, con cristalli di augite, olivina e micale, da collezionare nelle varie composizioni proposte dai punti vendita del Parco.

L’abbraccio tra i due vulcani: Monte Somma e Vesuvio

Il Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con cinta craterica in gran parte demolita entro la quale si trova un cono più piccolo rappresentato dal Vesuvio, separati da un avvallamento denominato Valle del Gigante, parte dell’antica caldera, dove in seguito, presumibilmente durante l’eruzione del 79 d.C., si formò il Gran Cono o Vesuvio.

La Valle del Gigante è suddivisa a sua volta in Atrio del Cavallo ad ovest e Valle dell’Inferno ad est. Il recinto del Somma è ben conservato per tutta la sua parte settentrionale, infatti è stato nei tempi storici meno esposto alla furia devastatrice del vulcano, perché riparato dall’altezza della parete interna che ha impedito il deflusso di lave sulle sue pendici.

Un vulcanismo iniziato oltre 400 mila anni fa, anche se le prime vere eruzioni cominciarono a susseguirsi molto tempo dopo, 25 mila anni orsono. L’attuale temperatura vicina al fondo cratere sfiora ancora i 90°C, sintomo dell’attività sotterranea palpitante.

L’Osservatorio Vesuviano, Sezione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che si occupa di ricerca vulcanologica e geofisica e di monitoraggio dei vulcani attivi è stato il primo al mondo nel 1840.

Napoli è stata fortunatamente risparmiata, nei secoli, dai danni maggiori, per via dei venti di maestrale provenienti dal Golfo che hanno tenuto lontane la maggior parte delle esalazioni e delle polveri piroclastiche.

Ente Parco Nazionale del Vesuvio

Via Palazzo del Principe
80044 , Ottaviano – (NA) Italia

Il vino del Nord Adriatico

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do (John Lennon) 

Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia. 

In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo. 

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici. 

Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria. 

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico. 

Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.

Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay. 

Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno. 

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni. 

La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.

Postcardfrom Cilento 2025: la guida gratuita che racconta la Dieta Mediterranea attraverso paesi, ricette e volti autentici

Comunicato Stampa

È stata presentata l’ottava edizione di Postcardfrom Cilento, la più grande guida gratuita dedicata al Cilento. Un progetto editoriale che ogni anno cresce, mantenendo intatta la sua missione: raccontare il territorio attraverso i suoi sapori, le sue storie, le sue persone.

La presentazione si è svolta a Paestum, alle porte del Cilento, presso San Salvatore, luogo emblematico e simbolico, che, con le sue molteplici anime – Cucina, Dispensa, Latteria e Tenute – è un vero compendio vivente della Dieta Mediterranea, emblema di uno stile di vita lento e sostenibile.

Questa nuova edizione 2025 si presenta con 27 paesi raccontati, 164 pagine in formato rivista, una versione digitale bilingue (italiano/inglese) e un sito completamente rinnovato (www.postcardfrom.it), con servizio di geolocalizzazione e una grande novità: sotto ogni scheda, un video che completa e arricchisce il racconto scritto.

“Postcardfrom Cilento” non è solo una guida turistico enogastronomica. È un diario di bordo che attraversa il Cilento più vero, dalle montagne al mare, dalle mani dei produttori a quelle degli chef. Dentro ci sono le ricette della tradizione, i pani e le pizze fatte in casa, le storie di chi resta, lavora e custodisce un patrimonio culturale che è patrimonio dell’umanità.

La guida è completamente gratuita ed è scaricabile dal sito nella sua versione digitale ed è distribuita in formato cartaceo su tutto il territorio cilentano, nei punti di accoglienza turistica Cilentomania, negli esercizi selezionati e in tutte le principali fiere del turismo e della ristorazione in Italia. Un lavoro corale che ogni anno coinvolge una rete di realtà virtuose che credono nel valore del racconto autentico.

Ogni anno Postcardfrom Cilento edita ricette realizzate da chef cilentani e da chef e pizzaioli internazionali valorizzando i prodotti simbolo del territorio. Quest’anno, ad esempio, troviamo Errico Porzio, fra i migliori pizzaioli della 50 Top Pizza, che ha realizzato le zeppole ai fiori di campo cilentani.

I partner di quest’anno: Caputo – Il Mulino di Napoli, Ferrarelle, Pastificio Di Martino, San Salvatore, Solania, Storie di Pane, Studio Calling.

Main Sponsor: Caseificio Il Granato, Pizzeria Mo Veng, Villaggio Le Palme.

La guida è libera da logiche pubblicitarie, nessuno paga per essere inserito: ogni scheda è frutto di un’esperienza vissuta, raccontata con onestà, dedizione e stile. In otto anni siamo passati da un piccolo formato A5 a un prodotto editoriale maturo, che si legge e si sfoglia come una rivista, ma si vive come un viaggio personale attraverso il Cilento” – racconta Bruno Sodano, curatore e ideatore del progetto.

Dal sito interattivo alle edizioni internazionali, dalle nuove video-storie alle collaborazioni sempre più solide con il territorio, Postcardfrom Cilento continua a crescere senza perdere il suo passo lento, quello che serve per guardarsi intorno e capire dove si è davvero. Nel Cilento.

Contatti stampa

Bruno Sodano

brunosodano@gmail.com | hello@postcardfrom.it

+39 338 6961863

www.postcardfrom.it

Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Campi Flegrei: parco archeologico, meta ambita per ricevimenti e cultura del buon cibo a Punta Castello

Non si vive di solo bradisismo, è proprio il caso di dire. Capovolgiamo per un istante la delicata fase attuale ed immaginiamo i Campi Flegrei come sono, ovvero un luogo millenario di cultura, storia e tradizione, scelto come meta ambita dagli sposi di tutta Italia per le sue location mozzafiato.

Durante la decima edizione della manifestazione The Beach Wedding Party a Pozzuoli, sono stati analizzati i risultati incoraggianti del settore. «In generale – commenta l’imprenditore Alessandro Laringe – ogni anno nei Campi Flegrei si possono contare oltre 6 mila matrimoni, compresi quelli in spiaggia, e i riti LGBTQ+. Anche l’età degli sposi si è alzata: sono sempre di più i matrimoni tra persone over 40, che hanno figli. Riti per la maggiore: 40% coppie napoletane, che vivono stabilmente al nord Italia o in Europa (prevalgono Inghilterra, Germania, Svizzera e Belgio), coppie straniere 5% sopratutto Americani, Russi, Britannici».

Tanto amore e tanta cultura, per chi ha voglia di trascorrere qui non solo il giorno più bello della vita, ma anche uno scampolo di viaggio di nozze denso di momenti speciali. Magari in visita al Parco Archeologico dei Campi Flegrei, come racconta il direttore e archeologo Fabio Pagano: «bisogna rinegoziare ogni giorno il reale valore dato a ciò che è quotidiano e ringraziare persino il bradisismo per averci regalato la meraviglia unica del Parco Sommerso di Baia. Oltre 25 mila visitatori l’anno giungono ad osservare gli antichi resti di ciò che era considerato il luogo della dolce vita romana».

Nell’ambito dell’accoglienza e della ristorazione, lo stesso Alessandro Laringe, già proprietario del Kora di Pozzuoli, in collaborazione con Francesca Cozzolino, hanno ideato nella struttura di Punta Castello a Bacoli il format “The Cave Food Experience”, una serie di cene a tema su prenotazione, nate per vivere l’atmosfera romantica a lume di candela nelle antiche gallerie termali scavate nel tufo.

Lo chef Cristian Ascenzi guiderà i convenuti in un percorso tra ricette tipiche e grandi piatti contemporanei. A giugno previste tre tappe nei giorni 11, 13 e 25; in particolare la seconda data prevederà una vera “Secret Dinner – Cena Multisensoriale” da scoprire al momento.

In attesa, dunque, che i timori sull’energia vulcanica sottomarina si plachino, come peraltro già avvenuto in passato, non resta che pensare in positivo al cambiamento virtuoso di un’area ormai ai primi posti nelle preferenze di turisti ed innamorati.

Regina Ribelle Wine Fest: passeggiare tra le dolci colline della Vernaccia di San Gimignano

Nel cuore della Toscana, dove le colline si inseguono come onde verdi e le torri di pietra svettano verso il cielo, San Gimignano si conferma scrigno di storia e di vino. Regina Ribelle, l’evento che celebra la Vernaccia di San Gimignano, è andato in scena con un’edizione che ha brillato per organizzazione, contenuti e suggestione.

Dal momento in cui Irina Strozzi ha assunto la presidenza del Consorzio, si è respirato subito un’aria nuova: visione strategica, pragmatismo e attenzione alla comunicazione, merito anche del lavoro puntuale dell’agenzia stampa Affinamenti. Nonostante il vento fresco che ha messo a rischio la cena di gala, tutto si è svolto alla perfezione, superando le aspettative.

Unico appunto: nella concitazione degli appuntamenti è mancato un momento di vero confronto collettivo sul futuro della denominazione, per comprendere le direzioni della Vernaccia di San Gimignano oggi, tra tradizione e innovazione. L’inaugurazione, fissata alle 9:00, ha visto una partecipazione ridotta, mentre la degustazione tecnica di 80 campioni tra annate 2024 e Riserva, ha dato voce alle molte anime di questo vino storico, come indicato nell’articolo sui nostri migliori assaggi della versione annata 2024 e Riserva 2023.

Degustazione alla cieca: la Vernaccia di San Gimignano si racconta nei calici

Nelle bellissime sale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea R de Grada, ogni calice diventa racconto: vini giovani, freschi e fragranti accanto a riserve più profonde e strutturate. L’eccellenza non è mancata: molti i campioni che si sono distinti con punteggi tra 92 e 95, per eleganza, equilibrio e longevità. Un vino in particolare ha toccato la vetta con 95 punti, grazie a una struttura solida e armoniosa.

Arte e territorio: Galleria Continua e Vernaccia & Pizza

Dopo la degustazione, spazio all’arte con la mostra presso Galleria Continua, dove opere di Shilpa Gupta, Arcangelo Sassolino e José Antonio Suárez Londoño hanno ampliato l’orizzonte sensoriale dell’esperienza. A seguire, cena all’“Lunaria Tuscany” con un inedito abbinamento Vernaccia e pizza d’autore, firmata da tre grandi nomi: Massimo Giovannini (Apogeo), Giovanni Santarpia (Pizzeria Santarpia Firenze) e Tommaso Vatti (La Pergola).

Tour nelle cantine: tre identità, un unico territorio

Il giorno successivo è stato dedicato alla scoperta di tre cantine del Consorzio, ognuna con una visione diversa ma complementare.

Palagetto – Il vino come espressione sostenibile del territorio

Fondata nel 1978, con la sua prima vendemmia nel 1993, Palagetto è oggi una delle realtà biologiche più solide e dinamiche di San Gimignano. Con una produzione annua di circa 600.000 bottiglie, l’azienda ha scelto di intraprendere un percorso di sostenibilità certificata (VSQNP), ponendo al centro il rispetto del territorio e la valorizzazione delle sue varietà autoctone.

Protagonista della degustazione è Arianna, interprete sensibile dell’identità vinicola aziendale. Il viaggio parte dalla freschezza delle Vernaccia di San Gimignano di annata, dove la 2024 si distingue per fragranza e immediatezza: un naso delicato di pera e mela verde, accompagnato da una beva equilibrata e un tipico finale ammandorlato. Interessante la scelta del doppio tappo (vite e sughero), pensata per incontrare gusti diversi, dal mercato americano a quello più tradizionale.

Tra le selezioni, spicca la Vernaccia di San Gimignano Arianna 2023, che unisce equilibrio e precisione aromatica. La Riserva 2022 si presenta invece come un vino ampio e gastronomico, capace di coniugare morbidezza e freschezza, con una struttura adatta a piatti più complessi.

La linea “Uno di Quattro” racconta il lato più moderno della cantina: il Merlot 2021 è morbido e speziato, il Syrah fresco e dinamico, il Sangiovese lineare e territoriale, mentre il Cabernet Franc è ancora in evoluzione, con un legno da domare.

Chiude la degustazione il Sottobosco 2019, un blend maturo che richiama lo stile bordolese con toni vegetali, frutta nera e spezie, e il prezioso Vinsanto del Chianti 2010, vera memoria liquida della Toscana. Con i suoi aromi di frutta candita, erbe officinali e una freschezza ancora viva, è un vino che emoziona e invita alla riflessione.

Fattoria Cusona – Tra storia, identità e visione

A San Gimignano, tra le colline dorate della Toscana, la Fattoria Cusona è molto più di un’azienda vinicola: è un salto nel passato, dentro una storia millenaria custodita dalla famiglia Guicciardini Strozzi. Fondata nel 994, la tenuta oggi si estende per 520 ettari, di cui un centinaio dedicati alla vite, ed è guidata da Irina Strozzi, attuale presidente del Consorzio Tutela della Vernaccia di San Gimignano, affiancata dalla sorella Natalia.

La visita è un percorso affascinante tra le sale storiche e le antiche grotte della tenuta, dove cimeli rari raccontano secoli di storia italiana ed europea. È qui che la Vernaccia trova la sua culla originaria e diventa, vino dopo vino, un simbolo identitario del territorio.

L’esperienza culmina in un pranzo elegante, pensato per esaltare la gamma di vini aziendali, con un tocco di rarità che lascia il segno. La pappa al pomodoro apre il pasto, accompagnata dalla Vernaccia di San Gimignano Titolato Strozzi 2024, seguita da gnocchi di spinaci burro e salvia in abbinamento a tre etichette straordinarie: la Riserva 2020, la Riserva 2019 e una sorprendente Vernaccia di San Gimignano 1986. Quest’ultima, vera protagonista della giornata, brilla ancora per freschezza, con note di confettura di pesca, albicocca e agrumi canditi. In bocca, colpisce per la sua longevità elegante e composta, aprendo la domanda: anche i vini di oggi sapranno sfidare il tempo così?

Chiusura di pasto con Vinsanto di San Gimignano 2015; altra sorpresa è il Vin Santo di San Gimignano DOC 1968: una esplosione di freschezza, frutta matura e candita e aromaticità che dona tanta eleganza e piacevolezza di beva a dispetto degli anni trascorsi in bottiglia.

Il peposo al Chianti, piatto forte della tradizione, chiude l’esperienza abbinato a due rossi di carattere: Sodole IGT Toscana 2020 e Millanni IGT Toscana 2017, a testimoniare l’anima più moderna della tenuta.

Presente anche Ivaldo Volpini, storico enologo della cantina da oltre cinquant’anni, che con la sua esperienza ha contribuito a costruire un ponte tra il passato e il futuro del vino toscano.

Abbazia di Monteoliveto – Dove il vino incontra la spiritualità

A pochi passi dal centro storico di San Gimignano, immersa nella quiete della campagna toscana, sorge l’Abbazia di Monte Oliveto Minore, uno scrigno di storia e spiritualità. Fondata nel 1340 dai monaci olivetani e ampliata nel 1458, l’abbazia ha attraversato i secoli mantenendo intatta la sua importanza culturale e architettonica.

Oggi questa realtà sacra rivive una nuova stagione come cuore pulsante della Fattoria Abbazia Monte Oliveto, azienda agricola di 35 ettari — 20 dei quali coltivati a Vernaccia di San Gimignano. Acquisita dalla famiglia Zonin, la tenuta unisce agricoltura, accoglienza e produzione vinicola, offrendo anche ospitalità in eleganti appartamenti immersi nel verde.

Due le etichette prodotte: la Vernaccia di San Gimignano DOCG, fragrante e fresca, dal profilo immediato e beverino, e la selezione Gentilesca, un vino più strutturato e complesso, pensato per palati più esperti e curiosi.

Il Gran finale in Piazza Duomo

La cena di gala si è svolta nella cornice mozzafiato di Piazza Duomo, firmata dallo chef Gaetano Trovato di Arnolfo Ristorante due stelle Michelin. Il menù, raffinato e territoriale, ha proposto:

  • Riso Riserva San Massimo, zafferano, ossobuco e zucchina in fiore
  • Cinta Senese con asparagi e cipollotto primaverile
  • Fragola, caramello e vaniglia
  • Piccola pasticceria e la celebre Crema di Santa Fina del gelatiere Sergio Dondoli

Protagonisti della serata ovviamente la Vernaccia di San Gimignano serviti dai Sommelier FISAR, le note jazz dell’Accademia Siena Jazz e la presentazione della scultura di Andrea Roggi, simbolo di Regina Ribelle Wine Fest, alla presenza delle autorità locali. San Gimignano continua a dimostrare che la Vernaccia è viva, plurale e in piena evoluzione. Manca ancora un po’ di coraggio nel raccontare questa evoluzione con maggiore coesione, ma il fermento è tangibile.

E questo è già tanto.

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: il lungo binario della storia del treno in Italia

Il Mezzogiorno d’Italia conserva bellezze naturalistiche e paesaggistiche conosciute in tutto il mondo. Lo dimostrano i numeri esponenziali del turismo che ha visto premiare le regioni del Sud tra le mete preferite di chi cerca un’oasi di pace e buon cibo.

Un territorio zavorrato negli anni bui del dopoguerra dalla piaga della criminalità e dell’arretratezza economica, oggi riscoperto e valorizzato come merita per cultura, enogastronomia e quale simbolo di calda accoglienza mediterranea: dal piccolo borgo contadino dell’entroterra ancora inesplorato a quello marinaro incastonato tra fiordi e spiagge di sabbia dorata e acque cristalline.

La storia del treno in Italia

La storia del Meridione ha radici che originano nella notte dei tempi quando popolazioni come Greci, Romani e poi le dinastie dei Saraceni, dei Normanni e degli Aragonesi, hanno trasformato per sempre il volto di ciò che era l’antica Magna Grecia.

I sovrani borbonici del Regno delle Due Sicilie erano alla ricerca di continue migliorie e novità industriali. La prima ferrovia della Penisola venne costruita nel 1839 proprio in Campania, lungo la tratta Napoli-Portici, dalla società francese Bayard & De Vergès.

La Ferrovia Napoli-Portici

Il tratto iniziale, costituito da un binario unico che venne rapidamente raddoppiato nei mesi successivi, rappresentò lo spartiacque nel periodo della cosiddetta Rivoluzione Industriale. Una sola locomotiva a vapore in funzione, denominata “Vesuvio”, di costruzione inglese dalla Longridge e Co. di Newcastle e che sviluppava una potenza – oggi risibile – di appena 65 CV.

Un successo senza precedenti con oltre 80 mila viaggiatori in poco più di un mese, che ha portato un’accellerazione consistente dei lavori in tutto il reame con un indotto in termini di occupazione e progresso incalcolabile. La prima conseguenza pratica fu proprio la trasformazione dell’industria siderurgica di Pietrarsa nel Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato da Ferdinando II di Borbone nel 1840, il primo nucleo industriale d’Italia con ben 1500 operai in piena attività.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Lo stabilimento produttivo rimase operativo fino agli anni ’70 del ‘900, quando l’affermarsi delle locomotive elettriche e diesel determinò il declino dei mezzi a vapore. Nel 1977 le officine furono quindi destinate a diventare museo, inaugurato nel 1989 dopo i necessari lavori di adeguamento.

Passeggiare tra i padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è un po’ come tornare ai ricordi dell’infanzia, quando il gioco più bello e ambito era il trenino elettrico con le rotaie allungabili e i locomotori uniti ai vagoni diversi a seconda delle epoche e delle tipologie. Il 1 maggio appena trascorso rappresenta la Festa del Lavoro e mai lavoro più bello e usurante è stato quello dei primi ferrovieri, quando il carbone era il solo combustibile a disposizione.

Un lavoro difficile e ricco di fascino, che elevava l’intera categoria (conducenti, operai, controllori e capo stazioni) al rango di lavoratori stimati e ammirati dalla popolazione.

La storica collezione treni

La collezione si compone di oltre 55 rotabili storici collocati negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che, un tempo,  ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo. Prima dell’avvento delle “Littorine”, infatti, vi erano i treni in cui si veniva avvolti dal vapore della locomotiva, quelli delle panche di legno e delle carrozze sovraffollate, la mitiche “Terrazzini” e  “Centoporte”.

La carrozza del Re

Negli anni venti del ‘900 fu commissionato alla Fiat un apposito treno per i viaggi del re e della sua famiglia che doveva essere dotato delle più moderne tecnologie disponibili. Consegnato nel 1929, il nuovo treno reale disponeva di tre carrozze, una per la regina, una per il re (perduta nel secondo conflitto mondiale) e la sala da pranzo.

L’allestimento interno fu curato dal noto architetto Giulio Casanova, che progettò i tre interni in modo davvero fastoso, come testimoniato dalla vettura preservata in questo Museo. Con la fine della monarchia, vennero apportate alcune modifiche alle decorazioni, eliminando i riferimenti alla Casa reale e al regime fascista.

Nacque così il nuovo treno presidenziale, consegnato nel 1948. Aveva in composizione la vettura salone Sz 1, già appartamento della regina, cui furono aggiunte altre tre nuove carrozze e, in seguito, il fastoso salone Sz 10, la vettura sala da pranzo del treno reale, oggi a Pietrarsa.

Fondazione FS Italiane

La Fondazione FS italiane è il custode e gestore del grande patrimonio storico delle Ferrovie italiane: costituita il 6 marzo 2013 riunisce sotto la sua tutela un parco di rotabili storici composto da 400 mezzi, i fondi archivistici e bibliotecari, i musei di Pietrarsa e Trieste Campo Marzio e le linee ferroviarie un tempo sospese, oggi recuperate ad una nuova vocazione turistica con il progetto «Binari senza Tempo».

FS Treni Turistici Italiani è l’impresa Ferroviaria del Gruppo FS che gestisce i treni storici della Fondazione FS.

Museo Nazionale Ferroviario di Petrarsa

Via Petrarsa snc – Napoli (NA)

CONTATTI:  Tel. 081 472003 | Mail: museopietrarsa@fondazionefs.it

ORARI DI APERTURA
  • MERCOLEDÌ: solo su prenotazione
  • GIOVEDÌ: dalle 9:30 alle 20:00
  • VENERDÌ: dalle 9:00 alle 17:30
  • SABATO E DOMENICA: dalle 9:30 alle 19:30

È possibile acquistare il biglietto di ingresso presso la biglietteria del Museo il giorno stesso della visita.

Ingresso con visita libera

  • 9,00 € intero
  • 6,00 € ridotto (under 18 e over 65)
  • 20,00 € tariffa speciale per due adulti e un ragazzo di età compresa tra i 6 e i 17 anni
  • 25,00 € tariffa speciale per due adulti e due ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni

Al via il nuovo menu di Casa Lerario a Melizzano

La Pasqua è passata da poco e seppur il meteo ancora non abbia fatto capolino verso la bella stagione anticipatrice dell’estate e delle scampagnate in famiglia, Casa Lerario ha proposto la sua idea personalizzata di menu primaverile.

La storia di Pietro Lerario e della mamma Tatiana Bruno, ancora attivissima in cucina dopo aver raggiunto il traguardo delle 81 candeline, è cominciata nel lontano 1983 con l’acquisto di un piccolo podere e annessa casa rurale, ristrutturata per ricevimenti di nozze o altri eventi importanti, oltreché per il relax della famiglia e degli amici nei fine settimana e nei periodi di vacanza.

A Pietro però, appassionato di orto e di vita nei campi, andava stretta la figura dell’organizzatore di feste fine a se stesse. Mirava ad un progetto di lungo corso nel campo arduo della ristorazione di qualità, sognando l’apertura di un agriturismo che in breve tempo è diventato un punto di riferimento per il territorio sannita.

Da qui l’idea vincente di proporre le primizie del proprio orto e dei campi circostanti, ben 23 ettari coltivati, compresa una parte a vite per offrire un gustoso vino della casa a tavola per gli avventori del locale. Era il 1997 ed il massimo numero di coperti a disposizione superava di poco le dieci unità; organizzazione, passione e sacrificio hanno reso possibile l’incremento dei tavoli per sostenere venti volte le cifre iniziali, con punte che hanno sfiorato le trecento presenze in alcuni casi, per la gioia (e l’ansia) di mamma Tatiana ai fornelli.

C’è anche una parte dedicata all’allevamento di ovini, bovini e suini neri casertani e tre piccoli appartamenti, arredati con gusto e con tutti i comfort, per consentire un rilassante soggiorno nella natura. L’ultima invenzione di Casa Lerario è, ormai da 10 anni, il pranzo d’autore con chef rinomati, anche Stella Michelin, dai migliori ristoranti gourmet d’Italia. Negli anni si sono avvicendati a Melizzano artisti della cucina quali: Peppe Guida, Paolo Barrale, Angelo Sabatelli, Luca Abbruzzino, Roy Caceres, Salvatore Tassa, Angelo Carannante, Domenico Candela, Maicol Izzo, Alfio Ghezzi, Marco Caputi, Nicola Fossaceca, Salvatore Bianco e Lorenzo Montoro.

Proprio in occasione di alcune iniziative simili, organizzate dalla giornalista Laura Gambacorta, abbiamo scritto negli articoli Da Casa Lerario “il Molise esiste” con le ricette dello chef una Stella Michelin Stefania di Pasquo e Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei.

Mancava dunque, la presentazione alla stampa del nuovo menu in vista della stagione primaverile – autunnale, dove le belle giornate ed il fresco delle colline di quest’angolo paradisiaco della Campania, consentiranno ai clienti a pranzo e cena un momento di assoluto relax gastronomico con prodotti locali “a metro zero”. 

La degustazione è iniziata con un assaggio di calzoncini e montanare fritte al momento dopo ben 60 ore di lievitazione, accompagnate da una selezione di affettati di suino nero casertano e formaggi come primo sale e ricottine paesane. Gran trionfo su prosciutto crudo affumicato, un protagonista assoluto della buona tavola.   

Si è proseguito con crostini di baccalà mantecato, pizza rustica ed una squisita caponatina siciliana, leggermente in agrodolce, con capperi e olive retaggio degli insegnamenti dello chef Mimmo Alba. I primi piatti erano un autentico duetto tra ravioli ripieni di porcini e tartufo e risotto limone e pistacchio, servito in tazza.

Pausa rinfrancante prima di avviarsi all’esterno della sala, dove la brace ardente era pronta per cuocere alla perfezione le bistecche di suino nero casertano affumicato alla temperatura di 45°, spennellato di birra per trattenere maggiormente i succhi durante la rosolatura.

Coccole finali tra torta al cioccolato di nonna Tatiana, con ben il 90% di cacao fondente e graffe calde. Il prezzo medio per una degustazione completa, dove tempo e confini vengono azzerati (qui il telefono cellulare e lo stress non sono ospiti graditi), si aggira sui 45 euro salvo scelta o vini alla carta o pietanza particolari su richiesta.

Agriturismo Casa Lerario

Contrada Laura, 6

Melizzano (BN)

Tel. 0824 944018

Nizza Docg: un grande lavoro di squadra portato avanti dai suoi produttori

Nizza Monferrato si distingue storicamente come un importante centro vitivinicolo nel Piemonte, con una tradizione che affonda le radici nel passato. Una lettera del 1609, scoperta dal dottor Arturo Bersano (studioso di storia piemontese e del Risorgimento), sottolinea l’importanza del vino Barbera prodotto in questa area, evidenziando come già all’epoca il suo apprezzamento fosse tale da meritare l’attenzione della Corte ducale di Mantova.

Il passaggio del Barbera da vino popolare a vino di alta qualità, un processo che ha avuto luogo nel corso del Novecento grazie anche alla figura di Bersano, è emblematico della capacità della regione di valorizzare le proprie risorse vitivinicole. Questo cambiamento ha permesso di elevare un vino che, pur avendo origini umili, è stato in grado di conquistare i palati più raffinati, tanto da essere servito in occasioni di prestigio.

L’area di Nizza Monferrato, delimitata dai fiumi Tanaro e Belbo e dal torrente Nizza, si presenta come un territorio vocato alla viticoltura, dove la Barbera è stato coltivata in purezza varietale per lungo tempo. Questa storicità e continuità nella produzione contribuiscono a conferire al vino un’identità unica, legata non solo al territorio ma anche alla tradizione e alla cultura locale.

L’evento organizzato da AIS Monza sulla Docg Nizza si è rivelato entusiasmante e arricchente, offrendo l’opportunità di approfondire un territorio (18 comuni intorno a Nizza Monferrato) dove il vitigno principe si esprime al meglio per potenza ed eleganza.

Questa piccola Denominazione – riconosciuta Docg nel 2014 – è un simbolo della tradizione vitivinicola piemontese, caratterizzata da una forte identità territoriale e da un’attenta valorizzazione della Barbera. I terreni argillosi e calcarei contribuiscono a dare vita a vini dal colore intenso, profumi complessi e una struttura tannica equilibrata.

Il Disciplinare prevede l’utilizzo esclusivo del vitigno Barbera sia nella tipologia Nizza che Nizza Riserva. Un’ulteriore selettività nei vincoli colturali ed enologici è data dalla possibilità di usufruire della menzione “Vigna”.

Alcune aziende presenti ed i relativi vini degustati

Cascina Guido Berta

Esempio di passione e tradizione vinicola, si trova a San Marzano Oliveto, areale riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Guido ha ereditato l’amore per la viticoltura dai suoi genitori, vignaioli esperti, e da oltre 25 anni si dedica alla gestione della cantina di famiglia. Sotto la sua guida, la produzione vinicola si è ampliata significativamente, oggi in listino ci sono 10 vini, tra rossi, bianchi, rosati e un vino spumante metodo Charmat.

Il suo Nizza DOCG parte dal colore rosso granato inteso, arricchito con riflessi violacei che ne evidenziano la vivacità. Al naso esprime un bouquet profondo e complesso, dove le note fruttate di ciliegia e prugna si intrecciano coi sentori di cioccolato. In bocca si presenta corposo ed armonico, con una gustosa esplosione di frutta rossa e una delicata nota di mandorla che aggiunge un tocco di eleganza, dal finale in armonia.

Canto di Luna Nizza DOCG Riserva, granato intenso, caratterizzato da riflessi brillanti. All’olfatto offre un profilo aromatico avvolgente e complesso: i piccoli frutti rossi si fondono con rimandi di cioccolato fondente. In bocca presenta una grande struttura dal carattere deciso. La morbidezza sorprendente e la complessa persistenza fruttata lo rendono un vino di grande eleganza.

Cascina la Barbatella

Attiva dal 1982 rappresenta da sempre un punto di riferimento per qualità ed eccellenza nella produzione vinicola della zona. La dedizione e la passione vengono espresse in ogni fase del processo, dalla cura del vigneto alla selezione delle uve, fino alla vendemmia. Il nome dell’azienda evoca l’origine della vite, la barbatella.

Nel primo anno di produzione del loro NIZZA Docg “VIGNA DELL’ANGELO” hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Ed è proprio il Nizza DOCG Riserva “La Vigna dell’Angelo” che degustiamo, frutto di un’attenta selezione delle uve provenienti da vigneti storici piantati nel 1950. L’esposizione a Sud contribuisce a conferire al vino una straordinaria complessità e profondità. Al naso sprigiona aromi intensi di frutta matura, come prugne e ciliegie, accompagnati da sfumature speziate che evocano il pepe nero e la vaniglia. Vino che si distingue per una struttura equilibrata, dalla piacevole acidità che esalta un finale lungo e persistente.

Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli.

Il termine, “sociale”, esprime la passione di Noi vignaioli che operiamo insieme per il bene comune e la valorizzazione dei vini del territorio. Originariamente il nome della Cantina prese spunto dai sei comuni conferitori: Agliano, Castelnuovo Calcea, Moasca, San Marzano, Costigliole d’Asti e Calosso. Oggi troviamo anche altre zone di produzione, ottenendo un bacino più ampio ed una scelta maggiore.

Il loro Nizza Riserva Angelo Brofferio è dedicato alla figura di un intellettuale nato nel 1802 nell’Astigiano che si distinse per la sua opposizione alle politiche unitarie di Cavour. Il colore è di un brillante rosso rubino. L’olfatto ricorda note vegetali condite da frutti rossi; al palato è succoso con tannini vivaci e ottima struttura.

Michele Chiarlo  

Un’autentica istituzione dal 1956. Michele Chiarlo esprime l’essenza del Piemonte con i suoi 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi. Il loro motto: la tradizione è un’innovazione consolidata. Valorizzazione dei grandi terroir utilizzando solo vitigni autoctoni; vinificazione esclusivamente di uve che provengono dai vigneti di proprietà; centralità del lavoro in vigna nel pieno rispetto dell’ambiente e della sostenibilità. Infine proiezione all’innovazione con il dovuto rispetto e riguardo della tradizione.

Cipressi Nizza DOCG, rubino intenso, sorprende per la sua finezza ed eleganza. Frutta rossa, ciliegia matura, lampone e note dolci di tabacco. Sorso fresco e morbido particolarmente piacevole, con una struttura ampia dal finale sapido.

Montemareto Nizza DOCG: rubino intenso e profondo dai riflessi violacei. Olfatto inebriato dai profumi di ciliegia, amarena e piccoli frutti neri. Qualche cenno speziato conferisce maggior complessità. Molto ampio in bocca, conferma l’olfatto con in aggiunta un tannino vellutato.

La Court Nizza DOCG Riserva una delle etichette più rappresentative della cantina. Affina per un anno in botti di legno e barrique. Colore rosso rubino, al naso frutta matura, spezie con note boisée. Sorso ampio e morbido con una vena fresca che rende la beva scorrevole.

L’Armangia

L’Armangia in dialetto piemontese significa rivincita, il loro motto è “non ci prendiamo sul serio, ma facciamo vini seriamente” La voglia di giocare e sperimentare che passa da un’agricoltura rispettosa nei confronti della natura, dalla responsabilità di chi lavora nei vigneti e di chi consuma i loro vini.

Titon Nizza DOCG rosso rubino alla vista con riflessi violacei, rimanda a profumi di fragola, viola, mandorla, vaniglia, preludio della pienezza e della buona acidità che si rivela in bocca. La vinificazione classica in acciaio è seguita dalla sistemazione in fusti di rovere, la parte finale dell’affinamento avviene esclusivamente in botte grande.

Vignali Nizza DOCG Riserva il colore rosso rubino profondo con unghia violacea indicativo della giovinezza del vino, si evolve verso la tonalità granata dopo alcuni anni di invecchiamento. Le note di frutti polposi come ciliegie e prugne, si mescolano a fragole e a sentori floreali di viola mammola. Ad arricchire il profilo aromatico la presenza di vaniglia e mandorla essiccata. In bocca è sapido e pieno, talvolta di buona acidità, nelle fasi giovanili con tannino lievemente astringente.

Bellone Lab 0.1: il Lazio vitivinicolo si unisce per il futuro del suo vitigno autoctono

L’Italia è una terra di straordinaria biodiversità vitivinicola, un mosaico di territori in cui ogni angolo custodisce un tesoro unico: i vitigni autoctoni. Sono loro a fare la differenza, testimoni di storia, cultura e tradizioni radicate nel tempo. Dai celebri Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico ai recenti e straordinari Timorasso, Pecorino e Nerello Mascalese, ogni varietà racconta il carattere del proprio territorio attraverso vini dall’identità inconfondibile. In un mondo del vino sempre più globalizzato, l’Italia si distingue per questa ricchezza e per la capacità di valorizzarla, regalando agli appassionati esperienze sensoriali irripetibili.

Tra questi gioielli enologici, il Bellone emerge con forza come uno dei vitigni bianchi più interessanti del Lazio, una varietà che, dopo anni di relativa marginalità, sta vivendo una riscoperta entusiasmante. Il convegno “Bellone Lab 0.1”, organizzato dalla Cooperativa Cincinnato a Cori il 13 marzo, ha rappresentato il punto di partenza di un percorso di valorizzazione e crescita per questo vitigno.

Un evento tecnico e strategico per il futuro del Bellone

L’evento si è articolato in due momenti chiave: un convegno tecnico con l’analisi dei dati scientifici e produttivi e una tavola rotonda con produttori, enologi e istituzioni per definire strategie di sviluppo. Il tutto si è concluso con una degustazione che ha visto protagonisti i vini da uve Bellone di ben 21 aziende laziali, un segnale chiaro dell’interesse crescente per questa varietà.

Il presidente della Cincinnato, Nazareno Milita, ha sottolineato l’importanza dell’incontro come stimolo per tutto il settore vitivinicolo laziale: “Bellone Lab 0.1 non vuole essere solo un evento, ma l’inizio di un percorso per rafforzare l’identità vitivinicola della regione e renderla più competitiva sui mercati nazionali e internazionali.”

E i numeri parlano chiaro. Dopo un lungo declino, il Bellone ha registrato un incremento del 15% negli ultimi cinque anni, segnale di un rinnovato interesse sia da parte dei produttori sia del mercato. Un trend positivo che conferma il potenziale di questo vitigno autoctono come ambasciatore del Lazio enologico.

Dalla ricerca alla strategia: il ruolo del Bellone nel Lazio vitivinicolo

Il convegno, moderato dal giornalista Fabio Ciarla de Il Corriere Vinicolo, ha visto la partecipazione di esperti del settore:

Riccardo Velasco, direttore di CREA Viticoltura Enologia, ha evidenziato il valore della ricerca applicata per migliorare la resistenza del Bellone alle malattie e valorizzarne le caratteristiche enologiche.

Giovanni Pica (Arsial) ha fornito dati sulla diffusione del vitigno, confermando la tendenza di crescita degli autoctoni laziali a discapito delle varietà internazionali.

• Gli enologi Mattia Bigolin e Pierpaolo Pirone hanno analizzato le peculiarità del Bellone nei diversi territori, evidenziando le potenzialità di questa varietà nella produzione di vini bianchi di alta qualità.

A seguire, la tavola rotonda ha coinvolto istituzioni e produttori in un acceso dibattito sulle strategie future. Il consigliere regionale Vittorio Sambucci ha ribadito l’impegno della Regione Lazio nel supportare il settore, mentre Nicola Tinelli, responsabile dell’Unione Italiana Vini, ha sottolineato come la valorizzazione dei vitigni autoctoni sia una delle chiavi per distinguersi nel mercato globale.

Dal lato dei produttori, si è discusso dell’importanza di fare squadra, con interventi di Nazareno Milita (Cincinnato), Antonio Santarelli (Casale del Giglio) e Marco Carpineti (Carpineti Vini). L’idea di unire le forze sotto un’unica bandiera, quella del Bellone, per rafforzare l’identità vitivinicola laziale ha riscosso ampio consenso.

Il momento della verità: la degustazione dei vini da Bellone

Dopo teoria e strategia, è arrivato il momento della pratica: la degustazione. 21 aziende hanno presentato i loro vini da Bellone, serviti dai sommelier della delegazione AIS di Latina. Una panoramica che ha mostrato le molteplici sfaccettature del vitigno, dalla freschezza e sapidità delle versioni più giovani alla complessità dei vini affinati.

Tra le cantine partecipanti: Casale Del Giglio, Marco Carpineti, Cincinnato, Cantina Bacco, Divina Provvidenza, Tenute Filippi e molte altre, tutte accomunate dalla volontà di far emergere l’identità autentica del Bellone.

Verso il futuro: appuntamento a Vinitaly e “Bellone Lab 0.2”

L’entusiasmo generato dall’evento non si spegnerà presto. Il prossimo appuntamento per i produttori sarà Vinitaly (6-9 aprile 2025), dove il Bellone sarà protagonista di un rinnovato padiglione Lazio. Ma la vera sfida sarà la continuità: l’appuntamento è già fissato per il 2026 con “Bellone Lab 0.2”, un’edizione che promette di consolidare il percorso intrapreso. Grazie alla perfetta organizzazione di Giovanna Trisorio, il “Bellone Lab 0.1” ha posto le basi per un nuovo slancio del Lazio vitivinicolo. Il Bellone non è più solo un vitigno da riscoprire, ma un’opportunità concreta per rilanciare un’intera regione nel panorama enologico italiano e internazionale.