Nelle Terre del Grechetto: Civitella d’Agliano celebra una delle varietà simbolo del centro Italia

Di tanto in tanto, capita che un piccolo borgo diventi il centro del mondo. Succede a Civitella d’Agliano, nella Tuscia viterbese, quando le sue strade antiche e silenziose si animano per accogliere “Nelle Terre del Grechetto”, evento ideato e curato dal giornalista Carlo Zucchetti, che da anni racconta il meglio dell’enogastronomia dell’Italia centrale con uno sguardo appassionato e competente.

In questa terra plasmata da tufi e calanchi, il Grechetto trova una delle sue espressioni più sincere. Vitigno autoctono dalle origini antiche e controverse, si dice che risalga ai coloni greci, da cui il nome, è presente in Umbria e nel Lazio con numerose sfumature e cloni. Ma è proprio nella zona della Tuscia, tra Orvieto e le campagne di Viterbo, che questa varietà riesce a fondere freschezza, mineralità e una complessità aromatica che sorprende anche i palati più esigenti.

Il Grechetto: vitigno di territorio e di carattere

Il Grechetto non è un vino appariscente. È un vino che chiede tempo e ascolto. Dietro il suo profilo spesso discreto, si cela un mosaico di aromi che spazia dai fiori bianchi alla frutta gialla, dalle erbe aromatiche agli agrumi canditi, con una bocca che alterna tensione e rotondità, freschezza e sapidità. È un vino che sa raccontare la terra da cui nasce, con una voce genuina e spesso sorprendente.

In questo senso, la degustazione alla cieca di 59 campioni – provenienti da Lazio, Umbria e zone limitrofe – ha rappresentato il cuore tecnico della manifestazione. Suddivisi per annate (2024, 2023, 2022 e precedenti), i campioni sono stati valutati da un gruppo di giornalisti, produttori e appassionati, dando vita a un confronto vivace e partecipato.

I campioni di Grechetto IGT 2024 più apprezzati che hanno meritato un punteggio di 93 punti:

   •          il Lazio Pensiero di Antica Cantina Leonardi;

   •          il Umbria Grechetto di Argillae;

   •          il Lazio Dottor Belcapo di Fattoria Madonna delle Grazie;

   •          il Umbria Grechetto di Cardeto;

  •       il Umbria Colle Ozio di Leonardo Bussoletti;

Ma la degustazione ha rivelato anche un’evoluzione interessante nel tempo: dai toni agrumati e sferzanti dei vini più giovani, si passa a quelli più complessi e stratificati dei campioni 2022–2021, fino al sorprendente Grechetto IGT bianco L’Annunziata di Benincasa, annata 2022, che ha ottenuto il punteggio più alto (93) per la sua ricchezza aromatica e armonia gustativa.

Anche i due frizzanti Metodo Ancestrale, campioni Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante e Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante Vènti, hanno entusiasmato per fragranza e bevibilità, dimostrando come il Grechetto possa dare ottimi risultati anche nella versione rifermentata in bottiglia.

Un evento che è anche una festa

Ma a rendere davvero speciale “Nelle Terre del Grechetto” è stata l’atmosfera che si è respirata per le vie del borgo. Una festa popolare e raffinata al tempo stesso, capace di unire l’approccio tecnico della degustazione alla voglia di condivisione. I banchi d’assaggio, le visite in cantina, i piatti della tradizione cucinati dalle famiglie del posto, la musica e i brindisi in piazza: ogni momento ha contribuito a rendere l’evento un’esperienza collettiva e gioiosa, autentica come il vino che ne è stato protagonista.

Merito anche della visione di Carlo Zucchetti, che da anni lavora per creare un ponte tra cultura del vino, identità del territorio e piacere della convivialità. A Civitella d’Agliano, questo legame è tangibile. E ha un cuore pulsante nella cantina di Sergio Mottura.

Sergio Mottura

La Tana dell’Istrice: la storia di un pioniere

Affacciata sulla piazza centrale del paese, La Tana dell’Istrice è molto più di una cantina: è un luogo di resistenza culturale e viticola, un punto di riferimento per chi vuole capire cosa significhi fare vino di territorio nel Lazio.

Sergio Mottura, di origini piemontesi, è arrivato qui con il padre dalla località di Mottura. Avrebbe potuto seguire una carriera da ingegnere, dopo gli studi a Torino, ma ha preferito dedicarsi alla campagna. È stato tra i primi, fin dagli anni ’90, a credere nel Grechetto come varietà nobile, capace di dar vita a vini longevi e territoriali.

Negli anni ha affinato il suo stile e ha ampliato la produzione, senza mai perdere di vista il rispetto per l’ambiente. Oggi la cantina è certificata biologica, e la sua etichetta più nota Latour a Civitella è uno dei bianchi più apprezzati d’Italia.

Non tutti sanno, però, che Sergio Mottura è anche uno dei pochi produttori del Lazio a realizzare un Metodo Classico di grande eleganza, da uve 100% Chardonnay. Lo ha imparato in Francia, studiando le tecniche di spumantizzazione con la curiosità del perfezionista. Oggi, il suo spumante rappresenta un’eccellenza rara nel panorama nazionale, elegante, sapido e minerale.

«Venivamo dal Piemonte e mio padre mi immaginava ingegnere. Ho studiato a Torino, è vero, ma è qui, tra le vigne, che ho capito chi ero davvero. Il vino è un modo per restare legati alla terra e farla parlare» Sergio Mottura.

Carlo Zucchetti: l’anima gentile della Tuscia del vino

A rendere possibile tutto questo è la visione di Carlo Zucchetti, enogastronomo e divulgatore tra i più autentici e coerenti del panorama italiano. I suoi eventi – da “Nelle Terre del Grechetto” al più noto “I Migliori Vini della Tuscia” – non sono mai solo degustazioni, ma esperienze culturali, momenti in cui il vino torna a essere un ponte tra le persone, un’occasione di incontro e memoria collettiva.

“Gli eventi targati Carlo Zucchetti sono appuntamenti imperdibili perché mettono il partecipante a contatto con le realtà più vere e genuine della Tuscia.”

In un tempo spesso dominato dall’apparenza e dalla comunicazione esasperata, Zucchetti insieme a Francesca Mordacchini Alfani, continua a dare spazio alla sostanza: ai vignaioli veri, alle famiglie che cucinano nelle piazze, ai borghi che raccontano l’anima rurale della “regione che ha per capoluogo Roma”, come suole dire lui, e dell’Italia centrale.

Grazie alla sua passione e alla sua tenacia, Civitella d’Agliano è tornata a essere, per un fine settimana, il cuore vivo e vibrante di un territorio che ha ancora molto da raccontare. E il Grechetto, da vitigno sottovalutato, ha finalmente trovato il palcoscenico che merita. Un particolare ringraziamento, inoltre, al Comune di Civitella d’Agliano, alla Proloco e a Giuseppe Mottura che in veste di produttore e Sindaco, che ha fortemente voluto e contribuito alla riuscita di questo evento.

Trentino: 38ª rassegna del Müller Thurgau, il vino che racconta la Val di Cembra

La Val di Cembra, con i suoi muretti a secco Patrimonio dell’Umanità, le vigne eroiche e le piramidi di Segonzano, si è vestita a festa per accogliere la 38ª edizione della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”. Un evento che, anno dopo anno, conferma il suo ruolo di riferimento per il vitigno simbolo dell’enologia trentina d’alta quota, e che in questa edizione ha fatto registrare numeri da record: oltre 10.000 calici utilizzati, eventi sold out e un entusiasmo che ha travolto pubblico e operatori.

Ma più dei numeri, sono le emozioni ad aver lasciato il segno. Complice il bel tempo, il paesaggio si è mostrato in tutto il suo splendore: una valle scolpita da millenni di fatica agricola, oggi riconosciuta come Patrimonio Agricolo Globale FAO (GIAHS), candidata anche al riconoscimento UNESCO. Qui la viticoltura non è solo agricoltura, è cultura, è bellezza, è identità.

Donne al timone: una leadership concreta

In testa a questo gruppo appassionato c’è Sara Pedri, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra, al suo secondo mandato. “Questa rassegna non è solo vino, ma racconto di territorio, tradizioni e persone. E quest’anno, più che mai, è stato un racconto corale tutto al femminile.”

Accanto a lei, una squadra di professioniste che hanno saputo fare la differenza. Stefania Casagranda, responsabile dell’Ufficio Stampa, ha dato voce alle storie dei produttori.

Il sindaco di Cembra Lisignago, Alessandra Ferrazza, ha fatto gli onori di casa, incarnando quella sintesi perfetta tra istituzioni e comunità locale. Con la sua presenza costante e calorosa, ha dato il benvenuto ai visitatori con autenticità, dimostrando quanto l’impegno amministrativo possa essere profondamente radicato nel territorio.

A rappresentare la Comunità di Valle, Laura Tabarrelli, presidente dell’Associazione Turistica Valle di Cembra, ha contribuito a promuovere un turismo integrato e sostenibile. Infine, Giulia Zanotelli, Assessore provinciale all’Agricoltura, Foreste, Caccia e Pesca, che ha ribadito l’importanza di sostenere l’enoturismo e le filiere di montagna.

Un vino che parla d’altura

Fulcro della manifestazione sono state come sempre le degustazioni a Palazzo Maffei, dimora settecentesca trasformata per l’occasione nel cuore pulsante della rassegna. Qui i visitatori hanno potuto scoprire le 64 etichette di Müller Thurgau provenienti da Italia, Germania e non solo. Un viaggio nei diversi volti di un vitigno capace di adattarsi alla quota, alla roccia, alle escursioni termiche, regalando sorprese in ogni calice.

A catturare l’attenzione anche la degustazione dei 12 vini premiati al 22° Concorso Internazionale, condotta dal sommelier AIS Michele Girelli: un percorso diviso in tre blocchi – dalle sfumature territoriali alla longevità del Müller – che ha messo in evidenza la ricchezza aromatica e la verticalità gustativa di questo vitigno. Tra i vini premiati spicca il San Lorenz 2024 di Bellaveder, miglior vino italiano, e l’eccellente “In the Mood for Müller” 2023 della tedesca Hammel, che ha ottenuto le menzioni per miglior vino straniero e miglior longevo.

Degustazione dei campioni: Müller Thurgau tra verticalità e finezza

Nel cuore della 38ª rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna” a Cembra, la degustazione dei 12 vini premiati con medaglia d’oro e d’argento ha offerto un viaggio sensoriale attraverso le altitudini e le interpretazioni di questo vitigno versatile. I vini sono stati suddivisi in tre blocchi da quattro, con un primo gruppo che ha riunito le etichette più premiate. Un filo conduttore emerge netto: frutta a polpa bianca e gialla, tratti vegetali e agrumati, e in alcuni casi sorprendenti ricordi del Riesling Renano.

Primo blocco: i fuoriclasse

  1. Bellaveder – San Lorenz 2024 (Faedo, Valle dei Laghi)

Frutto pieno e maturo al naso: albicocca, mango, agrume candito, salvia. Una vena erbacea fresca anticipa un ingresso di grande freschezza e tensione, seguito da una mineralità decisa e quasi tagliente. Struttura snella, chiusura sapida e precisa.

  1. Cantina di Cembra – Müller Thurgau 2023

Più delicato, elegante, con un naso che gioca su fiori bianchi, note vegetali e frutta croccante. In bocca colpisce la tensione agrumata, la freschezza citrina quasi “cidrina”, e una lunghezza gustativa notevole. Un vino tagliente, con potenziale evolutivo evidente.

  1. Kurtatsch – Graun 2023 (Alto Adige DOC)

Vigneti eroici tra gli 800 e i 900 m s.l.m. Naso vegetale, erbe alpine e albicocca. Sorso fresco, ampio, sapido, attraversato da una costante sensazione di erbe aromatiche. Montagna liquida.

  1. Hammel – In the Mood for Müller 2023 (Pfalz, Germania)

Fermentazione lenta con 6–7 g/L di zucchero residuo. Complesso: idrocarburo, gesso, cenere, con ricordi fumé. In bocca un perfetto equilibrio tra acidità e sapidità, una struttura fine che evolve verso un finale leggermente amaricante, molto elegante.

Secondo blocco: confronto tra annate 2024 e 2023

  1. Hammel – Erste Versuchung 2024 (Pfalz, Germania) – Oro

Il più espressivo: albicocca, pesca, mango e pompelmo rosa, poi una nota vegetale e balsamica. Al palato, esplosivo: sapore citrino e salino, come mordere uno spicchio di limone con sale. Il finale è persistente, con una retro-olfazione da caramelle multifrutto.

  1. Mezzacorona – Castel Firmian 2024 (Trentino DOC) – Argento

Dal cuore della Val di Cembra. Al naso note vegetali nitide. Al palato si mostra secco, agrumato, verticale, con una acidità marcata e un finale amaricante. Classico e ben strutturato.

  1. Gaierhof

Un naso intenso, semiaromatico, con tratti da Sauvignon Blanc: frutta tropicale, pesca, erbe fresche. Al palato mantiene coerenza aromatica, con freschezza sostenuta e una beva dinamica.

  1. Tenuta Gottardi

Profilo più delicato: al naso fiori bianchi e pera. In bocca è fresco e sapido, con una struttura snella che esalta la facilità di beva e la precisione del vitigno. 

Terzo blocco: struttura ed evoluzione

  1. Cavit – Bottega Vinai 2024

Frutta gialla in primo piano, albicocca matura e salvia. Naso dolce, quasi caramellato. In bocca sorprende per ampiezza e mineralità, sostenuto da una buona struttura sapida. Un Müller solare.

  1. Pojer e Sandri – Monogramma 2022

Evoluto ma vitale. Note agrumate e tropicali (ananas, mango), accenni di mandorla e zenzero candito. Sorso fresco e pieno, sapido, con una bella progressione gustativa. Raffinato e già complesso.

  1. Paolazzi – Pietra di Confine 2021

Naso originale, con nota floreale da camomilla, quasi atipica per il vitigno. Poi si apre su frutta bianca e agrumi, con struttura e una leggera morbidezza che non penalizza la freschezza.

  1. Pelz – Müller Thurgau 2017

Il vino più evoluto in degustazione. Mostra grande corpo e carattere: frutta secca, mandorla, note terziarie ben integrate. Ancora vivo grazie a una freschezza che sorprende, lunga persistenza. Un classico da meditazione, che dimostra quanto il Müller Thurgau sappia anche sfidare il tempo.

La valle si racconta: cammini, show e calici in bici

Ma il vino è stato solo una parte del racconto. Il trekking “Heroes” sul Cammino delle Terre Sospese, tra Lona e le spettacolari piramidi di terra di Segonzano, ha condotto i partecipanti attraverso natura incontaminata e soste golose: formaggi caprini, speck, Schiava e Müller in abbinamenti memorabili.

Altro momento da ricordare, lo showcooking thailandese “Il giro del mondo in 80 Müller”, dove lo chef Ouiche ha mostrato la straordinaria versatilità del Müller Thurgau anche con la cucina asiatica. Il tutto completato dalla suggestiva cena sotto le stelle sul viale, con asado argentino, danze spettacolari e il pubblico incantato dai campioni del mondo under 16 in danze latinoamericane.

Anche l’esperienza “Cantine in sella”, a bordo di e-bike tra le vigne e le cantine della valle, ha entusiasmato i partecipanti, confermando la Valle di Cembra come meta ideale di enoturismo sostenibile e attivo, dove ogni scorcio diventa cartolina e ogni sorso una scoperta.

Un futuro che profuma di roccia e vento

“Siamo felici dell’entusiasmo che ha accompagnato questa edizione – ha dichiarato Sara Pedri, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra –. Ogni evento ha registrato il tutto esaurito e molti ci hanno fatto i complimenti per la qualità dell’organizzazione e per la varietà delle proposte. Ma la cosa più bella è che sempre più persone, anche da fuori regione, stanno scoprendo la magia della nostra valle e del suo Müller Thurgau”.

Un vino che sa parlare di roccia, altitudine, vento e fatica. Che oggi più che mai si inserisce perfettamente nei nuovi trend del consumo, con i suoi profumi agrumati, la freschezza tesa e la capacità di invecchiare con grazia. Un vino che guarda al futuro, senza mai dimenticare le sue radici.

E così, tra calici, cammini e cultura, la 38ª edizione di “Müller Thurgau: Vino di Montagna” ha saputo ancora una volta trasformare un piccolo vitigno in una grande esperienza. Con lo sguardo che corre tra i vigneti terrazzati e la voglia di tornare, l’anno prossimo, a brindare in questo angolo d’alta quota che profuma di autenticità.

I 19 vini premiati al 22° Concorso Internazionale

Anche quest’anno il concorso ha confermato l’elevata qualità della produzione Müller Thurgau in Italia e in Europa. Su 64 etichette in gara, solo 19 sono salite sul podio, come da regolamento (massimo 30% dei partecipanti). Ecco tutti i vincitori, degustati alla cieca da una giuria composta da enologi, sommelier e giornalisti, secondo il metodo Union Internationale des Œnologues.

Medaglie d’Oro

(87,54 – 89,091 punti)

  • Bellaveder – San Lorenz 2024 (Trentino DOC)
  • Hammel – In the Mood for Müller 2023 (Pfalz, Germania)
  • Azienda Agricola Giorgio e Federico Paolazzi – Pietra di Confine 2021 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Pojer e Sandri – Monogramma 2022 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Cembra Cantina di Montagna – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Hammel – Erste Versuchung Rivaner Trocken 2024 (Pfalz, Germania)

Medaglie d’Argento

(86,63 – 87,45 punti)

  • Mezzacorona – Castel Firmian 2023 (Trentino DOC)
  • Cavit – Bottega Vinai 2024 (Trentino DOC)
  • Cortaccia – Graun 2023 (Alto Adige DOC)
  • Gaierhof – Müller Thurgau 2024 (Trentino DOC)
  • Pelz – Müller Thurgau 2017 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Tenuta Gottardi – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)

Medaglie di Bronzo

(85,8 – 86,54 punti)

  • Azienda Vinicola Nicolodi Alfio – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Cantina Aldeno – Athesim Flumen 2024 (Trentino DOC)
  • Cantina La Vis – I Classici 2024 (Trentino DOC)
  • Cantina Produttori Valle Isarco – Aristos 2024 (Alto Adige DOC)
  • Fondazione Mach – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Villa Corniole – Pietramontis 2023 (Trentino Superiore Valle di Cembra DOC)

Winzerverein Hagnau – Fass 247 2023 (Germania)

La Carnia e i PiWi: Roberto Baldovin ha piantato salde radici nel futuro

In Friuli l’Occidente geografico è segnato dal Tagliamento e da una sequenza alpestre molto varia di picchi e valli, a segnare percorsi montani accidentati e più consoni alla pastorizia che non alla viticoltura. Paesaggi emozionanti, segnati dal carsismo, con altimetrie che corrispondono ad aree particolarmente benedette sia da ricchi strati sedimentari minerali – talvolta gessosi – che da forti escursioni termiche, dove l’alveo del fiume non è lontano e garantisce la necessaria riserva idrica. 

È in questo territorio che Roberto Baldovin, ricercatore ambientale e di particolare perspicacia, decide di sviluppare un areale che, parole sue, “è indisciplinato ma tende al classico”, orientandolo per agronomia con l’introduzione dei vitigni resistenti, i PiWi, dall’acronimo tedesco che inquadra una intera famiglia di specie di viti resistenti agli agenti patogeni fungiformi. Varietà ben radicate ormai tra l’Alsazia e le Alpi Austriache fino al nostro Alto Adige, dove sono sempre più diffuse.

Affascinato dalle ibridazioni PiWi che consentono di ridurre gli interventi protettori su base chimica delle viti, Roberto studia e sperimenta, tra instancabili analisi di laboratorio e dati dalla sua stazione meteo, ottenendo infine l’autorizzazione regionale a coltivare, nel territorio di Forni di Sopra, vitigni come il Solaris, il Sauvignon Kretos, e il Soreli. A questi si aggiungono più di recente altri PiWI come Julius, Merlot Kanthus, Nermantis, Cabernet Cortis, e le versioni “resistenti” di Pinot – ma è una storia che racconteremo presto in futuro. 

L’idea era combinare la resistenza delle specie vinifere, la loro incredibile capacità di fotosintesi delle foglie, alle difese naturali del territorio da temperatura bassa a fortissima ventilazione, per raccogliere tutta la ricchezza biologica degli acini nei mosti.

Dapprima con la sua propria cantina omonima, poi con i due soci in Cantina 837 (numero dell’altitudine geografica della cantina), ha creato vini fermi e vini frizzanti *sur lies*. Questi ultimi rifermentano in bottiglia grazie alla preservazione di una minima quantità di lieviti che, rimanendo in attività, prevengono ogni degradazione e aggiungono bollicine in maniera assolutamente autonoma.

A ciò si unisce la sapiente scelta di botti francesi e americane, a combinare i risultati in cantina nell’armonia di gusto ricercata dall’autore. Siamo in una forma artistica, poetica, della creazione di referenze il cui gusto è non solo originale e incontaminato, ma identitario di un territorio che cresce in notorietà di pari passo al crescere del gradimento dei vini da vitigni resistenti.

Cantina 837 e Roberto Baldovin hanno presentato la scorsa settimana in anteprima, a un ristretto gruppo di partecipanti, la produzione 2024, consentendone la degustazione presso la loro enoteca e anche in alpeggio nelle loro tenute.

Proprio in questi giorni si è svolto infatti, a Forni di Sotto, il “Simposio Adâlt”, evento coordinato anche da Roberto Baldovin, a cui partecipano produttori PIWI di tutto il mondo e che intende far scoprire il territorio della Carnia trattando di sviluppo sostenibile, di viticoltura in montagna, di sperimentazioni e nuovi incroci: https://simposio.fornidisotto.com

Parliamo quindi della Carnia e dei suoi vini bianchi d’eccezione per gusto rotondo e complesso, generati da rese basse e selezioni molto accurate.  Il frizzante “Esmeraldo” (premiato con la Medaglia d’Oro ai PiWi Awards) di Roberto Baldovin vede il Sauvignon Kretos affermare una bella ed elegante persistenza di frutti tropicali e pesche gialle, accompagnata da sentori di lieviti ed erbe di montagna. 

Il gemello di processo, di Cantina 837, è il  “Prinzípi”, interprete del Solaris, un clone del tedesco Ührling della famiglia dei Riesling: bocca voluminosa e soddisfacente, ad accompagnare il gusto di un’amplissima gastronomia bianca.

Tra i fermi, eccelle la comparazione dei bianchi da uve Solaris, ossia tra “Vicus” di Cantina 837 e “PriMo” di Roberto Baldovin, dove Vicus esprime la ricchezza minerale del territorio e il suo donarsi al gusto originale, PriMo rappresenta di contrappunto l’arte e la poesia della creazione in cantina: a partire dalla esasperata selezione degli acini, fino a quella leggera macerazione in più sulle bucce che ne determina un corredo aromatico e gustativo inimitabile come il suo colore di delicata ambra.

Andiamo a gustare quindi il “Vant”, ultimo nato di Cantina 837 ed espressione del Sauvignon Kretos in purezza. Siamo molto vicini agli aromi e al corredo gustativo del Sauvignon neozelandese, con una distanza marcatissima dagli omologhi francesi. Si privilegiano profondità e mineralità, accantonando le forti insorgenze aromatiche. Bello davvero per colore, olfatto e gusto, tutti a esprimere la bellezza degli alpeggi della Carnia.

Lo segue il “Mezán”, blend di Sauvignon Kretos e di Solaris per Cantina 837, immaginato in proporzioni sempre mutevoli e degne numericamente del “Rasoio di Occam”: ogni annata degustata esprime il crescendo della sintesi di queste due incredibili uve, spinte da una biologia ricchissima, bene amministrata tra botte e anfora in cemento, e lasciata pressoché incontaminata a offrire gusti fruttati e di pietra focaia immersi in flussi erbacei alpestri.

Lasciamo il podio della degustazione ad “Artemis”, il vino che Baldovin dedica ad Andromaca e alla sua languida sofferenza per il destino di Ettore. Questo vino è forse la sintesi poetica delle sue idee, disegnando combinazioni cangianti di Solaris e Sauvignon Kretos con il Soreli, un ibrido originalmente friulano da Ribolla Gialla, Malvasia e – appunto – Friulano a definirne l’imparentamento con la Doc Collio Bianco.

Sensazionali note di mela e pesca gialla si alternano a cremosità quasi tattili di cioccolato bianco unite a sbuffi di fiori d’acacia, invitando al gusto di una boccata persistente e circonflessa da erbe e mentuccia nel finale.

È proprio questo il vino che nella degustazione ci rinvia all’est del Friuli, il Collio, ed è bella la presenza tra i degustanti di Marta Venica, giovane espressione e spin-off della notissima azienda di famiglia Venica & Venica, ad apprezzare il tratto d’unione identitario tra i due estremi del territorio friulano. È una storia che questi giovani produttori scriveranno in contemporanea, ben radicati nel futuro.

A noi resta l’immagine della Carnia, indisciplinata e pur amante del classico, di Roberto Baldovin, a promettere la crescita di queste bellezze gustative originali ed estremamente sintoniche con la natura di quelle altitudini: zone emozionanti che meritano la visita e l’esperienza di ogni appassionato di montagne e di vini.

https://www.cantina837.it

Marche: Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025

Viaggio a Matelica tra storia, paesaggio e un vino che racconta la montagna marchigiana

C’è un angolo delle Marche che non somiglia al resto della regione. Una vallata chiusa, stretta tra la dorsale appenninica e i rilievi umbro-marchigiani, dove il clima si fa continentale e la viticoltura si è adattata a forti escursioni termiche, a venti che puliscono l’aria, a suoli complessi e minerali. Questo angolo si chiama Matelica, ed è qui che nasce uno dei vini bianchi italiani più longevi e strutturati: il Verdicchio di Matelica.

Il Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025, che si è tenuto dall’11 al 13 luglio, è stata l’occasione perfetta per comprendere meglio il territorio ed i suoi attori protagonisti. Diciotto cantine protagoniste, decine di etichette in degustazione, masterclass, visite in vigna e momenti conviviali nel cuore del borgo: un festival pensato non solo per celebrare un vino, ma per raccontarne l’identità e la terra da cui proviene.

Un vino montano

Il Verdicchio di Matelica si distingue da quello dei Castelli di Jesi, suo parente più celebre e diffuso. Qui, a oltre 350 metri di altitudine, le escursioni termiche tra giorno e notte incidono profondamente sul profilo aromatico dell’uva, regalando ai vini acidità vivace, struttura importante e una capacità di invecchiamento sorprendente.

A spiegarlo con chiarezza e passione è stato Roberto Potentini, enologo della Cantina Belisario dal 1988, che dal Monte Vicinale, uno dei punti panoramici più alti del comprensorio, ha posto l’attenzione sull’intera sinclinale Camerte, la grande vallata appenninica che ha nel centro proprio la città di Matelica. “Bisogna vedere la valle da quassù” – afferma Potentini – “per capire davvero perché qui nasce un vino così unico: le due catene montuose proteggono e definiscono un microclima irripetibile”.

Un cambio epocale: nasce la MATELICA DOC

Tra i momenti più significativi dell’edizione 2025, c’è stata la presentazione ufficiale della nuova denominazione che segna una vera e propria svolta identitaria per il territorio: a partire dal prossimo anno, il Verdicchio di Matelica DOC cambierà nome e diventerà semplicemente Matelica Doc. Un atto di coraggio e consapevolezza, volto a rafforzare il legame tra il vino e il suo luogo d’origine, accorciando la distanza tra territorio e consumatore, e restituendo centralità a un nome che da solo evoca storia, autenticità e qualità.

La nuova denominazione arriva a 58 anni dalla costituzione della Doc stessa, avvenuta nel 1967, e si fonda su un’identità pedoclimatica precisa, che coinvolge otto comuni. Come ha ricordato Raimondo Turchi, promotore dello studio per la valorizzazione di Matelica patrimonio mondiale UNESCO, “la vallata è un unicum geologico e climatico in cui il Verdicchio trova una vocazione straordinaria e inconfondibile. Tutto il territorio partecipa di questa identità: la viticoltura non è isolata, ma è il cuore di un ecosistema umano e culturale”.

Una masterclass tra le annate: la longevità come cifra identitaria

Nel pomeriggio di sabato 12 luglio, nel Foyer del Teatro Piermarini, si è svolta la degustazione orizzontale e verticale che ha attraversato il tempo e le diverse espressioni stilistiche del Verdicchio di Matelica. Diciotto etichette, selezionate per rappresentare al meglio il valore del territorio: dalla freschezza giovanile delle annate più recenti fino all’eleganza matura di vecchie vendemmie.

Tra i campioni più sorprendenti:

  • Matelica DOC “Le Cime Basse” 2022 di Balzani ha stupito per la sua profondità minerale e un ingresso sapido quasi “prepotente”, giocato su note di fiori appassiti e mandorla.
  • “Tre Monti” 2021 ha mostrato grande equilibrio tra ricchezza e finezza, con profumi di albicocca e agrumi.
  • Mirum 2016 della Monacesca ha confermato tutta la capacità di evoluzione del vitigno, con una beva ancora viva, complessa e pulita.
  • Cambrugiano 2016 di Belisario ha sfoggiato eleganza e compostezza, una prova brillante di equilibrio tra freschezza e struttura.
  • Colpaola 2015 è apparso clamorosamente giovane e vibrante, grazie anche al tappo a vite, a dimostrazione di come l’altitudine possa regalare vini longevi e coerenti.
  • Gagliardi “Maccagnano” 2013 ha colpito per integrità e freschezza, nonostante i dodici anni sulle spalle.
  • Gegè 2011 dei Cavalieri ha chiuso la rassegna dimostrando che il Verdicchio di Matelica, anche quando evolve, continua a raccontare qualcosa di prezioso, vivo e personale.

Una degustazione che ha restituito l’immagine di una denominazione matura, consapevole, capace di affrontare il tempo con la forza della sua identità.

Radici profonde

Per comprendere appieno la portata di questo territorio, occorre risalire alle origini della viticoltura matelicese. È una storia che parte da lontano, addirittura nel 1932, quando per volere del regime fascista nacque quella che oggi conosciamo come Cantina di Matelica. Allora si chiamava Enopolio, ed era stata pensata per gestire l’ammasso forzato delle uve. La sua posizione, vicina alla stazione ferroviaria, rispondeva a una logica logistica: facilitare il trasporto delle masse vinicole verso i centri di commercializzazione.

Negli anni ’50 e ’60 la cantina divenne un punto di riferimento per tutta l’area, arrivando a gestire fino a 40.000 ettolitri di vino. Il passaggio da volume a valore è avvenuto nel tempo, con la nascita dell’attuale cooperativa nel 1978, sotto la guida della prima presidente, Giovanna Censi Mancia, pioniere del mondo agricolo locale. Oggi la cooperativa conta oltre 180 soci, per una superficie vitata di circa 120 ettari e una produzione media di 10.000 ettolitri. Di questi, 200.000 bottiglie rappresentano la selezione di punta: Verdicchio di Matelica DOC, Verdicchio Riserva DOCG, Marche IGT Rosso e Colli Maceratesi DOC.

Cultura e accoglienza

Il festival non è stato solo vino. Venerdì 11 luglio l’accoglienza si è svolta nel foyer del Teatro Piermarini, un piccolo gioiello architettonico che ha ospitato anche la conferenza del sabato mattina, dedicata all’identità del Verdicchio di Matelica e al percorso che ha portato alla nuova denominazione. Un’occasione per ascoltare produttori, istituzioni e tecnici confrontarsi su presente e futuro di una denominazione che oggi guarda oltre i confini regionali, puntando su qualità, autenticità e narrazione.

Le visite in cantina hanno offerto il contatto diretto con la materia prima e con chi, vendemmia dopo vendemmia, custodisce il patrimonio enologico della vallata. Da chi vinifica in acciaio per esaltare freschezza e precisione, a chi osa l’affinamento in legno o in anfora per tirare fuori la complessità più nascosta del Verdicchio.

Una identità unica

Tornando da Matelica, resta impressa la sensazione di aver scoperto un microcosmo ancora poco conosciuto ma straordinariamente ricco. Qui il vino non è solo prodotto agricolo: è paesaggio, è comunità, è memoria. È una voce che parla la lingua della montagna ma si fa capire ovunque, perché è autentica. Il Verdicchio di Matelica – o forse dovremmo già dire il Matelica DOC – non ha bisogno di urlare. Gli basta invecchiare bene, per raccontare la sua verità.

Andreola, eroico e superiore in Valdobbiadene

Valdobbiadene ha una sua viticoltura eroica? Certamente, quando ci si riferisce a piccoli appezzamenti in zone altrettanto ristrette, menzionate quali “Rive”, dove suolo, altitudine e microclima influenzano la Glera, varietà d’elezione per il Prosecco.

Ma a Valdobbiadene il termine identificante la tipologia più venduta al mondo – oltre 660 milioni di bottiglie nel 2024 con un +20% di aumento, in controtendenza rispetto alla flessione generale subita dai mercati – non è l’attrattiva principale per definire il territorio. Parlare di Valdobbiadene, invece, è e resta la vera sfida nel mantenere una reputazione complessiva di estrema qualità per l’intero comparto.

Il biglietto da visita per entrare in un mondo affascinante è la storia stessa dell’areale produttivo. Oltre 300 anni d’attività intensa, sugli ormai 8000 ettari vitati a pieno regime sparsi tra 15 Comuni, suddivisi a loro volta in 43 Cru (le Rive appunto) con un’unica macro collina per la versione Cartizze, di appena 100 ettari, che rappresenta l’alba delle bollicine in Veneto.

Andreola crede fermamente nella zonazione e differenziazione dei vini nel calice. Sette gli spumanti da singola vigna, ognuno con una personalità distinta, per raccontare le infinite sfumature della Glera. Una resa bassissima in vigna, ben al di sotto di quanto previsto nel Disciplinare e ceppi di 50 anni da cui recuperare materiale genetico per i futuri impianti. Viticoltura eroica già dal 2010, il primo qui a ricevere il marchio Cervim dal Centro di Ricerche, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura Montana.

Uno studio continuo nel rapporto dialettico tra Uomo e Ambiente. Anche i portainnesti fanno la differenza in base ai luoghi selezionati per la coltivazione della vite. Infine, l’allevamento a doppio capovolto utile a preservare i grappoli dall’eccessiva esposizione ai raggi solari, che sacrificherebbe i delicati aromi primari di fiori e frutta fresca tipici del varietale.

Tanto lavoro anche in cantina, grazie al supporto dell’enologo Mirco Balliana. Recente il riconoscimento per esser stato indicato tra i migliori winemaker nella classifica stilata dalla rivista The Drinks Business per la categoria “Best Prosecco”.

Un team affiatato che non può rinunciare alla collaborazione dell’agronomo Marco Schievenin anche lui formatosi nella culla enologica di Conegliano.

Il Valdobbiadene di Andreola predilige la presa di spuma con Metodo Charmat. Questa particolare tecnica di rifermentazione in autoclave e breve sosta a contatto con i lieviti consente di amplificare il carattere gioviale e appetitoso dei vini, pur mantenendo la giusta complessità che non li rende banali.

Il protocollo Biologico è ritenuto ormai superato da schemi più razionali, costruiti su misura per ogni singolo prodotto. Dal basso quantitativo di solforosa ad un uso ragionevole del rame per fronteggiare il pericolo peronospora, vera piaga per i viticoltori.

Il nome della cantina omaggio alla nonna di Stefano Pola. Da commerciante di uve, la signora Ursula Andreola credeva fortemente nella crescita del territorio, formato da colline incastonate tra boschi silenziosi e panorami unici. La biodiversità è ancora un importante attore protagonista.

Ben 7 le referenze degustate al ristorante Calasole di Napoli, con vista sulla baia di Bagnoli dove fervono i lavori per la riqualificazione in attesa dell’America’s Cup. L’abbinamento con i piatti a base del pescato del giorno ha destato piacevole curiosità tra gli operatori del settore.

  • “Dirupo” Brut
  • “Aldaina Al Mas” Extra Brut
  • 26° I – Extra Brut
  • “Marna del Bacio” – Extra Brut
  • “Col del Forno” – Brut
  • “Mas De Fer” – Extra Dry
  • “Vigna Ochera” – Dry

Tutti annata 2024. Tra le differenze e gli stili proposti, il filo rosso d’Arianna resta l’estrema piacevolezza di beva, unita a sfumature tenui già dal colore, che proseguono al naso e al palato regalando un momento di pura convivialità. Ottima la vena floreale di biancospino, così come la classica pera bianca, unita a mela golden. Ogni vino esprime un preciso toponimo sin dal nome in etichetta. Dalle marne argillose alle rocce bianche calcaree per finire su tocchi d’arenaria pronti ad esaltare le scie minerali finali sempre presenti.

Non solo semplicità, dunque, ma grande attenzione all’identificazione vigna per vigna e al contenimento della morbidezza anche nelle tipologie dolci. Forse il vero segreto per la Glera e per Andreola è lasciar fare alla natura, senza forzature e senza scomodi paragoni.

San Gregorio di Chiusi: il cuore pulsante della Val di Chiana tra vino, agricoltura e ospitalità autentica

C’è un luogo, nel sud della provincia di Siena, dove la terra racconta storie di tradizione, innovazione e bellezza: è l’Azienda San Gregorio di Chiusi, i cui vini sono stati apprezzati durante l’evento Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. Fondata nel 1957, questa realtà agricola è oggi un fiore all’occhiello della Val di Chiana grazie alla visione lungimirante del suo amministratore, Michele Monica, professionista capace e determinato che in pochi anni ha rivoluzionato la gestione aziendale, moltiplicando gli utili e reinvestendoli con intelligenza per potenziare la produzione, l’ospitalità e il valore identitario del territorio.

San Gregorio si estende su una superficie di circa 170 ettari, di cui 20 già destinati a vigneto, a cui si sono recentemente aggiunti altri 9 ettari di nuovi impianti che entreranno in produzione nei prossimi tre anni, portando nuove prospettive di crescita. La restante parte della tenuta è dedicata all’allevamento allo stato brado e semi-brado dei suini di Cinta Senese DOP, razza nobile e protetta che può essere allevata come tale solo nella provincia di Siena.

Qui, tradizione agricola e innovazione tecnologica si incontrano in un equilibrio virtuoso: le vigne sono coltivate con tecniche di micro-zonazione assistita da satellite, che consente di monitorare vigoria e stress idrico delle piante, pemettedo di intervenire tempestivamente con trattamenti mirati. Le operazioni in vigna, dalla potatura alla vendemmia, sono eseguite con cura artigianale, a mano.

La vocazione vitivinicola dell’azienda nasce nel 1987, in un territorio vocato come quello del Chianti Colli Senesi DOCG, primo vino prodotto da San Gregorio. Nel tempo, l’offerta si è ampliata con etichette sempre più raffinate, come il Chianti Colli Senesi Riserva, cru proveniente da una singola vigna in cima alla collina, Poggio Pagliaio, e una selezione di monovitigni in purezza – Sangiovese, Ciliegiolo, Cannaiolo – che raccontano con autenticità il terroir.

Ma San Gregorio non è solo vino. È anche ospitalità, con due suggestivi casali – il corpo principale e Le Cerrete – adibiti ad Agriturismo con formula B&B. Le due piscine naturali, dotate di vasche di filtraggio biologico con fiori e piante acquatiche che hanno la capacità di filtrare biologicamente l’acqua, completano un’offerta enoturistica di alto livello, immersa nella quiete e nella bellezza della campagna toscana.

A completare il mosaico delle attività aziendali, fa parte della proprietà anche una enoteca nel centro storico di Chiusi, punto di incontro tra residenti, turisti e appassionati del buon bere. Uno spazio accogliente dove poter degustare e acquistare i vini dell’azienda, ricevere consigli, scoprire abbinamenti e approfondire la conoscenza del territorio direttamente nel cuore del borgo etrusco.

In un’epoca in cui il concetto di rete è fondamentale per la sopravvivenza e il successo delle realtà agricole, Michele Monica ha fatto qualcosa di raro: ha unito. Ha creato una sinergia concreta tra produttori, ristoratori, artigiani e agricoltori della Val di Chiana, dando vita a una vera e propria alleanza del territorio che va dal vino al grano, dalla pasta all’olio, fino alla carne Chianina e ai formaggi locali.

Questo spirito si è tradotto in “San Gregorio and Friends”, evento tenutosi il 6 e 7 giugno scorso: due giornate di festa, degustazioni, showcooking e incontri tra eccellenze. Chef locali hanno proposto piatti autentici, espressione sincera della cucina di Chiusi e della Val di Chiana, accompagnati dai vini dell’azienda e dei produttori amici.

In contemporanea, si è svolto il curioso e appassionante Blind Blogger Tasting, ideato da Fabio Gobbi e Francesco Bonomi: una sfida enologica tra wine blogger provenienti da tutta Italia, chiamati a riconoscere alla cieca i vini portati dagli stessi partecipanti. Un gioco serio, ma anche una celebrazione del sapere e della passione per il vino, culminato con la proclamazione del miglior degustatore.

La riuscita dell’intero progetto è stata tale da attirare l’attenzione delle istituzioni locali: il Sindaco di Chiusi e il Presidente della Provincia di Siena hanno riconosciuto ufficialmente l’impatto positivo del lavoro di San Gregorio sul tessuto economico e culturale del territorio.

San Gregorio oggi non è solo un’azienda agricola: è un modello di valorizzazione sostenibile e comunitaria, un laboratorio a cielo aperto dove vino, agricoltura, ospitalità e territorio si fondono in un racconto coerente e visionario. E tutto questo, in fondo, è anche merito di un uomo: Michele Monica, che ha saputo coniugare la sapienza della tradizione con il coraggio dell’innovazione. Chi arriva a San Gregorio non trova solo un calice di vino, ma un pezzo autentico di Toscana da ascoltare, assaporare e vivere.

Cronache dall’Alto Adriatico: Friuli Colli Orientali

Dopo un primo assaggio del Brda raccontato qui:

prosegue il nostro viaggio nei territori dell’Alto Adriatico ospiti dell’organizzatore dell’evento Paul Balke con prima tappa il territorio di Friuli Colli Orientali.

Lasciamo Medana e torniamo in Italia quasi senza accorgecene con direzione Manzano dove ci attendono i vini di dodici aziende.

Nel precedente abbiamo accennato alla futilità dei confini e continueremo a farlo in questo e nelle future narrazioni. Necessità organizzative hanno fatto sì che il pernottamento del gruppo dei giornalisti fosse diviso in due esatte metà in luoghi distanti appena dieci chilometri l’un dall’altra, in Slovenia e in Italia. Se non ci fosse stato specificato nessuno se ne sarebbe accorto, e di notte ovunque fossimo splendeva la stessa luna, visibile in un cielo stellato privo di nuvole.

Il territorio del Friuli Colli Orientali, è stato definito nel 1970 con l’approvazione del disciplinare di produzione di ciò che al tempo si chiamava D.O.C. Colli Orientali del Friuli. Comprende l’intera formazione collinare della parte orientale della provincia di Udine che, da nord, riguarda i territori dei comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, Torreano, da est Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, e infine da sud-ovest con Premariacco, Buttrio, Manzano, S. Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Quattordici comuni con rilievi di altitudine dei vigneti compresi tra i 100 e i 350 metri s.l.m., che escludono quelli del fondovalle.

Ed è giunto il momento di introdurre il particolare terreno protagonista di questi luoghi: la ponca.

Chiamata anche flysch è una roccia eocenica, formatasi dai 34 ai 56 milioni di anni fa, che accomuna le cinque denominazioni di  Friuli Colli Orientali, Collio, Brda, Vipaska Dolina, Slovenska Istra.

È costituita da un’alternanza di strati di spessore variabili di marne (argille calcaree) ed arenarie (sabbie calcificate). La marna assorbe facilmente l’acqua ed è di consistenza tenera, l’arenaria è dura e impermeabile. Se poi si aggiunge la ripidità delle colline del posto si comprende come sia stato necessario provvedere a terrazzamenti per evitarne l’erosione e trattenere l’acqua.

I vitigni presenti per i bianchi sono Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Sauvignon Blanc, Traminer aromatico, Verduzzo; per i rossi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pignolo, Pinot Nero, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino, Tazzelenghe.

Saremmo in errore se associassimo la ricca presenza di vitigni internazionali, comune del resto a tutto l’Alto Adriatico, come la volontà di seguire una moda con nomi di successo conosciuti al pubblico mondiale. Uve piemontesi e francesi furono piantate durante l’ultima parte del XIX secolo, e in merito ad alcune di origine transalpina si ipotizza di poterne retrodatare l’arrivo al periodo napoleonico (1809-1814) con la costituzione dell’exclave del Gouvernement des Provinces Illyriennes, che oltre all’Alto Adriatico arrivava a comprendere l’intera Dalmazia.

In una sala dell’osteria Elliot di Manzano, si sono alternati dodici produttori i quali aderendo al progetto, hanno raccontando in breve la loro storia e descritto i vini. Li elenchiamo di seguito in ordine di comparsa.

Prima di iniziare è necessaria una doverosa premessa: durante il nostro tour abbiamo assaggiato complessivamente 320 vini provenienti da 74 aziende. Impossibile parlare nel dettaglio di tutti, e quantunque volessimo sarebbe tedioso e non interesserebbe ad alcuno, pertanto nella gran parte dei casi ci limiteremo a menzionarne uno per produttore, quello che più ci ha favorevolmente colpito con la consapevolezza della parzialità di giudizio.

MEROI dal 1920 – ettari 20 – bottiglie annue 60.000

(https://www.meroi.wine/)

Friuliano 2023 gradevole, fresco, fragrante e floreale, con sorso glicerico, sapidità pronunciata e un finale piacevolmente ammandorlato

Sauvignon 2023

Merlot 2021 Ros di Buri.

RODARO PAOLO dal 1846 – ettari 60 – bottiglie annue 300.000

(https://www.rodaropaolo.it/it)

Blanc de Noir 2018 metodo classico pas dosé (68 mesi sui lieviti)

Sauvignon 2021 Il Fiore

Refosco dal Peduncolo Rosso 2018 Romain Collection la gradazione alcolica importante di 17% è dovuta alla surmaturazione delle uve in fruttaio per 4 settimane e non penalizza il vino, profondamente immerso nell’universo della bacca rossa, con della ciliegia matura, frutta secca, humus di sottobosco, cuoio e tabacco. Ovviamente ha pienezza di corpo, calibrato, e con buona persistenza.

TUNELLA dal 2002 – ettari 70 – bottiglie annue 400.000

(https://www.tunella.it/)

Pinot Grigio 2024

Biancosesto 2023 (Friuliano e Ribolla)

Colmatìss Sauvignon 2023 varietalmente spinto, fresco e fragante, con note di erbe officinali, di salvia. Ha un sorso pieno, persistente e sapido.

JACUSS dal 1990 – ettari 13 – bottiglie annue 50.000

(https://www.jacuss.it/index.php/it/)

Pinot Bianco 2024

Sauvignon 2023

Tazzelenghe 2022 che vinifica in barrique per 24 mesi, poi 6 mesi di assemblaggio delle masse, e infine 6 mesi affinamento in bottiglia. Piccola bacca rossa scura, olfatto e gusto speziato, pepe, rustico ma bilanciato e con grande personalità e persistenza.

CONTE D’ATTIMIS MANIAGO dal 1930 – ettari 86 – bottiglie annue 350.000

(https://www.contedattimismaniago.it/)

Ronco Broilo 2019 (Friulano/Malvasia/Ribolla)

Malvasia Salistra 2023

Pignolo 2013 con note di profondità tipiche dell’evoluzione, del sottobosco, frutta secca, confettura di mora e mirtillo, liquirizia, cuoio, e cenni balsamici. Il sorso è teso, succoso e persistente.

CA’ LOVISOTTO dal 2021- ettari 3 – bottiglie annue 10.000

(https://www.calovisotto.it/)

Ribolla Gialla 2023, dopo la vasca inox, effettua un secondo travaso in anfora di terracotta naturale toscana per circa 8 mesi. Ha persistenza olfattiva agrumata, note di albicocca fresca e succosa, fiori di sambuco, sentori minerali che seguitano anche al palato, dotato di eleganza, armonia e persistenza.

Schioppettino di Prepotto 2022, vasca inox per 6 mesi, poi barrique e tonneau per 12 mesi, e affinamento in bottiglia per 8 mesi. Frutta rossa croccante, nota boisé, sorso pieno, di bacca rossa, è vino di corpo, molto gradevole nelle note di spezie e con l’utilizzo del legno ben dosato.

AQUILA DEL TORRE dal 1996 – 18 ettari – bottiglie annue 55.000

(https://www.aquiladeltorre.it/)

Riesling 2020 è un Riesling Renano molto intenso, di un minerale votato agli idrocarburi, fresco nelle sue note agrumate, con sorso vivo, polputo e ricco nel corpo, e di buona persistenza.

Oasi Bianco 2021 (Picolit)

Refosco dal Peduncolo Rosso Riserva 2016

PIZZULIN dal 2011 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.pizzulin.com/cantina)

Friulano 2024

Schioppettino di Prepotto 2021

Scaglia Rossa 2021, si tratta di un Merlot in purezza e il vino provenie da una singola botte con l’ottenimento di 600 bottiglie, con vinificazione di 30 mesi in tonneau da 5 e 7 ettolitri. Caldo e confortevole nelle sue note di bacca rossa, la mora di rovo e il gelso rosso su tutte, e di spezie dolci. Morbido e setoso al palato, con un finale gradevole e lievemente vegetale.

MOSCHIONI dal 1953 – ettari 13 – bottiglie annue 60.000

(https://www.michelemoschioni.it/)

Rosso Celtico Riserva 2015

Blend di Merlot e Cabermet Sauvignon in parti eguali che vinifica un anno in barrique, quattro anni in botti grandi, e almeno un anno di affinamento in bottiglia. Intenso con bacca rossa di bosco, confettura di fragola e di mirtilli, agrumi, arancia sanguinella, spezie e tabacco dolce. Il palato è succoso, garbato, in equilibrio, con setosità tannica e ritorni di ciliegia ben matura e molto persistente.

Schioppettino Riserva 2013

Rosso Reâl 2015

Tazzelenghe al 50%, Merlot e Cabernet Sauvignon per il saldo, che vinfiica come il Rosso Celtico. Intensa è la frutta a bacca rossa di bosco fra cui spicca il lampone e la mora di rovo, le spezie sono morbide, cannella in primis. Sorso teso e morbido, tannini delicati, ricco e succoso, di grande persistenza e con richiami finali balsamici.

 VIGNA PETRUSSA dal 1996 – ettari 8 – bottiglie annue 40.000

(https://www.vignapetrussa.it/)

Friulano 2024

Richenza Bianco 2022 (Friulano, Malvasia, Riesling Renano) a questo vino dedicheremo un focus a sé stante.

Schiopettino di Prepotto Riserva 2019

Vinifica sui lieviti indigeni per tre anni e un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Vino che inizialmente austero, si declina nella piccola bacca rossa, mora, gelso nero, ribes nero, per virare in fiori secchi, violetta, spezie morbide, e terminare con sentori balsamici. Al palato è succoso, polposo, con agrume maturo, elegante e fine, sorso teso e persistente.

RONCHI DI CIALLA dal 1970 – ettari 26 – bottiglie annue 100.000

(https://www.ronchidicialla.it/)

Cialla Bianco 2021 (Ribolla, Verduzzo, Picolit)

Schioppettino RiNera 2022

Schioppettino di Cialla 2019

Olfattivamente etereo con note di piccola bacca rossa, sentori di sottobosco, frutta secca e cenni balsamici. Al palato l’alcol è praticamente inesistente (12.5%) con sorso succoso in un contesto di lievità ed eleganza, e ritorni di spezie delicate, fra le quali il pepe bianco.

DRI GIOVANNI II RONCAT dal 1968 – ettari 9 – bottiglie annue 40.000

(https://www.drironcat.com/)

Refosco dal Peduncolo Rosso 2017

Intense note di miritllo e altre bacche di bosco, erbe aromatiche e minerali vicine alla grafite. Al palato è morbido, con ritorni di spezie dolci e dotato di una bella persistenza.

Schioppettino Monte dei Carpini 2019

 Da comunicatori quali siamo, sappiamo come l’individualità della figura sia rilevante. Desideriamo quindi premiare con una menzione speciale Wayne Young, natio nel piccolo sobborgo di South Orange presso Newark nel New Jersey, e che vive in Friuli da 27 anni. È un sommelier amico di Paul Balke che ha lavorato per vent’anni in maniera non continuata e con diversi ruoli per l’azienda Bastianich, che ha coadiuvato la degustazione riuscendo abilmente a fondere durante la conduzione del servizio, leggerezza e professionalità di alto profilo con spiegazioni fornite in aggiunta a quanto i produttori esponevano. 

Durante il pranzo da Eliot i produttori hanno servito ulteriori vini. Avevamo espresso il desiderio a Lara Rodaro e Nadia La Milia dell’azienda Paolo Rodaro di assaggiare uno dei due vini prodotti a base di vitigni Piwi e siamo stati accontenati con il Primi Passi Bianco 2020 da Nepis e Soreli, che nonostante il lustro di vita ha ancora una netta acidità citrina e della frutta tropicale.

Molto interessante e di struttura dalla stessa azienda il Friulano 2023 Romain Collection, e poi il Tazzelenghe 2020 di Conte d’Attimis Maniago dove la rusticità endemica di questo vitigno autoctoctono di cui ingiustamente si parla poco era adeguatamente compensata da note speziate e di piccoli frutti di bosco.

Ricordiamo infine con piacere il Picolit 2018 di Vigna Petrussa per intensità e finezza nei richiami di frutta esotica, e il Vermut Eretico a 18% prodotto da Aquila del Torre a partire dal proprio vino da Verduzzo Friuliano che ci ha sorpreso per facilità di beva, garbo nelle note erbacee, balsamiche e citrine.

 Il pomeriggio è stata l’occasione per visitare luoghi importanti e storici della regione, non solo dal punto di vista vinicolo. Non molto distante dal ristorante, imponente l’Abbazia di Rosazzo dominava silente dall’alto, sembrando di sorvegliare i vigneti che abbiamo osservato da vicino, sfidando un caldo equatoriale. Fondata dai monaci benedettini nel 1068, l’abbazia passa poi ai domenicani. Ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della viticoltura e olivicoltura della regione, e il paragone con i monateri di Borgogna, i clos e via dicendo non è affatto fuori luogo. Un giro tra i vigneti di Spessa, nella valle di Prepotto e uno stop presso i vigneti di Cialla hanno ornato ulteriormente il nostro sguardo.

 Ma la degustazione di vini non era affatto terminata: ci attendeva in una cena in quel di Tricesimo, piccolo comune nato nel III secolo d.C. che deve il suo nome a un’epigrafe romana: ad tricesimum lapidem cioè alla trentesima pietra miliare dal porto di Aquileia, vale a dire a circa 45 chilometri. 

Ci accoglie Ermanno Maniero, un bel giovane che dopo un decennio passato in mare come direttore di macchina, decide di mettersi in gioco e dedicarsi ai vigneti di famiglia, alcuni con un secolo di vita. Le Due Torri è il nome della sua cantina, un progetto che dichiara d’avere come focus l’equilibrio tra modernità e tradizione.

Aderisce all’organizzazione dei vignaioli indipendenti Fivi, e quattro sono i vigneti a disposizione: Monte San Biagio, Bolzano, del Torre, Villa Garzolini dove albergano sedici vitigni, sette dei quali autoctoni, avviluppati da quattro ettari di bosco che assieme al torrente Torre creano un microclima di biodiversità. Ermanno malcela una certa passione per la fantascienza (che condividiamo), che si manifesta con il richiamo nel nome di tre suoi vini: Stargate, Time Machine, Chronos. Cenando abbiamo avuto modo di assaggiare sette referenze che produce.

Stargate, spumante dosaggio zero, metodo integrale, blend di Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che trascorre 24 mesi sui lieviti, fresco, citrino, gradevolmente fruttato.

Ribolla Gialla 2023 Friuli Colli Orientali Doc, che sosta per il 30% della massa in botte di acacia, con note di ginestra, frutta a polpa gialla, sapido, con sorso teso e ricco, abbastanza persistente.

Friulano Riserva 2021 Friuli Grave Doc, senza fermentazione malolattica e con maturazione in botte e frequenti bâtonnage per 18/24 mesi. Elegante e complesso, glicerico, con frutta matura, sorso pieno e persistente, sapido e speziato.

Old Wisdom 2019 Venezia Giulia Igt: un Verduzzo con piccolo saldo di Picolit e macerazione delle uve per 12 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni. Riposa in barrique a contatto con le fecce nobili per 18 mesi, sviluppando note di fiori essiccati, frutta secca, albicocca disidratata. Morbido e rotondo con ritorni di miele d’acacia e vaniglia.

Schioppettino 2022 Friuli Colli Orientali Doc, macerazione delle uve per 20 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 12 mesi, crunchy detta all’anglosassone note di frutta, con cenni balsamici e molte spezie, pepe nero, in un sorso elegante, lieve, con ritorni speziati.

Tazzelenghe 2016 Trevenezie Igt, macerazione delle uve per 30 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in mix di tonneau da 500 litri, barrique, e botti di ciliegio non tostato, a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con note di frutta scura, ciliegia amarena e marasca mature, liquirizia, una nota boisé, e poi di spezie, palato morbido con setosi tannini, alcol integrato e grande persistenza e ritorni speziati.

The Pulse 2021 Trevenezie Igt, vino di punta aziendale dai 16% gradi alcolici, ma che può arrivare anche a 17.5% a secondo dell’annata. Un blend di Refosco dal Peduncolo Rosso al 43%, Schioppettino al 43%, e Tazzelenghe al 14%, derivante da appassimento naturale sui graticci delle uve per 90 giorni, macerazione delle stesse per 45 giorni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con sentori di frutta di bosco, mora, mirtillo, lampone, fragolina, in confettura e sotto spirito, dotato di sorso pieno e masticabile, e ritorni di marasca persistente e di spezie, in un finale alcolico simile al liquore Maraschino, della vicina Dalmazia.

Salutiamo e ringraziamo Ermanno per i vini e per la cena, con la visita del locale stoccaggio delle botti. Il tempo di rientrare per noi a Medana in Slovenia, con l’eco nel palato dell’ultimo vino assaggiato, The Pulse che in etichetta riproduceva un cuore, sotto un firmamento anch’esso pulsante che della terra in cui ci troviamo non gli fa alcuna differenza.

Tra mare e montagna, meglio il Vesuvio

Non è mare, non è pura montagna, come vissuta nell’immaginario collettivo. O meglio, il Vesuvio possiede i caratteri di entrambi, con una vista spettacolare di tutto il Golfo di Napoli in lontananza, partendo dalle propaggini di Pompei e Castellammare di Stabia, fin quasi – a perdita d’occhio – direttamente a Posillipo. E poi l’altitudine, il vento forte che sferza ad ogni momento della giornata e gli sbuffi sulfurei, ancora presenti, che ricordano la sua attività silente ma presente.

Dal 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, il vulcano sembra riposare in uno stato di calma apparente, spiccando maestoso in tutta la sua bellezza. Un simbolo della Campania nel mondo, venerato, rispettato e temuto meno di quanto la ragion logica vorrebbe, soprattutto per le popolazioni residenti a pochi chilometri dal cratere.

Perché visitare il Parco Nazionale del Vesuvio

Con i suoi 1.277 metri d’altitudine nel punto più alto del cono ed un dislivello a partire dalla base di oltre 650 metri, il Vesuvio rappresenta una meta ambita per turisti e appassionati che amano il trekking e la vita a contatto con la natura. I sentieri per salire alla vetta richiedono scarpette comode, ma sono ben recintati e facili da percorrere. Basta non avere fretta e godersi la vista mozzafiato che si delinea dai tre versanti.

In cima il cratere ha un diametro di 8 km ed è sigillato da un tappo di ceneri piroclastiche e polveri che rappresenta il fascino e il timore di vivere a contatto con un ospite in grado di ribollire e scoperchiare tonnellate di sedimenti assieme alle non frequenti gittate laviche. Come nel 1631 quando l’eruzione “sub-pliniana” fece quasi 5000 morti.

Il termine deriva proprio da Plinio il Giovane che si trovava a Miseno – l’attuale Bacoli – quando avvenne l’esplosione del ’79 d.C. che sommerse e distrusse l’antica Pompei, uccidendo lo zio Plinio il Vecchio, giunto lì ad osservare il drammatico evento. Nel 1944 vennero invece evacuate Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio anche grazie all’aiuto dei militari americani che avevano liberato da poco la Campania dall’occupazione nazifascista.

Le colate laviche però, rappresentano anche la vita non solo morte e dolore. I minerali fuoriusciti dal magma, provenienti dalle profondità della terra, hanno arricchito i suoli con terre rare e fertili. Oltre 220 minerali presenti nella stratificazione del terreno, con cristalli di augite, olivina e micale, da collezionare nelle varie composizioni proposte dai punti vendita del Parco.

L’abbraccio tra i due vulcani: Monte Somma e Vesuvio

Il Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con cinta craterica in gran parte demolita entro la quale si trova un cono più piccolo rappresentato dal Vesuvio, separati da un avvallamento denominato Valle del Gigante, parte dell’antica caldera, dove in seguito, presumibilmente durante l’eruzione del 79 d.C., si formò il Gran Cono o Vesuvio.

La Valle del Gigante è suddivisa a sua volta in Atrio del Cavallo ad ovest e Valle dell’Inferno ad est. Il recinto del Somma è ben conservato per tutta la sua parte settentrionale, infatti è stato nei tempi storici meno esposto alla furia devastatrice del vulcano, perché riparato dall’altezza della parete interna che ha impedito il deflusso di lave sulle sue pendici.

Un vulcanismo iniziato oltre 400 mila anni fa, anche se le prime vere eruzioni cominciarono a susseguirsi molto tempo dopo, 25 mila anni orsono. L’attuale temperatura vicina al fondo cratere sfiora ancora i 90°C, sintomo dell’attività sotterranea palpitante.

L’Osservatorio Vesuviano, Sezione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che si occupa di ricerca vulcanologica e geofisica e di monitoraggio dei vulcani attivi è stato il primo al mondo nel 1840.

Napoli è stata fortunatamente risparmiata, nei secoli, dai danni maggiori, per via dei venti di maestrale provenienti dal Golfo che hanno tenuto lontane la maggior parte delle esalazioni e delle polveri piroclastiche.

Ente Parco Nazionale del Vesuvio

Via Palazzo del Principe
80044 , Ottaviano – (NA) Italia

Il vino del Nord Adriatico

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do (John Lennon) 

Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia. 

In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo. 

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici. 

Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria. 

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico. 

Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.

Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay. 

Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno. 

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni. 

La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.

Postcardfrom Cilento 2025: la guida gratuita che racconta la Dieta Mediterranea attraverso paesi, ricette e volti autentici

Comunicato Stampa

È stata presentata l’ottava edizione di Postcardfrom Cilento, la più grande guida gratuita dedicata al Cilento. Un progetto editoriale che ogni anno cresce, mantenendo intatta la sua missione: raccontare il territorio attraverso i suoi sapori, le sue storie, le sue persone.

La presentazione si è svolta a Paestum, alle porte del Cilento, presso San Salvatore, luogo emblematico e simbolico, che, con le sue molteplici anime – Cucina, Dispensa, Latteria e Tenute – è un vero compendio vivente della Dieta Mediterranea, emblema di uno stile di vita lento e sostenibile.

Questa nuova edizione 2025 si presenta con 27 paesi raccontati, 164 pagine in formato rivista, una versione digitale bilingue (italiano/inglese) e un sito completamente rinnovato (www.postcardfrom.it), con servizio di geolocalizzazione e una grande novità: sotto ogni scheda, un video che completa e arricchisce il racconto scritto.

“Postcardfrom Cilento” non è solo una guida turistico enogastronomica. È un diario di bordo che attraversa il Cilento più vero, dalle montagne al mare, dalle mani dei produttori a quelle degli chef. Dentro ci sono le ricette della tradizione, i pani e le pizze fatte in casa, le storie di chi resta, lavora e custodisce un patrimonio culturale che è patrimonio dell’umanità.

La guida è completamente gratuita ed è scaricabile dal sito nella sua versione digitale ed è distribuita in formato cartaceo su tutto il territorio cilentano, nei punti di accoglienza turistica Cilentomania, negli esercizi selezionati e in tutte le principali fiere del turismo e della ristorazione in Italia. Un lavoro corale che ogni anno coinvolge una rete di realtà virtuose che credono nel valore del racconto autentico.

Ogni anno Postcardfrom Cilento edita ricette realizzate da chef cilentani e da chef e pizzaioli internazionali valorizzando i prodotti simbolo del territorio. Quest’anno, ad esempio, troviamo Errico Porzio, fra i migliori pizzaioli della 50 Top Pizza, che ha realizzato le zeppole ai fiori di campo cilentani.

I partner di quest’anno: Caputo – Il Mulino di Napoli, Ferrarelle, Pastificio Di Martino, San Salvatore, Solania, Storie di Pane, Studio Calling.

Main Sponsor: Caseificio Il Granato, Pizzeria Mo Veng, Villaggio Le Palme.

La guida è libera da logiche pubblicitarie, nessuno paga per essere inserito: ogni scheda è frutto di un’esperienza vissuta, raccontata con onestà, dedizione e stile. In otto anni siamo passati da un piccolo formato A5 a un prodotto editoriale maturo, che si legge e si sfoglia come una rivista, ma si vive come un viaggio personale attraverso il Cilento” – racconta Bruno Sodano, curatore e ideatore del progetto.

Dal sito interattivo alle edizioni internazionali, dalle nuove video-storie alle collaborazioni sempre più solide con il territorio, Postcardfrom Cilento continua a crescere senza perdere il suo passo lento, quello che serve per guardarsi intorno e capire dove si è davvero. Nel Cilento.

Contatti stampa

Bruno Sodano

brunosodano@gmail.com | hello@postcardfrom.it

+39 338 6961863

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