A occhio nudo sulla cucina nella cantina. Il Giapponese Umi lascia spazio a Cucina Uvenude.

Metà ottobre, siamo decisi per un pranzo nel borgo antico di un paesino di provincia, zona collinare.
Ma, contrariamente alle previsioni, esce un bel sole con annesso tepore tutt’altro che autunnale. Cambio di programma. A malincuore disdiciamo per una passeggiata sul lungomare di Salerno con pranzo da Cucina Uvenude, vecchia residenza del giapponese Umi. In quel centro storico ci torneremo in autunno inoltrato.

Passeggiamo da piazza della Libertà verso il centro, lungomare gremito e movimentato. 

Lasciamo gli spolverini ad Antonio e ci accomodiamo in un angolo dell’unico grande tavolo da circa 20 posti, 22 per l’esattezza.

Optiamo per il menu da 3 portate aggiungendo un piatto extra. Oltre alla frizzante chiediamo un vino assaggiato nel loro altro locale che funge da enoteca di giorno e cantina di sera. Un Sauvignon Blanc da 15,5% dall’oro intenso e con qualche anno sulle spalle. Giovanni è così gentile a fare due passi per recuperarlo a qualche centinaio di metri. 

Scelta diametralmente opposta ma ugualmente audace quella degli ospiti seduti dalla parte opposta a noi. Direttamente da Salina un Nero du Munti di Caravaglio.

Brindisi iniziale, un goccio di gassata e cominciamo il nostro pranzo.

Particolarmente interessante il riso carnaroli con basilico e sconcigli. Riserva San Massimo non si smentisce mai. Indovinato il filo conduttore con il sedano rapa iniziale.

Terza portata: il peperone con pinoli e coriandolo. Ma prima del dolce c’è ancora un piccolo spazio per l’agnello, melanzana e cacao. Raffaele ci suggerisce di mangiare tutto insieme come un bambino che fa lego con le sue costruzioni. Incastro perfetto. La nostra fanciullesca curiosità ha ripagato i nostri sensi.

Noi teneri amanti della cheese cake chiudiamo con il cremoso ai formaggi e basilico, forse un po’ sbilanciato sul passion fruit. Ci ha comunque sorpresi lasciandoci un sapore esplosivo.

Nessuna nota dolente, neanche nel conto più che onesto, poco più di 80 euro a testa, cantina con cucina a vista, unico grande tavolo conviviale, passeggiata e lungomare compresi. 

Da ritornarci per il menu autunnale magari in comitiva anche più numerosa.

“Vino, Donna” di Chiara Giorleo: il valore delle storie oltre le questioni di genere

Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, la presentazione del libro di Chiara Giorleo diventa un confronto sul ruolo femminile nell’enogastronomia, tra storia, competenze e nuove prospettive. Novanta testimonianze per interrogarsi su quanto sia cambiato il mondo del vino e su ciò che resta ancora da raccontare.

Il vino come chiave di lettura della società

Quanto conta ancora il genere nel racconto di chi lavora nel mondo del vino?

È questa, probabilmente, la domanda più interessante emersa il 21 ottobre al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, durante la presentazione di Vino, Donna, il libro di Chiara Giorleo pubblicato da Luciano Pignataro Wine Blog.

Una domanda che merita di essere attraversata con attenzione, perché porta con sé una riflessione ben più ampia sul ruolo delle donne nella società, sul riconoscimento delle competenze e, soprattutto, sul modo in cui scegliamo di raccontare la storia.

La sala gremita, nonostante una giornata complicata dai disagi nei trasporti, ha restituito il senso di un incontro che ha progressivamente assunto i contorni di un dibattito culturale e sociologico.

Ed è proprio qui che l’enogastronomia dimostra una delle sue potenzialità più interessanti: quando viene affrontata con conoscenza, rigore e capacità critica, riesce a intercettare i cambiamenti sociali, a raccontare l’evoluzione dei comportamenti, a porre interrogativi che riguardano tutti.

Il vino, in questo caso, è stato il punto di partenza di una conversazione necessaria.

Novanta donne, cinque anni di lavoro e una fotografia del vino italiano

Chiara Giorleo, critica del vino, giornalista e formatrice, appartiene a quella categoria di professionisti che riconoscono nello studio e nell’aggiornamento continuo una responsabilità verso ciò che raccontano.

Il suo Vino, Donna nasce da oltre cinque anni di interviste, incontri e ricerca. Novanta storie raccolte in 320 pagine, suddivise in tre sezioni che attraversano il mondo delle produttrici e delle enologhe, quello della critica, del giornalismo e della degustazione, fino alle numerose professionalità che contribuiscono alla crescita del settore vitivinicolo.

Conversazioni nate sulle pagine del Luciano Pignataro Wine Blog e diventate un progetto editoriale curato in ogni dettaglio, dalla costruzione dei contenuti all’identità visiva. La prefazione porta la firma di Jane Hunt, Master of Wine, mentre in quarta di copertina trovano spazio i contributi di Jancis Robinson MW e del professor Vincenzo Russo dell’Università IULM. La fotografia di copertina è di Guido Harari. Il volume è stato realizzato con il sostegno di Latteria Sorrentina.

Il risultato è una testimonianza del vino italiano contemporaneo osservato attraverso cinque anni di trasformazioni, esperienze e percorsi professionali.

Ma leggendo queste storie emerge anche un’altra questione: quanto conosciamo davvero delle donne che hanno contribuito, e continuano a contribuire, alla costruzione dell’identità enogastronomica italiana?

Le donne hanno fatto la storia. Ma chi l’ha raccontata?

Basterebbe ripercorrere alcune pagine della storia del vino per trovare figure femminili decisive. Si pensi a Barbe-Nicole Ponsardin, la celebre Madame Clicquot, che già agli inizi dell’Ottocento assunse la guida della maison di Champagne e contribuì a innovarne profondamente la produzione.

Eppure, la presenza delle donne nella vita concreta delle aziende, nelle cantine, nelle cucine e nelle attività tramandate di generazione in generazione non ha sempre trovato uno spazio altrettanto importante nella narrazione pubblica.

È una riflessione che riguarda l’intera cultura gastronomica. Anche nella ristorazione e nel mondo della pizza, tante competenze femminili hanno attraversato la quotidianità del lavoro, custodendo saperi, trasmettendo tecniche, contribuendo alla continuità delle imprese familiari. Una presenza spesso evidente nella pratica, meno riconoscibile nei racconti che hanno costruito la memoria collettiva.

Ed è qui che il lavoro di Chiara Giorleo assume un valore particolare.

Quelle novanta interviste restituiscono nomi, esperienze, responsabilità e visioni personali. Permettono di comprendere come sia cambiato il settore e, contemporaneamente, quanto sia importante interrogarsi su chi abbia avuto la possibilità di raccontarlo.

Perché la narrazione ha un peso nella costruzione del riconoscimento sociale. Decide quali esperienze diventano riferimenti, quali percorsi acquistano visibilità, quali figure entrano a far parte della memoria di un settore.

Oltre la questione di genere: il valore delle persone

Tra i contributi al confronto, quello di Tommaso Luongo, presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Campania, unico uomo al tavolo del dibattito accanto a tre professioniste di grande esperienza: Chiara Giorleo, Gilda Guida Martusciello, delegata regionale dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, e la giornalista Antonella Amodio, che ha moderato l’incontro.

Luongo ha portato una prospettiva maturata soprattutto attraverso la formazione e il contatto con le nuove generazioni, nelle quali riconosce un progressivo superamento di molti stereotipi legati al genere.

La sua riflessione sposta l’attenzione verso un obiettivo culturale importante: una società capace di valutare le persone attraverso le loro inclinazioni, la preparazione, il talento e le responsabilità che sanno assumersi.

Una visione che trova un precedente concreto anche nella storia di AIS Campania, guidata dal 2010 al 2022 da Nicoletta Gargiulo. Un’esperienza significativa, che racconta come le donne abbiano già occupato ruoli di vertice nella formazione e nella cultura del vino.

Rimane, tuttavia, una questione aperta: quanto siamo realmente vicini a considerare ordinaria la presenza femminile nei luoghi decisionali e nelle professioni di maggiore responsabilità?

Il tema è stato arricchito dall’intervento di Gilda Guida Martusciello, che ha raccontato l’attività dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, impegnata nella valorizzazione delle professionalità femminili attraverso formazione, comunicazione, iniziative culturali e occasioni di confronto.

Interessante anche la riflessione sulla presenza, in ciascun individuo, di sensibilità e caratteristiche che siamo abituati a definire maschili o femminili.

Un ragionamento che invita a prestare attenzione alle generalizzazioni. Possiamo davvero attribuire alle donne, per esempio, un approccio al vino necessariamente più preciso, più sensibile o più attento? O rischiamo, anche attraverso giudizi apparentemente positivi, di continuare ad alimentare categorie dalle quali vorremmo liberarci?

La competenza ha una storia personale, fatta di studio, esperienza, sensibilità e capacità di interpretazione. Ed è su questa individualità che vale la pena concentrare lo sguardo.

Quando l’enogastronomia produce cultura

Il confronto, condotto da Antonella Amodio con esperienza e sensibilità giornalistica, ha dimostrato quanto siano preziose le occasioni in cui il racconto enogastronomico incontra il pensiero critico.

Significativa, in questo senso, anche la scelta del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di ospitare l’appuntamento, grazie all’attenzione di Emanuela Sorrentino, responsabile della comunicazione, verso iniziative capaci di alimentare il dibattito culturale cittadino.

La conclusione ha riportato il vino alla sua dimensione conviviale, con la degustazione delle etichette proposte da Le Donne del Vino Campania, accompagnate dai finger food dello chef resident Pasquale De Simone.

Un momento che ha dato continuità al confronto attraverso l’esperienza diretta del gusto e il lavoro delle produttrici.

Resta però soprattutto la forza delle domande emerse.

Abbiamo ancora bisogno di libri dedicati alle donne del vino? Evidentemente sì, se tante storie professionali aspettano ancora di trovare il giusto spazio nella memoria e nella comunicazione del settore.

Il traguardo a cui tendere è una cultura capace di riconoscere le persone prima delle categorie, senza perdere la consapevolezza delle disuguaglianze che hanno condizionato, e talvolta condizionano ancora, le loro opportunità.

In questo percorso, Vino, Donna rappresenta un contributo prezioso. Chiara Giorleo ha raccolto testimonianze che meritano di restare, offrendo alle nuove generazioni modelli, esperienze e possibilità di identificazione.

E forse è proprio questo uno dei compiti più importanti di un libro: continuare a generare domande anche quando la presentazione è terminata.

Sarebbe bello arrivare al giorno in cui una donna alla guida di una cantina, un’enologa affermata o una voce autorevole della critica enogastronomica non facciano più notizia per il loro genere.

Fino ad allora, raccontarne le storie, con nomi, cognomi e competenze, rimane un esercizio necessario. Perché anche il modo in cui raccontiamo il vino dice molto della società che siamo. E di quella che vorremmo diventare.

Campania: Tenuta Nunziata, tra ulivi, olio e fine dining alle pendici del Vesuvio

A Torre Annunziata, a pochi passi dall’autostrada, c’è un grande cancello. Lo varchi e, quasi senza accorgertene, lasci fuori il rumore della strada. Dentro ci sono dodicimila metri quadrati di verde, circa 300 ulivi e una tenuta che racconta un’idea diversa di ospitalità: contemporanea, elegante, ma profondamente legata alla terra.

È Tenuta Nunziata, una realtà che negli ultimi anni ha trasformato questo angolo alle pendici del Vesuvio in un luogo dove agricoltura, accoglienza e cucina dialogano continuamente.

La proprietà è di Gino Camera, Luigi Camera e Rita Chiacchio, e il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una terra che ha nella sua posizione e nella sua vocazione agricola un patrimonio importante.

Gli ulivi sono una delle anime della tenuta. Tre le varietà coltivate: Taggiasca, Leccino e Rotondella. Un patrimonio agricolo che qui diventa anche racconto, grazie a un percorso dedicato alla pianta dell’ulivo, con pannelli illustrativi realizzati con il contributo di Federico II e del professor Sacchi, per spiegare ai visitatori come nasce e cresce un ulivo.

Ma qui l’olio non è soltanto raccontato: viene prodotto. La tenuta dispone infatti di un frantoio interno, dove le olive diventano olio, completando una filiera che parte dalla terra e arriva direttamente alla tavola.

E poi c’è lo shop, dove i prodotti della tenuta possono essere acquistati e raggiungono clienti anche fuori dai confini italiani. Una vocazione internazionale che si inserisce perfettamente in un territorio come quello vesuviano, attraversato ogni anno da un turismo importante e sempre più interessato alle esperienze legate al cibo, al vino e alle produzioni locali.

E poi c’è il Vesuvio. Non solo quello che si vede all’orizzonte, ma quello che si ritrova nella storia e nei dettagli della tenuta. Come nell’altarino dedicato a Sant’Antonio, dove è custodita anche lava del Vesuvio. Piccoli segni che riportano continuamente al territorio.

Tenuta Nunziata è anche ospitalità. Una piscina, gli spazi immersi nel verde e una formula agrituristica contemporanea che soprattutto in estate vive all’aperto. Una dimensione più informale che si affianca a quella gastronomica del ristorante La Stalla, dove l’esperienza cambia passo e diventa fine dining.

A tavola arriva una cucina che parte dalla memoria, ma non ha paura di cambiarne la grammatica

L’Executive Chef Antonio Commone lavora sulla cucina classica e sulle ricette della tradizione, reinterpretandole attraverso una visione contemporanea e con influenze francesi. Non una cucina che vuole cancellare il passato, ma piuttosto prenderlo, osservarlo e provare a raccontarlo con strumenti nuovi.

La degustazione comincia con un antipasto che è già una dichiarazione d’intenti: l’oliva conciata con mandorla, sesamo e ceci. Un piccolo boccone concentrato, dove la materia prima resta protagonista.

Poi la zucca, liquirizia e maggiorana

Arriva l’uovo al purgatorio, uno dei piatti che più raccontano il rapporto tra tradizione e contemporaneità: pomodoro San Marzano in conserva, datterini, una salsa ariosa e germogli, con l’uovo cotto alla perfezione. Un grande classico napoletano che cambia consistenza e presentazione senza perdere la sua identità.

La cucina di Commone gioca anche con i funghi: chiodini, champignon, porcini e cardoncelli vengono trattati in maniera diversa, tra fritti, fermentazioni controllate e infusioni. I chiodini, in particolare, attraverso la fermentazione sviluppano una forte componente acida, mentre i gambi dei funghi diventano la base per un brodo profumato, accompagnato anche dalle alghe.

Il tema della trasformazione torna nella pasta e cavolo. La pasta viene cotta in un infuso ottenuto dalle foglie esterne del cavolfiore, mentre il cavolfiore diventa purea e incontra il cacao amaro. Anche qui la cucina prende qualcosa di familiare e lo porta altrove.

L’anatra con radicchio e melograno

È un piatto che gioca sul contrasto: la carne dell’anatra, intensa e strutturata, incontra la parte amaricante del radicchio e la nota fresca e leggermente acidula del melograno. Un equilibrio che alleggerisce la potenza della carne e restituisce al piatto una dimensione autunnale, elegante e tutt’altro che prevedibile.

Il ristorante conta circa 30-40 coperti: una dimensione raccolta che permette alla cucina di seguire il ritmo delle stagioni e di lavorare sulla materia prima con grande attenzione.

E proprio la stagionalità è uno dei fili conduttori del progetto. La cucina utilizza prodotti stagionali e una parte importante arriva direttamente dalla tenuta e dalla sua produzione agricola.

Nel calice, naturalmente, la Campania da bere

Falanghina, Aglianico e un rosato da Piedirosso di autoproduzione accompagnano il percorso, mentre a seguire arriva una delle portate più curiose della degustazione: “Aglianico de-alcolizzato”, un centrifugato di mela annurca sul quale viene adagiato Aglianico con lecitina. Un bicchiere che gioca sulle temperature, sulle consistenze e sulla sensazione di un vino trasformato in qualcosa di completamente diverso.

È una sorta di transizione autunnale, proprio come la stagione che stiamo attraversando: la temperatura cambia, i prodotti cambiano e anche la cucina segue questo movimento.

A chiudere il percorso è un dessert firmato dalla pasticciera Maria Rita Coppola: una tarte tatin cotta in forno, accompagnata da un’emulsione di miele di castagno e burro, gelato al burro nocciola e caramello al miso, ottenuto dalla soia.

Dolce, sapido, tostato. Ancora una volta memoria e ricerca nello stesso piatto

In sala e nel percorso dei vini c’è la sommelier Serena Casaburi, che accompagna la degustazione con una lettura attenta degli abbinamenti.

Tenuta Nunziata non è però soltanto un ristorante. È un progetto di ospitalità che mette insieme agricoltura, produzione, vino, cucina e accoglienza.

C’è il frantoio, c’è lo shop, ci sono gli ulivi, la piscina, le tre camere e il ristorante La Stalla. Un sistema che permette di vivere la tenuta in modi diversi, dalla giornata immersa nel verde alla cena fine dining, passando per l’esperienza agrituristica estiva.

E c’è anche una posizione strategica. Siamo a Torre Annunziata, nel cuore di un’area che intercetta i grandi flussi turistici diretti verso Pompei, il Vesuvio, la Costiera e il Golfo di Napoli. Non è un dettaglio: significa avere davanti una platea internazionale alla quale raccontare una Campania fatta non soltanto di monumenti e panorami, ma anche di olio, vino, prodotti agricoli e cucina.

Fino a circa 100 persone al giorno possono vivere gli spazi esterni della tenuta dedicati agli eventi e cerimonie, mentre La Stalla mantiene una dimensione più intima, con i suoi 30-40 coperti. E forse è proprio questo il punto interessante.

A Torre Annunziata, dove spesso si corre lungo l’autostrada senza immaginare cosa ci sia appena oltre un cancello, esiste un luogo che invita invece a fermarsi.

A guardare un ulivo. A capire come nasce un olio. A riconoscere una varietà. A scoprire la lava del Vesuvio custodita in un piccolo altarino. A sedersi a tavola e ritrovare il sapore di una ricetta conosciuta, ma con una forma nuova.

Perché la cucina contemporanea, quando funziona davvero, non ha bisogno di dimenticare da dove viene. Deve solo trovare un modo nuovo per raccontarlo.

Quostro firma il menu di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae

Il bistrot porta i sapori e le eccellenze campane all’incontro annuale di Cultura Italiae, in programma a Napoli dal 23 al 25 ottobre. Un menu che unisce identità territoriale, ricerca e contaminazioni internazionali.

NAPOLI – La cucina di Quostro accompagna SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che dal 23 al 25 ottobre riunirà a Napoli rappresentanti del mondo delle istituzioni, della cultura, dell’impresa e della società civile. Quostro, bistrot con sede negli spazi di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, nel cuore della città, curerà la proposta gastronomica della cena prevista nell’ambito della manifestazione, quest’anno dedicata al tema Cultura è democrazia.

Un’occasione per portare a tavola una precisa idea di cucina: partire dal patrimonio gastronomico campano, valorizzarne le materie prime e reinterpretarle attraverso tecniche contemporanee e suggestioni internazionali.

Per SEMI26 Quostro propone un percorso costruito intorno a prodotti, sapori e contrasti. Dal riso fritto con verdure pickled alla pancia di maialino beneventano cotta a bassa temperatura, accompagnata da cardoncelli alla yakitori. Spazio poi alla polpetta con pane e confettura di pomodorino del Piennolo del Vesuvio, alla declinazione di friarielli e mandorle e al radicchio all’aceto di Xeres con composta di Melannurca Campana IGP. A chiudere, un craquelin al cioccolato fondente, zucca e peperoncino.

Una proposta nella quale ingredienti profondamente legati al territorio incontrano preparazioni e influenze di altre tradizioni gastronomiche, restituendo una Napoli capace di custodire la propria identità e, allo stesso tempo, confrontarsi con linguaggi diversi.

La partecipazione a SEMI26 si inserisce nel percorso di Quostro, bistrot aperto al pubblico anche al di fuori degli appuntamenti culturali ospitati negli spazi di FOQUS. Una realtà che, accanto alla quotidiana attività di ristorazione, dialoga con il contesto culturale in cui opera, favorendo occasioni di incontro tra cucina, arte, musica e progettualità internazionali e facendo del cibo anche uno strumento di relazione e conoscenza reciproca.

SEMI26 – Storie di Eccellenza, Merito e Innovazione celebra quest’anno i dieci anni del percorso di Cultura Italiae. Tre giornate di incontri e riflessioni sul ruolo della cultura nella costruzione della partecipazione democratica, della libertà e della convivenza civile. Un confronto tra esperienze e competenze diverse, che trova nella condivisione uno dei suoi elementi centrali.

Per il programma completo delle tre giornate, il riferimento è il sito di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli: www.foqusnapoli.it. In questo scenario, la presenza di Quostro attraverso la sua proposta gastronomica conferma il valore della cucina come espressione culturale del territorio, capace di raccontare Napoli anche a partire dai suoi prodotti, dalle sue tradizioni e dalle loro interpretazioni contemporanee.

Villa Matilde al Reale Yacht Club Canottieri Savoia di Napoli

Villa Matilde Avallone rappresenta un fulgido esempio di archeologia enologica, mirata al recupero di un territorio, e lungimiranza agronomica, un’istituzione nata dal connubio inscindibile tra erudizione storica e valorizzazione del terroir campano.

Fondata negli anni ‘60 dal giurista, avvocato e umanista Francesco Paolo Avallone, la maison ha ridefinito la geografia vitivinicola di un distretto vitivinicolo emblematico del Mezzogiorno, attraverso una metodica operazione di filologia biologica: la resurrezione del leggendario Falerno del Massico, il nettare più celebrato dell’antichità romana. L’azienda, oggi guidata dai figli Maria Ida e Salvatore Avallone insieme alla terza generazione della famiglia, non si limita a produrre vino, ma traduce in forma liquida il genius loci della Campania Felix.

Il fulcro filosofico ed empirico di Villa Matilde Avallone risiede interamente nelle approfondite indagini intellettuali del suo fondatore. Mosso da una profonda erudizione umanistica, Francesco Paolo Avallone individuò nel Falerno l’archetipo della prima vera Denominazione d’Origine ante litteram della storia. Già 2000 anni fa, infatti, questo vino cantato da Plinio il Vecchio, Virgilio, Marziale e Orazio rispondeva a un rituale codificato di pigiatura e all’apposizione del pittacium, una primordiale etichetta in argilla o pergamena che ne certificava l’annata e l’esatto luogo di provenienza nell’Ager Falernus.

Durante una serata decisamente speciale e di altissimo rilievo, Maria Ida Avallone è stata la protagonista di una serata davvero speciale e, vista la storicità di Villa Matilde Avallone, l’evento non poteva non accadere in un una location di assoluta eccellenza: il Reale Yacht Club Canottieri Savoia a Napoli.

La serata, con a tema Il Vino e il Mare, è stata la tela di una cornice niente affatto casuale, poiché lo Yacht Club più esclusivo di Partenope affonda le sue radici nella banchina di Santa Lucia all’ombra di Castel dell’Ovo, è da sempre un concentrato di cultura, passione marittima e tradizioni indissolubili.

Infatti, Il club nacque ufficialmente il 15 luglio 1893, quando 11 appassionati gentiluomini decisero di staccarsi dal preesistente Circolo Italia. Inizialmente battezzato come Club “Canottieri Sebetia”, muoveva i suoi primi passi in un contesto decisamente umile: la metà di un locale in affitto appartenente a un fabbro che produceva letti in ferro battuto. La loro prima imbarcazione, il Nautilus, fu un dono degli ex compagni dell’Italia.

La svolta storica arrivò nel 1895. Durante una violenta burrasca nel Golfo di Napoli, i canottieri del club trassero in salvo l’imbarcazione reale su cui viaggiava il Principe di Napoli, ossia il futuro Re Vittorio Emanuele III. Come segno di gratitudine e riconoscimento per il coraggio dimostrato, l’anno successivo la Casa Reale concesse al circolo il titolo di “Reale” e il diritto di fregiarsi dello stemma della corona, mutando definitivamente il nome in Reale Yacht Club Canottieri Savoia. Lo stesso Vittorio Emanuele III ne assunse la Presidenza Onoraria.

Un Secolo di Traguardi Sportivi e d’Onore

Da quel momento, il RYCC Savoia è diventato un pilastro dello sport nautico italiano, eccellendo sia nel canottaggio che nella vela e collezionando trofei in tutto il mondo. Il palmarès del club vanta momenti epici, tra cui: il bronzo olimpico ai Giochi di Roma 1960, conquistato dall’imbarcazione Venilia con Nino Cosentino nella classe Dragone; i successi internazionali legati a figure illustri del club, come Vincenzo Onorato con le imprese di Mascalzone Latino, e il campione del canottaggio Matteo Castaldo; le massime benemerenze del CONI: la Stella d’Oro al Merito Sportivo nel 1969 e il prestigioso Collare d’Oro al Merito Sportivo nel 2002.

Il Circolo nel presente e nel contesto internazionale

Sotto la presidenza di Fabrizio Cattaneo della Volta, il RYCC Savoia custodisce la propria memoria storica senza smettere di guardare al futuro. Il club continua a essere il centro nevralgico della vita nobiliare, culturale e sportiva di Napoli, confermando la sua vocazione internazionale anche attraverso collaborazioni di altissimo profilo, come quella che lo ha visto nominato Host Venue Yacht Club Partner del Defender Emirates Team New Zealand nell’ambito delle attività legate all’America’s Cup.

Ad affiancare Maria Ida Avallone, nella sua disamina e nella narrazione storica del Falerno, Gaetano Cataldo, nostro autore su 20Italie, quasi ad intrecciare i due elementi fluidi con un nodo piano, tra i più semplici modi marinareschi per effettuare una giuntura.

Grazie alla sua esperienza di navigante e sommelier, Gaetano Cataldo incarna da sempre lo straordinario e inscindibile legame tra il vino e il mare, avendo condotto da anni una straordinaria doppia esistenza professionale che unisce la fluttuante avventura della navigazione oceanica all’arte sinestetica della degustazione. Da ex ufficiale di navigazione su navi di stazza pari o superiore a 500 tonnellate di stazza lorda ed in possesso dell’abilitazione al comando per le navi da diporto, nel suo bagaglio non sono mai mancati due strumenti fondamentali: il sestante e il cavatappi. Questa incredibile traiettoria di vita lo ha portato a compiere ben 13 giri del mondo, accumulando un bagaglio di esperienze umane, marittime ed enogastronomiche unico nel suo genere.

Proprio per un navigante come lui, non ci poteva essere luogo più emblematico che la prestigiosa sede di uno dei circoli nautici più antichi, tantopiù che, sembra passato appena qualche anno, da quando raccontò sul n.3 di Vitae, l’appena nata rivista dell’Associazione Italiana Sommelier, la sua esistenza tra calici e scali marittimi ai quattro angoli del globo, ben prima che termini come under water wine o cantinamento subacqueo venissero coniati.

È stato soltanto grazie alla disponibilità del presidente Cattaneo e all’intuizione del socio fondatore Mariano Barbi e di Maria Ida Avallone è stato possibile immaginare tale evento, in un contesto davvero esclusivo e dinanzi a un pubblico d’eccellenza: i soci storici del Real Circolo Canottieri di Savoia; infatti la serata è stata fortemente voluta da Maria Ida Avallone, la quale ha voluto dedicare il meglio della produzione di Villa Matilde Avallone per un evento così importante: lo Spumante Metodo Classico Brut Mata, il Falerno del Massico Bianco Doc, il Falerno del Massico Rosso Doc e la Falanghina di Roccamonfina Passito Igt Eleusi.

Vini di territorio e di grande rigore enologico che hanno fatto da sfondo essenziale a un arco narrativo che ha visto Maria Ida Avallone affrontare una disamina storico-culturale incentrata sull’importanza delle anfore nell’antichità, la cui produzione è stata ripresa dalla storica cantina di Cellole, e dall’erudito racconto sul Falerno, il più leggendario tra i vini dell’Antica Roma. Gaetano Cataldo, oggi giornalista enogastronomico, premiato come miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival, dopo il successo di Mosaico per Procida, ha portato all’attenzione del pubblico l’estratto di uno dei suoi articoli più fortunati su Mediterranea Online, poi ripubblicato nel 2014 sulla rivista Vitae n.3 dell’Associazione Italiana Sommelier, consacrandolo definitivamente come penna enogastronomica.

Il racconto del vino e del mare è stato condotto da Gaetano Cataldo, attraveverso il ricordo di Siduri e dell’epopea di Gilgamesh di Uruk, la navigazione fluviale e quindi la navigazione marittima, sono stati l’incipit per affrontare un lungo viaggio a partire dai 3 centri millenari di domesticazione della vite, di come quest’ultima abbia dato il via e  condizionato la civiltà, mettendo l’uomo nelle condizioni di industriarsi per il trasporto via mare, grazie all’invenzione dell’architettura navale, la creazione delle anfore, le strategie di maneggio e stivaggio del carico.

Grazie al raccordo fondamentale di Maria Ida Avallone e dei territori storici che hanno dato vita al Falerno, dopo aver affrontato il tema del pinace, ergo la bussola pelasgica, e dei Popoli del Mare, Gaetano Cataldo ha dibattuto sulla nascita della viticoltura in Enotria, l’antica Ischia, i Campi Flegrei e persino nell’area di Longola, oggi parco archeologico fluviale in quel di Striano, fino ad addentrarsi tra i fiumi Garigliano, Volturno e Cavone, un tempo navigabili e vie d’acqua indispensabili per il porto di Sinuessa, città oggi coincidente al distretto di Mondragone e parte di Sessa Aurunca.

Scissa in due blocchi, la relazione ha ripreso dopo una pausa gastronomica di rilievo, proposta da Caupona, ristorante pompeiano sul format dell’Antica Roma, e dalle prelibatezze dolciarie del Gambrinus.

Il colto e attento pubblico, favorevolmente soddisfatto dalle pietanze e, soprattutto, dai vini opulenti della cantina casertana, ha ripreso dunque l’ascolto della disamina, portata avanti da Maria Ida Avallone sulle peculiarità pedoclimatiche e geomorfologiche di uno dei distretti vitivinicoli più antichi al mondo, mentre Gaetano Cataldo si è poi accinto alle conclusioni. La relazione sul vino e il mare è arrivata quindi agli ultimi giri di boa, parlando di epopea della vela e del liquoroso Marsala, oltre che della nascita del Madera, e quindi di globalizzazione del vino, di come il mare protegga il vino da sé stesso quando l’alta pressione atlantica viene fugata in Rioja dall’influenza mediterranea, fino agli effetti marittimi in vigna, il lungo respiro dell’Oceano Pacifico nelle aree vocate alla viticoltura in California e, infine, al cantinamento subacqueo e ai ritrovamenti dell’archeologia marina.

E così è stato dimostrato quanto il DNA della vite si sia mescolato a quello dei navigatori ancestrali, propagandosi lungo le sponde del Mare Nostrum. Erano presenti un centinaio tra i soci più illustri del Reale Yacht Club Canottieri Savoia e altri esimi ospiti, i quali hanno salutato l’eccellente fattura della serata, organizzata grazie alla precisione metodica di Mariano Barbi e di Maria Ida Avallone. Al termine della serata, il presidente Cattaneo ha voluto conferire a Gaetano Cataldo la medaglia commemorativa o “Challenge Coins”, un tipo di monete di scambio, di cui il Reale Yacht Club Canottieri Savoia vanta pezzi storici decisamente molto ambiti.

Da Antica Pizzeria Chiaia a Napoli la pizza si sceglie dalle riviste di una volta ed è servita nel tinello delle nonne

Giovanni Avolio, manager di successo nell’ambito della ristorazione, scrittore affermato con veri e propri corsi motivazionali e di marketing in giro per l’Italia, ha trovato tra gli scalini di Piazza Amedeo a Napoli la sua dimensione di imprenditore del mondo pizza. L’idea di Antica Pizzeria Chiaia ricalca quella dei bassi di una volta, con le stanze a vista zeppe di mobili in arte povera o le credenze e i frigoriferi dalle maniglie cromate.

Tutto ha l’aria di vissuto, anche se il progetto è nato relativamente di recente. Persino la cucina interattiva, i tavoli, le sedie, i piatti e le posate a vista richiamano la case delle nonne in un’atmosfera onirica dal sapore nostalgico. Mentre gli occhi attenti degli ospiti si perdono tra i ricordi d’infanzia, un forno quasi nascosto cuoce le pizze in maniera contemporanea, grazie ad impasti diretti da farine selezionatissime e una giusta interpretazione dei topping.

Il menù è la grande novità di Avolio, realizzato come i settimanali di cucina anni ’70 dove trovare persino le inserzioni a sponsor e gli articoli redatti dalla stampa di settore. Compatta la carta, composta dalle tonde della tradizione come la Marinara, magari nella versione dorata con pomodorini datterino giallo o le classiche Margherita e Cosacca, intramontabili nelle scelte di turisti e locali.

Il calzone poi rispecchia la “napoletanità” nel suo tipico ripieno di ricotta, provola e salame. Materie prime di qualità anche tra le proposte moderne come la pizza viola ispirato al libro di Seth Godin e le firme con chef stellati come Vincenzo Guarino da La Corte degli Dei ad Agerola e la sua firma a base di pancia di maiale cotto a bassa temperatura, crema di peperoni rossi e gialli, provola e basilico fresco. Incuriosiscono infine le pizze nel ruotiello in triplice cottura, sottili e delicate nei sapori.

Vincente l’offerta vini al calice da una ricca selezione da piccole cantine artigianali, alcune quasi introvabili e che narrano l’Italia dalle Alpi fino alle spiagge turchesi di Sicilia e Sardegna con un occhio alla patente e uno alle new generation.

Antica Pizzeria Chiaia
pizzajoli con bottega

P.zza Amedeo 16/A (Passeggiata Colonna), Napoli

+39 081.2353775

info@anticapizzeriachiaia.it

La Borgogna a Caserta: all’Enoteca Il Torchio un viaggio tra i grandi vini di Vincent Girardin

Dal Bourgogne Pinot Noir ai prestigiosi Premier Cru e Grand Cru, una degustazione guidata da Marco Caschera alla scoperta dell’identità e dell’eleganza dei grandi terroir borgognoni.

La Borgogna incontra Caserta in una giornata dedicata alla cultura del vino e alla scoperta di uno dei territori più prestigiosi dell’enologia mondiale. All’Enoteca Il Torchio si è svolta una degustazione dedicata ai vini della maison Vincent Girardin, distribuiti in Italia da Cuzziol Grandi Vini. A guidare i partecipanti in questo percorso sensoriale è stato Marco Caschera, direttore commerciale dell’azienda.

L’incontro ha offerto l’opportunità di esplorare le diverse espressioni della Borgogna attraverso una selezione di sette etichette, capaci di raccontare la ricchezza dei suoi territori, le peculiarità dei vigneti e il valore di una tradizione vitivinicola riconosciuta a livello internazionale.

Un viaggio tra Pinot Noir e Chardonnay, dalle denominazioni regionali ai cru più prestigiosi, per comprendere come il carattere di ogni vino nasca dall’incontro tra vitigno, territorio e sensibilità produttiva.

Dai rossi ai grandi Chardonnay: sette vini, sette espressioni del territorio

Il percorso di degustazione si è sviluppato in due momenti, iniziando dai vini rossi per proseguire con i bianchi. Una sequenza che ha permesso di cogliere le diverse sfumature dei vitigni simbolo della Borgogna, mettendo in luce le peculiarità delle denominazioni e l’identità dei singoli terroir.

I rossi: dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent al Pommard

Ad aprire la degustazione è stato il Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir 2023, un vino dal profilo elegante e fruttato, caratterizzato da sentori di ribes nero, lampone e fragola. Al palato offre un ingresso morbido, tannini setosi e una piacevole purezza del frutto, elementi che ne definiscono l’immediatezza e la piacevolezza.

Il percorso è proseguito con il Santenay Le Beauregard 2022, espressione ricca e ben strutturata del Pinot Noir borgognone. Le note di frutta rossa ne caratterizzano il profilo aromatico, mentre al palato il sorso si presenta pieno e corposo, sostenuto da tannini vellutati che contribuiscono a definirne l’equilibrio.

A completare la selezione dei rossi è stato il Pommard 2021 LES Vielles Vignes, che si distingue per un profilo olfattivo intenso, nel quale emergono aromi di frutti neri e spezie, accompagnati da sfumature legnose e affumicate. Al palato rivela una struttura potente, sostenuta da tannini presenti ma ben integrati e da piacevoli richiami legnosi. La buona persistenza aromatica completa il carattere di un vino dalla personalità decisa.

Tre interpretazioni differenti del Pinot Noir, accomunate dalla capacità di esprimere attraverso il calice la varietà e la complessità dei territori borgognoni.

I bianchi: dallo Chardonnay regionale al prestigio del Corton-Charlemagne

Conclusa la degustazione dei rossi, l’attenzione si è spostata sui grandi bianchi della maison Vincent Girardin, a partire dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Chardonnay 2024. Il vino si caratterizza per un profilo aromatico con note fruttate e floreali, accompagnate da una buona corposità. Freschezza e mineralità contribuiscono a completarne l’equilibrio, valorizzando la ricchezza espressiva dello Chardonnay.

Il percorso è proseguito con il Puligny-Montrachet Vieilles Vignes 2023, un vino che si distingue per la marcata impronta minerale, la pienezza del sorso e un finale lungo e sapido. La mineralità rappresenta uno degli elementi più significativi della sua personalità, accompagnata da una profondità espressiva che richiama la finezza di questa prestigiosa denominazione della Côte de Beaune.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al Puligny-Montrachet Premier Cru Les Combettes 2022, che si presenta ricco e avvolgente fin dall’ingresso in bocca. Le note di albicocca, pesca e agrumi si intrecciano con un’acidità ben integrata, capace di bilanciare la pienezza del sorso. Il finale rivela finezza ed eleganza, restituendo la personalità del vigneto e le caratteristiche distintive del terroir di Puligny-Montrachet.

A chiudere la degustazione è stato il Corton-Charlemagne Grand Cru 2021, una delle denominazioni più prestigiose della Borgogna per lo Chardonnay. Un vino di grande complessità, la cui espressione si sviluppa nel tempo attraverso marcate note minerali. Struttura e profondità ne fanno un esempio emblematico della capacità dei grandi terroir borgognoni di dare vita a vini dalla forte identità.

Il terroir come firma del vino

A guidare i partecipanti nella scoperta di queste diverse espressioni è stato Marco Caschera, che ha accompagnato la degustazione con approfondimenti sulla maison Vincent Girardin e sulle caratteristiche dei territori di provenienza.

Il filo conduttore dell’incontro è stato il terroir, elemento centrale nella cultura enologica della Borgogna. In questa regione, il vino non è soltanto espressione di un vitigno, ma il risultato dell’interazione tra suolo, clima, esposizione, caratteristiche del vigneto e scelte produttive.

Ogni denominazione racconta una storia diversa: dalla freschezza fruttata del Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir alla struttura del Pommard, passando per la personalità del Santenay Le Beauregard, fino alla finezza degli Chardonnay di Puligny-Montrachet e alla complessità del Corton-Charlemagne Grand Cru.

È proprio questa varietà a rendere la Borgogna un territorio capace di affascinare appassionati e professionisti, invitandoli a cogliere le sfumature che distinguono un vigneto dall’altro e contribuiscono a definire il carattere di ogni annata.

L’Enoteca Il Torchio, un luogo d’incontro per la cultura del vino

La degustazione ospitata dall’Enoteca Il Torchio conferma il valore delle iniziative dedicate alla conoscenza e alla condivisione della cultura enologica. Occasioni preziose per approfondire la storia di importanti realtà vitivinicole internazionali e avvicinarsi al vino attraverso l’ascolto, il confronto e l’esperienza diretta.

Con la maison Vincent Girardin, Caserta ha ospitato un percorso alla scoperta di alcune delle espressioni più significative della Borgogna: dai vini regionali ai cru più prestigiosi, fino al Corton-Charlemagne Grand Cru. Non soltanto una degustazione, dunque, ma un incontro con una cultura del vino nella quale ogni calice diventa il racconto di un luogo, di una tradizione e di una precisa identità.

Un viaggio sensoriale che ha portato nel cuore di Caserta l’eleganza e la complessità di una delle più importanti regioni vitivinicole francesi.

Ornella Buzzone, la rivoluzione gentile del burger gourmet: al Public House di Caserta il panino è una storia da assaporare

Dalla passione per la cucina alla scelta coraggiosa di investire nel proprio futuro, fino a una proposta gastronomica che intreccia artigianalità, memoria e sperimentazione. A pochi passi dalla Reggia di Caserta, Ornella Buzzone ha costruito un’identità inconfondibile, rivendicando ogni giorno il proprio posto in un mondo della ristorazione che continua troppo spesso a declinarsi al maschile.

C’è chi sceglie un mestiere e chi, quasi senza accorgersene, finisce per riconoscersi completamente in ciò che fa. Nel caso di Ornella Buzzone, il percorso passa attraverso una cucina inizialmente coltivata per passione, un blog di ricette, una scommessa professionale e quella determinazione che serve quando un progetto smette di essere soltanto un lavoro e diventa una parte di sé.

Al Public House – Burger Gourmet, in via Gasparri, a Caserta, il panino non è un semplice contenitore di ingredienti. È un esercizio di composizione, un terreno sul quale misurare equilibri e contrasti, ma soprattutto un mezzo per raccontare qualcosa di personale. A partire dalla scelta delle materie prime, passando per le preparazioni artigianali, fino a quelle combinazioni capaci di sorprendere senza perdere il senso della misura, la cucina di Ornella si riconosce nella volontà di andare oltre la consuetudine.

Un approccio che trova una sintesi efficace nelle parole con cui la stessa Buzzone ha raccontato la propria storia: non sono stati soltanto i panini a essere una sua scelta, ma sono stati, in qualche modo, i panini a scegliere lei.

Una passione diventata impresa

Il percorso prende forma nel 2016, quando Ornella entra nel progetto di un pub appartenente a un amico. Alle spalle ha già un interesse concreto per la cucina e l’esperienza del blog Fatto in Casa è più Buono, spazio nel quale condivideva ricette, sperimentazioni e curiosità gastronomiche. Quella che poteva rimanere una passione personale comincia a trasformarsi in una possibilità professionale.

Ornella studia, si forma, approfondisce e porta progressivamente la propria visione ai fornelli. La cucina deve essere sua: non soltanto nel senso operativo del termine, ma come luogo in cui poter esprimere idee, gusto e personalità. Durante i primi due anni lavora come dipendente, occupandosi già della costruzione del menu e della ricerca dei prodotti. Nel frattempo, il locale comincia ad assomigliarle sempre di più.

Quando la società si scioglie e il progetto rischia di cambiare direzione, Ornella si trova davanti a una scelta decisiva. Rinunciare a qualcosa che sente ormai proprio oppure provare a prenderne le redini. Sceglie la seconda strada.

Si rivolge al padre, commercialista, chiedendogli di poter utilizzare i soldi che aveva messo da parte per il matrimonio. Una decisione che racconta molto più di un investimento economico: significa mettere in gioco un progetto di vita per difendere una visione professionale nella quale crede profondamente.

Nel 2018 rileva il locale e riparte da zero, acquistando tutto e occupandosi anche dell’arredamento. Il Public House diventa così uno spazio costruito intorno alla sua identità, al suo carattere prorompente e a un’idea di accoglienza che non separa la cucina dalla relazione con chi si siede a tavola.

Oggi il locale dispone di circa cinquanta posti. Una dimensione raccolta, nella quale il rapporto con l’ospite può mantenere una componente personale e diretta, lontana dall’idea del panino consumato distrattamente e in fretta.

La cucina al femminile, oltre gli stereotipi

C’è una questione che attraversa la storia di Ornella e che, ancora oggi, non può essere liquidata come un dettaglio secondario. Nonostante il lavoro svolto e l’identità costruita intorno al Public House, le capita ancora che qualcuno le chieda di poter parlare con il titolare.

È una scena apparentemente ordinaria, ma proprio per questo significativa. Perché racconta quanto possa essere radicata l’associazione tra autorevolezza professionale e figura maschile, soprattutto in un settore nel quale la cucina domestica è stata storicamente affidata alle donne, mentre la cucina professionale di alto profilo ha spesso riconosciuto maggiore visibilità agli uomini.

Ornella non ha bisogno di trasformare questa contraddizione in una dichiarazione di principio: la sua risposta è il lavoro. È aver costruito un’attività, averne definito il linguaggio gastronomico, aver scelto fornitori e ingredienti, aver sviluppato ricette riconoscibili e aver investito personalmente nel proprio futuro.

La sua è una storia di emancipazione concreta, fatta di decisioni economiche, responsabilità quotidiane e capacità di sostenere le proprie scelte anche quando sarebbe stato più semplice lasciare spazio ad altri.

In questo senso, il Public House è anche un’affermazione di autonomia. Non un progetto che si limita a occupare uno spazio nel panorama delle hamburgerie gourmet, ma un’impresa nella quale la personalità di chi la guida è parte integrante dell’esperienza.

La materia prima eccellente

La cifra gastronomica del Public House si costruisce attraverso una selezione attenta degli ingredienti e un lavoro di trasformazione che coinvolge direttamente la cucina.

Per la carne, Ornella si affida alla Macelleria Cillo, mentre il pane nasce dalla collaborazione con il panificio Rescigno, suo punto di riferimento per la realizzazione di un bun artigianale a lunga lievitazione. La ricetta è frutto di una ricerca condivisa, sviluppata per ottenere un pane morbido e leggero, capace di accompagnare il ripieno senza sovrastarlo.

È un dettaglio tutt’altro che marginale. In un burger ben concepito, il pane non è un elemento accessorio: determina la consistenza del morso, accoglie le salse, sostiene la carne e contribuisce all’equilibrio complessivo.

Ma la ricerca di Ornella non si ferma alla selezione dei fornitori. Confetture, salse, maionesi e numerose preparazioni vengono realizzate direttamente da lei. Anche le cotture di carne, formaggi e verdure sono parte di un lavoro che mira a valorizzare ciascun ingrediente, senza ridurlo a una semplice componente del ripieno.

È qui che il concetto di burger gourmet trova una declinazione personale: non nell’accumulo indiscriminato di ingredienti costosi o spettacolari, ma nella costruzione di un insieme nel quale ogni elemento abbia una funzione precisa.

I mini hot dog, una piccola sfida di equilibrio

La degustazione prosegue con due mini hot dog, una proposta che può sembrare più immediata rispetto ai burger d’autore, ma che richiede attenzione proprio per la sua apparente semplicità.

Il bun artigianale del panificio Rescigno, preparato con una lunga lievitazione, accoglie un wurstel artigianale di Cillo. Completano il panino la coleslaw di cavolo cappuccio, la salsa alla senape e miele, la cipolla croccante e i cetrioli marinati secondo la ricetta di Ornella.

La coleslaw porta freschezza e una consistenza vegetale; la senape introduce una nota pungente, mentre il miele ne ammorbidisce l’impatto. La cipolla croccante aggiunge una componente tostata e i cetrioli marinati contribuiscono con la loro acidità, utile a bilanciare la ricchezza del wurstel.

Il formato ridotto invita all’assaggio, ma non riduce l’attenzione riservata alla composizione. Anche in questa proposta, la differenza sta nella cura delle singole preparazioni e nel modo in cui vengono messe in relazione.

I mini hot dog non sono sempre disponibili: una ragione in più per considerarli una proposta da verificare al momento della visita.

CicoRock: il carattere della cucina, tra brie e cicoria

Se il Plum 2.0 lavora sull’incontro tra frutta, erbe aromatiche e formaggio, il CicoRock sceglie una strada più decisa, nella quale la componente vegetale incontra la ricchezza degli ingredienti di origine animale.

Anche qui la base è un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP. A completarlo sono la maionese secondo la ricetta Public, il brie, la cipolla caramellata, la crema di lardo della selezione Cillo, le mandorle tostate e salate e la cicoria ripassata.

È una costruzione gastronomica nella quale la cremosità del brie e la componente grassa della crema di lardo dialogano con la dolcezza della cipolla caramellata. La cicoria, con il suo profilo amaricante, introduce invece una tensione necessaria, dando profondità al morso e contrastando la ricchezza degli altri ingredienti.

Le mandorle completano la composizione con una nota croccante, mentre la maionese contribuisce a legare gli elementi senza cancellarne le differenze.

Il CicoRock mostra un altro aspetto della cucina di Ornella: la capacità di lavorare con ingredienti dal carattere deciso, cercando un equilibrio che non significhi necessariamente delicatezza, ma consapevolezza delle proporzioni.

Plum 2.0: il ricordo dell’estate dentro un panino

Tra le proposte degustate, il Plum 2.0 è quella che restituisce con maggiore evidenza il legame tra cucina e memoria.

La ricetta parte da un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP, accompagnato da pecorino, confettura di prugne al rosmarino, radicchio grigliato, mandorle tostate e salate e maionese artigianale alla menta.

La confettura è preparata da Ornella e conservata per poter ritrovare durante l’anno il ricordo di una stagione precisa. Le prugne vengono lasciate riposare per tutta la notte con zucchero e cannella, prima di essere cotte sulla brace. Una lavorazione che restituisce alla frutta una profondità aromatica particolare, tra dolcezza, note speziate e sentori di cottura.

L’incontro con il pecorino avellinese aggiunge sapidità e carattere, mentre il radicchio grigliato introduce una nota amaricante che impedisce alla componente dolce di prendere il sopravvento. Le mandorle tostate e salate contribuiscono con la loro croccantezza; la maionese alla menta, infine, porta freschezza e una sfumatura aromatica che alleggerisce l’insieme.

Il risultato è un panino costruito per contrasti: dolce e sapido, morbido e croccante, intenso e fresco. La carne fornisce la struttura, ma sono soprattutto gli elementi vegetali e le preparazioni artigianali a definire la personalità della ricetta.

Il nome Plum 2.0 suggerisce un’evoluzione, ma il suo centro rimane un ricordo estivo. Ornella lo trasforma in un’esperienza gastronomica disponibile anche al di fuori della stagione in cui nasce, affidando alla conservazione della confettura il compito di trattenere profumi e suggestioni.

È un modo di fare cucina che parla di tempo, di gesti e di memoria: ingredienti che non sempre compaiono in una lista, ma che possono fare la differenza tra una ricetta assemblata e una ricetta pensata.

La degustazione come racconto condiviso

Al Public House esiste anche la possibilità di trasformare la scelta di un singolo panino in una piccola degustazione. Con un supplemento di tre euro a persona, è possibile assaggiare più proposte servite tagliate, con piatti dedicati e una spiegazione delle ricette.

A raccontarle è la stessa Ornella, che lascia per un momento la cucina per accompagnare gli ospiti nella lettura dei propri burger.

È un aspetto importante dell’esperienza, perché restituisce al panino la sua dimensione narrativa. Gli ingredienti non arrivano a tavola come una lista da decifrare autonomamente: vengono presentati attraverso le scelte che li hanno messi insieme, le lavorazioni che li caratterizzano e le ragioni di un abbinamento.

In una cucina che fa della personalizzazione il proprio tratto distintivo, il dialogo con il cliente diventa parte del servizio e contribuisce a rendere l’assaggio un’esperienza più consapevole.

Anche la proposta beverage partecipa alla costruzione dell’esperienza. Ad accompagnare il percorso, il cocktail PUBLIC, ideato da Juliani, che riunisce succo di lime, sour, menta, vodka liscia, rum al cocco e acqua tonica.

La composizione si muove tra note agrumate e freschezza erbacea, con il lime e la menta a definire il profilo più immediato, mentre la componente al cocco aggiunge una sfumatura esotica. La tonica completa il drink con la propria effervescenza e una nota amaricante.

È una proposta che si inserisce nella dimensione conviviale del locale, accompagnando una cucina nella quale la varietà degli ingredienti e la ricerca degli abbinamenti costituiscono il filo conduttore.

Vegetariani, vegani e senza glutine: l’attenzione alla scelta

La ricerca gastronomica del Public House non si esaurisce nelle proposte a base di carne. Fonti gastronomiche dedicate al locale documentano anche alternative vegetariane e vegane, oltre alla possibilità di scegliere un bun senza glutine.

Tra le proposte vegetariane compare il Veggie Burger, con un burger di spinaci e ceci, insalata di cavolo e verza, maionese al curry, anacardi, stracciata e pomodorino confit. Una composizione che mette al centro ingredienti vegetali, consistenze diverse e una componente aromatica affidata al curry.

Il riguardo alle diverse esigenze alimentari amplia le possibilità di scelta e conferma la centralità del lavoro sulle ricette.

Public House, una cucina che porta la firma di chi la crea

A pochi passi dalla Reggia di Caserta, il Public House ha costruito nel tempo una propria riconoscibilità attraverso una proposta che unisce il linguaggio informale del pub alla ricerca gastronomica.

La sua identità non risiede soltanto nelle dimensioni dei burger o nella varietà dei ripieni, ma nel lavoro che precede il servizio: la selezione delle materie prime, il rapporto con i fornitori, le preparazioni realizzate in casa e la volontà di trasformare ogni panino in una combinazione ragionata.

La storia di Ornella Buzzone aggiunge a questo percorso una dimensione personale. C’è la passione iniziale, poi la scelta di investire i risparmi destinati a un’altra fase della vita, infine il coraggio di rilevare un’attività e ricostruirla secondo la propria visione. E c’è, ancora oggi, la necessità di affermare un’autorevolezza che il lavoro ha già dimostrato, ma che non sempre viene riconosciuta al primo sguardo.

Il risultato è un locale nel quale la cucina non è separabile dalla persona che la guida. Un panino può essere molto più della somma dei suoi ingredienti, purché dietro ci siano una visione, una tecnica e qualcuno disposto a metterci la propria firma. Al Public House, quella firma è di Ornella Buzzone e del suo staff tutto al femminile.

Falstaff Italia a Napoli: molto più di uno “Sparkling Party” gastronomico

Concludiamo con il racconto della giornalista Veronica Caprio, che si unisce a quello della collega Francesca Sepe, l’evento che ha tenuto banco in queste prime fasi d’autunno nella metropoli partenopea. Lo Sparkling Party come non l’avete mai visto nel calice!

Prendete una sera d’autunno, il Vomero, uno dei suoi salotti più eleganti, un chiostro illuminato, la musica, le luci, i calici che si riempiono e oltre cento etichette di bollicine arrivate da tutta Italia.

Aggiungete qualche special guest d’Oltralpe, più di trecento persone tra operatori del settore, giornalisti, degustatori e appassionati e una lunga teoria di bottiglie pronte a raccontare territori diversi.

Ecco, più o meno, il Falstaff Sparkling Party.

Per la prima volta Falstaff è arrivato a Napoli e ha scelto di farlo in grande stile.

Il Chiostro di San Francesco ha accolto una serata che aveva tutto quello che serve per trasformare una degustazione in un vero appuntamento: bollicine, naturalmente, ma anche musica, convivialità, incontri, masterclass e quella voglia tipicamente napoletana di fare festa.

Una prima volta in città che ha puntato subito sul glamour, ma senza dimenticare il contenuto.

Napoli brinda all’Italia delle bollicine

Quasi 40 cantine, oltre 120 etichette e un viaggio dentro la produzione spumantistica italiana che parte dal Prosecco e arriva al Trento DOC, passa dall’Alta Langa e dalla Franciacorta e si spinge fino allo Champagne.

Un piccolo atlante delle bollicine, insomma, arrivato a Napoli per una serata pensata per mettere insieme professionisti e appassionati.

Ed è proprio questa la cosa interessante.

Perché dietro una bolla c’è sempre un territorio.

Ci sono vigne, persone, metodi di produzione, storie familiari e modi diversi di interpretare lo stesso desiderio: quello di portare nel calice qualcosa che sappia raccontare da dove arriva.

Dalle montagne del Trentino alle colline dell’Alta Langa, dalla Franciacorta al Veneto, fino alla Francia.

Tanti territori, tante identità e una cosa in comune: la capacità delle bollicine di parlare a pubblici molto diversi.

E poi c’è la CAMPANIA che deve sempre farsi riconoscere.

Come? Con un uno spumante bianco Metodo Classico fatto di 100% Aglianico il Gioì Blanc de Noir dell’Azienda Agricola San Salvatore, nel Cilento, vicino Paestum.

Colore bianco luminoso e bollicine finissime.

Nato dal desiderio di realizzare uno spumante bianco col vitigno a bacca rossa per eccellenza del nostro territorio sua maestà l’aglianico. Un prodotto unico nel suo genere.

Al palato elegante, setoso e sinuoso, minerale e dal ritorno sapido.

Abbinamenti perfetti: marinato di mare, cruditè e latticini, ma anche prosciutto di Parma.

Affinamento interessante: fino a 36 mesi in bottiglia sui lieviti e poi 3 mesi dopo sboccatura.  Insomma, anche sulle bollicine la Campania vuole decisamente dire la sua.

Dal mare di Cetara alla pizza a portafoglio

E poi arriva Napoli. Quella vera.

Ora, possiamo anche parlare per ore di Metodo Classico, Champagne, Franciacorta e denominazioni.

Ma siamo a Napoli.

E a Napoli il vino, prima o poi, incontra sempre qualcosa da mangiare.

E infatti accanto alle bollicine sono arrivate alcune eccellenze che hanno riportato immediatamente il calice verso il territorio.

Armatore ha portato a tavola i sapori del mare di Cetara con le sue alici.

Casa Iuorio ha raccontato la Campania attraverso la linea di conserve Stappa & Mangia, una cucina campana racchiusa nei barattoli.

Flamigni 1930 ha invece giocato con il dolce e il salato proponendo il suo Panettone nelle due versioni, tradizionale e salata.

E poi lei.

La pizza a portafoglio.

Perché puoi anche arrivare a Napoli con Champagne, Franciacorta, Alta Langa e Prosecco, ma prima o poi devi presentargli sua maestà la pizza.

E così la Margherita è stata preparata al momento dal pizzaiolo napoletano Salvatore Salvo, grazie alla collaborazione con Izzo Forni.

Una pizza calda, mangiata in piedi, piegata nel suo inconfondibile portafoglio.

Quando il territorio entra anche nell’organizzazione

A completare il percorso gastronomico anche i grissini stirati a mano de I Bibanesi e l’acqua minerale naturale Surgiva.

Italesse ha accompagnato le masterclass con i suoi calici, Wilog/IWS ha curato la logistica dell’intera giornata e il servizio delle degustazioni guidate è stato affidato ad AIS Campania.

Tanti tasselli diversi che, messi insieme, hanno costruito una giornata capace di tenere insieme il mondo professionale del vino e quello degli appassionati.

Perché una manifestazione di questo tipo non è soltanto una sequenza di degustazioni.

È anche un luogo dove ci si incontra.

Si conoscono produttori.

Si scambiano contatti.

Si parla di territori.

Si scoprono etichette che magari non avevi mai assaggiato.

E magari si torna a casa con qualche bottiglia in più nella lista dei desideri.

Perché il vino ha anche questo potere.

Fa incontrare le persone.

Una prima volta napoletana con il bicchiere pieno

Per Falstaff era il debutto a Napoli.

E forse non poteva esserci città più adatta per un appuntamento dedicato alle bollicine.

Napoli ha una naturale capacità di trasformare anche una degustazione in un’esperienza briosa.

Basta un chiostro, qualche luce, la musica giusta, persone che hanno voglia di incontrarsi e, naturalmente, qualcosa di buono da bere.

Il resto lo fa la città.

Il Falstaff Sparkling Party ha portato nel cuore del Vomero un pezzo dell’Italia del vino, mettendo intorno allo stesso tavolo territori molto diversi e mostrando ancora una volta quanto sia ampia e trasversale la cultura delle bollicine.

E alla fine, tra un calice di Franciacorta e uno Champagne, una pizza a portafoglio e un piatto di alici di Cetara, il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Le bollicine non sono soltanto un brindisi.

Sono un modo per raccontare l’Italia. E Napoli, quando c’è da brindare, sa sempre come fare la sua parte.

Da Bangkok a Sorrento: Bar Us, quarto al mondo per The 50 Best Bars, dietro al bancone di SHUB

I fondatori di Bar Us, quarto miglior bar al mondo per The 50 Best Bars 2026, sono stati ospiti di SHUB a Sorrento. Con Valerio Izzo e Anna Candela hanno firmato una carta di tre cocktail, con Amaro Lucano e Mancino Vermouth: un incontro tra i sapori della Thailandia e quelli della Penisola Sorrentina.

Martedì 13 ottobre Taln Rojanavanich e Aum Sawaengsupt, fondatori di Bar Us Bangkok, hanno lavorato al bancone di SHUB, a Sorrento, insieme a Valerio Izzo e Anna Candela. La guest shift, realizzata con Amaro Lucano e Mancino Vermouth, è arrivata sei giorni dopo la cerimonia di Milano che ha portato Bar Us al No.4 di The 50 Best Bars 2026. In sala, insieme ai clienti del locale, bartender e operatori del settore.

Aperto nel 2023, Bar Us è entrato nella classifica mondiale al No.41 nel 2024, è salito al No.15 nel 2025 e oggi è No.4. Taln e Aum, ex interior designer e bartender autodidatti, lavorano su una “liquid cuisine” strutturata come un menu di ristorante: cocktail sapidi, fermentazioni ed erbe thailandesi.

La drink list della serata, firmata a quattro mani dai due team, ha affiancato ingredienti della cucina thailandese come pandan, foglia di neem e melone d’inverno ad agrumi e frutta del Sud Italia:

– Altamura Vodka, pera, foglia di fico, gelsomino, melone d’inverno, celery bitter, top di soda alla foglia di
fico Three Cents
– Amaro Lucano, whisky, pandan, foglia di neem, caffè lungo, finitura di panna montata
– Un twist in chiave Dirty Martini Sour: Mancino Secco, dry gin, bergamotto, salamoia d’olive, yuzu, succo di limone

SHUB è stato aperto nel 2020 da Valerio Izzo e Anna Candela nel centro storico di Sorrento ed è stato premiato con un Pin da The Pinnacle Guide, la guida internazionale dedicata ai migliori bar del mondo. Valerio è anche maître e manager di Piazzetta Milù, due stelle Michelin a Castellammare di Stabia. «Questa serata ripaga il duro lavoro di ogni giorno e la dedizione che mettiamo in questo progetto», racconta Valerio Izzo. «Portare a Sorrento ospiti come Taln e Aum, e scoprire quanti punti di contatto ci sono tra le nostre culture e i nostri modi di fare cocktail, è stato molto gratificante.»

«Sawasdee ka! Era la nostra prima volta a Sorrento», hanno commentato Taln e Aum. «Abbiamo trovato persone meravigliose e un’accoglienza calorosa da parte di tutto il team di SHUB.» Amaro Lucano, che nel 2025 ha firmato il titolo di The Best Bar in Thailand assegnato a Bar Us ad Asia’s 50 Best Bars, e Mancino Vermouth, creato dal bartender Giancarlo Mancino e parte del gruppo Lucano dal 2021, sono stati i partner della serata.

«Siamo orgogliosi di collaborare con due realtà che rappresentano l’eccellenza della mixology contemporanea», dichiara Luigi De Michele, Global Trade Marketing Manager di Amaro Lucano. «Per Lucano 1894 la mixology è molto più di un modo di interpretare un prodotto: è cultura dell’incontro, ricerca e capacità di creare esperienze. Collaborare con protagonisti di questo livello significa continuare a far evolvere la nostra storia, portandola nei luoghi in cui nascono nuovi linguaggi e nuove forme
dell’ospitalità.»