Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Torna a Isola del Liri la presentazione di “CastelWine”

Sabato 22 Novembre al castello a Isola del Liri in provincia di Frosinone, Stefano Boncompagni Viscogliosi e Isabella Citerni di Siena hanno nuovamente accolto giornalisti, autorità e amici all’evento esclusivo che ha visto la presentazione dei vini prodotti dall’azienda vinicola, curanti dalla mano sapiente dell’enologa Vincenza Folgheretti. Ne avevamo scritto già durante la prima edizione di Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana

I vigneti da cui si ottengono le uve sono ubicati nel Grossetano e più precisamente a Scarlino, terreni che già anticamente appartenevano alla famiglia Boncompagni Ludovisi e pervenuti per via ereditaria alla famiglia Viscogliosi. La degustazione per un ristretto numero di giornalisti si è tenuta in una bellissima sala affrescata del Castello.

L’azienda Castelli di Viscogliosi possiede circa tre ettari nella zona di Scarlino, di cui due impiantatati a vigneto, caratterizzati da suoli prevalentemente argillosi ricchi di sabbia, formatisi nell’Oligocene; si è scelto di puntare sui vitigni autoctoni quali pugnitello, ansonica e aleatico. La scelta di includere il merlot è stata dettata dal discendenza francese di Stefano. Il progetto è iniziato intorno al 2016 e sin dal principio si è voluto dare voce all’aleatico, vitigno molto difficile da seguire e vinificare, soprattutto quando si opta per la versione secca.

Il primo vino in degustazione è Carpiano 2024 un rosato da aleatico 100%, vinificato e affinato interamente in acciaio. La raccolta viene fatta manualmente intorno alla terza settimana di agosto,

Rosa salmone delicato e luminoso, profilo olfattivo discreto, che resta fedele alla qualità aromatica dell’uva senza esprimerla in modo esagerato: lampone, fragola, ciliegia, un nota speziata. In bocca il sorso è pieno, materico, e ha una bellissima chiusura sapida. Un rosato che si sposa bene con il cibo, mai banale e che invita alla beva.

Vincenza Folgheretti aggiunge che è un vino giovane, frutto di sperimentazioni eseguite nelle annate precedenti, per cercare di ottenere quel risultato che sembra proprio raggiunto con l’annata 2024.

La gestione tecnica è stata orientata per contenere e comporre gradevolmente la componente romantica. Sicuramente un’uva non semplice da seguire sia in vigna che in cantina, ma profondamente amata da Stefano Viscogliosi, perché legata ai ricordi dell’infanzia e alla tradizione della sua famiglia.

In assaggio anche Carpiano 2022, in cui spicca sicuramente il colore decisamente più intenso e la componente speziata che risulta in evidenza quasi rispetto alla componente fruttata che vira su note più mature. In bocca si percepisce l’identità del vitigno e la coerenza con quanto prima espresso a livello olfattivo e la distintiva nota salina, che rimanda al territorio da dove provengono le uve.

Il merlot dà vita a due vini, che si differiscono per lo stile di vinificazione: il primo in acciaio, il secondo in barrique nuove per un 25% e per il restante di terzo e quarto passaggio per 13 mesi e successivi 15 in bottiglia.

Alma è la versione che affina in acciaio per 9 mesi e a cui seguono altri 6 in bottiglia. Un vino che si offre nel calice con un rosso rubino con bagliori granato sul bordo, profumi di prugna, lentisco, ciliegia. Un tannino preciso e composto, come del resto la componente alcolica. Buona la persistenza e la sua versatilità negli abbinamenti.

Guado dell’Alma è la versione che prevede l’uso del legno, premiata a Merano Wine Festival: le note speziate, di cacao e tabacco arricchiscono il bouquet e donano un tocco elegante e internazionale, predisponendo a scenari evolutivi sicuramente interessanti.

Dulcis in Fundo – in tutti i sensi- una meraviglia prodotta in circa 400 esemplari: Alea, la versione dell’aleatico vendemmia tardiva. Una dolcezza che fa emozionare Stefano Viscogliosi, perché lo riporta al vino fatto dal nonno e bevuto durante le feste. Un bouquet che avvolge i sensi e si apre su note di marasca, china, dattero, prugna, pepe; l’acidità dà brio alle sensazioni dolci al palato e il finale è molto lungo e persistente.

Terminata la degustazione, i partecipanti hanno potuto ascoltare i saluti del sindaco di Isola del Liri e il racconto del Professor Viscogliosi sulla storia della famiglia del principe, che attraverso i secoli ha visto intersecarsi i destini di Papi, Nobili  e Reali e che ha svelato il motivo di questa liaison tra il Lazio e la Toscana, che ha visto i natali all’azienda Castello Viscogliosi.

Il pomeriggio si è concluso con l’assaggio dei vini abbinati a deliziosi finger food.

Viaggio attraverso la Grecia del vino a Merano Wine Festival 2025

A Merano, in occasione della 34° edizione del WineFestival che ha avuto luogo dal 7 all’ 11 novembre 2025, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, si è tenuta una masterclass dal titolo: Viaggio attraverso la Grecia del Vino. Curata da “I Vini del Cuore” con Olga Sofia Schiaffino , in collegamento vi erano, Haris Papandreou, ideatore del Wine Greek Day e le cantine Hatzidakis, Jima e Diamantakis. Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier, nonché, autore di 20Italie, ha presentato i tre vini in degustazione interagendo con le persone citate.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quinta edizione. Al progetto sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata dal patron del Merano WineFestival Helmut Köcher.  Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale ed alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Haris Papandeou e Michela Cojocaru e molte novità a partire dai vini della Gran Bretagna curati dall’esperta e MW Patricia Stefanowicz e aggiunte e riconfermate Clizia Zuin e Tamar Tchitchiboshvili.

Ai vini selezionati dai partecipanti della guida non viene assegnato nessun punteggio, ma vengono solo raccontati in maniera emozionale. Per i vini da esaminare non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare piacevoli sensazioni dal profondo del cuore.

Ecco i vini degustati durante la masterclass:

Pgi Creta Diamatopetra bianco 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 50% e Assyrtiko 50% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, emana sentori di ananas, pesca, albicocca, cedro e vaniglia, il sorso è vibrante, coerente, stimolante e persistente.

Kalomodia Super Girl 2024 Jima – Debina 100% – Giallo paglierino luminoso, sprigiona sentori di mela, pescanoce, ananas e zagara, al palato è fresco, saporito, corrispondente e duraturo.

Pdo Santorini Skitali 2023 Hatzidakis – Assyrtiko 100% – Giallo paglierino, sfumature oro, sviluppa sentori di fiori di camomilla, susina, albicocca e lime, al gusto è dinamico, leggiadro, pieno ed avvolgente.

Brunello al vertice: Riserva 2019 e Vigna 2018

La masterclass condotta dal giornalista Giambattista Marchetto.

Parlare di vertice nel mondo del vino significa evocare ricerca, tensione, eccellenza. Ma cosa intendiamo davvero quando definiamo “vertice” una Riserva? La Riserva è sempre l’edizione speciale, il vino che ha attraversato un affinamento più lungo, la selezione più attenta, frutto di una ricerca ossessiva per catturare la massima finezza ed eleganza. E allora, la “Vigna” può anch’essa aspirare a questa definizione? Può una singola parcella, curata nei minimi dettagli, diventare un vertice?

Benvenuto Brunello 2025 ci ha offerto l’occasione per riflettere su queste domande attraverso una degustazione che ha messo a confronto due annate emblematiche e due modi di interpretare il Brunello di Montalcino: la Riserva 2019 e la Vigna 2018. Otto vini in totale, quattro Vigne e quattro Riserve, ciascuno con la propria voce, la propria energia e il proprio racconto del territorio.

Tra le Vigne 2018, spicca subito Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56, austero e maestoso, con un bouquet che si apre dal frutto maturo alla spezia, fino a note terrose e vegetali che parlano di una terra ricca e complessa. Val Di Susa Vigna Spuntali 2018Mastrojanni Vigna Schiena d’Asino 2018 e Canalicchio di Sopra Vigna Montosoli 2018 completano un quadro di eleganza pura: vini verticali, tesi, capaci di raccontare la particolarità di ciascuna parcella, con la mineralità e la profondità tipiche di un Brunello che sa farsi rispettare fin dal primo sorso.

Dall’altra parte, le Riserve 2019 confermano il concetto classico di vertice: Sassodisole Riserva 2019Camigliano Riserva Gualto 2019Banfi Riserva Poggio all’Oro 2019 e Lisini Riserva 2019 sono bottiglie di grande intensità, con affinamenti calibrati che esaltano concentrazione, struttura e armonia. Qui il tempo ha lasciato un’impronta inconfondibile, donando vini eleganti, profondi, pronti a raccontare storie di longevità e complessità.

Ciò che colpisce è il dialogo tra le due annate: la 2018 si mostra più austera, verticale e disciplinata, mentre la 2019, più fresca e vibrante, offre immediata godibilità senza rinunciare alla profondità. Entrambe, però, parlano di Montalcino, di un territorio unico e di produttori che continuano a cercare il vertice non solo nel vino, ma nella capacità di interpretare la propria terra con sincerità e attenzione estrema.

Vigne 2018

  1. Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56 2018

Austero, elegante e verticale. Bouquet complesso con frutti rossi maturi, spezie dolci e leggero accenno di note terrose e vegetali. Sorso pieno, vibrante, con tannini setosi e una mineralità evidente.

  1. Val di Susa Brunello di Montalcino Vigna Spuntali 2018

Frutti rossi e neri maturi al naso, con note speziate e un tocco di grafite. Palato elegante e strutturato, con acidità fresca e tannini levigati che sostengono il corpo senza appesantire.

  1. Mastrojanni Brunello di Montalcino Vigna Schiena d’Asino 2018

Profumi intensi di ciliegia, prugna e spezie dolci, con note balsamiche e leggermente terrose. Bocca piena e verticale, con tannini ben integrati e persistenza lunga.

  1. Canalicchio di Sopra Brunello di Montalcino Vigna Montosoli 2018
    • Note di degustazione: Aromi di frutti rossi maturi, spezie delicate e note minerali. Sorso elegante, equilibrato, con struttura ben definita e finale armonico e persistente.

Riserve 2019

  1. Sassodisole Brunello di Montalcino Riserva 2019

Frutti rossi maturi e note di prugna, accompagnate da spezie dolci e accenni balsamici. Sorso intenso, armonico e strutturato, con tannini fini e persistenti.

  1. Camigliano Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2019

Bouquet elegante di ciliegia matura, tabacco e spezie dolci. Bocca complessa, fresca e sapida, con tannini morbidi e finale lungo e armonioso.

  1. Banfi Brunello di Montalcino Riserva Poggio all’Oro 2019

Profumi ricchi di frutti rossi e neri, con note speziate, cacao e leggero caffè. Palato strutturato, equilibrato, con tannini rotondi e una lunga persistenza aromatica.

  1. Lisini Brunello di Montalcino Riserva 2019

Aromi complessi di ciliegia, mora, spezie e leggere note terrose. Sorso elegante, verticale, con tannini setosi e finale lungo e sapido. Benvenuto Brunello 2025 conferma così un concetto fondamentale: il vertice non è solo un’etichetta, ma un equilibrio sottile tra annata, territorio e visione del produttore.

Che si tratti di una Riserva o di una Vigna, ciò che emerge è sempre la stessa qualità: vini capaci di emozionare, sfidare il tempo e raccontare il Brunello nella sua forma più pura e autentica. Un’edizione che lascia il segno, e che proietta Montalcino verso un futuro sempre più consapevole e qualitativo.

Fuori dal feed: il caffè che devi provare a Napoli non è amaro

Presentiamo la nuova rubrica di Simona Fiengo Ti porto fuori… dal feed
Lontano dai luoghi comuni, dalle mode e dalle mosse di marketing che dominano l’enogastronomia. Andiamo a riscoprire i posti semplici e puri, quelli che non hanno bisogno di filtri per emozionare a tavola.  Una rubrica che racconta ciò che il feed non mostra: la verità dei sapori, delle persone e delle storie che valgono il viaggio. 

Ad oggi possiamo dire di aver provato di tutto, o quasi. La carne stampata in 3D, la pizza con più ore di lievitazione che ingredienti… e persino il caffè con i glitter commestibili.

È come se il nostro palato fosse collegato direttamente allo smartphone, sempre più affamato di novità e di cose incredibili da poter provare (e fotografare). Forse è per questo che mi sono emozionata bevendo il caffè “caldo freddo” di Salvatore Mastracchio a Napoli, in un noiosissimo qualsiasi mercoledì mattina.

La location è vecchio stampo. Un bar poco “aesthetic”, con una vetrina di dolci classici, essenziali e buoni. Dietro il bancone, per nulla patinato, c’è proprio Salvatore che prepara il caffè. Le sue mani si muovono con la precisione di un rituale tra una macchinetta e l’altra, mentre parla del calcio Napoli. Alcuni clienti discutono sulla squadra di Conte; tra loro è presente anche uno juventino e Salvatore interviene nel dibattito senza mai perdere il ritmo.

Dall’altra parte, alla cassa, c’è la moglie: elegante, cordiale, che si emoziona quando le chiedo da quanti anni lavora accanto al marito. Mi mostra orgogliosa i ritagli di due giornali stranieri, uno tedesco, l’altro spagnolo, che parlano proprio di Mastracchio e del suo famoso caffè caldo freddo. Ammetto di non averlo ancora mai provato, “il mio primo caldo freddo”.

Visto l’entusiasmo la signora mi invita a osservare la preparazione da vicino. Salvatore saluta e mi chiede: “Ma mica vuoi copiarmi anche tu il caffè?”. Sorrido e gli dico di no.

La ricetta prevede: caffè caldo, crema fredda, zucchero e cacao amaro. Un contrasto dolce-amaro preciso e perfetto, fin dal primo sorso, problema è che uno tira l’altro e io ne avrei bevuti almeno altri tre.

Il Bar Mastracchio si trova all’inizio dei Quartieri Spagnoli, quelli amati oggi e denigrati nel passato, quelli belli e brutti dove convive il bene e il male. Il contrasto perfetto e perenne unico in una metropoli come Napoli.

I puristi del caffè forse inorridiranno, ma a me è piaciuto. E mentirei se dicessi che è piaciuto solo perché sono una golosa curiosa, sempre pronta a provare nuovi sapori, soprattutto se c’è di mezzo il cacao. Mi è piaciuto sopratutto per averlo bevuto in un contesto vero, circondata da persone vere, da voci vere. Quelle che animano la città e parlano un dialetto autentico di chi è nel commercio da più di trent’anni e non sa nemmeno come si posta una storia su Instagram. Il caffè di Salvatore non ha avuto bisogno di strategie social per emergere, gli è bastata la chimica e l’affetto di un quartiere.

Lo so, qualcuno mi darà dell’ipocrita, dopotutto, io vivo di social, dovrei elogiare chi ne fa buon uso. Ma, dopotutto, sono anche napoletana… vivo di contrasti.

Kbirr festeggia i primi 10 anni all’insegna dell’arte

Il founder del birrificio campano Kbirr, Fabio Ditto, festeggia i 10 anni dalla prima spillatura con una mostra celebrativa presso il CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria – dedicata agli artisti che negli anni hanno collaborato con il brand. Un decennale che segna il passo con i tempi moderni, nell’opera industriosa e laboriosa di chi non fugge dal territorio, non segue le melodie apparentemente illusorie delle sirene fuori regione e privilegia, invece, il lavoro e l’economia di casa.

Da subito la riproposizione nelle etichette dei simboli di Napoli nel mondo, da San Gennaro a Maradona e alle opere di artisti partenopei, in un continuum di creatività a chilometro zero.

I 12 artisti (Roxy in the Box, Iabo, Luca Carnevale, Collettivo Cuoredinapoli, Alessandro Flaminio, Luigi Gallo, Vincenzo Ionà, Pasquale Manzo, Luigi Masecchia, Nicola Masuottolo, Maura Messina, Rossella Sacco) hanno tradotto e raccontato la capitale del Sud Italia attraverso un linguaggio pop capace di entrare in un immaginario collettivo.

«L’etichetta che più mi rappresenta è proprio quella di “San Gennaro my love”. Qui al CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria, grazie anche al supporto del direttore Antonio Manfredi, abbiamo uno spazio libero per presentare le nostre novità e il lavoro di tanti giovani e talentuosi ragazzi, appassionati d’arte, di cui acquistiamo poi le opere per sostegno morale ed economico» afferma Fabio Ditto.

Belle le idee come i tag #drinkneapolitan o #cuoredinapoli e il lavoro di promozione dei “bassi”, così come l’offerta dei “cuzzitielli” di pane al ragù agli ospiti in una di queste case simbolo della vita difficile dei quartieri di una volta.

Per Antonio Manfredi, direttore del Museo di Arte contemporanea di Casoria (Cam) “La nascita di una collezione è sempre un momento coinvolgente e la sua presentazione al museo di Casoria contribuisce alla costruzione di una prestigiosa progettualità futura. Il museo ha compiuto 20 anni con più di 2000 opere da tutte le parti del mondo. Qui gli artisti diventano ambasciatori di una specificità e raccoglierne le istanze in un corpus omogeneo significa riconoscerne non solo il valore intrinseco ma anche documentare, come in questo caso, l’evolversi di una coscienza d’arte collettiva ed è nostro compito favorirne lo sviluppo”.

I festeggiamenti sono terminati con una degustazione delle birre Kbirr, già narrate nell’articolo A tutta birra con KBIRR: imprenditoria brassicola made in Campania accompagnate da piatti ideati appositamente per l’occasione da Casa Kbirr e Officine Kbirr, due realtà che rappresentano l’anima gastronomica del brand e la sua costante ricerca di equilibrio tra birra, cucina e convivialità.

Napoli: la quinta edizione di Be.Come giunge a promuovere l’eccellenza del vino e la sua rinnovata comunicazione

Si è svolto a Napoli dal 17 al 19 Novembre nelle prestigiose e sontuose sale del Grand Hotel Parker’s il quinto appuntamento di Be.Come, evento organizzato da Gabriele Gorelli MW in collaborazione con Allumeuse.

Allumeuse infatti ha creato un progetto in formula Club, dove le aziende vitivinicole hanno la possibilità di comunicare, incontrarsi e scoprire le tecnologie di comunicazione e i linguaggi di marketing che molti marchi di fascia alta (moda, design, food & beverage e finanza) utilizzano per interagire con il consumatore finale.

Be.Come porta allo stesso tavolo i più importanti rappresentanti dell’enologia internazionale con i buyer, gli operatori del settore HO.RE.CA, creando opportunità di business e sinergie intersettoriali. Durante l’evento, Clizia Zuin, miglior sommelier per la guida ristoranti Gambero Rosso 2026, ha illustrato con precisione l’importanza della corretta conservazione del vino.

Il primo campione, conservato rispettando le condizioni ottimali era perfettamente integro, mentre l’altro era “ svanito” e aveva completamente cambiato il suo profilo organolettico. Durante l’incontro è stata presentata EuroCave, che da fine anni ’80 grazie al suo fondatore René Martin, propone armadi climatizzati che consentono di proteggere le bottiglie per una perfetta maturazione.

Vengono soddisfatti così i cinque principi da seguire per garantire una idonea protezione al vino e cioè temperatura costante, tasso di umidità adatto, circolazione dell’aria, assenza di vibrazioni e massima protezione dalla luce. Nella prima giornata, inoltre, la masterclass condotta da Gabriele Gorelli MW e Danielle Callegari – Writer at large – Wine Enthusiast – che ha focalizzato l’attenzione della sala sul concetto di grandi rossi italiani intesi come “ Instant classic”: dalla Puglia al Piemonte, vini che colpiscono per personalità e delicatezza.

I successivi appuntamenti sono stati con ‘In equilibrio tra radici e visione’ a cura di Gabriele Gorelli MW in collaborazione con Jeffrey E. Porter Writer at Large – Wine Enthusiast, ‘I vini del Piemonte’, una conversazione con  Jeffrey E. Porter Writer at Large – Wine Enthusiast e l’introduzione di Giulia Novajra – Direttrice de I Vini del Piemonte e la Masterclass sui Vini della Doc Mandrolisai in Sardegna.

Tra gli incontri sicuramente più emozionanti, due cantine precedentemente conosciute a Merano Wine Festival: Tenuta la Massa e Masseria le Fabbriche.

Giampaolo Motta ha realizzato un sogno con l’acquisizione dei vigneti situati in una delle zone più vocate del Chianti Classico. La Conca d’Oro, Panzano in Chianti. L’amore per il vino è nato in modo romantico e lo ha coinvolto tanto da cambiare completamente vita e percorso di studi. Appassionato della zona di Bordeaux e delle sue massime espressione enoiche, ha saputo far dialogare in vigna il sangiovese con cabernet sauvignon, merlot e petit verdot in modo davvero ammirevole. I suoi vini sono caratterizzati da grande eleganza e precisione, apprezzabili da palati esperti e non proprio per la loro franchezza e per la capacità di parlare direttamente al cuore.

Chianti Classico La Massa Docg 2021 ( Sangiovese 50%, Merlot 25%, Cabernet Sauvignon 25%), 14 mesi in legno di cui il 20% nuovo e la restante parte di secondo e terzo passaggio. Come lo definisce Giampaolo “ socialmente trasversale” e non posso che essere d’accordo. Apre su profumi di ciliegia, china, scorza di arancia, prugna e erbe di campo. Il sorso è scorrevole, il tannino ben integrato e la chiusura sapida.

Carla 6 annata 2021 è il sangiovese in purezza dedicato alla figlia. Proviene da un singolo vigneto dove i suoli sono ricchi di scisti, quarzi e sabbia. Vengono prodotte 4000 bottiglie. il vino affina in botti di legno 500 hl e successivamente un anno in cemento. Al naso si apprezzano la marasca, arancia sanguinella, grafite, cardamomo, lentisco. In bocca è pieno e allunga in modo davvero emozionante, con una vibrante persistenza.

Il fiore all’occhiello dell’azienda è sicuramente Giorgio primo, che ho assaggiato nell’espressione della vendemmia 2021: 18 mesi di barrique di cui il 50% nuove. Un vino che ha avuto una evoluzione durante gli anni ed è arrivato alla composizione attuale: cabernet sauvignon 60%, merlot 35%, petit verdot 5% . Un vino che fa subito viaggiare lontano, le brezze atlantiche, il ritmo lento della Garonna. Il profilo olfattiva regala sentori di humus, china, foglia di peperone, rabarbaro, tabacco, frutta rossa. In bocca è regale e fa presagire una lunga vita e mille evoluzioni interessanti.

Masseria Le Fabbriche vuole proporre il primitivo in una veste più moderna e certamente con un appeal rivolto alle nuove generazioni, dove la storicità di questa tipologia incontra un gusto più attuale e la ricerca di una maggiore bevibilità. Senza però stravolgere il “senso” del primitivo stesso.

Il vino vede uniti un 85% primitivo e 15% aglianico, che dopo la fermentazione trascorrono 12 mesi in barrique e ulteriori 12 mesi in bottiglia. La vigna ospita viti centenarie condotte ad alberello e tutte le operazioni in campo sono svolte manualmente.

Primitivo di Manduria Doc Marrubium Riserva Del Bono 2022 porta un nome che deriva dal latino. La zona dove è stata recuperata la cantina sorge a  Maruggio, in provincia di Taranto, sulla costa ionica, a 2 km dal mare. Un posto meraviglioso: la  masseria è esistita dal ‘600 ed è raffigurata nel logo sull’etichetta. La produzione agricola è riportata sin dal Medioevo, come testimoniano le antiche cartine; la proprietà è passata di mano in mano, fino ad arrivare alla famiglia Perrucci.

Nel 2020 viene acquisita da un imprenditore milanese Rinaldo Del Bono, che inizia un progetto di restyling prima di tutto della Masseria e contemporaneamente avvia il progetto vino, chiamando. Mattia Vezzola come enologo.

Be.Come è stato un evento utile alla stampa del settore per il dialogo con i produttori, finalizzato a comprendere le espressioni dei loro vigneti, promuovendo una nuova forma di comunicazione e di attenzione al mondo enoico sempre al passo con i tempi e con le esigenze dei consumatori.

Giuseppe Cutraro, napoletano di Francia, vince l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC, il campionato con più gare al mondo

Giuseppe Cutraro, classe 1988, napoletano dei Quartieri Spagnoli e proprietario di Gruppo Peppe, dal 2020 in Francia con ben 8 sedi tra Parigi e Lyon, si è aggiudicato il Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship 2025, undicesima edizione della rassegna dedicata al Mondo Pizza.

“La pizza mi ha cambiato la vita, ho girato il Mondo attraverso la pizza ed è la pizza che mi ha formato e mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi. Sono fiero di essere riuscito a sdoganare lo stereotipo del napoletano dei Quartieri Spagnoli senza destino e senza futuro, quello te lo crei, ti rimbocchi le maniche. A 18 anni vivevo in un basement a New York, da solo, e sognavo un giorno come questo. Sono un pizzaiolo napoletano contemporaneo, per me la pizza è del popolo e deve restare tale, ma siamo nel 2025 e ho deciso di apportare dare il mio tocco moderno alla tradizione” ha affermato Giuseppe Cutraro, fresco Campione Mondiale Pizza DOC 2025.

Giuseppe Cutraro ha vinto con una pizza semplice ma rivisitata. Tra le 4 categorie top, Cutraro ha vinto la categoria Pizza Classica con una pizza provola e pepe con un pomodoro San Marzano arrostito al forno, con aggiunta di un pomodoro confit all’uscita. 

Al secondo posto assoluto si è classificato Vincenzo Abbate, pizzaiolo napoletano con omonima pizzeria ad Aversa, in provincia di Caserta, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza Contemporanea.

Terzo posto assoluto, invece, per Daniele Gagliotta, pizzaiolo napoletano d’America già vincitore assoluto del CMPD 2024, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza a Ruota di Carro.

Questo posto assoluto, infine, per il francese di Strasburgo Pierre James Quirin, vincitore della categoria Pizza Margherita DOC.

Una vittoria ottenuta su poco più di 1000 pizze sfornate da circa 600 concorrenti. Numeri per l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC che lo rendono tra i campionati di pizza, se non il primo in assoluto al Mondo, con il maggior numero di competizioni affrontate durante la gara. I concorrenti sono arrivati al NEXT di Capaccio Paestum, in provincia di Salerno, da tutte le regioni d’Italia ma soprattutto da oltre 30 Paesi di tutto il Mondo. Tantissimi concorrenti, infatti, sono arrivati da USA, Australia, Portogallo, Brasile, Argentina, Canada, Cile, Venezuela, Ecuador, Colombia, Panama, Korea del Sud, Albania, Tunisia, Polonia, Svezia, Francia, Spagna, Regno Unito, Slovacchia, Romania, Ungheria, Malta ma soprattutto da tutta Europa. 

Un’edizione da record, quindi, supportata appieno dalla dall’amministrazione comunale di Capaccio, dalla Provincia di Salerno, dalla Regione Campania e dalla Camera di Commercio di Salerno.

Organizzato da Accademia Nazionale Pizza DOC, ente di formazione guidato dal presidente Antonio Giaccoli, l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC si è tenuto da martedì 11 a giovedì 13 novembre 2025 negli spazi del NEXT – Nuova Esposizione ex Tabacchificio, a Capaccio – Paestum.

“L’undicesima edizione del Campionato Mondiale Pizza DOC è quella dei record. Siamo riusciti a diventare il Campionato Mondiale della Pizza con il maggior numero di competizioni al mondo tenute dagli oltre 600 concorrenti. Un traguardo che diventa subito un nuovo punto di partenza per tutti noi. Un numero enorme di partecipanti, per le aziende in Expò e soprattutto per i visitatori – ha affermato entusiasta il patron Antonio Giaccoli – Vedere persone partecipare da 30 Paesi esteri rappresenta il fatto che stiamo lavorando bene. L’Accademia ed il Campionato Mondiale Pizza DOC contribuiscono a valorizzare il Made in Italy ed il ruolo del pizzaiolo nel mondo”

 Un’edizione resa possibile anche al supporto di aziende leader del settore come Mulino Caputo con le sue farine, i prodotti caseari di Latteria Sorrentina, il pomodoro San Marzano di Solania, i prodotti conservieri di Carbone Conserve, i forni elettrici di Sa.Car Forni, le impastatrici di Mecnosud, l’hotellerie di De Luca – Attrezzature per la ristorazione, gli abiti professionali di Divise e Divise, la mozzarella di bufala di Sorì.

Aziende partner a cui si vanno aggiungere le circa 70 aziende che hanno colorato gli spazi fieristici dell’Expò DOC.

Questi i vincitori di tutte le categorie in gara:

  • Pizza Classica, ovvero la pizza specialità del concorrente; 1. Giuseppe Cutraro, 2 ex aequo Simone Magliulo e Andrea Mazzucca, 3 ex aequo Alberto Paolino e Gannaro Arrichiello;
  • Pizza Margherita DOC, anche senza rispettare il disciplinare STG; 1. Qurin Pierre James, 2. Morelys Carrero, 3 ex aequo Salvatore D’Ambrosio e Cristian Nasti
  • Pizza Contemporanea, realizzata con tutte le moderne tecniche di impasto, 1. Vincenzo Abbate; 2 ex aequo Andrea Lecca e Giuseppe Pasquale Ciaburri, 3 ex aequo Cosimo Chiodi e Daniele Gagliotta;
  • Pizza a Ruota di Carro, la classica pizza napoletana dal diametro tra i 35 ed i 40 cm, 1. Daniele Gagliotta, 2 ex aequo Pietro Musto e Salvatore Lo Faro; 3. Espedito Ammirata;
  • Pizza in Teglia, ovvero la classica pizza a fette; 1. Vincenzo Marco Della Rocca, 2. Antonio Gargiulo, 3. Fabio Strazzella; 
  • Pizza in Pala, la classica pizza scrocchiarella; 1.Felice Mellone, 2. Davide Montalbano, 3. Paolo Valles;
  • Pinsa Romana, famosa per la sua forma ovale; 1. Gianluca Piersanti, 2. Luigi Ontella, 3. Gabriele Ferrarese;
  • Pizza senza Glutine, la pizza gluten free margherita o classica; 1. Rosa Anna Citro, 2. Paolo Valles, 3. Fabio Cartone;
  • Pizza Fritta, il classico “battilocchio” o quella larga con “due pettole”; 1. Isabella De Cham, 2. Giovanni Barbieri, 3. Mario Dattilo;
  • Fritti, ovvero le 3 tipologie di fritto classico e contemporaneo come il crocchè di patate, arancino e frittatina di pasta, 1. Vito Iuorio, 2. Ferdinando Gilvetti, 3. Simone Magliulo; 
  • Pizza Gourmet, la pizza realizzata come un piatto di alta ristorazione, sia salata che dolce, 1. Giuseppe Cutraro, 2. Carlo Cardone, 3. Durman Esquivel Quesada;
  • Pizza Romana a mattarello, novità di quest’anno, ovvero la classica pizza tonda romana stesa con il mattarello, 1. Vanessa Savi, 2. Giuseppe Pompamea, 3. Mattia Di Giavannantonio
  • Pizza Parigina, novità di quest’anno, uno dei pezzi di rosticceria più iconici della cucina napoletana;1. Fabio Ciano di Cianò Parigine;
  • Pizza in Team, con più concorrenti che possono concorrere in team anche in categorie differenti, 1. New Sud con Fabio Strazzella, Alex Muscaritolo, Angelo Buzzacchino, Gabriele Ferrarese; 2. Team Las Vegas con Antonio Mazza, Vincent Cavaleri, Cosimo Chiodi, Gianluca Abbate; 3. Cilento Pizza con Giuseppe Bonviso, Giuseppe D’Alessandro, Alberto Paolino, Gabriele Passarelli; 3 Team Romania con Iannis Antonelakis, Vlad Holicov, Simone Castaldi, Alessandro Cardone;
  • Pizza a due, la collaborazione con uno chef o pasticcere o pizzaiolo, 1. Tamer Mohamed Ali, 2. Mohamed Moustafa E, 3. Veronica Matturo;
  • Brand di Pizzeria, un vero e proprio mini torneo tra grandi catene di pizzerie, 1. Manuè Ristorante Pizzeria di Bergamo; 2. Da Zero di Milano; 3 ex aequo Rossanos e Al Sotto Porzio di Napoli;
  • Pizza DOC School, ovvero il concorso dedicato agli istituti scolastici alberghieri, con l’istituto scolastico “Ancel Keys” di CastelNuovo Cilento a vincere il primo premio;
  • Free Style, il vero spettacolo acrobatico tra pizza e pizzaiolo, 1. Francesco Valente, 2. Alex Muscarutolo, 3. Rodny Lopez;
  • Pizza più larga, la pizza dal diametro più lungo, 1.Susana Sanchez Cruz, 2. Walter Di Natale, 3. Giovanni Lisa;
  • Pizza più veloce, la pizza stesa nel minor tempo possibile, 1. Alfio Cavallaro, 2. Luigi Pappacena, 3. Giovanni Lisa;
  • Trofeo Panuozzo DOC, dedicata ad un vero e proprio fratello della pizza, 1. Fabio Strazzella, 2 Nunzio Mascolo, 3. Flavio Di Martino;
  • Trofeo Pizza e Vino, novità di quest’anno, dove si celebra e si premia il pairing tra pizza e calice di vino, 1. Cosimo Chiodi, 2. Francesco Pio Comune, 3 Michele Friello
  • Trofeo Pizza e Drink, novità di quest’anno, ovvero il pairing tra pizza e cocktail, 1. Michele Friello, 2. Balazs Attila, 3. Mario Libero;
  • Pizza DOC Lovers, la categoria per i pizzaioli amatoriali, 1. Antonio Castiello, 2. Alessandro Memoli, 3. Massimo Esposito.

Tra le tante menzioni speciali, ricordiamo:

  • Miglior Pizzaiolo Estero 2025 – Pierre James Quirin
  • Miglior Pizzaiola Doc 2025 – Isabella De Cham 
  • Pizza DOC Special 2025 – Giuseppe Cutraro

Alle categorie in gara si aggiunge poi Pizza DOC Social. Tutte le pizze in gara fotografate dall’11 al 13 novembre saranno inserite in un album apposito condiviso sui canali facebook del Campionato. Dal 20 novembre alle 23.59 del 5 dicembre il pubblico potrà votare la pizza preferita e scegliere il vincitore della categoria. La foto che avrà ricevuto il maggior numero di like, sarà la vincitrice della categoria. Il vincitore sarà premiato il 10 dicembre in occasione dei Pizza DOC Awards 2025, che si terranno al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare di Napoli.

Oltre 100 tra giornalisti di settore e foodblogger hanno valutato le pizze in gara. “E’ stato un Campionato davvero speciale. Si respirava un clima entusiasmo, sia da pizzaioli giovani che meno giovani, ma anche da parte dei giudici, infatti non ho percepito affatto chiusura, anzi c’è stata una volontà di confrontarsi, di capire. C’è stato sicuramente un salto di qualità incredibile” ha affermato la presidente di giuria Antonella Amodio, vero punto di riferimento per l’informazione food&beverage. Il giornalista Alfonso Del Forno, invece, è stato il giudice della sezione Pizza senza glutine.

Direttore tecnico della gara è stato Marco Di Pasquale, maestro pizzaiolo coadiuvato dai docenti della Accademia Nazionale Pizza DOC. 

Durante i 3 giorni di gara sono tornati i DOC Talk, i workshop di approfondimento condotti da Luca Fresolone, meglio conosciuto sui social come “La cucina del Presidente”. Protagonisti del format sono stati il giornalista Luciano Pignataro, la presidente di giuria Antonella Amodio, il giornalista Vincenzo Pagano, i libri dell’Accademia Nazionale Pizza DOC con Errico Porzio, Salvatore Lioniello, Cristian Zaghini, gli chef stellati Peppe Guida e Paolo Gramaglia, i food creator Gegè di Eat Food Porn e Giuseppe e Federica di Il mio viaggio a Napoli, la rucola della Piana del Sele di Ortomad, la pizza napoletana con prodotti al 100% campani e la Regione Campania, diversi incontro con onlus e cooperative sociali dedicata al supporto di bambini con disabilità e pizzaioli sordomuti. Una kermesse enorme che permetterà al vincitore Giuseppe Cutraro di guardare al futuro con un entusiasmo maggiore soprattutto dopo essersi aggiudicato il titolo di vincitore assoluto dell’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship.

Ardecore: il cuore irpino che batte al centro della capitale

L’irpinia arriva a Roma. All’interno di un edificio storico nel vivace quartiere dell’Esquilino, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele II, si trova Ardecore, indirizzo gastronomico dove il calore dell’entroterra campano sposa i gusti della capitale, in un trionfo unico di tradizione e contemporaneità.

Il ristorante pizzeria nasce con un progetto ben definito: “Dall’Irpinia a Roma – un viaggio nel gusto”. Il mix irpino-romano è elemento fondante fin dalla nascita: a dare vita ad Ardecore sono infatti tre soci, giovani ma di grande esperienza, che hanno deciso di mettere insieme competenze, visione e soprattutto origini. Alessandro Zirpolo, il pizza chef dietro al banco, originario di Manocalzati, e Roberta Boccella, vengono infatti dall’Irpinia, mentre Matteo Meloni da Roma.

Territorio Irpino al centro

L’intero concept del locale ruota attorno alle radici irpine dei fondatori Zirpolo e Boccella che, dopo esperienze maturate tra Avellino e la Svizzera, hanno deciso di trasferire nella capitale l’amore per la propria terra d’origine, costruendo insieme a Meloni un luogo dall’identità ben solida e con uno standard qualitativo altissimo.

La proposta gastronomica mette al centro i prodotti della tradizione irpina, con un menù dedicato ai piatti tipici della tradizione, dalla Maccaronara alle ricette di casa. Un menù che si arricchisce con le proposte della pizzeria, mantenendo l’Irpinia sempre protagonista tra salumi, formaggi, miele e confetture artigianali, tutti selezionati con cura da piccoli produttori locali. Prodotti che è anche possibile portare a casa acquistandoli nella Bottega all’interno del locale.

Una proposta gastronomica autentica

Punto forte della proposta gastronomica è un impasto della pizza che interpreta la tradizione napoletana in chiave contemporanea: cornicione pronunciato, lunga lievitazione, farine e ingredienti selezionati con cura dalle mani del maestro pizzaiolo Zirpolo.

Il menù delle pizze è più che mai ricco. Accanto alle più classiche, come la «Margherita» con pomodoro San Marzano DOP e fiordilatte di Agerola, si possono trovare proposte più creative e originali, come la «Zucchetta», con crema di zucca fatta in casa e salsiccia tagliata al coltello, e specialità gourmet come la «Tartufata», con crema al nero di Bagnoli Irpino, funghi porcini e pancetta arrotolata. Non manca una vasta offerta di fritti artigianali napoletani: crocchè, montanare, fiori di zucca e, ovviamente, la famosa, amatissima pizza fritta.

A completare l’offerta esperienziale una vasta selezione di salumi e formaggi tipici dell’Irpinia, la cantina con etichette della Campania/Irpinia, l’aperitivo dedicato all’Irpinia. Insomma, un menù che omaggia in ogni riga il territorio campano.

Calore e accoglienza tra le mura di un edificio storico.

Il locale nasce all’interno di un edificio storico, con archi e mattoni che custodiscono il fascino del passato, ma presenta un’anima moderna fatta di calore, dettagli curati e un servizio attento, capace di autentica accoglienza. L’arredo è di design, con pareti indaco che convivono accanto a un bancone rosso fuoco, circondati da pannelli fonoassorbenti per garantire comfort acustico.
Il risultato è un locale dal mood pop-contemporaneo, che sa inserirsi perfettamente nel quartiere Esquilino, vivo e multiculturale, in modo originale ma senza perdere l’identità territoriale. Un locale che vale sicuramente la pena di conoscere.

Apertura e contatti

– Dal martedì alla domenica, dalle 19.00 alle 23.00

– Via Buonarroti 32, 00185 Roma (zona Piazza Vittorio)

– Telefono: 06 6927 1955
– Sito web: www.ardecore.it – Social: Instagram @ardecore_pizzeria