Nizza Docg: un grande lavoro di squadra portato avanti dai suoi produttori

Nizza Monferrato si distingue storicamente come un importante centro vitivinicolo nel Piemonte, con una tradizione che affonda le radici nel passato. Una lettera del 1609, scoperta dal dottor Arturo Bersano (studioso di storia piemontese e del Risorgimento), sottolinea l’importanza del vino Barbera prodotto in questa area, evidenziando come già all’epoca il suo apprezzamento fosse tale da meritare l’attenzione della Corte ducale di Mantova.

Il passaggio del Barbera da vino popolare a vino di alta qualità, un processo che ha avuto luogo nel corso del Novecento grazie anche alla figura di Bersano, è emblematico della capacità della regione di valorizzare le proprie risorse vitivinicole. Questo cambiamento ha permesso di elevare un vino che, pur avendo origini umili, è stato in grado di conquistare i palati più raffinati, tanto da essere servito in occasioni di prestigio.

L’area di Nizza Monferrato, delimitata dai fiumi Tanaro e Belbo e dal torrente Nizza, si presenta come un territorio vocato alla viticoltura, dove la Barbera è stato coltivata in purezza varietale per lungo tempo. Questa storicità e continuità nella produzione contribuiscono a conferire al vino un’identità unica, legata non solo al territorio ma anche alla tradizione e alla cultura locale.

L’evento organizzato da AIS Monza sulla Docg Nizza si è rivelato entusiasmante e arricchente, offrendo l’opportunità di approfondire un territorio (18 comuni intorno a Nizza Monferrato) dove il vitigno principe si esprime al meglio per potenza ed eleganza.

Questa piccola Denominazione – riconosciuta Docg nel 2014 – è un simbolo della tradizione vitivinicola piemontese, caratterizzata da una forte identità territoriale e da un’attenta valorizzazione della Barbera. I terreni argillosi e calcarei contribuiscono a dare vita a vini dal colore intenso, profumi complessi e una struttura tannica equilibrata.

Il Disciplinare prevede l’utilizzo esclusivo del vitigno Barbera sia nella tipologia Nizza che Nizza Riserva. Un’ulteriore selettività nei vincoli colturali ed enologici è data dalla possibilità di usufruire della menzione “Vigna”.

Alcune aziende presenti ed i relativi vini degustati

Cascina Guido Berta

Esempio di passione e tradizione vinicola, si trova a San Marzano Oliveto, areale riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Guido ha ereditato l’amore per la viticoltura dai suoi genitori, vignaioli esperti, e da oltre 25 anni si dedica alla gestione della cantina di famiglia. Sotto la sua guida, la produzione vinicola si è ampliata significativamente, oggi in listino ci sono 10 vini, tra rossi, bianchi, rosati e un vino spumante metodo Charmat.

Il suo Nizza DOCG parte dal colore rosso granato inteso, arricchito con riflessi violacei che ne evidenziano la vivacità. Al naso esprime un bouquet profondo e complesso, dove le note fruttate di ciliegia e prugna si intrecciano coi sentori di cioccolato. In bocca si presenta corposo ed armonico, con una gustosa esplosione di frutta rossa e una delicata nota di mandorla che aggiunge un tocco di eleganza, dal finale in armonia.

Canto di Luna Nizza DOCG Riserva, granato intenso, caratterizzato da riflessi brillanti. All’olfatto offre un profilo aromatico avvolgente e complesso: i piccoli frutti rossi si fondono con rimandi di cioccolato fondente. In bocca presenta una grande struttura dal carattere deciso. La morbidezza sorprendente e la complessa persistenza fruttata lo rendono un vino di grande eleganza.

Cascina la Barbatella

Attiva dal 1982 rappresenta da sempre un punto di riferimento per qualità ed eccellenza nella produzione vinicola della zona. La dedizione e la passione vengono espresse in ogni fase del processo, dalla cura del vigneto alla selezione delle uve, fino alla vendemmia. Il nome dell’azienda evoca l’origine della vite, la barbatella.

Nel primo anno di produzione del loro NIZZA Docg “VIGNA DELL’ANGELO” hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Ed è proprio il Nizza DOCG Riserva “La Vigna dell’Angelo” che degustiamo, frutto di un’attenta selezione delle uve provenienti da vigneti storici piantati nel 1950. L’esposizione a Sud contribuisce a conferire al vino una straordinaria complessità e profondità. Al naso sprigiona aromi intensi di frutta matura, come prugne e ciliegie, accompagnati da sfumature speziate che evocano il pepe nero e la vaniglia. Vino che si distingue per una struttura equilibrata, dalla piacevole acidità che esalta un finale lungo e persistente.

Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli.

Il termine, “sociale”, esprime la passione di Noi vignaioli che operiamo insieme per il bene comune e la valorizzazione dei vini del territorio. Originariamente il nome della Cantina prese spunto dai sei comuni conferitori: Agliano, Castelnuovo Calcea, Moasca, San Marzano, Costigliole d’Asti e Calosso. Oggi troviamo anche altre zone di produzione, ottenendo un bacino più ampio ed una scelta maggiore.

Il loro Nizza Riserva Angelo Brofferio è dedicato alla figura di un intellettuale nato nel 1802 nell’Astigiano che si distinse per la sua opposizione alle politiche unitarie di Cavour. Il colore è di un brillante rosso rubino. L’olfatto ricorda note vegetali condite da frutti rossi; al palato è succoso con tannini vivaci e ottima struttura.

Michele Chiarlo  

Un’autentica istituzione dal 1956. Michele Chiarlo esprime l’essenza del Piemonte con i suoi 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi. Il loro motto: la tradizione è un’innovazione consolidata. Valorizzazione dei grandi terroir utilizzando solo vitigni autoctoni; vinificazione esclusivamente di uve che provengono dai vigneti di proprietà; centralità del lavoro in vigna nel pieno rispetto dell’ambiente e della sostenibilità. Infine proiezione all’innovazione con il dovuto rispetto e riguardo della tradizione.

Cipressi Nizza DOCG, rubino intenso, sorprende per la sua finezza ed eleganza. Frutta rossa, ciliegia matura, lampone e note dolci di tabacco. Sorso fresco e morbido particolarmente piacevole, con una struttura ampia dal finale sapido.

Montemareto Nizza DOCG: rubino intenso e profondo dai riflessi violacei. Olfatto inebriato dai profumi di ciliegia, amarena e piccoli frutti neri. Qualche cenno speziato conferisce maggior complessità. Molto ampio in bocca, conferma l’olfatto con in aggiunta un tannino vellutato.

La Court Nizza DOCG Riserva una delle etichette più rappresentative della cantina. Affina per un anno in botti di legno e barrique. Colore rosso rubino, al naso frutta matura, spezie con note boisée. Sorso ampio e morbido con una vena fresca che rende la beva scorrevole.

L’Armangia

L’Armangia in dialetto piemontese significa rivincita, il loro motto è “non ci prendiamo sul serio, ma facciamo vini seriamente” La voglia di giocare e sperimentare che passa da un’agricoltura rispettosa nei confronti della natura, dalla responsabilità di chi lavora nei vigneti e di chi consuma i loro vini.

Titon Nizza DOCG rosso rubino alla vista con riflessi violacei, rimanda a profumi di fragola, viola, mandorla, vaniglia, preludio della pienezza e della buona acidità che si rivela in bocca. La vinificazione classica in acciaio è seguita dalla sistemazione in fusti di rovere, la parte finale dell’affinamento avviene esclusivamente in botte grande.

Vignali Nizza DOCG Riserva il colore rosso rubino profondo con unghia violacea indicativo della giovinezza del vino, si evolve verso la tonalità granata dopo alcuni anni di invecchiamento. Le note di frutti polposi come ciliegie e prugne, si mescolano a fragole e a sentori floreali di viola mammola. Ad arricchire il profilo aromatico la presenza di vaniglia e mandorla essiccata. In bocca è sapido e pieno, talvolta di buona acidità, nelle fasi giovanili con tannino lievemente astringente.

Intervista a Giuseppe Molaro di Contaminazioni Restaurant, una Stella Michelin a Somma Vesuviana

Le fermentazioni, l’estrazione dei sapori e l’umami sono gli elementi grazie ai quali Giuseppe Molaro ha entusiasmato il grande pubblico di affezionati al Contaminazioni Restaurant a Somma Vesuviana (NA), componendo sinfonie di sapori che costituiscono una vera e propria carezza al palato, al cuore e all’intelletto.

Varcare la soglia d’ingresso del Contaminazioni Restaurant è, anzitutto, un’esperienza culturale, un viaggio ideale di andata e ritorno da Napoli a Tokyo. Un viaggio ipotetico, certamente, ma quanto mai tangibile per imprinting gustativo, forma estetica e contenuto.

La cultura dell’ospitalità e la gentilezza, unite alla ricerca dell’essenziale e della resilienza, sono rappresentate nitidamente dalla libellula che svetta alta sull’insegna, che ben descrive l’indole di chef Molaro, professionista dalla personalità cortese e risoluta al contempo.

È stato un percorso intenso ed altamente competitivo quello di Giuseppe, il quale oggi, come agli esordi, continua a studiare, ad incuriosirsi ed appassionarsi. Una cucina sempre in continua evoluzione, ma con la stella polare dei valori familiari, della spontaneità, di una educazione d’altri tempi e della giusta misura delle cose.

Sono appena 16 i coperti del Contaminazioni Restaurant, elegante ed essenziale nel format, con una cucina a vista, che costituisce l’anima stessa del locale da cui traspare ogni singolo gesto e passaggio atto a dare forma al contenuto. In sala gli ospiti sono seguiti da Nancy Gallotta, responsabile della carta dei vini.

La trasformazione degli elementi in latto-fermentazione dà vita a note organolettiche desuete, ove la tendenza dolce volge in acidità e le note acide di altri ingredienti si traducono invece in morbidezza. Presupposto per un gioco di contrappesi organolettici che riunisce ingredienti di culture differenti, agli elementi mediterranei in maniera armonica ed equilibrata.

Cosa ti ha avvicinato alla cucina e cosa ti consente di proseguire nel percorso che hai iniziato?

<<La cucina mi ha conquistato perché è un’arte che unisce tecnica, creatività ed emozione. Quello che mi spinge a proseguire è la ricerca continua di nuove contaminazioni di sapori, la soddisfazione di vedere le persone apprezzare il mio lavoro e la voglia di migliorarmi ogni giorno>>.

Qual era la tua idea sulla cucina di 20 anni fa e cosa invece pensi adesso di questo mondo?

<<Venti anni fa vedevo la cucina come qualcosa di semplice, legato al piacere di mangiare e stare in compagnia. Oggi la vedo come un universo complesso, fatto di tecnica, ricerca, passione e impegno costante, spessissimo sottratto al tempo libero. È un mondo che richiede disciplina e dedizione, ma che offre anche grandi soddisfazioni>>.

Il più grande insegnamento di Heinz Beck…

<<Se dovessi riassumere il più grande insegnamento di Heinz Beck direi senza dubbio: cucina salutare e organizzazione. Mi ha mostrato che un grande chef non si limita a cucinare piatti buoni, ma pensa alla salute di chi li mangia e a come costruire un menù bilanciato e sostenibile. Questo principio mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro>>.

Il fine dining è in crisi, sono in molti a sostenerlo. Una tua personale osservazione su cosa si debba fare per risollevare il settore, senza perdere di vista l’ospite.

<<La crisi del fine dining è un tema ricorrente, dovuto a diversi fattori: l’aumento dei costi operativi, la difficoltà nel reperire personale qualificato, il provare un’esperienza che non sia estremamente rigida e formale. Tuttavia, il settore resta cruciale per l’innovazione culinaria e l’eccellenza gastronomica. In ogni caso, quello che è alla base del nostro concept è sia la sostenibilità e cioè puntare su ingredienti locali e pratiche a basso impatto ambientale, sia creare un ambiente accogliente, dove il cliente non si senta intimidito>>.

Il Contaminazioni Restaurant prima e dopo la stella Michelin…

<<Il nostro ristorante prima della stella era già un luogo in cui la qualità e l’attenzione ai dettagli erano fondamentali. La stella è arrivata come un riconoscimento del lavoro che stavamo già facendo, e dopo non abbiamo cambiato filosofia: continuiamo a migliorarci ogni giorno, con la stessa passione e dedizione di sempre. Abbiamo affinato ogni dettaglio, dalla cucina al servizio, per essere all’altezza del riconoscimento, senza mai perdere l’anima che ci ha portati fin qui>>.

Dieta Mediterranea e Cucina Giapponese: al Contaminazioni Restaurant succede. Dove sta il segreto?

<<La dieta mediterranea e la cucina giapponese sono entrambe considerate tra le più sane al mondo, e il loro segreto sta nell’equilibrio, nella qualità degli ingredienti e nelle tecniche di preparazione. Il vero segreto? Rispetto per gli ingredienti>>.

Una tua prospettiva sulla Cucina Italiana. Come siamo messi rispetto alle altre scuole di pensiero culinario all’Estero e in che direzione stiamo andando?

<<La cucina italiana ha sempre avuto un ruolo di primo piano nel panorama gastronomico mondiale, grazie alla sua tradizione, alla qualità delle materie prime e alla sua capacità di evolversi senza perdere identità. La nostra forza sta nella profondità della tradizione, ma a volte questo può essere un limite rispetto a scuole più sperimentali come quella spagnola e scandinava, che osano di più in termini di tecniche e presentazioni. L’Italia ha un vantaggio unico: la biodiversità. Abbiamo prodotti di eccellenza in ogni regione, un aspetto che ci distingue rispetto a molte cucine internazionali>>.

E in Campania come ci collochiamo rispetto alle altre regioni italiane?

<<La Campania occupa un posto di assoluto rilievo nella gastronomia italiana, sia per la sua tradizione profondamente radicata che per l’impatto che ha avuto sulla cucina nazionale e internazionale. La Campania ha un forte legame con la cucina mediterranea, ponendosi come una delle regioni che meglio incarnano i principi di questo stile alimentare, riconosciuto come uno dei più sani al mondo>>.

Il tuo personale rapporto con il vino e con gli abbinamenti. In cosa si distingue poi la carta del vino al Contaminazioni Restaurant. E il sake giapponese?

<<Il mio rapporto con il vino è basato sulla ricerca dell’equilibrio perfetto tra il calice e il piatto. Credo che un buon abbinamento non debba mai sovrastare i sapori, ma accompagnarli e valorizzarli. Con il personale di sala ci piace sperimentare sia con gli abbinamenti classici, che rispettano il terroir e la tradizione, sia con accostamenti più audaci che giocano su contrasti e assonanze. Per quanto riguarda il sake, con il prossimo menu lo introdurremo assieme al kombucha>>.

Cosa bolle in pentola in termini di menu e quali sono i tuoi progetti e sogni per il futuro?

<<Le ambizioni sono tante, una di queste è arrivare alla seconda stella continuando a creare un concetto di cucina differente rispetto a quello che è il nostro circondario. Stiamo già lavorando per il prossimo menu, ci saranno tantissime novità>>.

Premio EXTRABIO 2025 per gli Oli Biologici della Campania

Il 2 aprile si è svolta a Napoli, presso il Palazzo della Borsa Merci, la manifestazione dedicata al Premio EXTRABIO 2025 per gli Oli Biologici della Campania.

Giunto ormai alla XVI edizione, il Premio è nato dalla volontà di valorizzare gli oli extra vergini di oliva ottenuti da agricoltura biologica in Campania, fornendo ai consumatori un catalogo selezionato utile nell’effettuare scelte consapevoli.

Una splendida occasione per avvicinarsi al mondo degli oli extra vergini di qualità e spaziare tra i meravigliosi profumi e sapori provenienti da tutto il territorio regionale. Il catalogo quest’anno è particolarmente ricco con ben 53 oli selezionati tra i quali scegliere i più adatti alle proprie esigenze.

Si sono aggiudicati il premio come primi classificati per categoria:

• categoria fruttato leggero: Le Colline Lubrensi di Antonio Gargiulo, Massa Lubrense (NA)

• categoria fruttato medio: Benedetta Cipriano, Piedimonte Matese (CE) olio Koinè monovarietale di Tonda del Matese

• categoria fruttato intenso: Oleificio FAM, Venticano (AV), DOP Irpinia-Colline del’Ufita

Premio Biolabel (alla migliore etichetta): Az. Ag. Pipolo Antonio, olio Panerba, monovarietale di biancolella.

Farinati: fritti, pizza, sinergie, no waste, gluten free… and many more

Renato Ruggiero ha il tipico aplomb britannico da titolare di Farinati – pizza and more. Entrando nel suo locale si respira subito l’aria dei film in stile American Graffiti, dove mangiare non solo è un simbolo di democrazia, ma genera cultura.

Della concezione bulimica dei fast-food e del cibo spazzatura abbiamo per fortuna imparato poco. Cosa insolita per il nostro carattere, abituati a prendere pregi e difetti dagli altri, magari valorizzando meno quel che abbiamo in casa. Anche il nome stesso Farinati riecheggia quel sound maccheronico d’oltre oceano, ma l’ammiccamento di Ruggiero alle filosofie espansionistiche anglosassoni finisce qua ed inizia l’amore per le proprie origini squisitamente partenopee.

La storia parte dalla trattoria della zia, in cui muove i primi passi da semplice cameriere di sala. Poi l’incontro con Diego Vitagliano e l’inserimento davanti ai forni prima di passare, per una fortuita coincidenza, in cucina a seguire la partita delle fritture. Renato, poco più che ventenne, non si scoraggia e tirando fuori la sana “cazzimma” napoletana, diventa da zero un maestro nell’arte del fritto perfetto, al punto tale di fondare un’Accademia con tanto di corsi e consulenze anche all’estero.

Prodotti artigianali che portano la sua firma, dal migliaccio salato (rigorosamente fatto con la sugna), alla frittatina amatriciana, dove il ripieno dimostra tutta la tecnica del prodotto cucinato, come facevano le nonne di un tempo. L’idea di aprire il ristorante-pizzeria è solo un aspetto conseguenziale ad un successo giunto in fretta e più che meritato.

Di insperato non c’è nulla quando cerchi di fare le cose per bene; la fortuna non guasta e per quella l’attenzione di una parte influente della stampa locale ha creato il giusto volano commerciale. Ma prima o poi sarebbe arrivato lo stesso per la voglia di imparare di Renato, sempre umile, sempre pronto ad ascoltare e interagire (cosa rara nel settore) con altri colleghi pizzaioli.

Da sinistra Renato Ruggiero e Daniele Cacciuolo

La cena a 4 mani ideata con il napoletano Daniele Cacciuolo, due spicchi Gambero Rosso a Gela, ne è l’esempio cardine, con l’inserimento, nei rispettivi menù, di due pizze speciali. Renato ha ideato per Daniele la pizza “ruota Cilento”: base focaccia, prosciutto crudo di Parma, miele al bergamotto, confettura di fichi, cacio ricotta, basilico, olio extravergine d’oliva. “Stavolta è toccato a me ospitare Daniele nella mia pizzeria, ed è stata un’esperienza di grande collaborazione, che mi ha reso più ricco. Ci siamo scambiati preziosi consigli e abbiamo condiviso le nostre filosofie di pensiero, non vedo l’ora di ricambiare la visita e raggiungerlo a Gela per continuare questa bella avventura”.

Daniele con la moglie Marzia ha pensato a una pizza fresca e innovativa: “Gambero fiorito”: vellutata di datterino giallo, stracciata di bufala, tartare di gambero rosso, zest di limone, pepe nero, fiori edili, olio evo. “Erano 12 anni che non tornavo nella mia città Natale e l’emozione di sfornare pizze qui è stata enorme. Ringrazio Renato per avermi accolto e per aver scelto una mia pizze per il suo menù, farò anche io lo stesso, nel segno di una amicizia forte tra colleghi”.

Concretezza nella scelta dell’impasto, dove si preferisce usare il pre-fermento al classico diretto tradizionale, per raggiungere la sofficità desiderata. Materie prime d’eccellenza ed esperimenti in tema di zero sprechi, riutilizzando, per una nuova lievitazione, l’impasto avanzato dalla chiusura della sera. Nasce la ciabatta passata in forno elettrico e farcita in tanti modi appetitosi, dai friggitelli e provola, ad alici, pomodorini dolci e stracciata di bufala.

Attenzione anche per i celiaci, con un reparto separato per la lavorazione delle farine gluten free e del forno di cottura. Manca quella resistenza meccanica all’assaggio data dalla maglia glutinica, ma nel complesso non ha nulla da invidiare per sapore alle pizze tradizionali. Una sensibilità importante per rispettare un tema delicato della ristorazione, che sta coinvolgendo sempre più clienti.

Dolci e coccole finali, tra il sanguinaccio artigianale e le chiacchiere o, appositamente per la stampa, la sorpresa delle zeppole di San Giuseppe a cura del pasticciere Gianluca Portoghese.

“Farinati pizza e amore” sono le parole conclusive per descrivere una serata di grande cultura gastronomica made in Campania.

Podere Casanova: un weekend di relax, cultura e buon vino con l’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022” tra le dolci colline di Montepulciano

Comunicato Stampa

Cantina, vigneti, agriturismo con piscina nella quiete della natura della Val di Chiana a Montepulciano (SI).

Tante le esperienze da vivere da Isidoro e Susanna Rebatto di Podere Casanova. Da sempre impegnati nella salvaguardia del paesaggio, contro ogni spreco di risorse, orientati alla sostenibilità. Dal recupero di centrali idroelettriche dismesse e riattivate per la produzione di energia pulita, alla decisione di restituire nuova vita al Podere Casanova.

Seduzione della bellezza, piacere del gusto e paesaggi dell’armonia sono le migliori risorse messe in campo. Podere Casanova è una realtà che racconta tutte le unicità e le affinità che corrono tra la loro terra d’origine, il Veneto ed il suolo storico che li ha accolti, quello della Toscana più bella.

Affinità culturali, artistiche, enogastronomiche all’origine stessa del Rinascimento italiano. E poi l’adozione degli standard Equalitas per certificare l’impegno verso la sostenibilità dell’ambiente durante l’intero processo produttivo. Amore per la terra e per le risorse non infinite che essa offre ogni giorno, trasferite con cura nei vini aziendali con prodotti di altissima qualità.

Metodologica attenzione ai tre pilastri che caratterizzano l’esser sostenibili: benessere delle persone, riproducibilità delle risorse naturali e generazione di valore economico.

29 E 30 MARZO 2025 “CREA IL TUO IGT TOSCANA 2022”

PROGRAMMA:

SABATO 29 MARZO
 Appuntamento alle ore 15.30 presso “Porta al Prato” Montepulciano
https://maps.app.goo.gl/3LCNE3wYFHgh3G879
 Visita guidata al centro storico della città con sosta al “Wine art shop” dell’azienda e degustazione
dei Vino Nobile di Montepulciano prodotti da Podere Casanova
 Ore 19.30 cena presso il ristorante “La Briciola” (compresa nel prezzo)
https://maps.app.goo.gl/y74hBN5k9thAKZEv6
DOMENICA 30 MARZO
 Ore 9 appuntamento presso la cantina Podere Casanova
https://maps.app.goo.gl/9DeMyJt8ckhYyFiw8
 Visita dei vigneti e della cantina
 Ore 9.45 inizio di “Crea il tuo IGT Toscana 2022”. A disposizione tutto l’occorrente per creare un
blend a tua scelta con vini da: Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot, Syrah
 Ore 13 light lunch in cantina

Ti metteremo a disposizione i nostri vini monovitigno 2022 non ancora imbottigliati e potrai decidere il blend che preferisci unendoli in percentuali note solo a te e a noi. Il tuo blend sarà poi imbottigliato nel numero di bottiglie che desideri e tenuto in affinamento per il tempo che vuoi.

Sarà nostra cura recapitarti le bottiglie a casa dopo qualche mese di affinamento, oppure potrai tornare a prenderle il 5 giugno in occasione dell’apertura della stagione estiva

COSTI E MODALITÁ DI PARTECIPAZIONE:

Le modalità di partecipazione sono due:

  1. PARTECIPAZIONE A TUTTO IL WEEKEND (SONO ESCLUSI I COSTI DI PERNOTTAMENTO)
  • Per il pacchetto: sabato pomeriggio (cena compresa) + domenica “Crea il tuo IGT Toscana 2022” +
    pranzo 135 € per 1 persona, 250 € per 2 persone
  1. PARTECIPAZIONE SOLO LA DOMENICA
  • 89 € per 1 persona, 165 € per 2 persone (compreso il light lunch in cantina)
    OGNI GRUPPO DA 6 PERSONE AVRÁ DIRITTO AD UNA GRATUITÁ
    OGNI PARTECIPANTE POTRÁ ORDINARE 6 BOTTIGLIE DEL BLEND DA LUI SCELTO AL PREZZO SIMBOLICO DI
    13€ A BOTTIGLIA. Eventuali bottiglie in più dovranno essere multipli di 6.

Le bottiglie avranno la retro etichetta di legge. I partecipanti potranno fornire un’etichetta da loro ideata
da applicare sul fronte bottiglia all’interno di una cornice con il nome dell’azienda e dell’evento.

Per info e prenotazioni: www.poderecasanovavini.com

“Progetto TwoEu”, la valorizzazione dell’Aglianico del Vulture DOCG e dell’Olio DOP del Vulture

L’11 marzo, presso Palazzo Grazioli a Roma, sede della Stampa Estera, si è conclusa la conferenza stampa di presentazione del progetto TwoEu, il piano triennale di comunicazione promosso dai Consorzi di Tutela dell’Aglianico del Vulture e dell’Olio Extravergine di Oliva Vulture. Finanziato dall’Unione Europea, il progetto ha l’obiettivo di far conoscere e apprezzare l’unicità di queste eccellenze DOP sui mercati internazionali.

Questa iniziativa congiunta non celebra soltanto due pilastri della gastronomia lucana, ma rappresenta un omaggio alla ricchezza enogastronomica del Vulture e della Basilicata intera. L’Aglianico del Vulture, con i suoi 35 produttori distribuiti in oltre 15 comuni, è un vino di straordinaria longevità e complessità. Dall’altra parte, l’Olio Extravergine d’Oliva Vulture DOP, con la sua cultivar autoctona Ogliarola, porta con sé una storia millenaria, tramandata sin dal 65 a.C. quando il poeta latino Quinto Orazio Flacco ne decantava le qualità.

Il Vulture: una terra di storia e tradizione

Il Vulture, regione storica e vinicola della Basilicata situata ai piedi dell’omonimo vulcano spento, è un territorio plasmato dalla sua origine vulcanica. Qui, i terreni ricchi di minerali e un microclima unico creano condizioni ideali per la coltivazione della vite e dell’olivo.

Le origini del Vulture

Epoca preistorica: tracce di insediamenti risalgono al Neolitico.

Periodo greco e romano: i Greci introdussero la viticoltura, perfezionata poi dai Romani. Plinio il Vecchio e Orazio citavano il vino del Vulture tra i più pregiati dell’epoca.

Medioevo: castelli e monasteri favorirono la diffusione della viticoltura e dell’olivicoltura, con i monaci benedettini a custodire e tramandare le tecniche agricole.

Oggi, l’Aglianico del Vulture è riconosciuto tra i più grandi vini rossi d’Italia, spesso paragonato al Barolo per la sua struttura e capacità di invecchiamento. Accanto a questa eccellenza, l’Olio del Vulture DOP si distingue per il suo profilo sensoriale unico, che sta conquistando sempre più appassionati nel mondo.

La sfida della viabilità: un ostacolo da superare

Nonostante l’incredibile potenziale turistico ed enogastronomico, il Vulture soffre di una cronica carenza infrastrutturale. Le vie di comunicazione, in molti tratti, versano in uno stato di abbandono, limitando l’accessibilità al territorio e scoraggiando il turismo. Visitare queste terre straordinarie diventa un’impresa ardua, quasi come seguire una stella cometa, come fecero i Re Magi.

TwoEu: un progetto per promuovere e rilanciare il territorio

“Con il progetto TwoEu, intendiamo non solo valorizzare ma anche raccontare il nostro territorio e le sue eccellenze” ha dichiarato Antonietta Rucco, referente per il Consorzio Olio del Vulture DOP. “Vogliamo rafforzare la conoscenza e l’apprezzamento dei nostri prodotti nei mercati esteri.”

L’iniziativa punta a migliorare la competitività di questi prodotti DOP, con una strategia mirata a coinvolgere consumatori e professionisti in Italia e Germania. Nel corso della conferenza, Francesco Perillo, Presidente del Consorzio dell’Aglianico del Vulture, ha illustrato i pilastri del piano di comunicazione: campagne digitali, presenza nei principali eventi enogastronomici e attività di networking con la stampa internazionale.

“Il nostro obiettivo è che il progetto TwoEu non solo aumenti la visibilità dei nostri prodotti, ma rafforzi anche l’economia locale, creando nuove opportunità per la comunità” ha sottolineato Perillo. “Ogni bottiglia di Aglianico del Vulture e ogni goccia del nostro Olio EVO raccontano una storia di passione, dedizione e rispetto per la nostra terra. Con la strategia delineata oggi, vogliamo invitare il mondo a far parte di questa storia straordinaria.”

Un evento tra comunicazione e storytelling

L’evento, moderato da Stefano Carboni, esperto enogastronomico e docente all’Università di Roma Tor Vergata, ha visto anche la partecipazione di Gerardo Giuratrabocchetti, Vice Presidente del Consorzio Aglianico del Vulture, e di Giuseppe Calabrese, noto conduttore del programma Linea Verde su RaiUno. Un focus speciale è stato dedicato allo storytelling del Vulture, un territorio che, nonostante le sue difficoltà logistiche, continua ad affascinare e conquistare con la sua storia e i suoi prodotti d’eccellenza. Con il progetto TwoEu, il Vulture si prepara a conquistare nuove frontiere, portando le sue eccellenze enogastronomiche sulle tavole di tutto il mondo e rafforzando il legame tra tradizione, innovazione e identità territoriale

L’Enoturismo in Italia secondo i recenti dati analitici

Il 12 marzo è stata presentata a Palazzo Giustiniani, sede della Presidenza del Senato, in una cornice di ineguagliabile bellezza, la prima indagine a cura del CESEO (Centro Studi Enoturistico e Oleoturistico dell’Università LUMSA) che ha potuto fregiarsi dei dati provenienti dalle 237 cantine socie del Movimento Turismo del Vino.

Un evento di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo Turismo del vino: crescita, sfide e nuove opportunità per le cantine italiane, destinato a segnare una svolta nel panorama enoturistico italiano. La scarsità di dati, infatti, ha rappresentato in passato un ostacolo nel sostegno e nello studio del fenomeno. La recente analisi ha, dunque, messo in luce i dati reali di un settore in fervente crescita e le sfide poste per il futuro.

L’atmosfera intrisa di entusiasmo e aspettative è stata amplificata dalla partecipazione di figure di spicco del mondo accademico, istituzionale e imprenditoriale, creando un contesto fertile per il dialogo e la collaborazione. Al tavolo tante personalità, tra di loro Anna Isabella Squarzina, presidente Corso Laurea Mediazione Linguistica e Culturale Università LUMSA, Dario Stefàno, presidente del CESEO e Donatella Cinelli Colombini (direttore CESEO), Violante Gardini Cinelli Colombini (presidente nazionale del Movimento Turismo del Vino), Antonello Maruotti (professore ordinario di Statistica Università LUMSA) e Francesco Bonini (rettore dell’Università LUMSA).

I dati a doppia cifra hanno evidenziato l’imponente crescita del settore, che mostra uno sviluppo significativo considerando l’elevata numerosità delle cantine e dei territori su cui il Bel Paese può contare. Citando Donatella Cinelli Colombini “Le cantine italiane hanno il più grande potenziale enoturistico del mondo, ci sono cantine nei trulli, nei castelli e nelle valli, con vista sui templi greci e in ville Palladiane, per non dimenticare i luoghi storici come Florio in Sicilia o il Castello di Broglio che fu del Ministro Ricasoli, un patrimonio molto diversificato”.

L’audit può tracciare vere linee guida capaci di fornire una bussola verso una crescita sostenibile e possibilmente omogenea dei territori, dei loro attori e, al contempo, utile ad approntare programmi formativi capaci di plasmare figure e competenze necessarie per il comparto.

C’è stata una approfondita presentazione statistica dei numeri, raccolti ed elaborati, chiara e tecnicamente perfetta, che ha offerto un contributo prezioso. Fondamentale ora l’intreccio con le storie, le tendenze, la realtà del mercato e le esperienze; solo così da frammento singolo possono diventare visione comune, divenendo una guida.

Un valore aggiunto potrebbe essere una interpretazione in chiave di Marketing al fine di sviluppare strategie efficaci massimizzando il ruolo chiave nell’economia italiana. È emerso come la vendita del vino rappresenti ancora la fonte principale di fatturato delle aziende vinicole, costituendo la base economica su cui possono poggiare ulteriori asset strategici.

Gli investimenti devono quindi essere centrati sul miglioramento dell’accoglienza, dei servizi in cantina, leve fondamentali per incrementare il valore percepito del brand, generare engagement e fidelizzare i visitatori anche tramite Marketing esperienziale. Parallelamente emerge l’opportunità di sviluppare progettualità integrate con il tessuto locale (di certo più complesse), che richiedono maggior tempo ed energia, ma che possono dare vita a sinergie virtuose con settori affini come agricoltura, artigianato, cultura a arte, sport e wellness, in un’ottica di valorizzazione territoriale e ampliamento dell’ecosistema di business.

Attualmente i dati evidenziano che l’attenzione si concentra su visite e degustazioni, mentre si registra una crescita delle esperienze immersive e degli eventi esclusivi oltre ad una offerta gastronomica. Un’ evoluzione chiave sarà l’implementazione di strategie di personalizzazione di questi servizi, affinché l’esperienza enoturistica non sia un format rigido e standardizzato bensì un servizio tailor-made, capace di intercettare e soddisfare le specifiche esigenze e aspettative di target differenti di pubblico.

Sebbene i livelli essenziali di qualità – come parcheggi adeguati, sale attrezzate, servizi igienici e strutture inclusive – siano ormai consolidati, da soli non sono più sufficienti. L’esperienza enoturistica ha mostrato di richiede un valore aggiunto. Nel concreto: chi conduce la degustazione dovrebbe essere in grado di adattare il proprio linguaggio a diversi tipi di visitatori, modulando il livello di approfondimento necessario, utilizzando più lingue, per offrire esperienze scalabili e realmente coinvolgenti.

Eccellenti le iniziative presentate: di creare spazi dedicati ai bambini, fattorie didattiche, installazioni museali e attività sportive integrate nel paesaggio vitivinicolo. Tuttavia, resta un limite significativo: solo la metà delle cantine è aperta nel fine settimana e la domenica. Un vero peccato, perché è nel weekend che avviene la metamorfosi del consumatore, le persone da lavoratori diventano turisti, e quando cercano sulla mappa una cantina da visitare e trova quasi tutto chiuso, si perde una importante opportunità di accoglienza e di business.

Durante la presentazione sono stati sottolineati i crescenti costi di una buona gestione dell’enoturismo, meno spazio e risalto hanno avuto invece le difficoltà e lo spreco di energie che molti produttori lamentano per i tanti adempimenti burocratici, avanzare una proposta per diminuirli potrebbe essere un’ottima mossa oltre ad invocare fondi e sussidi per un sostegno concreto.

Anche la scarsa confidenza con gli strumenti informatici, a volte anche i più basilari, è un tallone d’Achille che mina la competitività e il raggiungimento di obiettivi importanti. Il sito web, uno strumento indispensabile, non è impiegato al meglio in termini di visibilità e fidelizzazione (il 42% delle cantine registra meno di 1.000 visite al mese), viene inoltre sottolineata la scarsità di attività proattive come le mailing list e ancor di più i Wine Club.

Nel mondo del vino il valore dell’esperienza e della narrazione è fondamentale e nonostante i social media rappresentino un canale potente il loro utilizzo rimane spesso superficiale o inefficace. I dati evidenziano una buona copertura e presenza online da parte delle cantine, tuttavia, faticano a trasformare i social in strumenti di marketing strategico.

Forse uno dei motivi è che per il 77% le aziende sono a conduzione familiare e si affidano questi mezzi a persone che spesso non hanno una preparazione specifica in comunicazione e marketing, e così amici, parenti e appassionati prendono le redini della comunicazione digitale. La conseguenza è evidente: le interazioni rimangono sterili, i follower non si trasformano in visite e soprattutto i contatti non si concretizzano in vendite.

Ora si apre una nuova sfida che è bene saper gestire: quella dell’Intelligenza Artificiale, che oltre ad agevolare e potenziare comunicazione e promozione, dove già trova applicazione, rappresenta un potente alleato in ogni fase. Dall’analisi dei dati alla customizzazione delle proposte fino al miglioramento dell’esperienza di ogni cliente, l’AI può fare davvero la differenza.

Il punto di partenza resta però imprescindibile, per sfruttare appieno il potenziale è necessario dotarsi di un CRM (Customer Relationship Management) un sistema che permette di gestire in modo strutturato tutte le interazioni con i clienti già acquisiti e potenziali, costruendo un Database.

L’adozione della tecnologia è ancora limitata, spesso per la percezione di costi elevati, ma anche per la natura fortemente tradizionale di molte cantine. Superare queste barriere non è solo una leva di crescita per la singola cantina ma un passo fondamentale per l’intero settore. 

La strada tracciata da questa indagine apre nuovi orizzonti, l’enoturismo italiano ha davanti a sé occasioni straordinarie perché le cantine non sono solo luoghi di produzione ma custodi di cultura, territori da vivere e porte aperte su storie da raccontare. I numeri sono utili e importanti, ma il futuro è scritto nella capacità di interpretarli e trasformarli in esperienze uniche ed appaganti, un modello di eccellenza da imitare.

Bacoli: Aguglia raddoppia tra Osteria di Mare ed Enoteca Brilla

Alessandro Costigliola ha un coraggio da leone per aver creduto fortemente in un territorio ricco di bellezza e altrettante asperità paesaggistiche. Siamo a Bacoli, sulla Marina Grande in un piccolo golfo marino dai colori tenui e patinati di un dipinto di Rembrandt.

Immersi nella quiete invernale, prima della calca festaiola d’estate, sembra di essere cullati dal silenzio intervallato dall’eterno sciabordio delle onde del mare e da quel vento di salsedine che predispone all’idea della tavola, accompagnati da una valida proposta di cucina di mare.

Alessandro con la sua Aguglia – Osteria di Mare è uno dei tanti autodidatta che ha deciso di cambiare la propria vita inseguendo il sogno di una gastronomia di qualità. Non poteva scendere a compromessi per evitare di veder sacrificato ogni impegno, diventando l’ennesimo improvvisato sulla scena dei ristoranti campani.

E di pari passo la carta dei vini doveva essere intrigante, originale e selezionata nell’etichette, differenti dai listoni dei rivenditori. Meno comfort zone e maggior accettazione del rischio d’impresa, offrendo ricette e rivisitazioni di piatti tipici, senza temere il giudizio di chi considera un sacrilegio toccare il “grande classico”.

Considerare il cibo come l’opera d’arte, nato dalle mani talentuose e dalla fantasia del proprio autore, significa rispetto anzitutto per le materie prime, per le contaminazioni e gli influssi positivi presi come spunto da altre mentalità fuori regione. “Dal km zero al km buono” afferma Costigliola fin dai tempi del Tuna, la precedente esperienza vissuta nel porticciolo bacolese.

Vale così per il saporito crostino e pesto di cozze, cromaticamente suadente, dal sapore concentrato di mitili in sauté. Contemporanea la tartare di orata con frutto della passione e ananas, accompagnata da una appagante tartare di tonno, crostini aromatizzati, aria di pomodoro e pesto di basilico e dal sashimi di pesce con erba cipollina, pomodorini e olive, costituenti il pilastro del “Non Menù”, 7/8 assaggi a tema libero in cui variare gli ingredienti volta per volta sulla base del pescato di stagione.

Dal crudo al caldo con gli antipasti composti da bracioletta di mare, salsiccia di tonno e friarielli con riduzione di aglianico, seppia con vellutata di piselli e guanciale croccante. Quei ricordi ricercati della trattoria di una volta, nella serenità di un prodotto fresco, abbattuto come da legge e cotto alla perfezione, seguendo tecniche moderne che ne amplificano aromi e gusto.

Prima del dolce il nuovo ingresso dedicato al mese del Carnevale: la lasagna di mare (strati di pasta fresca liscia, besciamella, mozzarella, parmigiano reggiano,leccia, ricciola e cefalo, su crema di basilico e fumetto di pesce). Gradevole l’insieme, magari pensando in futuro ad alzare l’asticella con un ragù ristretto di mare in futuro o altre sorprese ad effetto.

Cinque elementi di brigata in cucina, con a capo Francesco Fevola, possono essere il giusto brainstorming, dal pane e lievitati fino al dessert di chiusura. Come il TiramiSud, ad esempio, con ricotta di bufala e caffè. Scomposizione efficace della storica ricetta conosciuta in tutto il mondo.



I saluti di commiato avvengono tra gli spazi dell’Enoteca Brilla, che funge anche da cantina di Aguglia, con alcune chicche italiane ed estere tra le oltre 700 presenze degne della visita in un luogo incantevole e pieno di energia. Si nota dal bradisismo con cui gli abitanti convivono da sempre, si ravvisa nelle pietanze e nei calici di Alessandro Costigliola e del suo staff.

Damijan Podversic e la poesia dei vini friulani del Collio

L’appuntamento di Banca del Vino presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca è stata dedicata a Damijan Podversic, in una serata in cui il vino, per una volta, faceva da attore comprimario ad un uomo che ha dato voce al proprio lavoro e al proprio sogno.

Il Friuli-Venezia Giulia, si sa, è terra di passaggio di culture e Damijan incarna perfettamente l’essenza di questo territorio, a cominciare dal momento in cui Gorizia fu annessa al Regno d’Italia nel 1919. Orgogliosamente contadino, ripercorre le difficoltà che la sua terra incontrò, dallo spopolamento delle campagne in favore delle fabbriche di città. Fu suo padre, proprietario di un’osteria, ad acquistare nel 1973 i primi due ettari di terreno per produrre il vinello da servire ai suoi avventori.

Ma è a Mario Schiopetto, Nicola Monferrari e Josko Gravner – assurto a padre spirituale- che deve la sua educazione enologica.  Tornato dal servizio di leva obbligatoria, Damijan inizia a dare vita al proprio sogno. La moglie Elena diviene subito il suo co-pilota in quello che egli stesso ha definito un viaggio verso la Luna. Nella fase di ritorno dal viaggio, ha affidato il timone alla figlia Tamara, sancendo di fatto, per il 2026, la sua ultima vendemmia col berretto da capitano.

Vitigni basali e aromatici e maturazione fenolica, sono i principi alla base della sua idea di viticoltura, in un territorio, quello del Collio, con altitudini comprese tra gli 80 e i 280 metri s.l.m., caratterizzato da argille e silici compresse. Un suolo ricco di scheletro e capace di trattenere l’acqua nei periodi estivi: la cosiddetta Ponca goriziana. I vitigni si chiamano Friulano, Malvasia, Ribolla Gialla, ben predisposti alla Muffa Nobile che determina la differenza tra un’annata calda e una fredda, tra un concerto rock o piuttosto la Nona Sinfonia di Beethoven.

Lo Chardonnay lo allontana dal padre per poi ricongiungerlo nella saggezza del lavoro in vigna e in cantina. Il vino deve racchiudere in sé tre caratteristiche: salinità, croccantezza, tensione; tre parimenti le fasi da rispettare: quella gestazionale, di circa tre mesi, durante i quali si svolge la fermentazione con macerazione sulle bucce ad una temperatura compresa tra 26° e 32° e la successiva malolattica. Segue poi la fase di svezzamento, durante la quale il vino trascorre non meno di tre anni in botti di rovere da 20 o 30 ettolitri ed, infine, la fase di maturità, ossia l’affinamento in bottiglia non inferiore a un anno.

Il vino può essere apprezzato sotto due aspetti, quello determinato dall’impatto olfattivo tipico dei vitigni aromatici, e quello della profondità gustativa, tipica dei vitigni basali. Un concetto che Damijan lega con una metafora alla bellezza esteriore e interiore di una persona. Il Collio Bianco Kaplija nasce quale unione dei due aspetti: l’aromaticità della Malvasia Istriana e del Friulano e la profondità dello Chardonnay. Proprio come predicato dal padre.

Diverso ragionamento spetta alla Ribolla Gialla, definito dal produttore come un vitigno autoctono privo di grande intensità aromatica. Si capisce subito che è il suo figlio prediletto, quello dei dolori e delle grandi soddisfazioni, tanto che, al di là di un convenzionale ordine di servizio, lo inserisce alla fine, dopo la verticale di quattro annate di Kaplija.

Iniziamo proprio dalle quattro annate di Collio Bianco Kaplija: 2020, 2019, 2018 e 2016

Il tratto comune risiede nel sorso caldo e avvolgente, equilibrato, masticabile e succoso, che richiama continuamente ad un successivo assaggio. Tutte e quattro le annate sono state classificate come calde, ma la 2020 e la 2018 hanno in comune una piccola percentuale di uve muffate. Kaplja 2020 ha naso ricco, ancora giovane, in cui si evidenziano sentori fruttati freschi ed erbe di montagna che si traducono in un sorso generoso e opulento. La 2019 evidenzia invece note resinose e di radice di liquirizia, più secco e dalla chiusura amaricante accentuata. Complesso ed evoluto il naso della 2018 dove spiccano confettura di pompelmo, caramella d’orzo e nocciolina americana in perfetta coerenza con l’assaggio denso che ricalca continuamente i sentori agrumati. Nella 2016 a prevalere sono il naso di arancia bionda, caramella gelée all’albicocca e un bouquet floreale ancora vivido, meno slanciato rispetto ai precedenti, ma dotato di maggiore equilibrio.

Tutt’altro che  priva di intensità aromatica la Ribolla Gialla 2020 si presenta su frutta gialla matura, miele d’acacia e caramella d’orzo; al palato comprendiamo appieno il senso del termine profondità che Damijan ha attribuito a questo vitigno. La stessa carezza dell’onda sul bagnasciuga, che ritorna ogni volta con rinnovata potenza ed energia.

Az. Agr. Podversic Damijan 

Via degli Eroi 33

34170 Gorizia (GO)

Le Girolì ad Eboli, tutta la dolcezza del mondo

Rossella e Livia, braccio destro e braccio sinistro de Le Girolì ad Eboli (SA), gastro-boutique specializzata nella realizzazione di dolci e torte dal gusto irresistibile.

Gli studi compiuti che miravano ad altri settori, poi la passione di famiglia per le creazioni di pasticceria hanno trasformato la vita delle due giovani titolari nel sogno più bello da realizzare: veder soddisfatti bambini e adulti mentre assaporano le loro delizie.

Torte appetitose e colorate, come la New York Cheese Cake, passando per i classici Cookie ripieni di cioccolata, Brownie, Cupcake e, per finire, Red Velvet, Carrot Cake e Tiramisù in versione americana. Proprio in tema di stile le ricette ricalcano quelle anglosassoni d’oltreoceano, atipiche per la Campania regno di zeppole, struffoli, sfogliatelle e pastiere.

Un punto di forza che determina anche l’originalità de Le Girolì nel far viaggiare, attraverso i morsi ed il palato, il consumatore verso lidi lontani all’insegna della beat generation. Una ribellione positiva, che si smarca dal concetto tipico di fare dolci in Italia.

La sac à poche sempre carica nel laboratorio, dove Livia inventa a seconda del momento e degli ingredienti stagionali. In sala Rossella a completare l’offerta con caffè, liquori aromatizzati e altre specialità dolciarie.

Una piacevole pausa di ristoro in un luogo rilassante, dai toni caldi e accoglienti, che abbiamo visitato per voi lettori di 20Italie, da sempre attenti alle novità del territorio.