Ritorno a Montespertoli da Podere dell’Anselmo

Recentemente siamo tornati a Podere dell’Anselmo per degustare le nuove annate dei capolavori enoici del vigneron, nonché, titolare dell’azienda vitivinicola, Fabrizio Forconi. Un breve passaggio in cantina per degustare qualche campione sia da vasca sia da botte e poi a tavola, sulla terrazza panoramica del ristorante, non solo per degustare i vini, ma anche per assaporare i gustosi piatti preparati per il pranzo.

Podere dell’Anselmo è situato tra le dolci colline di Montespertoli, immerso nella campagna fiorentina e nelle immediate vicinanze del capoluogo toscano. Un luogo di rara bellezza nel cuore di una delle sottozone della Docg Chianti. Un piccolo borgo recentemente restaurato  situato tra la natura di ordinati filari di vigne, oliveti, folti boschi, antichi e maestosi castelli.

Fabrizio Forconi, dopo gli studi universitari in ingegneria, senza alcuna esitazione preferisce dedicarsi all’azienda di famiglia, già attiva dagli inizi del 19° secolo. Nei vigneti vengono allevate varietà prevalentemente autoctone che seguono i dettami dell’agricoltura biologica e biodinamica. Questi sono i vitigni prevalentemente coltivati: Sangiovese, Colorino, Cabernet Sauvignon, Malvasia del Chianti, Vermentino e Sauvignon. La raccolta delle uve, interamente di proprietà, avviene rigorosamente a mano. 

La superficie vitata occupa circa 24 ettari, ad altimetrie che si attestano intorno ai 120 metri d’altitudine su terreni calcarei ricchi di argilla e minerali. La cantina dispone di  attrezzature moderne che con l’arrivo di uve sane e la competente conoscenza di Fabrizio ed i suoi collaboratori e con la preziosa consulenza dell’esperto enologo Fabio Signorini danno origine a vini di indiscussa qualità. Oltre alla cantina, Podere dell’Anselmo vanta un agriturismo con appartamenti raffinatamente ristrutturati con ristorante, piscina e vi è la possibilità di fare lunghe passeggiate sia a cavallo sia in mountain bike nella verde campagna fiorentina.

Note sensoriali di alcuni vini degustati:

Marea Bianco Toscana Igt 2023 – Malvasia del Chianti – Giallo dorato luminoso, al naso giungono note di mela, ananas e pompelmo, il gusto è fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

Colmo di Cielo Rosato Igt Toscana 2023 – Sangiovese – Rosa tenue, al naso sviluppa sentori di ciclamino, fragolina di bosco e lamponi, il sorso è vibrante, equilibrato e persistente.

Chianti Montespertoli Docg 2022 – Sangiovese – Rosso rubino trasparente, rimanda sentori di violetta, marasca, lampone e sottobosco, al palato è setoso e dotato di una buona piacevolezza di beva con elegante trama tannica.

Chianti Montespertoli Riserva “Ingannamatti” 2018 – Sangiovese 100% – Rosso rubino intenso, al naso rivela sentori di ciliegia e lamponi sotto spirito, vaniglia, liquirizia e polvere di cacao, al gusto è pieno, appagante, coerente ed armonioso.

Franco Rosso Toscana Igt 2020 – Cabernet Sauvignon 100% – Rosso granato intenso, emana sentori di mora, prugna, liquirizia con nuances balsamiche, al palato è avvolgente con tannini poderosi,  ma ben cesellati e rimane in bocca a lungo.

Pax Rosso Toscana Igt 2021 – Colorino 100% – Rosso granato intenso, sprigiona sentori di amarena, sottobosco, vaniglia e polvere di cacao, gusto pieno ed appagante, sorso accattivante e persistente.

Agriturismo Podere Dell’Anselmo
Via Panfi Anselmo, 12
50025 Montespertoli FI

Sito di riferimento: www.poderedellanselmo.it

La braceria Carbonè di Palma Campania propone il ragù anche d’estate

Pietro e Mario sono l’anima di Carbonè, meat house e braceria nel cuore di Palma Campania, dove i due fratelli Carbone declinano la carne a tutto tondo. Macellai da generazioni, in Carbonè hanno creato un locale che va oltre la solita idea di ristorante: una vera e propria bottega di formaggi, salumi, pasta e confetture, oltre alle pregiate carni di varie razze bovine. Tutti prodotti che fanno parte del menù, insieme a una carta vini di oltre quattrocento referenze.

E’ proprio con un’accurata selezione di formaggi e salumi che ci introducono ad una cena degustazione dal cuore alquanto atipico per una sera d’agosto: il ragù.

“I primi della tradizione napoletana sono richiesti tutto l’anno”, ci ha spiegato Pietro. Non solo il ragù ma anche la genovese. Proposta che funziona, come abbiamo avuto occasione di sperimentare durante la cena, dove re della tavola è stato proprio il ragù, nella doppia versione alla bolognese e alla napoletana.

Due tradizioni e due approcci completamente diversi, che messi a confronto hanno avuto un unico comune denominatore: la leggerezza, attributo che ha permesso di sdoganare un sugo a lunga cottura anche nel menù estivo.

La bolognese di Carbonè prevede l’utilizzo di macinato di carne vaccina mixato a un 20% di carne di maiale, che conferisce delicatezza. Durante la cottura di circa sette ore, non c’è nessuna aggiunta di latte, conferma Pietro, come invece è previsto dalla ricetta tradizionale della bolognese, depositata alla Camera di Commercio di Bologna e codificata per la prima volta da Pellegrino Artusi nel 1891. E mentre in Emilia la bolognese viene considerata il condimento ideale della tagliatella all’uovo, noi l’abbiamo gustata con i rigatoni. Asciutta d’olio, cremosa e delicata si accompagna perfettamente al Piedirosso del Sannio DOC 2023 di Fattoria La Rivolta.

Il ragù alla napoletana ci porta invece nella matriarcale cucina di Donna Rosa Priore, dipinta in maniera magistrale da Eduardo De Filippo in Sabato, domenica e lunedì. E d’altronde fu proprio Eduardo a immortalare la leggendaria ricetta in una poesia, ‘O rraù.

Qui i tagli di carne sono a pezzi interi e includono gallinella di maiale, tracchia, muscolo, punta di petto e salsiccia oltre alla tradizionale braciola, ripiena di prezzemolo e pecorino romano a pezzetti, ma senza uvetta e pinoli, non sempre apprezzati. Perché il ragù napoletano non è solo il sugo che condisce la pasta, è un pranzo completo.

La cottura di oltre otto ore restituisce un sugo denso ma leggero che condisce ziti spezzati, anch’essi parte della presentazione più tradizionale del ragù napoletano. In abbinamento Neromora Aglianico DOC 2020 di Vinosia, che ci ha accompagnato anche sulla portata successiva.

Continuiamo la nostra cena degustazione con una costata di Vacca Vecchia riserva Carbonè, filetto e controfiletto di un animale macellato a trentasei mesi. Se il ragù era il cuore della serata, con la bistecca arriviamo alla vera anima della braceria, che in carta vanta numerosi tagli pregiati: dalla manzetta beneventana, alla galiziana con frollatura di quaranta giorni, dalla angus fino ad arrivare alla kobe giapponese.

Perfetta è la cottura al sangue della costata, che lascia la carne compatta e succosa e la mantiene tenera anche a distanza di tempo.

“Il segreto è nella cottura reverse”, ci ha spiegato Mario, ossia una tecnica di cottura riservata a tagli spessi, che prevede il passaggio per qualche minuto in forno a 350°, affinché il calore raggiunga il cuore della carne. Successivamente la costata riposa qualche minuto e poi termina la preparazione sulla brace. Ci alziamo da tavola sazi ma non sfiniti, a dimostrazione di quanto la qualità dei prodotti oltre che le tecniche di cottura siano il fattore decisivo che rende accessibile un menù a tema carne anche nel periodo più caldo dell’estate.

Gala Maris a Praiano, un’idea gourmet nata a pochi passi dal mare della Costiera

La divina Costiera non smette di stupire. Accanto agli scorci incantevoli ed alle spiagge incastonate tra fiordi di rara bellezza, la cucina mediterranea riscopre un passo diverso grazie alle nuove leve della cucina campana come Gustavo Milione di Gala Maris, che hanno costruito la propria autostima in giro per il mondo, con particolare attenzione alle tradizioni dell’Italia gastronomica.

Il pesce non può essere un protagonista secondario e va lavorato con cura e ricerca, anche utilizzando idee innovative e versioni fusion nelle pietanze. La miscellanea tra culture diverse sarà un argomento cardine per il futuro del settore, sempre più bisognoso di un’identità incontestabile per confrontarsi con i numerosi competitor internazionali.

Essere gourmet per Gustavo non significa fare fumo senza arrosto. Viene aiutato nel progetto dalle sorelle Sofia (la compagna) e Mina Fusco, titolari del ristorante con annesso lido e dell’intero complesso denominato Alfonso a Mare, costituito da 14 camere confortevoli in 2 dependance con vista sulle acque cristalline della baia di Praiano.

Un rispetto per la famiglia che si legge già nel menu, con un piatto dedicato alla memoria di Luca, il padre di Mina e Sofia, amante delle candele con tonno e pomodorini. Cinque le soste per chi sceglie la degustazione completa ad euro 125, escluso abbinamento vini. Tra le proposte per una cena romantica sotto i candidi riflessi della Luna, tanto mare, ma anche amore per la terra fatta di verdure ed erbette aromatiche colte a chilometro zero.

E poi la nobilitazione del quinto quarto, lavorato e reinventato come solo pochi sanno fare. Si comincia proprio dal mini bun salato con salsiccia di pesce e quinto quarto di totano in salsa yogurt. Gli appetizer proseguono poi con una gustosa carbonara rivisitata ed il totano con patate su gel di limone fresco.

Tra gli antipasti il polpo arrosto cotto prima a bassa temperatura e rifinito su griglia giapponese, con purea di patate, maionese di polpo e pomodorini secchi. Uniche e tra i migliori piatti di pasta presentati in Campania, le fettuccine di lampone, burro alle erbe e tartufo.

Ed è infatti tra i primi che Milione dà il meglio di sé con la sua “Napoli-Kagoshima” nata per l’amore nei confronti delle usanze giapponesi, con pasta mista cotta in Dashi, con riduzione di crostacei e acqua di molluschi, tarallo di Napoli, zenzero, soia, lattuga di mare e katsuobushi. Accanto un padellino con il ristretto del brodo per lasciar dosare al meglio il sapore in piena libertà.

Finale con un’altra primizia del Gala Maris: la frollatura del pescato, dimostrata alla perfezione nella costata di cernia con limone, prezzemolo e miso di ceci, accompagnata da una delicata ciambotta mediterranea.

Arriva così l’ora delle dolci coccole: tiramisù al caffè e nocciola o fior di fragola, panna e champagne calano il sipario su una cena a base di creatività, condita da tanto coraggio e visione avanguardista per la ristorazione del presente e del futuro. Nelle mani curiose del piccolo erede di casa, che osserva il papà dietro ai fornelli, c’è tutta l’aria di famiglia di Gala Maris.

Cronache dall’Alto Adriatico: Goriška Brda

Dopo aver raccontato del Friuli Colli Orientali a proposito del viaggio effettuato nell’Alto Adriatico organizzato da Paul Balke, il giorno successivo verteva al territorio collinare, colmo di frutteti e oliveti che danno apprezzabili prodotti, del Collio sloveno ovvero il Goriška Brda, quindi ci rechiamo a Villa Vipolže.

Tra le più belle dimore rinascimentali di tutta la Slovenia, nasce come residenza di caccia dei conti di Gorizia, per poi divenire di proprietà di famiglie nobili come Herberstein, Della Torre, Attems, Teuffenbach. Infine i veneziani la trasformano in un’elegante residenza dalla forma rettangolare con due torrette.

E finalmente è anche giunto il momento di indossare un indumento che avevamo in valigia, la t-shirt rossa dei Laibach, una industrial band della capitale slovena Lubiana, nata nei primi anni ottanta che ha ispirato gruppi più noti al grande pubblico come i Rammstein, e alla quale siamo da tempo legati.

La superficie in ettari vitati del Goriška Brda è quasi identica a quella del Friuli Colli Orientali (1878 contro 1897), ma in realtà è un dato falsato perché non tiene conto che fino al 1947, quattordici anni prima di un’altra celebre spartizione, l’erezione del muro di Berlino, il Collio e il Goriška Brda erano una cosa sola, con il nome del primo a rappresentare l’intero territorio. Poi appunto la divisione di questo unicum quasi ovale, con grosso modo la parte a nord che ne rappresenta il 60%, se si esclude un corridoio ad ovest che racchiude i comuni di Dolegna del Collio, Venco e Brazzano, che diventa territorio jugoslavo prima e sloveno a partire dal 1991, e il restante 40% a sud destinato al nostro paese.

Infatti la regione del Friuli passa all’Italia nel 1866 ma il Collio, l’Isonzio, Cormons e Gorizia rimasero austriaci, e fu questo popolo che stabilì come i vini del Collio fossero tra i migliori della monarchia. Il sentimento che in zona si producessero degli ottimi vini fu lo stimolo per fondare nel 1872 la prima organizzazione di produttori, a Piuma vicino a Gorizia.

Nel Brda quasi tutti i terreni vitati sono composti da flysch, localmente chiamata ponca od oponka, suolo di cui abbiamo già parlato nel precedente resoconto, con sistemi di allevamento essenzialmente a guyot e in parte minore a cordone speronato, che si prestano ai fondi permeabili collinari.

I filari, costeggiando i dolci colli in pendenza, creano un effetto arena, e fanno sembrare il paesaggio tessuto di tanti anfiteatri verdi dove la musica è suonata dalla vite.

Il vitigno a bacca bianca principe del territorio è la Rebula, vale a dire la nostra Ribolla Gialla; gli altri sono Chardonnay, Glera, Malvazija Istrarska (Malvasia Istriana), Pinot Bianco (qui chiamato Beli Pinot), Pinot Grigio (qui Sivi Pinot), Riesling, Sauvignon Blanc, Sauvignonasse (ex Tocai, ora Friuliano), Traminer, Verduzzo (in loco chiamato Verduc). Le uve rosse sono innanzitutto il Refošk (il nostro Refosco), poi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero (qui è Modri Pinot), e lo Schioppettino (qui Pokalca o Črna Rebula, vale a dire Ribolla nera).

Nel grande salone al primo piano della villa, circondati da una mostra pittorica e alla presenza di un classico pianoforte a coda nero, suonato in un certo momento dal bravissimo Paul Balke con un repertorio di standards, tredici aziende ci attendevano per esporre i loro vini.

Qualcuno nota la nostra maglietta, è Tomaž Prinčič che ci ferma e in maniera esplicita dimostra di conoscere bene la band affermando, cosa che già sapevamo, che significa Lubiana in tedesco, altri più timidi ammiccano con lo sguardo e chissà che impressione abbiamo dato, giacché nel passato il gruppo è stato piuttosto controverso.

Ma torniamo al vino, e col consueto sistema elenchiamo tutti i produttori presenti e i loro vini, con la descrizione di quelli che a nostro opinabile parere ci hanno più colpito.

KRISTALVIN dal 1808 – ettari 8 – bottiglie annue 25.000

(https://www.kristalvin.com/)

Rebula extra brut (36 mesi sui lieviti)

Rebula 2024

Rebula Selection 2021, fermentazione con lieviti spontanei, macerazione per tre settimane, e maturazione per due anni in botti che solo per il 20% sono nuove. La frutta matura è protagonista della scena olfattiva con pesca, pera e albicocca succosa, ma anche delle note agrumate d’arancia, e di spezie delicate e calde come la cannella. Al palato torna la nota sugosa fruttata, se ne aggiunge una sapida, e infine la vaniglia del legno che prelude a longevità. Buona anche la persistenza.

EDI SIMČIČ dal 1991 – ettari 15 – bottiglie annue 60.000

(https://edisimcic.si/)

Rebula 2022, fermentazione coi lieviti indigeni per 8 giorni, segue maturazione coi propri lieviti in botte grande per 10/11 mesi, e un anno di affinamento in bottiglia. E’ fresca, ancora giovane, fragrante, citrina, si apre poi con qualche nota più matura di frutta gialla e di tostatura del legno. Il sorso è teso, sapido e minerale, con corpo pieno, e una garbata beva e persistenza.

Sauvignon Kozana 2020

Duet 2022 (Merlot 90%, Cabernet Sauvignon e Franc 10%)

REJA dal 1992 – ettari 6 – bottiglie annue 25.000

(https://rejavino.com/)

Malvazija 2022

Chardonnay 2021

Sivi Pinot 2018, un orange wine da Pinot Grigio che effettua 6 giorni di macerazione, affinamento per due anni in vasche di acciaio, un anno in botte di rovere, e almeno sei mesi di affinamento in bottiglia. Vino decisamete particolare con nota ossidativa che lo rende idoneo anche a un utilizzo da aperitivo, ed evidenti note di frutta secca, frutta gialla, e di sensazioni minerali e iodate di petricore, piacevolmente amarostico e tannico al palato.

FERDINAND dal 1992 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.ferdinand.si/it/)

Época Rebula Ribolla Gialla 2022, fermentazione in tonneau da 500 litri dove il vino matura sulle fecce fini per 12 mesi, poi almeno altri sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto intenso di frutta matura gialla, floreale, con accenni ad alcune erbe aromatiche, timo al limone, e toni minerali vicini al gessoso e alla pietra focaia. Al palato è ricco, con sorso teso, ancora suggestioni minerali, un vino di grande eleganza e persistenza.

Época Amber Gris 2023 (Pinot Grigio)

Brutus Rebula Ribolla Gialla 2019

MEDOT dal 1812 – ettari 3 – bottiglie annue 35.000

(https://www.medot-wines.com/it)

Extra Brut Cuvée (Rebula 70%, Chardonnay 30%, cinque anni sui lieviti)

Extra Brut Millesimé 2015 (Chardonnay 80%, Rebula 20%, otto anni sui lieviti). Un bouquet complesso che va dal floreale alla cipria, con garbate note citrine e più evidenti, morbide di brioche, vaniglia, miele, burro e crosta di pane. Il sorso è pieno e consistente, con richiami alla frutta secca, e mielati ben persistenti.

Rebula 2022 Golden Époque

DOLFO dal 1950 – ettari 17 – bottiglie annue 85.000

(https://www.dolfo.eu/it/)

Rumena Rebula 2023 (Ribolla Gialla)

Gredič Riserva 2019 (Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio)

Pinot Noir 2021

Merlot Riserva 2019, macerazione sulle bucce di 25 giorni coi lieviti indigeni, poi fermentazione inclusa la malolattica in vasca acciaio, quattro anni di maturazione in barrique, e affinamento in bottiglia. Secco ma succoso, con note di fragolina di bosco, lampone, mora e altre bacche rosse, cenni di mineralità, toni di tabacco e di spezie morbide, vaniglia e cannella. Al palato ha tannini fini e setosi, asciutto e di gran corpo, teso, vellutato e di grande persistenza.

KLET cantinedal 1957 con 320 conferitori – ettari 1000 – bottiglie annue 5.000.000

(https://klet-brda.si/)

Quercus Beli Pinot 2024

Krasno Rebula 2022

Krasno Orange 2022, dai vitigni Rebula, Sauvignonasse, Pinot Grigio fermentati separatamente. Le macerazioni sono per la Rebula per un anno in botti di legno, Sauvignonasse in vasche d’acciaio per un mese, Pinot Grigio tre giorni in anfora e un anno di affinamento. Fresco, con note di frutta come pera e mela cotogna, agrumi, erbe aromatiche e ricordi minerali. Sorso lieve e fresco, ritorni di frutta secca e di una delicata tannicità. Finale declinato alla mandorla.

MOVIA dal 1820 – ettari 25 – bottiglie annue 130.000

(https://movia.si/en)

Sauvignon Vert Vinia Gredič 2024

Rebula 2024

Veliko Rebula Vinia Java 2022

Chardonnay 2023

Veliko Chardonnay Vinia Java 2022, maturazione in tonneau da 500 litri per dieci mesi, affinamento in bottiglia per un anno. Vino dotato di un intenso bouquet, ricco di sensazioni floreali, acacia, e agrumate, bergamotto, ananas, morbido con note di miele di acacia, burro, caramello, e speziate dolci, vaniglia, noce moscata e cannella. Al palato è fresco, elegante e ampio, minerale, con ritorni burrosi e con una beva in progressione di lunga persistenza.

Veliko Rdeče 2018, da Merlot 80%, Cabernet Sauvignon 15%, Pinot Nero 5%, fermentazione spontanea con macerazione sulle bucce per 28 giorni, maturazione di almeno quattro anni in barrique usate e nuove con le fecce fini, e sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto sottile con piccola bacca rossa a volontà: mora, lampone, mirtillo, fragolina di bosco, amarena, poi humus e sottobosco. Seguono note floreali, viola, e balsamiche, eucalipto, infine ricordi di spezie delicate, liquirizia e vaniglia. Al palato è tangibile la lavorazione in sottrazione, nessuna opulenza ma rarefazione, eleganza e morbidezza, con tannini serici, ritorno di spezie delicate, e un finale molto lungo dove si percepisce l’amarena e la prugna disidradata.

ZAROVA dal 2001 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(https://zarova.si/)

Chardonnay 2022

Sauvignon Blanc 2022

Solidus 2021 (Sauvignonasse 70% Riesling Renato 30%, provenienti da un singolo vigneto). Sentori floreali, d’acacia, uniti a miele e cera d’api, per un ventaglio olfattivo molto elegante. Al palato è consistente, di corpo, glicerico, con un finale persistente di agrumi.

Mladice 2021 (Pinot Noir)

Cabernet Franc 2020 molto inteso con le caratteristiche note varietali vegetali, di peperone, e poi di frutta a bacca rossa, sensazioni di china, balsamiche di menta, e infine speziate. Al palato risulta morbido con tannini fini e di ottima persistenza.

PRINČIČ dal 1848 – ettari 10 – bottiglie annue 25.000

(https://www.princic.si/)

Jakot 2023

Sivi Pinot Grigio 2023. Che eleganza olfattiva: freschezza, fragranza floreale (c’è del tiglio?), sapidità, mineralità con note che ci hanno evocato lo scisto. Poi arriva la frutta matura, pera, banana, ananas. Al palato è gustoso, secco e di grande persistenza.

Mihael 2022 Belo (Bianco) da uve Rebula 50%, Sauvignon 30%, Chardonnay 20%. Maturato un anno in tonneau da 500 litri, più affinamento in bottiglia. Vino complesso ed elegante, con note morbide di vaniglia e di frutta matura, che al palato è secco e con una beva piacevole.

SCUREK dal 1986 – ettari 30 (9 nel Collio e 21 in Brda) – bottiglie annue 120/150.000

(https://www.scurek.wine/)

Brut Zero (Rebula 60%, Chardonnay 40% e 30 mesi sui lieviti)

Stara Brajda Belo 2022 (Rebula, Sauvignonasse, Malvazija, Picolit)

Malvazija 2022 macerazione sulle bucce di 6 giorni e maturazione per due anni in botti di rovere.Olfattivo delicato ed elegante, fiori gialli, albicocca, agrumi e note minerali. Al palato è grasso e verticale, succoso, molto piacevole con finale tannico accennato.

Rebula 2020 fermentazione spontanea con pied de cuve, breve macerazione sulle bucce e maturazione in tonneau da 500 litri per due anni, e affinamento in bottiglia.Frutta a polpa gialla matura, albicocca secca, lievi note legate al legno, minerale. Al palato è ampio, mielato, glicerico e di grande persistenza gustativa.

SYLVMANN dal 2022 – ettari 13 – bottiglie annue 15.000

(https://sylvmann.si/)

Višvik – vivšiK 2023 è una Rebula che matura in anfora con un assemblaggio di differenti tempi di macerazione: 4, 8, 28, 65 giorni. Alla sua prima uscita in anteprima internazionale, incassiamo il privegio accordato. Il vino non mostra timidezza e si esprime in tutte le sue note gialle, da quelle floreali di ginestra, a quelle di polpa di frutta, pesca, albicocca e agrumi. Seguono le erbe aromatiche, salvia e timo su tutte. Al palato è fresco, fragrante, elegante e di beva, con un finale minerale.

Pr’dobu Mix 2023 (Sauvignonasse, Malvazija che effettua due differenti macerazioni di 4 e 6 giorni in anfora)

BENEDETIČ dal 1996 – ettari 12 – bottiglie annue 65.000

(https://www.benedetic.si/)

Rebula 2023 Bouquet declinato alla freschezza, con note di agrumi gialli, lime, bergamotto, cedro e di frutta a polpa, melagialla, poggianti su uno sfondo decisamente minerale. Al palato torna la fragranza, con sorso teso e minerale, elegante e persistente.

Brgalot 2018 (Chardonnay)

Alfonz 2018 (Sauvignon Vert)

E’ stato impegnativo ma siamo riusciti ad assaggiarli tutti ed osservando al polso l’orologio notiamo che è quasi giunta l’ora del pranzo, dove saremo accompagnati da molti dei produttori in un posto speciale, un agriturismo con alloggio al culmine di una collina dove la vista sulle Dolomiti, il monte Canin, i vigneti e il fiume Judrio sottostanti è struggente e l’amore per essi è incorniciato da un cuore: Breg.

Da Breg di Adrijana e Mirela Peresin a Dobrovo, la cortesia dei produttori è proseguita con l’apporto di altri vini non presenti alla degustazione, che hanno deliziato il pranzo, ben eseguito con piatti della tradizione e soprattutto l’uso di ingredienti di stagione. Abbiamo apprezzato la Stara Brajda Rdeče 2021, a base di Refosco dal Peduncolo Rosso 35%, Cabernet Franc 30%, Cabernet Sauvignon 35% di Scurek; il Sauvignon 2021 e il Pinot Noir 2022 di Zarova; il Sauvignon Vert 2024 Kristalvin, coi suoi toni freschi, sapidi, minerali e floreali di acacia; e non per ultimo un dinamico Lan Kristančič, erede del papà Aleš, completamente a suo agio nel suo ruolo di ambasciatore dal 2022 di Movia, che in maniera sempre simpatica e coinvolgente, senza tuttavia esagerare, ci ha rallegrato con il Lunar 2021, Rebula macerata, fruttata e mielata, dal gusto burroso e minerale, decantato in una caraffa a corna di bue, e due espressioni di Modri Pinot Noir 2022 e 2023 entrambi piacevoli con il punto di forza del primo, dotato di una maggiore struttura.

A proposito della cucina, non possiamo non menzionare un elemento che difficilmente poteva sfuggirci: in molte pietanze la lavanda era uno dei componenti. La ragione l’abbiamo scoperta quando oltremodo sazi siamo usciti dal ristoro, e proseguito il colle appena sopra la cascina che ci ospitava. Ci accoglie una immensa superficie di lavanda, alta e profumata. L’abbiamo attraversata con molta circospezione per non rovinarla e altrettanta attenzione a non disturbare le numerose api bottinavano attorno a noi, calpestando gli spazi tra un cespuglio e l’altro. Essere immersi in quella distesa a quasi altezza d’uomo, ci ha fatto sentire all’interno di un film, essere al centro di un campo di cereali, come avviene in una scena di The Thin Red Line dell’amatissimo Terrence Malick, o qualunque altro suo film poichè quell’immagine è uno stilema del regista. Il paragone non è dei più centrati, ma una passata vita da cinefilo saltuariamente affiora, ineluttabile, e inopportunamente accade in tempi e luoghi più disparati.

Cogliamo un invito: “Facciamo un giro tra le vigne?” E’ quel che ci attende nel pomeriggio. Ad ovest del fiume Isonzo, il Monte Korada con i suoi poco più di 800 metri di altitudine domina i vigneti del Goriška Brda. Siamo saliti fino a 480 metri per poter vedere i nuovi impianti di Sylvmann, i quali sono estremamente in pendenza, e che una volta ultimati i lavori in corso porteranno la tenuta a 30 ettari totali. Dietro la Sylvmann appena nata c’è un nome di grande prestigio nel panorama enologico del Friuli e del suo italico: Silvio Jermann, inventore di uno dei più rinomanti vini bianchi in Italia, il Vintage Tunina. Reduce dalla vendita ad Antinori avvenuta nel 2021 della propria omonima azienda condotta per 40 anni, decide di realizzare il suo sogno nel Cuéj (Collio) sloveno e impiantare alle pendici del monte Korada i suoi nuovi vigneti. L’impronta sarà completamente diversa, vini anche con lunghe macerazioni e maturazioni in anfora.

Gialle le etichette Sylvmann come il colore delle numerose finestre con seduta, una cinquantina in totale al momento, che si affacciano sui vigneti del Collio e del Brda, un progetto nato dopo la pandemia che vuole essere un fragore del mondo enologico della zona verso il resto del mondo di come l’unione possa valicare gli intenti, ma sancire che si trtta di territori e culture che in un passato erano una unica entità.

La tappa successiva è stata la visita dell’azienda Movia. Dalla strada una breve discesa ci porta a un gruppo di edifici che fanno parte della tenuta, ed entriamo nella bellissima dimora della famiglia Kristančič. Aleš è assente e un pò ci dispiace poichè l’abbiamo visto all’opera circa quindici anni fà, e ci mancherà la sua comunicazione empatica e verve teatrale, e i suoi “facciamo festa”. Azienda di riferimento e molto importante per la Slovenia nel mondo del vino, grazie all’esportazione del prodotto oltre Oceano, e per la svolta compiuta negli anni ’90 seguendo la fermentazione spontanea, ora che Lan segue l’azienda Aleš ha più tempo a disposizione per le sue sperimentazioni. A far gli onori di casa oltre Lan che era al nostro seguito, c’è la sua radiosa e affascinante fidanzata Nina Šegula. L’enorme salone con pianoforte, saturo di opere pittoriche di artisti locali alle pareti, ha una parte rialzata dove poggia un grande tavolo e da cui vi è l’accesso alla veranda con vista sui vigneti che ci ha provocato una lieve aritmia dell’organo muscolare responsabile della circolazione del sangue: un anfiteatro di filari che seguono la collina, e se alla base avessimo notato un clavicembalo e un musicista suonando Le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach non ci saremmo stupiti più di tanto.

L’ospitalità di Movia è proseguita con l’apertura del suo oramai celebre metodo classico Puro Bianco 2020, da uve Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che fermenta spontaneamente in tini d’acciaio dove staziona per un anno, più altri tre anni di affinamento in bottiglia sui lieviti, fresco, fragrante, fruttato virante all’esotico, e con seducenti note di burro, panificazione e vaniglia.

Chi scrive è di Roma, quindi è abituato a cantine e catacombe a più non posso, anzi ci abita a due passi, ma ciò che ha visto da Movia è impressionante. Scendendo le scale interne dell’abitazione per due piani si accede al luogo di stoccaggio bottiglie e botti.

Una serie di gallerie e cunicoli che sembravano non terminare mai, quasi da perdersi all’interno, davano l’impressione che arrivassero fino alla nostra città, come fosse un percorso per i primi cristiani che fuggivano dalle persecuzioni. Per celiare abbiamo letto un cartello inesistente con scritto Roma 625 km, che è la distanza reale esistente, e poi non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Assieme ad un altro magazzino, all’interno sono stipate circa 300 mila bottiglie e 700 botti di vario formato, incluse delle classiche da 1000 litri rovesciate in orizzontale, una idea Aleš per migliorare la superficie di contato tra vino e legno e favorire il bâtonnage.

E ovviamente non potevano mancare le anfore. La visita è proseguita con i locali che ospitano i contenitori in acciaio e successivamente ci siamo recati in un secondo deposito, più a dimensione umane, di una cantina “normale”, che in parte funge da locale per la degustazione con annesso tavolo e sgabelli. Dal cilindro non è uscito un coniglio ma un vino di cui serberemo il ricordo molto ma molto a lungo. Lan, dopo aver passato un buon minuto a cercare cosa di meritevole potesse proporci, avanza e apre una magmum di Veliko Rdeče 2002!

Rispetto alla 2018 assaggiata in mattinata, la componente Merlot è leggermente inferiore al 70%, Cabernet Sauvignon 20% e Modri Pinot Noir 10%, mentre la vinificazione è la medesima. Un trionfo di piccola bacca rossa all’olfatto in versione matura e di confettura: sentiamo innazitutto la fragolina di bosco, a seguire la mora, il lampone, il mirtillo, il ribes nero, l’amarena. Poi arrivano le prugne disidratate, fiori secchi, humus e sottobosco, note di tabacco e di cuoio. Suggestioni balsamiche di eucalipto, e immancabili le spezie con ricordi di liquirizia, chiodo di garofano e vaniglia, completano un bouquet da leggenda. Al palato è vivo con sorso teso ed elegante, con volatile presente ma addomesticata per essere al servizio di amplificatore degli aromi, morbido con tannini serici, e con ritorno delle spezie, dei fiori e della prugna essicata, in un finale durevole e minerale. Chaupeu, decisamente un vino memorabile!

La cena assieme ai produttori si svolge da Gredič (https://www.gredic.si/) un piccolo maniero a Dobrovo trasformato in albergo quattro stelle, ristorante segnalato dalla guida Michelin che ha da poco cambiato nome in Viatoria, vineria e centro benessere. Nella vineria si è svolto l’aperitivo. Per accedervi abbiamo percorso una breve discesa che curvava a spirale, una chiocciola simile a certe viste ai Musei Vaticani o al Guggenheim. L’impatto è deciso e il locale veramente sofisticato ed elegante.

Tomaž Prinčič nota che non indossiamo più la maglietta dei Laibach ma una banale camicia, e dobbiamo spiegare che il caldo africano ci ha indotto a cambiarci. A tavola assiaggiamo ulteriori vini. Quelli di Dolfo essendo Marko Skočaj al nostro tavolo sono ben cinque: Spirito 2018 (brut nature a base di Chardonnay 70% e Pinot Noir 30% con 60 mesi sui lieviti) e 2017 in magnum, Chardonnay 2023, Sauvignon 2024, e un entusiasmante Cabernet Sauvignon 2019 secco e succoso di mora e cassis, con Marko in grande forma ed esuberante, amante dei estremamente secchi, che ci rivela il suo motto: la terra è la mia seconda moglie; Ferdinand con una Época Rebula 2019 ha dimostrato la longevità del vitigno; molto gradevole il Cuvée brut nature 2018 (Chardonnay 60%, Pinot noir 60%, Rebula 10% con 48 mesi sui lieviti) di Kristalvin e il suo Merlot 2021 Selection; per concludere il minerale Virgo 2017 zéro dosage (Chardonnay 50%, Pinot Noir 30%, Rebula 20% con 60 mesi sui lieviti) di Klet

In cucina abbiamo trovato un padre e un figlio, Matjaž e Matija Cotič

Non sono al Viatoria-Gredič da molto (nel ristorante si sono succeduti vari cuochi tra cui Valerio Lutman), ma ciò che ci è stato proposto ci ha soddisfatto, sia nella costruzione del piatto che nella ricerca operata. Dopo gli antipasti serviti in vineria, il nostro menù era così composto:

Gnocchi di patate con crema di zucchine, ricotta albuminica, zucchine arrosto, polvere di olio di semi di zucca, fiore di zucca, piatto molto gusto ed equilibrato, di non semplice esecuzione laddove si segue l’idea di utilizzare molti ingredienti della stessa famiglia.

“Steak” di cavolfiore, purè di sedano rapa, salsa all’olio d’oliva e curcuma, verdure arrosto, olio alle erbe. Siamo vegetariani, con qualche deroga quando siamo fuori casa per gli abitanti del mare, e al posto del filetto di vitello ci è stato presentato questo piatto che ci ha gratificato perchè non banale (con noi accade molto spesso), e con il cavolfiore succoso, croccante e saporito poichè aveva assorbito il condimento.

Sorbetto alla lavanda, pesche marinate, yogurt di capra, crumble, gel di limone, a chiusura di un cerchio iniziato a pranzo, la lavanda ritorna, delizioso, con la del crumble e yogurt di capra in ottimo contrasto con la cremosità del sorbetto. 

A fine cena il cilindro, anzi lo zainetto color vinaccia, lo abbiamo stavolta aperto noi offrendo a chi volesse, l’assaggio di un single malt scotch whisky Balvenie 14 anni molto particolare, poichè prodotto con malto torbato, e accade in questa distilleria solamente una settimana all’anno, portato da noi da casa. Peccato che la temperatura era troppo elevata: le attenzioni ricevute per l’intera giornata ci hanno fatto dimenticare una regola fondamentale che vige anche per i distillati: il grado termico di servizio. Ad ogni modo Tomaz Scurek al desco con noi lo ha apprezzato e siamo riusciti a coinvolgere nella degustazione anche Silvio Jermann che l’ha trovato ben bilanciato (i suoi due vini testati nuovamente durante il pasto ci sono sembrati certamente gastronomici).

Al whisky sono seguite numerose domande e ci siamo trovati (ci accade ogni volta) a fare una piccola lezioncina sul Re dei distillati (a nostro parere è tale). Ciò che avanzava della bottiglia con piacere l’abbiamo lasciata ai Cotič, lo meritavano per la loro attenta e ricercata cucina, in più l’occhio ci era caduto nella bottigliera dove stazionavano altre versioni di whisky affumicato.

A serata ultimata, siamo stati accompagnati al nostro albergo in realtà non troppo distante, da Matjaž Četrtič di Ferdinand assieme a Jasmina sua incantevole moglie, non poco curiosa sulle storie raccontate sul whisky scozzese. Magari torneremo da loro con un’altra bottiglia, in un periodo dell’anno più fresco dove il distillato si apprezza meglio. Volgendo lo sguardo al cielo, la luna era al suo posto al primo quarto crescente illuminata nell’emisfero destro, e come avesse capacità divinatorie prometteva altri intensi giorni che avremmo trascorso in quei luoghi.

Nelle Terre del Grechetto: Civitella d’Agliano celebra una delle varietà simbolo del centro Italia

Di tanto in tanto, capita che un piccolo borgo diventi il centro del mondo. Succede a Civitella d’Agliano, nella Tuscia viterbese, quando le sue strade antiche e silenziose si animano per accogliere “Nelle Terre del Grechetto”, evento ideato e curato dal giornalista Carlo Zucchetti, che da anni racconta il meglio dell’enogastronomia dell’Italia centrale con uno sguardo appassionato e competente.

In questa terra plasmata da tufi e calanchi, il Grechetto trova una delle sue espressioni più sincere. Vitigno autoctono dalle origini antiche e controverse, si dice che risalga ai coloni greci, da cui il nome, è presente in Umbria e nel Lazio con numerose sfumature e cloni. Ma è proprio nella zona della Tuscia, tra Orvieto e le campagne di Viterbo, che questa varietà riesce a fondere freschezza, mineralità e una complessità aromatica che sorprende anche i palati più esigenti.

Il Grechetto: vitigno di territorio e di carattere

Il Grechetto non è un vino appariscente. È un vino che chiede tempo e ascolto. Dietro il suo profilo spesso discreto, si cela un mosaico di aromi che spazia dai fiori bianchi alla frutta gialla, dalle erbe aromatiche agli agrumi canditi, con una bocca che alterna tensione e rotondità, freschezza e sapidità. È un vino che sa raccontare la terra da cui nasce, con una voce genuina e spesso sorprendente.

In questo senso, la degustazione alla cieca di 59 campioni – provenienti da Lazio, Umbria e zone limitrofe – ha rappresentato il cuore tecnico della manifestazione. Suddivisi per annate (2024, 2023, 2022 e precedenti), i campioni sono stati valutati da un gruppo di giornalisti, produttori e appassionati, dando vita a un confronto vivace e partecipato.

I campioni di Grechetto IGT 2024 più apprezzati che hanno meritato un punteggio di 93 punti:

   •          il Lazio Pensiero di Antica Cantina Leonardi;

   •          il Umbria Grechetto di Argillae;

   •          il Lazio Dottor Belcapo di Fattoria Madonna delle Grazie;

   •          il Umbria Grechetto di Cardeto;

  •       il Umbria Colle Ozio di Leonardo Bussoletti;

Ma la degustazione ha rivelato anche un’evoluzione interessante nel tempo: dai toni agrumati e sferzanti dei vini più giovani, si passa a quelli più complessi e stratificati dei campioni 2022–2021, fino al sorprendente Grechetto IGT bianco L’Annunziata di Benincasa, annata 2022, che ha ottenuto il punteggio più alto (93) per la sua ricchezza aromatica e armonia gustativa.

Anche i due frizzanti Metodo Ancestrale, campioni Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante e Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante Vènti, hanno entusiasmato per fragranza e bevibilità, dimostrando come il Grechetto possa dare ottimi risultati anche nella versione rifermentata in bottiglia.

Un evento che è anche una festa

Ma a rendere davvero speciale “Nelle Terre del Grechetto” è stata l’atmosfera che si è respirata per le vie del borgo. Una festa popolare e raffinata al tempo stesso, capace di unire l’approccio tecnico della degustazione alla voglia di condivisione. I banchi d’assaggio, le visite in cantina, i piatti della tradizione cucinati dalle famiglie del posto, la musica e i brindisi in piazza: ogni momento ha contribuito a rendere l’evento un’esperienza collettiva e gioiosa, autentica come il vino che ne è stato protagonista.

Merito anche della visione di Carlo Zucchetti, che da anni lavora per creare un ponte tra cultura del vino, identità del territorio e piacere della convivialità. A Civitella d’Agliano, questo legame è tangibile. E ha un cuore pulsante nella cantina di Sergio Mottura.

Sergio Mottura

La Tana dell’Istrice: la storia di un pioniere

Affacciata sulla piazza centrale del paese, La Tana dell’Istrice è molto più di una cantina: è un luogo di resistenza culturale e viticola, un punto di riferimento per chi vuole capire cosa significhi fare vino di territorio nel Lazio.

Sergio Mottura, di origini piemontesi, è arrivato qui con il padre dalla località di Mottura. Avrebbe potuto seguire una carriera da ingegnere, dopo gli studi a Torino, ma ha preferito dedicarsi alla campagna. È stato tra i primi, fin dagli anni ’90, a credere nel Grechetto come varietà nobile, capace di dar vita a vini longevi e territoriali.

Negli anni ha affinato il suo stile e ha ampliato la produzione, senza mai perdere di vista il rispetto per l’ambiente. Oggi la cantina è certificata biologica, e la sua etichetta più nota Latour a Civitella è uno dei bianchi più apprezzati d’Italia.

Non tutti sanno, però, che Sergio Mottura è anche uno dei pochi produttori del Lazio a realizzare un Metodo Classico di grande eleganza, da uve 100% Chardonnay. Lo ha imparato in Francia, studiando le tecniche di spumantizzazione con la curiosità del perfezionista. Oggi, il suo spumante rappresenta un’eccellenza rara nel panorama nazionale, elegante, sapido e minerale.

«Venivamo dal Piemonte e mio padre mi immaginava ingegnere. Ho studiato a Torino, è vero, ma è qui, tra le vigne, che ho capito chi ero davvero. Il vino è un modo per restare legati alla terra e farla parlare» Sergio Mottura.

Carlo Zucchetti: l’anima gentile della Tuscia del vino

A rendere possibile tutto questo è la visione di Carlo Zucchetti, enogastronomo e divulgatore tra i più autentici e coerenti del panorama italiano. I suoi eventi – da “Nelle Terre del Grechetto” al più noto “I Migliori Vini della Tuscia” – non sono mai solo degustazioni, ma esperienze culturali, momenti in cui il vino torna a essere un ponte tra le persone, un’occasione di incontro e memoria collettiva.

“Gli eventi targati Carlo Zucchetti sono appuntamenti imperdibili perché mettono il partecipante a contatto con le realtà più vere e genuine della Tuscia.”

In un tempo spesso dominato dall’apparenza e dalla comunicazione esasperata, Zucchetti insieme a Francesca Mordacchini Alfani, continua a dare spazio alla sostanza: ai vignaioli veri, alle famiglie che cucinano nelle piazze, ai borghi che raccontano l’anima rurale della “regione che ha per capoluogo Roma”, come suole dire lui, e dell’Italia centrale.

Grazie alla sua passione e alla sua tenacia, Civitella d’Agliano è tornata a essere, per un fine settimana, il cuore vivo e vibrante di un territorio che ha ancora molto da raccontare. E il Grechetto, da vitigno sottovalutato, ha finalmente trovato il palcoscenico che merita. Un particolare ringraziamento, inoltre, al Comune di Civitella d’Agliano, alla Proloco e a Giuseppe Mottura che in veste di produttore e Sindaco, che ha fortemente voluto e contribuito alla riuscita di questo evento.

Calabria, la quinta edizione de La Notte Rosa del Vino

La Notte Rosa del Vino 2025, la manifestazione giunta alla quinta edizione ideata da Francesco Pingitore, ha tinto di emozione e consapevolezza la costa dell’Alto Ionio, trasformando due giornate estive in un itinerario denso di significato, bellezza e autenticità, dove il talento femminile è stato il vero filo conduttore.

Venerdì 4 luglio l’evento ha preso il via con la visita a due importanti realtà vitivinicole calabresi: la giornata è iniziata tra le vigne della Tenuta del Castello di Serragiumenta, guidata dalla carismatica Rita Bilotti, che ha accolto le partecipanti con un’energia elegante e concreta. Dopo la passeggiata tra i filari, la degustazione di una bollicina fresca e fragrante ottenuta da uve Magliocco con metodo Martinotti ha aperto simbolicamente il racconto del vino calabrese al femminile, con una voce decisa e gentile insieme.

Il gruppo ha proseguito poi verso Terre di Balbia, realtà di respiro contemporaneo immersa nella valle dell’Esaro: l’ingegnere Giuseppe Chiappetta ha raccontato l’identità dell’azienda e il senso profondo della sua posizione geografica, tra fiume e montagna, tra vento e silenzio. La visita è culminata in una degustazione di vini e prodotti tipici che ha rivelato l’anima sincera del territorio.

Nel pomeriggio, spazio alla storia dolce della Calabria: la visita al Museo della Liquirizia Amarelli ha aperto le porte su una tradizione antichissima e ancora viva, un patrimonio industriale e familiare che dal 1731 è simbolo di eccellenza. Un racconto affascinante, dove il lavoro delle donne ha avuto da sempre un ruolo centrale.

Con il tramonto, il viaggio è approdato ad Amendolara, con il suo museo archeologico e la chiesa, prima della magia del concerto serale nel chiostro del palazzo adiacente, cornice suggestiva per un momento di intensa contemplazione sonora. Nello stesso spazio, immerso nella pietra e nel respiro del tempo, si è tenuta anche una degustazione che ha visto protagoniste tre cantine del territorio: Tenuta Santavenere, Vini Akra e Cantina Alfano.

Tre voci diverse, ma armoniche, di una Calabria autentica, capace di parlare al cuore prima ancora che al palato. Il giorno successivo, la giornata si è aperta con un’esperienza sospesa tra cielo e mare: una gita in veliero lungo la costa ionica ha condotto le partecipanti fino ai Laghi di Sibari, dove i vini della Cantina Statti hanno accompagnato i presenti in maniera raffinata, in un paesaggio che univa luce, acqua e vino in una sola vibrazione sensoriale.

A seguire, il viaggio verso Tenuta del Castello, nuova tappa di un itinerario che intreccia passato e futuro, architettura storica e visione enologica contemporanea. E proprio qui, tra mura antiche e sguardi rivolti avanti, si è svolta la cerimonia di premiazione, cuore simbolico della Notte Rosa del Vino. Sul lungomare di Trebisacce, davanti a un pubblico attento e partecipe, le protagoniste del cambiamento sono salite sul palco per ricevere un riconoscimento non solo professionale, ma anche umano: una mattonella in ceramica realizzata dal laboratorio artistico “I Sogni di Milù”, opera che racchiude delicatezza, artigianalità e memoria.

Prima della premiazione, un elegante défilé firmato dalla stilista Luigia Granata ha impreziosito la serata, portando in scena abiti che parlavano il linguaggio dell’identità e della bellezza mediterranea. Le donne premiate – Rita Babini, Rita Bilotti, Marina Boccia, Tereza Krickova, Annamaria De Luca, Carmen De Aguirre, Elena Francia, Adele Anna Lavorata, Daniela Pinna, Giovanna Prandini, Olga Sofia Schiaffino, Agnese Testadiferro e Regina Vanderlinde – sono state celebrate per il loro contributo quotidiano al mondo del vino, dalla produzione alla comunicazione, dalla ricerca al marketing.

A dare voce al senso più profondo dell’iniziativa è stata l’enologa Vincenza Folgheretti, madrina dell’edizione, che con lucidità e passione ha sottolineato come oggi l’enologia abbia bisogno di competenza, ascolto, visione e rispetto per la complessità del territorio e delle persone. La serata si è chiusa con una cena di gala sul mare, accompagnata dai vini della Cantine Lavorato e dalla DOC Bivongi, in abbinamento a piatti che raccontano la cucina calabrese con orgoglio e raffinatezza.

La Notte Rosa del Vino 2025 ha saputo costruire un racconto corale, dove ogni tappa è stata parte di un viaggio che ha unito esperienze, paesaggi, storie e saperi. Un evento che ha reso tangibile l’affermazione che “il vino è donna” e che ha mostrato quanto, nel mondo del vino italiano, le voci femminili non siano soltanto numerose, ma necessarie, creative, autorevoli e protagoniste.

Taurasi, arriva In the Kitchen Tour dell’associazione Charming Italian Chef

Il Castello di Taurasi è stato per un giorno piazza di incontro tra un gruppo di chef provenienti da alcuni dei migliori ristoranti campani e i produttori di materie prime d’eccellenza del territorio Irpino, e non solo. In the Kitchen Tour, format itinerante attivo dal 2013 a opera dell’associazione Charming Italian Chef, ha lo scopo di riunire i professionisti del settore e farli lavorare insieme in uno scambio nel quale è coinvolta anche la filiera produttiva.

Nata nel 2009, CHIC (questo l’acronimo dell’associazione) raggruppa un centinaio di professionisti della ristorazione – compresi operatori di settori complementari,  come pizzaioli e pasticceri. In the Kitchen Tour è una jam session durante la quale gli chef incontrano le eccellenze produttive del territorio e ne traggono ispirazione per la creazione di piatti unici.

Quest’anno la scelta è ricaduta sul borgo irpino grazie a Paolo Barrale, uno dei soci fondatori di Charming Italian Chef e referente CHIC per la Campania. Barrale oggi è alle redini della cucina di Aria Restaurant a Napoli ma per anni è stato alla guida del ristorante della casa vinicola Feudi San Gregorio a Sorbo Serpico. E’ stato questo legame speciale con un territorio di eccellenza, non solo vinicola, ad orientare la scelta della nuova tappa, col sostegno dal sindaco di Taurasi, Antonio Tranfaglia, che insieme alla Società Sinfonia, gestore del Castello di Taurasi, ha aperto le porte della storica dimora alla manifestazione.

Le sale del castello marchionale hanno accolto sessanta chef tra i banchi di ventinove  produttori. Dalle nocciole tostate dell’Azienda Palmieri (Avellino) al tartufo di Partenio Truffle (Torelli-Torette), dal caciocavallo stagionato in grotta di D&D (Calitri) ai salumi di Giovanniello (Sturno), passando attraverso alcune delle cantine più note del territorio come Tenuta Cavalier Pepe, Armando Coppola o Miervini, ma anche coinvolgendo eccellenze nazionali come la pasta monograno Felicetti prodotta nel cuore delle Dolomiti,  i protagonisti della cucina hanno osservato, toccato, assaggiato, scelto. Per una quindicina di loro si è trattato di una vera e propria fucina in cui dare forma alle proprie creazioni, in poco meno di un’ora.

Lo scopo dell’associazione Charming Italian Chef è quello di permettere ai propri associati di esprimersi e raccontarsi attraverso una visione multidisciplinare e la condivisione di esperienze come quella del format In the Kitchen Tour, oltre che rappresentare una struttura di raccordo con la filiera produttiva, ci spiega Raffaele Geminiani, Presidente dell’associazione.

I criteri per essere ammessi all’interno dell’associazione sono legati alle capacità professionali degli chef oltre che alla consistenza del locale in cui lavorano, senza fare alcuna distinzione tra ristoranti gastronomici, trattorie o pizzerie.

L’evento di Taurasi è stato anche l’occasione per accogliere un nuovo socio in CHIC, Claudio Lanuto Chef del ristorante Anantara Grand Hotel Convento di Amalfi.

Tra gli chef impegnati nella kermesse ci sono stati: Paolo Barrale  di Aria Restaurant Napoli,

Giuseppe Stanzione del Glicine Hotel Santa Caterina di Amalfi, Armando Amoroso del ristorante Il Connubio Napoli, Claudio Lanuto del ristorante Anantara Grand Hotel Convento di Amalfi, Alessandro Piantedosi e Thom Lemercier del Ristorante Il Bulbo di Avellino, Luigi Barone del ristorante Villa Diamante a Napoli, Gioacchino Attianese di Casa del nonno 13 a San Severino, Francesco Cerrato di Casa Federici a Montoro,  Gianluca D’agostino di Joca restaurant a Napoli, Peppe Guida dell’Osteria Nonna Rosa a Vico Equense, Gabriele Piscitelli di Agape restaurant a Sant’Agata de’ Goti. La manifestazione si è conclusa con una cena d’autore aperta al pubblico.

Campania: torna Gustarte a Durazzano

Dal 21 al 24 Agosto 2025, torna la manifestazione Gustarte. L’iniziativa, nata nel 2015, è giunta alla sua nona edizione e si prefigge di coniugare l’arte culinaria con la cultura, principalmente nelle sue forme teatrali e musicali.

Gustarte si svolgerà a Durazzano, terra di confine tra la provincia di Benevento e quella di Caserta, un tempo campo di caccia dei Borboni e luogo che ospita uno dei tre ponti attraverso i quali è visibile l’acquedotto Carolino che alimenta la maestosa fontana della Reggia di Caserta.  La manifestazione si snoderà tra i vicoli ed i portoni del centro storico Capocasale, sito alle pendici del monte Jardino, in un percorso di gusto, sapori, suoni ed odori lungo oltre 1 km con più di 30 espositori.

I protagonisti saranno le eccellenze enogastronomiche ed artigianali del territorio sannita e casertano. Il teatro itinerante, a cura dell’artista Angelo ‘O Capitano Picone che presenterà il suo nuovo lavoro Tarantella Experience, e la musica popolare, con i Fusciacca, i Taraterrae e gli MPS (Movimento Popolare Sannita), faranno da suggestiva cornice agli stand. A chiudere il quadro di iniziative di una manifestazione che si pone come obiettivo quello di promuovere le eccellenze e di educare ad un’alimentazione sana ed a km zero, sono promosse diverse iniziative.

Anzitutto le Masterclass sul vino nei giorni 21-22-23 agosto curate dal dott. Pasquale Carlo, Curatore per la Campania della Guida Vini buoni d’Italia; in collaborazione con Slow Food Valle Caudina e con la Legambiente sannita, nei giorni di venerdì 22, sabato 23 e domenica 24, invece, verranno svolti alle ore 18.30 tre laboratori: due di natura culinaria ed un terzo sul tema del riutilizzo dei rifiuti; infine, domenica 24 agosto verrà svolta la Masterclass sull’Olio del Sannio a cura dall’agronomo Sebastian Limata e del Presidente nazionale dell’UNCI AGROALIMENTARE, dott. Gennaro Scogliamiglio.

Gustarte, però, è anche promozione delle professionalità locali e dei giovani imprenditori che credono nel territorio. Per questo, nei giorni 22-23-24 agosto nel cortile di palazzo Cice, palazzo nobiliare baricentro del centro storico “Capocasale” che oggi ospita la scuola alberghiera paritaria “Artusi”, tre chef di tre ristoranti durazzanesi,  proporranno per Gustarte  un menù a 4 portate esaltando i prodotti del territorio. Sempre nel cortile di Palazzo Cice, il giorno 21 agosto, inoltre, Terre di Janara, azienda cosmetica sannita, terrà un workshop in cui i partecipanti potranno cimentarsi nella produzione di uno scrub corpo con l’olio extravergine di oliva del Sannio e le erbe spontanee del territorio.

Infine, aspettando Gustarte alle 18.00 presso il giardino pensile di Palazzo Stasi, si terranno gli Aperigustarte, in cui verrà promosso il vino come base degli aperitivi in luogo dei classici alcolici. Dopo la chiusura degli stand Gustarte, presso palazzo Cice, sarà la volta dell’Altro Gustarte, in cui a suon di musica dance, aziende del settore beverage presenteranno i propri prodotti.

Per maggiori informazioni e per il programma completo dell’iniziativa si invita a seguire la pagina IG gustarte_durazzano o a visitare il nostro sito www.gustarte.org.

È on line la Guida ai migliori vini della Sardegna 2026 di Vinodabere

I numeri parlano, come sempre, chiaro, e sono riassunti voce per voce nella tabella allegata. Ma il primo dato eloquente è che su 305 campioni recensiti per l’Edizione 2026 della Guida on line ai migliori vini della Sardegna di Vinodabere, curata da Maurizio Valeriani e Antonio Paolini, i premiati con la Standing Ovation sono 98, praticamente uno su tre.

Con tre 100/100, l’inchino alla perfezione (o quel che più umanamente le assomiglia) che la testata giornalistica Vinodabere (www.vinodabere.it) non vuol negare (né negarsi) per chi la centra nel momento dell’assaggio a bottiglia anonimizzata. Quest’anno a fare bingo sono due Vermentino, il Ruinas del Fondatore 2022 di Depperu (un recidivo della qualità top), il Gallura Superiore Campianatu 2023 di Tenute Campianatu e un Cannonau di Sardegna, il Perdas Longas 2023 del pur titolatissimo Francesco Cadinu. Il tutto su un plafond di etichette testate di poco superiore alle 700 unità.

Chi ricordasse, o avesse sotto gli occhi i totali dello scorso anno, coglierà una differenza significativa: 100 in meno passati in assaggio. Ma la ragione c’è. Ed è dovuta in parti uguali alla difficoltà di un’annata, la 2023, che ha toccato in modo particolare i rossi (e in modo speciale la Barbagia), ma anche alla accresciuta maturità dei produttori. Che hanno fatto i conti a dovere con la necessità di impiegare solo le uve migliori e hanno proporzionalmente ridotto, per un anno, la gamma di etichette. A premiarli e consolarli almeno in parte, il risultato. I 2023 assaggiati sono risultati estremamente convincenti (sono, del resto, due dei tre 100/100); con molti vini definibili per brevità (e in modo forse inappropriato) base che, arricchiti dalla rinuncia a Riserve e/o Ghiradas, hanno centrato esiti, classe e sensazioni di tutto rispetto.

Dal punto di vista dei territori, esaminando le sub-regioni dell’Isola, la Gallura ribadisce e rafforza la sua vocazione per il Vermentino (17 Standing Ovation su 35 in Guida) e dimostra di aver trovato anche una via d’interpretazione molto territoriale per il Cannonau (4 Standing Ovation su 10 in Guida). Successo per il Vermentino anche in Romangia (4 Standing Ovation) e nel Coros (3 massimi allori). Pioggia di premi poi per l’ormai consolidata Mamoiada (12 su 21 Cannonau in Guida) che attraverso la scelta di farsi comunità vinicola compie ogni anno passi in avanti col suo Cannonau di montagna e la sempre più sorprendente Granazza.

Buone notizie anche da Orgosolo (3 su 4 i premiati con Standing Ovation) e da Oliena (5 su 9) che vede una sorta di rinascita del suo Nepente, emendato sempre di più da vecchie rusticità che lo frenavano. Quanto al Sud Sardegna, la bandiera resta il Carignano, con ben 7 Standing Ovation su 14. E, a dispetto di un evidente ritardo di consapevolezza e relativa comunicazione sulle potenzialità della zona, si copre di gloria anche Mandrolisai (7 premiati su 14), unica sub regione sarda con doc dedicata al proprio territorio.

Gli assaggi dei vini ossidativi (Vernaccia di Oristano e Malvasia di Bosa) e dolci dimostrano ancora una volta la grande distonia tra l’elevatissima qualità e le difficoltà commerciali che vivono queste tipologie di prodotti. Che meritano di guadagnarsi paladini e apostoli tra chi ne comprende il valore.

Infine: come diceva il grande Totò, è la somma che fa il totale. E il totale che ci pare balzi agli occhi è la crescita d’interesse che il mondo enoico sardo mette a segno ogni anno. E a chi, come Vinodabere, ne è stato testimone e narratore da pioniere, e in tempi non sospetti, il risultato odierno non può che fare immenso piacere.  

La Squadra

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

I testi che in Guida sono di: Salvatore Del Vasto, Paolo Frugoni, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Luca Matarazzo, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

La Guida completa è disponibile a questo link: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-vini-della-sardegna-2026-di-vinodabere-la-guida-completa/

Sardegna: “metodo Riemma”, relax senza rinunciare al gusto di una buona pizza

“Ogni pizza è un atto d’amore e, come tale, necessita di dedizione verso ogni ingrediente, di uno sguardo diverso ogni giorno per garantire un equilibrio costante” – con queste parole Emanuele Riemma, executive chef della pizzeria Maiori a Cagliari e Maiori Villasimius, presenta il Metodo Riemma.

E sono proprio equilibrio, precisione e disciplina le parole chiave del Metodo Riemma, un approccio unico, attento e preciso frutto di anni di ricerca e sperimentazione, che mira non solo a migliorare la qualità dell’impasto, ma lo eleva a una vera e propria esperienza sensoriale. Emanuele Riemma ha una passione innata per la disciplina e la precisione, il suo metodo nasce proprio da qui, dalla voglia di migliorare, interrogarsi senza mai dare nulla per scontato.

“Mi alleno ogni giorno per perfezionare un gesto che sembra semplice ma non lo è, perché racchiude in sé tecnica, ascolto e rispetto. Il mio banco da lavoro è un tatami e, come nel taekwondo, ogni dettaglio fa la differenza, anche quello invisibile agli occhi” afferma Emanuele che vanta una carriera agonistica di Taekwondo come campione italiano e atleta nazionale.

Emanuele, campano che ha portato la sua arte pizzaiola in Sardegna, propone per questo periodo una pizza leggera adatta a tutti, dagli amanti dello sport che scelgono l’isola e i suoi meravigliosi paesaggi per praticare attività all’aria aperta come trekking e ciclismo ma anche attività marine come surf, vela e canoa, alle famiglie in vacanza che scelgono la Sardegna per le sue spiagge da sogno, il mare cristallino e i fondali bassi, ideali per i bambini e che vogliono condividere momenti di convivialità, fino ai vip che possiedono ville esclusive e cercano un’esperienza gastronomica raffinata e salutare.

La proposta di Riemma si inserisce perfettamente nel contesto di quest’isola che attrae come ogni anno turisti da tutto il mondo, desiderosi di scoprire non solo le sue lunghe distese di sabbia bianca, le dune maestose, le piccole conche di acqua turchese senza dimenticare le dolci colline e le aspre creste montuose, ma anche di assaporare piatti autentici e innovativi. Il Metodo Riemma rappresenta un connubio tra tradizione e innovazione, equilibrio e precisione, un ponte ideale tra Campania e Sardegna che offre un’alternativa sana e gustosa per chi vuole prendersi cura di sé senza rinunciare al piacere di una buona pizza.

“Quando praticavo Taekwondo, durante le pause dalla dieta, mangiavo il calzone col salame, la margherita o la bianca con prosciutto, rucola e parmigiano. E ancora oggi che mi alleno non rinuncio a sedermi a tavola e gustare la mia pizza con calma”, afferma Emanuele Riemma che proprio per questo periodo estivo predilige e propone nelle sue pizzerie una pizza gustabile da tutti: sempre impasto lavorato con farina Varvello quindi con un basso indice glicemico e facilmente digeribile; questa caratteristica rende la pizza adatta a tutti, dagli sportivi ai diabetici, dai bambini a chi segue un’alimentazione controllata. 

E poi prodotti stagionali e campani come le verdure dalle zucchine ai peperoni, dalle melanzane al pomodoro fresco unito ad un fiordilatte ad alta digeribilità o senza lattosio. “Ho portato da sempre in Sardegna un’idea di pizza che sia leggera, equilibrata e per tutti, senza perdere di vista la qualità e il gusto autentico”, racconta Emanuele che offre alla sua vasta clientela, che sia in vacanza, in attività sportiva o semplicemente desideroso di un pasto sano, una pizza che rispetta le armonie tra equilibrio, precisione, leggerezza e innovazione.