Team Costa del Cilento: Gaetano Iannone fa della semplicità in cucina il suo timbro unico

Trovarsi tra le cucine di un grande villaggio turistico come il Mia Resort a Paestum potrebbe incutere timore anche al più esperto degli chef. Qui le presenze numeriche e i volumi estivi sono impressionanti; le esigenze diventano pressanti e accontentare gusti e sensazioni del pubblico eterogeneo non è semplice.

Gaetano Iannone, invece, ha sposato fin dagli inizi il progetto, con una filosofia di vita basata sui valori della semplicità e dell’eleganza, accompagnati dal rispetto per le materie prime e l’essenzialità dei sapori. Ai nostri microfoni si è lasciato andare guidato dall’emozione sana e pura, come quel bambino che da grande sognava di fare questo mestiere (e non il medico o l’astronauta).

L’antipasto di salmone con crema alla melannurca, pomodoro secco e mandorle rappresenta un obiettivo ambizioso: creare cultura gastronomica nella semplicità di pochi ingredienti ben amalgamati.

Pratica ed indispensabile la ricetta proposta in video: troccoli con zucchine, fiori di zucca e lupini di mare. Pratica per l’esecuzione replicabile anche nelle nostre case. Indispensabile perché valorizzare il lupino, delicato e ricco di sfumature di salsedine, con il fiore di zucca è un colpo di inventiva di grande impronta.

Il resto lo scoprirete direttamente sul posto. Il ristorante, infatti, prevederà l’apertura anche agli ospiti esterni con un rapporto qualità prezzo accessibile a tutte le tasche.

Sulle tracce di Dioniso: le eccellenze della viticoltura greca in degustazione a Firenze al Greek Wine Day

Venerdì 10 Novembre, in occasione del Greek Wine Day, un evento organizzato da Haris Papandreau @greekwinelover, in collaborazione con il Consolato Greco di Firenze e Fisar Firenze presso il Together Florence Inn a Bagno a Ripoli, è stata presentata una rappresentanza di cantine greche che hanno portato in assaggio la loro produzione.

La qualità del vino greco è costantemente in ascesa e la conoscenza dei winelovers è andata oltre il Retsina che accompagnava i ricordi delle vacanze estive: il recupero di varietà native, le lavorazioni in cantina secondo i criteri moderni, l’attenzione alla sostenibilità e alla tradizione di gestione delle vigne hanno sicuramento portato questo paese alla ribalta dei mercati internazionali.

La presenza di tanti produttori ha reso questo momento davvero speciale: da un banco all’altro si viaggiava dalla Beozia all’isola di Ikaria, da Santorini a Creta e al Peloponneso, ascoltando i racconti dei vignaioli.

Karimalis Winery è una azienda a conduzione familiare creata nel 1999 da Giorgos Karimalis e da sua moglie Eleni: stanchi della frenesia della metropoli di Atene si sono ritirati nell’Isola di Ikaria, dove possedevano, da ben 500 anni, terra e casa. Una scelta sicuramente coraggiosa, motivata dal desiderio di vivere secondo natura. L’isola è famosa per la produzione di vino sin dai tempi di Omero, il Pramno e per il culto di Dioniso. Inoltre è una delle cinque regioni al mondo che appartengono alla Blue Zone, cioè a quei territori dove la longevità delle persone supera i 100 anni.

Iliana Karamalis, una dei 4 figli della coppia, è l’enologa (e dal 2019 proprietaria!) della giovane cantina, che offre anche la possibilità di alloggio e di percorsi naturalistici agli enoturisti: le sue spiegazioni sono state avvincenti e i vini assolutamente interessanti. Lavorano i terreni nei villaggi di Nas e Pigi in regime biologico, nel massimo rispetto dell’equilibrio della natura e vengono utilizzati solo lieviti indigeni. Le varietà coltivate sono quelle locali: reteno, kountouro e fokiano per quanto riguarda le varietà a bacca nera e begleri e assyrtiko per quelle bianche. Le fecce del vino e di cantina ritornano nei vigneti attraverso il compostaggio. L’estensione degli appezzamenti ammonta a circa 6 ettari e vengono prodotte 10.000 bottiglie.

Tra gli assaggi più convincenti un Pet Nat da fokiano e kountouro e il Kalambele, un blend composto da begleri e assyrtiko, di medio corpo e vibrante freschezza, con gradevoli note olfattive che ricordano la mela verde, l’acacia, la scorza di limone, la cera d’api. Il vino prende il nome dal toponimo dove è situato il terreno più antico e significa “buona vite”.

Domaine Zafeirakis è situato nel centro della Tessaglia ai piedi del Monte Olimpo, nei territori coperti dalla Tyrnavos PGI e la famiglia produce vino da più di 100 anni. Christos Zafeirakis, quarta generazione, dopo aver completato gli studi di enologia e aver sperimentato diversi stage all’estero, tra cui anche in Italia, ha deciso di coltivare il primo vigneto biologico nel 2005 e da allora l’impegno non solo si è mantenuto, ma è cresciuto, abbracciando anche i principi della biodinamica.

Attualmente sono dodici gli ettari coltivati nelle zone di Paleomylos e Kampilagas con le varietà autoctone limniona, malagousia e con le internazionali chardonnay e syrah. I suoli hanno delle caratteristiche molto diverse: Paleomylos presenta sabbie e argilla, con alte concentrazioni di calcio mentre Kampilagas era anticamente un lago, predominano le argille ed è ricco in oligoelementi. In cantina vengo usati lieviti indigeni e utilizzati sia i contenitori di acciaio, che di legno che le anfore di Tava.

Natura è un vino bianco 100% malagousia che fermenta in legno e matura per 12 mesi in botti da 24 hl: profumi intensi ed espressivi di pesca, di fiori gialli ed erbe di campo, per un sorso fresco dalla chiusura sapida. Con il limniona si ottengono, oltre al rosè, due vini stupendi. Il primo svolge la fermentazione e l’affinamento in legno, la macerazione dura circa 25 giorni mentre il secondo, dopo la fermentazione in legno matura nelle anfore. In entrambi si riconoscono le caratteristiche del varietale, cioè il colore rosso intenso, il corredo olfattivo che ricorda i piccoli frutti neri, mora, mirtillo, le nuances speziate, il pepe e i tannini setosi, il finale con sentori di pietra focaia.

Hatzidakis Winery ci proietta nella magia di Santorini, tra i paesaggi vulcanici dove le viti di assyrtiko vengono condotte e organizzate nel cestino (Kouloura), che permette ai grappoli, che pendono all’interno di esso, di essere protetti dal soffiare dei venti e dai raggi del sole. L’azienda ha ottenuto il riconoscimento Vegan nel 2021. Erano presenti alla manifestazione Konstantina Chrissou con le figlie Ariadni e Stella Hatzidakis e con l’enologa Nektaria Vlachou.

In assaggio un vino nuovo, prezioso da un singolo vigneto, di nome Rampelia: le uve di assyrtiko restano in una stanza fredda per 24 ore dopo la raccolta prima della criomacerazione. Segue poi la pressatura soffice e la fermentazione con lieviti indigeni a temperatura controllata; il vino resta sulle fecce fini per 12 mesi dopodiché il 70% della massa affina in acciaio e il restante 30% in botti di rovere francese. Si riconoscono profumi di agrumi, di biancospino, quella sferzante acidità che rende il sorso verticale, arrotondato dal minimo tocco del legno. Un vino caratterizzato da una drammatica espressività, figlio di un’attenzione alla cura delle viti maniacale e del rispetto della tradizione.

In degustazione anche l’ultima annata di Aidani, bianco piacevolmente fresco ottenuto dall’omonimo vitigno, che ha un’etichetta molto particolare, dato che si tratta di un disegno a pastello fatto da Stella Hatzidakis quando era piccola. Skitali è molto particolare perché porta con sé l’eredità di Haridimos Hatzidakis, quel “testimone” che viene consegnato alla generazione successiva; assyrtiko in purezza, uve proveniente dai vigneti a Pirgos ( dove ha sede al cantina) e Megalochori. Per la fermentazione in acciaio vengono utilizzati lieviti indigeni e rimane sulle fecce nobili per 12 mesi; non viene filtrato e affina successivamente 12 mesi in bottiglia. Colpisce la finezza ed eleganza dei profumi di limone, di acacia, di biancospino, di erba cedrina, la guizzante acidità e la persistenza del sorso, che lascia ricordi marini, quasi salati in bocca.

Il Greek Wine Day si conferma un evento di grande spessore e importanza per l’approfondimento della conoscenza dei vini Greci e per la cultura che promuove, non solo del bere bene, che riporta alle radici della storia dei popoli del Mediterraneo: restiamo quindi in attesa della prossima data, per godere ancora del nettare degli dei.

Merano: Alpi, passeggiate nella natura, enogastronomia e buon vivere

Un luogo magico come pochi la nostra tappa a Merano, complice l’evento Merano Wine Festival di caratura internazionale. Alpi, passeggiate nella natura, enogastronomia e, naturalmente, buon vivere.

Cos’altro serve per scegliere una meta ideale sia d’estate, quando la calura delle città rende le notti inquiete, sia d’inverno con la magia delle cime innevate e quel clima tipico da cioccolata calda, strudel di mele, caldarroste e vino. Magari, perché no, scegliendo una cantina altoatesina come Stroblhof, che racconteremo in un prossimo articolo.

O camminando lungo la promenade del fiume Passirio, osservando rapide e mulinelli che si formano dall’impeto delle acque superficiali. In tardo autunno i colori si tingono delle sfumature del foliage, che dal verde acceso delle fronde degli alberi percorre l’ampio spettro delle tinte rosse e marroni.

I portici, le chiese e gli splendidi palazzi storici di tradizione austro-ungarica, emblema della cittadina, con le sue locande e i negozi di abbigliamento e prodotti agroalimentari. Il freddo qui diventa secco e piacevole, una sensazione frizzante che mantiene sempre attivi, con la voglia di stare in movimento, approfittando di una giornata di sole e di una buona compagnia.

Ville e Castelli circondano il panorama lungo la strada che conduce ai Giardini di Castel Trauttmansdorff, ben 12 ettari, con specie vegetali provenienti da ogni angolo del globo su un dislivello di 100 metri. Cactus, aloe, agavi e piante tropicali, grazie al clima non estremo della vallata, protetta dalle catene montuose porfiriche in entrambi i lati. Papere e stambecchi trovano pace e serenità in tale spettacolo di natura.

L’Alto Adige è un modello di organizzazione semplicemente perfetta, ove nulla è lasciato al caso. Lo si osserva nella gestione della res publica o dei campi coltivati tra meleti e vigne. Lo si osserva ancor di più nell’allestimento di eventi divenuti capisaldo della cultura enogastronomica italiana, come il Merano Wine Festival che con l’edizione 32, ideata da Helmuth Köcher nel 1992 e andata in scena dal 3 al 7 novembre, fa un salto nel futuro dell’enogastronomia e della viticoltura, lanciando con una metafora un messaggio chiaro alle nuove generazioni.

«Quando si parla della Terra che ci ospita, compito dell’ospite è quello di rispettare l’oste capace di mettergli a disposizione così tanta ricchezza e così tanta varietà» spiega Helmuth Köcher che ha concesso una breve intervista ai nostri microfoni.

Assieme a lui, tra le oltre 6.500 presenze durante le cinque giornate della manifestazione che celebra le eccellenze enogastronomiche selezionate da The WineHunter, ospiti di lusso come il prof. Luigi Moio, e una nutrita rappresentanza della Campania, con i Presidenti dei vari Consorzi giunti al completo e uniti in un comune denominatore: portare a Merano non solo pizza, sole e mandolino, ma tanta, tantissima qualità tra vino e cibo, presentati al pubblico in Masterclass e banchi d’assaggio, con la collaborazione dell’Associazione Italiana Sommelier.

Scopriremo insieme tutto questo nelle puntate successive e nel relativo podcast su youtube con la playlist integrale ed i commenti a margine. Il tempo stringe, Merano con le sue bellezze paesaggistiche, architettoniche, culinarie e fieristiche vi aspetta. Seguiteci.

Puglia: Pepenero, a Bisceglie il bistrot all’italiana nato “per amore di casa”

Raccontarsi liberamente attraverso la propria cucina si può. Siamo a Bisceglie da Pepenero, il bistrot
italiano, come lo definisce lo chef patron Daniele Antonelli.

Pepenero Bistrot Italiano a Bisceglie vuole discostarsi dalla miscellanea modaiola pugliese in cucina. Già osteria Slow Food dal 2020, nei suoi primi 10 anni di attività vuole mettere il punto sui traguardi raggiunti e far luce sul futuro all’insegna sempre dell’amore di “casa”.

Dal 2013, nel suo giardino urbano, ha scelto di riscrivere la tradizione nel piatto e sulla pizza. Location in pieno Apulian Style, piatti lavorati il giusto e belli da vedere, sono gli elementi che lo rendono un bistrot fuori da ciò che già ci aspettiamo. Tra gli ingredienti che scrivono il successo di Pepenero c’è sicuramente una gran voglia di raccontare la Puglia al piatto nobilitandola attraverso la semplicità di ogni ingrediente autoctono.

Dove siamo

Basta allontanarsi quel tanto che basta dal mare di Bisceglie – città nota per i suoi sospiri – per giungere da Pepenero. All’ingresso un elegante giardino urbano ci protegge dal caos cittadino. Verde e legno ci accompagnano verso l’interno del locale dove il dettaglio fa la differenza. Tinte chiare, legno alle pareti, vimini a soffitto e lavagne sempre pronte a scandire il tempo del bistrot e niente tovaglie, ma eleganti centrini che ricordano quelli intrecciati dalle nonne. Un omaggio shabby chic accoglierà le pietanze del locale, per niente scontate o ordinarie, in armonia con l’interno. Ad occuparsi dei particolari, sin dal 2013, è Marirosa Castriotta, moglie di Daniele Antonelli.

Squadra che vince non si cambia

Al timone di Pepenero c’è Daniele Antonelli, cresciuto tra la pasticceria e un diploma da geometra messo subito nel cassetto. La cucina è sempre stato il suo rifugio; tra esperienze italiane ed estere ha saputo prendere tutto il buono che è venuto. Londra con chef Patrice Loni, ma anche Belgio e Francia, le palestre che lo hanno forgiato fino al suo ritorno a casa, a Bisceglie. Nel 2013 inizia la storia di un bistrot non convenzionale “Un po’ per caso, un po’ per amore di casa” dirà lo chef. Un progetto cresciuto con senso di appartenenza e voglia di proporre novità da mangiare in una città come
Bisceglie ancorata alle tradizioni culinarie, alle volte, più agée.

A fargli compagnia animando la brigata di cucina c’è chef Antonio Modugno, esperienza da sous chef. Entra in cucina dieci anni fa e il suo mood ha sposato subito quello di Antonelli “Creo i miei piatti partendo dall’ingrediente, sviluppando l’idea attraverso tecnica, ricordi e associazioni affettive. Sottovuoto, marinatura e osmosi sono le mie tecniche di riferimento. Da lì nasce una nuova ricetta, che trae forza dal territorio e si arricchisce di una profonda attenzione estetica”.

La degustazione e la carta

PepeNero ha una cucina fluida che attraversa le stagioni. Il territorio fa la parte del leone, ma le tecniche del zero spreco impongono l’utilizzo di tutto ciò che arriva in cucina. Pesce, carne, vegetali, in diverse ed esaltanti forme. Materie prime che caratterizzano “casa” eticamente in accordo con la filosofia del chilometro zero “La materia prima per noi preziosa può essere la cima di rapa di Minervino Murge, la triglia di giornata, i calamaretti e lo sgombro. Mettiamo in carta anche le aragoste, solo se sono dell’Adriatico e quando sono disponibili”.

E se un semplice uovo esce dall’ovvio per essere arricchito da una frittura leggera e cicorie crude croccanti, anche una semplice triglia arriva in carta come un piatto di punta pronto a conquistarci con la sua croccantezza. La proposta di chef Antonelli si esalta quando gli si da carta bianca; un percorso
degustazione “A occhi chiusi” in grado di raccontare, dall’antipasto al dolce, la sua cucina. Non mancano mai i risotti e la pasta ripiena, punto di forza in ogni sua declinazione estiva o invernale.

Da bere c’è un’agile proposta al calice che accompagna ogni portata del percorso, oppure per chi vuole mettersi alla prova con una bottiglia, da Pepenero potrà scegliere tra circa 200 referenze. Rossi, rosati, bianchi, orange, racconteranno l’Italia del vino.

Dedicata ai golosi c’è un’esperienza interattiva tra territorio e buone idee da far diventare dessert. Dalle lavorazioni con frutta fresca, rigorosamente stagionale e territoriale, prendono forma rivisitazioni dei grandi classici, come il castagnaccio. Servito con un rinfrescante gelato all’alloro e ginito con un giro di olio extravergine di oliva dalla cultivar autoctona Coratina, mette un punto fermo sulle potenzialità della terra di Puglia.

La pizza un capitolo a parte

I lievitati da Pepenero sono ciò che hanno fatto e fanno la storia mainstream del locale. Pane, focaccia e naturalmente pizza. Quest’ultima vive di luce propria, è un biglietto da visita e non un prodotto qualunque. Partiamo dall’impasto frutto di uno studio in continua evoluzione. Farina tipo 0 con germe di grano e tipo 1 variabile in base allo scouting periodico, semola di grano duro Korasan, idratazione al 72%, blend di oli da Coratina e Ogliarola, sale lievito madre e quel tanto che basta di lievito di birra. Se puristi del lievito madre state storcendo il naso, attenzione perché c’è una spiegazione tecnica a riguardo e ce lo spiega chef Antonelli “Non bisogna rinunciare sempre e comunque a ciò che la tecnica ci mette a disposizione. Basta saper dominare al meglio le proporzioni per avere un impasto assolutamente digeribile e senza nessuna defaillance”. Il risultato è una pizza contemporanea, con la giusta consistenza dal bordo non troppo alto fino alla base che regge perfettamente gli ingredienti, anche quelli in apparenza più “ingombranti”.

Borgodivino in tour a Brisighella seconda parte: assaggi ed esperienze gourmet

Il fascino del borgo di Brisighella ha conquistato anche me, dopo aver partecipato alla tappa romagnola di Borgodinivinointour di cui ha raccontato in un precedente articolo il mio collega Matteo Paganelli.

La manifestazione ha avuto un grande successo e le persone hanno affollato i numerosi banchi di degustazione: ecco le cantine che ho avuto il piacere di scoprire!

Cantine Re Dauno ha sede a San Severo in Puglia  e produce Metodo Classico: l’idea nacque dai genitori di Ilaria Toma che iniziarono quasi per gioco nella cantina di casa a produrre bollicine e le prime 500 bottiglie, così piacevoli e interessanti, li spinsero a continuare l’avventura e di incrementare la produzione. Comprarono così un locale atto ad ospitare le attrezzature necessarie per la vinificazione e si specializzarono nella spumatizzazione delle uve autoctone quali il bombino bianco, il nero di Troia utilizzando per alcuni assemblaggi anche il pinot nero. Nella cantina situata nel sotterraneo di un palazzo barocco, a temperatura e umidità costante, le bottiglie sono allocate sulle pupitres e vien effettuato il remuage manualmente. In assaggio il VSQ metodo classico Gold 2019 – 36 mesi sui lieviti – ottenuto da bombino bianco e pinot nero (certificato Igp Puglia). Luminoso giallo paglierino con bagliori dorati, il corredo olfattivo rimanda alle note di pera, pesca, ribes, crosta di pane. In bocca è setoso, la bollicina fine e dimostra una buona persistenza e chiusura su ricordi fruttati. Affilato e preciso il Pas Dosé millesimo 2019 da bombino bianco, uno spumante che racconta in modo perfetto quanto il vitigno in questione sia versatile e capace di stupire in questa interpretazione. Giallo paglierino, si apprezzano i sentori di mela, biancospino, ginestra e uva spina; cremoso al palato, con una guizzzante sapidità e un finale su una nota ammandorlata. Del prezioso Rosé Nature da nero di Troia ne rimanevano solo 6 bottiglie in vendita, per cui ne ho acquistata una e mi riservo di raccontarla a parte e a breve. Una curiosità: il nome dell’azienda è stato ispirato dalla leggenda che racconta dell’eroe greco Diomede che fondò il Castris Drionis, l’attuale San Severo, in onore della sposa Drionia, figlia di Re Dauno.

Fattoria Zerbina è animata dalla passione, dalla competenza e dal coraggio di Cristina Geminiani che nel 1987 ha preso in mano le redini dell’azienda, creata dallo zio Vincenzo nel 1966, subito dopo l’acquisto del primo podere. Le viti di albana, sangiovese, ancelotta sono tutte condotte ad alberello come del resto la rappresentanza dei vitigni internazionali quali cabernet sauvignon, merlot e syrah.

Federica, in rappresentanza della proprietà, mi ha illustrato i vini portati all’evento, che mi hanno Ceparano 2022 è una gradevole espressione di questo vitigno che si propone con sentori floreali e impressionato per la grande qualità, bevibilità ed eleganza. Romagna Albana secco Docg Bianco di di frutta tropicale e colpisce per la dinamicità del sorso, grazie alla vibrante freschezza e alla chiusura quasi salina.

Romagna Sangiovese Superiore Docg Poggio Vicchio 2021: in questo vino il sangiovese è in purezza e colpisce per l’integrità delle sensazioni fruttate, tipicamente la marasca. La vinificazione e affinamento avvengono in acciaio. Romagna Sangiovese Superiore Riserva Torre di Ceparano 2017 si ottiene dopo 4 settimane di macerazione e un anno e mezzo di affinamento in tonneau. Le uve provengono da quattro cloni di sangiovese, la raccolta è parcellizzata: dall’annata 2018 si è scelto di produrre un vino con una maggiore bevibilità e che incontri maggiormente il gusto moderno.

Romagna Doc Sangiovese Riserva Pietramora – Marzeno- porta in etichetta la menzione geografica che stabilisce che le uve provengano da uno specifico cru, in cui è ammesso dal disciplinare solo un 5% di uve diverse dal sangiovese: in questo vino il sangiovese è in purezza e raccoglie il meglio dei vigneti aziendali. Luminoso rosso rubino, il bouquet regala precise note di piccoli frutti rossi, di spezie dolci e di humus. Caldo e avvolgente, con un tannino vibrante e una buona persistenza.

Antitesi è il risultato di un progetto che prevede l’impiego di un 60% di merlot assieme a un 40% di sangiovese appassito in pianta, mediante il taglio del tralcio; classica vinificazione in rosso per il merlot, vinificazione del sangiovese vendemmiato tardivamente che viene aggiunto alla vasca del merlot per ottenere un rifermentazione in diluizione. Un vino in cui la componente acida si sposa perfettamente con la sensazione vellutata data dal merlot, rendendolo apprezzabile anche da un pubblico di neofiti, meno avvezzo al carattere fiero del sangiovese.

Drei Donà – Tenuta La Palazza appartiene ai conti Drei Donà dagli anni Venti e dal 1980, Claudio, avendo abbandonato l’attività forense, decide di dedicarsi completamente alla produzione del vino e a esaltare le caratteristiche del sangiovese coltivato nei vigneti sulle colline tra Forlì, Predappio e Castrocaro. I nomi sulle etichette dei vini riportano quelli dei cavalli del piccolo allevamento di famiglia, tranne Lillybeth che ricorda invece quello delle fedeli cagnoline di razza corgy. Il lavoro in vigna segue i principi della agricoltura biologica, a tutela della biodiversità. La degustazione inizia con due versione di chardonnay, Il Tornese, di cui una vinifica solo in acciaio mentre l’altra Il Tornese le Origini ricorda lo stile borgognone, dato l’impronta del legno utilizzato per l’affinamento.

Predappio Doc Notturno 2020 nasce dalla selezione delle migliori uve e viene vinificato in vasche di cemento; la macerazione avviene per circa 14 giorni e l’affinamento in botti grandi di rovere francese e in tonneau. Manto rubino, note speziate di chiodi di garofano, marasca, prugna, amarena e  cioccolato; tannino preciso e affilato, che fa intuire le potenzialità evolutive, grazie anche alla piacevole componente acida. Lillybeth 2020 nasce da un blend di sangiovese e da una piccola percentuale (circa di 20%) di cabernet sauvignon e cabernet franc ed è pensato come un vino quotidiano, che segue oltre alle indicazioni per il biologico anche le attenzioni per avere in etichetta la certificazione vegana. Ho apprezzato la giovialità del vino, i profumi floreali, erbacei e fruttati che lo caratterizzano e il tannino presente ma perfettamente integrato.

Presso lo Stand del Club del Sigaro Toscano è stato possibile un avvicinamento al mondo del fumo lento guidati dagli esperti: in assaggio anche sigari aromatizzati al cacao, limoncello, grappa.

Per una cena speciale, il ristorante L’Infinito con la sua terrazza panoramica che guarda la vallata, è sicuramente una scelta perfetta per rendere la visita a Brisighella davvero indimenticabile!

Servizio curato, personale molto gentile e professionale e una bella carta dei vini.

BRUNELLO DI MONTALCINO 2018 DI ARGIANO È IL MIGLIOR VINO DEL MONDO PER WINE SPECTATOR

BINDOCCI (PRES. CONSORZIO BRUNELLO): RICONOSCIMENTO ENORME PER L’AZIENDA E PER L’INTERA DENOMINAZIONE. A MONTALCINO QUALITÀ A PRESCINDERE DA ANNATE

(Montalcino – SI, 10 novembre 2023) Comunicato Stampa

È un Brunello di Montalcino il miglior vino del mondo 2023 per la celebre rivista americana Wine Spectator. L’Argiano 2018 diventa così il secondo Brunello ad aggiudicarsi il premio più ambito a livello globale, dopo l’affermazione di Tenuta Nuova di Casanova di Neri, nel 2001. “Siamo felici per l’azienda senese guidata da Bernardino Sani, sotto la proprietà dell’imprenditore brasiliano André Santos Esteves – ha detto il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci –. Questo premio, che vede per il secondo anno consecutivo la presenza di un Brunello sul podio di Wine Spectator, rappresenta un enorme riconoscimento per tutta la denominazione e conferma da una parte il rapporto virtuoso di Montalcino con gli investitori stranieri, dall’altra la capacità delle nostre imprese di esprimere la massima qualità anche in annate spesso accolte tiepidamente dalla critica”. Il Brunello di Montalcino 2018 di Argiano è il quinto “Wine of The Year” nella storia – tutta toscana – dell’Italia premiata da Wine Spectator. La qualità stellare dell’Argiano Brunello di Montalcino 2018 – cita nella presentazione la rivista statunitense – è frutto di oltre 10 milioni di dollari di investimenti realizzati nella tenuta in un decennio. Segno che nel mondo del vino, un cambio di proprietà o di paradigma stilistico può portare enormi benefici. Argiano è una proprietà con 57 ettari di vigneto, di questi quasi 22 sono destinati al Brunello e 10 al Rosso di Montalcino. Citata dal Carducci a fine ‘800 (“Mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto”), la tenuta dispone di un wine relais nella villa cinquecentesca.

Nove Lune e Costa Jels – Il vino della miniera

In quel di Gorno, piccolo comune della Val del Riso in provincia di Bergamo, si trova il complesso minerario Costa Jels. E’ qui che Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha intrapreso la sfida di produrre il suo metodo classico “Costa Jels”, utilizzando vitigni resistenti (conosciuti anche come PIWI) di Bronner, Johanniter e Souvignier Gris.

La scorsa primavera ho avuto l’occasione di trascorrere una piacevolissima giornata in compagnia di Alessandro e delle guide che ci hanno accompagnato in un percorso emozionante nelle viscere della montagna.

All’ingresso le guide ci raccontano come le miniere di piombo e zinco di Gorno fossero conosciute e sfruttate già in epoca romana, quando il minerale rossastro ora noto come calamina, qui venivano mandati i condannati a “cavar metallo” (damnatio ad metalla)

La storia prosegue probabilmente nel periodo medievale anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa con certezza che riprende nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, vi si reca in visita. Nel 1800 si registra un forte sviluppo delle miniere che continua fino a quasi i giorni nostri. Nel 1982 viene definitivamente chiusa.

Entriamo in gruppo all’imbocco “Serpenti” ed è proprio all’ingresso che affina, per almeno 60 mesi, il Metodo Classico «Costa Jels». Qui viene conservato alle perfette condizioni, in un ambiente in totale assenza di luce e vibrazioni, con livelli stabili di umidità e temperatura costante di 10°C durante tutto l’anno.

Attualmente troviamo tre annate, la prima sarà pronta nel 2025, limitatissima la produzione, solo 1200 bottiglie. Scorgiamo in fondo ad un corridoio le pupitres che illuminate dalle lampade regalano abbacinanti riflessi. Le bottiglie accatastate riposano in posizione orizzontale mentre si compie la magia dei lieviti.

Periodicamente Alessandro verifica l’evoluzione del vino con degustazioni per monitorarne l’affinamento.

Il nostro percorso si snoda tra i cunicoli della miniera che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore ma anche di tanta umanità che hanno visto protagonista la gente del luogo.

Dopo circa un’ora e mezza usciamo alla “Lacca Bassa” e torniamo al punto di partenza attraverso un sentiero panoramico nel bosco. Ci incamminiamo verso il ristorante per il pranzo degustazione, ad accompagnare i piatti della tradizione locale i vini di Nove Lune.

Alessandro ci racconta la storia della sua cantina e della filosofia cui si ispira. L’azienda pone molta attenzione alla sostenibilità ambientale e predilige tutte quelle tecnologie che consentono di risparmiare energia e preservare il territorio.

Inizia nel 2009 ad applicare il protocollo biologico nelle sue vigne in provincia di Bergamo, la sua attenzione all’ambiente e alla sostenibilità lo spinge, negli anni successivi, ad andare oltre appassionandosi ai vitigni resistenti e così nel 2013 decide di piantare nel suo terreno 3 varietà di questi vitigni.

Il risultato è sorprendente, le viti cresco sane, senza alcun trattamento e senza l’ombra di malattie, le uve hanno la buccia spessa. Inizia a testare il potenziale enologico e i risultati sono ottimi: nuovi profumi, vini con corredi aromatici propri.

Nel 2015 vede la luce Nove Lune, azienda vitivinicola nel comune di Cenate Sopra (BG) che ha come obiettivo quello di coltivare e vinificare solo uve che non necessitino di alcun trattamento chimico o, nelle annate peggiori, solo in minima parte.

Viticoltura sostenibile per chi lavora in campagna e per il consumatore finale. Chimica limitata al minimo, i vini presentano una acidità spiccata che dà la possibilità di mantenere la solforosa bassa.

Alessandro ingrana la marcia con gli studi sui vitigni resistenti e nel 2017 viene eletto Presidente del PIWI Lombardia, associazione neonata che riunisce i viticoltori che utilizzano vitigni resistenti nella regione.

Ecco un breve racconto dei vini che abbiamo degustato

Vino Bianco “310”(origine del nome: 3 uve; 1 vino; 0 chimica) Solaris 40% – Bronner 30% – Johanniter 30% Fermentazione e affinamento in barrique. Dai profumi fruttati e floreali con note di frutta tropicale. Una buona sapidità e un’ottima acidità danno al vino un gusto pieno e una lunga persistenza.

Vino Bianco macerato Rukh, un orange ottenuto con uve Bronner e Johanniter, un bellissimo colore arancione con riflessi dorati dovuto alla lunga macerazione sulle bucce e l’affinamento in anfora. Un vino un di grande struttura con note agrumate, sapido e leggermente tannico.

Theia vino passito Helios 40% Solaris 40% Bronner 20% Le uve raccolte vengono messe ad appassire per tre mesi. Fermentazione in acciaio e affinamento di diversi mesi in piccolissime botti di rovere. Un profilo olfattivo complesso che richiama note di albicocca, dattero, erbe aromatiche, miele, fichi secchi e che accompagna una beva di grande equilibrio e freschezza e un finale molto lungo e balsamico

Vino ancestrale HeH Solaris 100%con la fermentazione in bottiglia il vino rimane torbido sul fondo e può essere bevuto limpido oppure torbido se agitato. Regala profumi fruttati e floreali, sentori evidenti di pesca, pera e mela. Al sorso una buona acidità e freschezza. Un ancestrale che non ti aspetti.

Amaro Misma viene prodotto con una base id vino rosso da uve PIWI dove vengono messe in infusione 17 erbe aromatiche della zona. Il vino viene affinato in barrique di rovere francese, il prodotto che ne scaturisce è un amaro di ottimo equilibrio e morbidezza che lo rendono ideale da meditazione.

Ne manca uno, il Metodo Classico Costa Jels, ma per questo dobbiamo pazientare, le viscere della montagna lo custodiscono.

Stay Tuned! Prosit!

Gambero Rosso: prosegue il progetto “Radici Virtuose” con la tappa di Napoli

Un progetto che prevede dieci cene in ristoranti importanti e con giovani chef emergenti, con
abbinamenti di vini pugliesi.

L’incontro del 21 settembre 2023 è stato il terzo del programma, dopo i due primi appuntamenti di
Milano e Roma del 2022. Quest’incontro dal tema “Il Salice Salentino DOP & Brindisi DOP on tour”, si è svolto a Napoli. Una cena con in abbinamento i vini dei Consorzi di Tutela Vini delle due DOP pugliesi, nella splendida sala del “Lounge & Terrace” del Ristorante Stellato “Le Muse”, situata al sesto piano del “Grand Hotel Parker’s”.

Il giovane chef che ha studiato il menù della serata è la Stella Michelin Vincenzo Fioravanti.
Ospiti della serata sono stati:
Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale sud Italia e Triveneto del Gambero Rosso; Marco Sabellico, giornalista storico e curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso; Claudio Quarta, titolare della Cantina Brindisina “Moros” dal 2012, e autorevole rappresentante del Consorzio di Tutela Vini del Salice Salentino DOP; Ornella Spada Errera, titolare della Cantina Brindisina “Tenute Lu Spada”, in rappresentanza del Consorzio Tutela Vini della Brindisi DOP; Giorgia Brandi, responsabile commerciale della Cantina “Tenuta Lu Spada”.

Appena arrivato alla sala “Lounge & Terrace”, sono stato accolto dal personale, che con professionalità e gentilezza, mi ha invitato a dirigermi alla balconata che si affaccia sullo splendido golfo di Napoli vista Chiaia, per potermi sedere con un gradito cocktail di benvenuto. Un New York Sour (whiskey, sciroppo di zucchero, succo di limone, bianco d’uovo e vino rosso), preparato da Antonio Boccia, bartender dello storico Bidder Bar. Una piacevole scoperta per equilibrio e sensazioni aromatiche, con leggera astringenza del Flot di Brindisi Rosso “Camarda” della Cantina “Due Palme”.

Perfetto poi l’abbinamento con i bocconcini di baccala fritto, un po’ meno, una sfumatura, con il gambero rosso in tempura. La vista sul golfo certamente però aiutava.

IL MENÙ

Preciso che gli abbinamenti, salvo per il dolce, sono stati studiati molto bene, qualcuno addirittura sorprendente e inaspettato. Iniziamo con cheesecake salata fatta con formaggio caprino, crumble di nocciole salate e crema di pomodorino giallo, per rendere la percezione gustativa un po’ dolce e un po’ salata. Equilibrato e buono sia per la consistenza che per la pulizia di bocca finale, l’unica pecca la ridottissima dimensione a mo’ di finger food.

Il primo vino spumante in abbinamento, come riportato dalla brochure, si abbinava meno bene
rispetto al Rosé fermo. Per entrambi la sapidità delle nocciole ritornava, ma per il primo la bollicina un po’ aggressiva accentuava il contrasto.

1° vino (Negroamaro) – Brillante, dal vivido colore rosa tenue. Al naso esplodono i profumi di frutti
di bosco e di petali di rosa. Buono l’equilibrio tra freschezza e morbidezza; piacevole la finale lieve sensazione di astringenza.
2° vino (Negroamaro) – Cristallino e un rosa antico esaltato dai riflessi di luce. Profumi di fragoline
di bosco e un fiore di geranio, piacevole sopraggiunge un profumo di macchia mediterranea.
Fresco e sapido. Brioso e godibilissimo.

Antipasto

La tartare, la definirei “tartare non tartare” per la consistenza, lavorata finemente a coltello, amalgamata a mano, uniforme e delicata. I bottoni di crema di mango e avocado donano freschezza e ulteriore aromaticità. Di fianco una salsa di mozzarella di bufala con anacardi tostati. Piatto piacevole, da vero campano.

1° vino (da uve Negroamaro) – Cristallino e dall’intensa luminosità, dal colore di fiori di pesco. Subito
esplodono i frutti di bosco, erbaceo di macchia mediterranea e anice, sottile l’agrume. Un
sorso fresco e sapido, equilibrato e persistente di ritorni agrumati e balsamici.
2° vino (80% Negroamaro – 20% Malvasia Nera) – limpido e rubino vivido. Al naso un fruttato di ciliegie e prugne ancora croccanti, anche se già nella fase di maturazione, una rosa canina e poi ancora fruttato di melograno. Il sorso è leggermente morbido e moderatamente persistente.

Il primo

Una scoperta. Il piatto perfetto della serata. La tendenza dolce della patata è stata gestita
magistralmente nella realizzazione di questa crema che accompagna la nota sapida. Quello che
mi ha sorpreso, è stata la scelta del formato della pasta, un tubettone che, per la larghezza del
foro tra una calamarata e una mezza manica, ha permesso alla crema di non insinuarsi e
permettere il giusto equilibrio di ogni boccone. Le cozze, cotte perfettamente, come piacciono a
me, donano quel quid sapido marino differente dal sapido del pecorino, anch’esso dosato
magistralmente. Udite udite, l’abbinamento è perfetto con il primo vino, il Moros Riserva 2018 di Claudio Quarta, sarà per il suo equilibrio e delicatezza raggiunta quando si sa gestire la maturazione in legno?

Il secondo

Ben eseguito. Come detto in presentazione dallo chef : <<vuole essere un ricordo del passato, quando a casa il pesce spesso si cucinava con pomodorini, olive nere e capperi>>.
Da precisare che il cappero in questione era il fiore di cappero (bocciolo) e non il frutto
(cucuncio). D’accordo con Giuseppe Buonocore al mio fianco, il trancio di dentice sembrava un po’ avanti nella cottura, ma nell’insieme piatto equilibrato nei sapori. Il coriandolo lo rende attraente
anche al naso. La crema di peperoni rossi sostituisce, almeno nel colore, i pomodorini, e la sua
tendenza dolce modera le olive nere e i fiori di capperi. L’abbinamento riesce più con il secondo
vino, anche merito alla nota agrumata che richiama il coriandolo del piatto. Il primo vino molto
condizionato dalla maturazione in legno.
1° vino (85% Negroamaro – 15% Malvasia nera) – Carminio. Sentori di spezie dolci invadenti, bisogna
aspettare e scavare per ritrovare sentori fruttati di sotto spirito. Il sorso è maggiormente spostato
sulle morbidezze, caldo e morbido. Moderatamente fresco con tannini ben integrati, ritornano le
spezie nel retro olfattivo.
2° vino (Negroamaro in purezza) – Rubino ancora vivido. Qui il legno di barrique da rovere americano è ben gestito con un passaggio del solo 15% dell’intera massa. Frutta matura rossa, spezie e tostature
di caffè. Il negroamaro si esprime in tutta la sua versatilità. Equilibrato e persistente.

Il Dessert

La sua forma di cono tronco, voleva richiamare un vulcano, il Vesuvio. Un semifreddo
cremoso alla vaniglia poggiato su uialda morbida di cioccolato fondente, mentre sopra, una
ganascia liquida di cioccolato fondente e della confettura di pomodoro rosso, simulano
rispettivamente la lava e fuoco. Il cioccolato fondente domina e non sempre è possibile individuare un passito adatto. Forse il mondo dei distillati avrebbe aiutato nella scelta più giusta.

Sarno di Vino 2023: numeri, storie, emozioni di un’edizione all’insegna del buon gusto

Sarno di Vino 2023 si è conclusa in un crescendo di emozioni.

Giunta ormai alla quarta edizione, grazie all’impegno proficuo tra l’Associazione di promozione The Globe, presieduta da Giovanna Fiore, con il supporto infallibile del vice presidente Aniello Liguori.

ReCalice e Agenzia Zurich di Sarno gli sponsor tecnici della manifestazione, che ha visto la presenza di oltre 500 ospiti, tra semplici appassionati di enogastronomia e operatori del settore. Le masterclass ed i banchi d’assaggio hanno visto la collaborazione dei sommelier di A.I.S. Campania – Delegazione di Salerno – guidati dal Delegato Nevio Toti. Brillante il racconto di tre aziende e tre territori, dal nord al sud della penisola, diversi per tipologie e varietà d’uva.

Inizio spumeggiante con la Franciacorta di Cantine Muratori, che ha presentato i suoi Metodo Classico eleganti e versatili negli abbinamenti. La seconda degustazione ha visto, invece, una selezione di Fiano di Avellino dell’azienda Villa Raiano, illustre rappresentante di quell’Irpinia conosciuta a livello mondiale per i suoi bianchi longevi.

Conclusione in rosso per Paternoster che da Barile, in pieno territorio Vulture, ha proposto una straordinaria verticale del Don Anselmo, il suo Aglianico di punta, descritto con minuzia di particolari dal sottoscritto e dall’enologo Fabio Mecca.

I saloni di Villa del Balzo hanno accolto altre rappresentanze di spicco dell’enologia, con 50 produttori vitivinicoli per arricchire di gusto e cultura la scelta finale. Il giardino storico ha visto la presenza della sezione gastronomia di alta qualità, per arrivare al dopo pasto meditativo, con i sigari di Ambasciator Italico.

Un evento di tali proporzioni non potrebbe raggiungere il successo senza il supporto essenziale delle Amministrazioni locali, in particolare il Comune di Sarno, grazie all’assessore Francesco Squillante, e la comunicazione di 20Italie, Radio Base e Sarno Notizie.