Firenze, la cantina Amaracmand da Atto di Vito Mollica

L’azienda vitivinicola Amaracmand ha presentato a Firenze, nella capitale del Sangiovese, le nuove annate delle loro etichette presso il prestigioso Ristorante Atto di Vito Mollica. Grazie a Maddalena Mazzeschi avevamo già incontrato la cantina in più occasioni, compresa la recente fiera enologica FIVI.

Amaracmand un nome che si memorizza subito, oppure, si impiega un po’… L’etimo deriva da “Abbi cura di te”, frase che diceva sempre la nonna a Marco Vianello contitolare dell’azienda con la moglie Tiziana Matteucci. L’azienda è stata rilevata nel 2012 a Sorrivoli, frazione del comune di Roncofreddo in provincia di Forlì-Cesena sulle colline cesenati. In questo incantevole lembo di Romagna, la famiglia Vianello alleva la vite in un anfiteatro in regime biologico e vanta più di 12 ettari vitati su terreni ricchi di arenaria,  tufo, sabbia e argilla.


Le varietà a bacca bianca maggiormente allevate sono autoctone come Bombino Bianco, Trebbiano,  Grechetto gentile o Pignoletto e Albana, a bacca nera, Sangiovese e tra quelle internazionali, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante. I vini vengono  prodotti con la menzione Igt Rubicone, anziché Romagna Doc, identificando una zona ben precisa. Un fiume noto per la famosa frase “Passare il Rubicone” resa celebre quando lo attraversò Giulio Cesare segnando l’inizio della guerra civile romana, espressione usata ancora per prendere una decisione importante e irrevocabile. Persino Bob Dylan ha scritto e cantato “Crossing the Rubicon” ed i mitici Rolling Stones gli hanno dedicato Streets of Love.

La cantina si integra perfettamente con il paesaggio ed è stata costruita recentemente e completamente ipogea. Vanta tutte le più moderne attrezzature tecnologiche e un purificatore d’aria che scongiura il formarsi di muffe e batteri contaminanti, evitando di ricorrere all’uso di prodotti nocivi per la sterilizzazione, consentendo di produrre vini senza solfiti aggiunti, tranne che per Libumio. Nei vigneti e in cantina, i lavori vengono svolti con attenzione meticolosa e rivolta alla sostenibilità ambientale con fedele personale specializzato. Il sistema di allevamento è il Guyot tranne, per Perimea, che è a Cordone Speronato. Le rese per ettaro sono molto basse, tuttavia, sono variabili ogni anno. La vendemmia viene effettuata rigorosamente a mano. Le fermentazioni sono spontanee. A Firenze, per me è stata una ghiotta occasione per approfondire meglio la conoscenza dell’azienda in un ambiente ideale per questi eventi. 



I vini presentati a Firenze

Rubicone Bianco Igt Spumante “Madame Titì ” Brut Nature 2023 – Metodo Martinotti con 85% Bombino bianco (pagadebit, per il restante, Grechetto Gentile o Pignoletto, Albana, Trebbiano – Giallo dorato intenso, perlage sottile, al naso sviluppa sentori di pesca, albicocca,  nespola, mela, agrumi, miele e pan brioche, il sorso è vibrante, cremoso, saporito e persistente.

Rubicone Bianco Bio Igt Libumio 2024 – Bombino bianco (pagadebit)85%, per il resto Grechetto Gentile o Pignoletto, Incrocio Manzoni, Trebbiano – Giallo paglierino luminoso, emana note di mela, pera, susina ed erbe aromatiche, al gusto è rinfrescante, sapido coerente e duraturo.

Rubicone Sangiovese Igt Perimea 2024 – Sangiovese in purezza – Rosso rubino intenso,  al naso rivela sentori di violetta, ciliegia, mirtillo,  ribes rosso e note sia balsamiche che speziate,  al palato si presenta con una piacevole trama tannica ben integrata con freschezza e sapidità, vino lungo e duraturo.

Rubicone Sangiovese Igt Imperfetto 2023 – Sangiovese 85% e il restante saldo è composto da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante – Bel rubino intenso e profondo, al naso libera sentori di amarena, cassis, prugna, mora, sottobosco, liquirizia e spezie, al gusto è avvolgente con tannini setosi ed è dotato di una buona piacevolezza di beva e una lunga persistenza aromatica.


A fine degustazione ci siamo accomodati al Lounge bar, prima di passare al tavolo con le preparazioni gourmet dello chef una stella michelin Vito Mollica.

Si inizia con Gamberi al vapore su crema di zucca e verdure invernali in abbinamento con Libumio 2024, proseguendo con pappardelle burro e timo, fonduta al parmigiano reggiano e ragù di fagianella in abbinamento con Perimea 2024. Finale con anatra arrosto, lenticchie e salsa al tartufo nero in abbinamento con Imperfetto 2023. Selezione di formaggi e piccola pasticceria mignon e caffè concludono la piacevole giornata.

Servizio molto efficiente con personale qualificato e dai modi gentili e garbati. Il cibo superlativo, la porcellana fine e di gran classe. “Atto” è lo storico ristorante del suggestivo Palazzo Portinari Salviati di Firenze con sale affrescate del ‘500. Vito Mollica sa coniugare bene tradizione, innovazione, stagionalità e qualità delle materie prime.   

Siti di riferimento: https://www.amaracmand.com/  – https://www.attodivitomollica.com

La Valpolicella incontra l’India: i vini di Allegrini incontrano le spezie da Cittamani

A Milano, da Cittamani by Ritu Dalmia, una cena-degustazione ha messo in dialogo i vini di Allegrini con una cucina indiana contemporanea, misurata e profonda. Un confronto vero, senza scorciatoie.

Ci sono abbinamenti che funzionano per somiglianza e altre che funzionano per “attrito”.
Quelli andati in scena da Cittamani, a Milano, appartengono senza dubbio alla seconda categoria. I vini di Allegrini – espressioni limpide e identitarie della Valpolicella – sono stati chiamati a misurarsi con una cucina indiana che rifugge l’effetto cartolina e lavora, piuttosto, sulla precisione della spezia e sulla profondità del gusto. Non un gioco di concessioni, ma un confronto consapevole, in cui il vino non cerca di addomesticare il piatto e il piatto non chiede al calice di semplificare.

Il format della serata

Parlare di abbinamento tra vini della Valpolicella e cucina indiana significa entrare in un territorio delicato: la Valpolicella di Allegrini è fatta di equilibri, tensioni, freschezze e concentrazioni misurate, non di opulenza fine a sé stessa. Una famiglia la cui cifra stilistica vive di dettaglio, non di volume.

La cucina di Ritu Dalmia, da Cittamani, lavora allo stesso modo: la spezia come architettura, non come eccesso, il grasso come veicolo, non come coperta, il piccante come accento, non come protagonista.

Il terreno comune è la ricerca della profondità, non dell’impatto immediato. Questi abbinamenti accendono l’attenzione dei nostri sensi e ci costringono a metterci in gioco, riscoprendo la nostra capacità di degustare e trovare piacere.

Cittamani: l’India senza caricature

I piatti serviti durante la cena hanno confermato l’identità e il messaggio di Cittamani: Chef Ritu Dalmia da tempo porta a Milano una cucina indiana contemporanea, colta, certamente saporita, mai caricaturale, capace di dialogare con il vino perché non urla mai. Una rispettosa ricostruzione dei 28 stati indiani, delle loro forti differenze e delle forti caratteristiche rappresentative.

È un’India che lascia spazio, e proprio per questo si rivela terreno ideale per una degustazione consapevole.

I vini: la Valpolicella messa alla prova

Allegrini è un marchio tra i più noti del panorama vino italiano e tra i più storici a rappresentare la Valpolicella, racconta una storia di Famiglia e di innovazione ed è da sempre sinonimo di qualità e ricerca.

L’azienda nasce nel 1854 ad opera di Giovanni Allegrini e nel tempo tra le fila dell’azienda hanno trovato spazio tutte le generazioni successive e a rappresentarla a noi è stato Matteo Allegrini, rappresentante della settima generazione. Le rivoluzioni sono state sempre nel DNA degli Allegrini, dalla viticoltura in alta collina e l’introduzione dell’impianto a Guyot, la fondazione del centro di ricerca Terre di Fumane, un impegno costante nel tempo per migliorare.

L’abbinamento per decontestualizzazione

In questa veste i vini di Allegrini sono stati chiamati a funzionare fuori dalla comfort zone. Una sfida ardua, che dimostra quanto il palco dell’Azienda sia da anni quello Globale e non solo Italiano.

Black Garlic Salmon Tikka Ci immerge subito nel mondo di Cittamani, Semplicità, sapiente mix e presenza. Il filetto marinato si fonde perfettamente con la marinatura di aglio nero, un tocco di sapore tradizionale per molti Stati dell’India, in equilibrio completo con la glassa di peperoncino al miele e al tocco croccante che conferiscono calore convincente completezza al piatto, un bellissimo abbraccio iniziale.

Murg Kali Mirch Miglior Pollo Tandoori per il programma Foodish 2025, un armonia perfetta tra i Bocconcini di pollo marinati allo Yogurt e arrostiti al forno tandoori, tenerissimi e il bellissimo contorno di Panna, Anacardi, cipolla rossa e cetrioli impreziositi dal pepe nero, che va a impreziosire questo piatto, una antitesi freschissima del precedente.

In abbinamento per entrambi: Lugana Oasi Mantellina 2024, proveniente dalle nuove acquisizioni dell’azienda 40 Ettari nel Comune di Pozzolengo, un vino che gioca sull’ottima freschezza e sulla piacevole sapidità della Turbiana, lasciando anche un leggerissimo finale ammandorlato, ha offerto una lettura sorprendente con entrambe le portate, intervallando le note contrapposte del primo piatto e amalgamandosi invece alle note fresche e i ricordi di frutta secca del secondo.
Celeriac Chaat.

Piatto stupendo, per gli occhi e per il palato, nel quale la Chef valorizza in maniera eccellente il suo ortaggio del cuore, il Sedano Rapa, cotto alla brace e marinato con salsa allo yogurt e dischetti croccanti. Un connubio perfetto tra sapori, aromi e consistenze.

Beef Seekh Kebab Versione fine dining di una pietanza popolare. Carne succulenta di manzo avvolta intorno allo spiedo (Seekh) e servita con insalata Kachumber sottoaceto e salsa di menta. Semplice e succulento.

L’abbinamento è molto osato ma dimostra equilibrio e soprattutto col primo piatto stoffa per darci delle contrapposizioni interessanti. Recioto della Valpolicella Classico Giovanni Allegrini 2019, il vino che porta il nome del fondatore e che era il suo preferito. Nasce da un 80% Corvina Veronese, 15% Rondinella, 5% Oseleta che provengono dai migliori vigneti della famiglia Allegrini, situati nel cuore della Valpolicella. Vendemmia rigorosamente manuale dei grappoli migliori, appassimento fino alla fine di gennaio. La fermentazione avviene in acciaio per 25 giorni con rimontaggi giornalieri. L’affinamento in botte di legno è di 14 mesi, seguono 10 mesi in bottiglia. Rubino intenso e dal bouquet di frutta appassita e spezia dolce, vellutato al palato, dolce, sì ,ma compensato da grande struttura, la buona beva intervalla piacevolmente i due piatti.

Butter Chicken Un piatto che amo, simbolo della cucina Indiana, figlio della cucina di recupero, nasce negli anni 50 a Delhi dall’idea di riusare pezzi di pollo al forno tandoori avanzati, ai quali gli Chef Kundan Lal Jaggi e Lal Gujral vanno a marinare in una ricca salsa a base di pomodoro, burro, panna e un mélange di spezie elevandolo a icona della cucina indiana. Nella versione della Chef Ritu Dalmia la scelta della salsa di anacardi esalta ancora di più la golosità, il tutto servito con naan al burro. Ogni boccone è una testimonianza dell’ingegnosità umana e della capacità di trovare bellezza e abbondanza anche nelle circostanze più difficili.

In abbinamento Valpolicella Classico Superiore Grola 2022 “Grola non è solo un vino, è un’idea di Valpolicella. Un ritorno consapevole alle origini e una dichiarazione di identità. Questo progetto è un tributo a mio padre Franco, che aveva iniziato a immaginare questo cambiamento. Oggi Grola è il simbolo della nostra eredità e della nostra voglia di lasciare il segno”, dichiara Francesco Allegrini, CEO di Allegrini Wines. Grola è da sempre pioniere, e sperimentatore, negli anni ha sfidato le convenzioni, trasformando il suo blend per interpretare al meglio il territorio e il clima.

Oggi la sua anima è più autentica che mai: Corvina, Corvinone e Rondinella, senza compromessi, un singolo cru in grado di produrre rossi molto espressivi e di carattere. Affinamento complesso, 16 mesi in legno, di cui metà in barrique di secondo passaggio e metà in botti grandi, prima di maturare ancora in bottiglia. Al naso apre con piccoli frutti rossi, ricordi di ciliegia, violetta, goudron e cioccolato fondente. Tannino maturo e vellutato, grande freschezza che bilancia la pienezza del sorso. Ottimo in abbinamento.

Lamb Chops Le costolette di agnello grigliate al forno tandoori sono un classico del menu di Cittamani, carne succulenta, spezie, curry rogan josh, asparagi grigliati e pakchoi saltati in padella, patate speziate di contorno. Un piatto soddisfacente e discretamente complesso con cui si va ad abbinare l’ultimo vino, Amarone della Valpolicella Classico 2020 un classico pluripremiato, ma soprattutto identitario e che racchiude l’esperienza maturata da molteplici generazioni della famiglia. Le uve che danno vita a questo vino sono Corvina, Rondinella, Corvinone e Oseleta, lasciate ad appassire per circa 4 mesi, intorno alla metà di gennaio le vengono pigiate, segue una lunga fermentazione.

L’affinamento avviene in barriques per 18 mesi e in bottiglia per ulteriori 14 mesi circa. Alla vista appare rosso rubino intenso, al naso ricorda la frutta matura e la marasca con note leggermente speziate. Al palato è un vino di grande struttura, robusto con sentori speziati dovuti al lungo affinamento. Un vino dal grande dialogo con le carni alla griglia e le speziature, che in questo contesto si trova davvero a suo agio.

(Chili Cheese Naan a contorno)

Dessert

Sorbetto Fresh Mango Non abbinamenti “comodi” quini, ma abbinamenti pensati, costruiti sul rispetto reciproco. Il lavoro sulle tostature, sulle fermentazioni leggere, sulle salse costruite per stratificazione permette al calice di restare presente, leggibile, coinvolto.

I momenti che restano

Ci sono stati passaggi in cui il vino non si è limitato a seguire, ma ha cambiato il ritmo del piatto. È in quei momenti che si comprende l’importanza di una serata come questa: non insegnare, ma mettere in discussione.

Ringraziamo la Famiglia Allegrini per essersi messa in gioco in una esperienza così particolare e averci coinvolti, GamberoRosso, Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia di Gambero Rosso, presente in sala per presentare i vini e Valeria Roberto per la cura al progetto.

La cena da Cittamani con i vini di Allegrini non è stata un esercizio di stile, ma un invito a uscire dalle categorie rassicuranti. Allegrini ha dimostrato di parlare la lingua del vino del mondo e di poter dialogare con una cucina anche lontana senza perdere identità, mentre l’India di Ritu Dalmia ha confermato di essere una cucina matura, capace di sostenere il vino senza sovrastarlo. Quando l’abbinamento smette di essere una formula e diventa relazione, succede esattamente questo.

A Sorrento “Blu Theatre Experience”, l’atmosfera giusta per eventi e feste da ricordare

Sorrento si anima di un’iniziativa imprenditoriale che recupera i saloni imponenti del Cinema Teatro Armida; poter assistere a spettacoli dal vivo, festeggiare momenti di gioia, rivivere le atmosfere eleganti delle serate di gala con una proposta gastronomica raffinata e dai perfetti tempi di servizio.

In poche parole “alleggerire” con garbo gli eventi, conservandone charme e forza del territorio in un unico format. Le serate live del Blu Theatre Experience organizzate a febbraio in un ricco calendario sono state il viatico per un programma più complesso di attrazioni culturali e dinner show. Lo spazio polifunzionale non prevede, al momento, aperture periodiche e verrà sempre accompagnato da musica dal vivo e altre attività di intrattenimento.

Lo scopo, dunque, è quello di creare attenzione per i numerosi visitatori della penisola e per gli abitanti della città che potranno condividere un luogo architettonicamente meraviglioso colorato di una veste nuova. A Sorrento è arrivato il divertimento di qualità offerto dalla famiglia Mastellone, comodamente seduti in una crociera di emozioni.

Le proposte della brigata in cucina comprendono carciofo in doppia consistenza con gamberi, raviolini di pasta bianca fatti a mano ai funghi porcini, zucca e salsa di provola e filetto di vitella con rollino di verza, agrumi e patate arrosto.

La mise en place osa verso gli sfarzi dell’hotellerie di lusso ed è ottimo inizio tenendo conto anche dell’efficienza del personale di sala a consentire la riuscita dell’evento in tempi rapidi per consentire ai presenti di chiudere con un ballo al centro del palcoscenico sulle note musicali del deejay set.

A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Napoli, quando la fotografia incontra l’alta cucina: Sam Shaw e il mito di Marlon Brando al Deschevaliers Restaurant – Hotel De Bonart Naples

Arte e ospitalità tornano a dialogare a Napoli grazie alla rinnovata collaborazione tra Finarte e Caracciolo Hospitality Group, che insieme danno vita a un nuovo progetto espositivo all’interno del ristorante DESCHEVALIERS, situato nell’Hotel de Bonart Naples, Curio Collection by Hilton. L’iniziativa rappresenta un’evoluzione significativa della partnership tra le due realtà, con l’obiettivo di ampliare il dialogo tra cultura, ospitalità e gastronomia in un contesto contemporaneo e raffinato.

Per tutto il 2026, gli spazi del ristorante si trasformeranno infatti in una galleria temporanea dedicata alla fotografia d’autore. Il progetto prevede un ciclo di mostre monografiche che accompagneranno l’esperienza gastronomica degli ospiti, costruendo un percorso in cui gusto, estetica e contemplazione si fondono. L’intento è offrire un’esperienza sensoriale completa, capace di invitare il pubblico a rallentare e lasciarsi sorprendere, ricordando come anche l’arte, al pari della cucina, possa essere racconto, memoria ed emozione.

Il programma espositivo è coordinato dagli esperti di Finarte Davide Carlo Battaglia e Marica Rossetti, insieme al curatore scientifico e critico d’arte Roberto Mutti, che accompagnerà ogni mostra con testi critici e approfondimenti dedicati agli artisti presentati.

Il ciclo si apre con “Sam Shaw | Marlon Brando. Il volto, il mito, il set”, esposizione dedicata al celebre sodalizio tra il fotografo americano Sam Shaw e l’attore Marlon Brando. Visitabile dal 5 marzo al 20 aprile 2026, la mostra presenta una selezione di stampe fotografiche originali che raccontano l’intenso rapporto professionale e umano tra i due protagonisti.

Nel testo critico che accompagna l’esposizione, Roberto Mutti ricorda come alcune fotografie diventino vere e proprie icone collettive, anche per chi non riconosce il nome del loro autore. È il caso dello scatto realizzato da Sam Shaw nel 1951 sul set del film Un tram che si chiama desiderio, diretto da Elia Kazan e tratto dall’opera teatrale di Tennessee Williams, in cui Marlon Brando appare con la celebre maglietta bianca destinata a entrare nella storia dell’immaginario cinematografico.

Le immagini in mostra, tuttavia, raccontano molto più di quell’istantanea divenuta leggendaria. Il fotografo newyorkese sviluppò infatti uno stile profondamente personale, capace di allontanarsi dall’estetica hollywoodiana più patinata e costruita per privilegiare uno sguardo diretto e spontaneo, influenzato dai suoi esordi nel reportage. Per questa ragione Shaw preferiva spesso la luce naturale e gli spazi aperti allo studio fotografico tradizionale, cercando di catturare momenti autentici e immediati.

Nel percorso espositivo si alternano ritratti in bianco e nero di grande eleganza formale, scatti a colori più informali e immagini che restituiscono l’attore in diverse dimensioni: sorridente davanti all’obiettivo, spettinato dal vento, oppure colto in momenti di pausa mentre dialoga con i membri della troupe o osserva l’ambiente circostante. Accanto a queste fotografie compaiono anche immagini di scena, tra cui quelle realizzate durante le riprese del western One-Eyed Jacks, unico film diretto dallo stesso Marlon Brando nel 1961.

In questi scatti emerge tutta la libertà espressiva di Shaw, capace di passare con naturalezza dal bianco e nero al colore e dai contrasti più netti a quelli più delicati, mantenendo sempre uno sguardo profondamente legato alla realtà e alla dimensione umana del soggetto fotografato.

Il progetto si inserisce nel più ampio percorso Finarte THE GALLERY, iniziativa concepita per portare l’arte fuori dagli spazi espositivi tradizionali e creare nuove occasioni di incontro tra pubblico e linguaggi artistici. Accanto alla dimensione fisica della mostra, il progetto si sviluppa anche online: tutte le opere esposte saranno infatti disponibili per l’acquisto attraverso la piattaforma digitale, ampliando le possibilità di accesso al collezionismo.

All’interno di questo dialogo tra arte e ospitalità, il ristorante Deschevaliers rafforza il proprio ruolo di luogo in cui cucina, design e cultura convivono in modo armonico. La proposta gastronomica è guidata dalla visione dello chef bistellato Nino Di Costanzo, anima del ristorante Danì Maison, interprete della tradizione campana riletta con sensibilità contemporanea e grande attenzione alla qualità delle materie prime.

Al suo fianco opera il resident chef Antonio Autiero, che traduce quotidianamente questa filosofia in una cucina elegante e coerente, garantendo continuità e identità all’esperienza gastronomica del ristorante. Nel corso dell’anno il progetto espositivo proseguirà con altri cinque appuntamenti dedicati a diversi autori della fotografia contemporanea, confermando il Deschevaliers come uno dei nuovi punti di riferimento per la fotografia d’autore a Napoli, dove cultura visiva ed esperienza gastronomica si incontrano in un dialogo sempre più stretto.

La cucina stellata di Luigi Tramontano di O me o il mare a Gragnano incontra l’arte di Gabriele Leonardi

O Me O Il Mare suona come un ultimatum… ed in effetti lo è. Era quello che cinquant’anni fa la madre di Luigi Tramontano fece al marito Antonio intimandogli di scegliere tra una tranquilla vita familiare o quella disagiata e imprevedibile, come chef di bordo su navi da crociera. Antonio scelse la prima e con essa portò a terra la passione per la cucina trasmessa a Luigi, che oggi si esprime ad altissimi livelli da O Me O Il Mare: aperto infatti nell’aprile 2024, il successivo ottobre conquistava già la stella Michelin. 20Italie era già stato in questo luogo magico: Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant.

Affianco a Luigi in un percorso iniziato nel 2004 da Don Alfonso a Massa Lubrense e passato attraverso l’Excelsior Vittoria di Sorrento e Le Agavi di Positano, la moglie Nicoletta Gargiulo, insignita del titolo di Miglior Sommelier 2026 da L’Espresso, già miglior sommelier d’Italia AIS nel 2007, unica donna nell’albo d’oro dell’Associazione Italiana Sommelier, insieme a Lucia Pintore (1987) e a Ilaria Lorini, attualmente in carica.

La filosofia creativa di O Me O Il Mare  s’incentra sul mare ed è la stessa che ispira il pittore livornese Gabriele Leonardi nelle sue opere. Da questo comune denominatore, è nata  un’originale cena a quattro mani, quelle di Leonardi e di Tramontano: un connubio tra arte e cucina, “perché la cucina è un’arte: le cromie e la combinazione degli ingredienti in un piatto rappresentano un’opera a tutti gli effetti”, ha commentato Leonardi.

Ispirato alla pittura in chiave fiabesca di Antonio Possente, di cui è stato allievo, Gabriele Leonardi si definisce un pittore del mare. Il mare infatti costituisce il soggetto principale delle sue opere in due filoni artistici: quello degli abissi e quello dei ricordi, rappresentati attraverso un tratto ironico e leggero.

La sardina, uno dei temi più cari a Leonardi, incontra e incarna alcuni dei momenti più preziosi dell’infanzia dell’artista: in Rubber Ducky Day vola su un mare in tempesta attraversato dalla paperella di gomma gialla che caratterizza il bagnetto dei bimbi; in Cinque Stelle Cadenti nuota in un cielo blu stellato nel ricordo di una notte estiva oppure, ne La Big Bubble, su uno sfondo rosa shocking, gonfiando un palloncino della mitica gomma da masticare.

E non è forse il tema della memoria ricorrente e preponderante anche in cucina?

Così la prima proposta di Luigi Tramontano porta nel piatto il ricordo, oltre al soggetto più caro a Gabriele Leonardi. Le mie alici arreganate sono l’interpretazione di un piatto povero della tradizione, un piatto delle nonne, costituito da pochi ingredienti dove a spiccare, oltre al pesce azzurro e al prezzemolo, è l’origano (da qui l’aggettivo arreganato). La rivisitazione dello chef non perde di vista la semplicità degli ingredienti ma veste di eleganza le alici con una farcia di pesce, alghe e limone, zabaglione ai capperi, pane croccante aromatizzato all’origano e salsa verde.

La mischia francesca riporta di nuovo a tavola la tradizione, quella povera della pasta mista, ottenuta da spezzoni di pasta avanzati di formati diversi, spesso utilizzata nelle zuppe. In quella di Luigi Tramontano, l’ingrediente principale è il polpo, soggetto favorito nel filone abissi di Leonardi. Fondo di brodo di polpo, ragù di polpo, crema e spuma di patate e dragoncello determinano un connubio perfetto tra tendenza dolce e sapidità marina e abbracciano la mischia francesca in un’elegante tazza da tè di fine porcellana bianca.

L’abbinamento vino fatto da Nicoletta Gargiulo porta in tavola Quintaluna 2021 verdejo in purezza della cantina Ossian, in Castiglia e Leon. Un sorso che racchiude il respiro del mare – grazie ai sentori agrumati e iodati – caratterizzato da texture elegante, per la sosta prolungata sulle proprie fecce.

Il primo piatto, lo spaghettone di Gragnano con alici, finocchi e carpaccio di pesce azzurro è uno dei piatti firma di Luigi Tramontano, che meglio rappresentano il suo percorso evolutivo.

Finocchio e finocchietto determinano una sottile trama aromatica che incornicia sapore e sapidità marina portati da tartare, carpaccio di tonno e sferette di colatura di alici. Ne risulta un boccone ricco e strutturato che si completa nell’abbinamento al Fiano di Avellino DOCG Riserva 2019 I Favati, compagno anche del piatto successivo.

Spazio alla creatività e all’innovazione nella portata che segue, assaggiata in anteprima: una crepe di seppia, ripiena di zucca e mandarino, servita con una maionese d’ostrica. Le pennellate di colore nel piatto si riconducono direttamente a una delle opere di Gabriele Leonardi: la Sardina in Blu è infatti la rappresentazione di un caleidoscopio e della sua ricchezza di forme e colori. Il piatto si ricollega alla rappresentazione non solo per la composizione cromatica ma anche per la complessità degli aromi: la dolcezza agrumata del mandarino è un’onda che degrada nella tendenza dolce della zucca e avvolge la nota salina dalla maionese all’ostrica.

Il pre-dolce granita e gin mare, rinfresca e introduce al dessert vero e proprio. Qui Luigi Tramontano ha usato il piatto come una tela dipingendo la propria visione del mare.

In Riva al mare ricorda un atollo o un tratto di spiaggia, disegnato con una mousse di mandorle e mandarini, dove la sabbia è rappresentata dalla crema al caramello e crumble al cacao, i ciottoli da piccole mandorle caramellate, le alghe da pan brioche al pistacchio e il mare da un infuso di blu curaçao.

Una suggestiva chiusura che con un elegante punto di ricamo conclude la trama dell’intera serata, in cui lo chef Tramontano ha sorpreso la platea dei suoi ospiti anche grazie a preziosi dettagli: dal tris di amuse-buche di crescente intensità gustativa, ai grissini con alghe di mare per finire con le piccole rose di pane ripiene di broccoli.

Alcune delle opere d’arte di Gabriele Leonardi rimarranno esposte all’interno di O Me O Il Mare per alcuni mesi, esperienza già sperimentata dall’autore in altri ristoranti rinomati come il Pascucci al Porticciolo a Roma o La Capinera a Taormina.  Il ristorante diventa dunque una galleria d’arte sui generis oltre che il luogo di elezione del pittore livornese per esporre le proprie opere: ammirare un quadro durante un momento conviviale e di relax è una vetrina privilegiata, che mette in contatto direttamente l’appassionato con l’artista, senza passare dalle più canoniche gallerie d’arte.

O Me O Il Mare

Via Roma, 45

80054 Gragnano (NA)

Gabriele Leonardi Art Gallery

57016 Castiglioncello (LI)

Maturazioni apre a Pomigliano d’Arco

Nasce la nuova pizzeria con laboratorio produttivo del brand

Maturazioni cresce e apre le porte a una nuova casa. Nei prossimi mesi il brand fondato da Antonio Conza e Gabriella Esposito inaugurerà una nuova pizzeria a Pomigliano d’Arco. In questa nuova sede continua il filo rosso che ha sempre guidato il progetto: crescita interna, valorizzazione delle persone ed empowerment femminile.

Alla guida del forno di Pomigliano ci sarà infatti Tonia Martone, volto già conosciuto e amato dal pubblico della sede di San Giuseppe Vesuviano, dove negli anni ha costruito il suo percorso passo dopo passo. Dalla sala alla cassa, fino al banco e alla formazione come pizzaiola, Tonia rappresenta in modo concreto la visione di Maturazioni: investire sulle persone prima ancora che sui ruoli.

Un percorso fatto di studio, affiancamento e responsabilità crescenti che oggi la porta a diventare pizzaiola resident della nuova sede di Pomigliano, con un ruolo centrale in un progetto che mette la donna al centro anche in un settore storicamente a prevalenza maschile.

L’apertura della nuova sede nasce come conseguenza del grande riscontro ottenuto con Amangiare, che ha brillantemente superato ogni previsione e confermato quanto il progetto fosse pronto per un’evoluzione naturale. Non solo: l’apertura di Pomigliano prende forma dalla volontà del brand di approcciare un’espansione lenta ma consapevole, costruita in prima persona dai fondatori.

Il laboratorio della nuova sede diventerà il cuore produttivo di Maturazioni: qui verranno gestiti impasti, processi e controlli, così da garantire la stessa qualità e lo stesso menù in tutte le sedi, in Campania e fuori regione. In questo modo, la crescita del brand resta sostenibile, con ogni fase della produzione sempre monitorata direttamente, mantenendo coerenza, identità e standard elevati in ogni apertura futura.

Maturazioni aprirà, infatti, anche a Roma nei prossimi mesi e sta valutando nuovi spazi in altre città italiane, tra cui Firenze, Bari e Milano. Le proposte dall’estero – Dubai compresa – per ora possono aspettare.

E mentre Pomigliano si prepara a diventare il nuovo punto di partenza, lo sguardo è già rivolto alla Capitale: Roma, ora tocca a te!

Non solo Festival: a Sanremo tra Ariston, musica e la vera pizza napoletana di Pizzeria Senese

Mentre i riflettori del 76° Festival della Canzone Italiana si accendono sul palco del Teatro Ariston, a soli 7 minuti dal cuore pulsante della kermesse, la Pizzeria Senese si conferma la destinazione gastronomica d’elezione per artisti, addetti ai lavori e appassionati della grande cucina.

Firmata da Giovanni Senese, talento puro e visione avanguardista, la pizzeria Senese di Via Scoglio è oggi il tempio della Napoletana in evoluzione, un’identità culinaria premiata con i prestigiosi 3 Spicchi dal Gambero Rosso. 

Oltre il Festival: il palcoscenico della pizza firmata Giovanni Senese

In una Sanremo vibrante e affollata, Pizzeria Senese offre un rifugio di alta qualità dove la tradizione campana incontra la ricerca contemporanea. Giovanni Senese porta in tavola un concetto di pizza che va oltre il semplice disco di pasta: è un racconto del territorio, della stagionalità e di una tecnica millimetrica.

L’evoluzione è nel piatto: la pizza di Giovanni Senese si distingue per un impasto frutto di lunghe maturazioni, un cornicione alveolato e leggerissimo, e topping che seguono il ritmo della natura, molti dei quali provenienti dall’orto sinergico di proprietà dello Chef.

La posizione strategica: Situata a soli 7 minuti dal Teatro Ariston, la pizzeria Senese rappresenta la fuga perfetta dal caos del centro, garantendo un’esperienza di eccellenza in un’atmosfera accogliente e ricercata.

 Un’eccellenza da 3 spicchi Gambero Rosso

Il riconoscimento dei 3 Spicchi Gambero Rosso non è solo un premio alla qualità, ma la conferma che Pizzeria Senese di Giovanni Senese è tra le migliori espressioni dell’arte bianca in Italia. Durante i giorni della kermesse canora, il locale diventerà un punto d’incontro dove l’armonia dei sapori fa eco a quella delle melodie del Festival.

Senese Pizzeria

Via Scoglio, 14, 18038 Sanremo IM

Telefono: 0184 189 7825

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

Salvatore Santucci apre al Vomero con tanta passione e con i suoi celebri impasti

Chi dice che la tradizione non si possa sposare con la creatività e l’evoluzione?

E’ su questa filosofia che si basa l’arte di Salvatore Santucci, ambasciatore e Istruttore senior della Associazione Verace Pizza Napoletana nel mondo e formatore internazionale del Gambero Rosso, che lo scorso novembre ha inaugurato in via Giotto, a due passi da Piazza Medaglie d’Oro, il suo nuovo locale napoletano.

Di concept pulito ed essenziale, alterna elementi estrosi – come lo scatto di Oliviero Toscani che immortala Santucci in una posa semiseria – a elementi tipici dell’iconografia napoletana.

Abbiamo avuto occasione di visitarlo per assaggiare alcune delle creazioni più note e alternarle a due chiacchiere col Maestro Pizzaiolo.

Salvatore Santucci ha le mani in pasta dall’età di nove anni, da quando, dopo scuola, andava a imparare il mestiere nella pizzeria di quartiere, a Forcella. Di strada ne ha fatta, sia materiale in giro per il mondo che professionale, tanto che oggi può vantare i tre spicchi nella Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso oltre ad essere l’ideatore della filosofia BSB – Buona, Sana e Bella – applicata alla pizza: “La pizza deve essere Buona perché va messa al pari della cucina degli Chef, Sana, perché bisogna avere consapevolezza di ciò che mangiamo per il nostro benessere, e anche Bella da vedere.”

Iniziamo dalla Montanara con Genovese, come tradizione comanda: una nuvola soffice e asciutta che non si fa sopraffare dal condimento, anch’esso leggero e cremoso.

Continuiamo con i Lapilli del Vesuvio, prima nota fuori dal coro:  ritagli di pizza con impasto al carbone, conditi con Nduja di Spilinga, salsa di pomodorino Cesarino e filamenti di peperone dolce. Il colpo d’occhio fa pensare a una creazione pop di Andy Warhol, ma è all’assaggio che ci convince e ci conquista per il corretto gioco di equilibri: la lieve sensazione amaricante del carbone in impasto viene bilanciata dall’aromaticità e dalla piccantezza della Nduja a sua volta equilibrata dalla tendenza dolce del pomodorino Cesarino e dei filamenti di peperone.

La Margherita ci riporta di nuovo ai canoni della Pizza Verace, ma ci introduce al mondo degli impasti alternativi di Santucci. “Quindici sono quelli che si alternano sul menù, ma solo quattro quelli stabili: il verace o tradizionale e poi quelli che definisco alternativi. Con essi il cuore verace si veste con qualcosa di diverso.”

Farina 0, un lievito madre di venticinque anni (‘o creaturo, lo chiama Salvatore) e lievito di birra come starter, sono alla base dell’impasto verace di Santucci, che caratterizza la nostra Margherita, condita con pomodoro San Marzano, mozzarella e basilico. I tre impasti alternativi invece integrano rispettivamente carbone, curcuma e nove cereali.

Maestro d’impasti ma anche attento nella scelta e nell’abbinamento degli ingredienti da usare sui topping: “Non più di tre. Riesco a sentirne il gusto, prima ancora di assaggiare il risultato finale”, capacità innata ma anche coltivata grazie allo studio e all’affiancamento a maestri di cucina come Heinz Beck.

Nell’ordine, la pizza Marinera è la versione nera della classica marinara: il condimento abbina pomodoro San Marzano e Piennolo oltre ad aglio, origano e pecorino romano. Succulenta ed equilibrata, richiama un boccone dopo l’altro. La Gialla in Crosta è golosa, grazie al connubio tra l’aromaticità dell’impasto alla curcuma e l’opulenza del topping  di pancetta, pomodorini gialli, crema e granella di pistacchi.

Non da meno la Fossa & Fichi, che sfrutta il più classico degli abbinamenti a contrasto, pecorino di fossa e confettura di fichi, sull’impasto rustico ai nove cereali.

Un percorso di degustazione che partendo da una grande base, l’impasto verace, ce ne mostra le molteplici possibilità. E’ come ascoltare Toccata e Fuga di Bach prima interpretata dal classico organo a canne e poi nella moderna versione elettronica dei Symphonics: il valore della composizione rimane indiscusso, semmai arricchito.

Apprezzabile anche l’attenzione agli abbinamenti proposti di volta in volta al calice. Anche in questo caso siamo partiti dalla tradizione, con Gragnano Ottouve di Salvatore Martusciello, fino ad arrivare all’intrigante cocktail Santexperience, un mix di Franciacorta e albicocca pellecchiella del Vesuvio, passando per Nero Metà – aglianico vinificato in bianco – di Mastroberardino, senza dimenticare il più popolare degli abbinamenti alla pizza: birra bionda e birra ambrata Paulaner alla spina.

Salvatore Santucci Pizzeria

Via Giotto, 14

Napoli (NA)