Idee per il Ferragosto: il “timoniere” Alessandro Feo alla guida del suo ristorante tipico a Casalvelino

Se qualcuno si stesse chiedendo come mai Alessandro Feo Ristorante non è stato ancora annoverato tra gli stellati della Campania, è perché il locale ha un problema serio di base: lo chef mette l’ospite al centro, non sé stesso, restando fedele alla sua idea di cucina e coerente al suo territorio, senza compromesso alcuno e senza l’ossessiva ricerca di visibilità.

Spesso, l’eccessivo desiderio di protagonismo e l’ambizione, oltre al pagamento del prezzo per fare parte della fiera della vanità culinaria, talvolta, fanno perdere la passione e fanno smarrire la strada, oltre che l’obiettivo: l’attenzione e il soddisfacimento degli ospiti, non certo degli ispettori.

Casalvelino, fuori dai palcoscenici televisivi e lontano dagli eccessi mediatici, Alessandro Feo preferisce far parlare la propria cucina, esprimendo appieno la sua filosofia culinaria all’interno del suggestivo palazzo storico del XVII secolo, un tempo adibito a monastero, sul lungomare del borgo marinaro cilentano, impiegando materie prime provenienti dai suoi due orti di proprietà e dal pescato locale.

Classe ’85, il giovane chef ha dovuto ha affrontare un percorso di crescita personale e lavorativa costante per investire sul proprio paese d’origine con coraggio e determinazione, trasformando la passione in un progetto di vita autentico. Sotto la sua impeccabile uniforme, batte all’unisono il cuore del cuoco, del contadino e del pescatore. Inoltre, come un approdo sicuro, il ristorante di Alessandro è aperto anche in inverno, una rarità per l’area, collocando la location tra i veri riferimenti territoriali.

La cucina per lui è anzitutto passione, quindi sperimentazione, divertimento, ma è anche contatto, rispetto e studio assiduo della materia prima e delle strategie di cottura. Pertanto, sarà pure che non è stato ancora raggiunto dalla stella, ma Alessandro Feo è a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Alta Cucina Italiana, non a caso recensito da bravi intenditori, raccomandato comunque dalla Guida Michelin a partire dal 2022 e confermato anche quest’anno, oltre che essere menzionato da importanti guide, tra cui quella del Gambero Rosso.

Di seguito, la descrizione di una serata galante, sotto le volte del ristorante, adornato dalle pietre di Acquavella e il cui cielo è costellato dai tipici mummulieddi, ingegnoso e antico sistema di elementi vuoti in terracotta per creare un ottimo isolamento termico.

L’entrée di benvenuto: buñuelos in stile messicano, sottili e croccanti che, passati tra le mani dello chef, son diventati sapidi e al pomodoro, semplicemente sfruttando le naturali caratteristiche della solanacea, sono stati serviti assieme al cracker di patate e tartufo estivo e alla polpetta di alici e limone. Un omaggio a un ospite davvero speciale e, al tempo stesso, ai profumi mediterranei.

Per l’antipasto, la scelta è ricaduta sulla celebre caprese di mare, un evergreen imperdibile al Ristorante Feo: mozzarella di bufala, pomodorini confit, tartare di gambero rosso del Cilento, perle di pesto al basilico ed essenza di limone. Questo piatto traduce fedelmente e con immediatezza il manifesto culinario di Alessandro Feo, non solo per l’equilibrio intrinseco tra gli ingredienti e tra il mare e la terra, ma anche per la ricerca degli elementi: non a caso il latticino impiegato è la mozzarella di bufala del progetto Associazione Regionale Allevatori, a supporto della filiera e degli allevamenti, ideato da Pietro Noce con la supervisione di Matteo Noce. Il progetto ARA favorisce il pascolo estensivo, e quindi sostenibile, la cura della materia prima e l’impiego di latte caldo appena munto e lavorato subito.

A seguire la seppia con taccole e cipollotto, piatto che in Primavera, in ossequio alla stagionalità, prevede come legume alternativo le fave. Il morso è armonico senza prevaricazione, l’impiego del nero di seppia non costituisce soltanto un elemento estetico in contrasto col candore del mollusco, ma un’impronta gustativa che ne completa il sapore, avviluppato nell’acidulo calibrato e nell’aromaticità della cipolla. Anche la texture è stata decisiva e caratterizzante, sposando la tenerezza della seppia, dovuta a un taglio magistrale, e la croccantezza della taccola.

Il primo piatto consigliato dallo chef è stato lo scrigno che custodisce il legame tra il suo estro cosmopolita e l’amore per il territorio: un Risotto tra Osaka e Casalvelino. La ricetta fonde due culture legate al mare in un gioco di fiamma e crudo di mare ad altissimo appeal umami. Infatti, il riso viene cotto nel brodo dashi, quindi con alga kombu e katsuobushi, adagiato sulle tartare di tonno rosso sul fondo. A rendere agevole e succulenta questa portata il segreto della mantecatura al burro acido e del limone.

Il caldo e il freddo, nel loro intrigante contrasto, costituiscono il leitmotiv del secondo piatto, altro storico riferimento culinario di Alessandro: il Baccalà al Gazpacho con Insalatina di Cetrioli e Cipolle Marinate. Qui la lunga navigazione per la caccia al merluzzo incontra la campagna cilentana e le sue fresche note vegetali.

Inatteso il pre-dessert: il Gin Fizz nella sua versione solid cocktail.

La scelta conclusiva, prima della generosa e variegata offerta della piccola pasticceria, ricade sul sontuoso Babà, Olio, Limone e Basilico. Gli alveoli del celebre lievitato della regione Campania si intridono di cremoso al limone, poggiando su un crumble di basilico con accanto una quenelle di gelato all’olio evo. Qui, tutta la concentrazione del sensorialista lascia andare il freno a mano e si concede ai sensi e alla golosità, per una dolce coccola che in maniera innovativa restituisce al babà più classico l’eleganza e la semplicità di tre elementi che sussurrano l’antico fascino mediterraneo, sempre attuale.

Per Alessandro Feo il Mare è Madre, poiché in fondo tutti veniamo da esso e tutta la civiltà, persino quella a tavola, si fonda attraverso i riti, i costumi e le leggi dei Popoli del Mare e della navigazione, che annoverano da sempre la xenia, il sacro vincolo di accogliere, nutrire e proteggere il viandante o il naufrago prima di chiedere il suo nome, come Zeus comandava.

Qui da lui la terra e le onde vibrano allo stesso ritmo, ritmo che Alessandro ha ben appreso ad ascoltare.Non è rimasto inosservato il cestino con il pane caldo in diverse declinazioni, l’ospitalità in tavola assieme al burro e all’olio extravergine di oliva, segno di una maturità raggiunta anche nella lievitazione e nella padronanza della pasticceria. La capacità di Alessandro di accarezzare le verdure e gli ortaggi è altrettanto magistrale, per non parlare degli accostamenti, mai scontati e mai stridenti.

La carta del vino è confacente alla proposta gastronomica e si incentra anzitutto su cantine locali, lasciando spazio a realtà extraregionali, oltre a qualche proposta internazionale, e pertanto a diverse filosofie enologiche. L’accoglienza spontanea e garbata di Alessandro Feo sembra proprio quella del ragazzo della porta accanto, sempre disponibile e mai invasivo, un’accoglienza che relega indistintamente ai suoi ospiti, facendoli sentire tutti ugualmente speciali

Idee per il Ferragosto: il Mercato del Capo di Palermo

Tra “abbanniate” e profumo di panelle il luogo autentico dove le grida di richiamo dei venditori si mischiano ai colori delle bancarelle

Al Mercato del Capo di Palermo la città si racconta senza filtri, tra pesce appena pescato, frutta matura, spezie, panelle e arancine (sì a Palermo si chiamano arancine) fumanti.

Passeggiare tra queste vie significa immergersi nell’anima più vera di Palermo, lasciandosi conquistare da una vitalità contagiosa che coinvolge tutti i sensi. Ogni angolo nasconde una storia, ogni volto un aneddoto, ogni sapore un pezzo di tradizione che resiste al tempo e continua ad affascinare chi arriva fin qui. Non è soltanto un mercato, ma un vero simbolo della cultura palermitana, capace di raccontare secoli di storia attraverso colori, sapori e tradizioni.

Il mercato sorge nell’antico quartiere del Capo, conosciuto anche come Seralcadio, dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, un’area che affonda le proprie radici nell’epoca della dominazione araba. Ancora oggi la disposizione delle strade, l’atmosfera vivace e il modo stesso di commerciare ricordano i caratteristici suk del Nord Africa.

Nel cuore del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo rappresenta uno dei luoghi più vivaci e caratteristici della città. Il suo asse principale si snoda lungo via Porta Carini e prosegue fino a via Beati Paoli, tra vicoli ricchi di storia, profumi e tradizioni. Proprio da Porta Carini si accede a quello che è considerato l’ingresso più suggestivo del mercato, una soglia ideale per immergersi nell’atmosfera autentica della Palermo più popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, il mercato si anima di residenti, commercianti e visitatori che percorrono le sue strade alla ricerca di prodotti freschi e specialità del territorio. Le bancarelle espongono un trionfo di colori: frutta e verdura di stagione, pesce appena pescato, carni, formaggi, spezie e numerose eccellenze gastronomiche siciliane.

Ciò che rende il Mercato del Capo unico non è soltanto la qualità dei prodotti, ma soprattutto l’energia che lo attraversa ogni giorno. Le celebri abbanniate, gli antichi richiami dei venditori in dialetto palermitano, risuonano tra i banchi creando una vera e propria colonna sonora che accompagna la vita del mercato.

A differenza di molti mercati storici europei trasformati esclusivamente in attrazioni turistiche, il Mercato del Capo continua a essere frequentato quotidianamente dai palermitani. È un luogo dove tradizione e vita quotidiana convivono, mantenendo intatto il suo ruolo sociale ed economico all’interno della comunità.

Il Capo è inoltre una tappa imprescindibile per gli amanti dello street food. Passeggiando tra le sue vie è possibile assaporare alcune delle specialità più rappresentative della cucina palermitana, come panelle, crocchè, arancine, sfincione e pesce fritto preparato al momento. Sapori semplici e genuini che raccontano la storia di una città plasmata nei secoli dall’incontro di culture diverse e che continuano a rappresentare l’essenza della tradizione gastronomica siciliana.

Io sono una vera street food addicted e credo che questo tipo di cucina riesca a raccontare una città e le persone che la abitano meglio di qualunque monumento o guida turistica. Il cibo di strada nasce infatti dalla vita quotidiana, dalle esigenze di chi lavora, dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione e dall’incontro tra culture diverse.

E così, tra una bancarella e l’altra, è arrivato il momento che aspettavo di più: quello degli assaggi. Perché un mercato si visita con gli occhi, ma si scopre davvero attraverso il gusto.

Ho iniziato con un cartoccio di panelle, dorate, croccanti all’esterno e morbide all’interno, sono delle semplici frittelle di farina di ceci fritte, tradizionalmente vengono servite all’interno di un morbido panino con una spruzzata di limone.

Il secondo assaggio è stato l’immancabile arancina, uno dei simboli della cucina palermitana. La panatura croccante racchiude un ripieno saporito e ben equilibrato.

La diatriba tra arancina e arancino è una famosa disputa linguistica e culturale della Sicilia che divide l’isola tra Palermo (al femminile, tonda) e Catania (al maschile, spesso con la punta).

E’ la volta dello sfincione, a metà strada tra una pizza e una focaccia, si distingue per l’impasto soffice e per il ricco condimento a base di pomodoro, cipolla, formaggio e origano. Un piatto semplice, nato dalla cucina popolare.

Decido di terminare questo percorso tra i sapori del Mercato del Capo con uno dei panini più iconici e autentici della tradizione palermitana: il pane con la milza, conosciuto in dialetto come pani câ meusa.

Un piatto che forse non incontra subito il gusto di tutti, ma che rappresenta un vero simbolo della cucina popolare della città. La milza e il polmone di vitello vengono cotti nello strutto e serviti all’interno di un morbido panino, spesso arricchito con una spolverata di caciocavallo grattugiato o qualche goccia di limone.

Visitare il Mercato del Capo significa immergersi nell’essenza più autentica di Palermo e rimane uno dei luoghi migliori per avvicinarsi alla cultura gastronomica palermitana.

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Ristorante Rocha, la pietra e il gusto del tempo per chef Salvatore Notaro

Il Castello di Rocca Cilento appartiene ad una rara geografia del tempo, quella in cui il passato non si offre come semplice testimonianza, ma permane stratificato nelle pietra viva delle sue mura, nelle volte a vista e nei silenzi che separano una sala dall’altra.

Arroccato nel cuore del Cilento, il maniero domina un paesaggio che dalle alture si distende verso borghi, vallate e versanti collinari fino a intercettare, in lontananza, il profilo della costa. Qui la roccia conserva anche la memoria di una stagione aspra della storia meridionale: nel novembre del 1487, all’indomani della Congiura dei Baroni, Ferrante d’Aragona affidò al governatore Antonio de Mirabilis il compito di restaurare e fortificare, fra gli altri, i castelli di Diano, Agropoli, Rocca Cilento e Castellabate, sottratti ai baroni ribelli e restituiti alla Corona. Il progetto fu affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano e quelle fortezze dovevano diventare così baluardi solidi, presidi di un territorio che la monarchia aragonese intendeva ricondurre sotto il proprio controllo.

La lettera del sovrano, scolpita direttamente sui gradini in pietra del ponte d’accesso alla fortezza, non è soltanto un documento, ma la traduzione politica di una vittoria che, nella sua trasformazione in architettura, diviene materia. Pietra su pietra, il potere si fa dunque edificio, il confine si fa bastione, il territorio si fa presidio. Sono trascorsi secoli e quella funzione appartiene ormai alla storia, eppure qualcosa è rimasto intatto: il rapporto quasi viscerale fra il castello e la terra che lo circonda.

Oggi quelle stesse mura non delimitano più un territorio da difendere, accolgono invece chi vi giunge per conoscerlo attraverso una forma diversa di racconto; è in questa continuità, tutt’altro che nostalgica, che nasce il gourmet Rocha.
Il ristorante del Castello di Rocca Cilento non appare come un intruso innestato in una dimora storica, né come il pretesto gastronomico per impreziosire una destinazione già naturalmente scenografica. È, piuttosto, una nuova interpretazione di quel medesimo rapporto con il territorio. Se un tempo la fortezza ne rappresentava il presidio, oggi la cucina ne diventa una forma di lettura.

A guidarla è Salvatore Notaro, appena ventisettenne, ma con un percorso professionale già attraversato da alcune delle cucine più autorevoli dell’alta ristorazione italiana ed europea. Gli inizi a Napoli, ancora adolescente e poi le esperienze accanto a Francesco Franzese e Luigi Salomone e, successivamente, nelle brigate di Enrico Bartolini al Mudec Restaurant e di Norbert Niederkofler al St. Hubertus, entrambe insignite di tre stelle Michelin, oltre all’esperienza al Capri Palace Jumeirah. Un curriculum importante, ma che a Rocha sembra trovare una direzione precisa: non riprodurre ciò che ha imparato altrove, bensì utilizzare quella grammatica tecnica per interrogare il luogo nel quale si trova oggi.

La sua cucina parte dal Cilento, ma non si accontenta di rappresentarlo. Salvatore scompone, osserva, recupera gli elementi più umili e quelli più identitari del territorio e li sottopone a fermentazioni, estrazioni, cotture, trasformazioni fino a restituirli in una veste nuova. È una cucina che non indulge nella nostalgia e non cerca di imbalsamare la tradizione, conservandone piuttosto il nucleo vitale evoluto. La cosiddetta cucina di recupero acquista qui un significato più profondo, senza sprechi, dando valore a ciò che rischia di essere dimenticato, restituendo dignità a una materia povera, riportando alla luce un gesto, un sapore, una consuetudine domestica. In fondo significa recuperare memoria.

Il percorso Visione è forse la forma più compiuta di questa ricerca, un itinerario senza vincoli precostituiti, nel quale Notaro può muoversi liberamente fra territorio, tecnica e intuizione. Il primo incontro avviene con la taccola, non un inizio casuale. La verdura rinuncia al ruolo ancillare che spesso le viene assegnato e diventa materia assoluta, alla brace, fermentata, trasformata in estrazione e crema.

Un ortaggio apparentemente ordinario viene sottoposto a una successione di gesti che ne modificano consistenza e intensità, senza però cancellarne l’identità. È una dichiarazione d’intenti discreta ma inequivocabile: a Rocha la materia prima non viene adornata, piuttosto interrogata.

Arriva l’ostrica Gillardeau alla brace, accompagnata da brodo dashi all’alga kombu, salicornia e ricotta di mandorla. Il mare incontra qui il vegetale; la sapidità marina, l’umami, si misurano con la dolcezza lattica e oleosa della mandorla, mentre l’affumicatura introduce una nota più profonda, quasi ancestrale. È un piatto nel quale il Cilento non viene citato letteralmente e proprio per questo rivela un altro aspetto della cucina di Notaro: il territorio non come gabbia identitaria, ma punto di partenza.

Poi il ritmo cambia con Burro 21, ossia ventuno elementi, racchiusi in una quenelle, il cui contenuto rimane segreto. Ad accompagnarlo, pane nero ai cereali e un soffice Danubio. La parte più significativa non è soltanto ciò che arriva nel piatto, ma il gesto che lo chef invita a compiere. Mangiare con le mani, spalmare il burro sul pane, riappropriarsi di quella dimensione conviviale che l’alta cucina talvolta rischia di lasciare fuori dalla porta. È un piccolo cortocircuito felicissimo: tanta tecnica per restituire, alla fine, la semplicità di un gesto primordiale. Nel calice, a chiudere questa prima parte del percorso, il Metodo Classico Caprettone Pietrafumante di Casa Setaro.

Poi il vino cambia registro e con il Pomodoro entra in scena il Sauvignon Blanc di Franz Haas dal colore giallo paglierino tenue ed un profilo aromatico ricco di sfaccettature, adatto a diverse varietà, diverse cotture dell’ingrediente principale: anche qui Notaro prende un elemento apparentemente semplice, globoso frutto rosso della terra, del duro lavoro nei campi, e ne mette in discussione l’ovvietà. Ma è con L’Attesa che il percorso comincia a farsi intimamente personale.

Bottoni ripieni di nocciola di Giffoni e bottarga. Il titolo è già una chiave di lettura. Non si tratta soltanto dell’attesa del piatto successivo, è quella sospensione che appartiene alla rimembranza familiare, alle tavole dell’infanzia, alle parole pronunciate da una nonna.

Lo chef racconta infatti l’insegnamento ricevuto: prima dello spaghetto alle vongole bisogna mangiare la pasta con le noci. Prima il piatto povero, dunque, poi quello percepito come ricompensa. È una filosofia elementare e, proprio per questo, potentissima: per riconoscere il valore del privilegio bisogna aver conosciuto la semplicità. Il lusso, prima ancora di essere materia, è di per sé consapevolezza.

Quasi per naturale contrappunto, arrivano le Vongole fujute e ritrovate. Lo spaghetto alle “vongole scappate” della tradizione napoletana perde le vongole ma non il carattere: al loro posto, la colatura di alici di Cetara restituisce profondità, sapidità e identità marina. Sottrazione che diventa presenza. E forse è proprio questo uno dei gesti più intelligenti della cucina di Rocha: togliere senza impoverire.

Nel calice Aligoté Bourgogne 2024 di Théo Dancer, moderna interpretazione di uno dei vitigni storici della Borgogna, accompagna il passaggio verso Origine, lattughino con gomasio alle alghe, riso soffiato e beurre blanc allo yuzu. Croccantissimo, netto, quasi verticale e divertente. Il vegetale torna protagonista, ma questa volta con una costruzione che guarda lontano, contaminando il carattere erbaceo della materia con l’umami delle alghe, la consistenza del riso e l’acidità agrumata dello yuzu. È il Cilento che smette, per un momento, di essere riconoscibile e diventa linguaggio.

Si continua con Rancido, da dentice, grasso, mela e finocchio. Anche qui il recupero non è un concetto astratto, il grasso utilizzato proviene dall’osso e dal grasso del prosciutto crudo. Una materia che normalmente verrebbe considerata residuo diventa ingrediente, costruendo intorno al pesce una trama aromatica insolita, quasi provocatoria. Il termine che normalmente evoca un difetto, viene sottratto alla sua accezione negativa e trasformato in una possibilità gastronomica. È forse il punto in cui la cucina di Notaro rivela con maggiore chiarezza la propria indole: non cerca necessariamente la perfezione rassicurante del gusto, ma la sua complessità.

E quando sembra che il percorso abbia ormai detto tutto, arriva Come un Mojito: rum, lime e menta, pre-dessert nato da una circostanza apparentemente marginale come una conversazione fra lo chef e il maître, Davide Sessa, davanti a un mojito sorseggiato al bar. Notaro gli raccontava il menu, un’idea ne ha generata un’altra e quella conversazione è infine approdata nel percorso degustazione.

Anche questo è Rocha: la cucina non nasce soltanto da ricerca, fornelli, quaderni di appunti. Può nascere da conversazione, complicità professionale, da un momento di leggerezza. Il dolce conclude il percorso con Ù Pitittù, un bianco mangiare costruito intorno a miele, latte di capra e pane raffermo. Il pastry chef lo dedica ai viandanti della sua terra, la Sicilia, diretti in Campania che, durante i lunghi spostamenti, portavano con sé proprio questi elementi per potersi nutrire lungo il cammino. È un finale che ricompone molte delle suggestioni incontrate durante la cena: il viaggio, la necessità, il recupero, il pane, la memoria.

Il percorso termina con la deliziosa piccola pasticceria: bombetta fritta con crema pasticciera, maritozzo con panna e frutti di bosco piastrati, macaron ai frutti esotici e pralina di cioccolato al caramello salato. Un ultimo affaccio sulla dimensione ludica della cucina, prima che la cena lasci definitivamente il posto alla conversazione, mentre si sorseggia Francois Peyrot Alla Pera Poire Williams & Cognac. Rocha non finisce con l’ultimo boccone. Rimane, piuttosto, nella sensazione di aver attraversato uno spazio nel quale epoche diverse hanno trovato un punto di contatto. Tra gli ambienti, la cantina custodisce forse la più intensa delle suggestioni.

Ricavata nell’antica cella del maniero, conserva nella trama severa della roccia una collezione di bottiglie di particolare pregio, accanto ad alcuni pregiati vini d’annata appartenuti alla collezione privata del proprietario. Uno spazio appartato da stanza segreta del castello, destinato alle degustazioni e conversazioni intorno al vino, dove la dimensione conviviale assume una fisionomia più raccolta e intima. La pietra antica, il silenzio, le bottiglie allineate come frammenti di ricordi… qui il tempo diventa presenza tangibile. E in questo dialogo fra stratificazione storica e contemporaneità si trova una delle chiavi più autentiche per comprendere Rocha.

La sala prosegue infatti la medesima narrazione con un’eleganza misurata, affidata a luci soffuse, proporzioni armoniose e un’atmosfera raccolta. Nulla appare ridondante, nulla sembra concepito per imporsi. A governare l’esperienza è piuttosto una discrezione consapevole, sostenuta da un servizio impeccabile e sorprendentemente appassionato; ragazzi capaci di accompagnare il commensale nel percorso con competenza e naturalezza, senza mai sovrapporsi alla cucina. È una contemporaneità che non ha bisogno di ostentazioni. Risiede nelle mani di una brigata giovane, nella ricerca tecnica, nella precisione del servizio, mentre tutt’intorno, si continua a respirare una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo.

Se un tempo quelle mura furono innalzate per difendere il Cilento, oggi la cucina di Salvatore Notaro sembra affidarsi a un compito diverso e altrettanto ambizioso: accogliere, incantare, custodirne l’identità senza impedirle di cambiare forma. Ed è forse questa la più contemporanea delle forme di memoria.

Bistro Sorrento, selezione internazionale di carni e ricette contemporanee per chi sosta in Penisola Sorrentina

Dieci anni di tradizione enogastronomica e famiglia, di ricerca e cura per le materie prime e la clientela. Pasquale Esposito, titolare di Bistro Sorrento accoglie gli ospiti sempre con il sorriso, assieme ai figli Daniele (chef) e Antonino e ha una particolare attenzione verso le carni, i territori di provenienza, i tagli da tutto il mondo.

E poi le etichette, in menu divise per territori italiani con chicche estere e buona proposta di distillati. 

In carta c’è la tradizione ma non mancano a i piatti innovativi con gli ingredienti trattati nella giusta maniera. In sala lo staff è preparato e disponibile.

Abbiamo provato come antipasto il carpaccio di manzo rucola sedano e senape, la focaccia con blu di bufala, prosciutto Langhirano 30 mesi, olio affumicato e pomodoro di Sorrento, curioso il grissino con filetto di Kobe e maionese fatta in casa.

E poi le carni. “Abbiamo studiato il miglior metodo di cottura possibile: abbracciando la filosofia x-oven, la cottura avviene in un innovativo forno a brace che permette di esaltare il sapore dei cibi mantenendone intatta la morbidezza. La nostra camera di frollatura ospita i migliori tagli di carne che variano periodicamente”, spiega il titolare.

Tre i menù degustazione con paste fatte in casa, diverse tipologie di carne e wagyu per un’esperienza completa e coinvolgente di gusto e scoperta.

 

Bistro Sorrento 

Via Atigliana, 23/25

Sorrento NA

Pizza a Corte – I 4 appuntamenti di agosto

Sono quattro gli appuntamenti di agosto in programma per la rassegna Pizza a Corte, ospitati nel giardino del settecentesco Palazzo Acampora di Agerola, adiacente all’orto di casa.

Il primo è in calendario giovedì 6 agosto, a partire dalle ore 20.00, quando Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, proporrà quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno. Il dessert sarà a cura del maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella.

Il 13 Agosto sarà la volta di Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma) affiancato da Giuseppe Esposito (Roxy Bar).

Il 20 Agosto, Enzo Bastelli (Basta Pizzeria) e Giuseppe Pepe (Pasticceria Pepe Mastro Dolciere) e giovedì 27 AgostoGiuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli). 

Tutte le serate vedono la partecipazione dei bartender del Madamé Lounge Bar di Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Come di consueto, parte dell’incasso delle serate sarà devoluto alla HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria.

Poniente a Salerno presenta il menù estivo creato da chef Gabriele Martinelli

Tra le proposte glamour di Marina di Arechi – Port Village a Salerno, spicca il ristorante Poniente, in posizione panoramica, sull’ultimo tratto della lunga banchina del porto turistico. Vista a Ponente ed esposto all’omonimo vento, propone un originale menù estivo che Mirko Notaro patron con lunga esperienza nella ristorazione, definisce di “tradizione contestualizzata”.

“L’obiettivo è onorare la tradizione con un tocco di estro e di innovazione, accostando ingredienti di origine diversa e tecniche di cottura innovative”, commenta lo chef Gabriele Martinelli, che ancora giovanissimo, vanta già numerose esperienze in cucine francesi e italiane.

Abbiamo degustato alcune proposte della carta estiva: molti i piatti vegetali che mettono in primo piano gli ortaggi mediterranei, ricca e originale anche la scelta di finger food che ben si presta anche per la carta dell’annesso cocktail bar La Terrazza Lounge.

Composizione scenografica per la serie di amuse-bouche ispirati alla cucina tradizionale, screziata di contaminazioni orientali, che aprono la nostra degustazione: lo gnocco fritto ripieno di provola affumicata e maionese al miso di pomodoro servito su un piccolo cubo, la tartelletta con tartare di tonno, pesca e pomodorini, il Chi cerca trova: una piccola cocotte piena di gusci di cozze vuoti a nascondere solo due muscoli pastellati in tempura al nero di seppia, infine, presentato al cucchiaio, un tocchetto di melanzana sottolio con maionese al miso di melanzane e polvere di buccia di melanzana. Combinazioni di sapori capaci di esaltarsi vicendevolmente anche grazie allo spiccato contrasto aromatico.

Sullo stesso tema anche l’antipasto, costituito da diverse consistenze di pomodoro, servito con tre distinti impiattamenti. Iniziamo con il pomodoro pelato biologico, marinato in glutammato per esaltarne la parte umami, ripassato in forno per asciugare l’acqua, ripieno di miso di pomodoro e guarnito con una piccola foglia d’oro, a seguire un mix di pomodorini, di diversa consistenza e acidità, conditi con olio al basilico, aglio nero fermentato, finocchio di mare e serviti con un’insalata di germogli e fiori estivi e infine, per chiudere la trilogia, una bruschetta di pane multicereale guarnita con pomodorini e fragole – una sorta di confettura agrodolce – e sesamo nero tostato.

Strada della Guia Prosecco DOCG di Foss Marai accompagna le prime proposte del menù degustazione suggerite dal direttore di sala Giovanni Cucco.

I lievitati fanno da spalla all’intera serata: la pagnotta ai cereali e lievito madre, la ferratella abruzzese, la chiacchiera al sale maldon e rosmarino, il torinese al pomodoro, abbinati a una noce di burro zafferano e alghe.

Con il primo piatto, ritorniamo all’infanzia, all’aria calda che sa di salsedine e asciuga i capelli bagnati, ai pranzi all’ombra di una veranda che guarda il mare fatti di cibi semplici e freschi, come la pasta all’insalata di pomodori. Lo spaghetto Vicedomini è cotto in un’estrazione di acqua di pomodoro, servito su un carpaccio di pomodori cuore di bue con maionese di miso di melanzane, olio al basilico e insaporito con uova di aringa. In abbinamento non poteva che esserci un vino di luce e di mare: Illuminato Fiano Salento IGP 2025 di Tenuta Giustini è fresco, piacevolmente aromatico, si fa bere con la leggera spensieratezza dell’estate.

Una moderna rivisitazione del pesce al sale è invece la portata successiva: filetto di ombrina, servito con un croccante alle alghe ad alta sapidità, un cannolo di zucchine gialle e verdi, condito con una salsa di pesce arrosto montata con burro e coriandolo e una manciata di sconcigli. Sapido e minerale, caprettone in purezza, Munazei Lacryma Christi del Vesuvio 2025 di Casa Setaro, si abbina in modo equilibrato e completa il piatto senza eccessi o sbavature.

Ritorniamo di nuovo nell’intimità della cucina di casa con la proposta dessert di Gabriele, Non è colazione, un flashback alla più semplice e povera delle colazioni all’italiana: la zuppa di latte. Plumcake all’orzo con gelato al mascarpone ricoperto da cioccolato bianco pralinato, cialde al cioccolato con mousse al caffè: un dolce semplicemente completo e appagante.

L’abbinamento è con due cocktail analcolici: vaniglia e arancia, passion fruit e arancia rossa. Chiudiamo con la tipica patisserie mignon da caffè: il Cannelé de Bordeaux, piccoli dolcetti profumati alla vaniglia e rum e il pralinato alla mandorla salata, mousse di mandorla e orzo in tartelletta.

PONIENTE

Via Salvador Allende

84131, Salerno

Sinapsi Pizza & Grill propone un viaggio enogastronomico sul rooftop panoramico di Torre del Greco

Pizza contemporanea, carni d’eccellenza, mixology ed rooftop affacciato sul Golfo di Torre del Greco; il tramonto come scenografia naturale e un percorso gastronomico pensato per raccontare una filosofia che unisce ricerca, tecnica e convivialità.

È questo il concept della serata dedicata alla stampa organizzata da Sinapsi Pizza & Grill, un’occasione per presentare l’identità del locale attraverso una degustazione capace di mettere in dialogo pizza contemporanea, grill e mixology.

Alla base della proposta di Sinapsi c’è una visione che parte dalla qualità della materia prima e da un rigoroso lavoro sugli impasti. La pizza nasce esclusivamente da una farina di Tipo 1 del Molino Casa Vigevano, rimacinata a freddo e ricca della sua naturale componente di crusca. L’impasto prende forma attraverso un prefermento al 50% con 24 ore di maturazione, completato successivamente con un’idratazione del 75% e una seconda fase di lievitazione a temperatura controllata della durata di 24-36 ore. Un processo studiato per ottenere leggerezza, fragranza e una struttura capace di valorizzare ogni ingrediente.

La degustazione si è aperta con una selezione di antipasti che rappresentano l’anima creativa della cucina. La Fresella RawMeat Starter Carpaccio di Carne abbina carpaccio di manzo, stracciata di bufala e cristalli di lime, mentre il Morbido di Caprese al Vetro reinterpreta la classica caprese con pomodoro gelatinato, mousse di bufala, emulsione di basilico e crumble di pane croccante. A seguire la Cheesecake di Carne, preparata con battuto di Fassona al coltello, crema di formaggio e tarallo napoletano, disponibile anche in versione senza lattosio, insieme a un selezionato tagliere di salumi.

Protagonista assoluta della serata è stata la pizza, raccontata attraverso alcune delle creazioni più rappresentative del menu.

Tra queste il Cappello di Totò, omaggio all’iconico attore napoletano, caratterizzato da un cornicione ripieno di ricotta, completato con crema di datterino giallo, datterini gialli freschi, fiori di zucca, mozzarella di bufala, cacio ricotta, basilico e olio extravergine d’oliva.

Spazio anche alle radici della tradizione con Origini, un ripieno cotto al forno che racchiude ricotta, funghi, prosciutto cotto, salame Napoli, fior di latte, pomodoro, pecorino, basilico e olio EVO.

Originale e scenografica la Ciummarella 2.0, prima fritta e successivamente ripassata al forno. La pizza viene preparata con una base di ricotta e pepe macinato, sulla quale vengono aggiunti crema di datterino giallo, peperoncini di fiume, pancetta aromatizzata, provola e scaglie di Grana Padano stagionato 24 mesi.

Immancabile la Margherita, proposta nella sua essenzialità con pomodoro, fior di latte, pecorino, basilico fresco e olio extravergine d’oliva, simbolo della tradizione pizzaiola italiana.

Tra le creazioni più identitarie anche Terra Mia, dove una delicata crema di fior di latte accoglie, all’uscita dal forno, una tartare di Fassona aromatizzata, tarallo napoletano sbriciolato, zest di limone, basilico fresco e olio EVO, in un perfetto equilibrio tra consistenze e profumi.

Il percorso gastronomico è proseguito con la proposta dedicata alle carni, altro pilastro dell’identità di Sinapsi Pizza & Grill. In degustazione una Tagliata di carne argentina con rucola, scaglie di Grana e datterini rossi e gialli, insieme a tagli di grande pregio come la T-Bone con osso e la Bistecca di Cuberoll, selezionati per qualità, marezzatura e intensità di gusto.

Ad accompagnare ogni portata una proposta di mixology studiata per valorizzare le diverse preparazioni. Il Paloma, realizzato con tequila blanco 100% agave, lime fresco, soda al pompelmo rosa e bordo di sale rosa, ha aperto il percorso con la sua freschezza agrumata. Il Gin Basil Smash, con gin, limone, zucchero e basilico fresco, ha confermato il perfetto equilibrio tra aromaticità e bevibilità. A chiudere la degustazione il grande classico della miscelazione italiana, il Negroni, preparato con gin premium, bitter e vermouth rosso selezionati, ideale per accompagnare la struttura e la complessità delle carni.

La serata ha rappresentato molto più di una semplice degustazione: è stata un momento di confronto con la stampa per raccontare la filosofia di Sinapsi Pizza & Grill, una cucina contemporanea che parte dalla tradizione, valorizza il territorio attraverso materie prime accuratamente selezionate e interpreta pizza, grill e cocktail come elementi di un’unica esperienza gastronomica. In una location esclusiva come il rooftop affacciato sul Golfo, ogni portata ha raccontato una visione fatta di tecnica, ricerca e memoria gastronomica, confermando Sinapsi Pizza & Grill come una realtà capace di coniugare innovazione, qualità e ospitalità in un progetto culinario dal forte carattere identitario.

Da Josè il Regno delle Due Sicilie rivive a tavola: una cena che trasforma la storia in esperienza gastronomica

Ci sono cene che soddisfano il palato e altre che riescono a raccontare un popolo. Quella andata in scena il 22 luglio da Josè Restaurant, all’interno della splendida Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un progetto gastronomico di rara intensità culturale che ha riportato in vita l’identità del Regno delle Due Sicilie attraverso ingredienti, vini e ricette capaci di attraversare secoli di storia.

Più che una cena di gala, un percorso identitario in cui Campania e Sicilia, le due anime dello storico Regno “al di qua e al di là del Faro”, si sono ritrovate attorno allo stesso tavolo. La raffinata dimora vesuviana, immersa nel verde e impreziosita dall’eleganza della sua architettura storica, si è trasformata nel palcoscenico ideale per un racconto gastronomico che ha unito memoria, territorio e alta cucina.

A guidare questo viaggio è stato lo chef Antonio La Cava, che ha costruito un menu essenziale nella forma ma ricchissimo nel significato. Nessuna ricerca dell’effetto scenografico fine a sé stessa, ma piatti capaci di riportare al centro il valore della materia prima e dei sapori autentici del Mediterraneo.

L’apertura è stata affidata a una delicata zuppetta di zucchine con crudo di gamberi, preparazione che esalta la dolcezza dell’ortaggio e la freschezza del mare. A esaltarla, il Marsala Tonic di Cantine Intorcia, interpretazione contemporanea del vino simbolo della Sicilia occidentale, che ha inaugurato il percorso con eleganza, introducendo fin dal primo sorso il dialogo tra le due sponde del Regno.

A seguire, ricciola marinata con arancia arrosto e capperi, piatto elegante che richiama immediatamente i profumi della Sicilia attraverso un perfetto equilibrio tra acidità, sapidità e note agrumate. L’abbinamento con Il Grillo di Cantine Intorcia ha valorizzato la freschezza del pesce e la componente agrumata della preparazione, esaltando il carattere mediterraneo del piatto.

Il momento più esaltante della serata è arrivato con una protagonista indiscussa, pasta mista totani e patate, riletta in chiave contemporanea senza perdere il legame con la ricetta originaria. La pasta, cotta nel fumetto di pesce per amplificarne la profondità gustativa, incontrava una vellutata purea di patate e i totani in una preparazione raffinata che conservava tutta l’anima della cucina marinara campana. In abbinamento, il Fiano 2024 di Tenuta Scuotto ha espresso tutta la finezza del grande bianco irpino, distinguendosi per eleganza, mineralità e una spiccata capacità di accompagnare la complessità del piatto.

Il percorso è continuato con una portata di pregiata ventresca di tonno rosso su riduzione di cipolle, piatto che ha valorizzato uno dei tagli più nobili del pesce attraverso un equilibrio tra intensità, dolcezza e persistenza aromatica. Il confronto tra Campania e Sicilia è stato un viaggio anche nel calice con le etichette Oinì di Tenuta Scuotto e i vini Vigne Mie e Vigna Rara di Cantine Intorcia, storica realtà marsalese che da generazioni custodisce il patrimonio enologico della Sicilia occidentale.

Due aziende accomunate dalla capacità di raccontare territori profondamente diversi, ma uniti dalla matrice vulcanica, dalla luce del Mediterraneo e da una forte identità produttiva. Determinante il lavoro del sommelier Salvatore Maresca e della Food & Wine Consultant Simona Cacopardo, che hanno costruito abbinamenti capaci di accompagnare il racconto gastronomico senza mai sovrastarlo.

Il gran finale è stato affidato al pastry chef e proprietario della struttura Antonio Confuorto, che ha dimostrato ancora una volta la propria sensibilità nel reinterpretare la pasticceria identitaria. Prima del dessert, una raffinata brioche con il tuppo, farcita con gelato al blu di bufala e gelsi sciroppati. Un omaggio alla cultura del gelato siciliano che trova nuova identità grazie a una delle eccellenze casearie più rappresentative della Campania.

Il dessert conclusivo ha racchiuso il senso più profondo dell’intera serata: un cannolo siciliano con ricotta e albicocca pellecchiella del Vesuvio. La croccantezza della cialda, la cremosità della ricotta e la dolcezza intensa dell’albicocca vesuviana hanno dato vita a un equilibrio perfetto, trasformando due eccellenze territoriali in un unico, potente racconto gastronomico. A suggellare il finale è tornato il Marsala, testimone liquido di una storia che continua a unire le due terre anche attraverso il vino.

La cena, secondo appuntamento dedicato al Regno delle Due Sicilie, ha dimostrato ai partecipanti come la cucina possa diventare uno straordinario strumento di narrazione del territorio, capace di dare voce alle proprie radici attraverso il gusto. Da Josè, all’interno di Tenuta Villa Guerra, ogni piatto ha contribuito a costruire un percorso coerente, nel quale cultura gastronomica, ricerca e identità hanno trovato un equilibrio raro. In un tempo in cui l’omologazione rischia di appiattire i sapori, questa serata ha ricordato che il lusso più autentico è poter riconoscere, in un piatto e in un calice, la storia di una terra.

E il Vesuvio, insieme al territorio di Marsala, ha dimostrato ancora una volta di avere molto da raccontare.

Da Enoteca Pinchiorri a Firenze la premiazione dei Morellino del Cuore 2026

Lo scorso 10 luglio si è svolta la quarta edizione di “Morellino del Cuore”, come suggerisce il nome, dedicata al Morellino di Scansano,  quest’anno in un’ unica data. L’evento ideato dai giornalisti enogastronomici Roberta Perna e Antonio Stelli si è svolto a Firenze presso la prestigiosissima Enoteca Pinchiorri, si tratta di una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di esperti sommelier professionisti.

I vini selezionati sono quelli che al momento della degustazione, rigorosamente alla cieca hanno ottenuto un punteggio più altro rispetto ad altri campioni e sono più espressivi. Il panel si alterna di anno in anno tra giornalisti e sommelier professionisti. La degustazione  è stata organizzata da Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano e presentata da Roberta Perna e Antonio Stelli con l’intervento di Bernardo Guicciardini Calamai e Alessio Durazzi, rispettivamente Presidente e Direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano.

Ad ogni vino presentato sono intervenuti i 10 produttori presenti. La novità di quest’anno è l’ introduzione della tipologia “Superiore“. Prima di svelare i vini selezionati in questa edizione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole  comprensorio.

Il Morellino di Scansano è una perla enologica incastonata tra la costa Tirrenica  e l’antico vulcano del Monte Amiata in provincia di Grosseto. L’etimologia del termine si ipotizza che derivi dai cavalli bai detti morelli che trainavano le carrozze. La posizione privilegiata in prossimità del mare e della montagna dona  un microclima unico e ideale per l’allevamento della vite; nonostante, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. La composizione dei terreni è di origine argillosa e sabbiosa con buona presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, principalmente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza che qui dona ai vini caratteristiche uniche. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. Dallo scorso febbraio con modifica del disciplinare si può produrre la  tipologia “Superiore” con un percorso di affinamento diverso che si è  posizionato tra l’ Annata e la Riserva. La Doc è nata nel 1978 e il meritato riconoscimento a Docg è arrivato nel 2007. Un vino molto apprezzato e presente nelle carte vini in molti ristoranti sia in Italia sia all’estero a fine degli anni ottanta. Dopo un breve intervallo, recentemente è tornato meritatamente nella cerchia dei grandi vini rossi italiani, un vino ottimo da giovane e longevo.

L’Enoteca Pinchiorri non ha bisogno di presentazioni, tuttavia, si trova nel cuore di Firenze in via Ghibelĺina. Un locale molto rinomato, da decenni vanta 3 stelle della prestigiosa guida Michelin.Un ambiente molto accogliente ed elegante con una cucina raffinata che propone piatti di alta cucina. La carta dei vini è ritenuta una delle più prestigiose al mondo con referenze da ogni parte del mondo. Servizio impeccabile, attento e curato.

Vini in degustazione, cliccando sul nome del vino si apre la scheda tecnica:

Categoria Annata
Tenuta Pietramora – Germile 2024 – Nata nel 1999 a Scansano, protagonista assoluta è Gaia Cerrito. Gli ettari vitati sono 53, di cui 11 dedicati unicamente al Morellino. Le vigne si trovano a 300 metri s.l.m.
Cantina 8380 – 8380 2024 – Si trova a Montemerano, fondata dai fratelli Jacopo e Filippo Rossi. Una delle Cantine più piccole della Maremma, il nome deriva dalle date di nascita dei 2 fratelli.
Doga delle Clavule – Doga delle Clavule 2024 – Si trova nel comune di Magliano in Toscana, di proprietà di Elisabetta Gnudi Angelini di Caparzo. Gli ettari vitati sono 57 e l’azienda nasce nel 2000.

Categoria Superiore
Roccapesta – Roccapesta 2023 – Situata nel comune di Scansano, precisamente in località Macereto con  vigneti di proprietà che si estendono su una superfice di 18,5 ettari di terreno al confine tra aree di origine vulcanica e sedimentaria.
Conte Guicciardini – I Massi 2023 – Risalente al 1999, appartiene ad una delle più importanti famiglie nobiliari toscane, vanta 56 ettari di vigneti posti ad altimetrie che vanno dai 200 ai 320 metri s.l.m.
Morisfarms – MDS 2023 – La tenuta si trova nel comune di Grosseto,  in località Poggio la Mozza, la superficie vitata si estende su 35 ettari. Acquistata nel 1971 da Gualtier Luigi Moris.

Categoria Riserva
Cantina Vignaioli di Scansano  Roggiano Riserva 2022 – Una cantina cooperativa fondata nel 1972, vanta oggi oltre 160 soci che operano in un ampia superficie di oltre 600 ettari.
Terenzi  Madrechiesa 2022 – Nata nel 2001 in località Montedonico, nel comune di Scansano, vanta oltre 60 ettari di vigneto. L’azienda è guidata da Balbino, Federico e Francesca Romana Terenzi.
Val delle Rose – Poggio al Leone 2022 – Di proprietà della storica famiglia Cecchi, innamorati di questo territorio e del vitigno Sangiovese. La tenuta si trova a 500 metri metri s.l.m. nel comune di Grosseto in località Poggio la Mozza.

Categoria Vecchia Annata
La Fattoria di Magliano – Heba 2009 – Di proprietà della famiglia Lenci, nasce nel 1997 nell’omonimo comune. Gli ettari vitati sono oltre 50 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguito aperitivo con bollicine M C accompagnate da stuzzichini  ed  un delizioso pranzo, con piatti ben preparati, equilibrati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.