Fiera Nazionale “Monza in Vino” – Il vino in Serie A

Calici al centro e fischio d’inizio all’ U-Power Stadium di Monza nelle giornate del 11 e 12 maggio.

Un evento organizzato da Arte del vino Eventi che ha selezionato piccole aziende provenienti da tutta Italia con 450 etichette in assaggio, ad accompagnare le degustazioni prelibatezze gastronomiche presentate direttamente dai produttori locali.

Una buona affluenza con 3500 persone confermata dalle vendite degli espositori che hanno toccato circa le 14.000 bottiglie.

Ecco le chicche enogastronomiche che più mi hanno colpito

  • Antica Casa Vitivinicola Italo Pietrantonj, una delle cantine più antiche d’Abruzzo, siamo vicino a Sulmona, a Vittorito precisamente, un paese con circa 1000 abitanti, a 350 slm più verso gli Appennini che il mare. Assaggio il loro Cerano Trebbiano D’Abruzzo DOC Superiore 90% Trebbiano, 10% Malvasia, un vino molto profumato con aromi di pesca, mango e albicocca, una bella freschezza. Per passare poi al Cerano Cerasuolo d’Abruzzo DOC Superiore, un vino iconico della regione, proposto con i piatti della tradizione. Quindi il Cerano Montepulciano d’Abruzzo DOC Riserva da vendemmia tardiva che avviene a metà ottobre e affinamento 12-18 mesi in tonneaux, profumi di ciliegia sotto spirito, amarena con un legno non invadente. Per finire con il loro Passito Rosso IGT prodotto con uve vendemmiate nella prima settimana di novembre e fatte poi appassire per due mesi sui graticci, affinamento solo in acciaio, un ottimo passito non stucchevole.
  • Azienda agricola Il Verone, una micro azienda sita nella frazione di Godiasco-Salice Terme, sulla prima collina dell’Oltrepò Pavese. Il Verone è una terrazza, un balcone sullaValle Staffora. Circa 3000 bottiglie all’anno prodotte artigianalmente, pulizia e chiarifica solo attraverso travasi. Degusto i loro bianchi dal colore intenso dovuto a una macerazione sulle bucce per alcuni giorni: il Riesling Italico Refuso, fermentazione spontanea, criomacerazione sulle bucce per 6 giorni e maturazione in vasche d’acciaio; un bel corpo nel complesso, persistente con profumi prevalenti di mela e idrocarburi. Il Cortese Scortese, vitigno autoctono del Piemonte ma con una produzione anche in Lombardia tra l’Oltrepò e il Garda. Macerazione sulle bucce per 6 giorni e fermentazione spontanea. La filosofia del solo acciaio, della fermentazione spontanea e della pulizia solo tramite travasi la si ritrova anche nei loro rossi: Lavinia un 100% Barbera e Il Rosso del Verone che è il vino principe della Cantina uvaggio Barbera e Croatina tipico dell’Oltrepò.
  • Azienda Agricola Ceratti, fondata nei primi anni del ‘900 in un luogo di grande fascino dove il mar Ionio incontra quella che è la Costa dei Gelsomini. La cantina coniuga alla tradizione le più moderne e accurate tecniche di vinificazione. Produzione quasi esclusiva di due eccellenze della zona: Il Greco di Bianco e il Mantonico. Sia del Mantonico che del Greco di Bianco troviamo due proposte, affinamento in acciaio e affinamento in barrique. L’antico vitigno Mantonico, portato in terra di Calabria dai Greci intorno al VII sec a.C, oggi viene prodotto in quantità limitata e le uve subiscono un appassimento naturale sui graticci per una decina di giorni al caldo sole di questa Terra. Assaggiare questo nettare degli dei è veramente appagante.
  • Facciamo un salto in Portogallo dall’importatore Lusitania Vini per scoprire una rarità, la BOT. La storia risale a 150 anni fa quando vennero impiantate in mezzo ettaro, per una prova tecnica, 30 bacche rosse e bianche nel boschetto davanti alla casa di un appartenente alla famiglia Ribeiro che è poi il cognome della famiglia di Casa de Mouraz. Appurato che i frutti venivano bene e che potesse quindi essere un luogo di elezione per la viticoltura, si iniziò l’attività vera e propria. Le 30 bacche site nel contesto boschivo diventarono quindi il simbolo dell’inizio della storia enologica di Casa de Mouraz. Arriviamo ai giorni nostri, quando l’ultimo proprietario di Casa de Mouraz, circa 13 anni fa, tale Antonio Lopes Ribeiro, decise di far partire una produzione da quella piccola zona vitata convogliando tutte le trenta bacche in un vino che fu chiamato BOT. Una piccolissima produzione circa 800 bottiglie numerate che da rara diventerà unica quando nell’ottobre del 2017, proprio dopo la vendemmia, la regione prende fuoco, l’incendio durerà dieci giorni provocando morte e distruzione e le vigne centenarie verranno rase al suolo. Il vino diventa una leggenda.
  • Finisco la sezione vini, ovviamente la mia piccola selezione, con Cantina Diomede, siamo a Canosa di Puglia, in quella magica terra che, secondo la leggenda, vide l’eroe omerico Diomede piantare i tralci di vite portati con sé dalla Grecia e, dalla coltivazione e dalla cura di questi tralci, nascere l’Uva di Troia. I loro vini sia bianchi che rossi hanno ricevuto diversi riconoscimenti, come il Canace Uvaggio: 100% Nero di Troia e vendemmia tardiva e Orea 100% Primitivo. Anche gli spumanti da metodo charmat sono interessanti: Il Malè Bianco Uvaggio: 50% Bombino Bianco – 50% Fiano e il Malè Rosè 100% Negroamaro.

Come ho anticipato non sono mancate le prelibatezze gastronomiche, eccone alcune

  • Il caciocavallo di Ciminà dell’Azienda Agricola Siciliano siamo in Calabria nella Locride nel Parco Nazionale dell’Aspromonte. Il caciocavallo si produce in questa zona da tempi immemorabili. La storia dell’azienda Agricola, racconta Domenico Siciliano, inizia diverse generazioni fa, oggi si sono mantenute vive le tradizioni adeguandosi ai tempi ma mantenendo sempre la regola ferrea di non utilizzare sostanze chimiche o additivi. Dal latte munto in fattoria nasce il caciocavallo di Ciminà e grazie al microclima che si sviluppa, dato dall’unione di mare e montagna, si realizza un prodotto unico che è diventato Presidio Slow Food. Questo formaggio ha una particolarità: si coagula ancora il latte crudo, di vacca e a volte anche parzialmente di capra, quasi sempre con caglio naturale di capretto. Il caciocavallo ha una forma particolare, ha due testine, è un formaggio piccolo, allungato, caso unico nel panorama caseario. Generalmente si consuma fresco, entro pochi giorni dalla produzione, destinandolo per lo più alla griglia. Mentre con qualche settimana di stagionatura in più acquista sentori inebrianti e lunghi di sfalcio d’erba, di fiori gialli, di nocciola.
  • La Cioccolata Rinascimentale In Toscana, la storia del cioccolato inizia con gli avventurosi mercanti fiorentini. Gli scambi commerciali con le Americhe portarono il cacao esotico, chiamato “cibo degli Dei”, alla Corte di Firenze, fu un grande successo e il suo consumo divenne uno dei tanti elementi dello status symbol tipici dell’epoca. A quei tempi il cioccolato veniva consumato come bevanda. Oggi viene prodotta in questo laboratorio di Firenze, seguendo ancora le tecniche antiche: semplicemente pura pasta di cacao addolcita e aromatizzata, lavorata a freddo, come facevano gli Aztechi, per non alterare le proprietà organolettiche del cacao, come attesta la patina bianca che avvolge la tavoletta. La certezza di trovare sapori antichi ai giorni nostri.

  • Il liquore di birra biellese del Liquorificio Artigianale La Culma.  Un micro Liquorificio artigianale di bevande spiritose, liquori, liquori a base di grappa e grappe, nato dalla passione della tradizione, unita alla creatività ed alla ricerca di nuove sensazioni. Il Liquore di Birra Biellese svela un gusto vellutato e dal profumo intenso. Una vera scoperta.

Concludo rimandandovi all’appuntamento di ottobre con un’altra edizione di FIERA NAZIONALE MONZA IN VINO.

Prosit!

Piemonte: ReWine Canavese, l’evento per scoprire lo spirito artigianale dei Giovani Vignaioli Canavesi

Dal 17 al  19 maggio a Ivrea ha avuto luogo la quarta edizione di ReWine Canavese, organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani (GVC) con la preziosa collaborazione del direttore artistico Nello Gatti.

Tre giorni dedicati alla stampa per far conoscere meglio questo affascinante lembo di Piemonte. Il primo giorno è stato contraddistinto da un bel tour nel suggestivo borgo di Carema per recarci sotto i pergolati di Nebbiolo, ove molte viti sono a dimora da oltre mezzo secolo. Gian Marco Viano, presidente dell’Associazione ci ha fornito importanti informazioni sulla singolare enclave; siamo entrati in un edificio storico, recuperato e restituito alla Comunità, il Gran Masun, centro di valorizzazione del vino Carema e dopo aver assistito ad una proiezione sul territorio abbiamo degustato i vini della Doc.

Un numero relativamente esiguo di produttori, 10 per la precisione, coltivano e producono vino in un’estensione totale di 22 ettari vitati. Le vigne sono poste su terrazzamenti con muretti a secco e la vite è  allevata con il sistema a Pergola del Caremese, sorretta da pilastri troncoconici in pietra e calce, tipici del territorio, in loco chiamati “pilun”: le sue pietre immagazzinano calore e lo distribuiscono durante le ore notturne.

Il vitigno allevato è il Nebbiolo varietà Picotendro, capace di dare origine a vini freschi e dotati di una straordinaria piacevolezza di beva. I vigneti sono posti a forma di anfiteatro con suoli sabbiosi derivanti dal disfacimento delle morene dell’antico ghiacciaio. Un meraviglioso lembo di terra che si è ampiamente meritato il titolo di Presidio Slow Food. Le altimetrie dei vigneti si attestano fra i 350 e i 700 metri s.l.m. Carema è inoltre  attraversata dalla via Francigena.  A livello sensoriale il vino è di un bellissimo colore rosso granato intenso e  molto trasparente, al naso giungono sentori di rosa, lampone, frutti di bosco, polvere di caffè e tabacco, al palato è fresco e setoso, coerente e persistente. 

La degustazione

Cantina Produttori di Carema 2020 – Sprigiona sentori di rosa, amarena, e spezie dolci,  sorso setoso e armonioso. 

Cantina Togliana  Riserva 2020 – Emana note di frutti di bosco maturi, noce moscata e sottobosco,  gusto avvolgente e decisamente persistente. 

Sole e Roccia Monte Maletto 2020 – Rivela note di lamponi, ribes e sentori balsamici, avvolgente,  pieno ed appagante. 

Sorpasso 2020 – Si percepiscono sentori di ciliegia sotto spirito, arancia sanguinella, liquirizia e tabacco. Avvolgente, generoso ed armonioso. 

Muraje 2020 – Libera note di rosa, lampone e sussulti balsamici e speziati; il sorso rimane in bocca a lungo, è setoso e leggiadro. 

Turris Nuove Tradizioni 2021 – sentori di violetta, frutti di bosco e mora di rovo, fresco, pieno ed invitante.

Rubiolo Alberand 2021 – Giungono al naso note di viola, amarena e fragola, dai tannini setosi e dal finale duraturo. 

Toppia Figliej 2021 – Rivela sentori di rosa, frutti di bosco e menta. Sorso accattivante e duraturo.  

Broglina Kalamass 2021 – con sentori di ciclamino, mora, tabacco e liquirizia, regala un palato fine e rotondo.

Gasparre Buscemi 1986 – Un vino ancora in forma smagliante, davvero sorprendente, piacevole e lungo su nuance terziarie di tabacco dolce e cioccolato. 

Il secondo giorno è  iniziato con una tavola rotonda incentrata sul tappo a vite in comparazione con il tappo di sughero. Sul palco della Sala Santa Marta d’Ivrea, vi erano l’azienda Gaula Closures, rappresentata da Emanuele Sansone con gli “Svitati”: Walter Massa, Sergio Germano, Luca Rostagno della Cantina Matteo Correggia e Monica Laureati, Professore associato dipartimento di Scienze per gli alimenti dell’Università di Milano e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Una masterclass che ha ben chiarito la funzionalità del tappo a vite, senza demonizzare quello in sughero. Nei vari interventi sono emersi i vantaggi sia per i vini stessi (o perlomeno alcuni di essi) sia per la sostenibilità produttiva. In Italia, nostro malgrado, il tappo a vite gode ancora di una scarsa reputazione, ma viene molto più utilizzato nel nord Europa e in molti paesi del nuovo mondo. Nei vini bianchi sembra dimostrare di essere più indicato: i vini erano più freschi e piacevoli al palato. Per quanto riguarda i rossi è stato il tappo di sughero a dimostrare di avere maggiore capacità di affinamento, pur in un dibattito ancora molto aperto.

I vini proposti

Derthona 2017 Vigneti Massa

Monleale 2017 Vigneti Massa 

Langhe Sauvignon Doc 2007 Matteo Correggia 

Roero Riserva Roche d’Ampsej Docg Matteo Correggia

Riesling Herzu Langhe Doc 2016 Ettore Germano

Nebbiolo Langhe Doc 2016 Ettore Germano 

Dopo una pausa pranzo siamo tornati nella Sala Santa Marta per un focus ed una degustazione guidata di 8 etichette di Erbaluce. Varietà d’uva a bacca bianca che ha trovato la sua terra di elezione nel Canavese, conosciuto come Erbaluce di Caluso. In passato veniva prodotto nella tipologia Passito. Oggi si sono aggiunte anche le tipologie secco e spumante prevalentemente ottenuto da Metodo Classico. Un’uva capace di donare ai vini una buona acidità. 

Il Canavese è un ampio territorio circondato da laghi, castelli, suggestivi borghi e boschi, e verdi valli in provincia di Torino, nella parte nord e nord-est, confinante con la Valle D’Aosta, ricadente anche una piccola parte nelle province di Biella e Vercelli. Un anfiteatro naturale originato dal discioglimento delle morene dell’antico ghiacciaio, con suolo sabbioso, ricco di potassio e fosforo. Il clima alpino è caratterizzato da notevoli  escursioni termiche tra il giorno e la notte. La forma di allevamento è la pergola canavese, tuttavia è molto diffuso anche il guyot semplice. Due sono le Denominazioni: la Doc Canavese e la Docg Erbaluce di Caluso. I vitigni maggiormente coltivati oltre al Picotendro e L’ Erbaluce, sono la Barbera, la Vespolina e l’Uva Rara. 

I vini degustati dell’annata 2021

Canavese Doc Bianco Mezzavilla Terre Sparse – Al naso giungono note di camomilla, albicocca e mandorla. Saporito, coerente e lungo.

Vino Bianco Vecchie Tonneaux Monte Maletto – Emana sentori di zagara, pera e mela cotogna, fresco, avvolgente e persistente. 

Caluso Docg Anima Dannata La Masera – Nuance di mela, frutta tropicale e erbe aromatiche, pieno sapido e durevole. 

Calusco Docg Etichetta Nobile La Campore – Sprigiona sentori di zagara,  ananas ed erbe di campo. Rinfrescante e duraturo. 

Calusco Docg San Martin – Libera note di mela, pera Williams e banana. Sorso vibrante, avvolgente e coerente. 

Calusco Docg Primavigna Roberto Crosio – Dipana sentori di fiori di camomilla, zagara e ananas, dal gusto dinamico e invitante.

Calusco Docg Galattica Fontecuore – Rivela note di fiori di campo, banana, agrumi e menta. Saporito, armonioso e leggiadro. 

Calusco Docg Scelte d’Ottobre  Cantina 336 – Rimanda a sentori di mela cotogna, vaniglia e liquirizia. Pieno e appagante.  

All’auditorium Mozart d’Ivrea si è svolto un convegno “Spirito artigianale e cultura collettiva: con uno sguardo verso il futuro”. Sono intervenuti Riccardo Boggio, giovane vigneron, Gaspare Buscemi, enologo artigiano, antesignano del comprensorio, Alberto Alma professore di Entomologia Generale e applicata, Laura Donadoni, scrittrice, giornalista e wine educator, e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Il titolo già suggerisce gli argomenti trattati, ha preso la parola anche Oscar Farinetti, imprenditore di successo, patron di Eataly e titolare di iconiche aziende vitivinicole italiane, un intervento molto apprezzato da parte di tutti, un decalogo finale per ottenere successo con interessanti riferimenti a personaggi storici del passato, alcuni su tutti Leonardo da Vinci, Napoleone Bonaparte, Winston Churchill, tratto dal suo ultimo libro scritto “10 mosse per affrontare il futuro”.

Nella terza ed ultima giornata alle Officine H d’Ivrea sono state aperte le porte al pubblico, tra eno-appassionati ed operatori del settore. Ho fatto una passerella tra la maggior parte degli espositori presenti, degustando soprattutto vini ottenuti con Picotendro ed Erbaluce di Caluso, quest’ultimo nelle tipologie Metodo Classico, fermo secco e qualche  passito. I vini variano a seconda degli affinamenti, tra acciaio, legno, cemento e anfora, che viene utilizzata da pochissimi produttori, ma la qualità dei vini è elevata.

Nei tre giorni è stata data la possibilità di capire bene il territorio e conoscere meglio i suoi protagonisti, persone molto cordiali, coese e unite negli intenti che hanno intrapreso un percorso avvincente per valorizzare questa singolare enclave, in un clima di amicizia e di calorosa accoglienza. Impeccabile l’organizzazione curata sia dai Giovani Vignaioli con l’occhio attento del dinamico direttore artistico Nello Gatti, coadiuvato da Domenico Buratti.

A Salerno riapre oggi lo storico “Vicolo della Neve”

Il ristorante antica pizzeria “Vicolo della Neve” riapre fieramente oggi i battenti a Salerno.

Fiorenzo Benvenuto, Gerardo Ferrari e Marco Laudato, compagni di cordata in questa nuova avventura imprenditoriale, ricorderanno questo giorno per tutta la loro vita, promettendo di restituire alla città di San Matteo un pezzo della sua storia. 

Proprio così, un pezzo di storia salernitana, perché il Vicolo della Neve ha da sempre costituito un punto di riferimento secolare per la gastronomia salernitana, ove l’ottimo cibo era un pretesto. Il popolo ci si riversava con quel portentoso genius loci che, ancora oggi, trasuda dal vicolo e dalle pareti, come quella affrescata dal Tafuri, piuttosto che dal ricordo del poeta Alfonso Gatto.

E a proposito di Alfonso Gatto, immancabile un tributo a lui, ricordandone i versi:

“Il vicolo aveva nel gancio l’insegna contrabbandiera del c’era una volta il lontano racconto del tempo che fu. Straniero, se passi a Salerno in una notte d’inverno di luna a mezzo febbraio, se vedi il bianco fornaio che batte le mani sul tondo di quella faccia cresciuta, ascolta venire dal fondo degli anni la voce perduta. L’odore di menta t’invita, la tavola bianca, la stanza confusa dall’abbondanza. In quell’odore di forno per qualche sera la vita si scalda con le sue mani e quegli accordi lontani del tempo che fu”.

Ma riprendiamo un po’ di quella storia che è memoria collettiva di Salerno 

È innegabile, come già detto, che sia stato l’emblema gastronomico per la città di Salerno per tutto il ‘900, ma si narra che il Vicolo della Neve esistesse già nel XIV secolo, durante il periodo aragonese, anche se il palinsesto culinario doveva essere molto diverso da come si è evoluto nel tempo. Altre fonti, invece, lo vorrebbero fondato più attendibilmente attorno al ‘700.

Il locale prendeva il nome dal vicolo dove si vendeva la neve per gli usi commerciali e rinfrescare le cantine, iniziando con l’officiare l’arte della pizza e fare cucina. Fin prima della chiusura nel 2021, a causa della pandemia Covid, manco a dirlo, era il riferimento gastronomico cittadino per il dopo teatro come poche altre realtà. Attraversando epoche storiche diverse e mantenendo saldamente la tradizione di una cucina familiare, il Vicolo ha ospitato attori, artisti, letterati e politici. 

Sentiamo le vive parole di questi coraggiosi imprenditori della ristorazione:

“Volevamo dare nuova vita alla storia ma soprattutto volevamo restituire ai salernitani radici e viscere che passano attraverso una cultura gastronomica che ricorda la semplicità delle mani delle nonne e di chi Salerno l’ha vissuta con sguardo attento e infinita saggezza. Il Vicolo è di tutti, è il filo rosso tra la città e chi la ama incondizionatamente. Vogliamo intraprendere un vero e proprio viaggio nel passato”. 

I piatti che ingolosivano erano quelli appartenenti alla cucina più squisitamente popolare del Sud e cioè pasta e fagioli, parmigiana di melanzane, peperoni imbottiti, polpette al sugo, calzoni con le scarole e la cotica di maiale, pietanze che ricevevano la carezza termica di un forno a legna, per non parlare della milza e del baccalà con le patate. Ma il vero condimento erano gli ospiti che, famosi o meno, industriali piuttosto che operai, diventavano tutti protagonisti e teatranti di un’unico grande spettacolo che la vita tuttavia continua ad essere.  Arma segreta del locale Maria Caputo, nonna di Gerardo Ferrari, che in fatto di tradizione se ne intende e darà qualche dritta allo chef Marco Laudato. 

Il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca

La celebrazione di stamane ha visto un gruppo nutrito di persone, ben felici di augurare “buon vento” ai novelli osti del Vicolo della Neve.  Hanno presenziato a questo lieto evento il governatore Vincenzo De Luca, Vincenzo Napoli, primo cittadino di Salerno, Alfonso Amendola, professore di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli studi di Salerno, Massimo Cerulo, professore di Sociologia all’Università Federico II di Napoli, Marco Russo, presidente dell’associazione “Tempi Moderni”, Yari Gugliucci, regista e attore, Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore e tantissimi esponenti del mondo della cultura e del giornalismo locale e regionale con, inoltre, “I Neri per Caso”.

Alle 19:00 poi seguirà l’inaugurazione vera e propria che promette di far rivivere l’anima cittadina tra gli ambienti restaurati, ma non troppo, per restituire quell’atmosfera che tanto mancava a Salerno. 

Perpetuo: il tempo infinito del vino

Perpetuo: un concetto immenso, enorme, affascinante e ombroso. La nostra mente riesce a rappresentarlo ma al contempo lo rifugge. Lo spiegheremo e lo riporteremo nel calice ripercorrendo alcune tappe nella Storia.

Portiamo le lancette indietro spostandoci nell’Era Illuminista. Giambattista Vico spiega il concetto di perpetuo cammino umano nei “Corsi e Ricorsi Storici”. Nella Fisica la linea tracciata in precedenza da Leonardo, ossessionato dalla chimera del moto perpetuo e poi Galileo che invece lo ipotizzerà, portano alla Fisica Newtoniana. Nella musica, si concepisce il Canone Perpetuo, una composizione in cui più voci, iniziando in momenti diversi, cantano la stessa melodia, ripetibile all’infinito, fondendosi armoniosamente.

Nella Sicilia occidentale, intanto, infuria una forte tempesta e un giovane mercante di Liverpool alla guida del suo brigantino è costretto ad attraccare. Lui è John Woodhouse e ancora non lo sa, ma quell’approdo a Marsala sarà la sua fortuna. Accolto in città gli viene offerto un bicchiere di vino “Perpetuum”: è stupito, gli rievoca la preparazione dei vini a Jerez, che conosceva. Pochi giorni dopo 30 botti sono già in partenza per l’Inghilterra, fortificate da 2 galloni di alcool, è il 1773, nasce il Marsala.

Il vino in quel bicchiere è fatto con un procedimento che si tramanda da 3000 anni in Sicilia, ai periodi di dominazione Fenicia e Cartaginese. È il gioiello di famiglia, tramandato di padre in figlio, “U Carateddu”, una botticella da 26 litri ogni anno rabboccata con il miglior vino dell’annata da vigneti centenari. È un vino perpetuato e brindare con quel nettare significa condividere una goccia con tutti gli avi che vi hanno festeggiato, è un sorriso che varca il muro del tempo.

Una composizione che si rigenera e si arricchisce armoniosamente a ogni ripetizione, un vino che rifermenta a intervalli regolari. Sembra incredibile ma le idee illuministe nel vino erano già nate con 2000 anni di anticipo. Sebbene l’industrializzazione inglese e la fillossera misero a forte rischio questo patrimonio, la tradizione ha resistito grazie ad alcune famiglie.

Questo viaggio nel tempo ci ha permesso di entrare nella tecnica di un vino che è un patrimonio inestimabile ancora da riscoprire e valorizzare. Un sapere arcaico che ha saputo sfruttare al massimo le particolarità pedoclimatiche e i vitigni, che portavano maturazioni fino a 19°, usando macerazione sulle bucce, pressature energiche e alte temperature per ottenere mosti e vini ricchi di polifenoli ed estratti, ancor più evidenziati dalle botti, esclusivamente castagno o rovere.

Eccoci ai giorni nostri. Siamo a Vinitaly e l’Associazione Italiana Sommelier si è occupata di questo tema con un parterre d’eccezione: Sandro Camilli Presidente Associazione Italiana Sommelier, Camillo Privitera Responsabile Area Eventi A.I.S., Pietro Russo Master of Wine, Giacomo Ansaldi, Renato De Bartoli, Mario Pojer celebri produttori vitivinicoli. Il nostro viaggio nella tradizione continua attraverso le persone e i vini.

Giacomo Ansaldi dal 1987 ha intrapreso una faticosa ricerca, volta a recuperare e salvaguardare il Perpetuo. È il primo a legare la storia del Grillo, un incrocio tra Catarratto e Zibibbo al Barone Mendola e ne capisce immediatamente l’incredibile ecletticità. “È una varietà fantastica, ha una genetica di maturazione eccezionale, sorprende per Zuccheri acidità pH e azoto legabile.” In 30 anni, ricerca per le contrade di Marsala e acquisisce un patrimonio di Riserve di Famiglia, 28 botti da oltre 1500 litri, la più antica è un’annata 1957 della Contrada Zizza.

Metodo Classico Brut Ansaldi – 36 mesi sui lieviti, la liqueur de dosage è creata proprio con il vino “Perpetuo” del 1957. Siamo ad Abbadessa, singola vigna, biologica, medio impasto calcarenitico con presenza di “turba”, un suolo antico e ricco di sostanze. Bolla estremamente elegante, al naso si apre con note agrumate di limone di Siracusa, miele d’acacia e pane tostato alle nocciole, zagara e un sottofondo iodato ci anticipa un assaggio piacevole, vibrante e dal finale sapido.

Champagne Henri Giraud PR 2019 Il perpetuo non è un metodo che può rivolgersi a tutti, necessita di predilezione e grande padronanza dei processi in ogni fase, ma quando trova la sua elezione può donare perle rare. Proseguiamo il nostro tour in Champagne, zona di Aÿ, la Maison Henri Giraud è una realtà di 40 ettari familiare, ogni anno l’enologo in base all’importanza dell’annata va a selezionare i legni nella vicina foresta d’Argonne. Ulteriormente particolare è l’affinamento in cantina 5 metri sotto al letto della Marna. Il Perpetual Reserve PR 90-19 è una licenza poetica nella Champagne. Il primo Champagne 100% “Perpetual Reserve“, un blend di due “vin de réserve”,  perpetuati, “Reserve Perpétuelle“, una del 1990 alimentata ogni anno da un Grand Cru di Aÿ, la seconda è detta “Esprit de Giraud“ e risale agli anni ’50. “Les vieux éduquent les jeunes”. 2019 rappresenta l’annata più recente incorporata. 90% Pinot Nero, 10% Chardonnay, fermentato in legno, 36 mesi sui lieviti. È una bolla è setosa e cremosa, sovrasta un bellissimo giallo dorato cangiante. Sbuffi di scorza di limone ci invitano a immergere il naso, ricco, intenso. Emerge il Mango, cifra stilistica dell’azienda, l’ananas, la pesca e la nocciola, craie ed erbe aromatiche. Il sorso ha grande stoffa, lungo persistente e fortemente minerale, compatto e avvolgente.

Torniamo in Sicilia con Renato de Bartoli, figlio d’arte, nel 2014 vince una battaglia storica, slegando il Perpetuo dalla parola “liquoroso”, propria dei vini “fortificati” suggellando il sogno vinicolo del padre di realizzare un vino ossidativo complesso naturalmente senza addizioni, con le uve della sua contrada natia Samperi. Non è un vino da lievito Flor, l’alcol è maggiore e neanche un Solera essendo le botti solo su 3 livelli, di dimensioni maggiori e scolme. A ogni prelievo dalla base corrisponde un travaso dal piano intermedio e superiore, perpetuandolo, è il Vecchio Samperi, il vino senza età.

Una sera Renato ai portici di Roma sentì accostare il Perpetuo allo Champagne, e pensò, se proprio la bolla fosse un’altra via? Pochi anni dopo nascerà il Metodo Classico Terza Via VS – De Bartoli: La “Terza Via” del grillo in azienda. “VS” ossia Vecchio Samperi, che ne caratterizza la liqueur d’expédition. La fermentazione avviene in legno, segue l’affinamento sui lieviti di 12 mesi, il tiraggio con mosti freschi e un affinamento in bottiglia di 30 mesi. Perlage fine persistente su un dorato brillante. Al naso apre un panorama di caramella mou agli agrumi, carruba ma anche macchia mediterranea e un sottofondo iodato, congruente con l’assaggio lungo, succoso e sapido. “Un vino che va dopo tutto”.

Il quarto vino ci proietta in Trentino, con Sandro Pojer che dal 1975 insieme a Fiorentino Sandri rappresenta il territorio in modo esemplare, attraverso chiavi di lettura innovative, sostenibili e risultati di estrema qualità. Lo Zero Infinito Perpetuo – Pojer e Sandri è figlio del progetto “Vini con zero Aggiunte” del 2007, Zero funghicidi, antiparassitari, antiossidanti in cantina. Perpetuato dal 2009 in vecchie botti ex-brandy energizzate con Argon. Macerazione in stile georgiano per estrarre il tannino, antiossidante naturale. Le varietà sono Piwi, coltivate in alta Val di Cembra. Nuance ambra antica, al naso fiori appassiti di montagna, zafferano e fava di cacao. Frutta disidratata, spezie dolci, agrume candito e grafite, pietra focaia. Svela pian piano le doti vulcaniche del suolo, e sorprende al palato, secco, morbido e intenso, sapido e dal tannino percettibile, un sorsò di grande personalità, armonico ed elegantissimo.

Ritorniamo a Marsala. Il Vecchio Samperi – De Bartoli prende forma nel 1978 quando Marco inizia il processo di “ringiovanimento” del Perpetuo dei suoi nonni, acquisisce carateddi da cantine ormai dimenticate, punta Grillo e su una produzione atta a dargli struttura. Il risultato è un calice è giallo oro antico al naso entra con note di torrone, albicocca e dattero essiccati, liquirizia e liquore al cioccolato, cardamomo, davanti a una lieve brezza marina. È un’esplosione al palato. Secco, sapido e fresco, morbido e seducente, lungo e dall’altissima attrazione.

Il Perpetuo Origini 1957 Ansaldi “Come lo definiresti? Un compagno di vita”.  Le sfumature dorate si arricchiscono di un caramellato, che si fa subito presente anche all’olfatto, seguono poi note di fichi secchi, nocciola tostata, caffè, cioccolato. All’assaggio è avvolgente, sontuoso, succoso, dura per minuti piacevolmente. Il viaggio sensoriale compiuto in questo evento è stato profondo. Abbiamo trasceso il tempo attraverso dei veri e propri messaggi lasciati nelle bottiglie ai posteri, dei testamenti enologici.

“Il Perpetuo è uno stile eterno per infinite occasioni”

Lazio: il Frascati Superiore Riserva “Sesto Ventuno” di Casata Mergè

La storia di Casata Mergè ha inizio nel 1960 con Manlio Mergè, padre di Massimiliano, quando il vino ancora si portava sfuso a Roma con il carretto. Siamo nella Denominazione Frascati, un’azienda a conduzione familiare con il supporto di uno staff di professionisti che ha permesso di conseguire obbiettivi impensabili alle origini.

Grazie all’enologo Maurilio Chioccia i loro vini sono un riferimento nel panorama enologico laziale. Con Maddalena Mazzeschi, che ne cura le relazioni con la stampa abbiamo avuto modo di approfondire la qualità dei loro prodotti visitando la cantina.

Casata Mergè è particolarmente nota per la produzione di vini bianchi come il Frascati Superiore: il risultato di una meticolosa selezione di uve Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Trebbiano Toscano e Bombino Bianco. La combinazione di tecniche di vinificazione moderne e tradizionali permette di ottenere un prodotto che rappresenta l’eccellenza della tradizione enologica dei Castelli Romani.

Oltre al Frascati Superiore, la cantina produce una gamma di altri vini bianchi e rossi, tra cui un Marino DOC e un Monteporzio Catone Rosso DOC. L’Enoturismo è uno dei punti cardine di Casata Mergè. La cantina apre le sue porte ai visitatori, grazie alla ristrutturazione del casale e della grotta, offrendo la possibilità agli appassionati e professionisti del settore, di partecipare a visite guidate dei vigneti e delle cantine. Queste visite si concludono con degustazioni dei vini, accompagnate da prodotti tipici locali, permettendo ai visitatori di scoprire i segreti della produzione vinicola dei Castelli Romani e di apprezzare la bellezza e l’autenticità del territorio.

Innovazione e Tradizione nei Vigneti Sesto Ventuno

All’interno dell’azienda i vigneti ultra cinquantenari rappresentano un patrimonio inestimabile, conferendo ai vini caratteristiche uniche. Gli ettari vitati sono 25 con un’esposizione ottimale e ventilata, che riduce al minimo i trattamenti. Le piante arboree mediterranee presenti fungono da antagonisti naturali, contribuendo a un equilibrio ecologico.

Una parte del vigneto è stata sovrainnestata con cloni di Sauvignon Blanc, grazie alla presenza di stratificazioni laviche e terreno basaltico ricco di silicio, ideale per questo vitigno. Per ottimizzare il lavoro in vigna, i vigneti sono suddivisi in quadri secondo le caratteristiche geologiche del terreno. Le potature corte a speroni con il sistema GDG (Geneve Double Courtin) sono perfette per piante con gemme basali molto fertili e varietà erette.

Oggi vi presentiamo il Frascati Superiore Riserva Sesto Ventuno di Casata Mergé, un vino che incarna l’eccellenza e la tradizione vitivinicola del Lazio. La degustazione ha riunito esperti del settore, giornalisti e appassionati, tutti accomunati dal desiderio di scoprire le peculiarità di questa etichetta in una strepitosa verticale dalla annata 2022 alla 2016.

Il vino si distingue per un carattere deciso; prodotto con un blend di Malvasia Bianca di Candia e Malvasia del Lazio, rivela subito eleganza al naso, con note floreali e fruttate (frutta bianca) che si intrecciano armoniosamente a sentori di miele e spezie dolci con un finale che ricorda la mandorla. Caratteristica predominante la brillantezza del colore paglierino dai riflessi dorati, segno di una maturazione ottimale e di una cura meticolosa in cantina. Al palato, il Sesto Ventuno si presenta avvolgente e strutturato, con una perfetta armonia tra freschezza e morbidezza, e un finale lungo e persistente che lascia una piacevole sensazione di mandorla e agrumi.

Da sinistra l’enologo Maurilio Chioccia e l’autore di 20Italie Alberto Chiarenza

La vinificazione avviene in acciaio inox a temperatura controllata, seguita da un affinamento in botti di rovere francese per almeno 12 mesi, che conferisce al vino una maggiore complessità e un bouquet aromatico ricco e variegato. Maurilio Chioccia, enologo di Casata Mergé, ha spiegato durante l’evento: <<Il Sesto Ventuno è il risultato di una ricerca continua della qualità e del rispetto delle tradizioni. Ogni fase della produzione è seguita con grande attenzione per ottenere un vino che possa rappresentare al meglio il territorio>>. Con la sua eleganza e complessità, questo vino promette di essere un ambasciatore del Lazio nel mondo, rappresentando al meglio l’eccellenza e la passione dei suoi produttori.

Campania Stories 2024: i nostri migliori assaggi dei vini bianchi

Poco convincente la 2023 proposta nella dodicesima edizione di Campania Stories, che segna un passo indietro rispetto alla crescita (anche emotiva) della qualità dei bianchi campani.

Non c’è dubbio che il millesimo abbia rappresentato ovunque un’annata non semplice da gestire, tra gelate, grandinate, malattie sistemiche e caldo assolato estivo. Non sono mancati neppure i cinghiali affamati, con i danni che ha creato la peronospora. Mancava solo il temuto asteroide dei film catastrofali americani ed il quadro sarebbe stato perfetto.

Ci si chiede, però, come mai alcune Regioni fatichino più di altre a mantenere dritta la barra, interrompendo il positivo cammino dei risultati conseguiti. L’opinione di 20Italie è che la paura si insinua in ciascuno di noi, negandoci la visione a lungo raggio del problema. Con il clima odierno non si può sperare molto, almeno nel breve. Il pessimismo arreca, però, soltanto sfiducia e conduce alla ricerca di facili soluzioni che mal cozzano con quanto dovrebbe presentare l’areale.

Vini non ancora pronti, nell’usanza poco saggia di essere imbottigliati pochi giorni prima delle manifestazioni d’assaggio, o stravolti nel profilo organolettico che li rende immediatamente riconoscibili. La saggezza presuppone una tranquillità d’animo solo in parte mitigata dal risvolto economico. I “nostri” produttori soffrono più di altri le avversità del mestiere e le ricette non sempre riescono come si vorrebbe: si beve ciò che si sente dentro.

Si salva la denominazione Greco di Tufo, che ha usufruito appieno dei ritardi di maturazione primaverili. Prodotti identitari, mordaci e favolosamente tipici che restituiscono il buonumore a chi li degusta. Il Fiano di Avellino resta costante sull’indecifrabilità di avere campioni troppo giovani per un giudizio completo, pur dimostrando minor polpa e “ciccia” del solito in molti casi. Bene il Sannio, non per picchi d’eccellenza, ma per una media qualitativa sempre in aumento; irripetibile e forse unica la Falanghina dei Campi Flegrei nella versione 2022, aderente come non mai al territorio di matrice vulcanica.

Visto l’apparente ripetersi di primavere pazze come quella dell’anno scorso, sarà meglio correre ai ripari senza indietreggiare di un millimetro. Ne va della stabilità stessa di un percorso che sta portando pian piano i bianchi della Campania ai vertici del settore, così come meritano i vitivinicoltori.

Di seguito l’elenco dei migliori assaggi effettuati alla cieca (senza conoscere le etichette), riportati poi al termine in ordine cronologico e non di preferenza. Un ringraziamento particolare a Miriade & Partners per la splendida organizzazione ed al servizio in sala curato dai sommelier di A.I.S. Campania.

Migliori Fiano di Avellino Docg 2023

Vesevo

Villa Raiano

Borgodangelo

Migliori Fiano di Avellino Docg 2022 – 2021

Pietracalda – Feudi di San Gregorio

Brancato – Tenuta Cavalier Pepe

Tenuta del Meriggio

Alimata – Villa Raiano

Elle – Laura De vito

Migliori Greco di Tufo Docg 2023

Vesevo

San Paolo di Claudio Quarta

Di Meo

Vigna Cicogna – Benito Ferrara

Migliori Greco di Tufo Docg 2022 – 2021

Contrada Epitaffio – Macchie Santa Maria

Tenuta del Meriggio

Pietracupa

Grancare – Tenuta Cavalier Pepe

Petilia

Kuris – Tenuta Scuotto

Migliori Falanghina del Sannio Dop – Beneventano Falanghina Igp 2023

Macére Bio – Torre del Pagus

Cantine Iannella

Identitas – Cantina di Solopaca

Anima Lavica – La Guardiense

Migliori Falanghina del Sannio Dop 2022 e 2020

Vigna Segreta – Mustilli

Libero “F” Particella 190 – Fontanavecchia

Migliori Falanghina dei Campi Flegrei Dop 2023

Colle Imperatrice – Astroni

Settevulcani – Salvatore Martusciello

Terrazze sui Campi – Tenute Loffredo

Dama del Sole – Cantavitae

Migliore Irpinia Coda di Volpe 2022

Tenuta del Meriggio

Migliori Terra del Volturno Pallagrello Bianco Igp 2023

Caiatì – Alois

Ventallegra – Scaramuzzo

Abruzzo: alla scoperta della cantina San Lorenzo ed il falso mito sfatato dei “vini leggeri” ad ogni costo

Quante volte l’avrete sentito dire? “Il vino moderno richiede un obbligatorio processo di decrescita strutturale, costi quel che costi”. Sembrerebbe quindi, opinione comune, che il gusto del consumatore medio si sia stancato di sapori eccessivi, densità alcoliche e palpitazioni gliceriche come nel passato. Andando poi a varcare il mondo della ristorazione, si da per scontata la scelta di pietanze dalle minor lavorazioni possibili, con cotture in sacchetto a bassa temperatura divenute ormai una moda più che una prassi.

Per una volta (e solo una) lasciatemelo dire: basta! Non se ne può più di essere comandati a bacchetta da indicazioni prive di fondamento persino con forchetta e calice alla mano. L’assurdità dell’idea del “levare” non è pericolosa in sé; garantirebbe comunque un’attenzione maggiore per i rischi connessi agli eccessi di cibo e alcool e in taluni casi sta condizionando positivamente la salute dell’avventore. Condimenti ridotti, minor uso di carni, corretto apporto calorico e vini meno pesanti ben si uniscono al concetto di Dieta Mediterranea. Alziamo le mani quando si parla di rispetto per il proprio corpo.

Ma l’estremo opposto non può e non deve condurre ad un conseguente stato di terrore emotivo per alcuni prodotti che possono trasmettere emozioni indelebili pur nel “non essere leggeri”. A volte anche il piacere dei sensi conta e spesso è un piacere godurioso, di quelli che ricordano gli anni della fanciullezza quando a tutto pensavi tranne che a bilance, pappine e retro etichette con simboli e avvertimenti tali da danneggiare potenzialmente un settore di miliardi di euro.

Alla cantina San Lorenzo si respira ancora un vento di artigianalità nei vini, tra le numerose tipologie proposte dai fratelli Gianluca e Fabrizio Galasso. In quelli che erano i terreni del Duca Caracciolo oggi si coltivano principalmente gli autoctoni d’Abruzzo come Pecorino e Montepulciano. I tempi dei conferimenti d’uva alle Cooperative Vitivinicole sono finiti: con la qualità espressa nelle vendemmie infatti, i Galasso hanno cominciato dal 1998, dopo 100 anni dalla fondazione avvenuta nel 1890, a provare l’imbottigliamento diretto con una serie di investimenti utili a trasformare un’attività prettamente familiare in qualcosa di più.

Gli ettari vitati sono 168 suddivisi tra l’areale di collina di Castilenti e quello prospiciente al mare a Pescara, curati dallo zio agronomo Gianfranco Barbone. I vini vengono poi predisposti stilisticamente dall’enologo Riccardo Brighigna, un vero numero uno in Abruzzo, che ci racconta l’idea del nuovo nato di casa San Lorenzo, il Don Guido: <<con il Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Riserva “del Fondatore” abbiamo optato per un appassimento breve che conferisce maggiore morbidezza al vino, con un successivo affinamento in tonneau per sette anni.  Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino per nulla invadente>>.

Tutto confermato all’assaggio in una spettacolare 2015 che racconta di sensazioni radiciose e balsamiche unite ad un frutto denso e scuro da mirtillo e pepe nero in grani. Sfiora i 16.5 gradi volumici di alcool, senza farsi percepire e giocando invece sulle dinamicità e sulla freschezza finale. Lo stereotipo dei vini “bomboloni” creati per un mercato extra continentale viene qui sfatato, con 1000 Magnum dal sapore autentico e decisamente tipico per il Montepulciano d’Abruzzo. Aderenza al territorio, sostenibilità ambientale in vigna grazie alla certificazione BIO rilasciata su ogni appezzamento e gestione ancora familiare di una grande impresa che produce ormai quasi 800 mila bottiglie, oltre ad un altrettanto quantitativo di vino in bag in box.

Il futuro sarà pure dei folli come recita un celebre motto, ma se non viene comandato a dovere con scelte coraggiose lo si vivrà sempre con sudditanza. Gianluca e Fabrizio Galasso hanno deciso di affrontarlo con sana incoscienza, tanto impegno e tanta passione. Ora possono raccogliere i frutti del presente.

“Resilience Vigna Didattica”: come le radici sanno consolidarsi nel territorio

Resilience Vigna Didattica: un progetto nato quando il Covid faceva sentire i suoi primi echi in Italia, una vigna strappata a un’area urbana degradata, un programma di formazione innovativo per scuole primarie e secondarie di primo grado, una collaborazione di successo tra istituzioni pubbliche e privati. Nato da un’idea di Cantina Radici Vive 891, in collaborazione con il Comune di Napoli, la Soprintendenza APAB per il Comune di Napoli e l’Università Federico II.

Alla presentazione sono intervenuti l’Assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Maura Striano, il Presidente della IX Municipalità di Pianura-Soccavo, Andrea Saggiomo, e la Vice-Presidente, Enza Varchetta; presenti anche la Soprintendente Rosalia D’Apice e Stefano Iavarone Funzionario della Soprintendenza APAB del Comune di Napoli.

Era il marzo 2020 quando l’onda del Covid a poco a poco raggiunse il nostro Paese e da Nord a Sud ci chiuse in casa. Ma era anche il momento ultimo per impiantare una nuova vigna rientrando nelle corrette fasi fenologiche, e dunque, dopo aver bonificato un’area verde di proprietà del Comune di Napoli in via Nelson Mandela, il suolo è stato preparato a questo scopo.

Vincenzo Varchetta ci racconta con entusiasmo questa avventura arrivata oggi all’ultimo stadio, ma pronta a ripartire, proponendosi come progetto pilota anche presso altri comuni del napoletano e della Campania. Enologo di Radici Vive 891, la cantina di famiglia che nel nome già racchiude il lungo legame con il territorio, insieme alla cugina Cristina Varchetta, responsabile dell’ospitalità di Cantine degli Astroni, sempre di proprietà della famiglia Varchetta, è il promotore di Vigna Resilience.

Questo progetto non avrebbe mai potuto diventare concreto senza la collaborazione fattiva del Comune e della IX Municipalità, che nell’ambito del servizio Area Verde hanno affidato il terreno permettendone il recupero, e della Sovrintendenza APAB del Comune di Napoli: nei pressi dell’area bonificata infatti insiste un mausoleo di età romana, parte di una necropoli più estesa, di cui sono state rinvenute almeno altre tredici tombe. Le scuole coinvolte sono quelle del quartiere di Pianura e in particolare la “Russo”, la “72esimo Palasciano”, la “Russolillo”, la “Cigno” e la “Risorgimento”.

I bambini hanno partecipato a tutti i momenti che, dall’impianto della vigna, hanno portato all’imbottigliamento del vino: dalla messa a dimora delle barbatelle, alle varie fasi della coltivazione e dei processi agronomici fino alla creazione delle etichette – non solo disegnate dai bambini, ma anche elaborate seguendo i più recenti riferimenti normativi- e alla fase di imbottigliamento e di marketing.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi e possiamo calpestare è una vigna di circa 3600 metri condotta in regime biologico. Un panorama quasi scontato per chi si muove quotidianamente nel mondo del vino, se non fosse che qui si è verificato un miracolo di sinergie che ha permesso ai bambini di portare avanti un progetto di lungo termine, di cui hanno visto e toccato l’obiettivo finale. Un’occasione unica per trasmettere alle generazioni dei giovanissimi il concetto che il vino è un prodotto qualificante del tessuto culturale, ambientale, sociale ed economico, piuttosto che demonizzarlo tout court.

Ci troviamo a Pianura, tra schiere di palazzine e la fermata della Circumflegrea, ad un’altitudine di circa 200 metri. La varietà piantata con allevamento a Guyot è la Falanghina, clone dei Campi Flegrei, in parte innestata, in parte a piede franco. La prima vendemmia risale allo scorso settembre mentre il vino è stato imbottigliato nella settimana precedente al 30 di Aprile.

Il risultato è una Falanghina piacevolmente fresca e godibile, ma non commercializzabile perché la vigna non è iscritta nel registro regionale. Vincenzo ci mostra come, grazie a un architetto paesaggista che si è prestato al progetto, tra i filari siano stati riprodotti il cardo e il decumano, le due arterie principali che si intersecavano a croce nelle antiche reti viarie romane. Il passo successivo è quello di aprire un varco nella siepe di alloro che chiude il decumano e dare libero accesso all’area del mausoleo romano, in modo da integrare, nei programmi di studio delle scuole aderenti all’iniziativa, l’attività legata alla vigna con attività didattiche di carattere storico-archeologico.

I bambini delle scuole coinvolte hanno testimoniato durante la manifestazione la loro partecipazione al progetto, mostrando attraverso disegni, poesie, storie come attivamente sono stati parte di un’esperienza, che ha permesso loro di interiorizzare valori e conoscenze del territorio.

Vigna Didattica Resilienza: nome più adatto non poteva essere scelto per questo progetto nato in uno dei periodi più bui della nostra storia, che ci consegna un risultato positivo sopra ogni aspettativa,

Alla vigna didattica quante cose abbiamo imparato
Dalla semina abbiamo incominciato
Ognuno ha piantato un seme
e l’abbiamo fatto a coppie insieme
Poi abbiamo vendemmiato
e del vino s’è creato
Poi abbiamo creato l’etichetta
insieme alla Signorina Varchetta
Infine c’è stato l’imbottigliamento
dove grandi macchinari stavano in concatenamento
Questo abbiamo imparato
speriamo che per voi questo vino di bontà sia fatato
Istituto paritario “Il Cigno”

RADICI VIVE 891
Via Nelson Mandela, 95 Lotto C
Napoli

IL SANNIO OSPITA L’EDIZIONE 2024 DI “CAMPANIA STORIES”

Comunicato Stampa

BENEVENTO – Il Sannio ospita l’edizione 2024 di Campania Stories. La stampa specializzata nazionale ed internazionale sarà in provincia di Benevento dal 21 al 25 maggio prossimi per la presentazione delle nuove annate dei vini prodotti nelle principali denominazioni campane. Oltre 90 le adesioni da tutta la regione alla rassegna organizzata da Miriade & Partners con le aziende partecipanti che celebra la sinergia tra tutte le componenti del mondo del vino: le cantine campane, l’indispensabile collaborazione di AIS Campania, il sostegno della Regione Campania, che anche quest’anno ha inserito la rassegna nell’elenco delle manifestazioni fieristiche e degli eventi di promozione a cui partecipa in via ufficiale, e la media partnership di Luciano Pignataro Wine Blog.

Anche questa edizione di Campania Stories vedrà la presenza sul territorio di autorevolissime firme della stampa di settore nazionale e internazionale, mentre durante l’anno verranno organizzati groupage internazionali dando la possibilità alle cantine di far assaggiare i propri vini alle più importanti testate mondiali, fornendo allo stesso tempo a giornalisti e operatori contenuti tecnici e aggiornamenti sui dati di produzione di filiera. Una rassegna, dunque, che dura 365 giorni, anche attraverso le attività digitali (e non solo) di promozione della Campania del vino nel mondo, presentando sul web e sui social denominazioni, territori e protagonisti del mondo del vino della regione, da seguire attraverso gli hashtag #campaniastories e #iobevocampano e sul sito www.campaniastories.com.
Campania Stories sarà come sempre strutturata con tasting riservati alla stampa e visite in cantina e ai territori della regione. Sede delle degustazioni dell’edizione 2024 sarà il Luxury Refuge “Tenute del Gheppio” di Dugenta (Benevento), mentre ad ospitare l’inaugurazione della rassegna, in collaborazione con il Sannio Consorzio Tutela Vini, sarà la storica Rocca dei Rettori di Benevento.

Venerdì 24 maggio, infine, a conclusione del programma per la stampa, l’atteso Campania Stories Day, degustazione per operatori e appassionati provenienti da tutta Italia, in programma sempre a Tenute del Gheppio di Dugenta (Benevento) su due fasce orarie (dalle ore 16.30 alle ore 18.30 e dalle ore 19.30 alle ore 21.30) con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti (per info: whastapp 379.1991513 – eventi@miriadeweb.it).

Ecco le cantine che parteciperanno all’edizione 2024 di Campania Stories: Irpinia (Avellino): Amarano, Barbot Stefania, Borgodangelo, Cantina del Barone, Cantine Dell’Angelo, Colli di Lapio, Contrade di Taurasi, De’Gaeta, De Vito Laura, Delite, Di Meo, Donnachiara, Ferrara Benito, Feudi di San Gregorio, I Capitani, I Favati, Il Cancelliere, Le Otto Terre, Macchie Santa Maria, Masseria Della Porta, Nativ, Perillo, Petilia, Pietracupa, Sanpaolo di Claudio Quarta Vignaiolo, Tenuta Cavalier Pepe, Tenuta De Gregorio, Tenuta del Meriggio, Tenuta Madre, Tenuta Pietrafusa di Villa Matilde Avallone, Tenuta Scuotto, Torricino, Traerte, Vernice, Vesce Giovanni, Vesevo, Villa Raiano; Sannio (Benevento): Cantina di Solopaca, Cantine Iannella, Catalano Elena, Fattoria La Rivolta, Fontana Reale, Fontanavecchia, La Fortezza, La Guardiense, Monserrato 1973, Mustilli, Ocone 1910 Taburno Wine County, Rossovermiglio, Terre Stregate, Torre del Pagus; Caserta: Alois, Cantina di Lisandro, Caputo 1890, Masseria Felicia, Masseria Piccirillo, Nugnes, Paparelli Luca, Porto di Mola, Scaramuzzo, Tenute Bianchino, Torelle, Vigne Chigi, Villa Matilde Avallone, Vitematta; Napoli: Abbazia di Crapolla, Agnanum, Astroni, Bosco de’ Medici, Cantavitae, Cantine Carputo, Cantine del Mare, Cantine Olivella, Casa D’Ambra, Casa Setaro, Contrada Salandra, Portolano Mario, RadiciVive, Salvatore Martusciello, Sorrentino Vini, Tenuta Loffredo; Salerno: Cantina dei Quinti, Cuomo Marisa, Fiasco Francesca, Montevetrano, Sammarco Ettore, San Salvatore 19.88, Tempa di Zoè.

Per altre informazioni www.campaniastories.com

UFFICIO STAMPA
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Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
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Sito internet: www.campaniastories.com

Cibus 2024: un assaggio di Campania

Si è chiuso il salone di riferimento dell’agroalimentare italiano che si è svolto a Fiere di Parma, dal 7 al 10 maggio, la ventiduesima edizione di Cibus, con oltre 75mila presenze (+25% rispetto al 2022). Un’edizione da record per numero di brand (3.000) e buyer (3.000) presenti.

Tra i temi protagonisti della kermesse i prodotti Dop e IGP: nel corso dei 4 giorni del salone di riferimento dell’agroalimentare italiano sono state presentate più di mille novità prodotto, tra i quali i lecca-lecca musicali, l’uovo vegetale, il salame al tartufo con copertura di parmigiano e il chutney all’aceto balsamico di Modena. Tra le novità più interessanti anche l’applicazione dell’intelligenza artificiale per contrastare le contraffazioni alimentari, con il progetto “Nina”, promosso dal Consorzio delle Mozzarella di Bufala Campana Dop, per tutelare un’eccellenza del nostro agroalimentare (primo marchio Dop per importanza del Centro-Sud Italia e il terzo tra i formaggi Dop italiani) contro le fake-mozzarelle e contrastare il fenomeno dell’Italian sounding.

Food Made in Italy che guarda con sempre maggior interesse al mercato americano, che considerando retail e alcolici vale 1.500 miliardi di dollari. Made in Italy che il 94% degli italiani considera come il principale ambasciatore dell’italianità nel mondo, secondo la ricerca Federalimentare-Censis “L’industria alimentare tra Unione europea e nuove configurazioni globali”.

Noi di 20Italie non potevamo mancare con la collega di redazione Maura Gigatti, di nuovo tra le corsie dei Padiglioni alla ricerca delle identità virtuose dell’agroalimentare italiano. Quest’anno il focus si è rivolto, in particolare, alla “nostra” Campania con alcuni capisaldi assoluti.

Caseificio Barlotti Paestum

L’Azienda Agricola Barlotti è immersa nel parco nazionale del Cilento, dichiarato dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. Le bufale vengono nutrite solo con prodotti naturali dei loro campi, tra erba medica, paglia, fieno e mais, in spazi e luoghi in cui vivere in armonia, favorendo il loro benessere fisico, mentale ed emotivo.

Viene lavorato solo latte crudo, intero e fresco, che permette un sapore decisamente genuino. La materia prima subisce un processo di controllo e trasformazione al massimo entro 15 ore dalla mungitura. Dai prodotti caseari freschi agli stagionati, il risultato è riconoscibile ad ogni palato. Un profumo delicato, una manifestazione cromatica, un’intensità olfattiva di sfumature di gusto che persistono ed esaltano i sensi.

Il marchio di Mozzarella di Bufala Campana Dop è il sigillo di garanzia, con la pasta formata da foglie sottili che nelle prime ore dalla lavorazione si presenta leggermente elastica, per poi diventare più fondente. Diverse le forme ottenute: trecce, bocconcini e cardinali.

In un gradevole spazio deputato alla degustazione seduti al tavolo, si potrà assaggiare, oltre alla mozzarella, la ricotta, i formaggi, la carne di bufalo e le verdure dell’orto in diverse preparazioni. E per un degno fine pasto torte, gelati e yogurt di latte di bufala tra la pace e la tranquillità dei Templi di Paestum.

Caseificio Barlotti Paestum

Via torre di paestum,1 – 84047 Capaccio Paestum (SA)

Tel +39 0828 811146 – email: info@barlotti.it

www.barlotti.it

Iasa dal mare con amore dal 1869

Francesco Di Mauro fin dall’infanzia cresce con un piede in barca ed uno in riva al mare di Cetara. Assapora, tra ami e reti da pesca, profumi e sapori tipici di quest’angolo di Costiera Amalfitana. Le maglie delle reti da pesca appaiono come strumenti di gioco, più che arnesi che ne anticipano il mestiere all’orizzonte della vita.

Francesco non si arrende, comunque, alle sfortune della guerra e tanto meno alle perdite che lo rendono presto adulto. Si imbarca su grandi pescherecci, lavora sodo, impara le tecniche e i segreti che solo un lupo di mare possiede. Il sale e il sole tatuato sulla pelle, la direzione dei venti, lo sguardo rivolto al cielo oscuro della notte, illuminato dalle sole stelle.

La passione per la pesca lo spinge oltre il suo piccolo borgo marinaro, esplorando nuovi confini lungo le rotte del mediterraneo. La Grecia è una di quelle mete che lo colpiscono di più: la culla dei grandi filosofi, il mare cristallino, le spiagge e i grandi banchi di pesce, lo trasportano verso nuovi orizzonti in cui coltiva e conserva un sogno: conservare il pesce, portandolo direttamente su tavole e convivi. Per questo motivo, ebbe un’idea originale, affidare a barattoli di vetro il compito di profumare piatti e pietanze marine.

Durante le tante traversate raccoglie fatica, esperienza e conoscenza per farne un tesoro, chiamato, nel 1969, IASA. Dall’anno della fondazione, altri ne seguiranno senza sosta, fino all’odierna eredità, lasciata in mano ai tre figli: Lucia, Vincenzo e Salvatore. Grazie al forte legame col territorio, riescono a riportare nel mercato prodotti di nicchia che conservano intatte antiche tradizioni: le alici e la colatura, il tonno pescato lungo le coste del mediterraneo tipo la specie alalunga (tonno bianco), il tonnetto del mediterraneo (alletterato) e il pregiatissimo tonno rosso (blufin).

Iasa S.r.l.

Via Nofilo, 25 – 84080 Pellezzano (SA)

Tel: 800 88 20 14 – email: info@iasa.it

www.iasa.it

Acetificio Andrea Milano

Quando nel 1889 Nicola Milano iniziò a produrre aceto, aveva chiara in mente la sua idea di qualità finale e suo figlio Andrea continuò l’opera paterna nel rispetto degli insegnamenti ricevuti. Fin dal 1889 l’Acetificio Andrea Milano ha raffinato le tecniche di produzione senza mai perdere di vista la grande tradizione vinicola italiana. I primi barili con trucioli di faggio hanno lasciato il posto ai moderni apparecchi acetificatori, ma nulla è stato sacrificato del patrimonio di tradizione e di esperienza maturata nel corso di più di cento anni.

Negli anni ’90 la quarta generazione, guidata da Andrea e Francesco, ha rappresentato una forte spinta per la crescita dell’azienda, puntando all’ internazionalizzazione ed acquisendo una storica acetaia di Modena, divenuta oggi il vanto e l’orgoglio dell’Azienda che ha consentito l’allargamento della gamma con la produzione dell’Aceto Balsamico di Modena IGP. Giunta oggi alla quinta generazione, con l’ingresso in azienda di Fabio e Marcello, l’Acetificio Andrea Milano si posiziona come una delle più importanti realtà produttive del settore con tre stabilimenti in Italia ed un export in 65 paesi nel mondo.

Acetificio Andrea Milano

Viale Due Giugno 115/N – 80146 Napoli (NA)

+39 081 8446013 – email: info@acetomilano.it

www.acetomilano.it