International Coffee Forum, si chiude con oltre 3000 presenze per la II edizione: “Napoli agorà del dibattito tra mercati globali e nuovi consumi”

Oltre venti eventi, 14 premiati, un dibattito collettivo sulla filiera dal chicco alla tazzina che si è trasformato in una festa del caffè e una sua celebrazione.

NAPOLI – Si è chiusa con oltre 3000 presenze, doppiando le 1.500 della prima edizione, la seconda edizione dell’International Coffee Forum, che l’1 e il 2 ottobre ha portato tra i massimi esponenti e interpreti della filiera del caffè italiano al Palazzo dell’Immacolatella Vecchia, iconica location sul Molo Angioino nel porto di Napoli. 

Oltre venti gli appuntamenti nell’intensa due giorni (che quest’anno coincide con la Giornata Internazionale del Caffè) tra panel, showcase, masterclass, presentazioni di libri e spettacoli. Il tutto si è svolto con il patrocinio del Comune di Napoli e dell’Università degli studi di Napoli Federico II e con l’ospitalità dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale. La giornata conclusiva è stata segnata dal congedo della madrina María Ysabel Balbuena. La fondatrice e presidente di ADOMUCA, l’associazione che nella Repubblica Dominicana ha portato le coltivatrici di caffè alla proprietà della terra, al reddito e alla partecipazione alle decisioni, ha tenuto una lezione agli studenti delle scuole del territorio e ha avuto modo di condividere la sua storia. Applaudita a lungo dai giovani studenti napoletani, prima di ripartire, ha firmato la bandiera dominicana che ha donato alla manifestazione. Il giorno precedente aveva tagliato il nastro del Forum e ricevuto l’Award speciale «per il ruolo svolto nella valorizzazione e nella promozione delle donne lungo tutta la filiera del caffè».

Nei sei panel congressuali, moderati dal direttore di Horeca News Fabio Russo, oltre ventiquattro relatori si sono confrontati su export e mercati globali, sul bar come luogo di relazione con il pubblico, su qualità e certificazione, sul consumo domestico, sugli effetti del caffè sulla salute e sulla sostenibilità della filiera. Al tavolo, tra gli altri, Enrico Vergnano, Mario Rubino di Kimbo, Andrea Zocchi di Caffitaly, Nicola Mastromartino di Caffè Motta e Ciro Lollo di Lollo Caffè. Alessandro Borea, presidente dell’Istituto Espresso Italiano, ha presentato il report “Il Bar Ideale”, secondo cui oltre la metà degli italiani consuma caffè al bar due o tre volte a settimana e il 58% sceglie il banco. Il programma ha alternato ai panel altri tre filoni. Quello tecnico ha portato gli showcase “L’Italia in un caffè” dello storico del caffè Guglielmo Campajola e del noto performer Gianni Cocco, che hanno reinterpretato otto caffè di altrettante città italiane, e le cinque masterclass della campionessa mondiale di Latte Art Carmen Clemente, di cui una ‘regalata’ a sorpresa agli studenti accorsi al secondo giorno di manifestazione. Quello editoriale ha proposto i volumi “Dietro al banco: il metodo Gianni Cocco” e “Liberi di diventare” di Mauro Cipolla e Igles Corelli con il contributo del dottor Mauro Mario Mariani. Lo spettacolo, infine, è andato dall’omaggio a Pino Daniele a cinquant’anni da “‘Na tazzulella ‘e cafè”, affidato a Stani Roggiero e ai Bottari della Cantica Popolare, al tango al tramonto di “El último café” su coreografia di Francesco Somma, fino al Café Chantant portato ai giorni nostri tra blues, soul e jazz in una tazza grazie ad Antonio Carluccio, e alla lettura dei fondi di caffè proposta da Maurizio Caso Panza.

Quattordici gli ICF Award 2026, consegnati tra la conferenza stampa di presentazione e la serata finale. Oltre a María Ysabel Balbuena, sono stati premiati il Gran Caffè Gambrinus, Caffè Moreno alla memoria del fondatore Ferdinando Percuoco, Michele Pepe di Cilentum Dessert per il “PanCaffè”, Lollo Caffè e Caffè Motta nei rispettivi venticinquennali, Brita per i sessant’anni, Cronache di Napoli / Cronache di Caserta per i trent’anni di giornalismo, Caffitaly, Mario Rubino per Caffè Kimbo, Eliseo Cuccaro per aver accolto il Forum nel porto di Napoli, Stani Roggiero e i Bottari della Cantica Popolare, Francesco Somma e il CEO di Caffè Toraldo Marco Simonetti.

Nel lasso di tempo in cui si è svolto il Forum, si sono consumate 141.617.584 tazzine di caffè in Italia e 5.666.661.779 nel mondo. Questi i numeri su cui si è fermata l’installazione multimediale Coffee ‘n Time! Ideata da Big Mama con AdHub Media. 

«Il risultato che più ci rende orgogliosi è aver trasformato Napoli in un’agorà del caffè e che per due giorni l’intera filiera si è seduta allo stesso tavolo. Chi coltiva in America Latina, chi tosta ed esporta, chi progetta le macchine, chi forma i baristi e chi la tazzina la serve ogni mattina si è confrontato su mercati, qualità, salute e sostenibilità. È la funzione che vogliamo dare al Forum: un luogo da cui le imprese del caffè guardano ai mercati internazionali partendo da Napoli, la città che del caffè ha fatto un tratto della propria identità», ha commentato Casimiro Lieto, patron dell’iniziativa. Poi il pensiero alla madrina: «Mi porto via l’immagine di María Ysabel Balbuena davanti ai ragazzi delle nostre scuole, a cui ha portato la testimonianza delle coltivatrici che per decenni hanno lavorato il caffè senza possedere la terra né avere voce, e che oggi guidano cooperative. La sua firma sulla bandiera dominicana, che da oggi appartiene alla storia del Forum, unisce le piantagioni dei Caraibi a questo porto, da cui il caffè arrivava a Napoli. Qui il caffè è tornato a essere una festa, e insieme un’occasione di conoscenza».

«Crediamo che la conoscenza sia il primo passo per dare valore al caffè», rimarca Roberto Nocera, dg de La San Marco (main partner dell’evento) e presidente UCIMAC (Unione Costruttori Italiani Macchine del Caffè). «Conoscere il caffè significa non considerarlo semplicemente una bevanda: significa scegliere con maggiore consapevolezza il caffè che beviamo. Un caffè che deve essere buono, sicuramente, ma anche ‘pulito’. Declinando questo concetto nel nostro settore, quello delle macchine da caffè, per noi un caffè pulito significa sostenibilità lungo l’intero ciclo di vita della macchina: nella progettazione, nella costruzione, nell’utilizzo e nella gestione a fine vita. Questa è la visione che vogliamo portare avanti insieme al Forum: qualità in tazza, innovazione e responsabilità in tutto ciò che rende possibile quella tazza di caffè».

«Abbiamo partecipato al Forum perché il caffè napoletano ha bisogno di luoghi in cui la filiera possa dialogare: dal produttore al torrefattore, da chi progetta le macchine a chi forma i baristi», aggiunge Marco Simonetti, ad di Toraldo (official coffee dell’evento). «In questi due giorni sono emersi temi decisivi per un’azienda: la tracciabilità della materia prima, la sostenibilità e la crescita del consumo domestico. Per noi il bar resta centrale, perché è lì che prende forma la cultura dell’espresso ed è lì che bisogna investire nella formazione: una buona miscela acquista valore se chi sta al banco sa valorizzarla. Portare questa tradizione sui mercati esteri significa raccontarla con un linguaggio contemporaneo, senza snaturarla. Il riconoscimento ricevuto lo dedico a chi lavora con noi ogni giorno e a chi, prima di noi, ha costruito la storia di Toraldo: alla mia famiglia».

«Ringraziamo vivamente l’International Coffee Forum per averci investito in questo progetto. La nostra presenza era praticamente d’obbligo», chiude Fulvio Di Santo, fondatore di Didiesse (official coffee pod machine dell’evento). «Attraverso la nostra realtà e attraverso queste manifestazioni di eco nazionale e internazionale puntiamo a far capire l’attenzione e la volontà di far crescere la cultura della cialda anche in Area 1 e Area 2. Speriamo di essere stati d’esempio in termini di attenzione e maniacalità che permette oggi all’industria campana di settore di attestarsi con quote elevate sul mercato nazionale».

Quostro è food partner del SàFF 2026

Il bistrot dei Quartieri Spagnoli al Social Action Film Festival

Dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, Quostro accompagna la terza edizione del festival che mette in dialogo cinema, Terzo Settore, cultura e comunità

NAPOLI. Quostro è food partner della terza edizione del SàFF – Social Action Film Festival, in programma dal 5 al 10 ottobre 2026 al Complesso Monumentale di Donnaregina, nel cuore del centro storico di Napoli.

Una collaborazione che porta il bistrot dei Quartieri Spagnoli, nato all’interno dell’ex Istituto Montecalvario oggi sede della Fondazione FOQUS, in uno degli appuntamenti culturali che lavorano sul rapporto tra territorio, partecipazione e innovazione sociale.

Nato nel 2024 nel Rione Sanità dall’esperienza di Apogeo ETS, il SàFF è il primo festival cinematografico europeo co-prodotto con il Terzo Settore. La terza edizione propone oltre 60 eventi a ingresso gratuito, articolati tra cinema, masterclass, meeting ed eventi, con ospiti e protagonisti del mondo dell’audiovisivo, della cultura e del sociale.

Il claim scelto per il 2026, “Il cinema è comunità”, sintetizza una visione che mette in relazione istituzioni, industria audiovisiva, università, imprese e oltre cento organizzazioni del Terzo Settore. Sei le parole chiave che accompagnano le giornate del festival: Narrazione, Cultura, Cura, Desiderio, Valore e Felicità.

È all’interno di questo percorso che si inserisce la presenza di Quostro come food partner.

Il bistrot nasce e lavora quotidianamente in un luogo fortemente legato alla vita dei Quartieri Spagnoli e al rapporto tra cultura, impresa e comunità. La sua partecipazione al SàFF prosegue questa vocazione, portando la dimensione gastronomica all’interno di un progetto nel quale linguaggi ed esperienze differenti si incontrano e costruiscono nuove relazioni con il territorio.

Quostro trova così nel SàFF una naturale affinità con il proprio modo di vivere la città: una Napoli contemporanea che parte dalle proprie radici e crea connessioni tra persone, luoghi, cultura e nuove forme di partecipazione.

Il SàFF 2026 si svolgerà dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, con proiezioni, incontri, masterclass, panel, performance ed eventi aperti alla città.

Per il programma completo e tutti gli aggiornamenti sul SàFF – Social Action Film Festival:

saff-filmfestival.it

QUOSTRO

Via Portacarrese a Montecalvario 69 – Napoli

quostro.it Instagram: @quostro.na

Al Magma Bistrot nasce “MAGMA”, il dessert firmato da Angelo Guarino

Una cheesecake con salsa di lamponi chiude la cena “Tra Fuoco e Vigna”, nata dall’incontro tra il bistrot vesuviano e Cantine Federiciane

Si chiama “Magma” e porta nel nome l’identità del luogo che lo ospita il dessert creato da Angelo Guarino in collaborazione con Antonio Della Monica, sous chef de La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. Una cheesecake con salsa di lamponi pensata per chiudere la cena “Tra Fuoco e Vigna”, il percorso gastronomico organizzato da Magma Bistrot di Torre del Greco insieme a Cantine Federiciane.

Il dessert nasce dall’incontro tra due professionisti della cucina campana e rappresenta il momento conclusivo di una serata costruita sul dialogo tra territori di origine vulcanica: il Vesuvio, identità del Magma Bistrot, e i Campi Flegrei, raccontati attraverso i vini di Cantine Federiciane.

Angelo Guarino, pastry chef de La Corte degli Dei, è figlio dello chef Vincenzo Guarino e ha sviluppato il proprio percorso professionale nel mondo della pasticceria e dei lievitati. Per “Tra Fuoco e Vigna” ha lavorato insieme ad Antonio Della Monica, sous chef della brigata di Palazzo Acampora, alla definizione del dessert dedicato al Magma Bistrot.

La scelta è caduta su una cheesecake con salsa di lamponi, una preparazione che punta sull’equilibrio tra la componente cremosa del dolce e la nota fresca e acidula del frutto. Il risultato è una chiusura volutamente riconoscibile e contemporanea, ma soprattutto legata al luogo per il quale è stata pensata: “Magma”, infatti, è anche il nome del bistrot che sorge all’interno dello storico complesso Sakura Club Piscine di Torre del Greco.

Il dessert diventa così il punto finale di un percorso nel quale il tema del fuoco attraversa idealmente tutta la cena: il fuoco del forno, quello evocato dal Vesuvio e quello della cucina, fino al vino prodotto sulle terre vulcaniche dei Campi Flegrei.

La serata si apre con un percorso di assaggi di terra e mare e prosegue con tre pizze firmate da Raimondo De Crescenzo, responsabile della pizzeria del Magma Bistrot: Viola di Mare, con patata viola, baccalà, olive e cappero; Zuccotta, con zucca, Gorgonzola e ’nduja; e provola e pepe nero. Ad accompagnare il percorso sono i vini di Cantine Federiciane: Flegreo, spumante da Falanghina 100%, Falanghina Campi Flegrei D.O.P., Piedirosso Campi Flegrei D.O.P. e Gragnano Penisola Sorrentina D.O.P.

Ma è nel dessert che la serata trova la propria firma: “Magma”, creato da Angelo Guarino insieme ad Antonio Della Monica, chiude il percorso tornando simbolicamente al nome e all’identità del bistrot.

Un dessert nato, dunque, non semplicemente per accompagnare la conclusione della cena, ma per essere parte del racconto: quello di una Campania gastronomica capace di mettere in relazione professionisti, territori e materie prime attraverso interpretazioni contemporanee.

Magma Bistrot
Via Enrico De Nicola, 28 – Torre del Greco (NA)
Sakura Club Piscine
Tel. 081 1824 5652
Email: digiovanniciro@gmail.com
Sito: https://www.sakurapiscina.it/bistrot/
Instagram: @magmabistrot_sakurapiscine

Enzo Coccia, le due anime della pizza napoletana

A Napoli la pizza non è soltanto un alimento: è una parte della città, della sua storia e della sua identità. È un gesto quotidiano che si tramanda di generazione in generazione, un’arte popolare fatta di pochi ingredienti e di una manualità che, proprio nella sua apparente semplicità, richiede esperienza e sensibilità.

Già alla fine dell’Ottocento la pizza era così radicata nella cultura napoletana da lasciare traccia persino nella lingua. Nel 1899 Salvatore Di Giacomo, poeta e drammaturgo napoletano, scriveva infatti pizzaria, con la “a”: il termine sarebbe poi diventato pizzeria, anche per la crescente quantità di pizze prodotte in questi locali.

È dentro questa storia che si inserisce Enzo Coccia, e mi permetto di dire che tutti possono essere pizzaioli, ma solo uno è Enzo Coccia. Una frase che sintetizza bene il percorso di un uomo che non si è limitato a imparare un mestiere, ma ha voluto trasformarlo in una vera disciplina.

Dalla pizzeria di famiglia alla ricerca

Cresciuto nella pizzeria di famiglia, prima accanto alla nonna e poi al padre, Coccia impara fin da giovane i fondamentali del mestiere. La sua prima esperienza è alla Pizzeria Fortuna, in via Mancini 6. È lì che prende forma un percorso destinato a portarlo molto lontano.

A un certo punto, però, Coccia capisce di non potersi accontentare di fare semplicemente quello che fanno tutti. Comincia così un lungo lavoro di ricerca sugli impasti, sulle farine, sulla fermentazione, sulle temperature e sulla cottura. Alla manualità del pizzaiolo affianca lo studio, convinto che conoscere la pizza significhi comprendere anche ciò che accade dietro il gesto artigianale.

Da questa filosofia nasce un’idea precisa: la tradizione non va soltanto conservata, ma conosciuta in profondità per poter essere interpretata.

Nasce “La Notizia”

Nel 1994 Coccia apre La Notizia, destinata a diventare una delle realtà più rappresentative della sua visione.

La sede La Notizia 53, con circa 80 coperti, è il luogo della pizza napoletana tradizionale. Qui la protagonista è una pizza morbida, sottile al centro, con un cornicione pronunciato ma non troppo, e una cottura rapida ad alta temperatura.

È una pizza immediata, da mangiare calda e possibilmente senza troppi formalismi. Il cornicione presenta una struttura alveolata e i caratteristici segni della cottura, mentre il disco centrale rimane elastico e morbido.

Sua Maestà la Margherita

Pizza con stracciata di bufala, fichi del Cilento, noci, bacon affumicato e parmigiano

Ma la semplicità della pizza di Coccia non è casuale. Anni di ricerca lo hanno portato a una selezione rigorosa delle materie prime: ingredienti tipici della tradizione, scelti però esclusivamente tra prodotti di eccellenza. Pomodoro, mozzarella, olio e gli altri condimenti devono dialogare con l’impasto, senza sovrastarlo.

Il risultato è una pizza profondamente napoletana, nella quale la qualità della materia prima e la precisione della lavorazione diventano parte dello stesso racconto.

La Bianca del Piennolo

La Notizia 94, l’altra faccia della moneta

Poi c’è La Notizia 94, più raccolta, con circa 32 coperti. Qui emerge l’altra anima di Coccia: quella creativa, contemporanea, gourmet.

La base culturale rimane quella napoletana, ma la pizza diventa terreno di sperimentazione. Gli ingredienti vengono accostati con maggiore libertà, alla ricerca di combinazioni nuove e di una diversa esperienza del gusto.

È come se le due pizzerie rappresentassero le due facce della stessa moneta: da una parte la tradizione, dall’altra la creatività. Due percorsi apparentemente differenti, ma uniti dalla stessa attenzione per l’impasto, la materia prima e l’equilibrio.

Il Murzillo

Il maestro

È proprio questa capacità di tenere insieme passato e futuro ad aver reso Enzo Coccia un maestro riconosciuto anche a livello internazionale. Talmente noto che anche la First Lady Jill, consorte del Presidente degli Stati Uniti, John Biden, di rientro da un viaggio istituzionale durante uno scalo a Napoli, ha chiesto di provare una buona pizza napoletana. Sarà proprio quella di Enzo Coccia a salire sul Air Force One.

La sua attività non si è fermata alle pizzerie. Coccia ha dedicato una parte importante della propria carriera alla formazione e alla divulgazione, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole della pizza napoletana.

Il suo approccio parte da una convinzione semplice: dietro una pizza ci sono acqua, farina, lievito e sale, ma il risultato dipende da un universo di variabili. Tempi, temperature, idratazione, lavorazione e cottura possono trasformare radicalmente quegli stessi ingredienti.

In questo equilibrio tra tecnica e istinto, ricerca e tradizione, si trova il contributo più significativo di Enzo Coccia. Perché la sua pizza non racconta soltanto Napoli. Racconta la possibilità di studiare una tradizione senza impoverirla, innovarla senza tradirla e trasformare un mestiere antico in una cultura contemporanea.

Napoli, la terza edizione di Campania.Wine tra vino ed enoturismo

Nella sua terza edizione, Campania.Wine è tornata ad animare la Galleria Umberto I e il Musap, Museo Artistico Politecnico di Napoli. La manifestazione, che ha visto impegnati cinque dei consorzi tutela vino della Campania (Vitica, Irpinia, Sannio, Vesuvio e Vita Salernum Vites) insieme alla Regione Campania e alla Città di Napoli, è stata una grande vetrina per il vino campano, aperta al pubblico e alla stampa nazionale ed estera. Centosette le cantine coinvolte che hanno offerto in degustazione i propri vini lungo i quattro raggi della Galleria Umberto I; cinque masterclass a tema dedicate ai winelovers e due ai giornalisti, oltre agli showcooking per la valorizzazione delle eccellenze agro gastronomiche del territorio campano.

Othmar Kleim, direttore di Falstaff Italia, ha guidato i giornalisti nella masterclass dedicata ai bianchi della regione, in una carrellata che ha incluso classici e fuori rotta. Ben rappresentati gli areali nord campani del casertano e del Sannio attraverso alcuni dei vitigni più noti nelle loro diverse interpretazioni: l’asprinio nella versione spumantizzata Trentapioli e in quella ferma IX Denari, il pallagrello bianco con Il Verro, la falanghina del Sannio con Identitas e la versione di vendemmia tardiva Cesco dell’Eremo, la coda di volpe di Masseria Frattasi. Il Vesuvio è stato presentato con la Lacryma Christi Vigna del Vesuvio e con Summa, catalanesca del Monte Somma; il Cilento con il proprio fiano, nell’interpretazione di San Salvatore, Pian di Stio. Magra invece la presenza dell’Irpinia, affidata unicamente alla notevole bollicina di greco di Tufo 1930 di Cantine di Marzo.

Filippo Bartolotta ha invece condotto una masterclass alla cieca tra i rossi campani.

Tra altezze, parchi e vulcani si è soffermata su tre caratteri: quello vulcanico, quello altimetrico e quello della latitudine nord, per evidenziare le diverse sfaccettature assunte dalla vinificazione dei principali vitigni rossi a seconda dell’areale di produzione. Aglianico e piedirosso i grandi protagonisti, sia nelle versioni Taburno e Taurasi, sia nelle declinazioni vesuviane e della Costa Amalfitana; anche la camaiola, col suo carattere schietto e fruttato, si è timidamente affacciata tra i più noti vitigni conterranei.

Ad affiancare entrambi i relatori, l’archeologo Ferdinando De Simone che ha arricchito la degustazione dei vini con note di carattere storico, archeologico e geologico utili ad inquadrare la produzione vitivinicola campana all’interno di un contesto di più ampio spessore, che ne ha valorizzato la tradizione secolare oltre che l’ampiezza del vitigno autoctono.

E proprio un contesto più ampio quello che ha caratterizzato la terza edizione di Campania.wine, dove il vino è stato presentato non solo come prodotto ma anche come potenziale esperienza. Centrale nella manifestazione e oggetto di convegno il dibattito sull’enoturismo, durante il quale sono intervenuti Teresa Armato, Assessora al Turismo e alle Attività Produttive del Comune Di Napoli, Fulvio Bonavitacola, Assessore alle Attività Produttive e allo Sviluppo Economico Regione Campania, Vincenzo Maraio, Assessore al Turismo Regione Campania, Ciro Giordano, Presidente Cpnsorzio Tutela Vini Vesuvio, Diego Esposito, Fondazione MUSAP, Floriana Schiano Moriello, giornalista, Angelo Radica, presidente nazionale Città del Vino, Violante Gardini Cinelli Colombini, Presidente Movimento Turismo del Vino, Virginia Di Gaetano, giornalista Lonely Planet, Maria Carmela Serluca, Assessora all’Agricoltura Regione Campania, moderati dalla giornalista Diana Cataldo.

A emergere chiaro è come l’enoturismo sia voce di capitolo sempre più importante, talvolta preminente, nel bilancio economico delle cantine: secondo il rapporto Nomisma, in Italia l’enoturismo ha inciso per oltre il 21% sui bilanci aziendali nel 2025. Nell’attuale fase critica, che vede un generale calo delle vendite e il vino sotto attacco da un punto di vista economico e sociale, il turismo esperienziale può rappresentare la svolta per molte realtà vinicole.

La Campania attualmente si colloca al sesto posto in Italia per quanto riguarda il turismo legato ai prodotti a marchio DOP; con 4 DOCG, 15 DOC e 10 IGP,  il potenziale dal punto di vista vitivinicolo è enorme, soprattutto per le aree interne della Regione, non ancora sufficientemente valorizzate rispetto a Costiera e Vesuvio che si collocano invece tra le TOP 15 mete italiane del turismo.

Attualmente è la Legge Regionale 7 del 2024 a regolare l’attività eno-turistica in Campania, non solo definendo i soggetti e i limiti entro cui possono agire, ma prevedendo anche la formazione di operatori eno-turistici da impiegare all’interno delle strutture, e la costituzione di un Osservatorio regionale compartecipato.

Dal versante cantine, il turismo del vino deve puntare non solo su storytelling accattivanti e su un’accoglienza di tipo familiare, ma anche su destagionalizzazione, alti standard professionali – come un sito multilingue e di facile fruizione – e sull’interazione di cantine e operatori vitivinicoli con le diverse attività del tessuto territoriale,  quali musei, ristoranti, artigiani.

Da un punto di vista istituzionale, ad assumere un ruolo centrale nella filiera enoturistica devono essere  i consorzi, quali registi di promozione del turismo, mentre comune a tutte le istituzioni deve essere l’obiettivo di muoversi sotto un unico brand Campania capace di generare valore e di dare voce e forza anche alle micro realtà vinicole del territorio. Dalla due giorni di Campania.wine a emergere chiaro è il ruolo centrale dei consorzi di tutela vini e dell’interazione tra loro all’interno di un tessuto vitivinicolo diversificato e frastagliato come quello campano.

In un evento dove a fare la forza è stato il lavoro sinergico tra consorzi, a rendere ancora più evidente questo assunto è la grande assenza di due di essi: Campi Flegrei e Penisola Sorrentina.

Take Over PizzAIS: da Salvo la pizza napoletana incontra i vini di Cantine Pliniana

Pizza e vino. Un abbinamento che ormai ha superato da tempo la fase della sperimentazione per entrare a pieno titolo nel terreno della degustazione ragionata. È proprio da qui che parte Take Over PizzAIS, il format di AIS Campania che mette pizza e calice uno di fronte all’altro, lavorando su concordanze, contrasti, persistenze e soprattutto sull’equilibrio complessivo dell’abbinamento.

Mercoledì 23 settembre il nuovo appuntamento ha fatto tappa da Salvo, nella sede napoletana di Riviera di Chiaia, con le pizze di Salvatore Salvo chiamate a confrontarsi con i vini di Cantine Pliniana, storica cooperativa di Manduria.

Ad accompagnare la serata il presidente Tommaso Luongo e il delegato di Caserta Pietro Iadicicco per AIS Campania, Simona Natale per Cantine Pliniana e chiaramente Salvatore Salvo, il padrone di casa. Salvatrore Salvo ha espresso tuttala sua felicità nel creare degli abbinamenti con le proprie pizze, raccontando le prime con sapienza e tanti aneddoti.

Colpisce, solo che non la conosce, la potenza e la passione di Simona Natale, che ha raccontato com’è nato il nuovo progetto di Cantine Pliniana, con la collaborazione di un manipolo di amici a un progetto che ha tutto il sapore un viaggio vitivinicolo importante. Pietro Iadicicco e il presidente AIS Campania Tommaso Luongo hanno dato con grande maestria il giusto e meritevole contributo in termini di racconto del vino e degli abbinamenti. Ogni morso e ogni sorso è stato raccontato e confrontato con tutti i partecipanti.

Un percorso costruito in crescendo, partendo dalla Verdeca per arrivare al Primitivo di Manduria, passando attraverso due differenti interpretazioni del rosato. Nel mezzo, naturalmente, la pizza: quella di Salvo, dove l’impasto resta protagonista ma diventa soprattutto la base sulla quale ingredienti, acidità, grassezze, sapidità e piccantezza cambiano continuamente le regole del gioco.

Si parte dalla Montanarina

Ad aprire la degustazione è la Montanarina classica, fritta e successivamente ripassata in forno, con sugo di pomodoro del Piennolo e Caciocavallo podolico grattugiato. Una grande entrée: soffice, golosa, con un pomodoro particolarmente centrato e una frittura ben gestita.

Nel calice il Metodo Martinotti da Verdeca di Pliniana porta soprattutto freschezza, mineralità e una marcata componente sapida. È un abbinamento che funziona proprio sul contrasto: il vino alleggerisce la parte grassa della frittura, ripulisce il palato e prepara immediatamente al boccone successivo.

Le due Margherite e il Mex rosato

Si prosegue con un doppio assaggio dedicato alla Margherita. La Margherita San Gennaro colpisce per la qualità e la nitidezza degli ingredienti. Pomodoro, olio e impasto restano perfettamente distinguibili, senza che uno prevalga sull’altro. La pizza è scioglievole, essenziale, precisa. Accanto arriva la Margherita Pacchetelle, con pomodorini Scarpariello a pacchetelle e Parmigiano. Qui il pomodoro acquista maggiore intensità, con una componente saporita e fresca che rende il boccone più deciso.

L’abbinamento è con il Mex Primitivo Rosato Salento IGT di Pliniana, ottenuto da Primitivo. Il colore introduce un naso floreale, con richiami alla rosa, mentre il sorso gioca su freschezza e soprattutto sapidità. Con entrambe le pizze l’incontro è armonico: il rosato possiede abbastanza carattere per sostenere il pomodoro senza coprirlo e una freschezza capace di accompagnare bene la componente lattica e grassa.

Profumo di Costiera, il rosato cambia passo

Uno degli assaggi più interessanti della serata arriva con la Profumo di Costiera.

Alice leggermente marinata con vermouth bianco, limone, insalata condita semplicemente con olio e sale e un pesto nel quale entrano prezzemolo e colatura di alici. Il risultato è una pizza fresca, intensa, con un’acidità evidente ma perfettamente inserita nell’equilibrio generale. Nel calice il PP Centocontrade Primitivo Rosato. Il colore è un rosa chiarissimo, quasi confetto. Al naso emergono subito richiami agrumati e marini. In bocca domina la freschezza, accompagnata da una sapidità netta, quasi salmastra. Poi lime, piccoli frutti rossi e, nel finale, quella nota leggermente pepata che riporta alla matrice del Primitivo.

È proprio il finale a convincere: resta quasi la sensazione di un granello di sale sul palato. Con la Profumo di Costiera l’abbinamento sfiora la concordanza. Vino e pizza viaggiano sulla stessa direttrice fresca, agrumata e marina, ma il calice riesce contemporaneamente a detergere la bocca e a riaccendere l’appetito.

Melanzana in due versioni

Altro doppio assaggio con Parmigianissima e Scapece ma non troppo. La prima nasce da un battuto di melanzana fritta marinata alla soia, salsa di pomodoro, fior di latte, basilico e Parmigiano grattugiato. È una pizza estremamente soffice, morbida e avvolgente.

La Scapece ma non troppo cambia invece registro: base bianca, melanzane condite alla scapece, crema di ’nduja e biscotto salato alle mandorle. Qui entrano in gioco croccantezza, piccantezza e la nota tostata della mandorla. È una pizza complessa ma decisamente riuscita.

A fare da ponte tra i due assaggi è il PP Centocontrade Primitivo di Manduria maturato in barrique.

Nel bicchiere il colore è carminio, limpido. Il naso parte dalla violetta e si allarga verso tabacco, sensazioni balsamiche e primi richiami terziari. Il tannino è sorprendentemente delicato, mentre il sorso mantiene freschezza e una vena sapida quasi salina.

L’abbinamento con la Parmigianissima è più immediato e armonico. Con la Scapece il confronto diventa invece più articolato: mandorla, ’nduja e acidità della preparazione chiedono molto al vino. L’incontro resta interessante, anche se qui pizza e calice procedono più per confronto che per fusione.

Superdiavola e Maior: il finale più potente

Il percorso si chiude alzando decisamente il volume. La Superdiavola mette insieme pomodoro di Corbara, pezzente della montagna materana piccante, salsiccia fresca piccante, fior di latte misto a provola, Ventricina Vastese piccante e basilico.

Tre salumi, piccantezza importante e una componente aromatica intensa. Eppure la pizza non perde equilibrio: il pomodoro mantiene freschezza e il profilo complessivo resta leggibile nonostante la ricchezza degli ingredienti.

Di fronte c’è il Pliniana Maior Primitivo di Manduria, un vino importante, da 16 gradi alcolici, chiamato a sostenere l’assaggio più impegnativo della serata.

Rosso carminio intenso. Al naso arrivano terra, arancia rossa, sanguinella, pepe e spezie. Il sorso è profondo, caldo e persistente, ma è soprattutto il ritorno speziato a trovare un punto d’incontro con la pizza.

Il piccante non scompare, né il vino prova a cancellarlo. Piuttosto viene accompagnato. La permanenza in barrique aggiunge profondità e struttura e il finale resta lungo, con il pepe che continua a legare boccone e sorso.

Un abbinamento elegante nonostante la potenza dei due protagonisti. Quasi un abbraccio.

Quando pizza e vino parlano davvero

Take Over PizzAIS conferma soprattutto una cosa: parlare genericamente di “vino da pizza” ha ormai poco senso.

Una Margherita, una pizza con alici, una melanzana alla scapece o una Superdiavola pongono problemi di abbinamento completamente differenti. Cambiano grassezza, acidità, aromaticità, sapidità, succulenza e persistenza. E di conseguenza deve cambiare il vino.

La serata da Salvo lo ha mostrato bene, passando dalla verticalità della Verdeca alla versatilità dei rosati fino alla struttura del Primitivo di Manduria. Fetta dopo fetta e calice dopo calice, il vero obiettivo non è stato stabilire chi vincesse il confronto tra pizza e vino, ma trovare il punto nel quale entrambi riuscissero a raccontarsi un po’ meglio.

Un giorno in vendemmia nei Campi Flegrei da Cantine Federiciane

Nei Campi Flegrei la vendemmia è un esercizio di pazienza, ma anche una sfida quotidiana con una terra tanto affascinante quanto complessa. A Vigna Cigliano Solfatara, vigneto delle Cantine Federiciane nel territorio di Marano di Napoli, è iniziata la raccolta 2026, portando in cantina i frutti di un patrimonio viticolo profondamente legato all’identità vulcanica del territorio.

Si tratta di un vigneto eroico, dove suoli di origine vulcanica, pendenze e terreni fragili rendono il lavoro in vigna particolarmente impegnativo. È proprio da queste condizioni che Vigna Cigliano trae però parte della propria personalità: un ambiente in cui il suolo e il microclima contribuiscono a esprimere nelle uve freschezza, sapidità e mineralità.

Esperienza diretta in vigna

Tra i filari crescono Aglianico, Piedirosso e Marsigliese, tre varietà che interpretano ciascuna a modo proprio la complessità dei Campi Flegrei. La Marsigliese, in particolare, rappresenta una presenza preziosa e inattesa: era già presente nei terreni quando la famiglia Palumbo li ha acquisiti ed è stata quindi preservata e valorizzata all’interno del nuovo progetto viticolo.

 Dopo aver osservato da vicino le diverse varietà coltivate, ci siamo messi tra i filari per raccogliere l’uva, entrando concretamente nel ritmo di un lavoro che, qui, conserva ancora una dimensione manuale e profondamente legata alla terra. Intorno alle viti cresce inoltre una vegetazione spontanea che restituisce tutta la ricchezza del paesaggio flegreo: noccioli, ulivi, fichi, fichi d’India e altre essenze convivono naturalmente con il vigneto, componendo un ambiente rurale vario e non addomesticato.

Dopo la raccolta, la pausa assume i contorni di una vera merenda di vendemmia, con la degustazione di Flegreo, lo spumante delle Cantine Federiciane prodotto in Falanghina e a seguire Aglianico. Un momento conviviale che permette di ritrovare nel calice la stessa identità territoriale appena incontrata tra i filari.

«Vigna Cigliano rappresenta per noi una nuova sfida e, allo stesso tempo, una grande opportunità», spiega Antonio Palumbo, direttore commerciale delle Cantine Federiciane. «Abbiamo scelto di investire in un vigneto eroico perché crediamo che proprio nei territori più difficili si possa trovare un’identità straordinaria».

Per l’enologo Luca Palumbo, lavorare a Cigliano significa soprattutto «ascoltare la terra, rispettarne i tempi e intervenire con attenzione», trasformando la difficoltà del terreno in parte integrante del valore dell’uva.

In Cantina

Il percorso prosegue poi in cantina, dove l’uva raccolta lascia la vigna per iniziare il processo di trasformazione. Qui è possibile seguire le diverse fasi che accompagnano il passaggio dall’uva al vino e conoscere più da vicino il lavoro delle Cantine Federiciane, prima di concludere la visita nello shop aziendale, dove le diverse produzioni della cantina raccontano, attraverso le bottiglie decorate artigianalmente, il legame con il territorio.

La vendemmia di Vigna Cigliano si inserisce nel percorso di crescita delle Cantine Federiciane, azienda della famiglia Palumbo giunta alla quarta generazione, impegnata nella valorizzazione del patrimonio vitivinicolo campano. Un percorso che unisce tradizione e innovazione e che trova espressione anche nel progetto Flegreo-Art, nato dall’incontro tra vino e arte contemporanea.

Dal vigneto alla bottiglia, il filo conduttore resta dunque il territorio: quello dei Campi Flegrei, dove mare e vulcano convivono e dove ogni vendemmia diventa una nuova occasione per raccontare l’identità di una terra unica.

Giovedì 1° ottobre al Gran Caffè Gambrinus “Giornata Internazionale del Caffè”

E sabato 3 appuntamento “porte aperte” con i Locali Storici d’Italia

Il caffè è cultura, conoscenza e solidarietà. Due appuntamenti al Gran Caffè Gambrinus per festeggiare giovedì 1° ottobre la Giornata Internazionale del Caffè promossa dall’International Coffee Organization e sabato 3 ottobre la Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia.

Giovedì 1° ottobre

In occasione della Giornata Internazionale del Caffè promossa dall’I.C.O. dalle 16.30 alle 19.30, come di consueto al Gran Caffè Gambrinus ci sarà un open day che si terrà nel Salone degli Specchi, in via Chiaia. Per partecipare sarà necessario scaricare qui il ticket gratuito e portarlo con sé per ricevere un gustoso omaggio: https://grancaffegambrinus.shop/pages/eventi

Sono previste attività di degustazione ed esposizione con vari tipi di caffè preparati con le tecniche di estrazione provenienti da diversi Paesi con tostatura del caffè, macinatura, estrazione, tipi di chicchi in mostra oltre che antichi tostini, macinini e caffettiere.

Eventi si terranno inoltre in tutta Italia – sempre il 1° ottobre e a cura delle Comunità del Rito del Caffè Espresso d’Italia – per sostenere la candidatura Unesco del Rito del Caffè Espresso Italiano e raccoglie firme a supporto. Inoltre anche quest’anno è promossa la campagna “Un caffè per Fondazione Telethon” (la raccolta sarà aperta fino a marzo 2027).

Sabato 3 ottobre

Passeggiata nell’arte al Gran Caffè Gambrinus

Arte, storia ma anche aneddoti e curiosità in occasione della Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia. A Napoli il Gran Caffè Gambrinus il 3 ottobre apre le sue porte ad appassionati e curiosi con visite guidate tra le opere d’arte custodite nella struttura (ore 10-13).

I titolari accompagneranno i partecipanti raccontando racconti sui personaggi che hanno frequentato il celebre Gambrinus svelando anche qualche episodio inedito. Per partecipare è obbligatorio prenotarsi inviando una mail con nome e recapito telefonico all’indirizzo: info@grancaffegambrinus.com. I partecipanti, in base alle richieste che arriveranno, saranno suddivisi in piccoli gruppi. Si prega di avvisare se per sopraggiunti motivi non sarà possibile poi partecipare al tour per consentire ad altri di prendervi parte.

Carlo Sarrantonio ce l’ha fatta! È il miglior sommelier 2026 di AIS Campania dopo una gara serrata e la consegna del ricavato di Alba Vitae a Komen Italia – Comitato Regionale Campania

Undici i concorrenti iscritti, tre finalisti sul palco e un solo vincitore: Carlo Sarrantonio della Delegazione AIS Caserta che batte in volata i colleghi Raffale Sullo e Ombretta Ferretto, rispettivamente al secondo e terzo posto. 

Le prove si sono svolte a Benevento  negli spazi del Complesso Monumentale di Santa Sofia, patrimonio Unesco. Soddisfazione da parte del presidente Tommaso Luongo di AIS Campania e delpresidente Raffaele Del Vecchio di Sannio Europa-Rete Museale del Sannio, grazie anche al benestare della Provincia di Benevento presieduta da Nino Lombardi, per il primo di una serie di eventi in programmazione nel capoluogo sannita, compresa l’edizione 2026 del Concorso. 

Gli sfidanti provenienti da ogni angolo della regione hanno sostenuto due prove, la prima nei saloni dell’auditorium “G. Vergineo” del Museo del Sannio alle 14.30 con un questionario scritto e la degustazione tecnica dei vini senza conoscere l’etichetta di riferimento; a seguire la fase finale, aperta ad un folto pubblico uditore, incuriosito e molto attivo nel tifo, nel Chiostro di Santa Sofia con inizio dalle ore 18.30 e riservata ai 3 concorrenti che avevano ottenuto il miglior punteggio. I concorrenti sotto lo sguardo attento della giuria esaminatrice composta da Maurizio Zanolla, responsabile dell’Area Concorsi Nazionale AIS Italia, da Carmine Coletta, presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini, da Antonio Calandriello vincitore dell’edizione 2025 del Concorso, da Franco De Luca coordinatore didattica AIS Campania e da Marzia Imperiali di Francavilla, presidente di Komen Italia – Comitato Regionale Campania che ha svolto anche il compito di presidente di giuria.

L’occasione è stata altresì propizia per la consegna del ricavato del progetto ALBA VITAE 2026 di AIS Campania, pari a 2000 euro, a Komen Italia – Comitato regionale Campania, associazione in prima linea nella lotta e nella prevenzione dei tumori del seno. Annunciato anche il prossimo appuntamento con la solidarietà di Komen Italia – Comitato Regionale Campania nella race benefica sul lungomare a Napoli presso la Rotonda Diaz programmata per l’11 ottobre alle ore 10.00

Infine, l’apertura dei banchi d’assaggio dedicati alle principali denominazioni campane con un focus specifico sui vini sanniti grazie alla partnership con il Sannio Consorzio Tutela Vini negli spazi verdi del Giardino del Mago. L’organizzazione del servizio è stata curata alla perfezione dal Responsabile del Gruppo Servizi Regionale di AIS Campania Vincenzo Di Donna che ha coordinato i numerosi sommelier presenti.

Bottega Buonvicino e Taverna Buonvicino ad Amalfi, due facce della stessa medaglia per una ristorazione differente in Costiera Amafitana

I rapporti di buon vicinato sono la principale regola di vita sociale da seguire. In maniera traslata avere rispetto per il prossimo genera buon umore e consente di superare le difficoltà con un sorriso. Ad Amalfi Bottega Buonvincino e Taverna Buonvicino sono due esempi di una medesima idea di proposta gastronomica che incuriosisce e spazia su diversi fronti, dal turismo massivo di cui è piena la Divina Costiera alla coccola per il cliente locale, stanco di offerte “copia e incolla”.

Il concept

La visione di tre soci e amici, Nicola Scocca professione commercialista, Gaetano Buonocore avvocato e il dirigente bancario Antonio Gambardella hanno mosso i primi passi nel lontano 2001 con un sogno, quello di rappresentare un angolo di Campania in un contesto internazionale. Vero e proprio baluardo del gusto sin dagli inizi, venne scelto il nome Maccus per l’insegna, dedicato alla maschera antesignana di Pulcinella. Subito eventi e momenti tematici con protagonista il territorio e, inevitabilmente, le prime invidie del circondario, che hanno portato alla modifica dell’insegna con quel Buonvicino visto in modo ambivalente come una sorta di sfottò alla napoletana e, più verosimilmente, una menzione al Duca di Buonvicino, gastronomo della corte reale borbonica.

La ripartenza nel 2012

Il nuovo corso cominciò nel 2012, risolte alcune questioni burocratiche con l’aiuto fattivo dei tanti cittadini affezionati al progetto, grazie anche alle ricette della tradizione proposte dalle “ziette belle” Antonella Porpora ed Enza Scocca. Rimodernato un ex negozio di alimentari, con tanto di cripta sotterranea, in un palazzo antichissimo di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, un contesto storico di grande impatto con tavoli all’aperto durante la stagione estiva per cene romantiche e serate jazz a lume di candela. La cucina è stata affidata alle mani dello chef Luca Mammato, esperienze primarie nei gourmet che contano in giro per l’Italia e che trae ispirazione dalle nonne Claudia, ancora attiva e bravissima a casa e Carmela, scomparsa ma sempre nei ricordi di Mammato.

Arredi eleganti e un simbolo scaramantico per la cucina di Taverna Buonvicino

Una sala accogliente con opere artistiche dove a dominare è il ciuccio di ceramica, simbolo della Costiera, in diverse espressioni buffe tra cui, quella più curiosa, da seduto. Si rispetta l’essenziale nel menù, non sovrastando la materia prima che deve esprimersi con trasparenza e linearità. Così il classico fiore di zucca ripieno di ricotta con salsa al pomodoro o il gambero in crosta di pane panko e maio al limone su zucchine alla scapece.

Efficace l’insalata di polpo tiepido con mix di pomodorini, julienne di sedano e panzanella. Immancabile la colatura di alici nelle linguine guarnite da nocciola tritata home made e grande selezione nella evergreen pasta lunga all’astice, dove la freschezza del pescato è componente indispensabile per la riuscita del piatto.

E poi trancio di ricciola o di ciò che il mare offre in quel momento in base alla stagionalità, prima del dessert finale a base di coviglia rivisitata con pan di spagna alle mandorle, liquore Strega e mascarpone caramellato curato dalla pastry chef Annalisa Castellano.

Lo street food per ogni gusto da Bottega Buonvicino

In piazza Duomo, sempre ad Amalfi, Bottega Buonvicino incarna perfettamente il ruolo di posto di passaggio verso i monumenti e le viuzze cittadine, con una carta pensata sullo street food di qaulità, con aperitivi e panini elaborati da Enza Scocca, sorella di Nicola.

Dagli spritz ai fritti e piccoli morsi per finire verso gli hamburger o gli affettati al momento, tra salumi e formaggi scelti dalla vetrina, ci sono solo pochi posti per un rapido ricambio come esige il luogo estremamente affollato durante i periodi estivi. Dualità di proposte, unica visione comune: vivere un’esperienza in linea con le culture e le contaminazioni a chilometro zero.

Un’ode ai buoni rapporti di vicinato e alla sapienza culinaria.