ABRUZZO IN BOLLA

L’Abruzzo si propone sempre di più come una terra capace di dare vita a spumanti emozionanti: lo conferma la seconda edizione di Abruzzo in Bolla, che ha visto la partecipazione di ben 27 cantine (il doppio rispetto all’anno precedente) a L’Aquila.

La tradizione spumantistica in questa regione risale al 1983, anno che viene indicato per il  primo rilascio di una licenza di vino spumante a un prodotto di una cantina di Giulianova. Sempre in provincia di Teramo continuarono gli esperimenti: sicuramente un territorio dove era consuetudine spumantizzare il vitigno montonico per il consumo familiare. L’introduzione del metodo Martinotti e della autoclave risale invece a circa venti anni fa.

Recentemente il Consorzio di tutela Vini d’Abruzzo ha creato IL marchio collettivo Trabocco per valorizzare gli spumanti prodotti con uve del territorio quali Trebbiano Abruzzese, Cococciola, Passerina, Pecorino, Montepulciano e Montonico, immessi sul mercato nelle versioni bianco e rosè.

L’evento, organizzato da Marco Signori – Virtù Quotidiane – è stato un trionfo di cultura, enogastronomia e passione. Grazie al progetto “L’Aquila Capitale della Cultura 2026” e al supporto del GAL Gran Sasso-Velino, l’intera giornata si è trasformata in una celebrazione unica, ricca di appuntamenti imperdibili.

Sotto il maestoso colonnato di Palazzo dell’Emiciclo e all’interno della tensostruttura elegante allestita nel piazzale antistante, si sono alternati momenti di approfondimento, degustazioni e spettacoli dal vivo. I banchi d’assaggio animati dalle 22 cantine più prestigiose dell’Abruzzo e di altre regioni italiane, hanno accompagnato i visitatori in un viaggio tra le bollicine: dalle microproduzioni artigianali fino ai grandi nomi del settore, con etichette di spumanti che vanno dal Metodo Classico a QUELLO Charmat.

Tra le novità più apprezzate di questa edizione, un angolo dedicato ai prodotti di quattro aziende eccellenti: Cioti, D’Alesio, Di Ubaldo e Illuminati, che hanno portato un tocco di freschezza con le loro creazioni di alta qualità.

Il programma dei talk ha preso il via con l’affascinante intervento di Marcella Pace su “Dalle cime agli abissi, gli affinamenti speciali dello spumante”, che ha visto protagonisti esperti di spumanti dalle zone montane fino alle profondità marine, come Bruno Carpitella di Vini d’Altura, Gianluca Grilli di Tenuta del Paguro, Paolo Leo, Pierluigi Lugano della Cantina Bisson e in collegamento Antonio Arrighi dall’isola d’Elba. A seguire è stato il turno di “Gli spumanti del Mezzogiorno e la (ri)scoperta dell’autoctono”, con contributi appassionati da produttori di Puglia, Sicilia e Campania e la conduzione di Serena Leo.

Non sono mancati momenti dedicati alla gastronomia, come lo show cooking a cura dell’Unione regionale cuochi, che ha deliziato il pubblico con creazioni culinarie uniche. E per gli amanti del caffè, la masterclass degli specialisti di Sca Italy ha offerto un viaggio tra i segreti della torrefazione artigianale aquilana.

Nelle fasi conclusive il talk “La bolla delle bolle: dove va la spumantizzazione italiana?”, moderato da Antonio Paolini, ha visto una partecipazione accesa da parte dei grandi nomi del settore, mentre il dibattito su “L’Abruzzo effervescente” ha esplorato le radici e il futuro del vino abruzzese, con figure chiave del panorama locale, come Alessandro Nicodemi e Emanuele Imprudente.

Tra gli appuntamenti più innovativi, la presentazione del metodo di analisi acustica del perlage, condotta da Tommaso Caporale, che ha affascinato gli appassionati di bollicine e curiosi, fino a condurli a una masterclass esclusiva. La kermesse si è chiusa in bellezza con Antonella Amodio e Fabio Riccio, che hanno condotto un incontro originale sull’abbinamento pizza e bollicine. Il tutto accompagnato dalla nuova pizza al padellino di Luca Cucciniello, lasciando un ricordo gustoso ai presenti.

Gran finale l’esibizione musicale straordinaria: i Railway Movement hanno creato un’atmosfera suggestiva con una miscela di dj set e improvvisazioni jazz dal vivo. L’evento ha anche visto la partecipazione delle principali associazioni sommelier, con un servizio impeccabile sia ai banchi d’assaggio che nelle masterclass. Tra i partner d’eccezione di questa edizione, Bormioli Luigi, Totani srl e Geo L’Aquila, insieme al prezioso sostegno di Marcantonio Beverage e altre aziende del settore.

Le aziende presenti: Biagi, Cantina Frentana, Casal Thaulero, Citra, Ciccone, Centorame, Contesa, Dora Sarchese, Faraone, Fausto Zazzara, Feudo Antico, La Quercia, Piandimare, Poderi Costantini, San Lorenzo, Tollo, Nododivino, Legonziano, Tenuta Ulisse, Vignamadre, Vigna di More e Vinco e, tra le novità di quest’anno, il corner collettivo nel quale erano presenti i prodotti di quattro aziende, Cioti, D’Alesio, Di Ubaldo e Illuminati.

Un successo che ha segnato un’altra tappa importante nel cammino di L’Aquila verso il titolo di Capitale della Cultura 2026, tra brindisi, cultura e tanta emozione: grande sarà quindi l’aspettativa per le prossimi edizioni di Abruzzo in Bolla.

Le Mortelle: un sogno di Maremma della dinastia Antinori

Nel cuore pulsante della Toscana, tra colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio, si snoda una storia di passione, tradizione e innovazione che dura da oltre sei secoli. È la famiglia Antinori, che ha trasformato l’arte di produrre vino in vera e propria leggenda. Immaginate di tornare indietro nel tempo, alla Firenze del 1385. Mentre Dante aveva scritto la sua Divina Commedia e qualche anno dopo Brunelleschi avrebbe progettato la cupola del Duomo, Giovanni di Piero Antinori dava vita a quella che sarebbe diventata una delle più longeve dinastie vinicole del mondo.

Per 26 generazioni, gli Antinori hanno custodito gelosamente i segreti della loro arte, trasmettendoli di padre in figlio come un prezioso tesoro. Negli anni ’70, quando il mondo del vino italiano sembrava cristallizzato in antiche consuetudini, Piero Antinori osò l’impensabile. Con audacia e visione, ideò il Tignanello, un vino che sfidava ogni convenzione. Fu uno shock per i puristi, una rivelazione per gli appassionati. Quel gesto audace non solo ridefinì il concetto di vino toscano ma aprì la strada a una nuova era di “Supertuscans”, elevando il prestigio dei vini italiani in tutto il mondo.

Oggi, sotto la guida del marchese e delle sue tre figlie – Albiera, Allegra e Alessia – l’impero Antinori si estende ben oltre i confini della Toscana. Dalle colline umbre alle valli californiane, dal Cile alle terre selvagge della Puglia.

Le Mortelle: un sogno di Maremma

Siamo in bassa Maremma nei pressi di Castiglione della Pescaia, un luogo dove il cielo azzurro si fonde con il mare cristallino, dove le colline dolci si inchinano gentilmente verso la costa, e dove l’aria è permeata dal profumo di macchia mediterranea e salsedine. Le Mortelle, un sogno diventato realtà, nasce tra le siepi di mirto che lo contraddistinguono.

Era il 1999 ed il richiamo di questa terra incontaminata era troppo forte per essere ignorato. In quei vigneti ancora da piantare, in quei terreni piantati a frutteto ricchi di minerali, Piero Antinori vide non solo un’opportunità, ma una sfida sotto forma di vigneti che oggi si estendono a perdita d’occhio: filari di Cabernet Sauvignon che si alternano al Cabernet Franc, parcelle di Syrah che dialogano con Vermentino, Carmenere e l’Ansonica.

Ma la vera magia si svela agli occhi quando si scende in cantina, esempio d’architettura e di ingegneria. Costruita nel 2012, è un tempio sotterraneo dedicato al vino, un luogo dove modernità e tradizione si fondono in un abbraccio perfetto. Immaginate di camminare tra barrique di rovere francese, mentre sopra di voi, invisibile ma presente, la vita della tenuta continua il suo corso.

Ampio e Poggio alle Nane sono il fiore all’occhiello della Tenuta. Ma Le Mortelle non è solo vino. È un progetto di sostenibilità, un esempio di come l’uomo possa dialogare con la natura senza sopraffarla. Pannelli solari che catturano l’energia del sole toscano, sistemi di climatizzazione naturale che sfruttano la freschezza della terra: ogni dettaglio è stato pensato per rispettare e valorizzare l’ambiente circostante.

Vengo accolto da Barbara Fredianelli, referente dell’azienda maremmana, che mi racconta della storia della cantina e mi descrive i vini espressione del territorio.

La degustazione

Vivia 2023

Il nome è un tributo ai vitigni che lo compongono: Vermentino, Viognier e Ansonica. Ma c’è di più: VIVIA è anche il nome della nipote del leggendario Marchese Piero Antinori, aggiungendo un tocco di storia familiare a ogni sorso. La prorompente sapidità sveglia i sensi con note di pesche bianche succose e invitanti. Un soffio di brezza marina porta con sé le nuance agrumate. E poi, come un ricordo d’infanzia, ecco sbocciare il profumo delicato della ginestra, che riempie l’aria di primavera per chiudere su mango maturo al palato.

Botrosecco 2022

Immaginate di percorrere un sentiero polveroso nella selvaggia Maremma toscana, il sole del tardo pomeriggio che filtra attraverso le fronde degli alberi secolari. Il vostro cammino vi porta a un antico fossato prosciugato, un “botro” come lo chiamano qui. Il nome “Botrosecco” evoca immediatamente immagini di una natura tenace, che resiste e prospera nonostante le avversità. L’aroma di frutta rossa matura avvolge come un abbraccio caldo, evocando ricordi di estati passate e promesse di momenti indimenticabili. Le note speziate danzano intorno a voi, stuzzicando i sensi e invitandovi a esplorare più a fondo. Al sorso le componenti dure e morbide si bilanciano con maestria, che si esaltano sulle erbe aromatiche tipiche della Maremma. Il profumo del rosmarino selvatico, del timo e della salvia che crescono spontanei tra le rocce e poi tabacco e cacao amaro in finem. Fermentazione in tini d’acciaio dove la temperatura è controllata e dodici mesi di paziente attesa in barrique di secondo e terzo passaggio.

Poggio alle Nane 2021

Colori, profumi e sapori che raccontano una storia di passione. Sensazioni che evocano la ricchezza di questa terra generosa. La struttura importante e complessa si rivela già al naso, echi dei grandi Supertuscan con un’impronta unica e inconfondibile. Immaginate la cura con cui ogni grappolo viene diraspato, la pazienza certosina nella selezione manuale dei migliori acini sul tavolo di cernita. Visualizzate i tini di acciaio tronco-conici sospesi dove avviene la fermentazione, un’opera d’ingegneria creata ad hoc per l’uso.

E poi sedici mesi di affinamento in barrique, per la maggior parte di primo passaggio, la “gemma” della produzione, che richiede tempo e attenzione per rivelare la sua vera essenza. Un compagno per le occasioni speciali.

Le Mortelle è un angolo di paradiso per gli amanti del vino, una delle stelle più belle della costellazione Antinori.

Il Cilento che non ti aspetti

Vivere nel Cilento. Bella impresa si direbbe, persi tra stradine, borghi antichi e usanze tipiche marinare. Eppure in quest’angolo di paradiso alberga un ritmo di vita forse unico al mondo, pari solo ai villaggi dei pescatori scandinavi e poco altro.

Festina lente pronunciavano i Romani: appropinquarsi con la giusta lentezza, il vero segreto di una lunga e serena esistenza. Quando lo stress del quotidiano pesa sulle nostre spalle, arriva un momento in cui l’assenza di responsabilità, di tensioni nervose e di voglia di sgomitare sul prossimo devono lasciare il posto alla quiete, al silenzio assordante di luoghi senza tempo e sapori senza confini, impregnati di storia e tradizione.

“Le vie del Cilento sono infinite”, parafrasando un celebre motto. Vengono persino utilizzate per sentieri religiosi come il Cammino di San Nilo, che conduce dalla Calabria alle sponde laziali di Grottaferrata ripercorrendo le tappe dei monaci eremiti bizantini. I viandanti e pellegrini dell’epoca ben conoscevano ante litteram i pregi delle terre d’origine della Dieta Mediterranea, celebrata secoli dopo dal biologo scrittore Ancel Keys.

Un entroterra quasi esoterico, ricco però di pietanze a base di sughi e carne, formaggi e salumi e tanti prodotti dell’orto. La Costa, invece, regno del pescato, in particolare dell’alice di menaica e sostenuta dai profumi mediterranei delle classiche erbe officinali, per dare un tocco di aroma e sostanza alle ricette.

Il riassunto ideale, tra mari e monti, lo si trova tra i sobborghi di Ceraso, all’Osteria del Notaro della famiglia Notaroberto con Augusto, la moglie e il figlio Stefano ai fornelli. Dalla mozzarella nella mortella, alla parmigiana bianca per finire con fiori di zucca fritti (senza ripieno come vuole la tradizione) e le alici proposte in frittella o “rinchiuppate”, ossia riempite di formaggio e pane raffermo, variabile a seconda del luogo in cui le si assaggia.

E poi la fetta di carne tipica locale, la melanzana al pomodoro, per chiudere poi in dolcezza con le pasterelle cilentane fritte con crema di castagne. Il cibo e il vino viaggiano di pari passo e l’offerta enologica è notevolmente ampia in Cilento, soprattutto quando a parlare sono due varietà cardine per la Campania: il Fiano per i bianchi, l’Aglianico per i rossi.

Suoli marnoso calcarei, con punte di argille lamellari che donano potenza e armonia ai vini, come quelli di Fattoria Albamarina di Mario Notaroberto, raffinato gourmand proprietario di ristoranti in Lussemburgo, con vasta esperienza nel commercio estero delle nostre eccellenze alimentari. Partendo dalle bollicine giocose de “L’Eremita”, passando per la suadente Falanghina “Etèl”, il Greco del “Nylos”, verso i due cavalli di razza del Fiano: “Valmezzana” (vinificato solo in acciaio) e l’ammiccante borgognone “Palimiento”, strutturato e denso come la varietà sa offrire.

Completano il quadro l’Aglianico del “Futos” e quello di “Agriddi”, una sorta di riserva che guarda alle scie tanniche taurasine, non dimenticando l’avvolgenza del Vulture. Vigne a strapiombo, cullate dal tramonto di un sole che tutto colora con luci soffuse, in mezzo a colline dalle verdi sfumature. Un emozionato Mario Notaroberto ci narra proprio delle origini del paese di Futani e della menzione grafica speciale tra le etichette dei suoi vini.

Dalle altezze di Ceraso sino alle propaggini di Pisciotta, seguiamo l’arte di chi, come Alessandro Amendola, vive il mare da protagonista con il frutto del proprio lavoro ricavato dalle reti artigianali dette “menaiche”, che pescano solo le alici più grandi preservando l’ecosistema per le generazioni future. Un procedimento di salagione e stagionatura simile ad altri magnifici territori campani; una moneta di scambio in passato, da barattare con le primizie contadine di chi viveva lontano dalle spiagge.

La giornata si chiude in barca sulla rotta di Palinuro e della celebre Grotta Azzurra, tra miti e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Un inatteso sapore di vita sana.

Ritorna “Yellow Night Party” da Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

Dopo il successo estivo imperdibili gli appuntamenti del 16 settembre e 12 ottobre 2024

L’autunno in Costiera Amalfitana profuma ancora di estate e si tinge di giallo con il ritorno dell’evento clou dell’anno: il Yellow Night Party. Dopo il grande successo delle edizioni estive di giugno, luglio e agosto, la serata più esclusiva della Costiera torna in due appuntamenti imperdibili: il 16 settembre e il 12 ottobre, presso l’iconico Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, situato nell’ex convento dei Cappuccini risalente al XIII secolo, con vista mozzafiato sul mare.

Le serate vogliono celebrare l’essenza della Costiera Amalfitana, rendendo omaggio al colore dell’oro e al suo simbolo per eccellenza: il limone Sfusato Amalfitano. Con un dress code interamente dedicato al giallo, i partecipanti saranno immersi in un’atmosfera magica, dove i sapori e i colori di questa terra straordinaria saranno i protagonisti. L’evento, aperto sia agli ospiti interni che esterni, regala un’esperienza indimenticabile: un incredibile show cooking realizzato dal Maestro Gino Sorbillo, che omaggia la regione Campania con pizze d’autore che valorizzano i migliori prodotti del territorio.

Inoltre, l’Executive Chef Claudio Lanuto delizierà i palati con una selezione di specialità locali: si inizierà con una ricca selezione di antipasti della tradizione, per continuare con gli iconici tagliolini al limone dello Chef, impreziositi dal profumo senza uguali del limone Sfusato Amalfitano. Si proseguirà con secondi piatti a base di pesce fresco, per concludere con un grande buffet di dolci, golosi bomboloni fritti con crema al limone, frutta fresca e gelati. Il tutto accompagnato da cocktail d’autore creati da esperti mixologist. Come già nelle precedenti serate estive ha trionfato, la protagonista sarà: la “Pizza del Convento”, una creazione che racchiude il meglio della tradizione e dell’innovazione culinaria. Unica nel suo genere, è realizzata con gli ingredienti della tradizione dei monaci, come l’impasto di farina di grani antichi, Alacce (presidio Slow Food), fiori di zucca, Polvere di Olive nere, Provola affumicata e sfusato Amalfitano.

Il Yellow Night Party, non solo è un’occasione speciale per vivere il fascino di Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel ma un vero e proprio evento di intrattenimento senza pari, che si svolgerà presso La Locanda della Canonica Pizzeria by Gino Sorbillo, una location d’eccezione situata vicino alla suggestiva Infinity Pool dell’albergo. Incastonata tra la roccia e i limoneti, questa cornice esclusiva offre una vista mozzafiato, rendendo l’atmosfera ancora più incantata. La serata sarà arricchita da performance artistiche, musica e, per concludere in bellezza, un suggestivo show con il fuoco. Un DJ set accompagnerà l’evento, invitando tutti a scatenarsi fino a mezzanotte sotto il cielo stellato.

La disponibilità dei posti è limitata ed è obbligatoria la prenotazione. Per informazioni e prenotazioni telefono 0898736711 e mail fb.conventodiamalfi@anantara-hotels.com
L’evento ha inizio alle ore 19:30 e richiede il dress code: giallo.

Ristorante Dei Cappuccini | Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel
Via Annunziatella, 46,
84011 Amalfi SA

Tutti in treno con Irpinia Express

Non c’erano fazzoletti sventolanti al binario 2 di Avellino centrale, quando venerdì 30 agosto è partito il treno storico Irpinia Express, ma l’emozione, il fascino, le suggestioni e le attese generate da quel vecchio convoglio a trazione diesel erano evidenti tra le molte persone a bordo. E’ cominciato così, il lento viaggio lungo la via ferrata che dal capoluogo irpino raggiungeva, un tempo, il capolinea pugliese di Rocchetta Sant’Antonio.

In compagnia di Alessandro Graziano di Visit Irpinia e chef Mirko Balzano direttore artistico di Irpinia Mood, la comitiva di ospiti, giornalisti, blogger, ristoratori, fotoreporter, operatori della comunicazione hanno percorso la prima parte della tratta che da Avellino descrive il cosiddetto Cammino di San Guglielmo.

Da sinistra chef Mirko Balzano e il sindaco di Montella Rizieri Rino Buonopane

Un verde mosaico di vigneti, oliveti, boschi cedui e castagneti tra loro incastonati tra i quali fanno capolino i borghi di Salza Irpina, Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Taurasi, Luogosano, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Castelfranci, Montemarano, Cassano Irpino fino alla tappa finale di Montella.

Lo storytelling degli albori della vecchia ferrovia, con l’intrigante correlata aneddotica, è stato tenuto dai volontari dell’Associazione InLocoMotivi che opera in supporto di Fondazione Ferrovie dello Stato mentre, insieme al caffè di benvenuto, venivano dispensate amorevoli coccole a base di pasticcini e croissant di Dolciarte, la rinomata pasticceria avellinese di Carmen Vecchione.

Il lento incedere del convoglio dagli allegri salottini cinabrici ha proiettato i partecipanti in una dimensione “sine tempore”, continuamente attratti da rapidi cambi di scenario, lunghe gallerie e numerosissimi ponti di intersezione dei binari con l’asta fluviale del Calore. Fino ai 35 metri di altezza del famoso ponte Principe, ardita costruzione in acciaio lunga oltre 280 metri, di realizzazione fine-ottocentesca su progetto ingegneristico della società Strade Ferrate del Mediterraneo.

L’arrivo a Montella, dopo oltre 90 minuti di viaggio per i pochissimi chilometri percorsi, ha evocato il fascino concettuale del “féstina lente”, apparente ossimoro latino: quell’affréttati lentamente del quale non siamo più capaci nel turbinio della nostra spasmodica quotidianità. Solo il tempo del trasbordo e dei ringraziamenti agli appassionati volontari di InLocoMotivi ed eccoci giunti, al cospetto di Gilberto Soriano (col suo fedelissimo e mansueto… attendente Dadà, l’asinello di casa) patron del bioparco di fattoria Rosabella che sorge a valle del Monte Accellica sviluppando lungo i rivoli sorgenti del fiume Calore.

Lungo la camminata per raggiungere la cascata della Madonnella Gilberto ha copiosamente dispensato preziose informazioni e curiosità su castagne e castagneti, biodiversità presente nel Parco, microclima e fauna dell’areale, servizi e funzioni del bioparco; al termine della piacevole escursione un ghiotto spuntino  a base di salumi e formaggi della casa accompagnati a un fresco bicchiere di Fiano o di corposo Aglianico irpini sono stati offerti come… amuse-bouche al pranzo che attendeva il gruppo di li a poco.

Solo il tempo di riprendere le navette con destinazione Casale del Monte ed ecco aprirsi un nuovo spettacolare panorama dal sagrato di Santa Maria della neve, un complesso monastico con annesso chiostro e romitorio realizzato, per successive stratificazioni storiche, a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Gli onori di casa, questa volta, sono toccati al Sindaco di Montella nonché Presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Rino Buonopane che, unitosi al gruppo, ha accompagnato i suoi ospiti fino al rientro in stazione FS del paese.

La bellezza mistica ed austera dei luoghi non ha affatto precluso al gusto di un ricchissimo buffet a base di ricette e preparazioni della tradizione popolare, magistralmente curato dal montellese Ristorante Zia Carmela. Indimenticabili, tra gli altri manicaretti, la zuppa di ceci e funghi porcini all’olio extravergine di ravece e il cannolo alla ricotta farcito all’istante.

La susseguente visita al romitorio è davvero imperdibile. Un sapiente lavoro di restauro e recupero funzionale ha avuto il pregio di valorizzare i luoghi esterni ed interni e le loro originarie funzioni, come nel caso delle ampie cucine, del chiostro, delle ancestrali toilette ad uso dei monaci e del locale con tetto a camino ove venivano essiccate, tramite affumicatura, le famose castagne del prete montellesi.

Proprio la castagna – massima espressione del genius loci montellese – è stata protagonista dell’ultima tappa del viaggio presso la antica e rinomata azienda castanicola di proprietà della famiglia Malerba. Il piccolo museo contadino aziendale e l’illustrazione del processo produttivo della castagna, prima in campo, poi nelle lunghe fasi di stoccaggio, lavorazione, conservazione, trasformazione ed uso gastronomico ha fatto da preludio all’assaggio del dolce frutto nelle sue numerose (dolci e salate) “interpretazioni”, non ultime l’originale liquore e la sorprendente produzione brassicola della birra alla castagna.

La tirannia del tempo che scorre, troppo veloce al cospetto di così tante ipnotiche suggestioni, ha obbligato la compagnia a salutare i propri straordinari ospiti per far rientro a Borgo ferrovia in Avellino. Non senza foto di gruppo di prammatica.

Brisighella Anima dei tre Colli: e “Brix” fu!

L’associazione Brisighella anima dei tre Colli presenta al pubblico la versione “Brix” di Romagna Albana Docg: un modo innovativo di raccontare il territorio.

Ne abbiamo parlato a più riprese e finalmente il momento è arrivato. L’Albana “Brix” ha sciolto gli indugi arrivando ai nastri di partenza per poter essere immessa in commercio. Possiamo dirlo subito, a scanso di equivoci: siamo di fronte all’ufficializzazione di una versione “Riserva”, un nuovo percorso per narrare le diverse anime dei vignaioli di Brisighella.

Un terroir altamente composito, che vede la suddivisione (per pura approssimazione) in tre areali contraddistinti ciascuno da suoli e fattori ambientali variegati. Non è stato semplice vista la notevole complessità dei terreni, delle esposizioni e, perché no, della mano dell’uomo in cantina. Proprio gli stili produttivi rappresentano, attualmente, l’unica vera incognita del racconto. Se possano divenire virtù od ostacoli alla crescita complessiva del comparto lo dovremo analizzare con il tempo e le future annate.

Di sicuro il mercato ci ha abituato ad una richiesta di maggior uniformità, anche a scapito del carattere del vino e del vigneron che lo produce. Segnali positivi, però, vengono dalla forte unità dello schema associativo, non l’unico presente nella fervente Romagna. Il Presidente, Cesare Gallegati, non nasconde la propria emozione: <<dietro al progetto c’è un gruppo affiatato di persone e amici che hanno deciso di credere in un sogno, quello di parlare del territorio a tutto tondo, non soltanto per la componente enologica per noi preminente, ma anche per le bellezze naturali, agricole e culturali di Brisighella>>.

L’unione fa la forza è il vero segreto di successo per fronteggiare le difficili sfide del futuro, attraverso i 3 simboli della cittadina medievale: la Torre dell’Orologio, a rappresentare lo scorrere del tempo, le terre fini miste tra sabbie gialle plioceniche e argille rosse-grigie-azzurre. La Rocca Manfrediana, avamposto difensivo, per la vena del gesso e il Santuario del Monticino con marne ed arenarie compatte.

Nord, Centro, Sud in parallelo ben suddivisi dalla linea sinuosa del fiume Lamone che ha lasciato ferite ancora visibili della tragica alluvione del 2023. Le 19 cantine scommettono sul fatto che non sarà l’unico Brix quello dell’Albana e che si potrà estendere la medesima idea anche al principe dei rossi, il Sangiovese.

A proposito di Albana, cosa prevede nel concreto il disciplinare interno sottoscritto per la produzione della nuova tipologia? Anzitutto l’identificazione dei vigneti da cui provengono le uve selezionate, il contenimento del potenziale alcolico a massimo 14° Vol., la macerazione sulle bucce massimo 24 ore, la fermentazione consigliata con successiva maturazione in barrique o tonneaux tra i 6 ed i 12 mesi e l’uscita in un unico giorno concordato di settembre dopo 24 mesi dalla vendemmia, di cui almeno 6 trascorsi in bottiglia.

La Masterclass di 8 espressioni di Albana Brix targate 2022 è stata preceduta, il giorno prima, da una cena di gala al Convento Emiliani di Fognano, curata dallo chef una Stella Michelin Gianluca Gorini, con piatti concepiti dalle materie prime uniche offerte dal luogo. Delle note degustative ai vini ne parlerà a breve il collega di redazione Matteo Paganelli.

TXAKOLI’ E PIXOS: identità dei Paesi Baschi

L’estate volge al termine, le vacanze sono ormai un ricordo ma le emozioni, i sapori, le risate, le scoperte sono ancora vividi. Ciò mi spinge a parlare di un Paese nel Paese con tradizioni culturali molto forti, paesaggi mozzafiato, una rinomata cucina e una lingua autoctona nata prima delle lingue romanze: I Paesi Baschi (in basco Euskadi; in spagnolo País Vasco), un mondo a sé nel nord della Spagna.

Fuori dalle rotte più gettonate, sono conosciuti per essere un territorio montuoso e selvaggio, con una costa frastagliata e un interno rigoglioso: spiagge incantevoli lungo la costa, montagne maestose, valli verdi e riserve naturali, che attirano gli amanti della natura e degli sport all’aria aperta (il surf la fa da padrone).

Un breve cenno, ci vorrebbero fiumi di parole per descriverle, sulle città basche che ho visitato: Bilbao, è la capitale culturale, una capitale mitteleuropea. Il Museo Guggenheim, la metro e il lungofiume sono esempi di una mirabile riqualificazione urbanistica che si contrappone alla città vecchia con le sue viuzze, i negozi variopinti, le piazze e le chiese, al mercato coperto de La Ribera con i banchi di pesce fresco, frutta e gastrobar dove gustare le prelibatezze locali.

Vitoria-Gasteiz ha puntato invece su una crescita compatibile con l’ambiente che l’ha fatta diventare nel 2012 capitale verde d’Europa, la città basca conserva un quartiere medievale in cui è possibile trovare innumerevoli luoghi dal sapore tradizionale.

San Sebastian una città elegante che vanta un’invidiabile posizione sulla baia de La Concha affacciata sul Mar Cantabrico, circondata da verdi montagne, con la romantica città vecchia ricca di angoli caratteristici e i tradizionali bar di pintxos da accompagnare con un bicchiere di Txakolì o di Sidra.

Ed è qui che volevo arrivare. Let’s start! Vi racconto dei Pintxos queste piccole prelibatezze, invitanti e gustosissime mini-porzioni (chiamate localmente raciones), stuzzichini costituiti da una fetta di pane (spesso baguette) accompagnata da uno o più ingredienti.

Il nome basco pintxo indica lo stuzzicadente che tiene insieme il tutto, non sempre usato però in tutte le pietanze servite. I pintxos sono assimilabili alle più famose tapas spagnole, ma differiscono da queste per l’elaborazione, la complessità nella realizzazione e l’utilizzo di una gran varietà di materie prime.

Tra gli ingredienti troviamo le acciughe che qui sono una vera prelibatezza, grosse e carnose, il pintxos Gilda è un classico, il primo a essere comparso sui banconi dei locali baschi: un peperone, un filetto di acciuga del Cantabrico e un’oliva manzanilla infilzati in uno stuzzicadenti. Il nome Gilda è stato dato in riferimento al personaggio principale del film Gilda, interpretato l’attrice Rita Hayworth nel 1946 poiché, come lei, era “salata, verde e un po’ piccante”.

Un’esperienza particolare è l’abbinamento con il Vermut De Grifo Zarro, elegante ed equilibrato che crea una combinazione perfetta con il gusto salato, ma raffinato delle acciughe. Ottimi pintxos anche quelli con i peperoni verdi più famosi dei Paesi Baschi (Pimientos de Gernika); quelli con il baccalà e quelli con il peperoncino di Ibarra (le piparras Ibarra) dalla pellicina sottile e dal sapore delicato. Se preferite invece sapori classici, il vostro palato sarà deliziato dai pixtos con lo jamón (proscitto) o con il queso (formaggio) ottimo se sciolto sulla fetta di pane.

A volte insieme a queste raciones vengono serviti anche piatti più tradizionali come la tortilla, una frittata di patate e cipolle che nella versione basca viene messa sulla fetta di pane, le crocchette ripiene di prosciutto e formaggio e diversi tipi di molluschi marinati o fritti.

Insomma è meraviglioso compartir la comida! (trad. condividere il cibo). Se poi al cibo abbiniamo il vino giusto, il gioco è fatto.

Un ottimo abbinamento è sicuramente un vino fortemente legato alla tradizione basca: il Txakolì (si pronucia Ciacolì), un vino leggero, fresco, leggermente frizzate e con una spiccata acidità dovuta al fatto che la vendemmia viene fatta quando gli acini sono ancora verdi. Un vino legato alla tradizione, a tempi lontani quando la produzione era prettamente casalinga, che sta facendo oggigiorno un grande salto di qualità grazie alle cantine che hanno investito in nuove tecnologie e al riconoscimento di tre Denominazioni di Origine: Álava, Getaria e Bizkaia. Le zone di coltivazione e produzione si trovano sia nell’entroterra che sulla costa nelle province di Vizcaya, Guipúzcoa e Álava, ciascuna associata a una delle tre denominazioni d’origine.

Il vitigno protagonista è, quasi sempre, l’Hondarrabi Zuri, vitigno autoctono che deve rappresentare almeno l’80% del blend, a cui si aggiungono Gros Manseng, Petit Courbu e Chardonnay. Esiste anche una versione rossa, con l’Hondarrabi Beltza, e la versione rosé. La vendemmia normalmente si svolge a metà settembre e il vino può essere venduto, secondo la legge, già a gennaio. Solitamente però si aspetta marzo per mettere in commercio la nuova annata.

Alla degustazione presenta profumi di frutta esotica, mela verde, agrumi e fresche note erbacee. Al palato si riconosce un’acidità ben integrata e un finale salino a ricordare la brezza marina.

Nelle zone di Álava, Vizcaya e Getaria non si produce solo il Txakolì, ma qui si trovano anche le Sagartoteche (sidrerie), cantine dove il sidro della zona, prodotto da mele locali, viene fatto maturare e conservato dentro grandi botti. Il sidro basco, chiamato anche sidra, ha una gradazione alcolica relativamente bassa ma potente sulla distanza, molto beverino, leggero e profumato invita alla beva, ma fate attenzione!

La coltivazione delle mele nei Paesi Baschi risale al Medioevo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela che attraversavano la zona, citano la presenza di infiniti meleti e il grande consumo di sidro. In questi territori si trovano diverse varietà di mele, che arrivano a maturazione da fine settembre a metà di novembre. La lavorazione prevede una scrupolosa selezione, il lavaggio, la spremitura per estrarre il succo, regolari filtraggi per togliere i residui e concentrare il succo per poi lasciarlo fermentare lentamente (anche dai tre ai cinque mesi).

La Sidra Natural Traditional dei Paesi Baschi al primo sorso ti lascia spiazzato, confuso, non è accomodante e rotonda come il sidro francese. All’inizio si distingue una pungente acidità che poi fa largo ai profumi della mela e a una dolcezza appena percepita che bilancia acidità e amaro. Nella parte finale un retrogusto fresco a pulire la bocca. Ottimo abbinamento con i pinxtos.

Sono stati giorni di scoperte enogastronomiche interessanti, esperienze fondamentali per immergersi in questo territorio che ha una storia importante e travagliata, regione ricca e fieramente indipendente che difende la propria cultura, una terra dove il verde delle montagne incontra il blu dell’oceano.

Montalcino: la degustazione dei vini di Camigliano

Vi abbiamo già parlato di Red Montalcino, l’evento creato per celebrare il Rosso di Montalcino in una terra che ha fatto la storia dell’enologia italiana (Red Montalcino: il Rosso di Montalcino festeggia i suoi primi 40 anni).

Mancava ancora un tassello al racconto, quello riguardante la storia di una famiglia, un borgo medievale e della cantina che degnamente lo rappresenta. Stiamo parlando della famiglia Ghezzi che gestisce l’azienda Camigliano dal 1957, anno di acquisizione dei poderi censiti nell’omonimo borgo rurale.

Silvia Ghezzi ci accoglie con la calma serafica di chi vive la quiete dello stare a contatto con la natura, i suoi silenzi, i suoi prodotti.

L’azienda viene raccontata dalle parole di Sergio Cantini, il direttore tecnico. Siamo in una zona di media collina, tra i 300 ed i 400 metri d’altitudine, con suoli profondi ricchi di sabbia, limo e argille. Giunti alla quarta generazione, la cantina rappresenta la storicità di Montalcino, con ben 95 ettari vitati di cui 50 iscritti a Brunello, per un totale di 200 mila bottiglie prodotte ogni anno.

La filosofia stilistica ha vissuto momenti di cambiamento, così come in tante altre Denominazioni d’Italia. Dai retaggi di un passato “nobiliare” in cui i vini erano frutto più di scelte empiriche sul campo che di corrette considerazioni tecniche, si è passati alla ricerca del mercato perfetto, con estrazioni e maturazioni all’epoca considerate invitanti, ma inapplicabili ai contesti attuali dalle temperature climatiche e potenze caloriche ormai fuori scala.

Bisognava, quindi, intervenire recuperando quelle agilità e quelle finezze di sapori un po’ smarrite nell’epoca dell’uso/abuso del legno e delle vendemmie posticipate. Un processo di snellezza simile ad una dieta accurata, che ha portato i suoi frutti con prodotti dinamici, dai tannini meno impegnativi seppur fitti (stiamo pur sempre parlando del Sangiovese).

La famiglia Ghezzi

E tutto ciò lo ritroviamo oggi nel calice, durante il momento degli assaggi nella caratteristica sala degustazione, accogliente quanto un salotto di casa. In etichetta il simbolo del dromedario, nato dalla leggenda che Camigliano fosse un luogo di templari nell’antichità. Il deserto, almeno metaforicamente, è arrivato con un vento di passione e di novità importanti.

La prima, senza dubbio, è il sorprendente Vermentino del Gamal annata 2023: salino, floreale e mediterraneo, senza opulenza e senza acidità costruite a tavolino per compensare eccessi di struttura che il varietale può offrire. Beva giocosa e buon allungo finale, duttile a tavola e nei momenti conviviali.

Scaldati i motori si parte con il Brunello di Montalcino 2019, ancora in fase di assestamento con la dovuta evoluzione in bottiglia che richiede la tipologia. Delineata e succosa la ciliegia, cala leggermente nel centro bocca e recupera nell’aggancio finale per la trama tannica elegante e saporita.

Il Brunello di Montalcino “Paesaggio inatteso” 2019 è una selezione piena, salina e materica. Tannini svolti da manuale, certamente più pronti rispetto alla versione base. Non nascondiamo altresì fiducia anche nello scorrere del tempo in cantina. Suadente la scia balsamica ed officinale con tocchi di salsedine sul finale da condurre davvero verso le dune sabbiose del mare.

Liguria: Cantine Levante una realtà nata tra le colline di Sestri Levante

Nel cuore della Liguria, a Sestri Levante, sorge un’azienda vinicola che incarna perfettamente l’essenza del territorio: Cantine Levante. Fondata nel 2010 da Luca De Paoli e Dorella Segarini, l’azienda ha saputo guadagnarsi in poco tempo un posto di rilievo nel panorama vitivinicolo della regione, grazie alla produzione di vini che riflette un attaccamento e una profonda connessione con la terra.

Luca De Paoli è un uomo dal tipico carattere ligure: schivo, riservato e dedito al lavoro. La sua è una personalità che non ama apparire, ma che preferisce far parlare i propri vini. Radicato profondamente nel territorio, Luca ha saputo trasformare il suo amore per la viticoltura in una realtà produttiva che oggi è apprezzata non solo dai suoi concittadini, ma anche dagli enoturisti che arrivano da ogni parte per scoprire i sapori autentici della regione.

Le vigne sono dislocate in punti panoramici delle colline che circondano Sestri Levante, offrendo una vista mozzafiato che spazia dal verde dei pendii al blu intenso del mare. Una delle vigne più suggestive è quella di Scimiscià, situata a picco sul mare, sopra il borgo di Cavi. Questa posizione privilegiata dona ai vini un carattere unico e regala anche agli occhi dei visitatori uno spettacolo naturale di rara bellezza.

La produzione di Cantine Levante si concentra su varietà tipiche del territorio, tra cui Vermentino, Bianchetta e Ciliegiolo, oltre al prezioso Scimiscià. Ogni vino esprime la tipicità del vitigno e la particolarità del terroir, dando vita a etichette che sono la sintesi perfetta tra tradizione e innovazione.

Ho recentemente avuto il piacere di degustare le nuove annate in commercio

Golfo del Tigullio Doc Bianchetta Genovese 2023: fermenta e affina in acciaio. Paglierino con bagliori verdolini, profilo olfattivo delicato, che si articola su profumi di biancospino, scorza di limone, mela verde. In bocca si apprezza la coerenza e la bevibilità e la bella chiusura sapida. Perfetto con acciughe fritte, focaccia al formaggio o torte di verdura.

Golfo del Tigullio Doc Scimiscià 2023: viene immesso in bottiglia renana. Colore paglierino vivido dai bagliori dorati. Al naso si percepiscono sentori di mela renetta, miele di castagno, acacia, erbe aromatiche. Il sorso è sicuramente ben equilibrato e si nota una buona persistenza. Si può pensare insieme a un cappon magro, piatto tipico ligure, o alle trofie di castagne con pesto.

Golfo del Tigullio Doc Vermentino 2023: vinificazione classica in acciaio. Il vino si offre nel calice con sentori di agrumi, acacia, rosmarino, maggiorana, salvia. L’assaggio è molto appagante, si nota la tipicità e la piacevolezza di beva. Chiude quasi salino. Pesce al forno alla ligure con olive e pinoli, buridda di seppie e pansoti alla salsa di noci.

“Anfore” è un bianco ottenuto da grappoli di Bianchetta Genovese provenienti dal podere a Verici, luogo ideale per far esprimere il meglio da questo vitigno. Dopo un periodo di fermentazione sulle bucce di circa 30 giorni, affina per due anni in anfore di terracotta. Nessuna chiarifica, né filtrazione, viene imbottigliato con l’aggiunta di una quantità minima di solforosa. Prodotto in circa 2000 esemplari. Bouquet che esprime caratteri di frutta secca, ginestra e cenni balsamici. In bocca mantiene una bella freschezza e risulta equilibrato. Abbinamento con formaggi non stagionati, carni bianche, piatti di pesce elaborati.

Golfo del Tigullio Doc Ciliegiolo 2023: Affascinante rubino di media intensità. Note succose di ciliegia, ribes, erbe mediterranea. In bocca si apprezza un tannino setoso e un finale di buona persistenza. Perfetto in abbinamento a zuppe di pesce.

Luca De Paoli non si è fermato alla sola produzione vinicola. Spinto dal desiderio di far conoscere sempre più i propri vini e quelli delle migliori cantine nazionali e internazionali, sta realizzando un sogno: l’apertura di un nuovo punto vendita separato dalla cantina. Questo spazio non sarà solo un negozio, ma anche un luogo di incontro e scoperta per appassionati di vino. Al suo interno, oltre alle referenze della cantina, si potranno trovare prestigiose etichette provenienti da tutta Italia e dall’estero, frutto di una selezione accurata.

Non mancherà, inoltre, una sala degustazioni, pensata per accogliere enoturisti e appassionati, offrendo loro l’opportunità di assaporare i vini in un contesto elegante e rilassato. Questo progetto rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso iniziato con amore e dedizione verso la terra, e che oggi si apre al mondo, senza mai perdere di vista le proprie radici. Cantine Levante è quindi più di una semplice cantina: è un punto di riferimento per chi cerca vini espressivi e autentici, che racchiudono in ogni bottiglia la storia e la bellezza della Liguria. Grazie all’impegno di Luca De Paoli, questa azienda ha saputo crescere, mantenendo sempre un legame profondo con il territorio, e oggi rappresenta una tappa imperdibile per chiunque voglia scoprire i sapori e i panorami di Sestri Levante.

Romagna: i vini di Tenute Bacana

Ogni buon appassionato di vini del proprio territorio è spesso incuriosito (e a volte prevenuto) alla presenza di nuove realtà. Si pensa che ormai nessuno abbia qualcosa di nuovo da offrire in un mondo vitivinicolo già dominato dai “big” storici.

Questo atteggiamento è comprensibile, soprattutto se consideriamo che molti ci provano, ma pochissimi riescono a emergere, e quei pochi pagano lo scotto dell’immaturità dei primi anni non avendo un background consolidato alle spalle.

Fortunatamente, noi “curiosi” cerchiamo di osare e trovare un equilibrio tra l’esplorare qualsiasi proposta e il restare unicamente nella zona di comfort. La nostra audacia viene ricompensata quando troviamo produttori come Filippo Poggi di Tenute Bacana.

Siamo a Villa Vezzano, una minuscola frazione di appena 300 anime, confinante con Tebano (Faenza) ma che fregiarsi di essere, seppur di poco, sotto il comune di Brisighella. Lo si capisce anche dai terreni variegati: argillo-ferrosi e sasso-sabbiosi, a seconda della particella, ma sempre con buone dosi di calcare, tipici della Brisighella “bassa”.

La storia di Tenute Bacana affonda le radici nel secondo dopoguerra, quando il nonno materno di Filippo, Angelo Liverani, coltivava viti nei poderi di famiglia. Come avveniva nella stragrande maggioranza dei casi di quell’epoca, l’uva veniva poi conferita alle Cooperative vitivinicole sociali, ad eccezione di quei grappoli riservati per produrre il “vino per la casa”.

Facciamo ora un salto avanti di almeno 70 anni. È il 2020, e in Italia imperversa l’epidemia di Covid-19. Filippo (classe 1998), stanco del suo lavoro di trasfertista per una nota azienda di packaging, decide che è arrivato il momento di provar a fare qualcosa di suo. In fondo lui le viti le ha sempre coltivate assieme al nonno e la passione non gli manca.

Parte l’esperimento non senza un pizzico di sana follia. Filippo dimostra audacia nel produrre, già il primo anno, 5.000 bottiglie di Sangiovese e 5.000 bottiglie di Albana. Senza un aiuto. Senza qualcuno che curasse la parte commerciale o il marketing. La sera, dopo il lavoro e nei weekend, caricava le bottiglie in macchina e bussava a tutti i locali e ristoranti della zona. Ed ha funzionato. Il vino riscuoteva così tanto successo che ogni volta tornava a casa senza bottiglie. Quell’anno fece il tutto esaurito e anche l’anno successivo e pure quello seguente.

Un successo che trova la sua chiave di volta in un prodotto genuino che si è ben guardato dallo scimmiottare qualcosa già esistente, aggiungendo quindi un tocco di personalità tramite il legame con i vitigni e il territorio. Il tutto condito da una grandissima dose di umiltà. Sì, perché Filippo è rimasto umile, continuando a fare un secondo lavoro, l’agente finanziario, in modo da potersi permettere di fare qualche investimento per vedere il nome di Tenute Bacana crescere Un’umiltà che dimostra nell’accogliermi a casa sua preparando tagliatelle al ragù della tradizione con l’entusiasmo di farmi assaggiare i suoi vini.

Albana 2023

Un sapiente di mix di una parte raccolta in leggero anticipo con criomacerazione per donare freschezza e una parte in vendemmia leggermente tardiva (fine settembre) per donare spessore, condite da sosta di 3 mesi sulle fecce fini.

Al naso regala un’esplosione di profumi, più che altro di fiori delicati come la camomilla ed erbe aromatiche come il rosmarino. La frutta, la classica albicocca, arriva solo dopo qualche olfazione. C’è spazio anche per tanta mineralità e per un finale su aromi di lavanda, talco e altre essenze floreali. In bocca è rotondo, masticabile. C’è concentrazione ed estratto senza risultare pesante.

Intento 2023

Eliminiamo subito la curiosità del nome riportato in etichetta (che fra l’altro è l’unico dato che Albana e Sangiovese non hanno ancora un nome). Il romagnolo ha l’intento di far grande il Trebbiano, da sempre bistrattato ed accostato al vino in brick. Inizialmente non era l’idea di Filippo, che con appena 15 quintali voleva conferirlo alla cantina sociale. Però quest’anno, complici altri impegni in vigna, l’ha lasciato lì fino alla prima settimana di ottobre, constatando che l’uva era perfetta. Ed ecco il primo tentativo di sole 2000 bottiglie proprio con questa annata, la 2023.

La presa al naso è più timida rispetto all’Albana. Un vino che vira sul vegetale fresco/mentolato. Frutta che ricorda pera, mela renetta e perché no, la giuggiola.

In bocca è materia pura. Cremoso, a tratti quasi da sorbetto. L’acidità purtroppo non prevale, ma c’è estrema sapidità a reggere la spalla delle durezze. Finale di bocca lungo e non amaro.

Piccola curiosità: esce in denominazione Brisighella Bianco.

Sangiovese 2022

Il colore è davvero invitante, quello “bello” del Sangiovese rosso carminio saturo e con buona trasparenza. Il naso è gracile e spinge a tratti su freschezza di mora, fragolina di bosco e nepitella, mentre il calore ci rimanda a una frutta leggermente macerata. In bocca l’alcool è ben integrato, con accenni di rotondità. Il sale dona un ottimo equilibrio. Manca un po’ di lunghezza ma il coup-de-nez finale rivela l’integrità aromatica riscontrata all’inizio. Da perfezionare.

Filippo, vorremmo davvero assaggiare questi vini fra qualche anno, ma se vendi sempre tutte le bottiglie attenderemo con piacere.