Giuseppe Scicchitano protagonista da Pizza Week 2026 a Parigi

E la firma su due piatti esclusivi creati appositamente per la manifestazione

Giuseppe Scicchitano sarà protagonista mercoledì 14 ottobre a Parigi, da Peppe Pizzeria del quartiere Charonne a Parigi, nell’ambito della Pizza Week Paris Edition, il calendario di eventi dedicati alla pizza che dal 12 al 17 ottobre 2026 riunisce nella capitale francese le pizzerie legate al mondo di 50 Top Pizza.

Per l’occasione, lo chef napoletano porterà a Parigi la sua cucina di mare, nel segno della tradizione partenopea: due piatti pensati in esclusiva per la serata, che raccontano il legame con il Golfo di Napoli e l’idea di cucina essenziale e contemporanea alla base di Scicchitano Napoli.

«Con Peppe c’è un’amicizia vera, e ogni volta che torna a Napoli lo aspetto al ristorante. Cucinare nella sua casa, a Parigi, è come ritrovarsi a tavola. Ho scelto due piatti di mare, perché è quello che ci unisce» racconta Giuseppe.

A legare Giuseppe a Peppe è un’amicizia di lunga data, nata dall’attaccamento a Napoli e alla sua cucina. Ogni volta che Peppe torna in città, non manca di sedersi a tavola da Scicchitano Napoli. Per questo la partecipazione alla Pizza Week è stata una scelta naturale: Peppe apre la sua cucina all’amico Giuseppe per una serata dedicata al mare e ai sapori della loro terra.

DUE RICETTE CHE RACCONTANO LA CUCINA DI SCICCHITANO NAPOLI

I due piatti che Giuseppe Scicchitano porterà a Parigi il 14 ottobre sintetizzano al meglio il suo approccio: una cucina di mare che parte dalla qualità della materia prima, la lavora il meno possibile e lascia che siano gusto ed equilibrio a parlare, con un forte legame con la tradizione marittima partenopea riletto in chiave essenziale e contemporanea.

Si comincia con la Cheesecake di tartare di gamberi, ricotta, fresella, limone e maionese all’acqua di mare. Pochi ingredienti, tutti riconoscibili: la dolcezza del gambero crudo, la freschezza della ricotta, la fresella che richiama la tradizione marinara del Sud. A portare il Golfo nel piatto ci pensa la maionese all’acqua di mare.

Segue la Pizza con carpaccio di polpo, delicata crema di patate, fior di latte e beurre blanc al limone. Il polpo è uno dei grandi protagonisti della cucina napoletana e qui viene proposto nella sua versione più essenziale, in carpaccio, abbinato a una crema di patate morbida e a un fior di latte che arrotonda. Il beurre blanc al limone chiude con una nota agrumata, per un equilibrio che richiama la filosofia del locale: pochi ingredienti, ben scelti, in armonia tra loro.

GIUSEPPE SCICCHITANO: LA STORIA E L’IDENTITÀ DI FAMIGLIA

Giuseppe Scicchitano, classe 1990, è la terza generazione di una storica famiglia di ristoratori napoletani famosa nel mondo per ‘A Figlia d’o Marenaro, fondata nel 1943. Figlio di Nunzio e Assunta Pacifico, è cresciuto «a pane e tradizione» tra le cucine di famiglia: dal nonno ha ereditato il senso autentico della ristorazione popolare, dal padre la tecnica nell’aprire ostriche e frutti di mare, e dalla madre la passione per la cucina partenopea.

Oggi trasforma questa eredità nei due ristoranti Scicchitano Napoli, aperti nel 2019, con un rebranding nel 2024 e la recente apertura del secondo locale il 4 febbraio 2026: attraverso un progetto che valorizza il pescato del Golfo e lo trasforma in un’esperienza gastronomica contemporanea, dove la cucina di mare mantiene un forte legame con la tradizione ma viene riletta con uno stile essenziale. Esuberante, creativo e magnetico, Giuseppe è anche un volto noto sui social, con oltre due milioni e mezzo di follower tra Instagram e TikTok, dove racconta il suo mondo fatto di tradizione, innovazione e spettacolo culinario. In cucina e in sala trasforma ogni piatto in un racconto live, conquistando palati e follower, con ospiti come Willem Dafoe e Lorenzo Insigne.

La sua filosofia: «La vita è fatta di cambiamenti: o si cambia o si resta indietro. Oggi non conta solo ciò che fai, ma come lo fai e soprattutto come lo comunichi.»

“Incontri di Gusto”: sapori, territorio e solidarietà si incontrano a Sant’Anastasia

Il 20 ottobre l’evento promosso da Eklettica Cultura & Eventi riunirà chef, pizzaioli, pasticceri, bracerie, cantine, birrifici e bartender. Una serata dedicata alle eccellenze enogastronomiche e al sostegno di percorsi di inclusione e accoglienza

Il gusto come occasione di incontro, ma anche come strumento per raccontare un territorio, creare relazioni e sostenere valori condivisi. È lo spirito di “Incontri di Gusto – Il valore di esserci”, il progetto ideato dalla prof.ssa Rosa Rita Cirignano e promosso dall’Associazione Culturale Eklettica – Cultura & Eventi, l’appuntamento in programma martedì 20 ottobre 2026, a partire dalle ore 19:00, negli spazi de I Giardini di Villa Giulia, in via Padre Raimondo Sorrentino 4, a Sant’Anastasia.

La manifestazione nasce con l’intento di mettere insieme enogastronomia, cultura, solidarietà e territorio, trasformando una serata dedicata ai sapori in un momento di condivisione e sensibilizzazione. Non a caso il claim scelto per l’iniziativa è “Tempo ai sapori, spazio alle storie”, a sottolineare come dietro ogni proposta gastronomica ci siano persone, esperienze, tradizioni e identità da conoscere.

Protagonisti saranno professionisti e realtà del mondo food & beverage: chef, pizzaioli, pasticceri, bracerie, cantine e vinerie, birrifici e bartender, chiamati a raccontare attraverso le proprie creazioni il patrimonio gastronomico e produttivo del territorio, in un dialogo tra tradizione e innovazione.

Un’attenzione particolare è rivolta anche al mondo della formazione e dell’ospitalità, grazie al coinvolgimento diretto degli Istituti Alberghieri del territorio: l’IPSEOA “C. Russo – U. Tognazzi”, l’IISS “Manlio Rossi Doria” di Marigliano e l’ISIS “L. de’ Medici” di Ottaviano, allo scopo di favorire un dialogo concreto tra gli studenti e il mondo dei professionisti, delle imprese e dell’accoglienza.

“Incontri di Gusto” vuole infatti andare oltre la semplice degustazione. Al centro del progetto c’è il concetto di “esserci”, inteso come partecipazione e capacità di costruire legami. L’evento è organizzato a sostegno di percorsi di inclusione e accoglienza, mettendo l’enogastronomia al servizio di una più ampia riflessione sociale. Numerose le associazioni e le realtà che collaborano all’iniziativa, espressione di mondi differenti ma accomunati dall’attenzione alla solidarietà, all’inclusione, alla valorizzazione del territorio e alla partecipazione. Tra i partner sociali figurano associazioni come Su una Nuvola Blu (di Sant’Anastasia), Autismo in Movimento Campania, CIVES, AVIS Comunale Sant’Anastasia e la Cooperativa Arturo, insieme al sostegno ad iniziative come Costruiamo Gentilezza e Campania Mitis. Una rete che contribuisce a dare alla manifestazione una dimensione corale, nella quale cibo e convivialità diventano strumenti per abbattere distanze e favorire l’incontro.

Nella cornice de I Giardini di Villa Giulia, la serata si svilupperà attraverso un percorso enogastronomico che darà spazio alle creazioni degli chef e alle proposte dei professionisti del gusto, accompagnate da una selezione di vini e cocktail. Degustazioni, intrattenimento e musica dal vivo accompagneranno un’esperienza pensata per valorizzare le eccellenze del territorio e favorire l’incontro tra persone, professionalità e realtà diverse. 

I vini del Vesuvio, una preziosa risorsa per la Campania nel mondo

Due le masterclass guidate dalla giornalista Chiara Giorleo nell’ambito di Vesuvio Wines Experience Tour, per guidare stampa nazionale ed estera in uno studio approfondito dei vini del Vesuvio.

Partendo dal territorio e dalle sue caratteristiche, abbiamo disegnato un quadro completo della produzione vinicola di uno dei vulcani più famosi al mondo attraverso una serie di campioni rappresentativi. I due approfondimenti ci hanno restituito la fotografia chiara di un territorio in evoluzione da una vitivinicoltura di stampo tradizionale verso  scelte che, pur ben radicate nell’eredità territoriale, risultano sempre più distintive,  moderne e capaci di marcare il passo di un mercato esigente.

Il complesso Monte Somma – Vesuvio è costituito da due blocchi: il Monte Somma, geologicamente più antico e complesso, costituito da terreni vulcanici misti ad argilla; il Vesuvio, di più recente costituzione, il cui suolo è rappresentato da sabbie e ceneri vulcaniche scure. La caratteristica principale di questo territorio è l’alta concentrazione di potassio, che se da un lato rende i suoli particolarmente fertili dall’altro determina un innalzamento del PH del mosto d’uva abbassandone l’acidità. Da un punto di vista pedoclimatico, il Consorzio Tutela Vini Vesuvio guidato dal suo presidente Ciro Giordano, ha mappato il territorio suddividendolo in quattro quadranti, per meglio individuare le caratteristiche dei vini: Vesuvio mare (versante ovest), Vesuvio terra (versante sud), Monte Somma terra (versante est), Monte Somma Mare (versante nord).

I disciplinari di riferimento per la produzione vinicola sono tre: Vesuvio DOP, Catalanesca del Monte Somma IGP, Pompeiano IGP. Il primo è chiaramente quello più rappresentativo e storicamente rilevante; l’IGP Catalanesca è quello di più recente costituzione risalente al 2011; il Pompeiano invece abbraccia tutta la provincia di Napoli ad esclusione di Ischia (quindi non è esclusivo dell’areale Vesuvio).

La Vesuvio DOP riconosce la possibilità di produrre vini sia in blend che in monovarietale. La denominazione dei vini in blend può riprendere semplicemente la denominazione Vesuvio oppure aggiungere al toponimo la dicitura Lacryma Christi, che ha valore puramente storico leggendario e non è indicativa di alcuna caratteristica specifica del vino. I monovarietali invece sono espressione dei vitigni più rappresentativi dell’areale – caprettone, falanghina, piedirosso e aglianico – che devono rappresentare almeno l’85% del vino.

Discorso a parte merita la catalanesca, che ha un proprio specifico disciplinare. Varietale importato nel XV secolo dalla Spagna per la produzione di vino, successivamente è stata registrata come uva da tavola, per poi tornare nuovamente ad essere riconosciuta come uvaggio destinato alla vinificazione nel 2006, fino alla costituzione di un disciplinare specifico nel 2011. Tale commistione è dovuta al fatto che la catalanesca è un’uva molto rigogliosa, caratteristica che la rende adatta anche al consumo da pasto.

I VINI BIANCHI

La base ampelografica dei vini bianchi è costituita principalmente da caprettone, falanghina, coda di volpe e catalanesca. Il caprettone è un uvaggio autoctono del Vesuvio, in passato spesso confuso con la coda di volpe, produce vini di media acidità, accentuata sapidità, con sentori citrini e di fiori bianchi. La catalanesca invece si caratterizza per vigoria e buccia spessa che la rende particolarmente resistente; produce vini di buona freschezza e sapidità, marcati da sentori più morbidi di frutta tropicale e albicocca.

Al netto delle peculiarità di ogni campione, la caratteristica principale della batteria di vini è la spiccata sapidità e la nota amaricante di fondo, elementi che, quando ben integrati, si traducono nell’eleganza degli sfaccettati bouquet di macchia mediterranea.

La nostra degustazione si apre con due spumanti metodo classico caprettone e catalanesca in purezza: Volo 31 VSQ di Tenuta La Mura, con sentori di erbe aromatiche e una screziatura ossidata, ha sorso largo e disteso, Català 1930 VSQ di Montesommavesuvio, sbuffi empireumatici ben integrati e sorso netto ed elegante. I due campioni sono rappresentativi di un buon grado di spumantizzazione in un territorio climaticamente caldo, che per le  caratteristiche intrinseche non favorisce lo sviluppo di una spiccata acidità.

I bianchi fermi si sono susseguiti in una carrellata che ha visto alternarsi monovarietali e blend di cantine collocate in ciascuno dei quattro quadranti Vesuvio:

Pietrargento Vesuvio Caprettone DOP 2025 di Tenuta Augustea (Somma Vesuviana  Monte Somma Terra): sentori sulfurei abbastanza persistenti, poi frutta bianca; sorso semplice, morbido e sapido; Munazei Lacryma Christi bianco DOP 2025 di Casa Setaro (Trecase – Vesuvio Terra)- caprettone in purezza: frutta a pasta bianca, fiori bianchi, rosmarino, sorso citrino e verticale con chiusura su pompelmo rosa; Gaius Vesuvio Lacryma Christi DOP 2025 di De Angelis 1930 (Vesuvio Mare)- 60% caprettone/40% falanghina: frutta esotica matura ed erbe mediterranee, sorso ampio, iodato e fresco; Eusebia Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2024 Masseria dello Sbirro (Ercolano – Vesuvio mare) – 80% caprettone/20% falanghina: lieve nota sulfurea, fiori gialli e vena citrina, un accenno di frutta secca tostata, sorso agrumato e fresco; Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2024 La Cantina del Vulcano (Somma Vesuviana – Monte Somma terra) – caprettone in purezza: screziatura ossidata anche al palato, frutta gialla, nota mentolata, sorso mediamente fresco e mediamente sapido; Vesuvio Lacryma Christi bianco Superiore DOP 2024 Cantina del Vesuvio (Trecase – Vesuvio Terra) – caprettone in purezza: naso ricco di frutta gialla e zest di limone candito, il sorso disteso ed equilibrato si richiama continuamente; Vigna del Vulcano Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2023 Villa Dora (Terzigno – Vesuvio Terra) 80% caprettone/20%falanghina: chiaro esempio di un’ottima evoluzione evoluzione che si esprime nel naso intenso di frutta tropicale matura, note lattiche e sentori fumée appena accennati, sorso lungo, morbido e senza spigolosità, di nota sapida ben integrata al sapore di erbe mediterranee; Summa Catalanesca del Monte Somma IGP 2024 Cantine Olivella (Sant’Anastasia – Monte Somma mare) – catalanesca in purezza: naso dolce di fiori bianchi, tiglio e sambuco, al palato fresco, invitante nel gioco alternato tra erbe mediterranee e  sambuco.

I VINI ROSATI E ROSSI

La base ampelografica dei rossi vesuviani vede protagonista il piedirosso affiancato da aglianico, sciascinoso, guernaccia e olivella.

Il piedirosso è un vitigno di non facile gestione sia in vigna che in cantina: sensibile a virosi, è soggetto a fenomeni di riduzione ma, al contempo, il basso livello di antociani che lo caratterizza può determinare anche opposti fenomeni di ossidazione nella ricerca di un equilibrio in fase di vinificazione. I vini da piedirosso sono color rubino scarico, di acidità e tannicità media, sapidi, dal bouquet  floreale.

Anche in questa seconda batteria a spiccare è la sapidità, che trova il suo equilibrio quando è integrata nella trama tannica.

Apriamo la degustazione con una bollicina metodo charmat Capafresca VSQ rosé extra dry di Cantine del Vesuvio da aglianico in purezza, di semplici sentori fruttati e floreali ma brioso, con dosaggio ben equilibrato dalla spiccata freschezza Seguono due rosati, Rosato Pompeiano IGP 2025 Bosco de’ Medici (Vesuvio mare) – piedirosso in purezza: fruttato e floreale con una leggera nota fumée, al palato gustoso e di media lunghezza; Ereo Vesuvio rosato DOP 2025 Cantine Olivella (Sant’Anastasia – Monte Somma Mare) – blend piedirosso, guernaccia e sciascinoso: erbe mediterranee e sentori mentolati, sorso pieno e sapido; 1936 Piedirosso Pompeiano IGP 2025 Antiche Radici (Vesuvio mare) – piedirosso surmaturo: naso di garofano e profumi erbacei, sorso lievemente dolce e succoso; Muscari Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2025 Le Lune del Vesuvio (Vesuvio Terra) – piedirosso e aglianico: speziato ed empireumatico, con sentori persistenti di torba, sorso fresco e saporito di trama tannica ruvida; Don Fiore Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2025 Fioravante Romano (Ottaviano – Monte Somma mare)  80% piedirosso/10% aglianico, 10% olivella: frutto rosso, sorso immediato e sapido dal tannino ben integrato; Fuocoallegro Vesuvio Piedirosso DOP 2023 Casa Setaro (Trecase – Vesuvio Terra): frutto scuro, lievi sentori fumée, mediamente fresco al palato, gustoso, tannino scorrevole e buona lunghezza; Lahar Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore DOP 2023 De Falco Vini (San Sebastiano al Vesuvio – Monte Somma Terra)  piedirosso in purezza: frutto rosso, kirsch, spezie dolci, sorso caldo, dominato dal legno, buona sapidità e tannino polveroso; Forgiato Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2022 Villa Dora (Terzigno – Vesuvio terra) 80% piedirosso/20% aglianico: floreale, speziato, lievemente fumée, al palato pulito, succoso e lungo, tannino euilibrato e ben integrato; Vigna Lapillo Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore DOP 2021 Sorrentino Vini (Boscotrecase -Vesuvio mare) 80%piedirosso/20%aglianico: frutto scuro fresco, note iodate, liquirizia, palato ampio, fresco, di buona trama tannica integrata.

Falstaff Sparkling Party celebra l’eleganza delle grandi bollicine a Napoli

Dalle cuvée in Magnum della storica Maison di Épernay al potenziale dell’Alta Langa DOCG, Falstaff Sparkling Party ha riunito al Chiostro di San Francesco al quartiere Vomero a Napoli oltre 300 ospiti, 40 cantine e più di 120 etichette. Una giornata che ha messo a confronto la tradizione francese e le ambizioni del Metodo Classico italiano.

La prima edizione napoletana dell’evento organizzato da Falstaff Italia è stata un successo. Una cornice suggestiva, con le arcate storiche affacciate sul golfo, ha ospitato oltre 300 partecipanti tra professionisti del settore, giornalisti e appassionati, insieme a più di 40 cantine e oltre 120 etichette. Un percorso che ha attraversato alcune delle principali espressioni della spumantistica italiana, dal Prosecco al Trento DOC, dall’Alta Langa alla Franciacorta, con una significativa incursione nella regione francese dello Champagne.

Il risultato è stato un confronto tra territori, metodi produttivi e sensibilità enologiche differenti, nel quale la dimensione conviviale non ha escluso l’approfondimento tecnico. A scandire il programma sono state tre masterclass, tutte esaurite, dedicate all’Alta Langa, a Champagne Boizel e a Ca’ del Bosco.

Alta Langa DOCG, la risposta italiana alle grandi bollicine

Il programma ha riservato spazio all’Alta Langa con la masterclass Il futuro del Metodo Classico italiano, guidata da Simon Staffler direttore di Falstaff Italia e Giovanni Minetti, presidente del Consorzio Alta Langa DOCG. Un appuntamento che ha riportato l’attenzione sul Piemonte e su una denominazione il cui carattere si fonda sulla vocazione delle colline, sulla raccolta delle uve e su tempi di elaborazione rigorosi.

L’Alta Langa DOCG comprende spumanti bianchi e rosati prodotti esclusivamente con il Metodo Classico, ossia attraverso la rifermentazione in bottiglia. Il disciplinare prevede che la base ampelografica sia costituita per il 90–100% da Pinot Nero e/o Chardonnay; per la quota restante possono concorrere altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione in Piemonte.

La zona di produzione interessa le province di Alessandria, Asti e Cuneo. I vigneti devono trovarsi in collina, a un’altitudine non inferiore a 250 metri sul livello del mare, in aree caratterizzate da condizioni adatte alla maturazione delle uve destinate alla spumantizzazione.

Un elemento distintivo è l’obbligo di indicare l’annata di raccolta delle uve. L’affinamento minimo previsto dal disciplinare è di 30 mesi sui lieviti per le tipologie spumante e spumante rosato e di 36 mesi per le versioni Riserva. Il tempo trascorso in bottiglia contribuisce allo sviluppo della complessità aromatica e della struttura, senza annullare il ruolo della freschezza, componente fondamentale dell’equilibrio di un grande spumante.

Tra le espressioni piemontesi del Metodo Classico, Marcalberto racconta una visione artigianale della spumantistica, costruita sulla valorizzazione del Pinot Nero e dello Chardonnay provenienti dai vigneti collinari delle Langhe. L’azienda di Santo Stefano Belbo adotta una filosofia produttiva attenta alla pressatura soffice e all’affinamento delle basi in legno, prima della rifermentazione in bottiglia e della lunga sosta sui lieviti. Una scelta che mira a preservare l’identità del frutto e a coniugare complessità e freschezza.

La gamma comprende diverse interpretazioni dell’Alta Langa DOCG, dal Millesimato al Blanc de Blancs, ottenuto da Chardonnay in purezza, fino al Nature, realizzato esclusivamente con Pinot Nero e senza solfiti aggiunti. Quest’ultimo, con un residuo zuccherino di 2,8 grammi per litro, si colloca nella categoria Brut Nature. Una pluralità di stili che dimostra come, all’interno della stessa denominazione, il Metodo Classico possa trovare espressioni differenti, mantenendo un saldo legame con il territorio e con il lavoro in cantina.

Le bottiglie e il valore del tempo

Tra le etichette segnalate da AIS Napoli nel resoconto della degustazione generale del Falstaff Sparkling Party figura la Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino, espressione dell’Alta Langa che si distingue per un affinamento di 140 mesi sui lieviti, pari a undici anni e otto mesi.

Il dato rende immediatamente comprensibile quanto possa essere ampio l’orizzonte temporale del Metodo Classico. Un affinamento così lungo non rappresenta semplicemente un’attesa, ma un investimento produttivo che richiede selezione delle uve, gestione delle riserve, controllo delle condizioni di cantina e una visione precisa dell’evoluzione del vino.

Il confronto con Champagne Boizel diventa comunque particolarmente interessante proprio su questo terreno. Le due realtà appartengono a contesti differenti, con storie e disciplinari propri, ma condividono l’importanza attribuita alla rifermentazione in bottiglia e all’affinamento sui lieviti. È il territorio, insieme alle scelte di cantina, a determinare le differenze di stile che il degustatore è chiamato a riconoscere.

A catturare maggiormente la curiosità è stata la spettacolare bottiglia di Champagne Blanc de Blancs 2012 Brut Grand Cru Legras & Haas Magnum rappresenta un’interessante espressione della tradizione champenoise. Prodotto esclusivamente da uve Chardonnay, come suggerisce la dicitura Blanc de Blancs, proviene da vigneti classificati Grand Cru e si confronta con una delle sfide più affascinanti della spumantistica: preservare freschezza e tensione minerale, lasciando al tempo il compito di sviluppare complessità. L’annata 2012, particolarmente significativa per gli Champagne, aggiunge interesse a una bottiglia in formato Magnum, da 1,5 litri, il cui maggiore volume può favorire un’evoluzione più lenta rispetto al formato standard, a parità di condizioni di conservazione. Un vino che consente di approfondire il rapporto tra Chardonnay, maturità e capacità evolutiva, mettendo in luce una delle interpretazioni più raffinate del Metodo Classico francese.

Franciacorta e le altre anime della spumantistica

Anche i banchi d’assaggio hanno restituito un panorama articolato. Nel resoconto di AIS Napoli compaiono, tra le altre, le interpretazioni di Berlucchi, con la linea Vintage Nature, e Antica Fratta, con Essence Noir, accanto alla già citata Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino. Etichette differenti per provenienza e impostazione produttiva, accomunate dall’attenzione alla qualità e al carattere del vino.

La varietà delle proposte ha mostrato quanto sia riduttivo parlare delle bollicine italiane come di un’unica categoria. Il Metodo Classico è una tecnica, ma il vino che ne deriva è il risultato di un insieme di fattori che cambiano da una denominazione all’altra e da un produttore all’altro.

Napoli, dove il vino incontra la cucina

Falstaff Sparkling Party non si è però esaurito nelle degustazioni. La proposta gastronomica ha accompagnato il percorso enologico con una selezione di specialità che ha dato spazio alla cultura alimentare campana.

Salvatore Salvo ha preparato al momento la Margherita nella versione “a portafoglio”, uno dei gesti più riconoscibili della tradizione popolare napoletana. Armatore ha portato i sapori del mare di Cetara, mentre Casa Iuorio ha proposto le conserve della linea Stappa & Mangia. A completare l’offerta, i panettoni milanesi Flamigni e i grissini artigianali de I Bibanesi.

Il dialogo fra vino e cucina ha aggiunto una dimensione concreta alla degustazione: le bollicine non soltanto come protagoniste dell’aperitivo o delle occasioni celebrative, ma come vini capaci di accompagnare un pasto e confrontarsi con consistenze, sapidità e intensità differenti.

Oltre il brindisi, una cultura del vino

La prima edizione napoletana di Falstaff Sparkling Party ha dimostrato come una manifestazione dedicata alle bollicine possa unire divulgazione, confronto professionale e convivialità. Il successo di pubblico e il tutto esaurito delle tre masterclass confermano l’interesse verso un settore nel quale la competenza tecnica si accompagna sempre più alla curiosità dei consumatori.

Champagne Boizel ha portato al centro della scena il valore di una storia familiare e di uno stile costruito nel tempo. L’Alta Langa ha mostrato, attraverso il proprio disciplinare e le sue interpretazioni più ambiziose, le possibilità di crescita del Metodo Classico italiano. La Franciacorta ha completato il quadro con una delle espressioni più riconoscibili della spumantistica nazionale.

In una città che ha fatto della tavola un linguaggio di identità e accoglienza, il vino ha trovato una cornice capace di valorizzarne tanto il piacere quanto la cultura. Perché una grande bottiglia contiene il luogo da cui proviene, il tempo che ha attraversato e le scelte di chi l’ha prodotta.

Il mare in montagna con lo Sciuscià di Agricola Bellaria

C’è un’espressione nel mondo dell’enologia, promossa da Andrea Lonardi, assieme ai colleghi master wine Gabriele Gorelli e Pietro Russo che a un primo ascolto potrebbe sembrare un paradosso geografico o una semplice licenza poetica: “il mare in montagna”. Viene utilizzata per descrivere i grandi vini bianchi della provincia di Avellino, in particolare il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo. Eppure, dietro questa suggestione si cela una verità geoclimatica e storica impressionante, capace di spiegare perché un sorso di vino nato tra vette e boschi appenninici possa ricordare in modo così nitido la brezza e la salinità marina.

La montagna nel calice: il clima d’alta quota

L’Irpinia è un territorio marcatamente montuoso e collinare, incastonato lungo l’Appennino Campano. Qui la viticoltura sfida le altezze, sviluppandosi in pendenze che oscillano stabilmente tra i 500 e i 700 metri sopra il livello del mare.

Tale isolamento montano garantisce alle viti un clima di stampo prettamente continentale. Gli inverni sono rigidi e nevosi, le estati ventilate, ma soprattutto l’intera area è dominata da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Questo sbalzo termico costante agisce come un congelatore naturale per l’acidità delle uve e stimola la pianta a sviluppare profumi intensi, freschi e verticali.

Il mare nel sottosuolo: il segreto dell’antico oceano

Se il clima irpino è figlio della montagna, l’anima del vino è figlia del mare. Per comprenderlo occorre fare un salto indietro di moltissimi milioni di anni, all’epoca in cui l’attuale provincia di Avellino si trovava interamente sommersa dal fondo di un immenso oceano primitivo, la Tetide.

Infatti, l’Irpinia è nata dalla chiusura e dalla compressione dei fondali di quell’antico oceano primordiale a causa della collisione tra la placca africana e quella euroasiatica.

Quando i movimenti tettonici hanno spinto verso l’alto la catena appenninica, quei fondali oceanici sono diventati vette, intrappolando ad altitudini elevate sedimenti marini, argille e rocce calcaree. Il risultato è quello che gli esperti definiscono il “doppio suolo irpino”: un terreno stratificato dove le radici più profonde delle vecchie vigne scavano in un substrato marino ricchissimo di minerali e gusci di conchiglie fossilizzate. Più in superficie, questo strato millenario è ricoperto da un “cappello vulcanico” composto da ceneri, pomici e lapilli, depositati in epoche molto più recenti dalle storiche eruzioni del Vesuvio e dei Campi Flegrei.

Quando si assaggia un Fiano o un Greco, questa complessa combinazione geologica si traduce in una spiccata sapidità, in una forte mineralità e in una freschezza quasi tagliente. Al palato il sorso regala una sensazione nitidamente salmastra, una vera e propria firma salina lasciata dal mare preistorico, per quanto il legame tra geologia e sapore sia indiretto e più complesso della semplice suzione radicale.

Il caso Candida: dove la terra custodisce le conchiglie

Se questo fenomeno abbraccia l’intera denominazione, c’è un luogo dove la memoria dell’oceano si mostra in modo evidente: è il comune di Candida, un borgo situato a circa 570 metri d’altezza e cuore storico della DOCG del Fiano di Avellino.

A Candida il legame biologico con l’antico mare è tangibile a occhio nudo lungo i filari. Il territorio poggia direttamente su terreni risalenti all’Eocene, caratterizzati dalla massiccia presenza del cosiddetto “calcare nummolitico“. Le nummiliti erano piccoli organismi marini monocellulari con un guscio calcareo a forma di moneta che popolavano i fondali oceanici. Camminando tra i vigneti di questo comune, non è affatto raro imbattersi in pietre e rocce affioranti che mostrano chiaramente i segni di queste conchiglie preistoriche fossilizzate.

Il suolo di Candida si presenta come un mosaico perfetto: i calcari marmorini e le arenarie oceaniche nutrono la spina dorsale acida della pianta, per utilizzare una metafora, mentre le argille marine trattengono l’idratazione profonda nei mesi estivi, rilasciando una costante freschezza.

Questo micro-terroir si riflette fedelmente nel calice. Il Fiano di Avellino che nasce a Candida si distingue nell’intero areale per una sapidità sferzante e una struttura poderosa. È un vino che non teme il tempo; anzi, la forte matrice calcareo-marina gli consente di evolvere in bottiglia per anni, sviluppando nel tempo un’affascinante complessità aromatica dominata da note di nocciola tosta e sfumature di idrocarburi. Un ambasciatore perfetto, capace di dimostrare come la storia della Terra possa essere raccontata attraverso il sapore di un vino.

Dal mito alla terra: l’interpretazione di Agricola Bellaria

Se la geologia fornisce lo spartito, sono i viticoltori a doverlo interpretare e, un esempio lampante di questa archeologia enologica applicata alla bottiglia, è rappresentato da Agricola Bellaria, una delle realtà più dinamiche e premiate del territorio irpino, la cui storia si intreccia indissolubilmente con le colline di Candida.

L’avventura di questa cantina affonda le radici nella passione della famiglia Maffei, storica dinastia di Roccabascerana che da secoli abita nel centro storico del borgo, all’ombra del celebre tiglio tricentenario che oggi campeggia fiero nel logo aziendale. Nata inizialmente nel 2002 per valorizzare la produzione di olio extravergine di oliva da piante secolari, l’azienda compie la sua vera svolta enologica nel 2007 con la nascita delle prime etichette, per poi consolidarsi definitivamente nel 2011 grazie all’incontro strategico con Antonio Pepe, manager e viticoltore di Montefalcione con tre generazioni di esperienza contadina alle spalle.

Fin dagli esordi, la filosofia di Agricola Bellaria è stata guidata da un doppio binario: un rispetto viscerale per i vitigni autoctoni, coltivati seguendo i dettami della lotta integrata per preservare l’ambiente, unito a una forte vocazione internazionale che ha portato i suoi bianchi a trionfare nelle più severe degustazioni alla cieca di tutto il mondo.

Vigna Boschi: dove il Fiano incontra i “chicchi d’oro”

Il punto di contatto perfetto tra la storia della cantina e il segreto marino di Candida si chiama “Vigna Boschi”. È in questa specifica e singola parcella aziendale, un vero e proprio cru situato nel cuore del territorio comunale di Candida, che Agricola Bellaria raccoglie i grappoli per il suo Fiano di Avellino DOCG “Vigna Boschi”. Un vigneto che l’azienda stessa ama definire come un “paradiso terrestre”, esposto al sole d’alta quota e radicato proprio su quei terreni calcareo-argillosi saturi di nummiliti e fossili oceanici.

La mano dell’enologo interviene qui per preservare l’estrema purezza del vitigno, senza alterazioni chimiche o mascheramenti in legno. Le uve, vendemmiate rigorosamente a mano nella prima decade di ottobre, affrontano una criomacerazione e una pressatura soffice, per poi maturare in acciaio con la tecnica del bâtonnage.

Il risultato è un Fiano in purezza di straordinaria verticalità. Nel calice, il “Vigna Boschi” esprime un profilo olfattivo intenso e fine, ma è al palato che rivela la sua vera natura: dritto, fresco, sorretto da una spina dorsale acida monumentale e da una sapidità sferzante che pulisce la bocca e lascia un lungo ricordo salmastro. È un vino progettato per sfidare gli anni, capace di evolvere nel tempo verso quelle note complesse e minerali che solo il “mare in montagna” di Candida sa regalare.

Sciuscià: il Mare in Montagna con le Bollicine

Per poter descrive lo Sciuscià è stato necessario descriverne l’origine dei suoi su cui si allevano le uve Fiano necessarie alla sua produzione e del Vigna Boschi, di cui è la versione mossa.

Per lo Sciuscià Irpinia Fiano Doc Metodo Classico Extra Brut 2022, con sboccatura 28 luglio 2026, sono state prodotte soltanto 2700 bottiglie. Le uve, durante la vendemmia di quattro anni fa, sono state raccolte a mano proprio presso Vigna Boschi a Candida e, andando a memoria, con un anticipo di tre settimane per ingraziarsi più acidità possibile, rispetto al Fiano fermo della maison vitivinicola.

Senza diraspare e con pigiatura ultra-soffice, le uve sono state avviate alla prima fermentazione in acciaio e, dopo 8 mesi sulle fecce fini, alla seconda in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage. Dopo 38 mesi, a partire dalla seconda fermentazione, è stata effettuata la sboccatura.

La veste dello Sciuscià è elegantemente dorata, di un colore decisamente carico, con un perlage finissimo, per una bollicina di classe, numerosa e non troppo persistente. Al naso il guscio d’ostrica si fonde alle note di lievito, che ricordano il pane appena sfornato, poi alla salvia essiccata e al timo limonato; una apparente nota sulfurea volge subito in idrocarburo, come di nafta vergine, lasciando spazio al cedro candito, alla pesca gialla, al miele di zagara e al confetto di mandorla. Dall’elegante perlage, al palato, ne risulta una texture cremosa. L’ingresso è sapido, subito inondato di sferzante freschezza, con note citriche che rievocano i precedenti riconoscimenti odorosi, cui va ad aggiungersi il pompelmo, e un touch d’ananas non maturo. Ritorna altresì la macchia mediterranea col timo, limonato naturalmente, e la salvia.

Lo Sciuscià di Agricola Bellaria vede il sorso sigillato da un finale leggermente ammandorlato e piuttosto lungo. Ideale per un brindisi dedicato alla fine di questa estate, con cena galante a base di cernia di fondale al forno su fonduta di patate al burro d’Isigny e zafferano.

Chi non conosce il Vesuvio?

Uno dei vulcani più famosi al mondo, la cui massiccia presenza non può essere ignorata da chiunque attraversi la Campania. Il Vesuvio si mostra con un volto sempre diverso a seconda della prospettiva  da cui lo si guarda: viaggiando da nord, il suo profilo è visibile già da Capua, nelle dolci forme boscose del Monte Somma; man mano che si scende verso sud, lungo i comuni del Miglio d’Oro e proseguendo poi internamente verso est, la vista è dominata dal tipico cono brullo e terragno che mai perde la maestosa imponenza che lo caratterizza.

Il Vesuvio ha “tiranneggiato” per secoli questo territorio con le sue periodiche eruzioni (l’ultima nel 1944) e continua a dominarlo: vulcano ancora attivo anche se in stato quiescente, è l’esempio più evidente di natura al tempo stesso sterminatrice e generosa. Nota infatti è la fertilità del suolo di questa Regione, anche per questo motivo definita in passato Campania Felix.

Al Gigante campano e ai suoi vini è stato dedicato un focus di due giorni, Vesuvio Wines Experience Tour, un approfondimento dettagliato sul terroir Vesuvio nel senso più ampio del termine: territorio, produzione vitivinicola e agricola, storia e tradizioni. Due masterclass, la visita al cono del Vesuvio, alla Villa Augustea di Somma Vesuviana, alle vigne di produzione, l’incontro diretto con i produttori hanno caratterizzato la due giorni organizzata dal Consorzio Vini Vesuvio per stampa nazionale ed estera.

Sebbene disciplinati a partire dal 1983, molte sono le evidenze archeologiche che mostrano come in questo territorio la produzione vinicola fosse già attiva e prolifica in epoca romana.

Ne sono testimonianza esempi di ville rustiche completamente dedicate alla produzione del vino, come Villa Regina – inclusa nel complesso archeologico di Pompei emerso a partire dal 1748 – o il più recente ritrovamento, avvenuto sul versante opposto del Vesuvio, la Villa Augustea di Somma Vesuviana. È oggi acclarato che proprio il versante nord est del Vesuvio, rispetto al più noto binomio Pompei-Ercolano, avesse una rilevanza maggiore nell’economia del territorio, all’interno del triangolo costituito dagli importanti centri di Capua, Napoli, Nola.

La grande villa suburbana era dedicata a Bacco, divinità legata al vino, il cui culto, insieme a quello di Cerere – la divinità delle messi- era molto radicato sul territorio, a rappresentare le due colture più praticate: vite e grano. Nell’ultima fase di attività prima dell’eruzione del 472 d.C., che ne fece perdere definitivamente le tracce, la villa era una cantina di produzione vinicola, come appare evidente non solo dal cellaio con le tipiche anfore di terracotta, ma da altri elementi che hanno permesso di ricostruire tutte le fasi di produzione del vino. Ancora oggi, ci ha spiegato il professor Ferdinando De Simone, archeologo e sommelier, esperto di economia e viticoltura antiche, a capo della missione archeologica, alcune festività di quest’area vesuviana legate alla vendemmia ricalcano in molti aspetti le processioni che si facevano in onore di Bacco, a significare un legame mai dissolto tra viticoltura, territorio e popolazione locale. 

Oggi, la moderna produzione di vini vesuviani si distribuisce tra una DOP, la Vesuvio, e due IGP, Catalanesca del Monte Somma e Pompeiano, ed è valorizzata dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio che, attivo dal 2015, conta 400 ettari di vigne e raggruppa 114 consorziati tra coltivatori-conferitori, imbottigliatori e cantine di produzione. Queste ultime sono 35 sul totale delle altre tipologie di consorziati: proporzione che fotografa in maniera chiara lo sviluppo di un territorio a vocazione fortemente agricola e la sua evoluzione in forme strutturate e complete non solo di produzione vinicola ma, in alcuni casi, anche di ricettività eno-turistica. Un cammino in fieri, iniziato per affermare una produzione qualitativa – non sempre riconosciuta in passato- attraverso la costituzione del consorzio e la revisione del disciplinare Vesuvio DOC, che ha principalmente valorizzato i vitigni autoctoni dell’areale.

La base ampelografica è costituita nei bianchi da due uvaggi precipui del Vesuvio, caprettone e catalanesca, oltre che da coda di volpe, falanghina e greco; mentre tra i rossi troviamo in prima fila il piedirosso, seguito da aglianico, sciascinoso e olivella.

Da un punto di vista geologico, invece è corretto parlare di complesso Monte Somma-Vesuvio. Il Monte Somma è la parte più antica del vulcano, che prima dell’eruzione del 79 d.C. era un unico blocco con l’attuale cono; rappresenta il versante nord/nord-est del complesso, quello più fresco e boschivo, costituito da suoli vulcanici più complessi, con una percentuale argillosa; copre  tra il 20% e il 25% degli ettari di produzione. La parte Vesuvio invece è costituita dal cono emerso dopo l’eruzione del 79 d.C., quindi di formazione più recente, ed è costituito da suoli completamente vulcanici, di sabbie e ceneri; copre il 75% – 80% degli ettari di produzione.  La presenza di suoli vulcanici permette di preservare vigne a piede franco, talvolta ancora riprodotte attraverso la tecnica della propaggine, localmente chiamata calatura o pass annanz.

Partendo proprio da questa macro differenziazione è stato possibile suddividere l’intero territorio del complesso Monte Somma -Vesuvio in quattro quadranti, allo scopo di poter definire al meglio le caratteristiche dei vini prodotti e comprenderne le differenze, come apparso evidente nelle masterclass di approfondimento.

Un ulteriore passo avanti nella valorizzazione dell’areale, grazie a una nuova generazione di produttori, capace al contempo di mantenere vivo il patrimonio storico-agricolo tradizionale, che rende la viticoltura di questo territorio unica. Perché come scriveva la scrittrice Maria Orsini Natale: “Il Vesuvio è della gente che gli dorme sul cuore.”

Torna “Buongiorno Floridiana” firmato DROP

Pasticceria d’autore, degustazioni ed esperienze da vivere nel verde: tutti i sabati e le domeniche di ottobre a Flora Central – Garden Bar. Primi ospiti Marco Merola di Contemporanea Caserta e Tenuta Vitagliano

Tornano le colazioni in Floridiana. Da sabato 10 ottobre 2026, e per tutti i sabati e le domeniche del mese, Flora Central – Garden Bar, all’interno della Villa Floridiana, ospita una nuova stagione di “Buongiorno Floridiana”, il format firmato DROP dedicato alla colazione da vivere senza fretta, tra pasticceria d’autore, degustazioni e momenti di condivisione nel verde.

Al centro del progetto ci saranno le colazioni d’autore, affidate di volta in volta a ospiti del mondo della pasticceria, chiamati a interpretare il primo momento della giornata attraverso proposte tradizionali, contemporanee e creative.

Ad aprire il nuovo ciclo sarà Marco Merola di Contemporanea Caserta, protagonista del primo appuntamento di sabato 10 ottobre. Accanto alla proposta di pasticceria, sarà presente Tenuta Vitagliano, azienda vitivinicola a conduzione familiare di San Martino Valle Caudina, in Irpinia, nel territorio del Parco Regionale del Partenio. Una realtà che punta sulla valorizzazione del territorio e delle proprie uve, con una produzione che comprende vini a denominazione Irpinia DOP e Campania IGP.

La mattinata si svilupperà fino all’aperitivo, con degustazioni di vini e prodotti selezionati.

Spazio anche a esperienze dedicate al benessere, alla socialità e alla cultura, dallo yoga ai libri, dai gruppi di lettura alle letture condivise e ad altre occasioni d’incontro pensate per accompagnare il pubblico nel corso della mattinata.

Prosegue così il progetto di DROP di costruire momenti di aggregazione capaci di attraversare diverse fasce della giornata. Con “Buongiorno Floridiana” la dimensione della convivialità si sposta anche al mattino, mettendo insieme gusto, benessere, cultura e comunità in uno dei luoghi verdi più riconoscibili della città.

A fare da sottofondo alle mattinate sarà una selezione di lounge music, pensata per accompagnare la colazione e le attività senza diventare protagonista del format.

“Buongiorno Floridiana” torna così a scandire i weekend di ottobre con un appuntamento che unisce colazione, incontri, esperienze e tempo libero nel verde della Floridiana.

Buongiorno Floridiana – un format DROP

Dal 10 ottobre 2026

Tutti i sabati e le domeniche di ottobre

Flora Central – Garden Bar

Villa Floridiana, Napoli

Vinòforum 2026, quando il vino incontra l’eccellenza

Chi pensa di andare al Vinòforum semplicemente per assaggiare vino commette un grande errore. Vinòforum è molto di più: è una grande vetrina dedicata alle eccellenze enogastronomiche italiane e internazionali, un luogo dove vino, cucina, olio, pizza, cultura e territorio si incontrano dando vita a un racconto corale del gusto.

Grazie alla famiglia De Venuti, negli anni la manifestazione è cresciuta fino a raggiungere livelli sempre più importanti. Già due anni fa, in occasione del ventennale celebrato al Circo Massimo, avevo scritto che il successo di Vinòforum era ormai una certezza. L’edizione dello scorso anno, con il debutto nella prestigiosa cornice di Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, aveva ulteriormente confermato questa crescita. Nel 2026 è arrivata una nuova, significativa conferma: le presenze sono aumentate del 20%, raggiungendo circa 96.000 tra espositori, operatori, pubblico, stampa e istituzioni.

Ma il dato che più mi ha colpito non è soltanto quello numerico. È cambiato il pubblico. Non sono più soltanto i giovani che un tempo partecipavano soprattutto per bere un bicchiere di vino. Oggi Vinòforum richiama appassionati, professionisti, sommelier, operatori della ristorazione e semplici curiosi sempre più interessati a conoscere ciò che stanno degustando.

Ed è forse proprio questa la vera maturità raggiunta dalla manifestazione.

Un grande racconto dell’agroalimentare italiano

La 23ª edizione ha portato a Piazza di Siena oltre 40 ristoranti, circa 60 chef e maestri pizzaioli e centinaia di degustazioni. I 21 Temporary Restaurant hanno raccontato la cucina dei migliori ristoratori di Roma e del Lazio, mentre le The Night Dinner, realizzate in collaborazione con La Molisana, hanno registrato il tutto esaurito.

Il filo conduttore è stato il fattore umano: chef diversi, storie diverse, sensibilità diverse, unite dalla volontà di raccontare una ristorazione capace di mettere al centro persone, prodotti e territori.

«Questa edizione a Piazza di Siena segna un ulteriore grande traguardo nella storia di Vinòforum», ha dichiarato Emiliano De Venuti, organizzatore e CEO della manifestazione, sottolineando il ruolo di Vinòforum come piattaforma di valorizzazione e racconto dell’intero comparto agroalimentare italiano.

Un risultato che coinvolge anche le istituzioni. Roma Capitale, ARSIAL, Regione Lazio, ARSAC, Regione Calabria, MASAF, Regione Marche, Regione Abruzzo e Unaprol hanno contribuito a costruire una manifestazione sempre più articolata, capace di mettere in relazione territori e produzioni differenti.

Per il Lazio, in particolare, Vinòforum rappresenta una vetrina importante per valorizzare un patrimonio agricolo, vitivinicolo e gastronomico che merita di essere conosciuto sempre di più.

Il vino italiano guarda oltre i confini

Dal Consorzio DOC Friuli allo spazio Regione Lazio-ARSIAL, dalla Calabria alla Marche, dall’Abruzzo alla Strada del Barolo e ai grandi vini di Langa, Vinòforum ha portato in scena una fotografia ampia del vino italiano.

Accanto alle grandi cantine della Penisola, non è mancata una significativa presenza internazionale, con le etichette presentate dall’Ente del Turismo Spagnolo e dalla Georgia.

Ed è proprio qui che ho avuto la possibilità di partecipare a due interessanti masterclass, occasioni preziose per uscire dai confini del panorama enologico italiano e confrontarsi con territori e culture del vino molto differenti.

Alla scoperta dei vini della Regione di Madrid

La prima degustazione, condotta da Yolanda Ruiz, sommelier e guida ufficiale, è stata dedicata ai vini della Regione di Madrid.

La denominazione Vinos de Madrid è nata nel 1990 e comprende quattro sottozone, alcune delle quali caratterizzate da vigneti di montagna situati intorno agli 800 metri di altitudine.

Tra i vitigni più rappresentativi troviamo il Malvar, la Garnacha Tinta, l’Albillo Real e il Tempranillo. Particolarmente interessanti le varietà a bacca bianca autoctone, Malvar e Albillo Real, capaci di regalare espressioni territoriali di grande personalità.

Il primo assaggio è stato Albillo Real 4 Monos 2024, D.O. Vinos de Madrid, Subzona San Martín de Valdeiglesias.

Un vino dal naso complesso e intenso, dove emergono erbe aromatiche, frutta gialla e frutta secca, accompagnate da una delicata sfumatura fumé che ricorda il fieno bruciato. In bocca entra fresco, per poi sviluppare rapidamente una piacevole componente sapida e salina. La mineralità è importante e accompagna sensazioni agrumate e leggere note tostate. Un vino che riesce a coniugare freschezza e profondità.

Interessante anche il Camino de Navaherreros 2025 della Cantina Bernaveleva, sempre dalla Subzona San Martín de Valdeiglesias.

Al naso arrivano profumi floreali, fiori rossi e una delicata nota di fragolina di bosco. Il tannino è delicato e ben integrato. Al palato si mostra complesso ed elegante, sostenuto da una buona freschezza, ma capace di allargarsi in bocca attraverso sensazioni morbide e avvolgenti. La chiusura lascia una piacevole nota di ciliegia fresca.

Due vini diversi, ma accomunati dalla capacità di raccontare un territorio vitivinicolo ancora poco conosciuto dal grande pubblico italiano.

Georgia, dove il vino affonda le radici nella storia

Il secondo appuntamento mi ha portato molto più lontano, fino alla Georgia, in una degustazione condotta da Tamar Tchitchiboshvili, Wine Ambassador Georgia.

Qui il vino non è semplicemente una bevanda, ma parte integrante della storia e della cultura del Paese. La Georgia è infatti riconosciuta dall’UNESCO per l’antica tradizione della vinificazione nel metodo tradizionale georgiano.

Le tecniche tramandate di generazione in generazione prevedono l’utilizzo di lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, macerazioni prolungate sulle bucce e l’impiego del Qvevri, la tradizionale anfora di terracotta interrata nel terreno.

È una filosofia produttiva che oggi definiamo spesso “naturale”, ma che in Georgia rappresenta semplicemente una tradizione millenaria.

Il Cantina Dekanozishvili 2017 è un rosso che mette insieme l’antico metodo georgiano in Qvevri e la tradizione vinicola dell’antica Roma.

La cuvée è composta da Saperavi 68%, Otskhanuri Sapere 22% e Shavkapito 10%. Le uve, provenienti dai vigneti di famiglia, vengono sottoposte a un processo di appassimento prima della vinificazione. La fermentazione e il primo affinamento avvengono nel Qvevri per circa un anno, prima del successivo passaggio in botti di rovere.

Il risultato è un vino intenso e complesso, caratterizzato da un bouquet raffinato e da una struttura importante. Un rosso capace di raccontare, attraverso il bicchiere, l’incontro tra due culture enologiche lontane nel tempo ma sorprendentemente vicine.

Ancora più particolare il Gvinia Rkatsiteli, ottenuto da una delle più antiche varietà autoctone georgiane, coltivata nella regione di Meskheti.

Il colore ambrato-aranciato anticipa un profilo aromatico intenso. Frutta secca, spezie e richiami alla pesca si intrecciano a sensazioni più profonde di liquirizia, tabacco, legno e cuoio.

La lunga permanenza in Qvevri contribuisce a donare struttura, complessità e persistenza. È un’espressione che rientra a pieno titolo nella tradizione degli orange wine georgiani, dove il contatto prolungato con le bucce diventa elemento fondamentale dell’identità del vino.

Wine Top Tasting: il vino diventa cultura

Grande successo anche per le Wine Top Tasting, che hanno portato a Piazza di Siena il meglio dell’enologia italiana e internazionale.

Le degustazioni organizzate all’interno del Wine Theatre, in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier Lazio, hanno registrato il tutto esaurito. Ma gli appuntamenti dedicati alla cultura del vino hanno coinvolto anche gli spazi istituzionali della Regione Lazio-ARSIAL.

Accanto al vino, grande attenzione è stata dedicata al Parmigiano Reggiano e all’olio extravergine di oliva, con le masterclass organizzate da Unaprol EvooSchool.

È questa, probabilmente, la vera forza di Vinòforum: non limitarsi a mettere in fila produttori e prodotti, ma creare occasioni di conoscenza, confronto e approfondimento.

Una piazza che racconta l’Italia

Alla fine, rimane la sensazione di aver attraversato, in pochi giorni, un’Italia straordinariamente ricca.

Dal vino alla pizza, dall’olio al formaggio, dalla ristorazione alle produzioni agricole, Vinòforum ha saputo mettere in relazione produttori, chef, sommelier, comunicatori, professionisti e appassionati. E lo ha fatto nella splendida cornice di Piazza di Siena, trasformata ancora una volta in un grande palcoscenico del gusto.

La pizza è poesia a pochi passi dal mare di Posillipo

Di stereotipi su Napoli ce ne sono tanti, forse troppi. Alcuni belli e veri, altri molto cattivi poco veritieri e tanto ingigantiti e una parte di questi riguarda la cucina.

Dicono che si mangi tanto per tante ore, soprattutto pasta, fritti, pizza, la migliore in assoluto e che si beva una quantità smisurata di caffè. Io da napoletana posso dire che mi piace stare a tavola, amo nutrirmi soprattutto di carboidrati e che bevo caffè tra un pasto e l’altro, ma non sono mai stata una sostenitrice del “come si mangia qui, non si mangia da nessun’altra parte!”.

Sono dell’idea che bisogna assaggiare di tutto, allenando così mente e palato, e che se volete offrirmi un pezzo di pizza con l’ananas o una pizza in un bar a Trento potrei tranquillamente accettare, senza fare inutili paragoni.

Quindi direi di lasciar perdere le giurie che decretano dove fanno la miglior pizza, se Napoli, il resto della Campania o qualche altra città nel mondo. Non è questo il punto fondamentale, secondo me. Un buon impasto, ottimi ingredienti e tanta conoscenza possono essere qualità di un prodotto che non per forza dipendono dalle sue origini.



Però c’è una cosa su cui sono abbastanza sicura: a Napoli la pizza non è solo un piatto tipico. Qui l’arte della farina bianca diventa identità, storia, ricchezza e fonte di felicità per chiunque la gusti accanto al mare.

Da poche settimane, è arrivata una novità in città: il celebre ristorante Palazzo Petrucci a Posillipo, tra il Vesuvio e Palazzo Don’Anna, una delle strutture più misteriose e amate dai partenopei, ha aperto la propria pizzeria a piano terra. O meglio a piano sabbia.

Il nuovo inquilino a Palazzo è il pizzaiolo Davide Ruotolo, che chiamo “nuovo” solo per questa sede ovviamente, visto che da più di dieci anni guida egregiamente la pizzeria dell’omonima struttura a San Domenico Maggiore.
 
E così un luogo che per anni ha rappresentato, e rappresenta tuttora, l’alta cucina napoletana apre le sue porte a un’esperienza più informale, quella della pizza.

La sala è bianca, essenziale, nulla di particolarmente ricercato. Tavoli e sedie bianche, tovaglioli di carta, bicchieri e posate con dettagli blu. A dividere la sala dalla spiaggia e dal mare, solo una lunga vetrata che ospita i posti più panoramici per poter mangiare.



Presa dall’euforia e dalla bellezza del posto, decidiamo di ordinare due pizze speciali:

Davide Ruotolo
Focaccia con pomodorino semi-dry, stracciata di bufala,
zeste di limone, formaggio, origano e basilico

Nessun ingrediente sovrastava l’altro, rendendo la pizza leggera, fresca, croccante. È stato il saluto perfetto all’estate.

Lino Scarallo
Crema di cipolla, fiordilatte, pecorino, acciughe e lime

Con questa mi sono divertita di più. La crema di cipolla era così dolce che contrastava perfettamente la sapidità delle acciughe, ci avrei fatto la scarpetta con quella crema.

Al posto di una terza pizza, ho chiesto di assaggiare un piccolo miracolo racchiuso in una coppa creato apposta per il giorno di San Gennaro: Metamorfosi di Margherita.
Oltre al sangue del Santo Patrono, anche il mio cuore si è sciolto.



Potrei dirvi che è stata la pizza più buona che abbia mangiato negli ultimi mesi, oppure potrei fare il contrario e cercare quel dettaglio che non mi ha convinto perché in fondo una recensione sembra quasi obbligata a trovare qualcosa da promuovere o da bocciare ma sarebbe riduttivo.

Perché tra la sapidità delle alici, la delicatezza della burrata e la scarpetta col cornicione che volevo farmi con la crema di cipolla, c’era qualcosa che andava oltre quello che stavo mangiando. Era la sensazione di sentirsi speciali.

Non l’idea di aver mangiato una buona pizza in un posto straordinario, ma quella di aver capito ancora una volta che il cibo non è soltanto quello che hai nel piatto. È il luogo, è chi te lo serve, è chi hai accanto, è il momento, è il piacere di condividere un pensiero. È la sensazione che ti resta quando ti alzi da tavola.

Una buona pizza, in fondo, la si può mangiare ovunque. Ma, con questo tocco di poesia e romanticismo, solo a Napoli.

DAMBO, una fetta di New York nel cuore di Napoli

Nel cuore della city napoletana, a Piazza Municipio, c’è un posto dove appena entri sembra di attraversare una porta spazio-temporale.

Un attimo prima sei a Napoli, con il Maschio Angioino davanti agli occhi. Quello dopo potresti essere in un jazz club londinese. E no, non serve nemmeno il biglietto aereo.

Questo è DAMBO Beef & Grill.

La scorsa settimana è partita la seconda stagione delle DAMBO Jazz Nights, il progetto di Amedeo Quagliata e Maria Mazza , con la direzione musicale di Carmine Marigliano.

Alla voce Helen Tesfazghi accompagnata alla tastiera da Marco Fiorenzano e al sax da Umberto Muselli, uno dei più rinomati al mondo. Qui la musica non è un semplice sottofondo, ma entra nella serata e diventa parte dell’atmosfera.

E poi c’è la cucina.

La focaccella a lievitazione naturale, che segue i suoi tempi e riposa circa 12 ore prima della cottura. E si sente: è una di quelle cose semplici solo in apparenza.

Proposta con varie possibilità ti topping che variano ogni giorno. 

E poi ancora carne di grande qualità, selezione Cillo, uova biologiche PeppOvo e una bella carta dei vini. Non solo ristorante ma anche cocktail bar con una grande varietà di drink in lista.

Il tutto dentro un ambiente che affascina: stile industriale, metallo, mattoni, grandi spazi e quell’aria un po’ anni ’90 che fa subito New York.

L’ispirazione arriva infatti da DUMBO, iconico quartiere di Brooklyn, conosciuto da Amedeo e Maria durante uno dei loro viaggi (sono una coppia non solo nel lavoro ma anche e sopratutto nella vita).

Ma qui non c’è una copia di New York. C’è una Napoli che prende ispirazione da fuori e la fa sua. Loro viaggiano, restano affascinati da qualcosa e lo portano a Napoli per reinterpretarlo e contestualizzarlo nella tradizione campana. 

Perché Dambo è un locale nuovo ma dalla profonda tradizione familiare, infatti, è l’ultimo capitolo di una storia che, in casa Quagliata, parte da lontano.

Così sei anni e’ nato DAMBO Beef & Grill, una nuova tappa del percorso professionale della famiglia Quagliata iniziato nel 1979 con Il Gallo Nero, a cui nel 1990 si è aggiunta la Trattoria Medina, uno degli indirizzi storici della zona.

Con DAMBO però si cambia la formula, cambia il linguaggio e cambia anche il modo di vivere il locale. Un pubblico diverso, in una zona di Napoli fatta di uffici comunali, porto e tanto movimento, dove puoi venire a pranzo, a cena o anche solo per un cocktail.

E con una proposta che cambia ogni giorno, si muove e non ti permette di annoiarti. 

Quello che invece non cambia è l’idea di ospitalità, quella che passa da una generazione all’altra e che oggi la famiglia Quagliata interpreta in una chiave decisamente più contemporanea.

Napoli fuori, New York nell’immaginario e il jazz dentro.

DAMBO.

DAMBO Beef & Grill

📍 Piazza Municipio 2, Napoli

📞 081 552 5996

✉️ info@dambobeef.it 📱 @dambo_beefgrill

🌐 dambobeef.it