Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Campania – Vincenzo Di Fiore festeggia il decennale nella prestigiosa Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso

Vincenzo di Fiore festeggia dieci anni con i “2 spicchi” della prestigiosa guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Un successo legato all’amore per la tradizione e per il territorio che il maestro pizzaiolo celebra in ogni sua creazione. Il lungo percorso è iniziato ad Acerra nel 2004 ed ora è giunto, nella sua tappa più recente, a Pomigliano D’Arco con il nuovo locale in via Gandhi, dove abbiamo avuto recentemente occasione di degustare alcune delle proposte più note del menù Di Fiore.

Un percorso non scontato, in un’epoca che ha fatto della sperimentazione e dell’innovazione i cavalli di battaglia del comparto pizza, Di Fiore è rimasto strettamente legato ai canoni dettati dal disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di cui è membro dal 2018: farina di forza media-debole, impasto diretto, lievitazione per un massimo di venti ore.

Il risultato è la pizza tradizionale per eccellenza, sottilissima al centro e dal cornicione ben alveolato. L’abbiamo gustata nelle sue versioni più semplici e popolari, margherita e salsiccia e friarielli. Ma è risaputo che sui terreni semplici si giocano le battaglie più dure, in questo caso vinta grazie al binomio spessore e cottura perfetta: il condimento non scivola via, la pasta non si affloscia e la chiusura a portafoglio è garantita. In un unico termine: equilibrio. 

La cura di Vincenzo per il territorio va oltre e si spinge fino al recupero di prodotti locali, come il fagiolo dente di morto, Presidio Slow food di Acerra, protagonista di uno dei fritti presenti a menù, l’Arancino Pulcinella. Bianco, con provola e pomodorini gialli, è dedicato alla maschera che proprio ad Acerra, secondo la leggenda, deve i natali. Di media grandezza, decisamente non un finger food, è appagante, anche grazie alla frittura pulita e asciutta che avvolge il ripieno cremoso.

Il vero flashback proustiano, che ci risucchia in un vortice di ricordi come lo chef Ego che assaggia la ratatouille dell’omonimo film, sta però nel gioiello di Vincenzo Di Fiore, la pizza lampiata.

“Sono un pizzaiolo della tradizione, mi piace riproporre i piatti che non si fanno più”, commenta Di Fiore, raccontando la storia della sua preparazione più famosa.

Tradizionale della provincia napoletana, ogni famiglia aveva la propria ricetta, con un unico punto in comune: la lampiata si cuoceva in teglia di ferro, sfruttando il calore del forno dopo la cottura del pane, quindi a una temperatura inferiore rispetto alla pizza verace. Le ultime lampe di fuoco scaldavano lentamente la pizza e diffondevano nei cortili e nelle strade il tipico profumo che si traduceva in un boccone arruscato e goloso.

Più alta e soffice della verace, senza cornicione,  l’abbiamo degustata in versione margherita e salsiccia e friarielli: un cibo confortevole e familiare, che nella mancanza di ricercatezza e di virtuosismi gastronomici, vede il suo punto di forza. Vincenzo la propone anche con baccalà e papaccelle o parmigiana, come sostituto estivo della salsiccia e friarielli.

Dieci anni di consolidata qualità senza compromessi sulla tradizione: questa la sfida vinta da Vincenzo Di Fiore.

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Acerra

Corso Italia, 30

Acerra (Na)

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Pomigliano

Via Gandhi, 18

Pomigliano d’Arco (Na) Tel. 334 8081782

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti

Roma – Tutta l’eleganza delle Langhe con i vini di Josetta Saffirio al ristorante Da Francesco

Roma accoglie la Langa e i suoi profumi. I sampietrini lucidi per la leggera pioggia, in una grigia mattinata nel cuore della città, tra le vie storiche che incorniciano Piazza del Fico, l’azienda Josetta Saffirio ha presentato alla stampa le sue nuove annate in un evento organizzato in collaborazione con AB-Comunicazione.

A guidare i giornalisti alla scoperta delle etichette è stata Sara Vezzi, voce autorevole della cantina, che con competenza e passione ha raccontato filosofia, stile e identità produttiva dell’azienda.

Il Ristorante Da Francesco, noto indirizzo romano e luogo di incontro per buongustai e addetti ai lavori, si è trasformato per l’occasione in una scenografia ideale: intima, accogliente, autenticamente cittadina, perfetta per far dialogare Roma con le colline di Langa.

Un ponte tra Roma e Monforte d’Alba

La famiglia Saffirio, dal 1800 è custode di una delle realtà più identitarie di Monforte d’Alba, ha presentato alla stampa una selezione delle sue etichette più rappresentative. L’evento ha messo in luce l’anima più elegante della Langa, evidenziando la coerenza stilistica della cantina: vini precisi, profondi, puliti, capaci di raccontare con sensibilità la complessità dei diversi cru.

La presenza di un pubblico attento ha reso il dialogo vivace e ricco di spunti, mentre l’organizzazione impeccabile di ab-comunicazione ha garantito un contesto professionale e coinvolgente.

Il menù dello Chef Gianluca Marrella: un viaggio gastronomico in abbinamento ai Barolo

L’esperienza è stata esaltata da un percorso culinario sapientemente elaborato dallo Chef Gianluca Marrella, che ha studiato piatti in equilibrio tra tradizione romana, note autunnali e richiami piemontesi, valorizzando al meglio la struttura e l’eleganza dei vini in degustazione.

I piatti e gli abbinamenti:

  • Verdura di stagione in tempura con salsa piccante in agrodolce Abbinamento: Spumante Metodo Classico Alta Langa DOCG sciccheria 2021. Un incontro fresco e dinamico, perfetto per aprire le danze.
  • Tagliolino cacio, pepe e tartufo nero Abbinamento: Monforte 2020 Barolo DOCG (Comune di Monforte d’Alba) Cremoso, aromatico, elegante: un abbinamento che ha esaltato la verticalità del vino.

  • Fusillo con ragù di vitello e castagne Abbinamento: Ravera 2019 Barolo DOCG Un piatto che gioca sulle morbidezze e sul calore autunnale, perfetto per la struttura del cru Ravera.
  • Guancia di vitello brasata con crema di zucca Abbinamento: Barolo DOCG Riserva  1948 2018. Uno dei momenti più intensi del pranzo: profondità, complessità ed emozione nel bicchiere.
  • Degustazione di formaggi Abbinamento: Barolo DOCG Persiera – Magnum edizione limitata (bottiglia 41/340) Una rarità servita in grande formato, capace di avvolgere e valorizzare ogni forma e stagionatura.
  • Conclusione dolce: crema di zabaione e frutti di bosco Chiusura armoniosa, fresca e vellutata, perfetta per lasciare una nota memorabile.

Il racconto del vino secondo Sara Vezzi

Durante la presentazione, Sara Vezzi ha accompagnato la stampa in un percorso narrativo che ha intrecciato viticoltura, stile enologico e visione aziendale. Dai Barolo più austeri e longevi alle interpretazioni più immediate del Nebbiolo, ogni vino ha espresso un’identità chiara e riconoscibile, sottolineando la fedeltà della cantina ai valori di sostenibilità, precisione e rispetto del territorio.

L’evento al Ristorante Da Francesco è stato molto più di una degustazione: un incontro culturale, un momento di confronto, una celebrazione della Langa raccontata nel cuore di Roma.

I vini di Josetta Saffirio, presentati con competenza e passione da Sara Vezzi, hanno saputo coinvolgere e conquistare i presenti, mentre la cucina di Gianluca Martella ha firmato un percorso gastronomico capace di dialogare con eleganza e intensità con ogni calice. Un appuntamento che conferma, ancora una volta, come il grande vino sia soprattutto narrazione, identità e condivisione.

La Ciacolada e Azienda Casearia Fior d’Agerola, la storia gastronomica e imprenditoriale di due famiglie campane

La Ciacolada a Grado, pizzeria con cucina nata dal sogno condiviso di Laura e Luigi Buondonno si unisce alla tradizione dell’azienda casearia Fiordilatte di Agerola, una delle eccellenze più rinomate della Campania dal 1840.

Questa partnership nasce dal desiderio di combinare in modo armonico due territori ricchi di storia, cultura e sapori profondamente identitari: da un lato i Monti Lattari e la maestria dei casari agerolesi, dall’altro l’atmosfera friulana e l’eleganza della laguna gradese, con il suo ritmo rilassato e la sua cucina essenziale e sincera. Laura e Luigi, founder e titolari di La Ciacolada, hanno origine agerolesi: traferitisi dalla Costiera in Friuli hanno da subito creato uno stretto rapporto con la città di Grado omaggiando la terra friulana con dei piatti in grado di unire la tradizione gastronomica campana a quella friulana.   

“La Ciacolada nasce dal desiderio di raccontare chi siamo e da dove veniamo”, dichiarano Laura e Luigi, “la Campania è la nostra casa, la nostra terra, il luogo dove abbiamo imparato il valore delle materie prime, del lavoro artigianale e del rispetto per la tradizione. Portare tutto questo a Grado è per noi motivo di orgoglio”. Il cuore del progetto è una cucina che rispetti i canoni della tradizione campana, frutto di impasti curati, rispetto per il prodotto, piatti che valorizzino il pesce fresco della laguna gradese oltre a ingredienti selezionati. Fondamentale, in questo percorso, è il rapporto diretto con l’azienda casearia Fior d’Agerola, eccellenza dei Monti Lattari, un’arte che si trasmette di padre in figlio fin dal 1840 e che fornisce i formaggi utilizzati in pizzeria.

Dal produttore direttamente al consumatore, utilizzo di latte fresco e consegnato allo stabilimento a non più di 24 ore dalla mungitura e immediatamente trasformato, lenta maturazione, sapiente filatura e formatura, una giusta salatura garantiscono un prodotto di qualità che mantiene intatta la propria freschezza. Questa collaborazione non è soltanto un incontro di tradizioni culinarie, ma un vero e proprio progetto culturale ed imprenditoriale che unisce nord e sud Italia attraverso il linguaggio del gusto. La cucina friulana si caratterizza per la sua essenzialità, l’attenzione alle materie prime e un legame profondo con la natura; la tradizione campana, invece, esprime calore, intensità aromatica, tecniche secolari e una storia gastronomica legata al Mediterraneo.

Ne nasce una cucina che rispetta il territorio, ma che non rinuncia alla voglia di esplorare nuove contaminazioni, un modo di fare gastronomia capace di parlare a un pubblico ampio ma attento alla qualità. La Ciacolada riaprirà nel mese di marzo ma Luigi e Laura e tutto il loro team sono al lavoro dietro le quinte pronti ad offrire sempre il meglio della tradizione campana.

Manuel Maiorano presenta la Parigina Crunch: il nuovo street food gourmet che conquista tutti

Si chiama Parigina Crunch la nuova creazione firmata Manuel Maiorano, chef e titolare di Crunch Pizza di Strada e dello storico locale La Fenice Pizzeria Contemporanea. Un prodotto che reinterpreta in chiave Maiorano la classica parigina napoletana, trasformandola in un’esperienza croccante, leggera e ricca di carattere.

Pensata per portare l’eccellenza della pizza contemporanea nel mondo dello street food gourmet, la Parigina Crunch unisce tecnica e identità territoriale. Alla base c’è un impasto da teglia ad alta idratazione (90%), che garantisce una croccantezza unica e una struttura ariosa, diversa dalle versioni tradizionali più soffici. La parte superiore è invece una sfoglia artigianale, volutamente non spennellata con l’uovo, per mantenere un effetto opaco e naturale, simbolo di una lavorazione autentica.

Le varianti della Parigina Crunch sono un viaggio tra i sapori della Toscana: salsiccia e stracchino, porchetta e patate, salsiccia e friarielli. Ogni combinazione nasce dal desiderio di fondere la tradizione campana con ingredienti e gusti tipici locali, creando un equilibrio perfetto tra croccantezza, morbidezza e sapidità.

Con la Parigina Crunch ho voluto unire due mondi che amo: la pizza di strada e la cucina toscana – racconta Manuel Maiorano. È un prodotto semplice, ma tecnico, pensato per essere croccante, leggero e goloso. Mi piace l’idea che chi la assaggia possa ritrovare un pezzo di Napoli e un tocco di Toscana in un solo morso”. E se a La Fenice Pizzeria Contemporanea, punto di riferimento a Pistoia per gli amanti della pizza d’autore, Maiorano porta avanti da anni un percorso di innovazione che coniuga tecnica e territorio, da Crunch Pizza di Strada, questa visione trova oggi la sua espressione più pop e croccante, proprio con la sua strepitosa Parigina.

Napoli: OWAP apre al Vomero

Lo avevamo conosciuto nella serata a quattro mani con Luigi Mastellone, presso la pizzeria Basilico a Sorrento. Ora abbiamo avuto occasione di vederlo a lavoro in casa propria, nel locale di recente apertura a Napoli, in via Merliani, a due passi da Piazza Vanvitelli – “Incontri di pizze” da Basilico Italia a Sorrento.

Si tratta del maestro pizzaiolo Mauro Espedito che a novembre ha puntato una nuova bandierina del suo percorso al Vomero, dove è approdato col suo marchio OWAP One World All Pizzas. Espedito, grazie al suo percorso internazionale, ha fatto delle contaminazioni culinarie il proprio fil rouge tra gli impasti, senza mai perdere di vista le radici napoletane.

Al Vomero troviamo un locale intimo e accogliente – una trentina di coperti in totale- di gusto tutto partenopeo: all’ingresso ci accolgono il Vesuvio, San Gennaro e  il presepe fatto di pasta di pizza. “Una bella occasione che ho voluto cogliere nella mia città”, ha commentato Espedito a 20Italie, senza perdere di vista il lavoro davanti al forno.

Un menù ben assortito quello di OWAP, che spazia dai classici senza tempo della pizzeria napoletana, alle creazioni più estrose di Espedito tra cui spiccano la Margherita OWAP, con ketchup di pomodorino del piennolo, e la Pepperoni, condita col salame piccante più amato negli States. Non mancano i calzoni ripieni e la proposta light per chi proprio non vuole eccedere.

In questa circostanza, tra fritture e pizze, abbiamo alternato tradizione ed evoluzione come concepite da Mauro Espedito.

Il nostro viaggio è iniziato con le sfizioserie tipiche: il crocchè di patate, la frittatina di pasta, le soffici montanarine proposte in doppia versione con salsa di datterino rosso, ricotta in salvietta, basilico, scaglie di parmigiano e con crema di datterino giallo, ricotta di bufala, pepe rosa, alici del Mar Cantabrico, basilico. Asciutti ed equilibrati, frienno magnanno aprono la fame e la strada alle pizze successive.

Con miscela di farine tipo 0 e tipo 1, tutti gli impasti fanno doppia lievitazione con autolisi, per un minimo di ventiquattro ore fino a un massimo di cinquantaquattro.

Degustiamo due pizze Evergreen e due montanare a doppia cottura, prima al forno e poi fritte. Iniziamo dalla regina del menù di ogni pizzeria che si rispetti, la Margherita. Sottile, cornicione ben alveolato, si fa mangiare con le mani e richiama una fetta successiva senza alcun senso di colpa.

Delizia Campana è invece la rivisitazione della salsiccia e friarielli, qui proposta con provola e salsiccia di maialino nero casertano: leggera ed equilibrata anche grazie al broccolo senza particolare retrogusto amaricante.

Le montanare a doppia cottura rientrano tra le cosiddette pizze alternative del menù OWAP, creazioni di Mauro Espedito.

La Stracciata 2.0 fresca è delicata, condita fuori forno con prosciutto crudo, stracciata, pomodorini semi-dry, pesto di basilico e polvere di pomodoro e  passiamo subito dopo al gusto più deciso della Selvaggia, dove a prevalere è il ragù di cinghiale in accoppiata col sapore tutto regionale del Provolone del Monaco. Concludiamo la carrellata con la pizza napoletana per eccellenza, la marinara aglio e origano: Espedito fa parte di quella schiera secondo cui va condita anche con basilico, aspetto su cui concordiamo.

La carta dei dolci, essenziale ma ben costruita, si avvale delle preparazioni della storica pasticceria di Mario Di Costanzo. Scegliamo di chiudere con la dolcezza  condita di irriverenza tutta partenopea del San Gennà futtetenne: una stratificazione di gelèe ai lamponi, mousse al cioccolato fondente, croccante al gruè di cacao e gelèe di pellecchiella del Vesuvio per onorare il Santo del popolo napoletano.

OWAP

Via Giovanni Merliani, 51

80129 Napoli

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Il mare d’inverno nella minestra maritata di Aguglia a Bacoli

“Il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera. È poco moderno, è qualcosa che mai nessuno desidera.” Così cantava Loredana Berte. Invece, a Napoli, non solo diventa normalità, ma bisogno fisiologico anche nei giorni più freddi e fonte di ispirazione per trovare il coraggio di alterare addirittura la ricetta di un piatto natalizio tradizionale come la minestra maritata. 

minestra maritata con scapulin langhe bianco docg 2022 giuseppe cortese

La minestra maritata è uno dei piatti sacri a cui difficilmente le nonne campane rinunciano. Un piatto che richiede amore, dedizione, pazienza ed è la tipica pietanza che quando sei piccolo fai fatica anche solo ad assaggiare ma che dopo i 30 diventa sinonimo di conforto e piacere e se manca a tavola dal 25 dicembre al 1 gennaio è meno Natale, è meno casa. 

carpaccio di spigola con zeste di limone e ricotta agrumata

Alessandro Costigliola, il proprietario di Aguglia – Osteria di Mare di Bacoli, ha mostrato senza dubbio coraggio nell’approvare la proposta dello chef Francesco Fevola che ha eliminato la carne e dato spazio alle loro specialità di mare: gamberi rossi, seppie, calamari, ricciola, polpo, tonno, pesce spada. E poi bietole, cicoria, cavolo cappuccio, scarola liscia, verza e broccoli neri. 

Adesso, immagina di essere a pranzo in un giorno qualsiasi di dicembre. Indossare un maglione che ti tiene caldo e quel raggio di sole che fa capolino dalla veranda di Aguglia a completare il quadro.

tagliolini di seppia con crema di tarallo e tarallo sbriciolato

Il mare è di fronte e nel piatto: ti portano la loro minestra maritata di mare, rigorosamente accompagnata da un calice di vino bianco, uno chardonnay per la precisione (Scapulin Langhe Bianco Docg 2022 – Giuseppe Cortese) per dare ancora più sapore e quella sensazione di benessere che solo il buon cibo – e il mare – sa darti. 

polpettina di pesce con ragù e pesto di rucola

Questo assaggio di mare d’inverno a Bacoli è moderno e diventa esattamente quello che tutti desideriamo: mantenere viva la tradizione in casa, aggiungendo un pizzico di personalità fuori casa, senza dimenticare quello che eravamo né quello che siamo.

Modus a Milano festeggia la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco

Dietro ogni evento ci sono professionisti che lo rendono possibile. In questa occasione, l’agenzia di comunicazione Carbot Comunication di Carla Botta, lo chef Paolo De Simone del ristorante Modus e la cantina di Francesca Carranante hanno collaborato per organizzare un evento dedicato alla cucina italiana e ai suoi sapori.

Il 10 dicembre, al Modus di Milano, si è svolta una serata speciale dedicata alla cucina italiana, proprio nel giorno in cui è arrivata la notizia storica: la cucina italiana è ufficialmente Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Per la prima volta nella storia, viene dato questo riconoscimento ad un’intera tradizione gastronomica nazionale. L’UNESCO ha definito la cucina italiana come una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, capace di esprimere amore, benessere e identità culturale attraverso il cibo.

Il traguardo è il risultato di un iter complesso, iniziato a marzo 2023 con l’annuncio ufficiale della candidatura da parte del Governo, e di un lavoro corale che ha visto in prima linea istituzioni culturali, chef di fama, accademie e comunità locali.

Protagonista dell’evento, Paolo De Simone, patron del ristorante e ambasciatore della Dieta Mediterranea, ha guidato gli ospiti in un viaggio tra i sapori del Cilento, sua terra d’origine. Un percorso che ha spaziato dalle autentiche pizze cilentane, ben diverse dalle celebri napoletane, fino a reinterpretazioni raffinate dei grandi classicidel territorio, sempre nel segno della stagionalità, del rispetto delle materie prime e della sostenibilità.

Dopo anni di esperienza nel cuore del Cilento, Paolo ha scelto di esportare la sua visione gastronomica oltre i confini della sua terra d’origine. Nasce così Modus, un format innovativo che approda a Milano con un’idea chiara: riscoprire la semplicità del cibo.

La filosofia di De Simone, racchiusa nel concetto di “Semplice Mangiare”, si traduce in piatti essenziali, realizzati con ingredienti di stagione provenienti quasi esclusivamente dal Cilento. Dal pesce azzurro alle verdure fresche, fino ai prodotti simbolo della dieta mediterranea. Ha trasformato la sua passione per la panificazione in un percorso di eccellenza.

Oggi Modus vanta quattro location milanesi, tra ristorazione e gastronomia, confermando il successo di un progetto che unisce qualità, territorialità e innovazione.

Le sue pizze si distinguono per l’uso di lievito madre, farine locali integrali macinate a pietra, ricche di fibre e con basso indice glicemico. La sua filosofia punta su qualità e biodiversità, valori che gli hanno valso numerosi riconoscimenti: dal titolo di “Miglior Pizzaiolo d’Italia” fino al recente “Premio Biodiversità d’Italia” assegnato dalla guida Pizza & Cocktail di Identità Golose 2025.

Paolo, con grande passione, ci racconta ogni piatto: le origini, gli ingredienti, le tecniche di lavorazione e la sua visione personale.

Ad accompagnare l’esperienza, gli spumanti Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese firmati da Francesca Carranante, perfetti per valorizzare ogni piatto e celebrare l’eccellenza enologica italiana. Il nome rivela origini campane: nata a Bacoli e innamorata del Pinot Nero, ha scelto una delle zone d’elezione di questo vitigno, l’Oltrepò Pavese. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, Francesca unisce due mondi, il vino e l’arte. Ne sono testimonianza le splendide cassette porta-bottiglie dipinte a mano, vere opere che riflettono il suo approccio creativo e la cura per i dettagli.

La cena si apre con il tipico antipasto cilentano: un mix di erbe (broccoli, scarola, cardi e cicoria) un piatto semplice ma ricco di sapori autentici; melanzana mbuttunata farcita con uova, cacio ricotta, prezzemolo e pomodoro; mozzarella di mucca che rispetto alla tradizionale mozzarella, risulta più asciutta e compatta. Ad accompagnarlo il Metodo Classico Dosaggio Zero, un profilo olfattivo elegante con sentori agrumati e richiami floreali, una buona struttura e una piacevole sapidità.

Si prosegue con il primo, cavatelli cime di rapa e alici di Menaica. Un piatto che racconta l’incontro tra due anime del Sud: la cucina contadina e la tradizione marinara cilentana. I cavatelli, pasta di semola e acqua, nascono nelle case rurali come simbolo di semplicità e sostanza. Le cime di rapa, ortaggio povero ma ricco di carattere, portano in tavola il gusto amarognolo dell’inverno.

A completare il piatto, le alici di Menaica, presidio Slow Food: pescate con la rete menaica, una tecnica antica che seleziona solo le alici più grandi e sane, salate e stagionate secondo usi che affondano le radici nella storia greca e monastica. Qui il calice accoglie il Metodo Classico Extra Brut 100% Pinot Nero, che ci accompagnerà anche nel secondo piatto. Un vino molto equilibrato con sentori di frutta a polpa bianca, crosta di pane, con una viva acidità e sfumature minerali.

Il secondo piatto fa onore al calamaro, protagonista indiscusso della tradizione marinara cilentana. Qui lo troviamo ripieno di scarola, olive e patate, ingredienti semplici che raccontano la storia di una cucina povera ma ricca di sapori autentici.

Terminiamo con un riconoscimento alla tradizione meneghina: il panettone con crema al mascarpone. Un dolce che non è solo simbolo del Natale, ma emblema di Milano. Completiamo l’esperienza con il Metodo Classico Brut Rosè, uno spumante raffinato e versatile, belle bollicine fini.

La cucina italiana, oggi patrimonio UNESCO, non è solo ricette, ma un sistema fatto di tradizioni, territori e competenze che contribuiscono all’economia e all’identità del Paese. La sfida ora è preservare questa ricchezza, garantendo che innovazione e globalizzazione non ne compromettano autenticità e valori. Un riconoscimento che chiama tutti, istituzioni, produttori e consumatori, a una responsabilità condivisa.

Non sono mancate le critiche, Giles Coren del Times ha alzato i toni, salvo poi ammettere che era solo una provocazione satirica contro lo snobismo britannico che sfoggia il made in Italy come trofeo. Poco male: il riconoscimento UNESCO non è un concorso di opinioni, ma la tutela di un patrimonio culturale universale.

La cucina italiana continuerà a raccontare la sua storia attraverso sapori e tradizioni, indipendentemente dai giudizi di chi preferisce discutere davanti a una tazza di tè.

Prosit!