La “Reginella” antico vitigno autoctono del golfo di Policastro

Uno degli aspetti più̀ singolari della viticoltura e dell’enologia della Campania sta nella sua ricchezza di varietà̀ di viti, di modi di coltivazione, di vini differenti sebbene prodotti in aree geografiche vicinissime. Un patrimonio ampelografico straordinario, formatosi e conservatosi in quasi tre millenni grazie, prima di tutto, alla posizione strategica della regione nel bacino mediterraneo.

In ogni zona del territorio campano è possibile imbattersi in decine di varietà, cloni, biotipi, diffusi solo localmente e magari conosciuti con termini dialettali. I vignaioli da sempre credono fermamente nel valore storico e qualitativo delle loro cultivar tradizionali, mantenendo decisamente marginale l’impianto degli “internazionali”.

Il Cilento, il territorio più a sud della Regione, di origine diversa rispetto ai più noti distretti campani, non si discosta da questa ricchezza ampelografica. Terra di contadini e patria della dieta mediterranea, ospita vari vitigni autoctoni da tempi remoti, sia a bacca bianca (Bianca A Cuore, Rodiana Bianca, Iuvina, Santa Sofia, Vesparedda, Chiapparone) che a bacca nera (Aglianichello, Aglianicone, Arenaccia, Armonera, Mangiaguerra, Moscatello, Nera Lasca, Primitivo, Rodiana Nera, Tintore, Uva Puzo).

Il suo suolo è noto come Flysch cilentano, alcalino e forte, perfetto per l’allevamento della vite. Si è formato dal mare, con rocce sedimentarie di limo e sabbia spesso venate da una rete di formazione minerale. Il terreno in superficie, uno strato sottile di argilla, assorbe la pioggia primaverile e la restituisce alle viti nelle estati secche. Il suolo cilentano integra l’acidità con una grande presenza salina, conferendo alle uve una personalità unica. Il clima mediterraneo poi mitiga il rigore dell’inverno ma anche le torride estati con una costante brezza marina favorendo maturazioni omogenee e anticipate. Queste caratteristiche uniche del suolo cilentano e del clima contribuiscono a creare vini di alta qualità con una personalità distintiva.

Ogni vino del Cilento racconta la propria storia, la storia di chi l’ha reso tale, una storia che rimanda a tradizioni antiche, tramandate da generazioni in generazioni. A questa tradizione, nel golfo di Policastro, appartiene un vitigno antichissimo, la “Reginella”, di recente tornato alla ribalta in quanto assieme alla “Racina Piccola” è stato finalmente iscritto al registro nazionale delle varietà̀ e dei cloni di vite dal Ministro dell’Agricoltura (GU n° 273 del 22 novembre 2023). Nella categoria dei vitigni ad uve da vino, la Reginella (o Buxentum) è registrato con il codice 996 (la Racina Piccola con il numero 997).

Le origini sono antichissime, si perdono nel tempo: risalgono a circa 2500 anni fa quando la vite vinifera chiamata “Aminea” fu introdotta la prima volta nel Golfo di Policastro dal popolo proveniente dall’Eolia (odierna Tessaglia). I custodi di tale vitigno, stabilitisi nei pressi del fiume Sele, si divisero: una parte di essi risalì verso Salerno, Benevento ed il Monte Massico, e un’altra andò a Sud del fiume, dando vita alla civiltà della Magna Grecia. I due gruppi portarono con loro costumi, usi e piante da coltivazione ed i loro vitigni: la Vitis Aminea. Alcune varietà di questi vitigni hanno dato poi origine nell’Ager Falernus, in epoca romana, al “vinum Falernum” già molto amato dagli antichi. A sud del Sele, gli Aminei trovarono il territorio dell’Enotria, terra di vino e dei piantatori di pali (per sostenere i tralci delle viti). Quì la vitis aminea fu ben ospitata e si diffuse fino all’agro bussentino, tramandata nei secoli, per propaggine o per talea, man mano adattandosi alle nuove condizioni pedoclimatiche. Nacque così il nuovo vitigno della Reginella.

Per dovere di cronaca occorre dire che esiste anche una teoria più recente, basata su studi di biologia molecolare, che abbraccia l’ipotesi dell’origine selvatica della pianta. La pianta, nei secoli, già nell’VIII secolo a.C. ai tempi dell’Enotria, sarebbe stata sottoposta dalle popolazioni indigene a fenomeni di domesticazione che hanno poi portato alla nascita di diversi vitigni, tra cui la Reginella che per le sue caratteristiche di vino forte e aspro era particolarmente apprezzato. E così il vitigno sarebbe sbarcato sulle coste greche, espandendosi poi verso il Medio Oriente e il Caucaso, compiendo storicamente il viaggio inverso di quello descritto dalla via classica del vino. In entrambi i casi, parliamo di un percorso lungo 2500 anni o più.

Sono molte le testimoniane della presenza di un vino bussentino in epoche antiche. Nel II-III sec., nei suoi scritti Ateneo racconta del vino del Buxentum (l’odierna Policastro Bussentino) come di “un vino aspro e digestivo simile al vino Albano”. Al tempo dei Romani, i nobili solevano pasteggiare con il “Vinum Buxentinum”.

Nel IV-V secolo Il cilentano Flavio Libio Severo, imperatore dell’impero Romano d’Occidente,ne era un accanito consumatore: la leggenda narra che sia stato avvelenato da una massiccia dose di veleno introdotta in una coppa del suo amato vino. Nel 1478, Ferdinando I d’Aragona diede ordine di acquistare 100 botti di vino di Policastro. Inoltre, sembra che, il papa Paolo IV Carafa, il papa irpino che perseguitò nel 1500 ebrei ed eretici, negli ultimi mesi di vita, vagasse per S. Pietro in preda al suo rimorso bevendo gran quantità di Reginella.

Nel luglio del 1843 la Chiesa estraeva dal Cilento e quindi anche da Policastro 100 botti di vino. A quei tempi, il vino cilentano era un vino aristocratico. A seguito dell’avvento della fillossera, il vitigno del golfo di Policastro divenne invece un vitigno del popolo.

E così è arrivato ai nostri giorni. Il Cilento più volte nella storia enologica ha giocato un ruolo da protagonista. A Moio della Civitella, un piccolo comune dell’interno, è ancora presente oggi una forma di allevamento della vite l’alberello cilentano a tutore secco, assimilata alla vitis pedata descritta da Plinio il Vecchio.

È noto che il Cilento, a partire dall’VIII secolo, è stato percorso da monaci basiliani di origine greco-bizantina ai quali si attribuisce la fondazione di monasteri, divenuti centri di ripopolamento e di messa a coltura di vaste aeree.

In una relazione sulla provincia di Salerno “La Statistica del Regno di Napoli del 1811” viene riportato un giudizio sul vino molto lusinghiero: “in generale la qualità dei vini è si buona, ma quelli del Cilento e con precisione quelli di Pisciotta e San Nicola sono gli ottimi della provincia…”. L’autore conclude con una riflessione, sul “miracolo” di produrre buoni vini, nonostante la mancanza di cure: “[…] È portentoso come vengano buoni mentre non si usa a migliorarli”. Una storia che affascina chiunque ne venga a conoscenza e che fa apprezzare ancora di più il gusto esemplare di un vino tipico cilentano.

Ad oggi, il vitigno è presente maggiormente nel territorio di Policastro dove ha trovato le migliori condizioni pedoclimatiche. Non è molto diffuso. Si ritiene che probabilmente lo stesso clone è impiantato in altri territori cilentani come a Marina di Camerota. E’ opportuno procedere alla sua identificazione nei vari areali.

La pianta della Reginella (nota anche come Buxentinum) non è mai stata innestata su portainnesto americano. È un vitigno piccolo dai tralci esili e flessibili adatti all’allevamento a Guyot (semplice, doppio o a cordone speronato) con gemme non troppo fitte ed un apparato fogliare modesto.

Predilige suoli limosi-sabbiosi leggermente alcalini, ricchi di macronutrienti (azoto, fosforo e potassio). Le radici, non troppo profonde, sembrano non soffrire l’abbondanza di acqua, specialmente nelle stagioni piovose, anzi traggono vantaggio da leggeri allagamenti. La fillossera non ha attecchito le radici del vitigno, che è rimasto a piede franco grazie al ristagno d’acqua di cui la pianta necessita e a cui l’insetto non resiste e grazie alla granulosità presente nei terreni. Il grappolo è spargolo, ramificato e a forma conica. Gli acini sono piccoli e tondi, non troppo distanziati tra loro; ciò consente il passaggio di luce e aria prevenendo la formazione di muffe e miosi e anticipando la maturazione.

La buccia è poco spessa, quasi setosa e ricca di pruina; la polpa non è abbondante ma è molto zuccherina con due vinaccioli responsabili della quota tannica, buona e non molto astringente. La resa in vino è circa del 55% del peso dell’uva. Le gemme germogliano verso fine marzo/inizio aprile; la fioritura avviene nella seconda/terza decade di maggio e l’invaiatura verso fine luglio. La maturazione si completa a settembre inoltrato, momento più adatto alla vendemmia e alla vinificazione.

La cromaticità del succo d’uva Reginella fermentato è un vivace rosso rubino grazie all’abbondante presenza di antociani quali Malvidina, Peonidina, Cianidina, che dopo un periodo di maturazione di almeno 3 anni, vira sulle tonalità del granato. La buccia inoltre ospita un’abbondante varietà di sostanze odorose che regalano al vino sensazioni floreali, minerali e di spezie che si liberano in fase fermentativa. Ha nel suo corredo aromatico il Geraniolo con profumo di rosa e l’Eugeniolo con profumo di chiodi di garofano, e molti altri che riportano anche note fruttate e ad erbe aromatiche.

Un biologo per professione, Vincenzo Latriglia, ma contadino per nascita e passione come lui si definisce, figlio del territorio regno dell’uva regina, per vocazione, per una promessa fatta al padre, per un dovere verso le future generazioni ha intrapreso un lavoro di impianto, moltiplicazione e diffusione delle barbatelle di Reginella. “A rriginella”, come la chiamava il papà di Vincenzo, potrà così essere maggiormente diffusa, impiantata, coltivata e vinificata. È un micromondo di storie, di vigne e di pensieri. È una terra di testarde attese e di cuori resilienti.

L’incontro nel calice della grande Reginella è un momento che difficilmente si dimentica. La degustazione, organizzata dal brigante contadino Mario Notaroberto, che sta aiutando Vincenzo Latriglia nell’individuare la migliore via di maturazione ed affinamento, ha previsto 3 assaggi diversi:

  • Vendemmia 2023 – Blend di Reginella e Malvasia unite ad un blend di Aglianico con Merlot.
    • Un vivace e limpido rosso rubino anticipa il sentore di piccoli frutti rossi, come il lampone, e di rosa canina. Un secondo vortice del bicchiere porta al naso la prugna, la mineralità e un ricordo di pietra bagnata, sentori ulteriormente presenti nelle vie retronasali. Al palato l’impatto del vino è equilibrato, grazie al calore e alla morbidezza che bilanciano verticalità e sapidità elementi essenziali per una lunga maturazione.
  • Vendemmia 2019 – Blend di Reginella maturata per due anni in acciaio mescolata nel 2022 ad un Aglianico del 2021: il Blend è rimasto per 12 mesi in barrique.
    • Il bicchiere accoglie un vino limpido dal bel colore granato con riflessi violacei, i cui sentori di prugna, viola, mora e miele si manifestano alle prime olfazioni. Le vie retronasali amplificano il corredo aromatico con note di caffè, cuoio e tabacco. Al palato il sorso è caldo e morbido, fresco e sapido, ma nel finale denota un tannino che deve ulteriormente levigarsi. L’aglianico sembra emergere sulla Reginella.
  • Vendemmia 2022 – Reginella in purezza:
    • Vitalità è la prima percezione che si manifesta alla vista a cui segue l’incantevole rosso rubino con affascinanti riflessi della luce ogni qualvolta si compie la rotazione del bicchiere. Un’importante consistenza anticipa la struttura complessa del vino.

Dal complesso bouquet si sprigiona un ventaglio di fragranti profumi di frutta di prugna, arancia sanguinella, pesca rossa, amarena sotto spirito, fusi a note di rosa e piccoli fiori rossi, con delicate presenze di pepe nero, cuoio e miele di acacia che lasciano spazio nel finale ad un aroma ematico retronasale.

Appagante al palato, il sorso è pieno, avvolgente e strutturato, quasi masticabile. Si sviluppa un equilibrio perfetto con freschezza e mineralità ben supportate dalla voce calorica e dalla morbidezza. Il tannino presente accompagna il sorso con eleganza verso un finale che ricorda la brezza marina e macchia mediterranea.

Il vino Reginella ha carattere, è attraente, è espressione del territorio. Si distingue nella qualità complessiva e merita di essere tutelato e portato alla conoscenza degli appassionati bevitori. Qualcuno azzarda a definirlo “l’Amarone del Cilento”. Sarebbe un peccato, dopo il riconoscimento ministeriale, interrompere questa tradizione e questo lungo lavoro. Il Cilento, nella veste dei suoi amministratori e del Parco Nazionale, dovrebbe avere maggiormente a cuore il futuro di questo vitigno e giocare un ruolo più incisivo nell’impegno per la sua salvaguardia e diffusione. Intanto si attende nell’immediatezza l’ulteriore passaggio burocratico che prevede l’inserimento di quest’uva nelle liste dei vitigni autoctoni approvati dalla provincia di Salerno.

Questo porterebbe all’inclusione del vitigno nella DOC Cilento ed una sua maggiore tutela. E chissà, le strade potrebbero aprirsi verso l’identificazione di una DOC oppure di una sottozona all’interno della DOC Cilento già presente.

Chianti Classico Collection 2024: “3 C scritte a 4 mani”

Abbiamo ancora nella mente le splendide emozioni suscitate dalle Anteprime di Toscana 2024 e dalla due giorni di Chianti Classico Collection alla Stazione Leopolda di Firenze. La culla del Rinascimento italiano per una settimana nell’anno diventa anche la culla del vino nel mondo. Pronunciare Chianti Classico significa raccontare territori incantevoli, dove la fatica dell’uomo è riuscita ad abbellire ciò che è già magnifico di per sé.

Un universo di meraviglie, un racconto diverso ogni volta. Tantissime le aziende presenti ai banchi di assaggio. Oltre 500 le referenze messe in degustazione per la stampa di settore, tra cui c’eravamo anche noi di 20Italie, con il direttore Luca Matarazzo ed i redattori Alberto Chiarenza, Adriano Guerri e Ombretta Ferretto. A loro il compito bellissimo e arduo di selezionare i migliori assaggi tra Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per poi intervistare alcuni tra i rappresentati di prestigio dell’areale.

Un ringraziamento particolare va alla Regione Toscana per l’organizzazione semplicemente perfetta della settimana di Anteprime di Toscana ed alle referenti Silvia Fiorentini e Caterina Mori del Consorzio Vino Chianti Classico per averci dato piena assistenza durante la kermesse.

Ma adesso è giunto davvero il momento di lasciare spazio e voce alle emozioni dei nostri autori, che sapranno trasmettere certamente lo spirito di gruppo e le vibrazioni dell’aver preso posto in un luogo dove si fa la storia del vino.

Alberto Chiarenza

La recente edizione del Chianti Classico Collection 2024 ha segnato un vero trionfo, con la partecipazione di rinomati giornalisti ed esperti del settore provenienti da buona parte del mondo. Le mie aspettative erano alte e la manifestazione non mi ha certamente deluso, con le degustazioni in anteprima che confermano un trend verso vini di altissima qualità. Un cambiamento significativo è stato notato nell’approccio alla vinificazione, con una diminuzione dell’uso del legno a favore di vini più freschi e verticali. Tuttavia, la tradizione non è stata abbandonata, ma rielaborata in modo da mantenere l’autenticità senza appesantire il palato con sentori eccessivi di legno. Bellissima esperienza condivisa con amici e colleghi di 20Italie come Adriano, Ombretta e il direttore Luca Matarazzo.

Ombretta Ferretto

Chianti Classico Collection 2024 è stata un’occasione avvincente per abbracciare in un unico colpo una denominazione complessa e apprezzarne le numerose sfaccettature del territorio. Grazie all’ottimo lavoro di squadra con il direttore Luca Matarazzo e i colleghi Alberto Chiarenza e Adriano Guerri, in due giorni sono stati passati al vaglio circa cinquecento campioni tra Annata, Riserva e Gran Selezione. Non mi è mancata occasione di approfondire in verticale specifici territori e la storia della denominazione attraverso importanti realtà produttive: Gaiole, con Ricasoli e Castello di Ama, entrambe impegnate in accurate zonazioni espressive degli specifici areali,  San Donato in Poggio, con Castello di Monsanto e il primo cru di Chianti.

Adriano Guerri

La Chianti Classico Collection suscita molto interesse da parte di noi amanti di Bacco. Questa edizione è stata ricca ed appassionante con amici di viaggio molto preparati e affabili. Momenti di confronto in degustazione molto costruttivi, senza lasciare nulla al caso. Ringrazierò sempre il direttore Luca Matarazzo per la possibilità, Ombretta Ferretto e Alberto Chiarenza per aver trascorso assieme due giornate emozionanti. La citazione musicale “Tu chiamale se vuoi emozioni”, del duo Battisti-Mogol, calza a pennello.

Luca Matarazzo (direttore)

Indubbiamente questo è “l’evento degli eventi”. Sono giunto all’ottava partecipazione e ogni volta è un’emozione diversa. Tanti colleghi ed amici da tutto il mondo pronti a confrontarsi con un mito del Made in Italy, che ha vissuto anche momenti delicati e cruciali. Dalla ripresa post scandalo al metanolo di metà anni ’80, il trend in positivo non ha mai smesso di arrestarsi. Adesso non si discute più di qualità, ma di sostenibilità ed i dilemmi imposti dal climate change rappresentano la vera sfida per il futuro. Per intanto però, godiamoci con un sorriso i primi 100 anni del Consorzio Vino Chianti Classico e del suo Gallo Nero, emblema di un vino unico e inimitabile.

Tutte le interviste le troverete cliccando sul seguente link di youtube.

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Lazio: è sempre tempo di Cesanese

Le feste sono finite da un pezzo ormai, eppure non si è mai troppo stanchi per parlare di Cesanese declinazione Docg Del Piglio

“La befana viene di notte con le scarpe tutte rotte” recitava un canto popolare, ma per gli appassionati del vino è venuta di giorno (anche se in realtà ne sono arrivate due). Il 6 gennaio 2024, il Consorzio del Cesanese del Piglio DOCG, in collaborazione con AIS Lazio, ha organizzato un evento per appassionati, operatori, stampa e Sommelier.

Il Cesanese all’Acquario Romano presentato da AIS Lazio, con la presenza del Presidente Regionale Francesco Guercilena, Angelo Petracci, Docente e Responsabile Guida Vitae Lazio, Umberto Trombelli Delegato AIS Latina,  e poi Ilaria  De Donato, Delegata AIS Fiumicino e Ostia, insieme a Sonia Scala si sono mascherate da befane aggiungendo allegria alla manifestazione.

Una manifestazione improntata sull’autoctono del Lazio che, dopo trascorsi umili, ora sta salendo alla ribalta dei vini che contano. La festa dell’Epifania è stata festeggiata dal Consorzio del Cesanese del Piglio con 13 aziende in un evento in cui il focus è stato la varietà locale tipica della Ciociaria, areale del Lazio meridionale.

Ingresso gratuito e una Masterclass tenuta da Angelo Petracci e Francesco Guercilena con la partecipazione di Pina Terenzi, Presidente del Consorzio Cesanese del Piglio, oltre che dell’Associazione Donne in Campo. Tanti gli appassionati e operatori del vino che hanno partecipato e provato i vini eleganti e serbevoli allo stesso tempo.

Le cantine partecipanti

Cantina Giovanni Terenzi

Casale della Ioria

L’Avventura

Petrucci e Vela

Pileum

Casal San Marco

Cerciole

Sbardella

Federici

Azienda Agricola Rapillo

Corte dei Papi

Marletta Teresa Maria Elena Sinibaldi

Salute & Sake Giapponese, binomio tangibile

Il sake giapponese, ossia il nihonshu, è un fermentato fatto col riso, l’acqua, il Saccharomyces cerevisiae e il koji, un fermentato che nei millenni è diventato un vero e proprio culto, esattamente come il vino, incontrando il consenso e il gradimento di intere generazioni di giapponesi nei secoli, indipendentemente dall’età, dall’estrazione sociale e dal livello culturale, che da almeno una decina d’anni sta spopolando anche nel mondo occidentale.

La società giapponese, costantemente con un piede nel passato ed uno nel futuro, vede nel millenario fermentato un centro di gravità permanente su cui soffermarsi ad osservare, commemorare, celebrare e tramandare la sua origine e la sua storia: infatti il nihonshu, come un grandissimo e sinuoso fiume, ha attraversato il tempo ed ha permeato tutti i campi dell’umana conoscenza,diffusa in Giappone attraverso i settori di applicazione più disparati, come architettura navale, artigianato, letteratura, religione e arte ad esempio, consentendo a questo popolo straordinario e laborioso di progredire ed evolversi, giungendo persino a praticare la pastorizzazione con 300 anni di anticipo rispetto a Pasteur.

Conversare sul Sake dunque, magari versandone in un in un sakazuki, in un guinomi, in un masu, in un ochoko, oppure in un calice da vino, è di certo una forma di accrescimento culturale, proprio grazie a quel che riesce a rievocare anche solo la gestualità col quale lo si offre, per rituale o informale che sia. Inequivocabilmente un sorso di nihonshu può catapultarci idealmente nel passato, facendoci rivivere gesta di personaggi storici e leggendari: ecco perché questa bevanda millenaria è cultura, emozione ed edonismo allo stato puro… oltretutto la componente edonistica, la capacità del sake di disinibire, è evidente, innegabile: convivialità a tavola, degustazioni ed abbinamenti, relegano piacere di stare assieme, piacere nell’assaporare, piacere di scoprire, piacere di emozionarsi, piacere di celebrare, piacere di imparare tutto ciò che attiene al mondo del nihonshu e quindi al suo consumo.

Ma il sake, oltre che dare gioia e piacere, giova anche alla salute: intanto è bene considerare sempre il fatto che il sake è un alcolico, pertanto l’abuso non porta mai a conseguenze positive ma, bevuto responsabilmente, ha degli effetti benefici riconosciuti e non si tratta semplicemente di rendere un po’ più allegri e disinvolti in pubblico, quanto di veri e propri effetti positivi sull’organismo, sostenuti da ricerche scientifiche. Quindi, bevuto nelle giuste quantità, il sake apporta effetti benefici tangibili alla nostra salute.

Riduce la tossicità dell’etanolo, il senso di affaticamento e favorisce il sonno

Un team di ricercatori dell’Istituto di Scienza e Tecnologia di Nara ha scoperto un ceppo di lievito mutante per la produzione del nihonshu: l’obiettivo di base era quello di isolare i ceppi che avessero più tolleranza rispetto all’etanolo, arrivando a scoprire dall’inizio quelli maggiormente capaci ad accumulare la prolina, sostanza capace di ridurre la tossicità dell’etanolo stesso. In effetti, durante la sperimentazione sono stati isolati anche dei lieviti in grado di produrre una quantità di ornitina, un amminoacido che ha un ruolo importante nel ciclo dell’urea, 10 volte superiore rispetto ad un lievito normale. Inoltre l’ornitina svolge diverse funzioni fisiologiche molto importanti tra cui la riduzione della fatica, un ritrovato effetto rilassante e il miglioramento qualitativo del sonno.

Riduce il rischio di cancro

Il Centro Nazionale dei Tumori in Giappone ha condotto un sondaggio durato 17 anni su 265.000 volontari giapponesi per scoprire che coloro che bevono ogni giorno sake hanno un minor rischio di sviluppare un cancro rispetto ai non bevitori di sake. Il dott. Okuda, responsabile del Dipartimento medico dell’Università di Aichi, ha dichiarato che i risultati della ricerca hanno evidenziato che alcuni elementi del sake inibiscono la proliferazione delle cellule del cancro della vescica, della prostata e dell’utero. La glucosamina nel sake attiva anche le cellule anti-tumorali, i cosiddetti linfociti Natural Killer. Inoltre, il sake ha dimostrato di causare un tasso di mortalità più basso da cirrosi e cancro del polmone rispetto ad altre bevande alcoliche come birra, whisky e shochu.

Previene cardiopatie, malattie cerebrovascolari ed il morbo di Alzheimer

Si è già detto che bere responsabilmente e con moderazione il sake aiuta a prevenire malattie cardiache e cerebrovascolari, disinnescando la formazione di coaguli sanguigni e riducendo il colesterolo: infatti L’assunzione di sake aumenta l’urochinasi, una sostanza con effetto trombolitico, ossia disgregante dei coaguli di sangue. Il sake kasu, quindi i sedimenti del sake, hanno un ulteriore effetto di riduzione del livello di colesterolo; inoltre è stato scoperto che i 3 tipi di peptidi specifici del nihonshu, di cui si faceva precedentemente cenno, aiutano a prevenire l’insorgere del morbo di Alzheimer e la demenza vascolare, grazie appunto al loro effetto inibitorio sul PEP (Postencephalitic Parkinsonism), principale colpevole della malattia.

Previene l’osteoporosi

Gli amminoacidi nel sake, come ad esempio valina, leucina e isoleucina, aiutano a recuperare e costruire i muscoli scheletrici, prevenendo l’osteoporosi. Inoltre il koji, uno degli ingredienti principali del sake, ha 5 tipi di inibitori catepsina-L che aiutano a prevenire l’osteoporosi.

Previene il diabete e la pressione alta

Anche in questo caso grazie agli studi condotti è stato possibile trovare un attivatore simile all’insulina nel namzake e nei sedimenti del sake. Infatti il diabete si verifica a causa di una carenza di insulina e l’attivatore di insulina nel sake può aiutare a risolvere questo problema, prevenendo così l’insorgenza del diabete. Inoltre previene l’ipertensione, tra le primissime cause di malattie cerebrovascolari come ictus, piuttosto che angina pectoris ed attacchi di cuore. Il sake ha nello specifico ben 9 tipi di peptidi: 3 tipi nel fermentato ed altri 6 tipi nei suoi sedimenti, i quali inibiscono talune attività enzimatiche che, se in eccesso, causerebbero appunto la pressione alta.

Previene il sovrappeso e riduce il tasso di mortalità

Per quanto si possa pensare che il sake faccia ingrassare a causa dei carboidrati contenuti anche in forma zuccherina, le calorie di questo fermentato non sono così alte come si potrebbe suppore e, a parità di quantità ingerita, risultano inferiori a quelle della birra ad esempio. Si consideri inoltre che il nihonshu ed i sedimenti ivi contenuti sono veicoli di sostanze che inibiscono l’assorbimento dell’amido e promuovono quello delle proteine. Dunque il sake può prevenire problemi di sovrappeso a patto che sia bevuto con moderazione e addirittura ridurre il tasso di mortalità: sono molti gli studi che affermano che i bevitori occasionali o moderati sono meno soggetti ai rischi di mortalità rispetto agli astemi ed agli alcolisti assidui, lo confermano anche le ricerche condotte dall’American Council on Science and Health. Il consumo moderato è sempre alla base di tutto, a prescindere dagli effetti positivi o meno del sake, da considerarsi una bevanda salubre ed alla base di un ottimo stile di vita, mai una medicina miracolosa!

Favorisce la salute del derma

Il sake viene impiegato da secoli in Giappone come tonico per la pelle, consuetudine praticata tutt’oggi con effetti benefici evidenti sull’aspetto e la salute dermatologica e ciò grazie al suo contenuto in saccaridi ed amminoacidi, sostanze che una volta estratte diventano i principi attivi di cosmetici specifici. Il sake contiene anche α-Ethyl Glucoside (α-EG), sostanza che generalmente conferisce in termini gustativi un senso di amarezza al gusto del sake, quasi di mandorla amara; nell’ambito dermatologico questo α-EG favorisce la corneificazione delle cellule epidermiche e quindi aiuta a prevenire il fenomeno della secchezza della pelle, ecco perché in Giappone il sake viene impiegato sia nei bagni termali che nei centri estetici. In realtà questo non è l’unico estratto del sake a favorire il benessere e la cura del derma poiché, rispetto ad altre bevande alcoliche, il nihonshu ha elementi molto più idratanti come il glicerolo, o la glicerina, e gli amminoacidi, elementi che pure trovano impiego nei cosmetici. Basterebbe aggiungere un po’ di sake nell’acqua della vasca da bagno per migliorare gli effetti idratanti e di ritenzione del calore rispetto al bagno, anche grazie alle numerose interazioni tra le centinaia di sostanze nutritive disciolte nel sake, quindi non soltanto gli aminoacidi ed i saccaridi, bensì gli acidi organici, gli acidi nucleici, gli esteri e le vitamine. Il sake, i sedimenti di sake e il koji hanno oltretutto una varietà di sostanze che inibiscono l’attività della melanina, principale colpevole di macchie solari, macchie senili e lentiggini, pertanto non c’è da stupirsi se i kurabito abbiano mani lisce ed immacolate.

Previene le allergie ed è un potente anti età

Il sake aiuta a prevenire le allergie sia applicandolo sul corpo che bevendolo. Infatti alcuni studi riportano che l’eczema atopico può essere alleviato applicando il sake alla parte interessata. Il merito di questo effetto è attribuito all’azione idratante del sake. Per quanto attiene al consumo sappiamo che il sake e il koji contengono 5 tipi di sostanze che inibiscono l’enzima chiamato catepsina B, causa principale dell’insorgenza di alcune allergie. L’assunzione moderata di sake può prevenire allergie da pollini, cibo e acari della polvere di casa, inoltre il sake contiene antiossidanti chiamati acidi ferulici, che possono avere un effetto anti-age: costituiscono un potente assorbitore di luce UV, prevenendo l’invecchiamento della pelle, oltre ad essere un validissimo antiossidante, favorendo la perossidazione lipidica, aiutando quindi a mantenere la pelle giovane. Da non tralasciare un fattore altrettanto determinante: il sake non contiene solfiti. Insomma il nihonshu è quella bevanda biodisponibile per l’organismo che non litiga mai col cibo, arricchisce culturalmente e professionalmente, coadiuvando al benessere ed alla bellezza della persona.

Stefano Milanesi, eno-artigiano nell’Oltrepò Pavese: bollicine, pinot nero e i racconti di famiglia

Terra di bollicine e di pinot nero, l’Oltrepò Pavese vanta antiche tradizioni e sicuramente di essere una delle zone più importanti a livello mondiale per la produzione di spumanti: un territorio che occupa la parte meridionale della provincia di Pavia in Lombardia, a sud del fiume Po. Raggiungo Santa Giuletta, dove ha sede la cantina di Stefano Milanesi, in una giornata fredda ma tersa, dove la luce rarefatta racchiude in paesaggio in una atmosfera magica. Da questa posizione collinare, a circa 200 metri di altitudine, vedo la pianura, la via Emilia e l’arco alpino, dove si riconoscono il Monviso e il Monte Rosa, la Grigna e il monte Lesima, al confine con la Liguria.

I vigneti di Stefano presentano suoli prevalentemente sabbiosi, dove sono presenti anche calcare e gesso e molta arenaria: luoghi dove 5 milioni di anni fa era il mare, che piano piano si ritirò, lasciando appunto arenaria e marne. Lo studio dell’Università di Milano, condotto negli anni Ottanta, evidenziò la vocazione di questo luogo per l’impianto di pinot nero, croatina, riesling, barbera e altre varietà, sia a bacca bianca che nera. Una terra che, sin dai tempi dei Romani, era utilizzata per la produzione di vino e spesso si possono trovare nei vigneti frammenti di anfore vinarie e di copponi che venivano utilizzati per fare i tetti. Sicuramente l’Oltrepò Pavese, collocato sul 45esimo parallelo, rappresenta la zona italiana più coltivata in Italia a pinot nero, la terza in Europa dopo la Champagne e la Borgogna e la quarta nel mondo, dopo l’Oregon.

La famiglia Milanesi inizia la coltivazione delle vigne e della produzione di vino più di 300 anni fa; dal 2018 il vitigno più coltivato, nei 13 ettari collinari condotti in regime biologico, è il pinot nero.

Stefano ha impiantato anche meunier e alcuni PIWI tra cui il johanniter, il muscaris e il souvigner gris per sperimentare e sfruttare la possibilità di ridurre i trattamenti con rame e zolfo, data la loro resistenza maggiore alle malattie fungine. Nelle sue parole si sente la passione e quel rimanere fedele a se stesso e al suo modo di interpretare i vitigni nel rispetto della natura che gli sono valsi il titolo, dato molti anni fa da un amico, di eno-artigiano: vini puliti ed espressivi, che nascono da fermentazioni con lieviti indigeni. Grande cura viene riservata per la produzione del metodo classico, le cui fasi vengono spiegate in modo chiaro ed esaustivo, che sono tutte manuali, compreso il remuage sulle pupitre di legno. Anche la sboccatura viene eseguita à la volèe, dopo aver ghiacciato il collo della bottiglia; il rabbocco, prima della tappatura con il classico tappo e gabbietta, viene fatto con il vino base, senza aggiunta di liqueur.

La visita in cantina prosegue con un aneddoto molto curioso: Stefano indica la statuetta raffigurante Sant’Antonio, in una nicchia e racconta che il bisnonno Antonio, dato per morto, durante la veglia funebre si destò quando i parenti vennero invitati a scendere in cantina per mangiare salame e bere un po’ di vino: “Che nessuno tocchi il salame” disse e si gridò al miracolo, tra la meraviglia di tutti.

L’assaggio di alcuni vini cesellati ad arte avviene nella vicina 700Enolocanda, accompagnati da gustosi piatti della tradizione pavese. Si inizia con uno spumante…e non poteva essere diversamente.

V.S.Q. Vesna Rosè Nature 2018: metodo classico da 100 % pinot nero, la permanenza sui lieviti di circa  42 mesi. Il colore è oro ramato brillante, di grande fascino. Al naso sentori netti ed eleganti di piccoli frutti rossi, tra cui ribes, lampone poi geranio e garbati sentori di panificazione che non coprono le caratteristiche olfattive del vitigno. In bocca si percepiscono la gradevole acidità, la struttura di questa bollicina e il finale, lungo persistente e la chiusura sapida. Chapeau!

Pit Stop 2019 nasce da vigne di croatina di circa 15 anni; dopo la pressatura soffice il vino fermenta e affina in acciaio, viene imbottigliato senza chiarifiche e filtrazioni. Regala una piacevole esperienza di beva, il grado alcolico è splendidamente supportato, tanto da non accorgersene (almeno fino a quando non si finisce la bottiglia!) Un vino goloso, che profuma di melograno, amarena, con tannini setosi, buona freschezza e persistenza.

Gimme Hope nasce da un uvaggio composto da barbera, cortese e altri vitigni: Stefano lo definisce “ Vino gatorade” perché il tenore alcolico contenuto, la beva agevole, i profumi succosi, lo rendono perfetto per le merende estive e per le “ ribotte” ( per usare un termine dialettale delle mia regione, la Liguria) In compagnia. Bellissima l’etichetta, colorata e accattivante, soprattutto l’arcobaleno che spunta dietro l’unicorno alato ( o meglio, sembra un unicorno!)

Maderu 2009 è un meraviglioso pinot nero che assaggio in magnum, aperta a Capodanno: profumi complessi denotano una regale terzializzazione, in cui si riconoscono, humus, tartufo, sentori boschivi, ciliegia matura, cardamomo. Personalità ed equilibrio caratterizzano il sorso, trama tannica perfettamente integrata, lunga scia finale. Una giornata che è volata via ascoltando i racconti di Stefano, così affabile, cortese e capace di trasmettere la sua passione e la voglia di sperimentare: il sole al tramonto ha incendiato di rosso la pianura, a suggellare il ricordo di emozioni ed assaggi, che rimarranno scolpiti nella mente e nel cuore.

Gelaterie d’Italia 2024 la Guida del Gambero Rosso: nuove sperimentazioni con uno sguardo alla sostenibilità, ma senza perdere di vista il gusto

Nella cornice del Sigep di Rimini, Gambero Rosso anticipa la nuova Guida che uscirà in aprile: in aumento i punteggi pieni con i Tre Coni che arrivano a 70, 5 i Premi Speciali

Rimini, 22 gennaio 2024 – E’ un gelato che sempre più strizza l’occhio alle ultime tendenze alimentari, frutto di un’attenta ricerca di materie prime di qualità, sperimentazione nei sapori che si coniuga a una crescente attenzione alla sostenibilità con un grande ottava edizione della Guida Gelaterie d’Italia di Gambero Rosso, realizzata in collaborazione con ORION e presentata oggi nella cornice di Sigep, l’appuntamento più importante per il settore, a Rimini, che include le 556 migliori insegne a livello nazionale, tra cui 78 nuovi ingressi rispetto allo scorso anno.

Oggi presente anche nelle versioni senza lattosio, riducendo la quantità di zuccheri, gluten free, per accontentare e includere tutte le esigenze, il gelato ha vissuto in questi anni un’importante evoluzione grazie alla professionalità e alle competenze dei maestri gelatieri che, pur mantenendo un approccio artigianale a ingredienti e lavorazioni, hanno lavorato con un atteggiamento curioso e scrupoloso sperimentando nuovi sapori, consistenze e utilizzando ingredienti sempre più esotici e originali. Con risultati sorprendenti, anche in tema di gelati gastronomici

Senza dimenticare la sostenibilità, che anche nella produzione del gelato assume una rilevanza crescente, con una consapevolezza e un impegno maggiore nell’adozione di processi produttivi sempre più etici e trasparenti per ridurre l’impatto sull’ambiente, promuovere uno stile di vita sano e comunicare un’attenzione anche agli aspetti sociali. 

I Tre Coni

Sono 70 le eccellenze che hanno raggiunto il massimo dei Tre Coni, con un aumento di 8 gelaterie tra le premiate con il punteggio pieno. A livello regionale, la Lombardia spicca con il maggior numero di esercizi (14), principalmente nel capoluogo e hinterland, con alcune esemplari eccezioni a Bergamo, Varese, Monza, Mantova eVigevano. Seguono il Piemonte (10), con un nuovo ingresso, Emilia-Romagna (9) e Lazio (8) con due nuovi ingressi. 

Le 8 novità sono:

  • Aria a Torino
  • I Gelati del Bondi a Firenze; 
  • Gelateria Quattrini a Falconara Marittima [AN]; 
  • Tonka ad Aprilia [LT]; 
  • Fiordiluna di Eugenio Morrone a Roma; 
  • Michel a Peschici [FG]; 
  • Gelato Cesare a Reggio Calabria; 
  • Santo Musumenci a Randazzo [CT].

I Premi Speciali

5 le categorie di Premi Speciali assegnati da Gambero Rosso a:

  • Il Gelatiere Emergente, con lo sponsor BABBI 1952, a Taila Semerano, Da Ciccio – Ostuni (BR)
  • Il Miglior Gelato al Cioccolato, con lo sponsor VALHRONA, a Sottozero Pennestrì – Reggio Calabria
  • Premio per la Valorizzazione delle Produzioni Territoriali, con lo sponsor AGRIMONTANA a:
    • Golosi di Natura – Gazzo [PD] per la Nocciola Piemonte IGP delle Langhe
    • Gelateria della Passera – Firenze per il Limone Costa d’Amalfi IGP
    • L’Artigianale – Pozzallo [RG] per Melannurca Campana IGP
  • Premio Sostenibilità a Rocco Naviglio – Foggia 
  • Miglior Gelato Gastronomico con sponsor ICETEAM 1927 CATTABRIGA
    • Dolce Arte – Cutrofiano [LE] 
    • Rufus – Pisa 
    • Giorgio Lombardi – Novi Ligure [AL]

Gambero Rosso è la piattaforma leader per contenuti, formazione, promozione e consulenza nel settore del Wine Travel Food italiani. Offre una completa gamma di servizi integrati per il settore agricolo, agroalimentare, della ristorazione e della hospitality italiana che costituiscono il comparto di maggior successo, a livello internazionale, per la crescita dell’economia. Unico nel suo format di operatore multimediale e multicanale del settore, Gambero Rosso possiede un’offerta di periodici, libri, guide, broadcasting (Sky 415 e 133) e web OTT con cui raggiunge professionisti, canali commerciali distributivi e appassionati in Italia e nel mondo. Gambero Rosso Academy è la più ampia piattaforma formativa professionale e manageriale per la filiera agroalimentare, della ristorazione, della ospitalità e del turismo. Gambero Rosso offre al sistema produttivo italiano un programma esclusivo di eventi di promozione B2B per favorirne il costante sviluppo nazionale e internazionale. 

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Chianti Docg: “La Rivoluzione a Montespertoli”

Quando si pensa che della Toscana si sa ormai tutto si rischia di incorrere in un errore, perché sono ancora molte le realtà dormienti che godono di una antica tradizione vitivinicola e che sono in fase di risveglio e riscossa. Una di queste è quella del Chianti Docg realizzato a pochi chilometri da Firenze, nella sottozona ricadente nel comune di Montespertoli. Un distretto storico che sembrava ormai rilegato ad essere dimenticato, rivive oggi un progetto rivoluzionario in cui i vini mirano a risalire la faticosa via del successo dei grandi vini toscani.

La “Rivoluzione”

Alla sua seconda edizione di “La Rivoluzione a Montespertoli”, presentato dall’Associazione Viticoltori di Montespertoli, l’evento unisce 17 aziende eco-sostenibili con una visione comune di valorizzare uno dei terroir vinicoli più sottovalutati della Toscana. A guidare la pacifica rivoluzione è Giulio Tinacci, di soli 30 anni, da due anni Presidente dell’Associazione che lui stesso ha ideato, che sottolinea il ruolo di garanzia dell’autenticità del prodotto attraverso un patto tra viticoltori. Giovane ingegnere, cresciuto tra i vigneti di famiglia della cantina Montalbino, ha sviluppato in breve la consapevolezza di chi vuole rompere gli schemi per uscire dall’anonimato e far conoscere una realtà che ha tanto da raccontare.

Tra le splendide colline del territorio di Montespertoli, Giulio alleva vitigni autoctoni della tradizione vitivinicola toscana: Sangiovese, Fogliatonda, Canaiolo, Colorino, Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca del Chianti. Le sue idee sono state sposate con entusiasmo dagli altri sedici produttori, ottenendo il patrocinio del Comune di Montespertoli fin dalla prima edizione. Il sindaco Alessio Mugnaini ha ribadito l’orgoglio della città nel sostenere aziende motivate che promuovono il territorio non solo durante questo evento, ma durante tutto l’anno.

Le Masterclass

Domenica 12 novembre 2023, il Museo della Vite e del Vino ha aperto le porte agli appassionati di vino, stampa e operatori per assaporare i vini dell’associazione con banchi d’assaggio. L’esplorazione approfondita delle sfumature del vino di Montespertoli, guidata dall’esperto di vini Bernardo Conticelli, in una masterclass molto professionale, è stata uno dei momenti salienti. La giornata si è conclusa con la cena organizzata al Podere dell’Anselmo, dove sono stati presentati piatti tipici del territorio con materie prime a chilometro zero, in abbinamento ai vini dei produttori del Consorzio.

Lunedì, sempre presso il Museo del Vino in Montespertoli, l’Associazione ha organizzato una degustazione guidata da Giampaolo Gravina, uno dei critici più apprezzati a livello nazionale. Gravina riconosce la rottura con la tradizione nel nuovo percorso di Montespertoli, affermando: “Mai come oggi il vino di questo territorio è delineato da un carattere contemporaneo. Rivendicando la centralità del viticoltore dal vigneto alla bottiglia, sta conferendo a tutta l’area una collocazione non più subalterna ma con una prospettiva da protagonista.”

Le cantine presenti

Podere all’Anselmo, Tenuta Barbadoro, Fattoria di Bonsalto, Tenuta Coeli Aula, Fattoria La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio, Podere Ghisone, Podere Guiducci, Fattoria La Leccia, La Lupinella, Montalbino, Tenuta Moriano, Fattorie Parri, La Querce Seconda, Tenuta Ripalta, Castello di Sonnino e Valleprima.

Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”

“Panta rei” tutto scorre: l’acqua, il tempo, la vita stessa. Una ricerca infinita che dura un breve istante se paragonata all’immensità in cui vengono poste le cose. La bellezza di natura, espressa nelle sue linee più morbide e selvagge come nel Matese in Alta Campania, richiama l’idea di Vecchio West dei film americani.

La nostra visita ad un territorio vasto e dotato di un potenziale ancora inespresso, inizia con il supporto di Viatoribus e dell’Associazione di Promozione Sociale Love Matese con Claudia e Angelo nel ruolo di moderni Cicerone attrezzati di pulmino e cane segugio al seguito.

Prima tappa a Piedimonte Matese, presso l’Acquedotto Campano Sorgente del Torano con i suoi 2 metri cubi d’acqua corrente distribuita ogni secondo fino alle soglie di Napoli e, tramite tubazioni sottomarine, dell’Isola di Ischia. Per questa opera ingegneristica pubblica di importanza strategica, realizzeremo uno speciale ad hoc, ringraziando lo Staff Tecnico Amministrativo – Impianti e reti del ciclo integrato delle acque di rilevanza regionale.

Spinti da una corrente positiva proseguiamo nel successivo spostamento a San Michele (Alife) per visitare un antico vigneto di Pallagrello, varietà autoctona menzionata già ai tempi di Plinio il Vecchio duemila anni orsono e la tradizionale forma di allevamento a pergola della Società Agricola Terre dell’Angelo. La titolare Angela Amato ci racconta dei primi passi mossi a partire dal 2015 nei 10 ettari di proprietà terriera, di cui 4 vitati.

Il nome dell’azienda lo si deve al culto dell’Arcangelo Michele, presente in zona sin dai tempi dei Longobardi. I suoi vini riecheggiano stili e sapori della tradizione, così come i biscotti al vino Pallagrello Bianco e Rosso, stuzzicanti per un momento conviviale con amici e parenti. I terreni sono qui composti da argille e calcare, con depositi fluviali e lacustri del Lago Matese e Fiume Volturno. Poca l’influenza delle polveri piroclastiche, distanti verso il vulcano di Roccamonfina e della zona del Falerno del Massico.

Immancabile la prova del nove: sarà meglio la mozzarella di bufala casertana o quella cilentana? Non siamo giudici inflessibili muniti di paletta, ma non possiamo che applaudire gli sforzi prodotti dal Caseificio il Casolare ad Alvignano, con Mimmo, Benito, Pasquale e Concetta a portare avanti il lavoro di casari tra mozzarelle e formaggi dal gusto unico e inconfondibile. E perché non celebrare il rituale delle merende delle feste con un salume e le uova sode, quelle de La Querciolaia – uova biologiche galline felici – un metodo di allevamento all’aperto di galline, vigorose e contente di adempiere al compito di produttrici di uova naturali. Aspetto e sapore totalmente diversi da quelle provenienti dagli allevamenti intensivi commerciali.

Il nostro tour giunge al giro di boa da La Sbecciatrice di Mimmo Barbiero, laureato in sociologia, e dalla compagna Jurate. Studi approfonditi per il pomodoro riccio, coltivato in aridocoltura e analizzato dall’Università La Sapienza per essere un simbolo di agricoltura sostenibile. Viene commercializzato come passata e come filetti (cosiddette “pacchetelle”) al naturale, dopo essiccazione sulla paglia. Interessanti anche le proposte del fagiolo bianco “lenzariello” e di quello “curniciello” oltre al cece delle Colline Caiatine dalla buccia sottile e più rapido alla cottura.

Le luci del tramonto ci indicano che il nostro viaggio ai piedi del Matese sta per giungere al termine. Non resta che organizzare una veloce visita con degustazione da Davide Campagnano, giovane imprenditore trentenne, laureato in Scienze Agrarie, che ha impiantato la propria attività di viticoltore assieme alla moglie e al padre. Valorizza la Barbera del Sannio, chiamata altresì localmente Camaiola e scopre, per puro caso, una varietà d’uva autoctona presente da sempre in queste terre, denominata Pizzutello che promette risultati interessanti in futuro.

Un finale gastronomico degno di un re da Pepe In Grani, premiatissima pizzeria di Franco Pepe a Caiazzo, con le versioni gourmet del piatto più celebre della Campania. La “margherita sbagliata” è un capolavoro di inventiva, frutto della concezione che la mozzarella possa essere nobilitata distinguendola dalla squisita salsa di pomodoro posta in superficie.

Franco Pepe è anche l’ideatore di Pizza Hub, una sorta di cartolina del territorio nata per fare squadra comune e proporsi al pubblico tramite l’immagine vincente di qualità nel rispetto della natura. Termina il primo di una serie di articoli che vede protagonista un angolo ancora inesplorato della regione; un luogo ben presente nella mente di coloro che vorranno scoprirlo, come una passeggiata romantica nel “Vecchio West” della Campania.

Lunarossa: le 7 vite di 7 annate del Quartara di Mario Mazzitelli

Sette vite come i gatti. Sette annate così diverse ed entusiasmanti del Quartara di Lunarossa. Mario Mazzitelli non manca di stupire continuamente con la ricerca spasmodica della perfezione; lo fa andando controcorrente nell’utilizzo di tecniche e contenitori per elevare i suoi vini ad uno status di reperti unici sul mercato.

Parlare di terracotta, sotto forma di orcio anni fa e divenuta adesso prodigio di uniformità con le anfore Tava, saper maneggiare al meglio tale materiale retaggio di uno stile primordiale, è da veri precursori del ramo. Ebbi una folgorazione nel 2015, all’epoca ancora imberbe del mondo del vino mi appoggiavo ad un ristorante purtroppo scomparso che si chiamava Sorso 23. Per i pochi eletti che hanno avuto la fortuna di scoprirlo (la location era a dir poco curiosa, posta nelle vicinanze di una pompa di benzina verso Baronissi), la proposta vini era davvero interessante, curata nei dettagli dal sommelier Alessandro Pecoraro, ex della braceria Terrantica e attualmente in capo a Casa del Nonno 13.

Mario Mazzitelli

Gli studi iniziali

Trascorsi quasi 10 anni da allora, dopo aver incontrato più volte Mario Mazzitelli negli eventi enogastronomici, finalmente ho avuto modo di visitarne l’azienda nata nella filosofia “parva sed apta mihi”. Mario si è prima laureato in Scienze delle preparazioni alimentari a Portici, iniziando a lavorare da un amico produttore a Mirabella Eclano e, successivamente, dall’istrionico Bruno De Conciliis che lo ha avviato alla conoscenza dell’enologia. Nel 2001 passa da Venica & Venica come tecnico di laboratorio, per conseguire l’anno seguente il Master in Viticoltura ed Enologia dalle mani del prof. Attilio Scienza.

L’incontro con Roberto Cipresso

Ormai il tarlo di come realizzare un vino aveva già intaccato la sua mente, avida di nozioni e metodi da apprendere. Ed ecco spuntare Roberto Cipresso che lo volle con sé agli inizi del 2003 a Montalcino per aiutarlo nelle consulenze delle Tenute. Il rientro a Salerno con un bagaglio di esperienze importanti conducono Mazzitelli a lavorare dapprima alla Cooperativa Vitivinicola Cantine Monte Pugliano e, dopo la chiusura, a creare il marchio Lunarossa acquisendo le uve da alcuni conferitori per iniziare a imbottigliare.

Il progetto Lunarossa

Siamo giunti nel 2007 con Lunarossa, e con l’aiuto dell’enologo Fortunato Sebastiano viene concepita l’idea del Quartara, un Fiano vinificato e maturato in anfore di argilla e pietra lavica. Con la dovuta calma, imparando anche dagli sbagli, si è passati anche all’inserimento di legni piccoli di rovere e a calcolare lotto per lotto, parcella per parcella, quali dovessero essere i tempi esatti per ottenere il meglio. Un’opera certosina, impressionante, che lascia di stucco per la modestia del suo autore che non si vanta mai di quanto realizzato con sacrificio quotidiano. Oggi parleremo di 7 annate di un vino icona della Campania, amato da chi riconosce le cose belle di questo mondo che ha ancora tantissimo da raccontare (senza “supercazzole” per carità); temuto e visto con diffidenza da chi si limita ad una visione superficiale o in malafede e preferisce prodotti omologati costruiti ad arte.

A ciascuno il suo Quartara

La degustazione seguirà l’andamento dalla vintage più recente a quelle più lontane nella memoria:

2020: assaggiata proprio per le Festività natalizie, in abbinamento ad un formaggio a pasta molle dell’azienda Kasanna di Nicola Memoli a Sala Consilina, affinato nelle vinacce di uve Aglianico. La linerarità del sorso lascia disarmati. C’è tutto del Fiano, dai fiori bianchi alla polpa di pera e mela per concludere verso un tocco aromatico di spezie dolci. Equilibrio e potenza uniti verso il futuro.

2019: la sosta in anfora prevale nell’espressione resinosa e balsamica con sensazioni di tostature e mandorla essiccata nel finale. Pecca leggermente in lunghezza, mostrando i limiti di un’annata a tratti siccitosa, a tratti troppo fresca nei momenti salienti di sviluppo degli acini e di vendemmia.

2018: bella, scattante, agrumata. Per i rossi italiani è stata in chiaroscuro, ma dai bianchi arrivano numerose soddisfazioni. Emerge la vena minerale tipica del varietale, con nuance iodate di salsedine e pietra marina. Saporito.

2017: pesa il caldo eccessivo, a volte fiaccante. Anche la vigna più forte e resistente alla lunga si chiude a riccio per sopravvivere, a discapito di acidità e note vibranti. Ha ormai detto il suo.

2014: le piogge eccessive hanno influito sulle corrette maturazioni, tuttavia il prodotto finale risulta delicato ed espressivo; un carattere a tratti mordace, quasi un ricordo di catechine, che rendono il vino instancabile al palato (e fortemente defaticante).

2013: ecco il mio colpo di fulmine, eseguito ancora alla vecchia maniera ovvero spingendo con la parte ossidativa in stile orange wine. Alla cieca lo avrei posto ai confini tra Friuli e Slovenia, invece siamo qui nella Provincia di Salerno. Fiori secchi, albicocca disidratata e tanto zenzero e pepe bianco in chiusura. Eterno.

2012: commovente. Dai riverberi di miele di millfiori, pesca acerba ed erbe officinali. Struttura e nerbo in un guanto di velluto. Ancora vivo e scalpitante, il migliore assaggiato finora, anche se la 2020… chissà.

Ave al “tuo” Quartara o Mario Mazzitelli!

L’esperienza culinaria a bordo di una nave da crociera sulla MSC World Europa

A bordo di una nave da crociera, il lusso e il piacere si fondono in un’esperienza culinaria straordinaria che solletica i sensi e soddisfa i palati più esigenti. Invitato a questo viaggio in mare a bordo della nuova nave di MSC Crociere, la World Europa, il cibo diventa una parte fondamentale del pacchetto turistico, trasformando ogni pasto in un’avventura enogastronomica.

La nuova nata, entrata a far parte della flotta della celebre Compagnia di navigazione italiana, è una nave di ultima generazione con particolare attenzione alla sostenibilità. I suoi potenti motori sono alimentati a GNL (Gas Naturale Liquefatto), uno dei combustibili più puliti al mondo. Solo dai numeri ci si rende conto che si tratta di un miracolo della tecnologia: ha una capacità di 6.762 passeggeri, 2.138 membri di equipaggio, 2.626 cabine di cui 66 adatte a ospiti con disabilità, 7 piscine, 13 vasche a idromassaggio, 13 ristoranti, 14 bar/lounge, 5 bar all’aperto, 9 negozi, un teatro con 1.153 posti a sedere e tante attrazioni per il divertimento di grandi e piccini, oltre agli spazi dedicati al fitness e al benessere con il settore Aurea SPA.

Le navi da crociera moderne non sono solo un mezzo di trasporto, ma veri e propri mondi galleggianti che racchiudono insieme il meglio di un hotel, della ristorazione, dello svago e del divertimento a 360 gradi, con spettacoli e attrazioni di altissimo livello. I ristoranti a bordo offrono una varietà di cucine internazionali, portando l’ospite in un viaggio attraverso sapori e tradizioni di tutto il mondo. Che si tratti di sushi fresco preparato al momento, piatti mediterranei leggeri o banchetti ispirati alle cucine esotiche, la scelta è ampia e soddisfa ogni preferenza culinaria.

I ristoranti “a tema” sono spesso il cuore di questa esperienza gastronomica, per coloro che cercano un’esperienza più intima. Che sia un ristorante di carne alla griglia, un locale di cucina fusion o un raffinato gourmet, gli ospiti hanno l’opportunità di assaporare piatti prelibati in un ambiente più esclusivo. Con i loro eleganti allestimenti e il servizio impeccabile, offrono la possibilità di gustare pietanze eccellenti mentre ci si gode una vista mozzafiato sul mare.

Il menù varia giornalmente, offrendo una selezione di antipasti, primi, secondi e dessert preparati con maestria dagli chef di bordo. Inoltre è stata appositamente approntata una selezione di vini ed è presente anche uno Champagne Bar in cui è possibile degustare deliziose ostriche abbinandole alle bollicine per antonomasia. Ma l’esperienza culinaria non si ferma ai tradizionali ristoranti. Le navi da crociera, come la MSC World Europa, sono anche dotate di caffetterie accoglienti, gelaterie, cioccolateria e buffet con vasta scelta di cibi e spazi dedicati persino ai barbecue all’aperto.

Per garantire i pasti per un numero così importante di passeggeri, equipaggio compreso, la nave ha in dotazione numerose cucine provviste di macchinari all’avanguardia che sono  stati appositamente progettati per la preparazione e lavorazione di alimenti a bordo, grazie a personale altamente qualificato che opera con turni programmati per fornire un servizio giorno e notte, 7 giorni su 7.

Eleganza e stile con un occhio alla tecnologia i punti cardine sviluppati dai progettisti, in cui ogni ambiente è studiato per far vivere un’esperienza indimenticabile agli ospiti. La zona MSC Yacht Club con suite lussuose e spaziose crea la giusta tranquillità e discrezione che viene riservata ai clienti più esigenti.

La nave stessa diventa un’ambita meta culinaria, offrendo viaggi attraverso i sapori del mondo in un ambiente lussuoso e rilassante.