Arillo in Terrabianca, sogno di Toscana di Urs e Adriana Burkard

È un anno importante questo 2024, per la storia del Chianti Classico, poiché ricorre il centenario del Consorzio più antico d’Italia.

Nel cammino di tanta produzione vitivinicola, si inserisce dal 2019 la famiglia Burkard e il desiderio di Urs e Adriana di dar nuova vita e nuova relazione a tre anime distinte della Toscana. Arillo in Terrabianca è infatti un teorema vocazionale per tre tenute colme d’identità: il Chianti Classico a Radda con Terrabianca, la Maremma con Il Tesoro e la sua ispirazione avanguardistica, la Val d’Orcia a Colle Brezza con il percorso biologico e minimalista improntato a produzioni “boutique” e alla sostenibilità ambientale.

All’Hotel Rome Hilton Cavalieri di Roma, questi concetti sono stati celebrati in una serata dedicata alla presentazione di Arillo in Terrabianca e del suo “Teorema Toscano” che anima quest’azienda fortemente innovativa. L’introduzione e le parole di Daniela Scrobogna – FIS Fondazione Italiana Sommelier – hanno accompagnato una folta schiera di partecipanti alle degustazioni verticali di due vini epigoni dell’azienda e della sua rivitalizzazione: “Poggio Croce” Chianti Classico Riserva, e “Campaccio”, il Supertuscan di casa, tutti declinati nei vent’anni dal 2001 al 2021.

Fortissime le motivazioni organizzative e progettuali di Alberto Fusi, CEO dell’azienda e di Luano Benzi enologo di lungo corso di Arillo in Terrabianca. Introdotti alla sala da Dario Pettinelli, responsabile della comunicazione aziendale, hanno raccontato a corredo delle degustazioni ben 30 anni di territori, di evoluzioni dei vini, di ripensamento della viticultura in funzione di un intero ecosistema a garantire piena identità e, persino, modernità dei loro vini.

Da un’origine attenta ai vivai e i giusti cloni, improntata a estrazione, alcolicità e potenza, i vini di Arillo in Terrabianca hanno virato verso analisi minuziose della geologia delle tenute, assieme a una sempre più parca e attenta amministrazione delle acque. Fusi ha infatti illustrato come sia stata la centralità dell’agronomia, di concerto con la progressiva maggiore disponibilità di acque ben preservate, a determinare un intero salto quantico verso vini migliori e biologie dinamiche, con determinata attenzione alla Certificazione Equalitas.

In più, un’estensione perfino architettonica di questi concetti ha generato una cantina stato dell’arte disegnata dall’architetto Mario Botta, archistar svizzero tanto caro ai coniugi Burkard per aver sviluppato tridimensionalmente la loro visione di produzione e accoglienza verso i clienti.

I vini degustati hanno nettamente espresso questo cammino e questa visione. Al netto delle stagionalità e relative temperature e precipitazioni, ogni annata ha sempre più espresso in maniera riconoscibile nel tempo quella identità di territorio e quella leggerezza del Sangiovese rinvenibile tanto nel Chianti Classico quanto nel Supertuscan di casa.

Non solo un cambio della forma di allevamento, da cordone speronato a guyot, caratterizza la svolta della nuova proprietà e della sua squadra, ma il passaggio a rese minori in vigna e, in cantina, alla ricerca di maggior impatto aromatico, evitando la prevalenza del legno ma impiegando botti più piccole. I due vini degustati nelle annate dalla 2020 in entrambi i casi rivelano più eleganza, finezza e meno concentrazione.

La longevità è parimenti garantita, ma il transito da estrazioni muscolari e presenze eteree e austere, quasi marsalate, a bouquet di frutta e sottobosco, a tannini armonici e nobili rivolti al raggiungimento di quell’equilibrio di note che rende grande un vino in maniera internazionale.

È in particolare la trasformazione di Campaccio, da concetto austero e antico, informato di china e tabacco e sentori ferrosi, a un blend che include anche il Merlot dopo Cabernet Sauvignon e Sangiovese sempre dominante: non più concentrazioni difficili al food pairing, ma equilibrio e modernità distinti, dolcezze di gusto e spunti muscolari più suadenti.

Il cambio di direzione nel cammino è quindi evidente e manifesto. Arillo in Terrabianca guarda a produzioni, in purezza come in blend,  fatte di ricca mineralità in equilibrio con floreale e fruttato boschivo unici nel loro genere. Dal colore al finale, tanto Poggio Croce quanto Campaccio si ergono ad araldi della personalità e della rinnovata, più profonda e più innovativa identità.

I coniugi Burkard hanno realizzato una generazione di vini strutturati e profondi, ricchi di profumi e sfumature sensoriali, che contribuisce a spingere la Toscana al centro del panorama vinicolo internazionale.

La storia delle Viti a Piede Franco narrata dal Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco

Correva l’anno 1863 quando un insetto originario delle Americhe fece la sua comparsa in Europa a Pujaut, piccolo paese francese nel Gard, in Occitania. Nel giro di qualche decennio la Fillossera mise in ginocchio l’80% del patrimonio vinicolo europeo, cambiando di fatto non solo il panorama agricolo, ma anche l’assetto sociale del Vecchio Continente.

Molti furono i tentativi per debellare questo insetto, ma solo grazie al fondamentale contributo di Pierre Viala, si giunse alla soluzione che ancora oggi è alla base della moderna viticoltura: l’innesto della Vitis Vinifera europea su un ceppo di Vitis Berlandieri di provenienza americana. Parlare di viti a piede franco significa dunque parlare di viti che tuttora mantengono il piede originario della Vitis Vinifera europea e si riproducono per propagazione o talea.

Il Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, costituitosi pochi mesi fa e presto destinato a tramutarsi in associazione, si pone come obiettivo la salvaguardia del patrimonio viticolo a piede franco nel nostro Paese. Lo scorso 23 settembre, presso la sala cinese della Reggia di Portici, nel primo convegno La salvaguardia delle viti a piede franco organizzato con il patrocinio del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e introdotto da Identità Mediterranea, il Comitato ha presentato il proprio programma di lavoro, che si sostanzia in nove punti principali.

Da creare un elenco nazionale dei vigneti a piede franco a raccogliere fondi per la ricerca genetica viti a piede franco; da pensare ad itinerari turistico nazionali a creare una piattaforma internet che riunisca tutte le piccole realtà, individuando tutte le viti a piede Franco e numerandole, Infine, avviare le pratiche ministeriali per inserire in etichetta la dicitura Vino prodotto da vitigni a piede franco, organizzare manifestazioni/convegni a livello nazionale, formare un consiglio nazionale stabile con la creazione di un museo telematico sul piede franco.

Al convegno, oltre al Presidente del Comitato Silvano Ceolin e al Delegato del Comitato per la Campania Cosimo Orlacchio, sono intervenuti svariati professionisti del settore che hanno contribuito in maniera diversificata al dibattito: Giulio Caccaviello, agronomo; Ciro Verde, enologo; Riccardo Aversano, Professore di Genetica Agraria; Teresa Del Giudice, Professoressa di Economia Agraria Alimentare ed Estimo Rurale; Giovanna Sangiuolo, Giurista di diritto vitivinicolo.

“Non c’è alcun approccio critico nei confronti dei vini prodotti da viti a piede franco piuttosto che innestate”, ha commentato Ceolin nell’introduzione ai lavori, “l’intento è solo quello di salvaguardare un patrimonio storico”. Lo stesso Ceolin ha infatti definito le viti a piede franco come reduci di guerra, ognuna delle quali può raccontare una storia.

La scelta di organizzare il primo convegno del Comitato in Campania è dovuta al fatto che questa regione nel 1930, al picco dell’infestazione in Italia, insieme alle provincie di Frosinone e Rieti, risultava quella meno inficiata. Ancora oggi la Campania è tra le regioni che conservano il maggior numero di viti a piede franco. Tra le condizioni che hanno preservato il piede franco oltre a terreni sabbiosi e all’altitudine, ci sono anche i suoli di origine vulcanica, di cui la Campania – con il Vesuvio, i Campi Flegrei, il vulcano di Roccamonfina e Ischia – è ricca , ha spiegato Cosimo Orlacchio.

Al centro del dibattito è stato il tema della salvaguardia non solo delle viti a piede franco quale patrimonio storico ma anche quale patrimonio genetico al quale attingere per la ricerca in un’epoca in cui i cambiamenti climatici rappresentano forse la minaccia più importante per la moderna agricoltura, come ribadito sia da Giulio Caccaviello che da Riccardo Aversano.

Ciro Verde ha inoltre sottolineato come, vinificando col minor impatto enologico possibile da viti a piede franco radicate da decenni in un determinato suolo, è possibile restituire un prodotto totalmente identificativo del territorio.

Da sinistra il Presidente Silvano Ceolin e Gaetano Cataldo

Il Comitato, associato alla francese Franc de pieds, la più grande associazione che raggruppa viticoltori di viti a piede franco a livello mondiale, è stato incaricato di organizzare il prossimo convegno mondiale sulla viticoltura a piede franco, che si terrà a Napoli dal 22 al 24 gennaio 2025.

Al termine del convegno è seguita una degustazione di vini da viti a piede franco provenienti da diverse regioni italiane.

I VINI IN DEGUSTAZIONE

Piccà metodo ancestrale – 100% pecorino – Agriarquata

Surpicanum Marche IGT bianco 2021 – Agriarquata

Harmonia Falanghina Campi Flegrei DOC 2021 – Il IV miglio

Le Ghiarelle Lambrusco dell’Emilia IGT 2016 – Poderi Fiorini

Raije Carignano del Sulcis DOC 2021 – Azienda Agricola La Scogliera

Groppello di Revò IGT 2022 – Azienda Agricola El Zeremia

Vigna Le Nicchie 2018 – Prephilloxera tempranillo  IGT Toscana – Società Agricola Pietro Beconcini

Bruno Paillard presenta lo Champagne Extra-Brut Millesimé assemblage 2015, dégorgement 2022

Martedì primo ottobre è partito da Napoli il roadshow di presentazione del nuovo assemblaggio della maison Bruno Paillard: Champagne Extra-Brut Millesimé assemblage 2015, dégorgement 2022. 
Il ristorante una stella Michelin Aria Restaurant ha accolto la degustazione che è stata presentata e raccontata da Luca Cuzziol della Cuzziol grandi vini e da Alice Paillard figlia del fondatore della Maison che continua nello sviluppo del progetto originale. 

 La Maison Bruno Paillard è nata dal desiderio del suo fondatore di creare uno champagne molto differente dagli altri, uno champagne molto puro, uno champagne che sia prima di tutto un vino di assemblaggio, un assemblaggio anzitutto dei cru, delle uve, ma anche dei millesimi… con la costante volontà di cogliere la quintessenza della finezza e dell’eleganza all’interno del calice, “quando lo Champagne è servito con amore”.  

Situata a Reims, la Maison diChampagne Bruno Paillard veglia su un vigneto d’eccezione, esteso su 32 ettari di viti, divisi in 15 cru, di cui 12 classificati “Grand Cru”. Il vigneto riunisce i grandi terroir di Oger, Le Mesnil sur Oger, Cumières, Verzenay, nonché l’eccezionale Cru des Riceys situato a sud della Champagne. 

Ogni terroir è il frutto di una riflessione costante, che mira a selezionare solo l’uva migliore. Lo stile Bruno Paillard si basa su questa continua ricerca dell’eccellenza, perseguita attraverso una selezione intransigente. Per l’elaborazione dei suoi champagne, la Maison utilizza solo i succhi più puri della prima spremitura, infatti, si distingue per la grande varietà dei vini di riserva, che permettono di realizzare assemblaggi estremamente precisi di anno in anno.  

La Maison realizza invecchiamenti da due a quattro volte più lunghi di quanto richiesto dal disciplinare della denominazione. La Maison di Champagne Bruno Paillard è la prima nella sua regione ad indicare su ogni bottiglia la data della sboccatura rispettiva, garantendo così una massima trasparenza quanto all’origine e all’evoluzione del vino. 

L’Extra-Brut Millesimé assemblage 2015 è ottenuto esclusivamente dalla prima spremitura, la più pura, dei prestigiosi gran cru e premier cru di Pinot Noir (48%) e Chardonnay (42%), di cui il 25% sono vinificati in piccole botti di rovere antico a cui seguono 84 mesi di affinamento in cantina, compreso un minimo di 18 mesi di riposo dopo il dégorgement e un dosaggio finale di soli 4,5 g/l – così da sviluppare una sensazione di delicatezza e concentrazione servita da una persistente freschezza salina. 

Lo Champagne Assemblage Millesimé 2015 si presenta alla vista di un colore oro profondo, luccicante, effervescenza sostenuta. Al naso i primi aromi di fragole e fragoline di bosco, evolvono in cassis. L’arancia rossa e il pompelmo rosa si impongono progressivamente. All’areazione si dipanano note spinte di elicrisio e liquirizia, pepe di sichuan, accompagnate a sensazioni intense e concentrate. Al palato l’attacco vivo, a sua volta fruttato e salino. Sapori di scorza d’arancia candita, di frutta nera matura, portati da una trama potente. Il finale è lungo ed evolve verso la polvere di cacao e frutta secca. EMOZIONALE!

Extra-Brut Millesimé Assemblage 2015 dégorgement novembre 2022 Bruno Paillard  La presentazione è stata anche l’occasione per unire l’eleganza dello Champagne della Maison con l’eleganza e la perfezione dei piatti dello chef, una Stella Michelin, Paolo Barrale.

ARIA-NCINA  Ragù di manzo, spuma allo zafferano, riso soffiato con Extra-Brut Première Cuvée Bruno Paillard. 

UNA PASTA E PATATE AL MARE  Bottoni farciti di patate, provola, bisque d’astice con Extra-Brut Millesimé Assemblage 2015 dégorgement novembre 2022 Bruno Paillard.

Bodegas Salado: tutta l’Andalusia in un calice

Siviglia, città del Flamenco e della Corrida, è una miscellanea di culture avvicendatesi in una terra unica e affascinante. Ma Siviglia è anche la capitale dell’Andalusia, rinomata non solo per il suo patrimonio culturale e architettonico, ma anche per la tradizione vitivinicola.

A Umbrete la strada mi porta a visitare Bodegas Salado, cantina bellissima dalla tradizione familiare che risale alla fine del 1800. La calorosa accoglienza mi fa sentire da subito a mio agio. L’enologo ci introduce nella coorte interna, circondata da muri di un bianco candido e, attraversato un cancello in ferro battuto, si entra nel cuore della Bodegas.

Tra bouganvillea dai fiori sgargianti e barrique impilate l’una sull’altra a formare la piramide del Metodo Solera, si passa attraverso la storia di famiglia con le antiche usanze e gli strumenti per la vinificazione utilizzati nel passato. Dalle testimonianze fotografiche si passa all’attuale processo di vinificazione con tutti i passaggi: dalla raccolta dell’uva, alla pressatura soffice, alla fermentazione in acciaio, e infine l’affinamento in legno. Nonostante io non conosca bene il castigliano, riesco a comprendere i racconti di Fran León, Sommelier Responsabile della Comunicazione aziendale, che mi spiega nel dettaglio i processi produttivi.

Sono passati più di 200 anni da quando Don Ramón Salado fondò le cantine nel 1810. Da allora, Bodegas Salado è rimasta nelle mani della famiglia. Siamo già alla sesta generazione! Una tenuta strategica: Las Yeguas, situata nell’Aljarafe sivigliano su terreni di albariza: qui da decenni viene coltivata con cura la varietà di uva autoctona sivigliana: la Garrido Fino. Una varietà che negli anni è  stata espiantata praticamente ovunque, mentre a Bodegas Salado è stata preservata, preservando così la propria identità.

Valorizzando la Garrido Fino, con essa è stato prodotto il primo spumante sivigliano, Umbretum, premiato come miglior vino in assoluto di Siviglia. I vini di Siviglia si abbinano perfettamente con la cucina locale. Il Garrito Fino è un abbinamento eccellente con lo Jamón ibérico, il famoso prosciutto spagnolo, le olive e i piatti di pesce come le sardine alla griglia. L’Amontillado e l’Oloroso si sposano bene con piatti di carne e formaggi stagionati, mentre il Pedro Ximénez è ideale con dolci a base di mandorle o cioccolato.

Cura e attenzione ai dettagli, sostenibilità e rispetto per il territorio, sono la filosofia dei Salado che da sempre adottano pratiche sostenibili e rispettose per l’ambiente. Il contatto diretto con i produttori consente ai consumatori di conoscere meglio il processo produttivo e di apprezzare appieno la passione e l’impegno che stanno dietro ogni bottiglia. Alla Bodegas Salado ho avuto  la percezione della tipica cantina a conduzione familiare che rappresenta un patrimonio culturale e vitivinicolo di grande valore, caratterizzato da tradizione, qualità, sostenibilità e un forte legame con il territorio e la comunità locale.

Vino Fino o Garrido Fino, é un tipo di vino morbido, chiaro e leggero, molto apprezzato e consumato a Siviglia. La degustazione di M de Salado è un bianco macerato non filtrato che si presenta volutamente con deposito sul fondo e regala profumi di pesca e frutta esotica. Vino immediato, piacevole e beverino.

Finca Las Yeguas 2022, uva Garrido Fino con una gradazione di 12º Vol. è limpido e brillante, con affascinanti riflessi verdognoli e delicate sfumature dorate. Al naso, è caratterizzato da intense note di frutta verde e gialla, evocando la dolcezza e freschezza della pera Conference, arricchite da eleganti sentori tostati e affumicati, frutto del passaggio in legno. Il finale olfattivo è minerale, espressione tipica del suolo albariza.

E poi è il momento di UMBRETUM 1810, spumante a base di Garrido Fino in purezza, vinificato con metodo ancestrale. Con una gradazione di 11,5º, si presenta con un’elegante livrea gialla dorata, arricchita da brillanti riflessi verdognoli. La sua leggera torbidità, dovuta all’assenza di un filtraggio estremo, ne sottolinea l’autenticità. Al naso, regala una sinfonia aromatica spensierata e vivace, che richiama l’essenza di un vino andaluso coltivato su terreni di alberese. Le note di frutta matura si mescolano armoniosamente con sentori minerali e speziati, seguiti da delicati profumi di pasticceria, scorza di pompelmo, fiori bianchi, miele, e accenni di tostatura e affumicatura. In bocca l’ingresso è setoso, rivelando un vino ampio e avvolgente.

La visita a Bodegas Salado è stata un’esperienza straordinaria, capace di svelare un angolo affascinante della Spagna. Passeggiare tra i vigneti, assaporare i profumi intensi del terroir e scoprire le tecniche di vinificazione tramandate di generazione in generazione è stato un viaggio sensoriale unico.

L’Italia del Pinot Nero: a Roma l’evento dedicato al re internazionale dei vini rossi

Comunicato Stampa

Il 27 e 28 ottobre le due giornate in programma al Belstay Hotel. Il Pinot Nero rappresenta da sempre una sfida per i viticoltori ma anche una grande ricompensa per gli intenditori: conosciuto per la sua complessità e delicatezza, è considerata l’uva a bacca rossa più pregiata al mondo e la Capitale si prepara a celebrare questa antica varietà. “L’Italia del Pinot Nero” andrà in scena al Belstay Hotel (via Bogliasco 27, 00165, Roma) i prossimi 27 e 28 ottobre 2024: l’evento organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere che nei mesi scorsi ha pubblicato anche la Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia 2024 (disponibile qui), si svolgerà in due giornate che vedranno protagonisti circa 40 produttori, che presenteranno i loro vini (non solo il Pinot Nero) ad operatori del settore (ristoratori, enotecari, agenti etc.), giornalisti, wine lovers, appassionati e sommelier.

Si inizia domenica 27 ottobre alle 10:30con la degustazione tecnica con alcuni posti riservati alla stampa e agli operatori, dal titolo “Il giro d’Italia attraverso il Pinot Nero” e guidata dai giornalisti di Vinodabere Antonio Paolini e Maurizio Valeriani e dal critico enogastronomico Dario Cappelloni (DoctorWine). Si proseguirà nel pomeriggio con l’apertura dei banchi di assaggio riservati alla stampa, operatori e sommelier (dalle 14 alle 16) e poi dalle 16 alle 20 aperti al pubblico. Il lunedì 28 ottobre si riprende dalle 10 alle 18:30 con un’altra giornata di assaggi dedicati al Pinot Noir ed alle altre referenze che i produttori porteranno in degustazione.

Tutti i dettagli saranno resi disponibili sul sito del magazine enogastronomico (qui).

“Aria di mare Profumo di vino”: sapori e profumi si incontrano sul Golfo di Gaeta

L’evento “Aria di mare Profumo di Vino”, giunto alla sua ottava edizione, ha aperto le porte a una selezione accurata di produttori vinicoli e ristoratori del Lazio meridionale.

Roberto Perrone, l’organizzatore dell’evento, ha deciso quest’anno di dare un tocco più intimo e conviviale alla manifestazione. “Volevamo creare un’atmosfera dove le persone potessero davvero connettersi, condividere e apprezzare la qualità dei prodotti”, ha spiegato Perrone intervistato. “Negli anni precedenti, l’evento era cresciuto molto, ma sentivamo che era il momento di tornare alle origini, di dare più spazio alle interazioni personali e alla scoperta dei sapori in un contesto più raccolto.”

E quale location migliore dello storico Grand Hotel Miramare di Formia, con vista mozzafiato sul Golfo di Gaeta, che ha fornito lo sfondo perfetto per questa celebrazione dei sensi. I partecipanti hanno potuto godere non solo dei sapori e dei profumi offerti, ma anche della bellezza del paesaggio circostante.

La parola d’ordine dell’evento è stata “Qualità”, e si è vista in ogni dettaglio. Dai vini accuratamente selezionati alle prelibatezze gastronomiche; i bianchi frizzanti e freschi, perfetti per accompagnare i piatti di pesce e rossi strutturati e corposi, ideali per le carni e i formaggi stagionati. Roberto Perrone si è avvalso della professionalità di Giovanni D’Andrea noto come John Wine, che è anche il nome della sua azienda di distribuzione vini e prodotti gastronomici.

I ristoratori, dal canto loro, hanno dato prova della loro creatività e maestria culinaria, presentando piatti che esaltavano le materie prime locali. Particolare attenzione è stata data ai prodotti del mare, in omaggio alla location costiera dell’evento. Antipasti di crudo di pesce, primi piatti con frutti di mare freschi, e secondi che combinavano sapientemente i sapori del mare con quelli della terra hanno deliziato i partecipanti.

Ma non solo pesce: la gastronomia del Lazio meridionale è ricca e variegata, e l’evento ha dato spazio anche alle specialità dell’entroterra. Formaggi artigianali, salumi di produzione locale, e piatti della tradizione contadina rivisitati in chiave moderna hanno completato l’offerta culinaria, creando un ponte tra passato e presente, tra tradizione e innovazione.

Formia, ultima frontiera del Lazio verso sud (o la prima per chi arriva dalla Campania), si è rivelata la cornice perfetta per questo incontro di sapori. Terra di passaggio sin dall’antichità, crocevia tra mare, entroterra e Roma, ha offerto uno sfondo storico e culturale unico all’evento. “Aria di mare Profumo di Vino” ha incoraggiato l’interazione diretta tra produttori, chef e appassionati.

L’evento non si è limitato solo alla degustazione. Nel corso della giornata, sono stati organizzati anche dei mini-workshop e delle presentazioni, dove produttori e chef hanno condiviso i segreti del loro mestiere. Il cuore della manifestazione è stata la Masterclass su Champagne Encry, una degustazione di gran livello in cui oltre ad assaggiare il famoso vino, è stato possibile ascoltare dalla voce di Enrico Baldin il racconto di come è diventato produttore di Champagne.

Quattro i vini in degustazione serviti dalla sommelier Simona Marricco:

  • Champagne ENCRY EXTRA BRUT BLANC DE BLANC MATIÈRE GRAND CRU
  • Champagne ENCRY ROSÈ BRUT NUANCES GRAND CRU
  • Champagne ENCRY BRUT GOLD BLANC DE BLANC NAISSANCE GRAND CRU
  • Champagne ENCRYBRUT BLANC ET NOIR RÉVERIE GRAND CRU

Tra le aziende partecipanti agli stand, ho inoltre provato:

VIGNE TONICHE – Nel cuore di Esperia, un piccolo borgo in provincia di Frosinone, la cantina Vigne Toniche racconta una storia di passione e tradizione. Stefania e Roberto Vallone, insieme al loro padre, hanno ereditato vigne vecchie di oltre un secolo, tramandate dal nonno. Tra queste filari si nasconde un tesoro enologico: due vitigni autoctoni quasi scomparsi, il Reale e il Raspato di Esperia.

Varietà che rischiavano di svanire per sempre, ma grazie alla dedizione della famiglia Vallone sono stati riscoperti e riportati alla luce prima che l’oblio li avvolgesse completamente. Oggi, Vigne Toniche è un simbolo di resilienza, un ponte tra il passato e il futuro, che celebra l’unicità del territorio con vini autentici, legati alla storia millenaria di questa terra.

HUMAN WINE cronimo che sta per Harmonic Union Man And Nature e produce vini sostenibili e biodinamici. Una filosofia naturale che si esprime in modo divertente sulle etichette che sono opere d’arte.

IZZI LIQUORI – Riccardo e Alessandro Izzi hanno portato l’innovazione nella tradizione familiare di 4 generazioni che risale al 1903. I nostri 4 liquori vantano grandi proprietà toniche e digestive, con un sapore autentico che non necessita di zuccheri aggiunti per esaltarne le proprietà aromatiche e benefiche. Tradizione e ricette segrete sono alla base del successo dei liquori Izzi. 

ALBERTO GIACOBBE – Nel cuore della campagna laziale, precisamente a Olevano Romano, Alberto Giacobbe, giovane e appassionato produttore, sta catturando l’attenzione degli enofili con i suoi vini che raccontano storia e terroir. Giacobbe si distingue per la produzione di tre vini di alta qualità con ben sette etichette.

Guardando al futuro, Roberto Perrone ha anticipato che l’edizione del prossimo anno promette di essere ancora più speciale, con l’introduzione di nuove attività e collaborazioni che metteranno ancora di più in luce le eccellenze del territorio. “Vogliamo continuare a crescere, ma sempre mantenendo quello spirito di convivialità e attenzione alla qualità che ci contraddistingue,” ha affermato.

“A Montefalco”: terra di grandi promesse

Dai tempi di Federico II di Svevia il mondo è cambiato. Eppure a Montefalco tutto sembra essere immutato, mentre si passeggia tra le vie del borgo medievale. Coccorone veniva chiamato in epoca tardo romana, un tipico castrum militare che presidiava dalla collina le vallate circostanti. Il cuore (anzi la ringhiera) dell’Umbria volge il suo sguardo verso la modernità e il futuro, da un areale che non è immenso rispetto ai grandi rivali del mercato.

Lo fa in sordina, con la calma necessaria che sembra non essere mai troppa. Lo fa con prodotti, parliamo di vino naturalmente, unici nel panorama enologico italiano: Sagrantino e Trebbiano Spoletino. Ogni anno, giunti quasi all’inizio dell’invaiatura, si celebra il rituale approfondimento organizzato dal Consorzio Tutela Vini Montefalco, in collaborazione con l’agenzia di comunicazione Miriade & Partners.

Giornalisti e blogger provenienti da ogni parte del globo arrivano a conoscere la valutazione della nuova annata di Montefalco Sagrantino che verrà posta di lì a poco in commercio e, soprattutto, a scoprire un territorio affascinante, ricco di sorprese. La storia passa tra le mani di nomi evocativi delle famiglie presenti: Caprai, Antonelli, Bartoloni, Tabarrini, Adanti, Romanelli, tanto per citarne alcuni.

Sono una settantina i produttori vitivinicoli iscritti al Consorzio, ai quali si sono aggiungono altri 29 dalla fusione con i vicini di casa di Spoleto. Un totale pari a circa 2,5 milioni di bottiglie annue, un numero contenuto che non potrà soddisfare la “sete di conoscenza” di ogni Continente, ma che, parere del sottoscritto, rappresenta una virtù nel rappresentare il comparto come una piccola nicchia di qualità in continua ascesa.

E le conferme arrivano dal sistema di valutazione dell’Anteprima “A Montefalco”, ormai consolidate non solo con la menzione delle celebri “stelle”, bensì con l’introduzione di un punteggio indicativo che crea legittime aspettative anche in fase di vendite. L’annata 2020 del Montefalco Sagrantino ha ottenuto, parole del giornalista Walter Speller, 5 stelle con 96/100 e grande eleganza. Un valore non indifferente per un vino che ha fatto della trama tannica scalpitante (a volte impegnativa) il suo marchio di fabbrica. Sembra che il cambiamento climatico abbia apportato qui qualche piccolo beneficio in termini di maturazioni polifenoliche. Ciò che un tempo era praticamente indomabile, se non con lustri di riposo in bottiglia, appare adesso godibile appieno già in gioventù pur preservando il carattere e l’identità del varietale.

Un calice di Montefalco Sagrantino fa la differenza tra una serata anonima ed una giocosa, tra la noia di prodotti ormai stereotipati di cui le carte dei ristoranti sono pieni e ciò che può dare una ventata rinfrescante. Un vino che difficilmente ti capita di dimenticare, pur maltrattato in passato con politiche espansioniste non in linea con il vero potenziale che poteva esprimere.

Molti si ricordano delle astringenze tenaci e irsute che hanno dato un’immagine sbagliata rispetto a quella attuale, fatta di ricordi di bosco, spezie nobili e tocchi di liquirizia e macchia mediterranea. Ovvio che la mano di chi lo cura con amore e le nuove tecnologie in campo e in vigna hanno fatto parimenti la differenza, ma c’è di più: la caparbietà di un popolo fiero e l’umiltà di saper ascoltare anche i pareri negativi degli esterni. Cosa rara credetemi. Paolo Bartoloni, neo presidente del Consorzio di Tutela, esprime così la sua soddisfazione per i risultati raggiunti.

E se non bastasse a toccare le corde degli appassionanti, ecco l’arrivo di recente del Trebbiano Spoletino – o semplicemente “Spoletino” – varietà autoctona rivalutata un po’ per caso e un po’, come narra la leggenda, da Giampaolo Tabarrini che nel suo “Adarmando” ha voluto dimostrare le mille sfaccettature e la longevità di uno dei migliori vini bianchi d’Italia. La visita nella cantina avveniristica, i tre cru di Sagrantino e lo spirito combattente del titolare valgono di per sé il prezzo del viaggio.

Una passione che si ritrova anche in Devis Romanelli, figlio d’arte, nell’etichetta “Le Tese” e nel saggio utilizzo dell’estrazione delle componenti aromatiche a contatto con le bucce per oltre 60 giorni. O nei contenitori inerti di ceramica utilizzati da Filippo Antonelli di Antonelli San Marco per il “Vigna Tonda” finalmente arrivato dopo la ricostituzione di un antico e inusuale vigneto dalla forma circolare.

Da quando Arnaldo Caprai dell’azienda omonima, Lodovico Mattoni di Terre de’ Trinci e successivamente Alvaro Palini, consulente di Adanti, hanno cominciato negli anni ’70 e ’80 a valorizzare Sagrantino in versione “secco” e non passito, tramandato invece di generazione in generazione quale vino per la merenda pasquale, i passi sono stati giganteschi. Per guardare al futuro non dobbiamo dimenticare proprio gli artefici del passato, che hanno portato sulle spalle il peso di un territorio semi sconosciuto.

Che dire persino dell’unica cantina-scultura presente al mondo, opera dell’artista Arnaldo Pomodoro su commissione dei Lunelli di Tenuta Castelbuono. Un autentico “Carapace” atto a simboleggiare la resilienza e l’amore che la più importante dinastia delle bollicine nostrane ha voluto infondere nella terre fertili di Montefalco. La bottaia sotterranea da cui si accede con una larga scala a chiocciola ben riprende il concetto di festina lente, dell’avvicinarsi con lentezza alla meta, aderente metafora dei movimenti di una tartaruga.

Colpiscono le visioni moderne ed eleganti dei campioni proposti da Tenuta Bellafonte, Bocale, Briziarelli, Colsanto ed Ilaria Cocco giovane wine maker appartenente alle “quote rosa” ancora poco numerose, con mia personale amarezza, nel comparto vitivinicolo.

Il tempo stringe e non basterebbero giorni per finire il discorso. Abbiamo dovuto omettere di menzionare le versioni Montefalco Rosso e Montefalco Rosso Riserva, dove il Sangiovese umbro sa domare la vivacità del Sagrantino: l’entry level certamente adatto per chi volesse avvicinarsi ad un mondo meraviglioso.

Lo faremo con le video interviste montate da Federico Ferraro e dallo staff di redazione nella nostra playlist, con tutti i protagonisti visitati durante il tour “A Montefalco”. Buona visione.

Napoli: primo convegno nazionale del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco

Comunicato Stampa

Lunedi 23 settembre 2024 si terrà nella sala cinese di Portici del Dipartimento di Agraria dell’università Federico il primo Convegno Nazionale del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco.

Un appuntamento importante per i produttori vitivinicoli e gli studiosi che interagiscono con l’importante patrimonio vitivinicolo italiano scampato alla fillossera.

Il “Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco” è la prima e unica associazione in Italia di protezione, custodia e salvaguardia delle viti franche di piede.

Per vite a piede franco si intende una vite con radici proprie, non ibrida e non innestata. Il ‘’piede’’ è la radice della vite, ‘’franco’’ poiché esentato da vincoli e libero.

Nato nell’aprile 2024 è composto da sommelier, storici, scienziati, viticoltori e appassionati al mondo del vino, in particolare quello prefillossera.

Il Comitato ha lo scopo di valorizzare, sviluppare e promuovere azioni atte a rilanciare storicamente, turisticamente e culturalmente il patrimonio vitivinicolo poco conosciuto o totalmente dimenticato prefillosserico.

Il suo compito oltre a divulgare la conoscenza dell’esistenza dei vitigni scampati all’infestazione della fillossera dalla fine dell’Ottocento, è quello di dare voce e visibilità alle rare realtà italiane che con tanta tenacia tengono in piedi un pezzo della storia vitivinicola del paese.

Le viti franche di piede sono piuttosto rare in Europa.

Il motivo risale alla seconda metà dell’800 quando un temibile afide, la fillossera, fece la sua comparsa nel continente europeo, trasportato via nave su piante contaminate provenienti dall’America del nord.

La fillossera si diffuse rapidamente in tutti i vigneti causando danni sia a livello fogliare che radicale, ostruendo il passaggio dei principi nutritivi e portando lentamente alla morte della pianta.

Non trovandone una cura, al fine di scongiurare la totale distruzione del patrimonio vitivinicolo europeo, si innestarono le nuove barbatelle di vite europea su radici americane (immuni alla fillossera).

Pochi sono stati i vigneti risparmiati dal flagello, gli unici salvi infatti furono quelli su terreni sabbiosi, nei quali il parassita non riesce a riprodursi, oppure a quote elevate, oltre i 1000 metri s.l.m., dove le basse temperature impediscono alla fillossera di sopravvivere, o ancora, su terreni vulcanici.

In Italia, grazie a condizioni favorevoli diversi vitigni sono scampati al flagello, tuttavia si tratta di realtà gestite da piccoli o grandi viticoltori che impiegano energie importanti per tutelare le vigne storiche che necessitano di attenzioni diverse rispetto agli impianti innestati più giovani.

Quanto però sia importante tutelare le piante che oltre a rappresentare esempi di resilienza e patrimonio storico, esempio di biodiversità, sarà oggetto di discussione del Convegno di Napoli.

Relatori della giornata saranno genetisti ed esperti di patologia della pianta, giuristi, agronomi, enologi, sommelier e il presidente del comitato e il delegato Campania che moderati da Adele Munaretto, divulgatrice enogastronomica e vicepresidente del comitato e Gaetano Cataldo, presidente di Identità Mediterranea e miglior sommelier 2023 dal Merano Wine Fest, coordineranno la discussione, analizzando i vari punti di vista e le prospettive dei tavoli tecnici istituiti dal comitato.

 Appuntamento dunque, aperto al pubblico, lunedì 23 settembre 2024 ore 9:00 presso la sala cinese della Reggia di Portici in via Università 100. Al termine dei lavori previsti per le 13:00 per i relatori presso il MAAV verrà offerta una  degustazione di vini dei vitigni a piede franco dei produttori italiani associati al comitato. Partecipazione, quest’ultima prevista solo su invito.

Ufficio Stampa

Comitato Italiano Tutela Piede Franco

Adele Munaretto

cell: 3392799736

comitatoitalianopiedefranco@gmail.com

ABRUZZO IN BOLLA

L’Abruzzo si propone sempre di più come una terra capace di dare vita a spumanti emozionanti: lo conferma la seconda edizione di Abruzzo in Bolla, che ha visto la partecipazione di ben 27 cantine (il doppio rispetto all’anno precedente) a L’Aquila.

La tradizione spumantistica in questa regione risale al 1983, anno che viene indicato per il  primo rilascio di una licenza di vino spumante a un prodotto di una cantina di Giulianova. Sempre in provincia di Teramo continuarono gli esperimenti: sicuramente un territorio dove era consuetudine spumantizzare il vitigno montonico per il consumo familiare. L’introduzione del metodo Martinotti e della autoclave risale invece a circa venti anni fa.

Recentemente il Consorzio di tutela Vini d’Abruzzo ha creato IL marchio collettivo Trabocco per valorizzare gli spumanti prodotti con uve del territorio quali Trebbiano Abruzzese, Cococciola, Passerina, Pecorino, Montepulciano e Montonico, immessi sul mercato nelle versioni bianco e rosè.

L’evento, organizzato da Marco Signori – Virtù Quotidiane – è stato un trionfo di cultura, enogastronomia e passione. Grazie al progetto “L’Aquila Capitale della Cultura 2026” e al supporto del GAL Gran Sasso-Velino, l’intera giornata si è trasformata in una celebrazione unica, ricca di appuntamenti imperdibili.

Sotto il maestoso colonnato di Palazzo dell’Emiciclo e all’interno della tensostruttura elegante allestita nel piazzale antistante, si sono alternati momenti di approfondimento, degustazioni e spettacoli dal vivo. I banchi d’assaggio animati dalle 22 cantine più prestigiose dell’Abruzzo e di altre regioni italiane, hanno accompagnato i visitatori in un viaggio tra le bollicine: dalle microproduzioni artigianali fino ai grandi nomi del settore, con etichette di spumanti che vanno dal Metodo Classico a QUELLO Charmat.

Tra le novità più apprezzate di questa edizione, un angolo dedicato ai prodotti di quattro aziende eccellenti: Cioti, D’Alesio, Di Ubaldo e Illuminati, che hanno portato un tocco di freschezza con le loro creazioni di alta qualità.

Il programma dei talk ha preso il via con l’affascinante intervento di Marcella Pace su “Dalle cime agli abissi, gli affinamenti speciali dello spumante”, che ha visto protagonisti esperti di spumanti dalle zone montane fino alle profondità marine, come Bruno Carpitella di Vini d’Altura, Gianluca Grilli di Tenuta del Paguro, Paolo Leo, Pierluigi Lugano della Cantina Bisson e in collegamento Antonio Arrighi dall’isola d’Elba. A seguire è stato il turno di “Gli spumanti del Mezzogiorno e la (ri)scoperta dell’autoctono”, con contributi appassionati da produttori di Puglia, Sicilia e Campania e la conduzione di Serena Leo.

Non sono mancati momenti dedicati alla gastronomia, come lo show cooking a cura dell’Unione regionale cuochi, che ha deliziato il pubblico con creazioni culinarie uniche. E per gli amanti del caffè, la masterclass degli specialisti di Sca Italy ha offerto un viaggio tra i segreti della torrefazione artigianale aquilana.

Nelle fasi conclusive il talk “La bolla delle bolle: dove va la spumantizzazione italiana?”, moderato da Antonio Paolini, ha visto una partecipazione accesa da parte dei grandi nomi del settore, mentre il dibattito su “L’Abruzzo effervescente” ha esplorato le radici e il futuro del vino abruzzese, con figure chiave del panorama locale, come Alessandro Nicodemi e Emanuele Imprudente.

Tra gli appuntamenti più innovativi, la presentazione del metodo di analisi acustica del perlage, condotta da Tommaso Caporale, che ha affascinato gli appassionati di bollicine e curiosi, fino a condurli a una masterclass esclusiva. La kermesse si è chiusa in bellezza con Antonella Amodio e Fabio Riccio, che hanno condotto un incontro originale sull’abbinamento pizza e bollicine. Il tutto accompagnato dalla nuova pizza al padellino di Luca Cucciniello, lasciando un ricordo gustoso ai presenti.

Gran finale l’esibizione musicale straordinaria: i Railway Movement hanno creato un’atmosfera suggestiva con una miscela di dj set e improvvisazioni jazz dal vivo. L’evento ha anche visto la partecipazione delle principali associazioni sommelier, con un servizio impeccabile sia ai banchi d’assaggio che nelle masterclass. Tra i partner d’eccezione di questa edizione, Bormioli Luigi, Totani srl e Geo L’Aquila, insieme al prezioso sostegno di Marcantonio Beverage e altre aziende del settore.

Le aziende presenti: Biagi, Cantina Frentana, Casal Thaulero, Citra, Ciccone, Centorame, Contesa, Dora Sarchese, Faraone, Fausto Zazzara, Feudo Antico, La Quercia, Piandimare, Poderi Costantini, San Lorenzo, Tollo, Nododivino, Legonziano, Tenuta Ulisse, Vignamadre, Vigna di More e Vinco e, tra le novità di quest’anno, il corner collettivo nel quale erano presenti i prodotti di quattro aziende, Cioti, D’Alesio, Di Ubaldo e Illuminati.

Un successo che ha segnato un’altra tappa importante nel cammino di L’Aquila verso il titolo di Capitale della Cultura 2026, tra brindisi, cultura e tanta emozione: grande sarà quindi l’aspettativa per le prossimi edizioni di Abruzzo in Bolla.

Le Mortelle: un sogno di Maremma della dinastia Antinori

Nel cuore pulsante della Toscana, tra colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio, si snoda una storia di passione, tradizione e innovazione che dura da oltre sei secoli. È la famiglia Antinori, che ha trasformato l’arte di produrre vino in vera e propria leggenda. Immaginate di tornare indietro nel tempo, alla Firenze del 1385. Mentre Dante aveva scritto la sua Divina Commedia e qualche anno dopo Brunelleschi avrebbe progettato la cupola del Duomo, Giovanni di Piero Antinori dava vita a quella che sarebbe diventata una delle più longeve dinastie vinicole del mondo.

Per 26 generazioni, gli Antinori hanno custodito gelosamente i segreti della loro arte, trasmettendoli di padre in figlio come un prezioso tesoro. Negli anni ’70, quando il mondo del vino italiano sembrava cristallizzato in antiche consuetudini, Piero Antinori osò l’impensabile. Con audacia e visione, ideò il Tignanello, un vino che sfidava ogni convenzione. Fu uno shock per i puristi, una rivelazione per gli appassionati. Quel gesto audace non solo ridefinì il concetto di vino toscano ma aprì la strada a una nuova era di “Supertuscans”, elevando il prestigio dei vini italiani in tutto il mondo.

Oggi, sotto la guida del marchese e delle sue tre figlie – Albiera, Allegra e Alessia – l’impero Antinori si estende ben oltre i confini della Toscana. Dalle colline umbre alle valli californiane, dal Cile alle terre selvagge della Puglia.

Le Mortelle: un sogno di Maremma

Siamo in bassa Maremma nei pressi di Castiglione della Pescaia, un luogo dove il cielo azzurro si fonde con il mare cristallino, dove le colline dolci si inchinano gentilmente verso la costa, e dove l’aria è permeata dal profumo di macchia mediterranea e salsedine. Le Mortelle, un sogno diventato realtà, nasce tra le siepi di mirto che lo contraddistinguono.

Era il 1999 ed il richiamo di questa terra incontaminata era troppo forte per essere ignorato. In quei vigneti ancora da piantare, in quei terreni piantati a frutteto ricchi di minerali, Piero Antinori vide non solo un’opportunità, ma una sfida sotto forma di vigneti che oggi si estendono a perdita d’occhio: filari di Cabernet Sauvignon che si alternano al Cabernet Franc, parcelle di Syrah che dialogano con Vermentino, Carmenere e l’Ansonica.

Ma la vera magia si svela agli occhi quando si scende in cantina, esempio d’architettura e di ingegneria. Costruita nel 2012, è un tempio sotterraneo dedicato al vino, un luogo dove modernità e tradizione si fondono in un abbraccio perfetto. Immaginate di camminare tra barrique di rovere francese, mentre sopra di voi, invisibile ma presente, la vita della tenuta continua il suo corso.

Ampio e Poggio alle Nane sono il fiore all’occhiello della Tenuta. Ma Le Mortelle non è solo vino. È un progetto di sostenibilità, un esempio di come l’uomo possa dialogare con la natura senza sopraffarla. Pannelli solari che catturano l’energia del sole toscano, sistemi di climatizzazione naturale che sfruttano la freschezza della terra: ogni dettaglio è stato pensato per rispettare e valorizzare l’ambiente circostante.

Vengo accolto da Barbara Fredianelli, referente dell’azienda maremmana, che mi racconta della storia della cantina e mi descrive i vini espressione del territorio.

La degustazione

Vivia 2023

Il nome è un tributo ai vitigni che lo compongono: Vermentino, Viognier e Ansonica. Ma c’è di più: VIVIA è anche il nome della nipote del leggendario Marchese Piero Antinori, aggiungendo un tocco di storia familiare a ogni sorso. La prorompente sapidità sveglia i sensi con note di pesche bianche succose e invitanti. Un soffio di brezza marina porta con sé le nuance agrumate. E poi, come un ricordo d’infanzia, ecco sbocciare il profumo delicato della ginestra, che riempie l’aria di primavera per chiudere su mango maturo al palato.

Botrosecco 2022

Immaginate di percorrere un sentiero polveroso nella selvaggia Maremma toscana, il sole del tardo pomeriggio che filtra attraverso le fronde degli alberi secolari. Il vostro cammino vi porta a un antico fossato prosciugato, un “botro” come lo chiamano qui. Il nome “Botrosecco” evoca immediatamente immagini di una natura tenace, che resiste e prospera nonostante le avversità. L’aroma di frutta rossa matura avvolge come un abbraccio caldo, evocando ricordi di estati passate e promesse di momenti indimenticabili. Le note speziate danzano intorno a voi, stuzzicando i sensi e invitandovi a esplorare più a fondo. Al sorso le componenti dure e morbide si bilanciano con maestria, che si esaltano sulle erbe aromatiche tipiche della Maremma. Il profumo del rosmarino selvatico, del timo e della salvia che crescono spontanei tra le rocce e poi tabacco e cacao amaro in finem. Fermentazione in tini d’acciaio dove la temperatura è controllata e dodici mesi di paziente attesa in barrique di secondo e terzo passaggio.

Poggio alle Nane 2021

Colori, profumi e sapori che raccontano una storia di passione. Sensazioni che evocano la ricchezza di questa terra generosa. La struttura importante e complessa si rivela già al naso, echi dei grandi Supertuscan con un’impronta unica e inconfondibile. Immaginate la cura con cui ogni grappolo viene diraspato, la pazienza certosina nella selezione manuale dei migliori acini sul tavolo di cernita. Visualizzate i tini di acciaio tronco-conici sospesi dove avviene la fermentazione, un’opera d’ingegneria creata ad hoc per l’uso.

E poi sedici mesi di affinamento in barrique, per la maggior parte di primo passaggio, la “gemma” della produzione, che richiede tempo e attenzione per rivelare la sua vera essenza. Un compagno per le occasioni speciali.

Le Mortelle è un angolo di paradiso per gli amanti del vino, una delle stelle più belle della costellazione Antinori.