Maturazioni Pizzeria apre a Roma nel 2026

Da San Giuseppe Vesuviano all’Aurelio: la pizza nel ruoto di Antonio Conza e Gabriella Esposito sbarca nella Capitale

La pizza virale che ha fatto impazzire il web arriva finalmente nella Capitale. Antonio Conza e Gabriella Esposito, coppia nella vita e nel lavoro e anime creative di Maturazioni Pizzeria, hanno scelto il Quartiere Aurelio, a Baldo degli Ubaldi – a pochi minuti dal Vaticano e Rione Prati – per inaugurare la loro prima sede fuori dalla Campania nel 2026. 
Una decisione che segna un passo importante in un percorso di crescita che rimane fedele all’identità originale: gestione diretta, formazione in prima persona dei pizzaioli, un unico format serale che punta tutto sulla qualità dei prodotti e un servizio accogliente e curato.

Il menù sarà lo stesso della sede storica di San Giuseppe Vesuviano, con la celebre pizza nel ruoto e le creazioni che hanno reso Maturazioni un fenomeno social da milioni di visualizzazioni. Un luogo che porta a Roma la stessa autenticità che ha fatto conoscere Maturazioni, con impasti curati, fritti asciutti e gustosi, ingredienti stagionali e ricerca continua, ora pronti a farsi scoprire anche dal pubblico capitolino.

«La scelta del Quartiere Aurelio non è casuale – spiegano Antonio e Gabriella –: è una posizione strategica, vicina al cuore di Roma ma lontana dal caos del pieno centro, che permette di raggiungere facilmente il locale da diversi quartieri e rende agevole anche il servizio d’asporto.»

Con una sala che richiama l’identità e la storia di Maturazioni, dalle foto degli eventi internazionali fino all’omaggio a San Giuseppe, il nuovo locale si presenta come una “fotocopia” consapevole dell’originale: stesso concept, stesso cuore, stessa filosofia.
«Non vogliamo snaturarci – aggiungono Conza ed Esposito –. Abbiamo rifiutato tante offerte in Italia e all’estero perché non vogliamo trasformarci in un marchio commerciale. Per noi ogni pizzeria è casa nostra: a Roma come a San Giuseppe».

Proprio per questo, la Campania resterà legata a un unico punto: San Giuseppe Vesuviano. Una scelta precisa, dettata dalla volontà di valorizzare il territorio vesuviano e rafforzarne l’identità. L’apertura romana rappresenta l’inizio di un progetto più ampio che, passo dopo passo, porterà la qualità di Maturazioni nelle principali città italiane.
Un percorso graduale, senza scorciatoie, con l’obiettivo di mantenere il pieno controllo dei processi e della qualità.
«Abbiamo scelto Roma perché con la Capitale sentiamo un legame speciale. È un luogo di cultura gastronomica di alto livello e siamo certi che i romani sapranno apprezzare la nostra pizza».

L’appuntamento con la nuova sede è fissato per il 2026, quando il forno dorato di Maturazioni comincerà a sfornare pizze anche all’Aurelio.

“Ma quante ne Sannio”? Vinestate a Torrecuso: l’estate più bella che c’è tra vino, musica e gastronomia del territorio

Vinestate a Torrecuso porta da 50 anni con sé la magia di un momento di festa per l’intera Comunità sannita. Non si può dire estate senza un calice di vino al tramonto condiviso con amici e amori, assaggiando un panino tra risate e quattro salti in piazza al ritmo della musica folk.

Tanti i volti incontrati: produttori che trasmettono passione, energia vitale e qualità nelle etichette proposte al pubblico incuriosito dal liquido inebriante simbolo vincente del Made in Italy. Bianco, rosso o rosato non ha importanza; a parlare è il territorio con le sue diverse espressioni di Falanghina, Aglianico e Piedirosso, vitigni cardine in quest’angolo di pace e di rispetto per la tradizione.

“Ma quante ne Sannio” veramente i vigneron del luogo in cui vivono e dei propri gusti? Lo abbiamo chiesto in maniera scherzosa ai 23 espositori in un gioco che ha lasciato qualche istante di sincera commozione. I ricordi d’infanzia, la vendemmia e la pigiatura del mosto fresco con i piedi o le canzoni dell’epoca e i pensieri cari a chi non c’è più e tanto ha insegnato.

Anche il sindaco di Torrecuso Angelino Iannella si è lasciato andare in un amarcord dolce e salato, con lo sguardo fiero puntato dritto al futuro. Con lui i decani del vino come Orazio Rillo e Antonio Mennato hanno rievocato il 1975, quando un’idea di alcuni imprenditori pionieri, stanchi del non godere appieno della celebrazione per il buon raccolto sempre impegnati con i carretti a trasportare in mescita i prodotti, cambiò il destino di molte famiglie.

Con l’aiuto dell’avvocato Coletta, mentore della manifestazione, ecco l’arrivo della prima edizione di ciò che diverrà Vinestate, la più antica kermesse sul vino della regione. Per sbloccare un ricordo serviva dunque una domanda, anzi una serie di domande contenute in un mazzetto da mescolare accuratamente e tirare a sorte.

I presenti ascoltavano e partecipavano poi con curiosità, che hanno alleggerito il clima di grande lavoro celato dietro un simile evento. Massima pure la soddisfazione del vicepresidente del Comitato Giampiero Rillo – cantine Tora – e di Libero Rillo, presidente di Sannio Consorzio Tutela Vini, non sottratti al nostro format “Ma quante ne Sannio”.

Dal 4 al 7 settembre Torrecuso si è illuminata come un faro brillante, tra feste danzanti, gustosa gastronomia locale, musica e attrazioni come la banda del paese, i trampolieri ed i giochi per bambini.

Ma soprattutto si sono riaccese le luci su di un piccolo borgo e i suoi angoli nascosti di rara bellezza, che si aprono a squarci panoramici sulle colline circostanti, ricordando che l’Italia è fatta anche di passato, tra storia, usanze e naturalmente uva e vino.

Tutte le nostre interviste puoi trovarle nella playlist YouTube.

I vini della Romania raccontati da Marinela Ardelean a Wonderland Cluj

Un viaggio nel cuore della Transilvania, tra antiche radici, nuove prospettive e un patrimonio vitivinicolo che sta tornando a splendere. È questa l’essenza dell’incontro organizzato da Marinela Ardelean, in collaborazione con Wine of Romania e Wonderland, nella cornice visionaria del Wonderland Resort di Cluj-Napoca, il sogno trasformato in realtà dall’imprenditore Darius Mârza.

Le radici antiche

Quando i Romani giunsero in Dacia, trovarono boschi fitti e non vigne. Quei tronchi robusti servirono a un Impero in crescita, ma in cambio portarono con sé la vite, che si radicò nel cuore della futura Romania. Un seme che nei secoli avrebbe generato identità agricola, cultura e convivialità.

Oggi, duemila anni dopo, quel patrimonio riaffiora con nuova energia: i vini romeni, ricchi di varietà autoctone e spinti da un rinnovato slancio enologico, stanno conquistando l’attenzione del panorama internazionale.

Wonderland: tra sogno e realtà

In questo scenario prende vita la visita guidata da Marinela Ardelean, una delle voci più autorevoli del vino romeno nel mondo. Non una semplice degustazione, ma un racconto corale, che ha trasformato le sale lussuose del Wonderland Resort in un palcoscenico di emozioni, storia e futuro.

L’imponente complesso creato da Darius Mârza è oggi una cittadella del lusso e dell’accoglienza: hotel a 5 stelle, ristoranti raffinati, centro equestre, attrazioni uniche. Un luogo che riflette lo spirito del suo fondatore – resiliente, visionario, animato da fede, lavoro, integrità e ambizione – e che diventa il teatro ideale per celebrare l’identità vitivinicola romena.

Tutto è iniziato con appena 500 euro, e oggi il suo valore si conta in centinaia di milioni.

“Sento di essere nato per rendere le persone felici. In ogni momento della mia vita aiuto gli altri e porto valore alla società”, racconta Darius Mârza, fondatore di Wonderland Resort, il complesso turistico che ha cambiato il volto dell’accoglienza in Transilvania.

I primi passi da imprenditore

Già alle scuole medie guadagnava stampando biglietti da visita e rilegando relazioni per i compagni. Al liceo dava ripetizioni di informatica, perfino a studenti universitari, e assemblava computer che rivendeva a rate.

“Sono stato il primo in Romania a vendere computer a rate”, ricorda con orgoglio.

Quando quel settore smise di essere redditizio, si reinventò: nel 2004 aprì la sua prima sala per eventi, finanziata con un prestito da 50.000 euro. Ma le lamentele dei vicini lo spinsero a cercare un luogo immerso nella natura. Fu l’inizio del progetto Wonderland.

Nasce Wonderland Resort

Dopo otto anni di burocrazia, nel 2012 arrivò la prima autorizzazione edilizia. Oggi il Wonderland Resort, a pochi chilometri da Cluj-Napoca, è una vera cittadella del divertimento e del lusso: ristoranti, hotel a 4 e 5 stelle, centro equestre, parco avventura, attrazioni uniche come la torre avventura più grande del mondo e la parete di arrampicata più alta della Romania.

“Ho perso tutto due volte, ma ogni volta sono rinato più forte”

L’arte di raccontare il vino: Marinela Ardelean

Il momento più emozionante è stato senza dubbio la presentazione del libro di Marinela Ardelean, vera ambasciatrice del vino romeno. Con il suo volume, tradotto in tre lingue (romeno, inglese e italiano), Marinela ha raccolto e raccontato i 50 migliori vini della Romania, arricchendoli con abbinamenti gastronomici tipici e un racconto capace di unire tradizione e modernità.

La sua opera non è solo una guida: è un manifesto culturale, uno strumento di promozione internazionale e un atto d’amore verso la Romania del vino. Sfogliandolo si ha la sensazione di intraprendere un viaggio sensoriale, in cui ogni etichetta diventa storia, ogni abbinamento un incontro, ogni pagina un invito a scoprire un Paese che vuole rinascere attraverso la forza della sua viticoltura.

Con la sua energia e la sua capacità di coinvolgere, Marinela ha guidato il pubblico in una degustazione emozionante:

  • Fetească Neagră, rosso intenso e speziato, simbolo di forza e identità.
  • Fetească Albă, delicata e fresca, perfetta espressione della versatilità romena.
  • Tămâioasă Românească, aromatica e seducente, che profuma di miele e fiori d’arancio.

Accanto a queste, i vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon e Chardonnay hanno completato il panorama, dimostrando la capacità della Romania di dialogare con il mondo senza dimenticare le proprie radici.

Un orizzonte da esplorare

La Romania del vino non è più un patrimonio nascosto: è una realtà che chiede di essere esplorata, raccontata e vissuta. Se un tempo si poteva guardare con scetticismo a queste etichette, oggi il bicchiere parla con voce nuova, più sicura, più ambiziosa. Certo, ci sono ancora margini di miglioramento, soprattutto nell’affinamento e nella gestione delle gradazioni alcoliche, ma il percorso intrapreso è chiaro e promettente.

E il merito, in gran parte, è di chi come Marinela Ardelean ha creduto nella forza del racconto e nella necessità di dare visibilità internazionale a un patrimonio troppo a lungo dimenticato. La sua opera, la sua passione e la sua visione stanno contribuendo a riscrivere la mappa del vino europeo, con la Romania protagonista di un nuovo capitolo.

Oggi, nelle terre un tempo chiamate Dacia, il vino non è soltanto una bevanda: è memoria, identità e promessa di futuro. Nei calici romeni risuona la voce di una storia antica, ma al tempo stesso si percepisce l’ambizione di un Paese che vuole ritagliarsi il proprio spazio sulla scena internazionale.

La Romania del vino è questo: un ponte tra radici millenarie e un domani da scrivere, tra autoctono e internazionale, tra tradizione contadina e visione moderna.

Ed è proprio grazie all’impegno di ambasciatrici come Marinela Ardelean, capace di dare volto, parole e respiro a questo patrimonio, che oggi possiamo parlare di una nuova frontiera del vino europeo. Un orizzonte che non guarda soltanto al mercato, ma soprattutto alla cultura, alla bellezza e al valore universale del vino come racconto di un popolo. La Romania non è più una sorpresa da scoprire: è un capitolo che si apre, e che merita di essere letto fino in fondo, calice dopo calice.

Intervista a Gianni Rizzo del Poseidonia Beach Club di Marina di Ascea

Il Capitano Gianni Rizzo: “Il vero lusso oggi è lasciare il mondo un po’ meglio di come l’abbiamo trovato”

Dal pescato locale alla certificazione ISO 20121: al Poseidonia Beach Club la sostenibilità diventa un modello di business e un atto d’amore per il Cilento.

Ospitalità, gastronomia e responsabilità. C’è un luogo nel cuore del Cilento dove il mare non è solo scenografia, ma protagonista di un progetto che ha scelto di trasformare la parola “sostenibilità” da semplice slogan a metodo di gestione. È il Poseidonia Beach Club, guidato dal Capitano Gianni Rizzo.
Dalla filiera corta con i pescatori locali all’energia solare, dalla cucina “zero spreco” al servizio pensato come esperienza relazionale, ogni dettaglio è parte di una visione: quella di un lusso autentico, capace di rispettare l’ambiente e valorizzare la comunità locale.
In questa intervista, Gianni Rizzo racconta come il Poseidonia Beach Club stia diventando un modello di ospitalità sostenibile, e perché il futuro del turismo passi dall’equilibrio tra bellezza, etica ed efficienza.

Gianni, partiamo da lei: qual è il suo rapporto personale con il mare?

«Il mare è la mia casa, il mio luogo di lavoro e il patrimonio che sento di dover proteggere. Quando si nasce e si cresce sul mare, si impara presto che ogni scelta, anche la più piccola, ha un impatto. Ed è da questa consapevolezza che nasce il nostro impegno quotidiano per la sostenibilità».

Se le chiedessi di mostrarmi cos’è davvero la sostenibilità al Poseidonia Beach Club, dove mi porterebbe?

«La sostenibilità non è uno slogan né un’etichetta da aggiungere a un menu. Per noi significa responsabilità concreta: ridurre l’impatto ambientale, rispettare i ritmi della natura, valorizzare il territorio e le persone che ci vivono. Ogni nostra decisione, dalla gestione delle risorse energetiche alla scelta dei fornitori, fino al modo in cui serviamo i nostri ospiti, è guidata da questa visione. Ecco, inviterei a passare una giornata qui da noi, per vedere come la sostenibilità non resti un concetto astratto, ma diventi un’esperienza concreta».

Quali sono le azioni sostenibili già in atto al Poseidonia?

«Abbiamo scelto la filiera corta, con accordi diretti con i pescatori locali, che ci garantisce il pescato fresco della piccola pesca costiera. Lavoriamo sulla sostenibilità alimentare, con menu “zero spreco” che raccontano un nuovo modo di cucinare. Siamo plastic free: niente plastica monouso, solo vetro, materiali compostabili e acqua microfiltrata in bottiglie riutilizzabili. Dal 2012 investiamo in fotovoltaico ed efficienza energetica. Infine, facciamo cultura e sensibilizzazione, con eventi come “Pizza Zero Spreco” o le serate green, coinvolgendo brand e professionisti come il nostro maestro pizzaiolo Cosimo Maiale».

State lavorando anche alla certificazione ISO 20121. Cosa significa per voi?

«Significa dare metodo e misurabilità al nostro impegno. Non parliamo di episodi isolati, ma di un progetto strutturato. Essere tra i primi beach club in Italia a ottenere questo riconoscimento vuol dire trasformare la sostenibilità in dati, processi e impegni verificabili. Non solo promesse».

Quanto conta il legame con il territorio?

«Ogni passo che facciamo non è solo per il Poseidonia Beach Club, ma per il Cilento. Ogni scelta, dal pescato locale, al pomodoro dei nostri contadini, dalle confetture fatte in casa fino all’olio e al vino di nostra produzione, ha un impatto diretto sull’economia locale. Quando un turista sceglie noi, porta valore a un’intera comunità: pescatori, produttori agricoli, artigiani, artisti. La sostenibilità diventa così un motore di sviluppo locale».

La gastronomia è anche un linguaggio identitario. Qual è la vostra visione?

«Per noi la gastronomia è un canale potente per comunicare valori ed emozioni. Il vero lusso non è ostentazione, ma cura assoluta delle materie prime e capacità di trasformarle in emozioni. Nei nostri piatti, lusso ed essenzialità si incontrano grazie a prodotti freschissimi cucinati con rispetto dalle mani esperte dello chef Costantino Buono, che esalta le eccellenze locali con sapienza e creatività. Questo è il lusso autentico del Cilento: genuinità, identità e rispetto per l’ambiente».

E per quanto riguarda il servizio e l’ospitalità?

«Abbiamo fatto nostra la filosofia di Will Guidara in “Un servizio pazzesco: l’ospitalità non è un gesto accessorio, è l’essenza del nostro lavoro. Ricordare il vino preferito di un cliente, offrire un piatto fuori menù a un bambino, regalare un tramonto speciale: sono i dettagli che creano ricordi indelebili. La sostenibilità non è solo ambientale, è anche relazionale: creare legami autentici, emozioni che restano. Questo è il nostro modo di dare “un servizio pazzesco”: mettere l’anima in ogni gesto, perché ciò che resta non è solo il gusto, ma il ricordo di come abbiamo fatti sentire i nostri ospiti».

Guardando al futuro: che ruolo può avere l’intelligenza artificiale nella vostra realtà?

«L’AI non è un fine, ma un mezzo. Può aiutarci a ottimizzare risorse, ridurre sprechi, migliorare la gestione energetica e personalizzare il servizio, sempre nel rispetto della privacy. Può fornire dati misurabili sul nostro impatto. Per noi è un alleato della sostenibilità: libera tempo ed energie per ciò che conta davvero, ovvero accoglienza, relazione, autenticità».

Come si traduce tutto questo in una gestione sostenibile dell’impresa?
«Un ristorante è un ecosistema complesso. Il management sostenibile per noi significa: ridurre sprechi alimentari ed energetici, offrire qualità che educa e sensibilizza, guidare lo staff con valori condivisi e fidelizzare i clienti coinvolgendoli in una comunità. Non puntiamo solo al profitto immediato, ma a un ciclo virtuoso di valore che resiste nel tempo.
Un aspetto per noi fondamentale è anche il coinvolgimento delle nuove generazioni: vogliamo offrire a tanti giovani cilentani, che hanno maturato esperienze di studio e lavoro internazionali, un luogo dove esprimersi e contribuire con la loro competenza alla valorizzazione del territorio. In questo modo, la sostenibilità diventa anche opportunità di crescita umana e professionale, e il Poseidonia Beach Club si trasforma in una piattaforma che restituisce valore al Cilento attraverso le persone che lo abitano».

Abbiamo parlato di sostenibilità, gastronomia, ospitalità e innovazione. La domanda che resta è: che cosa lasciamo dietro di noi? «Noi vogliamo lasciare meno plastica nel mare, più valore ai pescatori e ai produttori locali, più cultura del rispetto e aziendale. La sostenibilità non è moda né marketing, ma responsabilità e coraggio. Per questo crediamo che il vero lusso non sia possedere di più, ma impattare di meno. Ed è il cammino che continueremo a percorrere, con dignità e passione perché qui al Poseidonia Beach Club, ogni piatto racconta una storia, ogni gesto crea un legame. Qui il vero lusso è far parte di qualcosa che lascia il mondo un po’ meglio di come l’abbiamo trovato. Il futuro non ci chiede di brillare, ma di restare. Con rispetto, con coraggio, con anima».

Anteprima Cocco Wine 2025: alla scoperta dei vini del Monferrato con la cantina Poggio Ridente

Durante l’Anteprima di Cocco Wine 2025 promossa dall’Associazione Go Wine, un gruppo di giornalisti del settore ha incontrato Luigi Dezzani, portavoce del Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato.

La cantina bio Poggio Ridente ha accolto la stampa di settore per parlare del territorio di Cocconato d’Asti, che conosciuto in passato un periodo di abbandono della viticoltura, ma che appartiene a pieno titolo alla storia piemontese. Già dal Seicento le colline che da Superga arrivano fino ad Albugnano e a Casale Monferrato erano coperte di vigneti, con notizie documentate di coltivazione organizzata. Poi il richiamo delle città e dell’industria aveva svuotato i campi, lasciando molte vigne incolte.

Venticinque anni fa, con la nascita di Cocco Wine, la zona ha però ritrovato nuova linfa: giovani viticoltori sono tornati a investire, recuperando i filari dei nonni o aprendo nuove aziende. Così Cocconato e i paesi vicini hanno riscoperto la propria identità agricola e oggi si presentano come un territorio dinamico, capace di unire vino, ristorazione e accoglienza: sette ristoranti per appena 1500 abitanti e un’offerta turistica sempre più strutturata.

Dezzani ha ricordato anche il ruolo dei vitigni storici. Se il Nebbiolo, due secoli fa, aveva trovato spazio tra Albugnano e Torino prima di spostarsi verso le Langhe, Cocconato ha custodito altre uve identitarie: Grignolino, Freisa e Bonarda piemontese, già presenti prima della Barbera. Proprio su questi vitigni alcune aziende della nuova generazione hanno investito in ricerca e cloni, restituendo loro dignità e prospettive.

Il Consorzio “Cocconato- Riviera del Monferrato e dintorni” raccoglie oggi cinque cantine, produttori locali di salumi, produttori di miele, nocciole e formaggi, la distilleria  Bosso e luoghi di ospitalità, fino ad arrivare all’ingresso di realtà nuove come la gelateria di Alberto Marchetti, segno di un territorio che si muove compatto per rafforzare la propria proposta enoturistica e rilanciare un’eredità vitivinicola antica ma ancora tutta da raccontare.

L’azienda Poggio Ridente è nata nel 1998 per iniziativa di Cecilia Zucca, con il sostegno del marito Luigi  e delle figlie Maria Sole ed Eleonora e del figlio Romolo. I loro tredici ettari, di cui otto vitati, raccontano la sfida di una viticoltura non semplice, su pendii ripidi che già allora avevano il sapore dell’eroico.

Le prime vigne furono dedicate alla Barbera, il vitigno che più identifica queste colline. Poco dopo arrivò l’Albarossa: Poggio Ridente fu tra i pionieri, piantandola nel 2004, appena terminata la lunga fase di sperimentazione condotta dall’Università di Torino. Questo incrocio tra Barbera e Nebbiolo di montagna, ideato già nel 1938 da Giovanni Dalmasso ma reso disponibile ai viticoltori solo dagli anni Duemila, ha trovato qui un habitat ideale. Per la famiglia Zucca rappresenta una parte importante della produzione, tanto da renderli tra i primi produttori storici di questa varietà in Piemonte.

Nel 2010 è arrivata la sfida dei bianchi, con un approccio innovativo: Poggio Ridente ha infatti scelto di sperimentare i vitigni internazionali: Riesling, Sauvignon blanc , Pinot Nero e soprattutto Viognier, piantato quando ancora non era ufficialmente autorizzato in Piemonte. Dal 2013, con l’ingresso nella Doc Piemonte, anche questo bianco aromatico ha trovato riconoscimento formale, aprendo nuove prospettive. Inoltre una grande passione per il Ruchè, amato anche dal nonno di Luigi Dezzani, che trova la sua migliore allocazione nei 7 comuni che sono menzionati nell’ultima Doc nata In Piemonte, quella del Ruchè di Castagnole Monferrato.

I terreni sono ricchi di marne e arenaria ed è facile rinvenire in vigna conchiglie fossili dato che anticamente vi era il mare: inoltre è importante la componente gessosa, che dona una particolare nota ai vini, essendo posizionati sulla falda che attraversa l’Italia.

In degustazione si è apprezzato il Pet Nat Matto – Come tu mi vuoi – che riporta sull’etichetta la possibilità di personalizzare l’esperienza gustativa, girando la bottiglia.

Le uve Nebbiolo provengono dalla regione Pinella in Cocconato d’Asti e vengono vinificate in rosato; una parte del mosto viene poi conservata e aggiunta nel mese di Marzo al vino per creare la naturale frizzantezza. Il vino viene chiuso con il tappo a corona. Colore rosso ciliegia intenso, profumi succosi di piccoli frutti rossi e crosta di pane. Un vino spensierato, di grande piacevolezza e bevibilità, che si abbina bene a una merenda con salumi del luogo.

La storia di Poggio Ridente è così il simbolo di un territorio che non rinnega la tradizione, ma sa guardare avanti, intrecciando Barbera e Grignolino con vitigni più recenti e interpretazioni coraggiose, capaci di arricchire il panorama enologico del Monferrato contemporaneo.

Ottati celebra il fico bianco del Cilento: terza edizione di “Ficus in Tabula”

Ottati, piccolo borgo nel cuore del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, si prepara ad accogliere la terza edizione di “Ficus in Tabula”, la rassegna gastronomica che mette al centro il fico bianco dottato del Cilento. Un frutto antico, amato in tutto il mondo, che diventa per due giorni il filo conduttore di un programma capace di unire cultura, gusto ed economia territoriale.

L’apertura della kermesse sarà affidata a Rossella Pisaturo e vedrà la partecipazione di Andrea Volpe, consigliere regionale della Campania che ha sostenuto l’evento attraverso un emendamento alla legge di bilancio, insieme a voci del settore come Andrea Giuliano della Tenuta Principe Mazzacane, Manlio De Feo, presidente del Consorzio di tutela del fico bianco del Cilento, e altri protagonisti del comparto. Un momento inaugurale che darà vita al talk “Esperienze, conoscenze e orizzonti del fico dottato”, occasione di confronto e approfondimento sul futuro di questa eccellenza cilentana.

«Con Ficus in Tabula – sottolinea il sindaco Elio Guadagno – vogliamo dare voce a un prodotto identitario che non è solo tradizione gastronomica, ma anche risorsa di sviluppo. Il Comune ha investito 1,67 milioni di euro sulla filiera del fico dottato, piantumando 5.000 nuove piante in un terreno comunale e avviando la ristrutturazione di un immobile per trasformarlo in laboratorio di lavorazione. È un progetto che vede la politica assumere un ruolo imprenditoriale, con l’obiettivo di recuperare identità, generare occupazione ed economia e restituire futuro a una comunità dell’area interna».

Il programma

Sabato 20 settembre 2025

  • Apertura nel convento di Ottati con la svelatio di un’opera in ceramica a forma di fico, realizzata nella scorsa edizione e completata quest’anno nel forno ceramico del borgo.
  • Aperificus (18:30 – 19:30): calice di vino e finger food a tema fico.
  • Passeggiata gastronomica serale con piatti e specialità locali.
  • In degustazione: antipasto a cura delle massaie del Ficus in Tabula, pizza in padellino di Angelo Rumolo (Le Grotticelle, 37ª pizzeria migliore al mondo per 50 Top Pizza 2025), primo piatto a cura dell’Istituto Alberghiero “Parmenide” di Roccadaspide, secondo piatto alla brace curato da Il Covo della Bistecca, selezione vini e liquoreria ai fichi del Palazzo De Philippis a cura del sommelier Daniele Croce.

Domenica 21 settembre 2025

  • Ore 9:00: esperienza nel Ficheto dell’Azienda Agricola Syké di Passannante Carmen, con colazione contadina nella natura.
  • Laboratorio di panificazione a cura di Francesco Petrone (La Spiga del Cervati), con pane al fico e degustazione dei suoi prodotti (ore 12).
  • Aperificus (11:30 – 12:30 e 18:30 – 19:30).
  • Pastry show della maestra pasticciera Rosetta Lembo (Pasticceria La Ruota), vincitrice del premio Top Italian Food 2024 e 2025 di Gambero Rosso.
  • Pastry show del Maestro gelataio Raffaele Del Verme (Gelateria Di Matteo, Torchiara), miglior gelato d’Italia per 50 Top Italy e 3 coni Gambero Rosso (ore 17:00).
  • Masterclass alla scoperta del fico dottato a cura della rinomata azienda Santomiele, moderata da Barbara Guerra (co-curatrice di 50 Top Pizza) (ore 18:00).
  • Show cooking dello chef Alessandro Feo, con un piatto omaggio ai tre territori: i fichi di Ottati, le patate di Castelcivita e il vino di Castel San Lorenzo.
  • Dalle 19:00 Passeggiata gastronomica serale con antipasto delle massaie, pizza in pala di Vito Chiumiento (Mo Veng), primo piatto a cura dell’Istituto Alberghiero “Parmenide” di Roccadaspide, secondo piatto alla brace de Il Covo della Bistecca, dolci al fico e gelato di Gelati Matteo con ricotta di bufala, foglie di fico e miele di spiaggia.

Talk e approfondimenti

Durante la due giorni sono previsti talk tematici con esperti, giornalisti, produttori e operatori della ristorazione, a cura di Yuri Buono, esperto di gastronomia e territorio. Un’occasione di confronto che arricchisce la rassegna con spunti di riflessione sul presente e sul futuro delle produzioni locali.

Una festa per il territorio

“Ficus in Tabula” è una rassegna gastronomica che ogni sera si trasforma in una passeggiata del gusto tra le prelibatezze locali, pensata per valorizzare i prodotti, raccontare storie e generare nuove economie. Anche l’arte avrà uno spazio con il laboratorio di ceramica Creta, che realizzerà opere d’arte utilizzando il laboratorio comunale, ed Emily Artist Colangelo, che dipingerà live durante la due giorni.

L’evento è organizzato dal Comune di Ottati, con il supporto della Polisportiva Ottati, della Pro Loco di Ottati e della Comunità di Ottati, e realizzato con il sostegno di BCC Aquara e Planet Beverage e con il supporto operativo di Federica Giuliano, Francesco Di Piano e Daniele Croce.

La Germania nel piatto: un viaggio tra sapori e paesaggi

Ammetto che la mia idea di cucina tedesca fosse piuttosto limitata: wurstel, patate e birra. Una visione decisamente riduttiva, che non rende giustizia alla varietà e alla ricchezza gastronomica di questo Paese. Ci è voluto un viaggio itinerante in Germania per farmi cambiare prospettiva, un’esperienza che, oltre a fami scoprire città e paesaggi meravigliosi, mi ha messa di fronte ad una realtà culinaria ricca e sorprendente.

Da Sud a Nord, dalla Foresta Nera al Mar Baltico, per poi ridiscendere in Baviera, ogni regione tedesca offre piatti tipici, ingredienti locali e influenze culturali che meritano di essere esplorati.

Un itinerario di gusto

Il mio viaggio è iniziato nel Sud, a Friburgo, splendida città medievale ai margini della Foresta Nera, dove è bello perdersi tra stradine di ciottoli e accoglienti piazzette. Attenzione però ai Bächle, i piccoli canali che scorrono lungo le vie del centro: un tempo servivano per fornire acqua alle abitazioni, favorire l’igiene urbana e prevenire gli incendi. Oggi, secondo la tradizione locale, portano fortuna a chi cammina accanto ad essi, purché non ci si finisca dentro!

Friburgo è una città che sa coniugare storia, natura (è una delle città più green d’Europa) e gusto. Una tappa imperdibile è il Café Schmidt, nel cuore del centro storico, dove si può assaporare una fetta dell’autentica Schwarzwälder Kirschtorte Torta Foresta Nera, preparata secondo la ricetta originale. Un dolce di cioccolato, panna, ciliegie e un tocco di kirsch.

Per gli appassionati di vino un appuntamento irrinunciabile è l’aperitivo in prima serata a l’Alte Wache, una raffinata enoteca che celebra la ricca tradizione vinicola del Baden. Con oltre 15.000 ettari di vigneti, la regione del Baden si estende lungo la valle del Reno, offrendo terreni ideali per la coltivazione di vitigni nobili. I suoli variano da calcarei a vulcanici, contribuendo alla complessità aromatica dei vini. Tra i vitigni principali: Pinot Nero, Pinot Bianco e Pinot Grigio.

Un altro tesoro locale è la birra della Foresta Nera. Qui i birrifici storici, cito Rothaus e Ketterer per mia diretta esperienza, spesso a conduzione familiare, custodiscono ricette tramandate da generazioni e producono birre che riflettono l’ambiente circostante: acqua pura di sorgente, luppoli aromatici e malti selezionati.

Il viaggio prosegue verso nord, lasciate le colline e i boschi fitti che sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm (non a caso l’ambientazione di alcune delle loro favole è proprio la Foresta Nera), ci avviciniamo a Lubecca, dove il paesaggio si fa più nordico: l’aria è salmastra, preludio della vicinanza al Mar Baltico; i cieli sembrano non avere confini.

Patrimonio dell’Umanità UNESCO, Lubecca è un gioiello architettonico della Lega Anseatica, qui domina il Gotico baltico caratterizzato dalle facciate di mattoni rossi, ma è anche la patria indiscussa di uno dei dolci più amati: il Lübecker Marzipan. La tradizione del marzapane a Lubecca risale al 1407, quando una carestia lasciò i fornai senza farina. Per sfamare la popolazione, si racconta che usarono ciò che avevano: mandorle e zucchero.

Nacquero così delle “pagnotte dolci” che, secondo la leggenda, salvarono la città dalla fame. Oggi, il cuore pulsante di questa tradizione è il Museo del Marzapane Niederegger, situato sopra lo storico Café Niederegger in Breite Straße. Fondato nel 1806, Niederegger è sinonimo di qualità e innovazione: il suo marzapane contiene un’alta percentuale di mandorle e meno zucchero rispetto ad altri produttori.

Ma Lubecca sorprende anche a tavola con le famose Riesenkaroffeln von Lübeck patate bollite dalle dimensioni monumentali, farcite con ortaggi, panna acida, barbabietole, aringhe, ma anche contaminazioni esotiche come dahl di lenticchie e coriandolo. Assaggiatale da Kartoffelspeicher, locale tipico ricavato in un palazzo medioevale.

Dopo circa 250 chilometri da Lubecca, arriviamo nell’ Isola di Rügen, facilmente riconoscibile grazie al ponte Rügenbrücke che la collega alla terraferma. È la più grande delle isole tedesche, affacciata sul Mar Baltico, e accoglie i visitatori con le sue scogliere bianche di gesso a picco sul mare, foreste di faggi Patrimonio UNESCO e spiagge infinite battute dal vento.

L’isola di Rügen, con i suoi villaggi di pescatori e le località balneari eleganti come Binz e Sellin, ha una lunga tradizione marinara, le aringhe del Mar Baltico sono tra gli ingredienti principali della cucina dell’isola. Questo pesce, dal gusto deciso, è utilizzato in diverse preparazioni tipiche: aringhe giovani marinate, servite con cipolle, mele e panna acida; aringhe fritte e poi marinate in aceto, cipolla e spezie, si servono fredde; aringhe affumicate, spesso servite con pane nero e burro. Qui le influenze scandinave e baltiche si fanno sentire.

Non mancano i piatti di carne e la selvaggina la fa da padrona, il ristorante Jägerhütte presenta una cucina genuina e autentica, arrosto di cervo e cinghiale soprattutto.

E’ ora di riprendere la strada del ritorno, ma altre due tappe imperdibili ci attendono: Norimberga e Monaco di Baviera. In queste regioni la cucina è piuttosto diversa da quella del nord, sia per ingredienti che per stile culinario.

Norimberga, dove lo stile architettonico dominante è il Gotico tedesco, fa parte del distretto amministrativo della Franconia Centrale. Una delle tradizioni più vivaci e gustose sono i Nürnberger Rostbratwurst (salsicce), sicuramente il piatto più iconico della città. Piccole (circa 7-9 cm), sottili e speziate con maggiorana, vengono tradizionalmente grigliate su brace di legna e servite in tre varianti: Drei im Weggla tre salsicce in un panino croccante, perfette come street food; con crauti o insalata di patate; accompagnate da senape forte o rafano.  

Se siete coraggiosi e volete scoprire a fondo le tradizioni culinarie di Norimberga e della Franconia, da provare la Vogelsuppe. Nonostante il nome significhi letteralmente “zuppa di uccelli”, il piatto non contiene volatili: si tratta invece di una zuppa ricca a base di gnocchi di fegato, cuore, rognoni e carne di manzo, il tutto cotto con cipolla e servito in un brodo di manzo e rafano.

Tra i dolci, il protagonista indiscusso è il Lebkuchen, il celebre biscotto di pan di zenzero spesso a cuore e riccamente decorati con glassa colorata.

In Germania ogni città ha la sua birra, qui a Norimberga da assaggiare la Nürnberger Rotbier. Il nome significa, letteralmente, birra rossa, dal color ambrato scuro, prodotta a bassa fermentazione e dalle note olfattive di caramello e biscotto.

Ultima tappa del nostro viaggio on the road, Monaco di Baviera. Passeggiare per Monaco significa ammirare l’architettura barocca, neoclassica e modernista e deliziarsi delle prelibatezze che la città offre.

Accanto a un boccale di birra, il piatto ideale è lo Schweinshaxe, lo stinco di maiale croccante, spesso servito con crauti e patate. Un altro grande classico della cucina bavarese è la Schnitzel, la celebre cotoletta viennese preparata con carne di vitello disossata, impanata e fritta, amata in tutta la regione.

Per concludere il pasto in dolcezza, non può mancare il Kaiserschmarrn, letteralmente “la frittata dell’Imperatore”: un dessert soffice e goloso, preparato con uvetta, cotto in padella e cosparso di zucchero a velo, servito con purea di mele e mirtilli rossi.

Che dire, la cucina tedesca mi ha sorpreso, un viaggio nel gusto che vale la pena vivere.

Prosit!

San Genna’… Un Dolce per San Gennaro by Mulino Caputo: vince Alessandra Bernardini con il suo “Pucundria”

Alessandra Bernardini, aiuto pasticcere presso Dav Pastry Lab di Bergamo, vince di un soffio il primo premio del contest San Genna’… Un Dolce per San Gennaro” organizzato da Mulino Caputo e dedicato al Santo Patrono di Napoli.

San Gennaro questa volta ha compiuto il miracolo con qualche giorno d’anticipo. Nella sfida conclusiva a colpi di bontà, presso la splendida terrazza panoramica del Roof Garden Angiò del Renaissance Naples Mediterraneo, l’ha spuntata di un soffio Alessandra Bernardini di Dav Pastry Lab della Famiglia Cerea, già tre stelle Michelin con il ristorante Da Vittorio a Brusaporto (BG).

I finalisti dell’8°edizione erano: Alessandra Bernardini, aiuto pasticcere presso Dav Pastry Lab di Bergamo; Guglielmo Cavezza, titolare del Mommy Cafè  di Cicciano, in provincia di Napoli; Giuseppe Cristofaro, della Pasticceria Raffaele Barbato di Frattaminore;  Benedetta D’Antuono, titolare della Pasticceria Cake Art  di Sorrento; Angelo Guarino, Pastry chef presso La Corte degli Dei, locanda di Palazzo Acampora, ad Agerola; Andrea Marano, pasticcere presso il Victor Lab  di Riccione e  Bruno Merlonghi, primo pasticciere presso Aloha Eventi di Bacoli.

Alessandra Bernardini – Dav Pastry Lab di Bergamo

Alla vincitrice 1000 chilogrammi di farina Mulino Caputo e un assegno da mille euro. Ai partecipanti era stato richiesto di realizzare una monoporzione inedita, utilizzando una delle farine Mulino Caputo e un ingrediente di colore rosso (simbolo del miracolo del sangue di San Gennaro) e/o di colore giallo (in riferimento all’epiteto popolare “Faccia ‘ngialluta”), scelto tra quelli prodotti dall’azienda Santorè, specializzata nella lavorazione della frutta.

Benedetta D’Antuono – Cake Art di Sorrento

Pasticceri da tutta Italia si sono mossi per dare sfoggio della nobile arte tra Frolle, lievitati, pasticciotti, tarte choux,  pan di spagna, cake agli agrumi, babà rielaborati ad hoc, tartellette di pasta sablée, cialde di sfogliatella riccia, cake frangipane e molto altro. La giuria tecnica, composta da Sal De Riso, Gennaro Esposito, Sabatino Sirica e Antimo Caputo ha dovuto valutare quattro caratteristiche dei prodotti presentati: dalla parte visiva al taglio per terminare verso gusto ed equilibrio complessivo dei sapori.

Al centro il Maestro Sabatino Sirica tra il food & beverage manager Giovanni Botta e l’executive chef Pasquale De Simone del Renaissance Naples Mediterraneo

Un compito non semplice riassunto dalle parole del Maestro Sabatino Sirica, una vita spesa tra zucchero e lieviti con le sue inimitabili sfogliatelle ricce, babà napoletani e pastiere: «oggi per me è un giorno speciale, quello di poter valutare giovani colleghi che si stanno affacciando con successo in un mondo affascinante e difficile. Bisogna credere nelle nuove leve e lasciar loro lo spazio di imparare, perché no, anche sbagliare. Non nascondo che sento in me la loro stessa emozione di quando, ormai tanti anni fa, muovevo i primi passi in laboratorio».

«Siamo veramente orgogliosi dei risultati ottenuti da questo contest» ha dichiarato Antimo Caputo, Ad del Mulino «Felici del fatto che tra i concorrenti ci siano sempre più spesso giovani talenti:  pasticceri capaci di infondere entusiasmo, estro e creatività e di apportare significativi elementi di innovazione». 

Pucundria, il dessert vincitore, è un omaggio al miracolo del ritorno di San Gennaro, quando per tre volte l’anno si palesa ai fedeli con lo scioglimento del suo sangue conservato in un’ampolla benedetta. La composizione del dolce parte da una financier d’amarena con bagna al limoncello, croccantino alla mandorla, diplomatica al limone e vaniglia tostata su finale di confettura al limone e fior d’arancio e coulis di amarena.

Liguria: Porto Vinae, la nuova enoteca di punta a Santa Margherita Ligure

Nei ricordi di fine estate ci soffermiamo su un evento che profuma di Liguria e di vino di qualità: l’inaugurazione a Santa Margherita Ligure, in via Maragliano 22, della nuova enoteca Porto Vinae. Un incontro tra storia e passione, tra una tradizione solida e una visione giovane e moderna.

In passato il locale era guidato da Eugenio Schiaffino, figura apprezzata e ben radicata nella comunità: l’arrivo di Porto Vinae segna la continuità di quella identità storica, oggi rinnovata dalla sinergia con Luca De Paoli e Dorella Segarini, fondatori nel 2010 delle Cantine Levante, con sede operativa a Sestri Levante. L’impresa, nata poco più di un decennio fa, ha rapidamente guadagnato reputazione nel panorama vitivinicolo regionale grazie a una produzione che esalta i vitigni autoctoni come Vermentino, Bianchetta Genovese, Cimixà e Ciliegiolo, coltivati rigorosamente a mano su terrazze liguri a media collina, in osservanza della DOC Golfo del Tigullio‑Portofino, istituita nel 1997 e in vigore dal territorio genovese escluse alcune aree centrali.

L’inaugurazione a fine luglio si è svolta in un clima di festa conviviale, con degustazioni e un affiatato DJ set a scandire l’incontro tra operatori del settore, winelover e curiosi. Luca De Paoli stesso ha sottolineato come “questo momento rappresenti un’occasione per conoscere la nostra Cantina attraverso i nostri prodotti”.

Porto Vinae vuole essere più di un semplice punto vendita: qui la produzione delle Cantine Levante è naturalmente in primo piano, presentata in bottiglia o sfusa, con un catalogo che include vini sfusi di qualità—un’offerta perfetta per chi cerca quotidianità e convenienza, ma senza rinunciare alla cura artigianale. Al contempo, la selezione si amplia con etichette italiane di prestigio, vini internazionali, Champagne, bollicine italiane e spirits studiati per la mixology moderna, segno che l’enoteca guarda anche agli appassionati e operatori del cocktail d’autore.

Il contesto ligure dona ulteriore carattere alla proposta: Santa Margherita Ligure è una cornice elegante e vivace, frequentata da turisti e residenti in cerca di esperienze enogastronomiche autentiche. Porto Vinae si inserisce con una proposta che coniuga conoscenza del territorio, selezione esigente, rispetto dei vitigni autoctoni e apertura a orizzonti internazionali.

In termini di mission aziendale, Cantine Levante ha dichiarato di valorizzare la viticultura manuale e sommamente attenta al territorio, in cui ogni fase vinicola riflette una relazione diretta tra vignaioli e terra. Questo approccio ha reso l’azienda una realtà stimata nel Tigullio, soprattutto per chi cerca vini che raccontano una storia, non solo un nome.

Per gli amanti del vino, Porto Vinae rappresenta insomma un’oasi di qualità: vini DOC liguri autentici, etichette nazionali e internazionali di fascia alta, champagne e spiriti di tendenza, e una presenza significativa di vini sfusi di eccellenza. Tutto – dalla passione di Luca e Dorella all’esperienza concreta di Eugenio – parla di un progetto che vuole radicarsi nella tradizione e crescere con visione moderna. Un nuovo punto di riferimento a Santa Margherita Ligure, per promuovere la produzione di eccellenza del territorio nazionale ed estero e avvicinare il consumatore a scelte sempre più consapevoli.

Grecia nel piatto e nel bicchiere: un viaggio tra mare, sole e cultura

Il mio viaggio nelle isole Cicladi diventa l’occasione per raccontare un percorso enogastronomico che si intreccia con storia, cultura e suggestioni mediterranee. Queste isole non sono soltanto sinonimo di spiagge da cartolina: custodiscono un patrimonio ricco e stratificato, frutto di influenze diverse. Con sorpresa scopro le tracce lasciate dai Veneziani, che nei secoli della Repubblica Marinara solcavano questi mari per commerci con la Serenissima.

Castelli, bastioni e antiche costruzioni ancora oggi testimoniano la loro presenza, in un contesto che appare come una porta sospesa tra mondo cristiano e musulmano, tra Oriente e Occidente. A fare da scenario, le immancabili chiese ortodosse, candide e luminose, spesso sormontate da cupole blu: un paesaggio architettonico che riprende i colori della bandiera greca e che incornicia l’identità autentica delle Cicladi.

La cucina greca è un inno alla semplicità mediterranea, un equilibrio luminoso tra pochi ingredienti, mani esperte e sapori netti. Nelle isole Cicladi, questo canto si fa ancora più autentico: qui il mare incontra la terra arida e le erbe selvatiche, la luce intensa del sole avvolge orti e pascoli, e ogni piatto racconta una storia di vento e di sale.

Il cuore della Grecia in tavola

L’insalata greca, o Horiatiki, è un mosaico di colori e freschezza: il pomodoro maturo sprigiona dolcezza, il cetriolo croccante rinfresca, la cipolla rossa punge, mentre la feta, con la sua sapidità cremosa, lega il tutto insieme alle olive Kalamata e a un filo di olio d’oliva profumato. Il Tzatziki, con yogurt vellutato, cetriolo e aglio, è una carezza fresca con un finale aromatico. Nei Dolmadakia, le foglie di vite sprigionano sentori erbacei e di terra umida, abbracciando un ripieno di riso dal gusto delicato. Moussaka è simile a una parmigiana con strati di melanzane, carne macinata, besciamella e spezie, presenti ovunque.

L’anima delle Cicladi

Ogni isola custodisce un’identità gastronomica distinta, modellata dal clima e dalle risorse locali. Tra i piatti che si lasciano ricordare, la fava di Santorini è una vellutata dal colore dorato e dalla consistenza setosa, dove la dolcezza del pisello giallo incontra la sapidità dei capperi o la concentrazione aromatica dei pomodori secchi. Le Tomatokeftedes, frittelle di pomodoro ed erbe, sprigionano profumi estivi e una croccantezza che invita al bis.

Formaggi e sapori forti

Il kopanisti, piccante e speziato, pizzica il palato e risveglia i sensi, mentre il San Michali di Syros e il Graviera di Naxos offrono un equilibrio tra dolcezza e carattere. Il manoura di Sifnos, stagionato in vino, regala un bouquet vinoso e intenso. La louza, salume speziato e marinato in vino ed erbe, è un’esplosione di aromi balsamici e speziati che evocano feste di paese e brindisi al tramonto.

Piatti rustici e convivialità

La Froutalia di Andros e Tinos, con patate, uova e salsiccia, è un piatto robusto, avvolgente, perfetto per la condivisione. La matsata di Folegandros, pasta fresca fatta in casa, sposa sughi di carne teneri e succosi, mentre il ksinotira di Naxos aggiunge una nota decisa, quasi piccante, a patate e verdure locali.

Mare in tavola e dolci finali

L’astakomakaronada, pasta con aragosta, unisce la dolcezza delicata della polpa al sugo di pomodoro dal profumo mediterraneo. Il gouna, sgombro essiccato al sole, concentra in sé il sapore del mare e del vento.

E poi i dolci: il Baklava preparato con strati sottilissimi di pasta filo alternati a noci, mandorle e pistacchi tritati arricchiti da spezie come cannella o chiodi di garofano. Dopo la cottura viene irrorato con sciroppo di miele e limone, viene tagliato a triangoli ma si può trovare anche tagliato a quadrato o a rombo.

Mangiare alle Cicladi è lasciarsi avvolgere da profumi di origano e timo, da un olio d’oliva che sa di sole e pietra, da formaggi che parlano di pascoli battuti dal vento. È un’esperienza sensoriale completa. La cucina delle Cicladi è una fusione armoniosa di mare e terra: legumi e formaggi forti, pesce fresco, torte alle mandorle, fritti fragranti e piatti antichi resi attuali. Ogni isola ha le sue versioni uniche, ma lascia sempre un’impressione chiara: sapori autentici, ingredienti locali e un invito a vivere la Grecia con gusto genuino.

Santorini, il vino che sa di mare e vulcano

C’è un filo invisibile che lega il vento salmastro dell’Egeo, la luce abbacinante delle Cicladi e la terra scura di un vulcano addormentato. È lo stesso filo che intreccia le radici dei vigneti di Santorini, un mosaico di soli 3.706 ettari dove la vite cresce avvolta a cestello per proteggersi dal sole e dal meltemi, e dove la concentrazione di cantine per metro quadrato è la più alta al mondo.

I terreni vulcanici dell’isola sono una benedizione per la viticoltura: hanno la capacità di trattenere l’umidità notturna e la rugiada marina, rendendo quasi superflua l’irrigazione, utilizzata solo per i vigneti più giovani, fino ai quattro anni di età. È proprio grazie alla natura vulcanica del suolo che la fillossera – il flagello che nel XIX secolo devastò i vigneti di mezzo mondo – non ha mai attecchito qui, permettendo alle viti di crescere ancora oggi a piede franco, custodi di un patrimonio genetico autentico.

La coltivazione segue un metodo tradizionale e ingegnoso: piccoli alberelli intrecciati in forma di nido per proteggere grappoli e foglie dal vento costante e dalle alte temperature estive. Una viticoltura estrema che produce rese bassissime, ma vini di carattere inimitabile.

Qui, tra 40 vitigni e un patrimonio ampelografico unico, i protagonisti sono tre bianchi autoctoni – Assyrtiko, Athiri e Aidani – e tre rossi – Mandilaria, Mavrotragano e Mavrathiro – soprannominati le “3M”. L’Assyrtiko, in particolare, è il vino simbolo dell’isola: un bianco dalla struttura quasi “rossa”, capace di superare i 13,5° e di combinare corpo, complessità e una freschezza vulcanica inconfondibile.

La mia degustazione a Santorini è stata un viaggio sensoriale in tre atti

Il bianco – PESKESI, Pagonis Family

“Peskesi” in greco significa dono, ed è davvero un regalo per il palato. Brillante nel calice, seduce con un naso intenso di frutti bianchi e gialli. In bocca è una danza di freschezza e sapidità, arricchita da note iodate, fruttate e da un soffio di erbe aromatiche, con un finale agrumato persistente che sembra portare con sé la brezza marina.

Il rosso – Mm (Me), Cantina Sigalas

Un incontro tra Mavrotragano e Mandilaria (50% ciascuno), annata 2022, IGP delle Cicladi. Rubino intenso e brillante, al naso offre un bouquet caldo e terroso, con echi di Sangiovese, frutti rossi freschi e una leggera speziatura. Al sorso, freschezza e mineralità si uniscono a una sapidità che parla di mare, con quelle tipiche note iodate che sono la firma dell’isola.

Il passito – Vin Sánto 2016, Estate Argyros

Il nome è assonante al nostro Vinsanto a loro ci tengoo a sottolineare che è Vin (vino) Sánto (di Sántorini) e che quindi si tratta soltanto di na similitudine. L’arte dell’appassimento in pianta al sole regala a questo blend (80% Assyrtiko, 10% Athiri, 10% Aidani) un colore ambra scuro e un naso gentile. In bocca è vellutato e fresco, con ricordi di frutta candita, bergamotto e un tocco di china. Un vino che sa di tramonto e di pazienza.

“Estate Argyros”, l’anima del vino vulcanico di Santorini

Tra i terrazzamenti battuti dal vento e la luce accecante dell’Egeo, sorge Estate Argyros, una delle cantine più prestigiose di Santorini e punto di riferimento per chi desidera conoscere l’anima vinicola dell’isola. Fondata nel 1903 da Georgios Argyros, l’azienda affonda però le radici in una tradizione familiare ancora più antica, oggi custodita e rilanciata dalla quarta generazione.

Con oltre 120 ettari di vigneto, molti dei quali composti da ceppi secolari a piede franco, Estate Argyros rappresenta la più estesa proprietà vitata privata di Santorini. Qui il protagonista indiscusso è l’Assyrtiko, vitigno simbolo dell’isola, che nei suoli vulcanici trova la sua espressione più pura: vini dal profilo teso, minerale e salino, capaci di riflettere il mare e la pietra.

Accanto alle versioni classiche, la cantina propone etichette iconiche come la Cuvée Monsignori, l’Evdemon e il tradizionale Nykteri, fino ad arrivare al sontuoso Vinsanto, vino passito che ha reso celebre Santorini nel mondo.

Visitare Estate Argyros significa vivere un’esperienza completa: dalla passeggiata tra i filari bassi a cestino, al racconto delle tecniche viticole uniche dell’isola, fino alla degustazione guidata nella moderna sala panoramica. Un viaggio nel tempo e nel gusto, capace di coniugare rispetto per la tradizione e visione contemporanea. In un luogo dove il vulcano ha plasmato la terra e la storia, i vini di Estate Argyros raccontano la forza e l’identità di Santorini, sorso dopo sorso. A Santorini, il vino non è solo un prodotto agricolo: è cultura, paesaggio e storia. Ogni sorso porta con sé millenni di resilienza, dall’epoca minoica alla rinascita post-eruzione. E quando, alzando il calice, brindano dicendo “Già mas”, non è solo un augurio: è un invito a far parte di un’isola che ha fatto del vino la sua anima.