La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

Il villaggio operaio di Crespi d’Adda, un sogno industriale divenuto Patrimonio UNESCO

Dietro le mura ordinate e le strade silenziose del villaggio operaio di Crespi d’Adda si nasconde una storia di visione e coraggio imprenditoriale. Una storia che porta il nome di una famiglia capace di trasformare un’idea in un modello sociale unico, anticipando di decenni i temi del welfare e della dignità del lavoro.

Collocato tra Milano e Bergamo, in una piccola valle tra il fiume Adda e il suo affluente, il Brembo, Crespi d’Adda è un villaggio operaio progettato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando in Italia nasceva l’industria moderna, per garantire case e servizi agli operai del cotonificio dei Crespi: un raro esempio di utopia industriale concretizzata, dove lavoro, vita e comunità si intrecciavano in un progetto visionario e armonico.

Case ordinate, tutte uguali, con giardino e orto. Una scuola, una chiesa, un teatro, persino un lavatoio pubblico con l’acqua calda. Il concetto era chiaro: se l’operaio vive bene, lavora meglio. E in questo equilibrio tra produzione e vita privata, tra industria e comunità, si rifletteva una visione paternalistica ma anche profondamente innovativa.

Nel 1878, quando iniziarono i lavori per la costruzione del villaggio qui non c’era praticamente nulla: solo boscaglia e qualche robinia.

I terreni vennero acquistati da Cristoforo Benigno Crespi, imprenditore tessile originario di Busto Arsizio, che conosceva bene la zona: qualche anno prima aveva tentato di avviare un’attività industriale a Vaprio d’Adda, poco distante.

Quella che inizialmente sembrava una sfida ambiziosa si trasformò ben presto in un progetto visionario, grazie soprattutto all’opera che portò avanti suo figlio Silvio: la creazione di un villaggio operaio che non fosse un semplice luogo dormitorio, ma una vera e propria comunità autosufficiente. Per realizzare questa visione, Crespi decise di dotare il villaggio di una serie di servizi fondamentali.

Uno di questi fu la scuola, oggi sede del Visitor Center UNESCO. Sulla porta campeggia ancora la scritta: Scuole Asilo S.T.I. L’istruzione, per la famiglia Crespi, era un valore centrale: volevano che ogni membro della comunità fosse in grado di leggere, scrivere e far di conto. Le prime generazioni di operai erano in gran parte analfabete, ma i loro figli iniziarono tutti a frequentare la scuola fino alla quinta elementare.

Le maestre erano scelte direttamente dai Crespi e assunte come dipendenti dell’azienda. Al termine del percorso scolastico, i bambini potevano decidere se iniziare subito a lavorare in fabbrica oppure, se particolarmente meritevoli, proseguire gli studi.

Di tutti le costruzioni presenti nel villaggio, la chiesa è sicuramente quella più particolare. Non rispecchia l’architettura degli altri edifici: il suo stile ricorda quella rinascimentale di Bramante, una scelta che richiama la chiesa di Busto Arsizio, paese d’origine della famiglia Crespi, alla quale erano profondamente legati.

Inizialmente costruita come cappella del villaggio, era destinata alla celebrazione delle messe festive e feriali. Con il passare del tempo, la chiesa assumerà un ruolo sempre più centrale nella vita religiosa della comunità, diventando prima vicariato parrocchiale e poi, nel 1983, parrocchia a tutti gli effetti.

Proprio di fronte alla chiesa si trova il cosiddetto “castello”, l’edificio che fungeva da dimora di rappresentanza della famiglia Crespi. I proprietari non vivevano stabilmente nel villaggio, ma a Milano, in via Borgonuovo. Quando necessario, si trasferivano temporaneamente al “castello”. Per facilitare le comunicazioni tra Milano e Crespi, fecero installare una linea telefonica diretta: la prima di tutta la zona.

Per quanto riguarda gli edifici del villaggio, all’inizio, nel 1878, esistevano solo i caseggiati. Successivamente vennero costruite le villette monofamiliari e bifamiliari: abitazioni molto ampie, pensate per accogliere famiglie numerose, com’era comune all’epoca.

La colorazione delle facciate arrivò solo in un secondo momento, durante il periodo fascista. Quelli che oggi appaiono come curati giardini erano, in origine, orti destinati all’autosostentamento. Il bagno si trovava nel retro, in un piccolo edificio separato. Nonostante la semplicità, tutte le abitazioni erano dotate di acqua corrente ed elettricità, un dettaglio non scontato per quei tempi.

Le case venivano affittate agli operai della fabbrica a un prezzo simbolico, detratto direttamente dallo stipendio. Un modo per ricordare loro che la casa era legata al lavoro: si poteva mantenerla solo finché si era impiegati nell’azienda.

Negli anni Venti, dopo la Grande Guerra, le condizioni dei lavoratori migliorarono. Iniziarono ad avere del tempo libero e venne istituito il dopolavoro, uno spazio dove ritrovarsi, giocare a carte, bere qualcosa a bassa gradazione alcolica e socializzare. Il tempo libero era comunque organizzato: il villaggio offriva impianti sportivi, un velodromo, una banda degli operai finanziata dai Crespi (che fornivano anche gli strumenti musicali) e persino una piccola compagnia teatrale.

Accanto alle abitazioni erano stati predisposti dei lavatoi, per evitare alle donne la fatica di andare a lavare al fiume. Il lavatoio era anche un luogo di socialità femminile, e disponeva di acqua riscaldata, come i bagni pubblici, dove si poteva accedere a una piccola piscina e alle docce calde.

Dopo le abitazioni destinate agli operai, il villaggio prevedeva un’area riservata agli impiegati. Queste case riflettevano una condizione sociale leggermente superiore. Più curate e più recenti, vennero edificate negli anni ’20 e si distinguono per dettagli come tapparelle, terrazzini e sottogronda dipinti, segni di maggiore eleganza. Nulla però a che vedere con le ville dei dirigenti, collocate nella zona più appartata: residenze singole, molto più articolate, ciascuna diversa dalle altre e circondate da ampi giardini.

Questa disposizione degli edifici rispecchiava fedelmente l’organizzazione interna dell’azienda.

Ogni abitazione, ogni spazio, raccontava il ruolo che ciascuno ricopriva nella fabbrica, in un sistema dove lavoro e vita quotidiana erano profondamente intrecciati. Questa forte identificazione con il proprio mestiere emergeva anche nei momenti più solenni, come negli epitaffi delle tombe.

Uno in particolare, dedicato a un capo officina, recita:

“Forte e instancabile lavoratore, meccanico valente, capo officina, si acquistò stima dai superiori e ammirazione dai conoscenti.” Un tributo che non celebra solo la persona, ma anche il ruolo che ha incarnato con dedizione.

Per comprendere appieno il senso di questo luogo, è necessario raccontare la storia della famiglia Crespi, soprattutto, come già dicevo, del figlio del fondatore: Silvio Crespi.

Nacque a Milano nel 1868. Dopo la laurea in giurisprudenza a soli ventun anni, volò in Inghilterra per studiare da vicino l’evoluzione dell’industria cotoniera. Tornato in Italia, nel 1889 entrò nell’azienda di famiglia, assumendone presto la guida.

Tenace e instancabile, Crespi non si limitò a dirigere la fabbrica: fu protagonista in campo industriale, politico e finanziario. Pubblicò studi sulla sicurezza sul lavoro, guidò l’Associazione Cotonieri, sedette nel Consiglio Superiore dell’Industria e del Commercio. Alla presidenza della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club d’Italia, consolidò il suo ruolo di leader.

In Parlamento, da deputato e senatore liberale cattolico, si batté per l’industria e per i diritti degli operai. Dopo la Grande Guerra, il governo lo nominò ministro plenipotenziario, riconoscendo il peso di una figura che aveva saputo coniugare impresa, innovazione e responsabilità sociale.

In collaborazione con gli architetti Ernesto Pirovano e Pietro Brunati, Silvio contribuisce a definire l’assetto definitivo di Crespi d’Adda.

Silvio Crespi, sintetizza la sua visione in una frase che racchiude il senso profondo del villaggio:

“Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto, curi dunque l’imprenditore ch’egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace.”

Alla fine degli anni Venti, il modello paternalistico su cui si fondava il villaggio inizia a mostrare i suoi limiti. I cambiamenti economici, sociali e industriali del Novecento rendono sempre più difficile sostenere un sistema così strutturato e dipendente dalla figura del “buon imprenditore”.

Tra il 1925 e il 1927 il cotonificio Crespi affrontò la prima vera crisi, causata dalle politiche autarchiche del regime che penalizzarono le esportazioni e portarono a pesanti licenziamenti.

La famiglia Crespi, pur avendo lasciato un’impronta indelebile, esce gradualmente dalla gestione diretta dell’azienda.

Nel 1929 Silvio vende la fabbrica, e con questo gesto si chiude simbolicamente l’epoca Crespi.

Superata la tempesta del ’29, nel 1930 nacque la Società anonima commerciale dei cotonifici Benigno Crespi, con sedi in Veneto e Toscana. Nel 1931 arrivò la fusione con il Cotonificio Veneziano e le Manifatture Toscane Riunite: nacquero gli Stabilimenti Tessili Italiani, un colosso con 21 impianti tra filatura, tessitura e finissaggio.

Nel 1937 la direzione fu affidata a Bruno Canto, che rilanciò la produzione sfruttando la congiuntura favorevole e avviò lavori di ammodernamento nel villaggio e nei servizi.

Il villaggio continua a vivere, ma perde quella visione unitaria che lo aveva reso un esperimento sociale unico.

Il 5 dicembre 1995 il villaggio operaio di Crespi d’Adda entra ufficialmente nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Nel 2003 lo storico stabilimento chiude i battenti. Dieci anni più tardi, nel 2013, la proprietà passa alla società Odissea, parte del Gruppo Percassi Il villaggio è oggi abitato in gran parte dai discendenti degli operai originari.

Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)

Lentezza e meraviglia all’Abbazia di Santa Cecilia”: a Castinatelli si riscopre il rituale autentico della tavola cilentana

Ci sono luoghi che non solo esistono, ma custodiscono il tempo stesso, trattenendo il respiro in una dimensione sospesa tra storia e natura.

L’Abbazia di Santa Cecilia, incastonata tra i boschi del piccolo borgo di Castinatelli, una delle frazioni di Futani, nel cuore più intimo del Cilento, è uno di questi, dove ogni pietra sembra raccontare una storia e ogni fruscio delle fronde degli alberi invita al silenzio e alla lentezza.

È qui che l’antica abbazia ha ritrovato nuova vita grazie al secondo appuntamento di “Andamento Lento: il pranzo della domenica come una volta”, il format enogastronomico e culturale ideato da Giuseppe Boccia, patron di Stratto pizza e fermento, la rinomata pizzeria di Vallo della Lucania e promosso da Campania da Vivere.

Un progetto che celebra la lentezza come valore, il gusto come linguaggio e la convivialità come rito collettivo. Domenica 12 ottobre, tra profumi d’autunno e sapori autentici del Cilento, si è compiuto un rituale semplice e sacro: sedersi insieme a tavola.

La scelta dell’Abbazia non è stata casuale: questo luogo incantato, incastonato tra ulivi e querce secolari, sembra senza età. Poco conosciuta persino da molti amanti del Cilento, l’Abbazia di Santa Cecilia – risalente all’XI secolo – ha offerto il contesto ideale per un’esperienza che unisce storia, natura e gastronomia. La sua quiete ha accolto gli ospiti in un’atmosfera quasi magica, dove la lentezza è diventata linguaggio e il paesaggio stesso si è fatto narrazione.

L’allestimento, curato con maestria, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Sei Lunghe tavolate imperiali, adagiate tra gli alberi e accarezzate dalla brezza d’ottobre, portavano i nomi dei monti simbolo del territorio — Gelbison, Bulgheria, Cervati, Stella, Vesale e gli Alburni — in un omaggio poetico alla maestosità del Cilento.

Ogni tavolo era un microcosmo d’autunno, ornato da Sara De Marco, raffinata event planner che ha saputo tradurre la stagione in una tavolozza di frutta di stagione, foglie, bacche e colori caldi, impreziosita da alzatine ispirate alle coppe dei banchetti romani. Un tocco di eleganza e misura che ha trasformato il pranzo in un’esperienza estetica e sensoriale insieme, dove la bellezza dialogava con il gusto.

La giornata si è aperta a mezzogiorno con l’aperitivo itinerante “A Passeggio nel Bosco”: un percorso tra i profumi della legna arsa e del sugo messo a stufare piano in pentola. Gli ospiti, avvolti dal tepore del bosco, hanno potuto assaporare pizze al forno a legna, fragranti e rustiche; il cacio impiccato, colante e aromatico e il prosciutto crudo tagliato a coltello, offerto in diretta come gesto d’arte e di tradizione.

Il menu significativamente intitolato “Cchì pieri sotto a tavola”, ha reso omaggio all’anima più autentica del Cilento, attraverso piatti che profumano di casa e appartenenza: pasta al forno profumata di casa; bombette ripiene di prezzemolo, formaggio, prosciutto cotto e caciocavallo, firmate I Salumi di Mastro Titta di Daniele Botticchio (Novi Velia).

E poi arrosticini alla brace, cotti lentamente come una volta o foglie e patate con peperone crusco e zucca alla griglia, preparate con le verdure e l’olio extravergine di Rareche Mercato Rurale Naturale.

A esaltare ogni boccone, le etichette selezionate di Fattoria Albamarina con il Futos Aglianico Paestum IGP ed il Valmezzana Fiano DOP Cilento e le Cantine Barone tra Aglianico e Falanghina IGP Campania), autentici ambasciatori del vino cilentano.

L’invito a tornare al passeggio nel Bosco per due ulteriori assaggi: “Pe’ spizzulià” le caldarroste, offerte dalla cooperativa Sant’Anna di Futani e per chiudere in dolcezza l’esperienza “Pe’ Digerì” ha proposto un sorbetto artigianale di Neve Gelati e Torte, nei profumi autunnali di mela annurca e cannella e castagna e rosmarino un connubio di fragranze che evocava l’essenza stessa dell’autunno cilentano.

A fare da colonna sonora, le melodie dei Corus Mediterraneo e di un gruppo di posteggia napoletana “Na poesia”, i canti di Angelo Loia & il Progetto Oizza, i racconti del cantastorie Domenico Monaco. La musica ha intrecciato brindisi e risate, mentre le danze delle ballerine Antonietta Santoro e Federica Mercadante hanno aggiunto grazia e leggerezza, trasformando il bosco in un palcoscenico naturale, animato di suoni e colori.

L’evento ha goduto del patrocinio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, di Legambiente e del Museo della Dieta Mediterranea, a testimonianza del suo valore culturale e territoriale. Un riconoscimento che rafforza il legame tra gastronomia, paesaggio e identità, nel segno di una Cilento che si racconta attraverso il gusto e la lentezza.

Ma “Andamento Lento” non si ferma qui: il viaggio prosegue con altri luoghi, sapori, incontri e persone, alla ricerca delle tradizioni più autentiche e nascoste del Cilento. Un percorso capace di restituire valore al tempo, alla terra e alla tavola, cuore pulsante della comunità, luogo dove si intrecciano storie, sapori e relazioni.

Un cammino che invita a rallentare, ad ascoltare e a ritrovare nel cibo e nella condivisione la più antica forma di appartenenza. All’Abbazia di Santa Cecilia, il tempo si è fermato giusto il necessario per ricordarci che le cose migliori accadono sempre lì, dove il vino riempie i bicchieri, le mani si incontrano e le voci si fondono in un unico, armonioso racconto di vita.

Napoli Explosion Oplonti Interactive Experience, con le opere di Mario Amura l’arte contemporanea al MaxiMall Pompeii

L’arte contemporanea che crea sinergie sul territorio: al MaxiMall Pompeii fino al 6 novembre le opere di Mario Amura

E a dicembre mostra al Reale Albergo dei Poveri a Napoli

Istituzioni e pubblico hanno incontrato l’artista

Con “Napoli Explosion Oplonti Interactive Experience” il centro commerciale diventa galleria d’arte e incuriosisce migliaia di visitatori ogni giorno. Lo sa bene l’artista Mario Amura che fino al 6 novembre espone il suo progetto su maxischermi all’interno del MaxiMall Pompeii a Torre Annunziata. Non solo opere ma anche visite guidate con approfondimenti sulle immagini frutto del progetto che da oltre 15 anni vede Mario Amura catturare la magia dei fuochi pirotecnici del Capodanno nel Golfo di Napoli.

Al Cinema Nexus all’interno del MaxiMall Pompeii, una giornata particolare con la proiezione del documentario “Napoli Explosion” alla presenza dell’artista, di Rosanna Romano direttore generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania, del sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo e di Paolo Negri Ceo di Irgen Re, gruppo proprietario del MaxiMall Pompeii.
“Esporre qui vuol dire avere un’utenza di 300mila persone in un mese, molto più di un museo. Il luogo ha una potenza evocativa enorme, ormai i centri commerciali sono sempre più hub del territorio da vivere per un’esperienza immersiva, veri e propri shop entertainment centre”.

A dicembre la mostra sarà al Reale Albergo dei Poveri e intanto il direttore Rosanna Romano si sofferma su iniziative di valore come questa di Mario Amura. “Sono orgogliosa di essere qui, le politiche culturali legate al turismo sono un’occasione di sviluppo e anche di occupazione. Oltre a iniziative strategiche di promozione nazionale e Internazionale grande soddisfazione per la Regione Campania è l’investimento per le imprese culturali del territorio come ‘Napoli Explosion’ che intercetta nuovi luoghi e nuovo pubblico.

Il Piano strategico per la cultura e turismo tutela, salvaguardia, crea sempre connessioni e sinergie”. Il sindaco Cuccurullo spiega come “Mario Amura ha fatto un regalo alla città di Torre Annunziata con questo progetto. Ha rischiato e si è messo in discussione portando l’arte contemporanea in un centro vocato al commercio”. E sulla sinergia tra
arte, intrattenimento, cultura e aspetto commerciale si sofferma il Ceo, Paolo Negri: “Il centro non è esclusivamente commerciale e lo si vede dalle molteplici attività che proponiamo. Festeggiamo il primo anno di attività il 14 dicembre e siamo davvero entusiasti per i risultati ottenuti in termini di gradimento. Ci posizioniamo ormai come area di attrazione da Napoli a Salerno e siamo in grado di accogliere sempre con piacere questi momenti artistici, culturali e di sana aggregazione”.

IL CENTRO

Con oltre 140 negozi e 150 brand internazionali, una food court con 30 ristoranti e una spettacolare fontana danzante, il MaxiMall Pompeii di Torre Annunziata (Napoli) – certificato Bream Very Good – è il nuovo hub multifunzionale che fonde shopping, cultura, ospitalità contemporanea e intrattenimento. Design, innovazione, tecnologia e sostenibilità guidano il progetto che comprende anche un hotel firmato Marriott, il Museo Digitale e Immersivo Discovery Pompeii Alive, realizzato in collaborazione con Discovery Channel (apertura entro fine 2025) e il Centro Congressi Nexus Pompeii con 7 sale cinema/meeting di ultima generazione e un auditorium da oltre 300 posti. Completano l’offerta un parco pubblico con aree verdi per 50mila mq, parcheggi per oltre 3000 posti auto e un’uscita autostradale dedicata sulla A3 Napoli-Salerno.

MAXIMALL POMPEII
Via Plinio, Torre Annunziata (Napoli)
Uscita Torre Annunziata Sud della A3 Napoli-Salerno
www.maximall-pompeii.it

Ufficio stampa DABLIU
Emanuela Sorrentino emanuelasorrentino@libero.it
Roberta Di Donna press@dabliu.biz

Montefioralle Divino 2025

Nel piccolo e grazioso Borgo di Montefioralle si è svolto l’evento Montefioralle Divino, giunto alla sua 11esima edizione. Il festival è stato organizzato e promosso dall’Associazione Viticoltori di Montefioralle, nei giorni dal 26 al 28 settembre 2025.

Per l’occasione sono stati allestiti stand in Piazza Santo Stefano con in degustazione etichette di Chianti Classico nelle tipologie, annata, riserva e gran selezione, ma anche alcuni Igt, sia rossi che rosati e bianchi con qualche perla finale di Vin Santo. Cosa molto importante ormai in tali contesti la possibilità di acquistare i vini direttamente dai produttori.

Il territorio

Montefioralle si trova nel comune di Greve in Chianti (Fi) e si erge su di un colle a poca distanza, immerso nel meraviglioso scenario chiantigiano ove il tempo sembra che abbia subito una pausa nel lento scorrere. Montefioralle ha la sua propria UGA (Unità Geografiche Aggiuntive) che al momento è legata alla tipologia Gran Selezione, la seconda più piccola di tutto il comprensorio del Chianti Classico. I vigneti si attestano ad altimetrie mediamente più alte rispetto ad altre UGA e sovente sono terrazzati. Notevole è la presenza dell’olivo.

A livello sensoriale il Chianti Classico è di un colore rosso rubino intenso e trasparente che vira al granato con la maturazione, al naso sviluppa sentori di viola mammola, ciliegia, prugna, amarena e frutti di bosco, per i più evoluti anche note di spezie dolci, vaniglia e nuances balsamiche, al gusto è avvolgente con tannini nobili e dotato di una buona piacevolezza di beva e una lunga persistenza aromatica.

Un vino identitario per ogni produttore

I’ Burasca Toscana Igt 2022 Altiero
Chianti Classico Gran Selezione Sassello 2018 Castello di Verrazzano
Vin Santo del Chianti Classico 2020 Montefioralle
Chianti Classico Gran Selezione La Fornace 2021 Villa Calcinaia
Chianti Classico Gran Selezione Sillano 2021 Terreno
Chianti Classico Riserva 2021 Podere San Cresci
Chianti Classico Riserva 2021 Podere Campriano
Chianti Classico 2022 Le Palaie
Chianti Classico Gran Selezione 2018 Terre di Melazzano
Chianti Classico 2023 Podere Somigli

Trentodoc Festival: bollicine di montagna e visioni d’altura

Un lungo weekend d’inizio autunno ha trasformato Trento in una capitale effervescente, dove il Trentodoc Festival ha celebrato le bollicine di montagna con un palinsesto ricco di incontri, degustazioni e visite in cantina. Curato da Luciano Ferraro, Vicedirettore del Corriere della Sera e Direttore Artistico del festival, l’evento ha saputo intrecciare cultura, innovazione e territorio, offrendo un’esperienza immersiva e multisensoriale.

Nel cuore del programma, i Wine Talks hanno rappresentato momenti di riflessione ad alta quota tra AI e biodiversità. Il futuro del vino tra AI e nuove tecnologie, ha visto il giornalista Riccardo Luna dialogare con Ferraro sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale nella filiera vitivinicola. Dalla gestione dei vigneti alla personalizzazione dell’esperienza enologica, il confronto ha aperto scenari stimolanti, sollevando interrogativi etici e strategici sul ruolo della tecnologia nel preservare l’anima del vino.

Il vino di montagna e la sfida della biodiversità, ha offerto una lettura evolutiva del vino come espressione di resilienza. Il filosofo Telmo Pievani, insieme a Ferraro, Stefano Fambri presidente dell’Istituto Trento Doc, e Andrea Buccella, responsabile produzione di Cesarini Sforza, ha evidenziato come la viticoltura alpina rappresenti una forma di resistenza creativa, capace di custodire biodiversità e autenticità in un equilibrio fragile ma vitale.

Momenti complementari, intensi e profondi, che hanno arricchito il Festival di contenuti e prospettive, confermando il vino come linguaggio, visione e progetto.

Molte le cantine aperte con eventi ad hoc, che hanno offerto uno sguardo ravvicinato sulle eccellenze artigianali del Trentodoc, tra queste Reví e Spagnolli.

Reví Spumanti: eleganza e precisione artigianale

Fondata nel 1982 da Paolo Malfer, Reví è una cantina familiare che incarna l’anima più autentica dello spumante Metodo Classico trentino. Il nome stesso, “Reví”, richiama il toponimo “Re del vino”, evocando una zona storicamente vocata alla viticoltura. Oggi, sotto la guida dei figli Stefano e Giacomo, la cantina coniuga tradizione e innovazione, distinguendosi per uno stile raffinato e coerente.

I vigneti di Chardonnay e Pinot Nero si estendono in un territorio alpino fresco e asciutto, ideale per la produzione di spumanti di montagna. La filosofia produttiva si fonda su una lavorazione manuale meticolosa, pressature soffici e lunghi affinamenti sui lieviti, elementi che conferiscono ai vini eleganza, complessità e una spiccata identità territoriale.

Durante la visita, accompagnata da una merenda conviviale, sono stati proposti in degustazione Reví Dosaggio Zero 2021, Reví Rosé 2021 e Reví Riserva Magnum 2014. Millesimati che rappresentano un racconto di famiglia, territorio e dedizione che si rinnova ad ogni bottiglia.

Cantina Spagnolli: la piccola Epernay del Trentino

Immersa tra le terrazze eroiche di Cimone, la Cantina Spagnolli è il frutto di una visione pionieristica e di una dedizione familiare che attraversa tre generazioni. L’intuizione originaria di Francesco Spagnolli e Gino Veronelli risale al 1978, quando identificarono in quei terreni impervi una vocazione spumantistica straordinaria. Da allora, la famiglia ha trasformato quel frammento di montagna in una vera e propria stazione sperimentale del Metodo Classico.

Oggi è Alvise Spagnolli, ingegnere energetico convertito alla viticoltura, a guidare con passione e precisione la produzione. Il vigneto si distingue per la sua eterogeneità geologica e microclimatica: fondali marini, marne e calcari organogeni, esposizioni multiple e venti alpini contribuiscono a una maturazione differenziata delle uve, raccolte manualmente in piccole ceste e vinificate separatamente.

Il risultato è un mosaico di cru che, una volta assemblati, danno vita a spumanti dalla firma gusto-olfattiva elegante e irripetibile. Il Pinot Nero, protagonista assoluto, diventa strumento espressivo per raccontare il territorio e la sua storia, in particolare nell’etichetta Disìo, sintesi dell’identità dell’anfiteatro Spagnolli.

Accolti da Susi, regista silenziosa e maestra d’accoglienza, la visita si è conclusa con una degustazione autentica e conviviale di Disìo e Fral (Chardonnay 65%, Pinot Nero 35%), accompagnata da salumi, formaggi a km zero e dalla celebre focaccia di farro e patate. Un’esperienza che ha unito rigore tecnico e calore umano, lasciando il segno per qualità, autenticità e bellezza.

Il Trentodoc è una denominazione dalle molte anime, capace di accogliere grandi maison e piccole realtà con pari dignità e valore. Se le prime contribuiscono alla visibilità internazionale, sono spesso le seconde a custodire l’identità più profonda del territorio: visione, sperimentazione, artigianalità e racconto.

Cantine come Reví e Spagnolli rappresentano le punte di diamante di una viticoltura alpina che non teme la fatica, ma la trasforma in bellezza. Sono laboratori di autenticità, dove ogni bottiglia è il risultato di scelte consapevoli, di mani esperte e di un dialogo costante con la natura. In un mondo del vino sempre più globalizzato, queste realtà ci ricordano che il futuro passa anche dalla cura del dettaglio, dalla valorizzazione delle differenze e dalla capacità di raccontare storie vere. E che dietro ogni bollicina di montagna, c’è un’anima che merita di essere ascoltata.

Antica Distilleria Petrone: riportate in superficie le 450 bottiglie di Limoncello  dopo un anno di affinamento “sottomarino” nei fondali di Castel dell’Ovo a Napoli

Presentati i dati scientifici dello studio sull’Elixir Falernum

Venerdì 3 ottobre a Napoli il mondo degli spirits ha vissuto un’intensa giornata con i due appuntamenti organizzati dall’Antica Distilleria Petrone di Mondragone (CE), prima azienda in assoluto a livello mondiale a sottoporre nel 2021 una partita di bottiglie di liquore ad affinamento subacqueo.

L’emersione delle 450 bottiglie di limoncello    

La giornata ha avuto inizio in mattinata con l’emozionante emersione, al largo di Castel dell’Ovo, della cassa contenente le 450 bottiglie di limoncello che l’Antica Distilleria Petrone aveva posto in affinamento underwater il 25 settembre del 2024. L’operazione di recupero delle bottiglie dai fondali del porticciolo di Santa Lucia è stata effettuata in collaborazione con STS Servizi Tecnici Subacquei e ha visto il coinvolgimento dei ragazzi dell’Area Penale di Napoli partecipanti al progetto MareNostrum, che ha tra i suoi sostenitori l’azienda casertana capitanata da Andrea Petrone.

Le bottiglie riportate in superficie, e per le quali la Distilleria Petrone sta creando un disciplinare ad hoc per la commercializzazione, verranno rivestite da un esclusivo packaging realizzato dai vincitori del contest “One more pack”, Vincenzo Volino e Sara Petrucci.

I risultati degli studi sull’Elixir Falernum

Nel pomeriggio presso il Real Yacht Club Canottieri Savoia, con la moderazione del giornalista Angelo Cerulo, sono stati presentati in anteprima alla stampa i risultati scientifici degli studi effettuati dal Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II sulle bottiglie di Elixir Falernum precedentemente emerse dalle acque di Mondragone. Le bottiglie immerse nel 2023 in prossimità dell’antica città sommersa di Sinuessa e riportate in superficie nel 2024 sono state oggetto di un’approfondita attività di ricerca da parte dei professori Pasquale Ferranti e Alessandro Genovesi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Salvatore Velotto dell’Università San Raffaele di Roma. Lo studio, che si è svolto i due fasi, ha messo a confronto 17 bottiglie affinate sott’acqua con altrettante bottiglie di controllo sottoposte al normale affinamento in cantina, selezionate utilizzando uno schema a croce per garantire un campionamento rappresentativo.

In pratica sono state prese bottiglie sia nella parte esterna della gabbia sia al centro seguendo la diagonale. Nella prima fase è stato impiegato un naso elettronico dotato di 10 sensori mentre nella seconda fase si è passati alle analisi chimico-fisiche. Lo studio ha portato a concludere che “l’ambiente subacqueo, caratterizzato dalla presenza di luce blu-verde e vibrazioni marine, ha contribuito alla maggiore formazione di furani e furanoni nei liquori invecchiati sott’acqua. Questi composti sono noti per arricchire il profilo aromatico con note di caramello, fragola, tostato e mandorla”. I campioni affinati in cantina, al contrario, hanno subìto un processo di invecchiamento più rapido rispetto ai campioni sottomarini.

Le bottiglie di limoncello appena riportate in superficie dopo un anno di affinamento a 13 metri di profondità cullate dalle correnti marine, a temperatura costante, al completo riparo dalle fasi lunari e in assenza di luce e ossigeno, verranno sottoposte allo stesso programma di ricerca per studiare in modo scientifico gli effetti della permanenza subacquea sulla maturazione dei distillati.

L’evento è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione di: Comune di Napoli, Marina Militare, Guardia Costiera, STS Servizi Tecnici Subacquei, ArcheoClub d’Italia, Reale Yacht Club Canottieri Savoia Napoli, SIRIP e YDigital Firm. Si ringraziano, inoltre, il Consorzio Mozzarella di Bufala Campana Dop, Casatiè e il Consorzio Vitica.

Antica Distilleria Petrone

Via Generale Giardino, 49

Mondragone (CE)

Tel. 0823 978047 www.distilleriapetrone.it

“Ma quante ne Sannio”? Vinestate a Torrecuso: l’estate più bella che c’è tra vino, musica e gastronomia del territorio

Vinestate a Torrecuso porta da 50 anni con sé la magia di un momento di festa per l’intera Comunità sannita. Non si può dire estate senza un calice di vino al tramonto condiviso con amici e amori, assaggiando un panino tra risate e quattro salti in piazza al ritmo della musica folk.

Tanti i volti incontrati: produttori che trasmettono passione, energia vitale e qualità nelle etichette proposte al pubblico incuriosito dal liquido inebriante simbolo vincente del Made in Italy. Bianco, rosso o rosato non ha importanza; a parlare è il territorio con le sue diverse espressioni di Falanghina, Aglianico e Piedirosso, vitigni cardine in quest’angolo di pace e di rispetto per la tradizione.

“Ma quante ne Sannio” veramente i vigneron del luogo in cui vivono e dei propri gusti? Lo abbiamo chiesto in maniera scherzosa ai 23 espositori in un gioco che ha lasciato qualche istante di sincera commozione. I ricordi d’infanzia, la vendemmia e la pigiatura del mosto fresco con i piedi o le canzoni dell’epoca e i pensieri cari a chi non c’è più e tanto ha insegnato.

Anche il sindaco di Torrecuso Angelino Iannella si è lasciato andare in un amarcord dolce e salato, con lo sguardo fiero puntato dritto al futuro. Con lui i decani del vino come Orazio Rillo e Antonio Mennato hanno rievocato il 1975, quando un’idea di alcuni imprenditori pionieri, stanchi del non godere appieno della celebrazione per il buon raccolto sempre impegnati con i carretti a trasportare in mescita i prodotti, cambiò il destino di molte famiglie.

Con l’aiuto dell’avvocato Coletta, mentore della manifestazione, ecco l’arrivo della prima edizione di ciò che diverrà Vinestate, la più antica kermesse sul vino della regione. Per sbloccare un ricordo serviva dunque una domanda, anzi una serie di domande contenute in un mazzetto da mescolare accuratamente e tirare a sorte.

I presenti ascoltavano e partecipavano poi con curiosità, che hanno alleggerito il clima di grande lavoro celato dietro un simile evento. Massima pure la soddisfazione del vicepresidente del Comitato Giampiero Rillo – cantine Tora – e di Libero Rillo, presidente di Sannio Consorzio Tutela Vini, non sottratti al nostro format “Ma quante ne Sannio”.

Dal 4 al 7 settembre Torrecuso si è illuminata come un faro brillante, tra feste danzanti, gustosa gastronomia locale, musica e attrazioni come la banda del paese, i trampolieri ed i giochi per bambini.

Ma soprattutto si sono riaccese le luci su di un piccolo borgo e i suoi angoli nascosti di rara bellezza, che si aprono a squarci panoramici sulle colline circostanti, ricordando che l’Italia è fatta anche di passato, tra storia, usanze e naturalmente uva e vino.

Tutte le nostre interviste puoi trovarle nella playlist YouTube.

Cronache dall’Alto Adriatico: Collio

Italia, Slovenia, e ancora Italia. Il terzo giorno del tour nell’Alto Adriatico organizzato dal giornalista e scrittore Paul Balke è dedicato al Collio, l’altra parte di quell’unicum che un tempo comprendeva anche l’attuale Brda.

La superficie vitata nel Collio è inferiore a quella del fratello sloveno, con un valore che ultimamente ha raggiunto i 1500 ettari (contro i 1878 nel Brda), mentre simili sono i terreni essenzialmente a base di flysch, e i sistemi di allevamento. Il disciplinare del vino Collio doc nasce nel 1968 e fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca. Discorso diverso per quelli internazionali a bacca rossa presenti nel territorio da lunga data, e del quale aspetto abbiamo già parlato qui:

Ad oggi le uve autorizzate sono 17: per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Muller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in 8 dei 25 comuni esistenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi ad almeno 75 metri di altitudine, fino a giungere a circa 270 metri, e con una pendenza minima del 3%, spesso ben superiore.

Quattro anni prima della doc, nel 1964 nasce il Consorzio Tutela Vini Collio che oggi racchiude al suo interno 119 cantine.

Alla nostra dimora di Medana ci viene a prendere con il suo mezzo di trasporto Paolo Corso, vice direttore del Consorzio e produttore di Borgo Conventi con destinazione Cormòns.

Incerto l’origine del nome della città friulana: chi lo associa al termine del popolo Carmo, chi a un gallicismo celtico per intendere il simpatico mustelide della donnola, e infine chi a un idronimo preromano.

Situata alle pendici meridionali del monte Quarin, Cormòns ha settimila abitanti e millequattrocento anni di storia, che inizia quando i Longobardi fortificarono nel 610 d.C. una stazione militare di epoca romana per contrastare l’avanzata del popolo degli Avari proveniente dai Carpazi. Successivamente il castello entra in possesso dei Patriarchi di Aquileia che poi lo cedono ai Conti di Gorizia, i quali lo affidano agli Ungrispach, antichi signori del borgo, in qualità di castellani e il cui emblea raffigurante una mezzaluna è presente nello stemma comunale della città.

Raggiungiamo piazza xxiv maggio, dove affaccia il Palazzo Locatelli sede del municipio, e l’Enoteca di Cormòns che ci attende con dodici aziende con prodotti da testare. Una statua bronzea ritraente un ragazzino integralmente nudo in posa plastica, dinamica, che esprime energicamente il movimento, e che noi da vecchi studenti della settima arte abbiamo particolarmente apprezzato (cinema deriva dal greco kínema che significa movimento), è proprio di fronte all’ingresso. E’ opera dello scultore Alfonso Canciani di Brazzano, eretta nel 1894 e denominata il Lanciasassi, sebbene durante il periodo fascista fu battezzata Il Balilla, per l’evidente forza muscolare del fanciullo, incline al modo di vedere e al motto del regime del ventennio che propagandava “un popolo di atleti e soldati”.

Al primo piano dell’enoteca sede della degustazione conosciamo Luca Raccaro presidente del Consorzio Tutela Vini Collio e titolare dell’azienda omonima,che a 36 anni è il più giovane al vertice nella storia sessantennale del Consorzio. Averci trascorso delle ore assieme ha arricchito il nostro tour: Luca è una persona sensibile, squisita, e veramente disponibile verso il prossimo, per di più ha annullato un impegno vacanzierio pur di accudirci e in seguito scarrozzare il gruppo in giro.

Gli assaggi effettuati hanno riguardato i seguenti vini, elencati nell’ordine esatto di successione, e tranne dove è indicato diversamente sono da intendersi per Collio doc:

BORGO CONVENTI dal 1975 – ettari 30 (nel Collio 20, in Friuli Isonzo 10) – bottiglie annue 300.000

(https://www.borgoconventi.it/)

Friulano 2022 un vino che ci ha convinto con invitanti note floreali di fiori di robinia, morbide mielate, fruttate fragranti, e un sorso teso e di buona persistenza, con un finale piacevolmente sapido e ammandorlato.

Sauvignon 2023

Luna di Ponca 2019 (blend di Friulano 70%, Chardonnay 20%, Malvasia 10%)

Merlot 2017, l’annata corrente è la 2021, e il vino, dopo la fermentazione in tini di legno e acciaio inox a temperatura controllata, trascorre 10-12 mesi in barrique e un ulteriore affinamento in bottiglia. Percezioni fragranti e fresche in un olfatto complesso, con note floreali di viola appassita, di ciliegia matura, di prugna disidratata, e d’arancia sanguinella, e per finire di sottobosco. I tannini sono setosi, e il vino è lavorato in sottrazione, con eleganti ritorni di frutta in confettura, note morbide di vaniglia, e un finale piuttosto persistente di cacao amaro.

LIVON dal 1964 – ettari 180 – bottiglie annue 850.000

(https://livon.it/tenuta-livon/)

Pinot Bianco Cavezzo 2022

Solarco 2023 (blend equanime di Friulano e Ribolla)

Braide Alte 2022 Venezia Giulia Igt (blend di Chardonnay 40%, Sauvignon 40%, Ribolla Gialla 15%, Picolit 5%). Fermentazione in barrique a temperatura controllata e affinamento per 8-10 mesi, poi assemblaggio in vasca di acciaio inox. Affinamento in bottiglia di circa un anno. Ricco di note aromatiche floreali e fruttate, morbidezza da miele e vaniglia. Fresco, elegante e minerale, sorso pieno e glicerico, con ritorni di una succosa pesca tabacchiera in un finale molto vellutato.

RACCARO DARIO dal 1986 – ettari 8 – bottiglie annue 34.000

(https://www.raccaro.it/)

Friulano Rolat 2024 fine e sottile, con suggestioni floreali, di fiori di acacia e di mandorla, delicatamente fruttato. Fresco e vivo al sorso, ma allo stesso tempo morbido, mielato, setoso, che culmina al termine in toni minerali.

Friulano Rolat 2018, gli ulteriori sei anni trascorsi di affinamento hanno regalato al vino complessità, polpa e materia, e una grande eleganza, la frutta si fa decisamente più matura, e il sorso è molto mordido e persistente.

BRANKO dal 1950, passa a Igor Erzetic nel 1998 – ettari 12 – bottiglie annue 70.000

(https://www.brankowines.com/)

Pinot Grigio 2024 piacevole e intensamente fruttato di pesca, cenni erbacei di fieno tagliato, e morbidezza di crema. Al palato è opulento, vivo e sapido, torna dirompente la frutta, in un contesto di beva gradevole.

Chardonnay 2024

CASTELLO DI SPESSA dal 1987 – ettari 98 (nel Collio 28, in Friuli Isonzo 70) – bottiglie annue 450.000 (nel Collio 100.000, in Friuli Isonzo 350.000)

(https://www.castellodispessa.it/)

Rassauer 2022 (Friulano)

Santarosa 2023 (Pinot Bianco) affina per sei mesi sulle fecce nobili in acciaio e in barrique. Intense e penetranti le note floreali di acacia alle quali si accompagnano altre fruttate di pera, e di spezie delicate, pepe bianco. Il sorso esile e sapido è declinato sull’eleganza, con ritorni morbidi fruttati e una buona persistenza.

DUE DEL MONTE dal 2017 – ettari 8 (a breve 10.5) – bottiglie annue 30.000

(https://duedelmonte.it/it/)

Ribolla Gialla 2022

Malvasia 2022

Friulano Subida 23 2020, fermentazione in botti di rovere dove il vino rimane per circa 10 mesi senza effettuare la malolattica. Le note floreali sono decise, alcune spezie morbide e poi frutta secca, mandorla in primis. Al palato è glicerico, sapido, con una lieve nota alcolica che tuttavia non incide troppo sull’armonia, ritorni di erbe aromatiche in un finale persistente, piacevole e di carattere.

Sauvignon San Giovanni 2020

Merlot 2019, macerazione per circa 30 giorni con frequenti follature a mano e un paio di dèlestage. Maturazione in barrique in parte nuove per 12 mesi e in botti di rovere più grandi per altri 12 mesi dove avviene la fermentazione malolattica. Infine almeno altri 24 mesi di affinamento in acciaio inox e bottiglia. Note iniziali di frutti di bosco rossi e arancia sanguinella, a cui seguono quelle minerali legate alla grafite e petricore. Il sorso è pieno, ricco e setoso, polputo e piacevole, di vellutata morbidezza e con un finale di persistente eleganza.

PASCOLO dal 1974 – ettari 7 – bottiglie annue 30.000

(https://www.vinipascolo.com/)

Pinot Bianco 2023

Friulano 2023

Agnul 2021 (blend di Friulano 50%, Sauvignon 40%, Pinot Bianco 10%). Fermentazione in acciaio dove sosta per nove mesi sui lieviti. Il Friulano è elevato in tonneau di Allier nuove, poi avviene l’assemblaggio dei vini nove mesi prima dell’imbottigliamento con affinamento in vetro per ulteriori 18 mesi. Vino molto intenso e complesso, dotato di nuance floreali di acacia e tiglio, note di frutta esotica, di spezie morbide, noce moscata e vaniglia. Al palato è corposo e materico, glicerico, con ritorni di purea di pera, e un finale delicato e minerale.

Rosso di Ponca 2020 Merlot

RONCÚS dal 1985- ettari 10 – bottiglie annue 30.000

(https://www.roncus.it/it/)

Malvasia 2022 Venezia Giulia Igt

Pinot Bianco 2020

Pinot Bianco 2018

Vecchie Vigne 2017, unblend di Malvasia 60%, Friulano 30%, Ribolla Gialla 10% provenienti da vigne con oltre 60 anni di vita, che dopo una breve macerazione di quattro ore, effettua la fermentazione spontanea e quella malolattica. In seguito il vino permane un anno in botti da 20 ettolitri, e 22 mesi in acciaio sui propri lieviti fini. La declinazione è sulla polpa di frutta matura, anche esotica, con richiami a fiori bianchi essicati e mineralità da pietra focaia. Il sorso è glicerico, pieno ed elegante, fruttato con un finale minerale persistente.

RENATO KEBER dal 1985 – ettari 15 – bottiglie annue 45.000

(http://www.renatokeber.com/)

Pinot Grigio 2019. I vini di Renato Keber escono dopo minimo 5 anni dalla vendemmia. Fermentazione spontanea ed elevazione sui lieviti per dodici mesi in acciaio. Complesso con frutta matura, erbe aromatiche, fiori di sambuco, frutta secca e note minerali di roccia bagnata. Al palato si sviluppa in progressione, è pieno, morbido e molto minerale e persistente.

Friulano 2019

MALcheVAda  collezione 2019 è un blend a base di Malvasia che a seconda dell’annata varia dal 50-70%, e saldo di Friulano, Pinot Grigio, Pinot Bianco, Chardonnay, Ribolla Gialla. Effettua due settimane di macerazione con fermentazione che avviene con lieviti indigeni, successivamente il vino matura per un anno in botte grande e un altro anno in vasche d’acciaio sui lieviti, più un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Bouquet declinato alla frutta esotica matura e agrumi, molto intenso, fragrante ed elegante, con sorso succoso, sapido, e carattere distinto, molto persistente.

Zegla 2016 è un Friulano al 100% che esegue la fermentazione spontanea e una maturazione in progressione aritmetica: 12 mesi in botti di rovere, 24 mesi in contenitori d’acciaio, 36 mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto conteso tra la morbidezza del miele d’acacia e dello zucchero a velo e la freschezza appropriata alla mineralità e ai sentori iodati. A completare un bouquet seducente si aggiunge della frutta a polpa gialla e agrumi di pari colore. Al palato è rotondo, armonico, con sorso ampiamente glicerico, non privo di vena acida, e di una lunga persistenza con suggestioni nel finale di canditi di agrumi.

EDI KEBER dal 1957 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(http://www.edikeber.it/)

Collio 2022 è un blend di Friulano 70%, Malvasia 15%, Ribolla Gialla 15% che fermentano spontaneamente (l’azienda è certificata Demeter) in vasche di cemento con affinamento di almeno 5 mesi. Bouquet che spazia dal pompelmo giallo alla pesca bianca, dai sentori minerali alla frutta secca come mandorla. Al palato è soffice, minerale, salino e persistente.

KORSIČ dal 1989 – ettari 7 – bottiglie annue 40.000

(https://www.korsicwines.it/)

Collio 2023, un blend di Friulano 60%, Malvasia 30%, Ribolla Gialla 10%, che fermentano in acciaio inox per 4-6 giorni e affinano in botti di rovere per 12 mesi, seguito da 6 mesi in bottiglia. Suggestioni di frutta gialla accompagnano le note floreali, di ginestra e tiglio, in uno sfondo arricchito dai toni minerali. Al palato è sapido, fragrante e persistente.

RADIKON dal 1980 – ettari 25 – bottiglie annue 85.000

(https://www.radikon.it/it/)

Jakot 2020 Venezia Giulia Igt è un Friulano che effetta la fermentazione spontanea con macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, e in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, concludendo con uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia. Ricco di fiori gialli e di frutta gialla, pesca e albicocca. L’intesità aromatica è basata sulla freschezza e la fragranza. Al palato l’ingresso è sapido con evidente acidità volatile simile ad alcune birre belghe Lambic, ma non fine a sé stessa, sensazione tannica adeguata, e grande personalità e persistenza declinata alla frutta secca, nocciola tostata.

Il pranzo si è svolto nell’enoteca assieme a Luca Raccaro. L’enoteca di Cormòms, alla quale aderiscono 28 aziende del Collio, ha come focus di promuovere i prodotti del territorio. Qui si trovano i vini delle cantine che ne fanno parte ed è aperta a iniziative relative agli associati.

Com’era avvenuto sia da Gredič la sera precedente, che da Le due Torri due giorni prima, tra i cibi friulani da valorizzare, abbiamo assaggiato un formaggio che conosciamo da tempo e apprezziamo: il Formadi Frant. E’ un prodotto di recupero tipico del Friuli, della Carnia per la precisione, dove si sminuzzano e frantumano (dal cui nome Frant) gli avanzi di altri prodotti caseari con varie stagionature, i quali sono amalgamati con panna e pepe. In una vita precedente lo vendevamo nel nostro negozio enogastronomico a Roma sud e invitavamo i clienti a utilizzarlo anche per un’ottima variante della celebre pasta cacio e pepe romana. Con nostro sommo piacere, durante il soggiorno in Friuli per il progetto Alto Adriatico, ne abbiamo assunto in dose superiore alla somma di quanto mangiato finora ad allora!

Una rapida visita alla piazza principale di San Floriano del Collio, paesino con poco più di settecento anime, per godere a 276 metri di altitudine la vista dei vigneti dal punto più alto in zona, slargo dove è situata la chiesa dedicata a San Floriano Martire, e poi un giro per i filari del Collio. Quelli di proprietà di Raccaro, lungo la strada che da Cormòns porta a Brazzano, sono stupefacenti: si trovano alle pendici del Monte Quarin, ma l’aspetto straordinario è che i terreni dove la vite cresce avviluppa la chiesa di Santa Maria, chiamata anche di Santa Apollonia, con origini nell’Alto Medioevo giacché il primo documento rinvenuto dove se ne parla è datato 1319. La chiesetta è talmente importante per l’azienda Raccaro da impreziosire l’etichetta di tutti i vini prodotti con un’elegante effige della medesima. A tal proposito, noi abbiamo testato solamente il Friulano in un paio di differenti millesimi, al fine di far emergere la longevità del vitigno, ma Raccaro, che fa parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), produce anche una Malvasia Istriana definita dalla cantina la punta di diamante della loro proposta per via dell’eleganza di cui si pregia, un Collio a base di Friulano, Sauvignon e Pinot Grigio, e infine un Merlot, tutti vini che siamo curiosi di assaggiare al più presto.

Affascinanti e suggestivi sono anche i declivi di Livon, una cartolina ammirevole dove l’ordine sembra apprezzato dalla natura stessa, che di suo non esercità, e tutto ciò l’abbiam notato malgrado l’ardore che ci asserragliava. In condizioni meteorologiche più mitigate devono essere luoghi davvero spettacolari.

Ora a tutti noi necessità una rifrescata, prima di recarci all’aperitivo e la cena che ci attende, quindi torniamo in albergo per poi essere accompagnati grazie a Renato Keber in luogo che promette molto bene, soprattutto per dove è ubicato: Locanda alle Vigne.

Cormons – Subida di Monte – AK+ ENGINEERING – Foto Elia Falaschi © 2024 – https://eliafalaschi.it – https://ak.plus

Si tratta di un ristorante immerso nei vigneti dell'azienda agricola Subida di Monte, un locale inaugurato a inizio 2024, di grandi dimensioni e molto curato, che si prefigge di valorizzare la cucina tradizionale friuliana. Al suo interno vi è un grande camino accogliente, chiamato il Fogolâr che grazie al cielo era spento. Iniziamo con due versioni di bollicine: Perté 2024 uno spumante a base di Ribolla Gialla prodotto da Castello di Spessa, dai delicati e piacevoli toni floreali e fruttati, e il Tanni 2017 un metodo classico pas dosé a base di Chardonnay di Tenuta Stella, con fermentazione inacciaio e tonneau, e in seguito 60 mesi sui lieviti, complesso, fresco ed elegante nelle suggestioni speziate, di agrumi canditi, e burrose. 

Nel frattempo conosciamo Saša Radikon che assieme a Renato Keber ci viziano con alcuni dei loro vini durante la cena.

Alla morte del padre Stanko avvenuta l’11 settembre del 2016, l’azienda Radikon passa nelle mani Saša, che raddoppia gli ettari di vigneto da 12 a 25, e la conseguente produzione annua di bottiglie che ora raggiunge le 85.000 unità. Nel 2023 grazie alla sorella Ivana nasce la linea POP, che preve un Bianco e un Rosso, con una breve macerazione delle uve e una beva più agevole rispetto allo stile per cui la cantina è nota, pur rimanendo un inconfondibile vino di Radikon, sia bene inteso.

Dopo il Friulano (con aromaticità erbacee e officinali, e finale ammandorlato) e il Sauvignon (in linea con i caratteri varietali del vitigno) entrambi 2024 di Branko, un energico Saša ci versa lo Slatnik 2022 che esegue 8/14 giorni di macerazione sulle bucce, un anno di maturazione in botte e almeno quattro mesi in bottiglia, che si rivela di un fruttato succoso e opulento, pesca e albicocca, con cenni floreali e finale minerale; e la Ribolla 2020 che segue la medesima vinificazione dello Jakot (macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, e uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia), con sentori mielati, speziati e di albicocca disidratata, e che mantiene un sorso dinamico e fresco.

Renato Keber estrae dal cappello due aneddoti: Friulano Riserva Zegla 2008, complesso e armonico, con suggestioni di agrumi disidratati, pesca sotto sciroppo, spezie e fiori essiccati, e un sorso elegante e setoso, minerale e ammandorlato, e il Sauvignon riserva Grici 2010 che se non sbagliamo è la prima annata prodotta da Renato, porta a termine la fermentazione in tonneaux per 12 mesi, elevatura sui lieviti ed ulteriore affinamento di oltre 2 anni in bottiglia, che durante il momento dell'assaggio ci è sembrato di avvertire un sovraccarico della tensione elettrica nel ristorante, e invece era l'esplosione di esoticità e longevità del vino che ci aveva sovrastimolato sensorialmente, con note di frutto della passione e kiwi, agrumi polputi, un sorso ancora vivace, equilibrato e armonico, colmo di materia, e un prolungato finale dedicato alle erbe aromatiche, due vini dei quali serberemo l'emoziante ricordo molto a lungo.

Risalendo il vialetto dove erano parcheggiate le automobili, abbiamo pensato: Perbacco, se non è stata la degna chiusura di una giornata molto intensa, quale altra?