Il Cilento che non ti aspetti

Vivere nel Cilento. Bella impresa si direbbe, persi tra stradine, borghi antichi e usanze tipiche marinare. Eppure in quest’angolo di paradiso alberga un ritmo di vita forse unico al mondo, pari solo ai villaggi dei pescatori scandinavi e poco altro.

Festina lente pronunciavano i Romani: appropinquarsi con la giusta lentezza, il vero segreto di una lunga e serena esistenza. Quando lo stress del quotidiano pesa sulle nostre spalle, arriva un momento in cui l’assenza di responsabilità, di tensioni nervose e di voglia di sgomitare sul prossimo devono lasciare il posto alla quiete, al silenzio assordante di luoghi senza tempo e sapori senza confini, impregnati di storia e tradizione.

“Le vie del Cilento sono infinite”, parafrasando un celebre motto. Vengono persino utilizzate per sentieri religiosi come il Cammino di San Nilo, che conduce dalla Calabria alle sponde laziali di Grottaferrata ripercorrendo le tappe dei monaci eremiti bizantini. I viandanti e pellegrini dell’epoca ben conoscevano ante litteram i pregi delle terre d’origine della Dieta Mediterranea, celebrata secoli dopo dal biologo scrittore Ancel Keys.

Un entroterra quasi esoterico, ricco però di pietanze a base di sughi e carne, formaggi e salumi e tanti prodotti dell’orto. La Costa, invece, regno del pescato, in particolare dell’alice di menaica e sostenuta dai profumi mediterranei delle classiche erbe officinali, per dare un tocco di aroma e sostanza alle ricette.

Il riassunto ideale, tra mari e monti, lo si trova tra i sobborghi di Ceraso, all’Osteria del Notaro della famiglia Notaroberto con Augusto, la moglie e il figlio Stefano ai fornelli. Dalla mozzarella nella mortella, alla parmigiana bianca per finire con fiori di zucca fritti (senza ripieno come vuole la tradizione) e le alici proposte in frittella o “rinchiuppate”, ossia riempite di formaggio e pane raffermo, variabile a seconda del luogo in cui le si assaggia.

E poi la fetta di carne tipica locale, la melanzana al pomodoro, per chiudere poi in dolcezza con le pasterelle cilentane fritte con crema di castagne. Il cibo e il vino viaggiano di pari passo e l’offerta enologica è notevolmente ampia in Cilento, soprattutto quando a parlare sono due varietà cardine per la Campania: il Fiano per i bianchi, l’Aglianico per i rossi.

Suoli marnoso calcarei, con punte di argille lamellari che donano potenza e armonia ai vini, come quelli di Fattoria Albamarina di Mario Notaroberto, raffinato gourmand proprietario di ristoranti in Lussemburgo, con vasta esperienza nel commercio estero delle nostre eccellenze alimentari. Partendo dalle bollicine giocose de “L’Eremita”, passando per la suadente Falanghina “Etèl”, il Greco del “Nylos”, verso i due cavalli di razza del Fiano: “Valmezzana” (vinificato solo in acciaio) e l’ammiccante borgognone “Palimiento”, strutturato e denso come la varietà sa offrire.

Completano il quadro l’Aglianico del “Futos” e quello di “Agriddi”, una sorta di riserva che guarda alle scie tanniche taurasine, non dimenticando l’avvolgenza del Vulture. Vigne a strapiombo, cullate dal tramonto di un sole che tutto colora con luci soffuse, in mezzo a colline dalle verdi sfumature. Un emozionato Mario Notaroberto ci narra proprio delle origini del paese di Futani e della menzione grafica speciale tra le etichette dei suoi vini.

Dalle altezze di Ceraso sino alle propaggini di Pisciotta, seguiamo l’arte di chi, come Alessandro Amendola, vive il mare da protagonista con il frutto del proprio lavoro ricavato dalle reti artigianali dette “menaiche”, che pescano solo le alici più grandi preservando l’ecosistema per le generazioni future. Un procedimento di salagione e stagionatura simile ad altri magnifici territori campani; una moneta di scambio in passato, da barattare con le primizie contadine di chi viveva lontano dalle spiagge.

La giornata si chiude in barca sulla rotta di Palinuro e della celebre Grotta Azzurra, tra miti e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Un inatteso sapore di vita sana.

Ritorna “Yellow Night Party” da Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

Dopo il successo estivo imperdibili gli appuntamenti del 16 settembre e 12 ottobre 2024

L’autunno in Costiera Amalfitana profuma ancora di estate e si tinge di giallo con il ritorno dell’evento clou dell’anno: il Yellow Night Party. Dopo il grande successo delle edizioni estive di giugno, luglio e agosto, la serata più esclusiva della Costiera torna in due appuntamenti imperdibili: il 16 settembre e il 12 ottobre, presso l’iconico Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, situato nell’ex convento dei Cappuccini risalente al XIII secolo, con vista mozzafiato sul mare.

Le serate vogliono celebrare l’essenza della Costiera Amalfitana, rendendo omaggio al colore dell’oro e al suo simbolo per eccellenza: il limone Sfusato Amalfitano. Con un dress code interamente dedicato al giallo, i partecipanti saranno immersi in un’atmosfera magica, dove i sapori e i colori di questa terra straordinaria saranno i protagonisti. L’evento, aperto sia agli ospiti interni che esterni, regala un’esperienza indimenticabile: un incredibile show cooking realizzato dal Maestro Gino Sorbillo, che omaggia la regione Campania con pizze d’autore che valorizzano i migliori prodotti del territorio.

Inoltre, l’Executive Chef Claudio Lanuto delizierà i palati con una selezione di specialità locali: si inizierà con una ricca selezione di antipasti della tradizione, per continuare con gli iconici tagliolini al limone dello Chef, impreziositi dal profumo senza uguali del limone Sfusato Amalfitano. Si proseguirà con secondi piatti a base di pesce fresco, per concludere con un grande buffet di dolci, golosi bomboloni fritti con crema al limone, frutta fresca e gelati. Il tutto accompagnato da cocktail d’autore creati da esperti mixologist. Come già nelle precedenti serate estive ha trionfato, la protagonista sarà: la “Pizza del Convento”, una creazione che racchiude il meglio della tradizione e dell’innovazione culinaria. Unica nel suo genere, è realizzata con gli ingredienti della tradizione dei monaci, come l’impasto di farina di grani antichi, Alacce (presidio Slow Food), fiori di zucca, Polvere di Olive nere, Provola affumicata e sfusato Amalfitano.

Il Yellow Night Party, non solo è un’occasione speciale per vivere il fascino di Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel ma un vero e proprio evento di intrattenimento senza pari, che si svolgerà presso La Locanda della Canonica Pizzeria by Gino Sorbillo, una location d’eccezione situata vicino alla suggestiva Infinity Pool dell’albergo. Incastonata tra la roccia e i limoneti, questa cornice esclusiva offre una vista mozzafiato, rendendo l’atmosfera ancora più incantata. La serata sarà arricchita da performance artistiche, musica e, per concludere in bellezza, un suggestivo show con il fuoco. Un DJ set accompagnerà l’evento, invitando tutti a scatenarsi fino a mezzanotte sotto il cielo stellato.

La disponibilità dei posti è limitata ed è obbligatoria la prenotazione. Per informazioni e prenotazioni telefono 0898736711 e mail fb.conventodiamalfi@anantara-hotels.com
L’evento ha inizio alle ore 19:30 e richiede il dress code: giallo.

Ristorante Dei Cappuccini | Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel
Via Annunziatella, 46,
84011 Amalfi SA

Tutti in treno con Irpinia Express

Non c’erano fazzoletti sventolanti al binario 2 di Avellino centrale, quando venerdì 30 agosto è partito il treno storico Irpinia Express, ma l’emozione, il fascino, le suggestioni e le attese generate da quel vecchio convoglio a trazione diesel erano evidenti tra le molte persone a bordo. E’ cominciato così, il lento viaggio lungo la via ferrata che dal capoluogo irpino raggiungeva, un tempo, il capolinea pugliese di Rocchetta Sant’Antonio.

In compagnia di Alessandro Graziano di Visit Irpinia e chef Mirko Balzano direttore artistico di Irpinia Mood, la comitiva di ospiti, giornalisti, blogger, ristoratori, fotoreporter, operatori della comunicazione hanno percorso la prima parte della tratta che da Avellino descrive il cosiddetto Cammino di San Guglielmo.

Da sinistra chef Mirko Balzano e il sindaco di Montella Rizieri Rino Buonopane

Un verde mosaico di vigneti, oliveti, boschi cedui e castagneti tra loro incastonati tra i quali fanno capolino i borghi di Salza Irpina, Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Taurasi, Luogosano, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Castelfranci, Montemarano, Cassano Irpino fino alla tappa finale di Montella.

Lo storytelling degli albori della vecchia ferrovia, con l’intrigante correlata aneddotica, è stato tenuto dai volontari dell’Associazione InLocoMotivi che opera in supporto di Fondazione Ferrovie dello Stato mentre, insieme al caffè di benvenuto, venivano dispensate amorevoli coccole a base di pasticcini e croissant di Dolciarte, la rinomata pasticceria avellinese di Carmen Vecchione.

Il lento incedere del convoglio dagli allegri salottini cinabrici ha proiettato i partecipanti in una dimensione “sine tempore”, continuamente attratti da rapidi cambi di scenario, lunghe gallerie e numerosissimi ponti di intersezione dei binari con l’asta fluviale del Calore. Fino ai 35 metri di altezza del famoso ponte Principe, ardita costruzione in acciaio lunga oltre 280 metri, di realizzazione fine-ottocentesca su progetto ingegneristico della società Strade Ferrate del Mediterraneo.

L’arrivo a Montella, dopo oltre 90 minuti di viaggio per i pochissimi chilometri percorsi, ha evocato il fascino concettuale del “féstina lente”, apparente ossimoro latino: quell’affréttati lentamente del quale non siamo più capaci nel turbinio della nostra spasmodica quotidianità. Solo il tempo del trasbordo e dei ringraziamenti agli appassionati volontari di InLocoMotivi ed eccoci giunti, al cospetto di Gilberto Soriano (col suo fedelissimo e mansueto… attendente Dadà, l’asinello di casa) patron del bioparco di fattoria Rosabella che sorge a valle del Monte Accellica sviluppando lungo i rivoli sorgenti del fiume Calore.

Lungo la camminata per raggiungere la cascata della Madonnella Gilberto ha copiosamente dispensato preziose informazioni e curiosità su castagne e castagneti, biodiversità presente nel Parco, microclima e fauna dell’areale, servizi e funzioni del bioparco; al termine della piacevole escursione un ghiotto spuntino  a base di salumi e formaggi della casa accompagnati a un fresco bicchiere di Fiano o di corposo Aglianico irpini sono stati offerti come… amuse-bouche al pranzo che attendeva il gruppo di li a poco.

Solo il tempo di riprendere le navette con destinazione Casale del Monte ed ecco aprirsi un nuovo spettacolare panorama dal sagrato di Santa Maria della neve, un complesso monastico con annesso chiostro e romitorio realizzato, per successive stratificazioni storiche, a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Gli onori di casa, questa volta, sono toccati al Sindaco di Montella nonché Presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Rino Buonopane che, unitosi al gruppo, ha accompagnato i suoi ospiti fino al rientro in stazione FS del paese.

La bellezza mistica ed austera dei luoghi non ha affatto precluso al gusto di un ricchissimo buffet a base di ricette e preparazioni della tradizione popolare, magistralmente curato dal montellese Ristorante Zia Carmela. Indimenticabili, tra gli altri manicaretti, la zuppa di ceci e funghi porcini all’olio extravergine di ravece e il cannolo alla ricotta farcito all’istante.

La susseguente visita al romitorio è davvero imperdibile. Un sapiente lavoro di restauro e recupero funzionale ha avuto il pregio di valorizzare i luoghi esterni ed interni e le loro originarie funzioni, come nel caso delle ampie cucine, del chiostro, delle ancestrali toilette ad uso dei monaci e del locale con tetto a camino ove venivano essiccate, tramite affumicatura, le famose castagne del prete montellesi.

Proprio la castagna – massima espressione del genius loci montellese – è stata protagonista dell’ultima tappa del viaggio presso la antica e rinomata azienda castanicola di proprietà della famiglia Malerba. Il piccolo museo contadino aziendale e l’illustrazione del processo produttivo della castagna, prima in campo, poi nelle lunghe fasi di stoccaggio, lavorazione, conservazione, trasformazione ed uso gastronomico ha fatto da preludio all’assaggio del dolce frutto nelle sue numerose (dolci e salate) “interpretazioni”, non ultime l’originale liquore e la sorprendente produzione brassicola della birra alla castagna.

La tirannia del tempo che scorre, troppo veloce al cospetto di così tante ipnotiche suggestioni, ha obbligato la compagnia a salutare i propri straordinari ospiti per far rientro a Borgo ferrovia in Avellino. Non senza foto di gruppo di prammatica.

Brisighella Anima dei tre Colli: e “Brix” fu!

L’associazione Brisighella anima dei tre Colli presenta al pubblico la versione “Brix” di Romagna Albana Docg: un modo innovativo di raccontare il territorio.

Ne abbiamo parlato a più riprese e finalmente il momento è arrivato. L’Albana “Brix” ha sciolto gli indugi arrivando ai nastri di partenza per poter essere immessa in commercio. Possiamo dirlo subito, a scanso di equivoci: siamo di fronte all’ufficializzazione di una versione “Riserva”, un nuovo percorso per narrare le diverse anime dei vignaioli di Brisighella.

Un terroir altamente composito, che vede la suddivisione (per pura approssimazione) in tre areali contraddistinti ciascuno da suoli e fattori ambientali variegati. Non è stato semplice vista la notevole complessità dei terreni, delle esposizioni e, perché no, della mano dell’uomo in cantina. Proprio gli stili produttivi rappresentano, attualmente, l’unica vera incognita del racconto. Se possano divenire virtù od ostacoli alla crescita complessiva del comparto lo dovremo analizzare con il tempo e le future annate.

Di sicuro il mercato ci ha abituato ad una richiesta di maggior uniformità, anche a scapito del carattere del vino e del vigneron che lo produce. Segnali positivi, però, vengono dalla forte unità dello schema associativo, non l’unico presente nella fervente Romagna. Il Presidente, Cesare Gallegati, non nasconde la propria emozione: <<dietro al progetto c’è un gruppo affiatato di persone e amici che hanno deciso di credere in un sogno, quello di parlare del territorio a tutto tondo, non soltanto per la componente enologica per noi preminente, ma anche per le bellezze naturali, agricole e culturali di Brisighella>>.

L’unione fa la forza è il vero segreto di successo per fronteggiare le difficili sfide del futuro, attraverso i 3 simboli della cittadina medievale: la Torre dell’Orologio, a rappresentare lo scorrere del tempo, le terre fini miste tra sabbie gialle plioceniche e argille rosse-grigie-azzurre. La Rocca Manfrediana, avamposto difensivo, per la vena del gesso e il Santuario del Monticino con marne ed arenarie compatte.

Nord, Centro, Sud in parallelo ben suddivisi dalla linea sinuosa del fiume Lamone che ha lasciato ferite ancora visibili della tragica alluvione del 2023. Le 19 cantine scommettono sul fatto che non sarà l’unico Brix quello dell’Albana e che si potrà estendere la medesima idea anche al principe dei rossi, il Sangiovese.

A proposito di Albana, cosa prevede nel concreto il disciplinare interno sottoscritto per la produzione della nuova tipologia? Anzitutto l’identificazione dei vigneti da cui provengono le uve selezionate, il contenimento del potenziale alcolico a massimo 14° Vol., la macerazione sulle bucce massimo 24 ore, la fermentazione consigliata con successiva maturazione in barrique o tonneaux tra i 6 ed i 12 mesi e l’uscita in un unico giorno concordato di settembre dopo 24 mesi dalla vendemmia, di cui almeno 6 trascorsi in bottiglia.

La Masterclass di 8 espressioni di Albana Brix targate 2022 è stata preceduta, il giorno prima, da una cena di gala al Convento Emiliani di Fognano, curata dallo chef una Stella Michelin Gianluca Gorini, con piatti concepiti dalle materie prime uniche offerte dal luogo. Delle note degustative ai vini ne parlerà a breve il collega di redazione Matteo Paganelli.

TXAKOLI’ E PIXOS: identità dei Paesi Baschi

L’estate volge al termine, le vacanze sono ormai un ricordo ma le emozioni, i sapori, le risate, le scoperte sono ancora vividi. Ciò mi spinge a parlare di un Paese nel Paese con tradizioni culturali molto forti, paesaggi mozzafiato, una rinomata cucina e una lingua autoctona nata prima delle lingue romanze: I Paesi Baschi (in basco Euskadi; in spagnolo País Vasco), un mondo a sé nel nord della Spagna.

Fuori dalle rotte più gettonate, sono conosciuti per essere un territorio montuoso e selvaggio, con una costa frastagliata e un interno rigoglioso: spiagge incantevoli lungo la costa, montagne maestose, valli verdi e riserve naturali, che attirano gli amanti della natura e degli sport all’aria aperta (il surf la fa da padrone).

Un breve cenno, ci vorrebbero fiumi di parole per descriverle, sulle città basche che ho visitato: Bilbao, è la capitale culturale, una capitale mitteleuropea. Il Museo Guggenheim, la metro e il lungofiume sono esempi di una mirabile riqualificazione urbanistica che si contrappone alla città vecchia con le sue viuzze, i negozi variopinti, le piazze e le chiese, al mercato coperto de La Ribera con i banchi di pesce fresco, frutta e gastrobar dove gustare le prelibatezze locali.

Vitoria-Gasteiz ha puntato invece su una crescita compatibile con l’ambiente che l’ha fatta diventare nel 2012 capitale verde d’Europa, la città basca conserva un quartiere medievale in cui è possibile trovare innumerevoli luoghi dal sapore tradizionale.

San Sebastian una città elegante che vanta un’invidiabile posizione sulla baia de La Concha affacciata sul Mar Cantabrico, circondata da verdi montagne, con la romantica città vecchia ricca di angoli caratteristici e i tradizionali bar di pintxos da accompagnare con un bicchiere di Txakolì o di Sidra.

Ed è qui che volevo arrivare. Let’s start! Vi racconto dei Pintxos queste piccole prelibatezze, invitanti e gustosissime mini-porzioni (chiamate localmente raciones), stuzzichini costituiti da una fetta di pane (spesso baguette) accompagnata da uno o più ingredienti.

Il nome basco pintxo indica lo stuzzicadente che tiene insieme il tutto, non sempre usato però in tutte le pietanze servite. I pintxos sono assimilabili alle più famose tapas spagnole, ma differiscono da queste per l’elaborazione, la complessità nella realizzazione e l’utilizzo di una gran varietà di materie prime.

Tra gli ingredienti troviamo le acciughe che qui sono una vera prelibatezza, grosse e carnose, il pintxos Gilda è un classico, il primo a essere comparso sui banconi dei locali baschi: un peperone, un filetto di acciuga del Cantabrico e un’oliva manzanilla infilzati in uno stuzzicadenti. Il nome Gilda è stato dato in riferimento al personaggio principale del film Gilda, interpretato l’attrice Rita Hayworth nel 1946 poiché, come lei, era “salata, verde e un po’ piccante”.

Un’esperienza particolare è l’abbinamento con il Vermut De Grifo Zarro, elegante ed equilibrato che crea una combinazione perfetta con il gusto salato, ma raffinato delle acciughe. Ottimi pintxos anche quelli con i peperoni verdi più famosi dei Paesi Baschi (Pimientos de Gernika); quelli con il baccalà e quelli con il peperoncino di Ibarra (le piparras Ibarra) dalla pellicina sottile e dal sapore delicato. Se preferite invece sapori classici, il vostro palato sarà deliziato dai pixtos con lo jamón (proscitto) o con il queso (formaggio) ottimo se sciolto sulla fetta di pane.

A volte insieme a queste raciones vengono serviti anche piatti più tradizionali come la tortilla, una frittata di patate e cipolle che nella versione basca viene messa sulla fetta di pane, le crocchette ripiene di prosciutto e formaggio e diversi tipi di molluschi marinati o fritti.

Insomma è meraviglioso compartir la comida! (trad. condividere il cibo). Se poi al cibo abbiniamo il vino giusto, il gioco è fatto.

Un ottimo abbinamento è sicuramente un vino fortemente legato alla tradizione basca: il Txakolì (si pronucia Ciacolì), un vino leggero, fresco, leggermente frizzate e con una spiccata acidità dovuta al fatto che la vendemmia viene fatta quando gli acini sono ancora verdi. Un vino legato alla tradizione, a tempi lontani quando la produzione era prettamente casalinga, che sta facendo oggigiorno un grande salto di qualità grazie alle cantine che hanno investito in nuove tecnologie e al riconoscimento di tre Denominazioni di Origine: Álava, Getaria e Bizkaia. Le zone di coltivazione e produzione si trovano sia nell’entroterra che sulla costa nelle province di Vizcaya, Guipúzcoa e Álava, ciascuna associata a una delle tre denominazioni d’origine.

Il vitigno protagonista è, quasi sempre, l’Hondarrabi Zuri, vitigno autoctono che deve rappresentare almeno l’80% del blend, a cui si aggiungono Gros Manseng, Petit Courbu e Chardonnay. Esiste anche una versione rossa, con l’Hondarrabi Beltza, e la versione rosé. La vendemmia normalmente si svolge a metà settembre e il vino può essere venduto, secondo la legge, già a gennaio. Solitamente però si aspetta marzo per mettere in commercio la nuova annata.

Alla degustazione presenta profumi di frutta esotica, mela verde, agrumi e fresche note erbacee. Al palato si riconosce un’acidità ben integrata e un finale salino a ricordare la brezza marina.

Nelle zone di Álava, Vizcaya e Getaria non si produce solo il Txakolì, ma qui si trovano anche le Sagartoteche (sidrerie), cantine dove il sidro della zona, prodotto da mele locali, viene fatto maturare e conservato dentro grandi botti. Il sidro basco, chiamato anche sidra, ha una gradazione alcolica relativamente bassa ma potente sulla distanza, molto beverino, leggero e profumato invita alla beva, ma fate attenzione!

La coltivazione delle mele nei Paesi Baschi risale al Medioevo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela che attraversavano la zona, citano la presenza di infiniti meleti e il grande consumo di sidro. In questi territori si trovano diverse varietà di mele, che arrivano a maturazione da fine settembre a metà di novembre. La lavorazione prevede una scrupolosa selezione, il lavaggio, la spremitura per estrarre il succo, regolari filtraggi per togliere i residui e concentrare il succo per poi lasciarlo fermentare lentamente (anche dai tre ai cinque mesi).

La Sidra Natural Traditional dei Paesi Baschi al primo sorso ti lascia spiazzato, confuso, non è accomodante e rotonda come il sidro francese. All’inizio si distingue una pungente acidità che poi fa largo ai profumi della mela e a una dolcezza appena percepita che bilancia acidità e amaro. Nella parte finale un retrogusto fresco a pulire la bocca. Ottimo abbinamento con i pinxtos.

Sono stati giorni di scoperte enogastronomiche interessanti, esperienze fondamentali per immergersi in questo territorio che ha una storia importante e travagliata, regione ricca e fieramente indipendente che difende la propria cultura, una terra dove il verde delle montagne incontra il blu dell’oceano.

Montalcino: la degustazione dei vini di Camigliano

Vi abbiamo già parlato di Red Montalcino, l’evento creato per celebrare il Rosso di Montalcino in una terra che ha fatto la storia dell’enologia italiana (Red Montalcino: il Rosso di Montalcino festeggia i suoi primi 40 anni).

Mancava ancora un tassello al racconto, quello riguardante la storia di una famiglia, un borgo medievale e della cantina che degnamente lo rappresenta. Stiamo parlando della famiglia Ghezzi che gestisce l’azienda Camigliano dal 1957, anno di acquisizione dei poderi censiti nell’omonimo borgo rurale.

Silvia Ghezzi ci accoglie con la calma serafica di chi vive la quiete dello stare a contatto con la natura, i suoi silenzi, i suoi prodotti.

L’azienda viene raccontata dalle parole di Sergio Cantini, il direttore tecnico. Siamo in una zona di media collina, tra i 300 ed i 400 metri d’altitudine, con suoli profondi ricchi di sabbia, limo e argille. Giunti alla quarta generazione, la cantina rappresenta la storicità di Montalcino, con ben 95 ettari vitati di cui 50 iscritti a Brunello, per un totale di 200 mila bottiglie prodotte ogni anno.

La filosofia stilistica ha vissuto momenti di cambiamento, così come in tante altre Denominazioni d’Italia. Dai retaggi di un passato “nobiliare” in cui i vini erano frutto più di scelte empiriche sul campo che di corrette considerazioni tecniche, si è passati alla ricerca del mercato perfetto, con estrazioni e maturazioni all’epoca considerate invitanti, ma inapplicabili ai contesti attuali dalle temperature climatiche e potenze caloriche ormai fuori scala.

Bisognava, quindi, intervenire recuperando quelle agilità e quelle finezze di sapori un po’ smarrite nell’epoca dell’uso/abuso del legno e delle vendemmie posticipate. Un processo di snellezza simile ad una dieta accurata, che ha portato i suoi frutti con prodotti dinamici, dai tannini meno impegnativi seppur fitti (stiamo pur sempre parlando del Sangiovese).

La famiglia Ghezzi

E tutto ciò lo ritroviamo oggi nel calice, durante il momento degli assaggi nella caratteristica sala degustazione, accogliente quanto un salotto di casa. In etichetta il simbolo del dromedario, nato dalla leggenda che Camigliano fosse un luogo di templari nell’antichità. Il deserto, almeno metaforicamente, è arrivato con un vento di passione e di novità importanti.

La prima, senza dubbio, è il sorprendente Vermentino del Gamal annata 2023: salino, floreale e mediterraneo, senza opulenza e senza acidità costruite a tavolino per compensare eccessi di struttura che il varietale può offrire. Beva giocosa e buon allungo finale, duttile a tavola e nei momenti conviviali.

Scaldati i motori si parte con il Brunello di Montalcino 2019, ancora in fase di assestamento con la dovuta evoluzione in bottiglia che richiede la tipologia. Delineata e succosa la ciliegia, cala leggermente nel centro bocca e recupera nell’aggancio finale per la trama tannica elegante e saporita.

Il Brunello di Montalcino “Paesaggio inatteso” 2019 è una selezione piena, salina e materica. Tannini svolti da manuale, certamente più pronti rispetto alla versione base. Non nascondiamo altresì fiducia anche nello scorrere del tempo in cantina. Suadente la scia balsamica ed officinale con tocchi di salsedine sul finale da condurre davvero verso le dune sabbiose del mare.

Liguria: Cantine Levante una realtà nata tra le colline di Sestri Levante

Nel cuore della Liguria, a Sestri Levante, sorge un’azienda vinicola che incarna perfettamente l’essenza del territorio: Cantine Levante. Fondata nel 2010 da Luca De Paoli e Dorella Segarini, l’azienda ha saputo guadagnarsi in poco tempo un posto di rilievo nel panorama vitivinicolo della regione, grazie alla produzione di vini che riflette un attaccamento e una profonda connessione con la terra.

Luca De Paoli è un uomo dal tipico carattere ligure: schivo, riservato e dedito al lavoro. La sua è una personalità che non ama apparire, ma che preferisce far parlare i propri vini. Radicato profondamente nel territorio, Luca ha saputo trasformare il suo amore per la viticoltura in una realtà produttiva che oggi è apprezzata non solo dai suoi concittadini, ma anche dagli enoturisti che arrivano da ogni parte per scoprire i sapori autentici della regione.

Le vigne sono dislocate in punti panoramici delle colline che circondano Sestri Levante, offrendo una vista mozzafiato che spazia dal verde dei pendii al blu intenso del mare. Una delle vigne più suggestive è quella di Scimiscià, situata a picco sul mare, sopra il borgo di Cavi. Questa posizione privilegiata dona ai vini un carattere unico e regala anche agli occhi dei visitatori uno spettacolo naturale di rara bellezza.

La produzione di Cantine Levante si concentra su varietà tipiche del territorio, tra cui Vermentino, Bianchetta e Ciliegiolo, oltre al prezioso Scimiscià. Ogni vino esprime la tipicità del vitigno e la particolarità del terroir, dando vita a etichette che sono la sintesi perfetta tra tradizione e innovazione.

Ho recentemente avuto il piacere di degustare le nuove annate in commercio

Golfo del Tigullio Doc Bianchetta Genovese 2023: fermenta e affina in acciaio. Paglierino con bagliori verdolini, profilo olfattivo delicato, che si articola su profumi di biancospino, scorza di limone, mela verde. In bocca si apprezza la coerenza e la bevibilità e la bella chiusura sapida. Perfetto con acciughe fritte, focaccia al formaggio o torte di verdura.

Golfo del Tigullio Doc Scimiscià 2023: viene immesso in bottiglia renana. Colore paglierino vivido dai bagliori dorati. Al naso si percepiscono sentori di mela renetta, miele di castagno, acacia, erbe aromatiche. Il sorso è sicuramente ben equilibrato e si nota una buona persistenza. Si può pensare insieme a un cappon magro, piatto tipico ligure, o alle trofie di castagne con pesto.

Golfo del Tigullio Doc Vermentino 2023: vinificazione classica in acciaio. Il vino si offre nel calice con sentori di agrumi, acacia, rosmarino, maggiorana, salvia. L’assaggio è molto appagante, si nota la tipicità e la piacevolezza di beva. Chiude quasi salino. Pesce al forno alla ligure con olive e pinoli, buridda di seppie e pansoti alla salsa di noci.

“Anfore” è un bianco ottenuto da grappoli di Bianchetta Genovese provenienti dal podere a Verici, luogo ideale per far esprimere il meglio da questo vitigno. Dopo un periodo di fermentazione sulle bucce di circa 30 giorni, affina per due anni in anfore di terracotta. Nessuna chiarifica, né filtrazione, viene imbottigliato con l’aggiunta di una quantità minima di solforosa. Prodotto in circa 2000 esemplari. Bouquet che esprime caratteri di frutta secca, ginestra e cenni balsamici. In bocca mantiene una bella freschezza e risulta equilibrato. Abbinamento con formaggi non stagionati, carni bianche, piatti di pesce elaborati.

Golfo del Tigullio Doc Ciliegiolo 2023: Affascinante rubino di media intensità. Note succose di ciliegia, ribes, erbe mediterranea. In bocca si apprezza un tannino setoso e un finale di buona persistenza. Perfetto in abbinamento a zuppe di pesce.

Luca De Paoli non si è fermato alla sola produzione vinicola. Spinto dal desiderio di far conoscere sempre più i propri vini e quelli delle migliori cantine nazionali e internazionali, sta realizzando un sogno: l’apertura di un nuovo punto vendita separato dalla cantina. Questo spazio non sarà solo un negozio, ma anche un luogo di incontro e scoperta per appassionati di vino. Al suo interno, oltre alle referenze della cantina, si potranno trovare prestigiose etichette provenienti da tutta Italia e dall’estero, frutto di una selezione accurata.

Non mancherà, inoltre, una sala degustazioni, pensata per accogliere enoturisti e appassionati, offrendo loro l’opportunità di assaporare i vini in un contesto elegante e rilassato. Questo progetto rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso iniziato con amore e dedizione verso la terra, e che oggi si apre al mondo, senza mai perdere di vista le proprie radici. Cantine Levante è quindi più di una semplice cantina: è un punto di riferimento per chi cerca vini espressivi e autentici, che racchiudono in ogni bottiglia la storia e la bellezza della Liguria. Grazie all’impegno di Luca De Paoli, questa azienda ha saputo crescere, mantenendo sempre un legame profondo con il territorio, e oggi rappresenta una tappa imperdibile per chiunque voglia scoprire i sapori e i panorami di Sestri Levante.

Romagna: i vini di Tenute Bacana

Ogni buon appassionato di vini del proprio territorio è spesso incuriosito (e a volte prevenuto) alla presenza di nuove realtà. Si pensa che ormai nessuno abbia qualcosa di nuovo da offrire in un mondo vitivinicolo già dominato dai “big” storici.

Questo atteggiamento è comprensibile, soprattutto se consideriamo che molti ci provano, ma pochissimi riescono a emergere, e quei pochi pagano lo scotto dell’immaturità dei primi anni non avendo un background consolidato alle spalle.

Fortunatamente, noi “curiosi” cerchiamo di osare e trovare un equilibrio tra l’esplorare qualsiasi proposta e il restare unicamente nella zona di comfort. La nostra audacia viene ricompensata quando troviamo produttori come Filippo Poggi di Tenute Bacana.

Siamo a Villa Vezzano, una minuscola frazione di appena 300 anime, confinante con Tebano (Faenza) ma che fregiarsi di essere, seppur di poco, sotto il comune di Brisighella. Lo si capisce anche dai terreni variegati: argillo-ferrosi e sasso-sabbiosi, a seconda della particella, ma sempre con buone dosi di calcare, tipici della Brisighella “bassa”.

La storia di Tenute Bacana affonda le radici nel secondo dopoguerra, quando il nonno materno di Filippo, Angelo Liverani, coltivava viti nei poderi di famiglia. Come avveniva nella stragrande maggioranza dei casi di quell’epoca, l’uva veniva poi conferita alle Cooperative vitivinicole sociali, ad eccezione di quei grappoli riservati per produrre il “vino per la casa”.

Facciamo ora un salto avanti di almeno 70 anni. È il 2020, e in Italia imperversa l’epidemia di Covid-19. Filippo (classe 1998), stanco del suo lavoro di trasfertista per una nota azienda di packaging, decide che è arrivato il momento di provar a fare qualcosa di suo. In fondo lui le viti le ha sempre coltivate assieme al nonno e la passione non gli manca.

Parte l’esperimento non senza un pizzico di sana follia. Filippo dimostra audacia nel produrre, già il primo anno, 5.000 bottiglie di Sangiovese e 5.000 bottiglie di Albana. Senza un aiuto. Senza qualcuno che curasse la parte commerciale o il marketing. La sera, dopo il lavoro e nei weekend, caricava le bottiglie in macchina e bussava a tutti i locali e ristoranti della zona. Ed ha funzionato. Il vino riscuoteva così tanto successo che ogni volta tornava a casa senza bottiglie. Quell’anno fece il tutto esaurito e anche l’anno successivo e pure quello seguente.

Un successo che trova la sua chiave di volta in un prodotto genuino che si è ben guardato dallo scimmiottare qualcosa già esistente, aggiungendo quindi un tocco di personalità tramite il legame con i vitigni e il territorio. Il tutto condito da una grandissima dose di umiltà. Sì, perché Filippo è rimasto umile, continuando a fare un secondo lavoro, l’agente finanziario, in modo da potersi permettere di fare qualche investimento per vedere il nome di Tenute Bacana crescere Un’umiltà che dimostra nell’accogliermi a casa sua preparando tagliatelle al ragù della tradizione con l’entusiasmo di farmi assaggiare i suoi vini.

Albana 2023

Un sapiente di mix di una parte raccolta in leggero anticipo con criomacerazione per donare freschezza e una parte in vendemmia leggermente tardiva (fine settembre) per donare spessore, condite da sosta di 3 mesi sulle fecce fini.

Al naso regala un’esplosione di profumi, più che altro di fiori delicati come la camomilla ed erbe aromatiche come il rosmarino. La frutta, la classica albicocca, arriva solo dopo qualche olfazione. C’è spazio anche per tanta mineralità e per un finale su aromi di lavanda, talco e altre essenze floreali. In bocca è rotondo, masticabile. C’è concentrazione ed estratto senza risultare pesante.

Intento 2023

Eliminiamo subito la curiosità del nome riportato in etichetta (che fra l’altro è l’unico dato che Albana e Sangiovese non hanno ancora un nome). Il romagnolo ha l’intento di far grande il Trebbiano, da sempre bistrattato ed accostato al vino in brick. Inizialmente non era l’idea di Filippo, che con appena 15 quintali voleva conferirlo alla cantina sociale. Però quest’anno, complici altri impegni in vigna, l’ha lasciato lì fino alla prima settimana di ottobre, constatando che l’uva era perfetta. Ed ecco il primo tentativo di sole 2000 bottiglie proprio con questa annata, la 2023.

La presa al naso è più timida rispetto all’Albana. Un vino che vira sul vegetale fresco/mentolato. Frutta che ricorda pera, mela renetta e perché no, la giuggiola.

In bocca è materia pura. Cremoso, a tratti quasi da sorbetto. L’acidità purtroppo non prevale, ma c’è estrema sapidità a reggere la spalla delle durezze. Finale di bocca lungo e non amaro.

Piccola curiosità: esce in denominazione Brisighella Bianco.

Sangiovese 2022

Il colore è davvero invitante, quello “bello” del Sangiovese rosso carminio saturo e con buona trasparenza. Il naso è gracile e spinge a tratti su freschezza di mora, fragolina di bosco e nepitella, mentre il calore ci rimanda a una frutta leggermente macerata. In bocca l’alcool è ben integrato, con accenni di rotondità. Il sale dona un ottimo equilibrio. Manca un po’ di lunghezza ma il coup-de-nez finale rivela l’integrità aromatica riscontrata all’inizio. Da perfezionare.

Filippo, vorremmo davvero assaggiare questi vini fra qualche anno, ma se vendi sempre tutte le bottiglie attenderemo con piacere.

On line la Guida ai Migliori Vini della Sardegna 2025 di Vinodabere.it con numeri e qualità da record

Comunicato Stampa

Oltre 800 vini degustati, a riprova della partecipazione sempre più massiccia e della palese fiducia accordataci dai produttori sardi. Con 385 campioni risultati meritevoli di recensione, e cioè capaci di centrare un punteggio di oltre 90/100, a riprova del livello medio davvero impressionante raggiunto dalla produzione enoica della regione. Il tutto organizzato in 38 sottosezioni, per indagare capillarmente (e premiarne i più bravi) tutte le realtà territoriali ed espressive dell’Isola. Ecco allora non “il” Cannonau, ma “i” Cannonau; non “il” Vermentino ma “i” Vermentino, e via tutti gli altri vitigni indigeni e tutte le principali tipologie produttive del “piccolo continente” in bottiglia che vede a ogni vendemmia crescere la sua reputazione. E che stavolta è stato in grado di esprimere più di 118 vini (quasi un terzo di quelli recensiti) capaci di superare i 98 punti raggiungendo la Standing Ovation (il massimo riconoscimento), di cui 8 hanno raggiunto 100/100.

Sono i numeri (alcuni, i più significativi) della Guida numero 7 dedicata ai Vini della Sardegna di Vinodabere.it, ora finalmente in rete tutta intera (link: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-vini-della-sardegna-2025-di-vinodabere-la-guida-completa/) dopo i trailer dedicati alle varie classifiche parziali, curata dai giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini con la collaborazione di Salvatore Del Vasto, Paolo Frugoni, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Luca Matarazzo, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Pino Perrone, Emanuela Pistoni, Stefano Puhalovich, Franco Santini, Gianni Travaglini, Paolo Valentini. Numeri a cui va aggiunto quello delle visualizzazioni, anch’esse in vorticosa crescita, a ribadire che anche per i consumatori e appassionati la credibilità di questo lavoro capillare e coscienzioso – tutte le degustazioni avvengono rigorosamente alla cieca e in panel, con punteggio finale desunto dalla media aritmetica dei giudizi degli assaggiatori/autori – non è minore di quella riconosciutagli dalle aziende partecipanti.

Sembra, insomma, sempre meglio compresa e apprezzata la filosofia che sta dietro la Guida: e che vede al centro la voglia di raccontare e far conoscere sempre più realtà vinicole – accendendo riflettori anzitutto su quelle sin qui meno in vista – del già citato “piccolo continente” sardo. E, bisogna dirlo, le scoperte non mancano. Perché accanto agli affermati “top player” di sempre, sono ogni volta più numerose le realtà in partenza meno celebri capaci di primeggiare e di far centro. E sono sempre di più le sottozone di fresca emersione che propongono prodotti da prima linea assoluta. Come hanno dimostrato “dal vivo”, le due edizioni annuali dell’evento-vetrina organizzate a Roma da Vinodabere.it nel mese di gennaio per i vini sardi e premiati dalla partecipazione attenta (e graditissima) di molti colleghi del mondo della stampa e della comunicazione, oltre a un folto numero di operatori (ristoratori, enotecari, agenti, distributori).

Guida e kermesse romane (di cui è già in programma la terza edizione con in pista le nuove vendemmie e bottiglie appena recensite) hanno insomma sinergicamente fornito l’occasione per sfatare e superare un certo numero di stereotipi che da più di un decennio non appartengono più al contesto enoico sardo, ma in qualche modo gli aleggiano ancora attorno. L’esempio più lampante è quello del Cannonau, il vitigno bandiera, lontano ormai anni luce dal modello di vino alcolico e pesante della “vecchia” (e oggi non più fondata) reputazione, ed espresso ora attraverso una panoplia di interpretazioni di spiccata diversità (e di grandissimo interesse) a seconda delle zone di nascita e allevamento delle uve: dalla viticoltura di montagna della vocatissima comunità di Mamoiada (ormai quasi 40 i vignaioli che imbottigliano ed etichettano i loro vini) ad aerali altrettanto storici come Oliena (con il suo Nepente), Orgosolo, Dorgali (con la splendida Valle di Oddoene, ora toponimo utilizzabile in etichetta), l’Ogliastra, la Romangia, e perfino la Gallura, che mostra ultimamente di sapersi districare abilmente anche con le varietà a bacca rossa. Restando in tema di sorprese, ne ha regalate di belle anche Mandrolisai, territorio di grande tradizione enoica (ma fin qui non premiata a sufficienza da fama e fortuna) che con la sua omonima denominazione (la doc più territoriale della Sardegna con tre vitigni utilizzati in blend: Bovale, Cannonau e Monica) raccoglie ormai più di 20 produttori, autori di vini di carattere, personalità e alto rango (ben 9 Standing Ovation di cui 3 i 100/100 in guida). Convince sempre più il Cagnulari (7 Standing Ovation), una varietà presente soprattutto nel Nord-Ovest dell’Isola, e si costituisce a Sant’Antioco la Comunità del Carignano a Piede Franco (questa varietà consegue ben 9 Standing Ovation), a dimostrazione della volontà di unire le forze per il territorio. I tempi sembrano insomma maturi per un vero e proprio exploit della Regione. Che noi proviamo ad anticipare e motivare con le recensioni e le valutazioni dei vini presenti in questa edizione della Guida. Con l’auspicio, come sempre, di suscitare ulteriore curiosità, stimoli all’assaggio e – meglio ancora – al tuffo in loco (scrigno inimitabile di bellezze, oltre che di grandi vini) in chi ci legge.

Ad accompagnarci nel nostro percorso è, in qualità di sponsor, il Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano (che ha sede in Sardegna, maestra assoluta di caseificazione di tutto il Centro tirrenico), formaggio dal forte profilo di cui esploreremo migliori abbinamenti con le etichette premiate.

Il Direttore di Vinodabere.it Maurizio Valeriani

Di seguito l’elenco degli 8 vini con 100/100 e di quegli altri che hanno comunque raggiunto la Standing Ovation (punteggio superiore a 98/100)

Gli 8 vini con 100/100

Vermentino di Gallura Superiore Antonella Collection 2020 – Pedres

Ruinas del Fondatore 2021 – Depperu

Vermentino di Sardegna Boese Vigna Truvaoese 2023 – Binza ‘e su Re

Rosso Kantharu 2020 – Fulghesu Le Vigne

Mandrolisai Azzàra Domos de Pedra 2022 – Fradiles

Mandrolisai S’Òmine Creccherie 2022 – Cantina Pisu Luigi

Cannonau di Sardegna Ghirada Palagorrai 2021 – Mussennore

Cannonau di Sardegna Ghirada Elisi Sa ‘e Antoni 2022 – Francesco Cadinu

Le Nostre Standing Ovation divise per tipologia/categoria

Migliori Nuragus

  1. Josephine 2023 – Viticola Mereu

Migliori Granazza

  1. Bianco Granazza 2023 – Giuseppe Sedilesu

Migliori Vermentino della Gallura

1Ex Aequo – Vermentino di Gallura Superiore Antonella Collection 2020 – Pedres

1Ex Aequo – Ruinas del Fondatore 2021 – Depperu

3 – Bianco Ino 2022 – Cantina La Sughera

4 – Ruinas 2023 – Depperu

5 –Bianco Sas Abbissos 2022 – Ilaria Addis

6 – Vermentino Madrighe 2023 – Ilaria Addis

7 – Vermentino di Gallura Superiore Ghjlà 2022 – Vigne Cappato

8 – Vermentino Capichera Classico 2022 – Capichera

9 – Vermentino di Sardegna Spèra 2023 – Siddùra

10 – Vermentino di Gallura Superiore Sabbialuce 2022 – Agricola Montespada

11 – Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva      Montidimola 2022 – Surrau

12 – Vermentino di Gallura Superiore (macerato non filtrato) Riposu 2022 – Tenuta Paltusa

13 – Vermentino di Gallura Superiore Lagrimedda 2023 – Li Seddi

14 – Vermentino di Gallura Superiore Renabianca 2023 – Li Duni

15 – Vermentino di Gallura Petrizza 2023 – Masone Mannu

16 – Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva Canayli 2022 – Cantina Gallura

17 – Vermentino di Gallura Superiore Kramori 2022 – Saraja

18 – Vermentino di Gallura Superiore Pitraia 2021 – Tenute Gregu

Migliori Vermentino del resto Sardegna divisi per territorio

Anglona

1 – Vermentino Fria 2022 – Deperu Holler

Coros

1- Vermentino di Sardegna Boese Vigna Truvaoese 2023 – Binza ‘e su Re

2 – Vermentino di Sardegna Frinas 2022 – Carpante

Nurra/Alghero

1-Vermentino di Sardegna Sessantaquattro 2023 – Poderi Parpinello

2 – Vermentino Tarongia 2022 – Podere Monte Pedrosu

3 – Vermentino di Sardegna Tenute Crabolu 2022 – Cantina Cargiaghe

4 – Alghero Bianco 2022 – Podere 45

Migliori Vermentino dell’Oristanese

1 – Vermentino di Sardegna Òrriu Veòr 2023 – Quartomoro

Migliori Vermentino del territorio della Romangia

1 – Vermentino di Sardegna      2023 – TraMonti

2 – Vermentino di Sardegna Amabile Ingannos 2022 – Cantina Sorso Sennori

3 – Vermentino di Sardegna Sabbia 2023 – Viticoltori Romangia

4 – Vermentino di Sardegna Olieddu 2021 – Mario Bagella

5 – Vermentino di Sardegna Kanimari 2023 – Nuraghe Crabioni

Migliori Vermentino del territorio del Sud Sardegna

1 – Vermentino di Sardegna Punta San Michele 2023 – Arriali di Paolo Pitzolu

2 – Vermentino di Sardegna Donnikalia 2023 – Ferruccio Deiana

3 – Stellato Nature 2023 – Pala

4 – Vermentino di Sardegna Cardile 2023 – Nuraghe Antigori

Classifica Migliori Vernaccia

1 – Vernaccia 2015 – Pippia

2 – Vernaccia di Oristano Flor 2020 – Contini

3 – Bianco Alturas 2022 – Domu Battistina

Migliori Malvasia dell’areale di Bosa

1 – Malvasia di Bosa Riserva 2013 – Emidio Oggianu

2 – Malvasia Filet 2021 – Cantina Carta di Piero Carta

Classifica Migliori Altri Bianchi

1 – Cagliari Malvasia Capo Mannu 2023 – Tenute Evaristiano

Classifica Migliori Vini Dolci

1 – Moscato di Sardegna Passito Li Zinti 2017 – Tenute Costadoria

2 – Vino da uve stramature Latinia 2019 – Cantina Santadi

3 – Bianco Dolce Noli Me Tollere Vitis Apiana 2022 – Cantina Sorso Sennori

Classifica Migliori Vini Rosati

1 – Rosato Luna Noa 2022 – Murrai

2 – Cannonau di Sardegna Rosato Vilú 2023 – Cantina Tani

3 – Nero Miniera Rosè 2023 – Enrico Esu

4 – Cannonau di Sardegna Rosato Minnammentu 2023 – Li Duni

Classifica Migliori Bovale

1 – Bovale Binariu 2020 – Su Binariu

2 – Bovale Bagadìu 2022 – Fradiles

3 – Bovale Su’Nico 2022 – Su’Entu

Classifica Migliori Mandrolisai

1 Ex aequo – Rosso Kantharu 2020 – Fulghesu Le Vigne

1 Ex aequo -Mandrolisai Azzàra Domos de Pedra 2022 – Fradiles

1 Ex aequo MND8 – Mandrolisai S’Òmine Creccherie 2022 – Cantina Pisu

4 – Ventuno 2022 – Vigne Centro Sardegna

5 – Mandrolisai Kent’annos (bio) 2022 – Cantina del Mandrolisai

6 – Mandrolisai Superiore Antiogu 2021 – Fradiles

7- Mandrolisai Ispàntu 2020 – Trè Biddas

8 – Mandrolisai Superiore Angraris 2020 – Fradiles

9 – Mandrolisai Ruda 2021 – Cantina Flore

Classifica Migliori Cagnulari

1 – Rosso Sentidu 2020 – Fulghesu Le Vigne

2 – Cagnulari Martie “28 maggio” 2020 – Cantina Sorso Sennori

3 – Cagnulari Carì 2022 – Fratelli Pinna

4 – Cagnulari 2022 – Carpante

5 – Cagnulari 2022 – Monte Fenosu

Classifica Migliori Monica

1 – Monica di Sardegna 2022 – Udus

Classifica Migliori Carignano

1 – Carignano del Sulcis Superiore Terre Brune 2020 – Cantina Santadi

2 – Carignano del Sulcis Nero Miniera 2022 – Enrico Esu

3 – Carignano Libaltai 2021 – Saraja

4 – Carignano del Sulcis Riserva Is Arenas 2021 – Sardus Pater

5 – Carignano del Sulcis Riserva Bricco delle Piane 2021 – Calasetta

6 – Carignano del Sulcis Riserva Buio Buio 2021 – Cantina Mesa

7 – Carignano del Sulcis Superiore 2 2019 – Tenuta La Sabbiosa

8 – Carignano del Sulcis Riserva Santomoro 2021 – Bentesali

9 – Carignano del Sulcis Eclisse 2021 – Piccola Cantina di Andrea Taris

Classifica Migliori Cannonau per territorio

Migliori Cannonau del territorio dell’Anglona

1 – Cannonau di Sardegna Riserva Bodale 2019 – Tenute Rossini

Migliori Cannonau del territorio del Coros

1 – Cannonau di Sardegna Gemmanera 2020 – Chessa

Migliori Cannonau del territorio di Dorgali

1 – Rosso Su Nighèle 2021 – Venas

2 – Cannonau di Sardegna Ferru 2021 – Cantina Alessandro Bocca

3 – Cannonau di Sardegna Thurcalesu Vigna di Oddoene 2021 – Berritta

4 – Rosso Iloghe 2022 – Cantine Spanu

Migliori Cannonau del territorio della Gallura

1 – Cannonau di Sardegna L’Ora Grande 2022 – La Contralta

2 – Cannonau di Sardegna Demiurgo 2022 – Atlantis

3 – Cannonau di Sardegna Nonau 2022 – La Neula

Migliori Cannonau del territorio di Mamoiada

1 Ex Aequo – Cannonau di Sardegna Ghirada Palagorrai 2021 – Mussennore

1 Ex Aequo – Cannonau di Sardegna Ghirada Elisi Sa ‘e Antoni 2022 – Francesco Cadinu

3 – Cannonau di Sardegna Ghirada Murruzzone 2019 – Giuseppe Sedilesu

4 – Rosso Ghirada Erula 2022 – Teularju

5 – Rosso Ghirada Foddigheddu 2021 – Montisci Vitzizzai

6 – Ghirada Elisi 2022 – Francesco Crisponi

7 – Cannonau di Sardegna Riserva Martis Sero 2021 – Vignaioli Cadinu

8 – Cannonau di Sardegna Ghirada Malarthana 2022 – Cantina Mulargiu

9 – Rosso Ghirada Mulinu 2022 – Mertzeoro

10 – Cannonau di Sardegna Ghirada Fittiloghe Sa ‘ e Tundone 2022 – Francesco Cadinu

Migliori Cannonau del territorio dell’Ogliastra

1 – Cannonau di Sardegna Fudòra 2022 – Pranu Tuvara

2 – Cannonau di Sardegna Naniha 2022 – Tenute Perda Rubia

3 – Cannonau di Sardegna Riserva Alberto Loi 2020 – Alberto Loi

Migliori Cannonau del territorio di Oliena

1 – Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena Vosté 2022 – Iolei Nois

2 – Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena Jumpadu 2022 – Cantina Pietrino Canudu

3 – Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena 2022 – Fratelli Puddu

4 – Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena Mannoi 2021 – Agricola Guthiddai

Migliori Cannonau del territorio di Orgosolo

1 – Cannonau di Sardegna Classico Soroi 2021 – Cantine di Orgosolo

2 – Cannonau di Sardegna 2022 – Orgosa

Migliori Cannonau del territorio della Romangia

1 – Cannonau di Sardegna Riserva 2021 – Fattorie Isola

2 – Cannonau di Sardegna Trimentu 2021 – Cantina Sorso Sennori

3 – Cannonau di Sardegna 2022 – TraMonti

Migliori Cannonau di Altri Territori

1 – Rosso Ampsicora 2021 – Fulghesu Le Vigne

2- Cannonau di Sardegna Scillaras 2021 – Nuraghe Antigori

3 – Cannonau di Sardegna Granadu 2022 – Tenute Smeralda

4 – Cannonau di Sardegna 2022 – Audarya

5 – Cannonau di Sardegna Bàsca 2022 – Pedra Niedda

6 – Cannonau di Sardegna Goimajor 2022 – Cantina Trexenta

7 – Cannonau di Sardegna Sileno 2022 – Ferruccio Deiana

La Classifica dei Migliori Altri Vini Rossi

1 – Rosso Contusu 2021 – Tenute Cossedda

2- Syrah Marganai 2021 Arriali di Paolo Pitzolu

3 – Rosso Shardana 2020 – Cantina Santadi

CantinAmena e i suoi vini: il nuovo stile dai Castelli Romani

Hai presente quando incontri qualcuno vestito con un abito elegante e di qualità, e pensi “Wow, che stile!”? Quel momento in cui l’eleganza e la cura dei dettagli saltano subito all’occhio, facendoti capire che hai di fronte qualcosa di speciale. Beh, lo stesso vale per il vino. E se parliamo di stile nel mondo enologico, non possiamo non menzionare CantinAmena, una realtà che sta ridefinendo il concetto di qualità nei vini dei Castelli Romani.

Situata a Campoleone, frazione di Lanuvio, a soli 35 chilometri a sud-est di Roma, questa cantina è una perla nascosta nel panorama vinicolo laziale. Immaginate una collina dolce, accarezzata dalla brezza marina, con un terreno vulcanico che fa impazzire le viti. Qui, su 15 ettari a corpo unico di puro paradiso vinicolo, la famiglia Mingotti lavora con cura e armonia le proprie vigne.

Come è iniziata questa avventura? La storia di CantinAmena è una di quelle che scaldano il cuore, una storia di passione, dedizione e, soprattutto, di famiglia. Nel 2004, Valeriano e Maria Rosa Mingotti, coppia di bresciani con la passione per il vino, decidono di realizzare un sogno: acquistano una tenuta a Lanuvio, dove avevano trascorso tante vacanze nella “Vigna Amena” di un caro amico. Il legame con questa terra era ormai così forte che l’acquisto sembrava quasi un passaggio naturale, il destino che bussava alla loro porta.

Silvia Mingotti

All’inizio l’idea era semplicemente di continuare a produrre uva biologica e venderla. Dopotutto i Mingotti non erano agricoltori di professione. Ma il vino, si sa, ha il potere di cambiare i piani, di ispirare, di far sognare in grande. E così, nel 2012, i loro figli Silvia, Enrico e Osvaldo decidono di fare sul serio. Trasformano l’intuizione imprenditoriale dei genitori in una vera e propria Società Agricola, dando vita al marchio “CantinAmena”. Una svolta che segna l’inizio di un’avventura focalizzata sulla produzione di vini biologici di alta qualità.

Cosa rende Cantina Amena così speciale? In primis, la pazienza. Come dicono loro stessi, “La pazienza è una vera, segreta ricchezza”. E fidatevi, quando si tratta di fare biologico di qualità, la pazienza non è solo una virtù, è una necessità. Qui non si fanno le cose di fretta. Si aspetta, si osserva, si cura ogni dettaglio con amore e dedizione. Dall’attenta selezione delle uve alla vinificazione, ogni passaggio è seguito con la massima cura e rispetto per la natura.

L’azienda, posta a circa 250 metri sul livello del mare, quasi totalmente dedicati alla coltivazione biologica della vite, ha anche in dotazione un piccolo uliveto. Il terreno di origine vulcanica è incredibilmente fertile e ricco di minerali. La posizione strategica, con la corretta esposizione e la ventilazione continua che arriva senza ostacoli dal vicino Mar Tirreno, crea un microclima ideale per la produzione di qualità.

Ma CantinAmena non si accontenta di seguire la tradizione; pur rispettando profondamente le radici del territorio, l’azienda non ha paura di sperimentare. Accanto ai vitigni bianchi e rossi tradizionali dell’areale laziale – come la Malvasia Puntinata, il Cesanese di Affile, il Trebbiano toscano, il Montepulciano e il Sangiovese – troviamo anche alcuni vitigni internazionali come il Merlot, il Cabernet Sauvignon, il Petit Verdot, il Syrah e il Sauvignon blanc. E non dimentichiamo l’Incrocio Manzoni, un bianco di grande versatilità che simboleggia perfettamente lo spirito innovativo dell’azienda.

Attualmente, Cantina Amena produce circa 45.000 bottiglie all’anno, anche se la capacità potenziale è superiore. Ogni bottiglia è il risultato di un processo produttivo che rispetta al massimo l’ambiente e la tradizione contadina. La scelta del biologico, che risale agli anni ’80 del secolo scorso, non è solo una moda per loro, ma una vera e propria filosofia di vita.

In vigna, sono banditi da 40 anni tutti i prodotti di sintesi. Si punta molto sulla prevenzione, con trattamenti mirati a base di rame e zolfo per prevenire l’insorgenza di malattie della vite. Anche in cantina, la certificazione biologica europea garantisce il massimo rispetto per il vino, limitando i procedimenti invasivi e utilizzando solo lieviti e additivi naturali di origine biologica. La vendemmia è rigorosamente manuale, e la presenza del centro di vinificazione all’interno dell’azienda permette di ridurre al minimo i tempi tra la raccolta dell’uva e il suo arrivo in cantina, preservando al meglio le caratteristiche organolettiche dei grappoli. In cantina, si procede con pressature soffici e lavorazioni attente secondo la tradizione, pur avvalendosi di moderne tecniche enologiche come il controllo delle temperature di fermentazione e affinamento.

Tra i vini prodotti da Cantina Amena, merita una menzione speciale il “Patientia”, un rosso che è un vero e proprio inno alla pazienza: 18 mesi in botte di rovere nuova. Non sono da meno il “Divitia”, un bianco 100% Malvasia Puntinata, o “Arcana”, 100% Cesanese di Affile. L’azienda ha persino ottenuto la certificazione Vegan per tutti i loro vini nel 2022, dimostrando una sensibilità non comune nel settore.

L’impegno dei Mingotti va oltre la produzione. L’azienda sta attivamente contribuendo a cambiare la percezione dei vini dei Castelli Romani, un’area da sempre vocata alla viticoltura ma per troppo tempo focalizzata solo sulla quantità. Lo sforzo di CantinAmena è quello di imporre un’altra idea di qualità, contribuendo a un percorso di rinascita corale del territorio.

L’obbiettivo è la creazione di veri e propri cru aziendali dove far esprimere al massimo i vitigni autoctoni. E ricordate: come un bell’abito non fa il monaco, ma fa sicuramente una bella impressione, così un buon vino non vi cambierà la vita, ma vi regalerà sicuramente momenti di puro piacere.

Salute!​​​​​​​​​​​​​​​​