FIVI 2025: Teroldego e Vulcano, due territori a confronto tra tradizione e identità del vino italiano

Da sottolineare due entusiasmanti masterclass che rispettivamente hanno messo in luce due territori con peculiarità uniche nel loro genere.

Masterclass Teroldego di Rotaliano – Verticale di Vigilius

Qui ci troviamo nella Piana Rotaliana. La Piana Rotaliana è uno dei luoghi vitivinicoli più iconici del Trentino, una pianura piccola ma straordinariamente vocata, spesso definita da enologi e storici del vino come “il più bel giardino vitato d’Europa”. Si trova tra Mezzocorona, Mezzolombardo e San Michele all’Adige, un triangolo di terra fertile e perfettamente esposto che da secoli rappresenta la culla del Teroldego Rotaliano, il vitigno autoctono simbolo della zona.

Un territorio modellato dall’Adige

La Piana Rotaliana è una pianura alluvionale formata nel tempo dai depositi dell’Adige e del torrente Noce, che hanno creato suoli ricchi di sabbia, ghiaia e ciottoli. È un territorio drenante, fresco e ricco di minerali, ideale per esaltare la complessità aromatica e la forza espressiva del Teroldego.

L’altitudine moderata (tra 200 e 250 metri), un microclima ventilato e la protezione naturale offerta dalle montagne circostanti creano condizioni perfette per una viticoltura di alta qualità. Le estati sono calde ma mai torride, mentre le escursioni termiche serali favoriscono concentrazione aromatica e freschezza.

La culla del Teroldego Rotaliano

Il vero protagonista della Piana Rotaliana è senza dubbio il Teroldego, un vitigno rosso di antichissima origine, documentato da almeno il XV secolo. Qui raggiunge la sua forma più elegante e complessa, donando vini:

  • dal colore rubino intenso,
  • con profumi di frutti rossi maturi, mora, lampone e viole,
  • una bocca succosa, piena e vibrante,
  • tannini morbidi e una caratteristica vena minerale.

Stilisticamente, il Teroldego Rotaliano può essere immediato e fresco nelle versioni giovani, oppure strutturato, profondo e adatto all’invecchiamento nelle selezioni da singola vigna o nei cru storici.

De Vescovi Ulzbach: quattro secoli di storia nel cuore del Teroldego. E il Vigilius, anima del Campo Rotaliano

Il nome de Vescovi Ulzbach attraversa quasi quattro secoli di storia trentina. Una famiglia che, dalle origini in Valcamonica e poi in Val di Sole, approda nel 1641 a Mezzocorona, nel cuore del Campo Rotaliano: territorio che diventerà la culla del Teroldego e la ragione stessa del loro legame con la viticoltura. Dal 1708 ottengono il predicato nobiliare “Ulzbach” e consolidano un rapporto profondo con la terra e con la coltivazione della vite, interrotto solo nel Novecento, quando le uve vengono conferite alla cantina sociale.

La svolta moderna arriva nel 2003 con Giulio de Vescovi, enologo, che dopo esperienze in Italia e all’estero decide di riportare la famiglia alla produzione in proprio. La cantina storica del ’600, restaurata, diventa il centro di un progetto che unisce tradizione, studio del territorio e una visione contemporanea del Teroldego Rotaliano. I vigneti, con età media di 30 anni, si estendono nei tre poderi di famiglia, tra pergola doppia e spalliera, per valorizzare al meglio le potenzialità del vitigno.

Vigilius: l’interpretazione più profonda del Teroldego Rotaliano

Se il Teroldego è il “vino principe” del Campo Rotaliano, il Vigilius è la sua espressione più intima secondo de Vescovi Ulzbach. È la selezione che più racconta il carattere del territorio: nasce da parcelle vocate, vigneti storici e da una cura maniacale in cantina. L’obiettivo non è la potenza fine a sé stessa, ma la profondità: un vino che sappia raccontare la finezza minerale del suolo alluvionale, la ricchezza poli fenolica del vitigno e la capacità di evolvere con eleganza.

Il nome richiama la storia della famiglia e della comunità locale, evocando un senso di protezione e radicamento. L’affinamento, più lungo rispetto al Teroldego “classico”, dona struttura senza sovrastare il frutto. Il risultato è un rosso intenso, vibrante, con la tipica impronta di piccoli frutti scuri, grafite, spezie e una dinamica gustativa che alterna pienezza e tensione minerale. È un vino che guarda al futuro ma che parla la lingua antica della piana rotaliana.

La storia dei de Vescovi Ulzbach è quella di un ritorno consapevole: una famiglia che, dopo aver attraversato secoli di viticoltura, sceglie di riprendere il filo della propria identità producendo vini non solo tecnicamente impeccabili, ma narrativi. Il Vigilius ne è il manifesto: un Teroldego Rotaliano che non si limita a rappresentare un vitigno, ma interpreta un luogo e il cammino di una famiglia che ha scelto di custodirlo e rinnovarlo.

Teroldego Vigilius: viaggio sensoriale attraverso le annate

L’annata 2020, figlia di un’estate segnata dalle piogge di agosto, apre il viaggio con un naso intenso, dominato da spezie e erbe aromatiche. Il sorso è fresco, scattante, costruito su frutti rossi croccanti e una speziatura sottile che dà ritmo e tensione.

Più complessa la 2019, dove la leggera tendenza “verde” tipica dell’annata emerge al naso in note erbacee ben riconoscibili. In bocca, però, il vino sorprende: ricco, fruttato, con ritorni speziati e un tocco ematico che aggiunge personalità e profondità.

Con la 2018 si approda a una vendemmia più equilibrata, che regala profumi di frutta matura e un sorso pieno, caldo, avvolgente, capace di bilanciare generosità e misura.

È però con la 2016 che la verticale cambia passo: un’annata di grande finezza, dove le spezie, in particolare il pepe bianco, si fanno protagoniste di un sorso elegante, ricco e appagante, forse uno dei momenti più alti dell’intera degustazione.

La 2015 conferma il carattere generoso del millesimo: il rotundone è evidente già al naso e ancor più al palato, regalando una trama speziata golosa, quasi irresistibile. Si sente la maturità del frutto, ma sempre accompagnata da una freschezza che mantiene il vino vivo e dinamico.

Chiude la verticale la 2005, annata ormai prossima al tramonto ma ancora capace di emozionare. Proveniente da vigne allevate a pergola e spalliera e vendemmiata il 22 settembre, mostra un’evoluzione armonica: frutto in confettura, spezie dolci e una freschezza sorprendentemente integra, seppur in un quadro che lascia intravedere con eleganza la via del declino.

A ricordare quanto la natura possa decidere il destino di un vino, la 2017 è l’unica assente: un’annata mai prodotta a causa dell’eccessiva piovosità, segno che il Teroldego e il Vigilius in particolare non accettano compromessi.

Questa verticale è stata un racconto di autenticità, di annate che parlano con voce propria e di un vino capace di offrire profondità, energia e longevità. Un viaggio che conferma il Vigilius come una delle più alte e sincere espressioni del Teroldego contemporaneo.

Dal nord della nostra penisola, passiamo al centro Italia, nella regione del grande vulcano laziale.

Masterclass Viticultura su suolo vulcanico – L’identità del Lazio in degustazione

Alla masterclass “Viticultura su suolo vulcanico, L’identità del Lazio in degustazione”, sei cantine laziali: Casale Certosa, Tenuta La Pazzaglia, Merumalia, Riserva La Cascina, Cantina Morichelli e Migrante, hanno raccontato con i loro vini la straordinaria ricchezza dei suoli vulcanici che modellano il paesaggio e il carattere enologico della regione. A moderare l’incontro è stata Enza Saitta di Enotrio, proveniente dall’Etna, uno dei territori vulcanici più emblematici d’Italia: una voce autorevole per mettere in prospettiva quanto il Lazio stia crescendo in qualità e consapevolezza.

L’obiettivo della masterclass era chiaro: accendere un faro sull’identità dei vini laziali attraverso l’analisi delle loro radici geologiche. I suoli che oggi nutrono i vigneti regionali sono il risultato di antiche eruzioni, depositi di ceneri, lapilli, basalti e tufi che hanno generato substrati ricchi di minerali, drenanti e capaci di trasmettere freschezza e finezza aromatica ai vini.

Ogni areale del Lazio, dai Colli Albani alla Tuscia, dai Monti Cimini alla valle del Sacco, racconta una sfumatura diversa di questa matrice vulcanica. Qui la viticoltura beneficia di condizioni pedoclimatiche uniche, dove l’altitudine, la ventilazione e la composizione dei terreni si intrecciano con i vitigni autoctoni per dare origine a vini vibranti, tesi, salini, spesso caratterizzati da note fumé, agrumate e floreali.

Durante la degustazione, i produttori hanno sottolineato come il lavoro quotidiano in vigna, dalla gestione della mineralità al controllo del vigore della pianta, sia fondamentale per portare in bottiglia uve belle, sane e capaci di esprimere la complessità di questi suoli antichi. Una filosofia che si avvicina profondamente a quella della FIVI, fondata sulla sostenibilità, sull’artigianalità e sulla genuinità del prodotto.

La masterclass ha così messo in evidenza un concetto chiave: il Lazio non è soltanto una regione vulcanica, ma una regione che sta imparando a raccontarsi attraverso il suo vulcano diffuso, trovando nei suoi suoli un elemento identitario forte e riconoscibile. I vini degustati sono la prova che qui esiste una qualità crescente, sostenuta da produttori che credono nel territorio e lavorano ogni giorno per esprimerne la singolarità.

Un messaggio che merita di essere ascoltato: il Lazio del vino sta vivendo una nuova stagione, e il vulcano, reale o metaforico, continua a essere la sua fonte di energia più autentica.

1 – Poggio Triale 2019, Tenuta La Pazzaglia – Grechetto (IGT Umbria/Todi)
Profilo olfattivo caratterizzato da marcate note minerali e leggere sfumature idrocarburiche, seguite da sentori di fiori gialli (ginestra). Naso già in fase evolutiva, pulito e coerente.

2 – Frascati Superiore Riserva DOCG 2018 – Malvasia Puntinata, Bombino, Grechetto
Al naso presenta un registro fresco, con componenti vegetali e accenni floreali. Il sorso è teso, con acidità ben integrata, sapidità marcata e una chiara impronta minerale. Finale complesso, con ritorni di miele, frutta gialla matura e sfumature evolutive. Mostra ottimo potenziale d’invecchiamento.

3 – Malvasia Puntinata 2018, Casale Certosa (monovitigno)
Colore giallo dorato brillante. Al naso emergono note minerali e iodate, accompagnate da frutta a polpa gialla matura (pesca, pera). In bocca l’attacco è fresco, seguito da una sapidità ben definita; struttura piena, con richiami di frutta gialla, lieve pietra focaia, tocchi burrosi e accenni di caramello salato. Ottima concentrazione, evidenziata anche dalla consistenza alla rotazione.

4 – Gallieno 2017, Lazio IGT – Malvasia Puntinata Riserva (Cascina)
Giallo paglierino intenso. Il quadro aromatico si apre su note affumicate e minerali. Ingresso fresco, con componente agrumata nitida che evolve verso scorza d’agrume candito. Segue un registro minerale gessoso e una chiusura leggermente amaricante su mandorla. Profilo evoluto ma integro.

5 – Violo 2018, Cantina Morichelli – Violone (Montepulciano 100%)
Olfatto con note polverose, speziatura fine e leggere sensazioni vegetali. Al palato si distingue per freschezza e tannino ben levigato. Frutta rossa minuta croccante in apertura, seguita da cenni evolutivi più scuri. Buon equilibrio complessivo e discreta profondità.

6 – Cesanese di Olevano Romano 2010 “Migrante”
Affinamento: 2 anni in acciaio + 2 anni in bottiglia. Colore rosso granato fitto, quasi impenetrabile. Naso maturo, con evidenti note evolutive e una lieve componente volatile percepibile ma non invasiva. Il sorso mantiene una buona freschezza, tannino ben domato e un profilo fruttato che vira verso la confettura di ciliegie, amarene sotto spirito e frutta rossa matura. Finale caldo e persistente. In conclusione, queste due masterclass hanno rappresentato un viaggio attraverso territori profondamente diversi ma uniti da un’identità forte e inconfondibile. Dal rigore minerale e dalla nobiltà storica del Teroldego Rotaliano, capace di raccontarsi con sincerità attraverso le annate del Vigilius, fino alla vibrante energia dei suoli vulcanici laziali, dove la terra antica diventa matrice di vini tesi, sapidi e sempre più consapevoli. Due percorsi che mostrano come, dietro ogni vino, ci siano non solo tecniche e tradizioni, ma soprattutto territori che parlano, famiglie che custodiscono e produttori che interpretano.

FIVI 2025 ce lo ricorda con chiarezza: il futuro del vino italiano passa attraverso la capacità di valorizzare le proprie radici, trasformandole in racconti autentici e in calici che sanno emozionare.

Muzic on Tour a Milano: il sottile filo rosso che unisce la cucina meneghina con i vini del Collio

Milano ha fatto da cornice a una serata che non è stata solo degustazione, ma racconto: Muzic on Tour, il progetto itinerante di Gambero Rosso, che fa dialogare cucina d’eccellenza e l’Azienda di grandi vini del Collio. L’evento ha confermato la cantina Muzic come una delle voci più autorevoli dell’areale, capace di tradurre in bottiglia la sensibilità agronomica del territorio e far brillare il territorio di San Floriano, uno spicchio eccellente della complessità geologica del Collio.

Dopo Roma, l’appuntamento meneghino ha confermato il ruolo della cantina Muzic, oggi la più premiata del Collio secondo Decanter, come ambasciatrice di un territorio che sta ridefinendo la propria identità.

Fabijan Muzic: un volto giovane per un Collio in evoluzione

Fabijan rappresenta la generazione che ha ricevuto in eredità una tradizione familiare e l’ha trasformata in progetto contemporaneo. I suoi vini cercano chiarezza e territorialità: profili aromatici netti, acidità vibrante, texture minerale. La sua è una pratica che unisce cura in vigna e decisioni coraggiose in cantina, con l’obiettivo di far emergere la singola parcella più che uno stile omologato.

Vini puliti, sinceri, capaci di raccontare il territorio senza forzature. La sua filosofia del “meglio non imbottigliare piuttosto che offrire un vino non all’altezza” è diventata la cifra stilistica dell’azienda e fa di questa Cantina l’ambasciatrice di un Collio unito e forte, che vuole essere Brand sociale ma oggi può e deve essere di più, deve essere riconosciuto per il mosaico di zone, microclimi e vigneron che rappresenta.

Dal Collio Evolution a Milano: un messaggio chiaro

Il recente evento Collio Evolution ha segnato un passaggio decisivo: il Collio non si accontenta più di rappresentare l’eccellenza tecnica dei bianchi italiani, ma punta a farsi riconoscere come territorio con molte facce e un linguaggio comune. La valorizzazione delle singole unità zonali, l’approccio agronomico più accorto e la comunicazione di una matrice geologica e pedologica (la “ponca”) sono i pilastri di questa nuova consapevolezza.

In questo contesto, Muzic si inserisce come interprete autentico: la ponca è lo spartito, le note sono gli autoctoni: Ribolla, Malvasia, Friulano, ed è un’arte del territorio e dei grandi Vigneron ricamare attraverso queste note grandi composizioni, vinificazioni e evoluzioni in contenitori differenti per ogni singola parcella, poi riuniti come in un coro polifonico all’interno di uno stesso calice.

Abba: Milano industriale e cucina contemporanea

La serata si è svolta da Abba, ristorante milanese guidato da Fabio Abbattista, dalle radici pugliesi e consolidate esperienze internazionali, una mano delicata, saporita ed eccellente per una cucina dal passo moderno. Il locale, si trova nel Certosa District, una zona rinnovata di Milano, in grande fermento, è un open space in un contesto industriale ristrutturato, e ha offerto un palcoscenico ideale: piatti pensati per esaltare i vini Muzic, con un approccio che privilegia leggerezza, contrasti e precisione tecnica.

Abba non ha mai cercato di sovrastare i vini, ma di dialogare con loro: ogni portata è stata costruita come un racconto parallelo, capace di sottolineare freschezza, sapidità e profondità delle etichette in degustazione. Il nostro plauso a Gambero Rosso per aver curato e creato questo splendido connubio.

I piatti e gli abbinamenti, tanti i richiami alle origini dello Chef, rivisitati in una chiave di grande eleganza:

Il primo calice è una Ribolla Gialla 2024 in versione ferma. Premesso che l’apertura con bolla non è una convenzione ma una scelta largamente diffusa (a volte scientemente) i Muzic non spumantizzano, non per intolleranza verso le bolle ma per una scelta dettata dall’interpretazione del vitigno che il loro territorio permette. Il clima nella località Bivio di San Floriano del Collio è Mediterraneo, accogliente, e la Ribolla che ama questo clima qui esprime il suo varietale fruttato agrumato in maniera importante, abbinato a una piacevole mineralità e salinità figli del patrimonio geologico. Un vino schietto, che soddisfa fin dal primo sguardo dai contorni dorati, coinvolge con i suoi toni di pompelmo e la freschezza che insieme alla dotazione salina invogliano tantissimo la beva.

In abbinamento:

•          Entreè di Benvenuto, Polpettine di Melanzana e Melanzana laccata al mosto di fichi. La prima è un racconto classico e una frittura ben eseguita, la seconda un perfetto gioco di texture, che danno alla melanzana una consistenza caramellata e brunita fuori, succulenta e scioglievole all’interno, impreziosita dal cacioricotta a sovrastare. Un ricordo spensierato delle grigliate tra amici, abbinamenti puliti e piacevoli.

•          Triglia di Scoglio, pepe Timut e mandorla — Splendido il ricordo delle fritture di paranza fronte mare, un assaggio carnoso,dai contorni crunchy, dal tocco pepato e quel finale lungo e umami portato dalla mandorla tostata che crea dipendenza. Qui la Ribolla Gialla Muzic ha trovato il suo terreno ideale: freschezza e acidità hanno bilanciato la grassezza del pesce, con ritorni agrumati che hanno accompagnato la nota aromatica del piatto.

Si prosegue col Collio Sauvignon DOC “Pàjze” 2024 di Muzic, una anteprima la cui chiave è ancora il territorio e il suo calore ben dosato. È un Sauvignon paglierino, di bell’ampiezza, che mette i toni vegetali in coda e coinvolge con toni di ananas e frutti freschi tropicali, erbe balsamiche, salvia e mentuccia, un leggero peperone in sottofondo.

•          Seppia e Carciofi — Bellissimo a vedersi e non solo, il velo è delicato e tenace al tempo stesso, il ripieno un concentrato di mare. L’abbinamento di difficile esecuzione del vegetale del carciofo è ottimamente riuscito e il sauvignon, ha accompagnato la delicatezza del ripieno che a sua volta esalta la freschezza del vino.

Proseguiamo col Collio Friulano Valeris 2024 un vino fortemente territoriale, è prodotto con vigne di oltre 40 anni, è la spina dorsale, del blend dello Stare Brajde e vinificato a sé fa subito comprendere perché. Carattere, bouquet olfattivo ampio e intensamente floreale svelano un sorso secco e morbido, dalla grande freschezza e con chiusura ammandorlata.

•          Gnocchetti di zucca, robiola e berberè – Un ricordo d’autunno. La dosata dolcezza gioca con l’acidità del formaggio, poi intervengono le spezie magistralmente dosate che proseguono il messaggio del piatto e donano nuovi spunti. Il Friulano trova in questa pienezza terreno fertile e completa benissimo creando sinergia e piacevolezza.

Entra in scena il Collio Bianco DOC “Stare Brajde” 2023 – Muzic, una celebrazione del Collio, una selezione delle migliori uve friulano, malvasia istriana, ribolla gialla, a cui viene effettuata decantazione statica, poi fermentazione in Tonneau di acacia e affinamento sur lie. 12 mesi minimi di affinamento in bottiglia. Vino di equilibrio estremo, curato da mani sapienti minuziosamente.

Descrive perfettamente la bellezza del Collio e la tradizionalità, l’arte del mélange di queste bacche bianche che tra loro si completano, si rafforzano, ampliano il loro messaggio e sotto mani sapienti si uniscono in una voce unica. Si apre al naso un ventaglio di agrumi, girando si amplia e svela toni di salvia e rosmarino, miele, mandorle tostate. Tensione di beva, salinità e una giusta grassezza lo rendono agile e versatile, più teso in gioventù, più largo e persistente nell’invecchiamento, che in questa etichetta (ma anche nelle altre) può protrarsi davvero molto e dare grandi emozioni.

•          Risotto, Castelmagno e mais Affumicato – una cartolina dal Piemonte, impreziosito dal mais affumicato da personalità. Lo Stare Brajde 2023 si coniuga e duetta bene col piatto, dando pulizia, coinvolgendoci con la sua vivacità aromatica.

Si torna allo Stare Brajde ma in annata più vecchia e temperatura leggermente più alta. Il volume si amplifica, la burrosità emerge, le note di frutta a guscio, di humus iniziano a far capolino al naso insieme a una piacevole oleosità al palato che lo allarga e gli da più capacità di pulizia.

•          Lavarello, lenticchie nere e curcuma — Piatto di equilibrio, succulenza e ricercata aromaticità, in abbinamento si completa gradevolmente e con pulizia.

•          Manzo alla brace, pastinaca e fava tonka – Dietro un canovaccio semplice si cela una esecuzione attenta a rendere ogni singolo morso un concentrato di sapore, delicato e suadente. L’abbinamento regge e convince, è pulito e piacevole.

Doc Friuli Isonzo – Picolit 2018 chiude gli assaggi di giornata un vino dolce raro, il Picolit soffre di acinellatura, ha rese bassissime ma estremamente eccellenti. L’uva viene raccolta e lasciata appassire sui graticci di legno per 30 giorni. Viene poi diraspata e lasciata macerare in botti di rovere da 228 litri per circa dieci mesi. Giallo dorato dai profondi riflessi ambrati, ricco e complesso al naso apre con ricordi di Frutta gialla matura, confettura di albicocca e miele, poi spezie dolci sul finale. Vellutato e ben dosato di zucchero.

•          Sorbetto ai cachi e cannella – Un duetto perfetto col picolit, la componente grassa lenisce l’effetto termico del sorbetto e lascia un tema fruttato giallo perfettamente in armonia col vino.

•          Focaccia dolce – Chiudiamo con un dolce della tradizione e col suo intingolo cremoso un percorso eccelso.

Oltre il “brand sociale”

Il Collio è conosciuto e amato, ma spesso percepito come marchio collettivo più che come somma di storie individuali. È necessario raccontare le zone, i singoli vignaioli, le radici familiari. Fabijan Muzic, con la sua energia e la sua visione, rappresenta proprio questo: una generazione che porta nel sangue i valori del territorio e li traduce in vini capaci di parlare al mondo con voce limpida e coerente.

Cosa ci lascia questo racconto La serata milanese è stata un tassello di un racconto più ampio: Muzic e Fabijan non rappresentano solo una cantina premiata, ma un modello di come il Collio possa farsi riconoscere uscendo dalla dimensione di “brand sociale” per affermarsi come territorio vivo, plurale e identitario. Milano ha ascoltato, assaggiato e capito: il prossimo passo è far conoscere ancora meglio le singole zone e gli autoctoni che rendono unico questo territorio. E Muzic, con Fabijan, è oggi uno dei protagonisti di questa rivoluzione.

FIVI Bologna 2025: la festa dei vignaioli e il nuovo rapporto tra vino e consumatore

Bologna, 15–17 novembre 2025, con oltre 1100 produttori presenti, l’edizione 2025 del Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI si conferma uno degli appuntamenti più coinvolgenti del panorama enologico italiano. Un evento che molti considerano il più “positivo” tra quelli dedicati al vino, capace di restituire un rapporto diretto, vero, umano tra vignaiolo e consumatore.

Fin dall’apertura, l’affluenza ha superato le edizioni precedenti: professionisti, ristoratori, enotecari, appassionati, tutti rigorosamente muniti delle piantine con la mappa degli stand, alla ricerca dei loro produttori del cuore. Il mercato FIVI resta uno dei luoghi dove acquistare vino è più conveniente, e la varietà proposta è semplicemente unica.

“Il vino deve tornare quotidiano”

Tra gli stand ho iniziato il mio percorso da Tre Botti, cantina dell’Alto Lazio, dove ho incontrato Ludovico Maria Botti, Consigliere Nazionale FIVI e Vicepresidente CEVI. La sua riflessione sul presente del vino è lucida: «Dobbiamo riportare il vino nella quotidianità delle famiglie. Negli ultimi decenni lo abbiamo caricato di una complessità eccessiva, creando un muro tra produttori e consumatori.»

Botti sottolinea come il prezzo dei grandi vini abbia generato l’idea che ciò che costa meno non sia di qualità. «Non è così. Molti vignaioli lavorano con una filosofia virtuosa, sostenibile, attenta alla salute delle uve».

A rallentare il settore c’è un’altra sfida: la burocrazia europea, che sottrae tempo al lavoro agricolo e pesa soprattutto sui piccoli produttori.

Visitare il FIVI significa osservare carrelli carichi di scatole, acquisti ponderati, regali già pronti per il periodo natalizio. La data a ridosso del Black Friday aiuta, trasformando il mercato in un’occasione perfetta per scegliere bottiglie significative da condividere o donare.

La logistica 2025 ha fatto un passo avanti: nuovo ingresso da Piazza della Costituzione e più punti di distribuzione dei bicchieri. Risultato: file ridotte, esperienza più fluida.

Le cantine che ho visitato: un viaggio attraverso l’Italia del vino

Di seguito le realtà incontrate nei tre giorni bolognesi, ognuna con il suo stile, il suo territorio e la sua personalità.

La Perla del Garda – Lombardia

Vini eleganti del Lago di Garda, freschezza e finezza con un’attenzione maniacale alla pulizia aromatica. Grandi spumanti Metodo Classico che valgono la bevuta.

Ca’ du Ferrà – Liguria

Cà du Ferrà è una cantina sospesa tra mare e cielo, nata su terrazze di pietra che guardano la Riviera ligure come palchi naturali affacciati sull’infinito. Qui la viticoltura è eroica nel vero senso della parola: ogni filare è conquistato alla montagna, ogni grappolo è il frutto di mani che lavorano con la stessa tenacia del mare contro le scogliere. Davide e Giuseppe sono la testimonianza della resilienza e dell’amore per il vino.

Alle Tre Colline – Piemonte

Produzioni artigianali e territoriali, con rossi che uniscono tradizione langarola e immediatezza espressiva. Elisa è giovane ma già con una grande forza e determinazione. Insieme al papà e al fratello, porta avanti una bellissima realtà.

Cantina Morichelli – Lazio

Una delle voci nuove più convincenti del Lazio: vini diretti, sinceri, ricchi di identità territoriale. Vini che rimangono impressi.

Casa Lucciola – Matelica (Marche)

Verdicchi di grande verticalità e precisione, capaci di sorprendere per struttura ed eleganza. Un posto che rimane nel cuore. Da sottolineare la nuova etichetta del Verdicchio Riserva, appositamente realizzata dalla famosa winedesigner Federica Cecchi e che al FIVI ha riscosso molto successo.

Fattoria di Poggiopiano – Firenze

Per me una nuova conoscenza e scoperta. Chianti autentici e dal timbro classico, espressione sincera delle colline fiorentine.

I Pampini – Lazio

Micro-produzioni curate e personali, dove l’attenzione al dettaglio è protagonista.

Tre Botti – Lazio

Dialogo e visione, vini che riflettono l’essenza agricola del territorio e una filosofia FIVI pura. Una realtà da approfondire.

Cipriani – Marche

Bianchi e rossi marchigiani di carattere, con interpretazioni fresche e gastronomiche. Protagonista la terracotta delle anfore.

Ciucci – Lazio

Una piccola realtà vinicola che lavora con passione e territorialità, vino schietto e diretto. Piccola si fa per dire in quanto i vigneti sono compresi in una estensione molto importante con produzione di olio di oliva e molto altro. Un punto di riferimento a Orte.

Terre D’Aquesia – Lazio

Interpretazioni moderne della Tuscia, vini equilibrati con un tocco di mineralità ed eleganza. Siamo ad Acquapendente, nel punto in cui il Lazio incontra Umbria e Toscana.

Podere dell’Anselmo – Montespertoli (FI)

Chianti e IGT toscani vigorosi, ben lavorati, con una bellissima impronta artigianale.

Antonella Pacchiarotti – Lazio

Interpretazioni eleganti e originali dell’Aleatico e non solo, con mano femminile e grande precisione. Antonella è la “Regina dell’Aleatico!”

Tenuta San Marcello – Marche

Verdicchio e Lacrima di grande personalità, territoriali e sempre più convincenti.

Casaleta – Marche

Casaleta è una cantina marchigiana che conquista con la sua autenticità: vini puliti, immediati, dal sorso piacevole e perfettamente bilanciato. Ogni bottiglia racconta la cura artigianale e l’armonia del territorio, con espressioni fresche, sincere ed emozionanti. Una realtà che sorprende per costanza, precisione e capacità di lasciare un segno nel cuore di chi la incontra.

Pantaleone – Marche

Pantaleone è una cantina che incarna l’anima più autentica delle colline ascolane: vigneti abbracciati dal vento, suoli ricchi e un approccio agricolo rispettoso che valorizza ogni sfumatura del territorio. I suoi vini sono vibranti, luminosi, profondamente territoriali: espressioni sincere che uniscono eleganza naturale e una freschezza che conquista il palato. Una realtà che racconta le Marche con purezza, passione e un’identità inconfondibile.

La Querce – Firenze

La Querce è una piccola gemma delle colline fiorentine, dove il lavoro artigianale incontra una visione moderna del Chianti. I vini nascono da vigne curate con precisione e rispetto, e raccontano un territorio vivo, solare, ricco di storia. La differenza la fanno i terreni, composti di argilla rossa — la stessa con la quale sono realizzate le anfore in cui maturano i vini, che conferisce mineralità, struttura e una personalità unica a ogni bottiglia. Tannini finissimi, freschezza equilibrata e una bevibilità schietta rendono ogni sorso autentico e appagante. Una cantina che parla con sincerità e conquista chi cerca vini veri, puliti e profondamente toscani.

Cristina Del Tetto – Langhe (Piemonte)

Ottimo vini Barbera e Nebbiolo di stile sincero, con una bella impronta di frutto e territorialità. Alta Langa che lascia il segno.

Palazzone – Umbria

Una delle firme più solide dell’Orvieto: bianchi profondi, nitidi, di impeccabile equilibrio. Una famiglia che da sempre fa vino e lo fa molto bene.

La Pazzaglia – Tuscia (Lazio)

Vini vulcanici tesi e sapidi, capaci di raccontare perfettamente la Tuscia collinare. Vini bianchi con grande tendenza all’evoluzione, tanto da rimanere impressi per la loro complessità.

Merumalia – Frascati (Lazio)

Merumalia è una cantina dei Castelli Romani che interpreta il Lazio con freschezza, eleganza e grande personalità. I suoi vini, coltivati su terreni vulcanici, esprimono tensione minerale, luminosità e un’identità territoriale chiara. Dietro ogni bottiglia c’è attenzione maniacale in vigna e in cantina, capacità di leggere il territorio e rispetto per la natura: vini vibranti, sinceri e contemporanei, capaci di sorprendere e di rimanere impressi nella memoria di chi li degusta.

Il Poggio di Gavi – Piemonte

Cortese di grande pulizia, vini freschi e minerali, perfetti per la tavola quotidiana. Straordinaria bevuta lo spumante Gavi di Gavi 2015 a base Cortese.

L’Avventura – Lazio

Stile contemporaneo del Cesanese e ricerca: vini dinamici e identitari, tra i più innovativi della regione. Un lavoro continuo sulla ricerca della qualità. Gabriella e Stefano sono simbolo di gentilezza, empatia e visione.

Cantinamena – Lazio

Cantina Amena è una realtà giovane e dinamica dei Castelli Romani, nata a Lanuvio su terreni di origine vulcanica che conferiscono ai vini freschezza, finezza minerale e forte identità territoriale. Gestita dalla famiglia Mingotti, l’azienda abbraccia da sempre una filosofia agricola biologica e sostenibile, unendo tradizione contadina e tecniche moderne di vinificazione. 

Donato Giangirolami – Lazio

Azienda biologica di lunga esperienza, famosa per bianchi nitidi e territoriali. Giangirolami è noto per la sua interpretazione pulita e contemporanea dei vitigni del territorio. Sauvignon, Malvasia Puntinata, Bellone, Merlot e Nero Buono, con vini sempre equilibrati, luminosi e di grande bevibilità.

Paride Chiovini – Piemonte

Paride Chiovini è una cantina artigianale situata nelle Langhe, in Piemonte, che interpreta con cura e attenzione i vitigni autoctoni del territorio: Nebbiolo, Barbera e Dolcetto.

I Ciacca – Lazio

Viticoltura storica e di montagna, recupero di antichi vitigni e identità contadina autentica. Famiglia emigrata in Scozia agli inizi del secolo scorso, riscopre le sue origini grazie a Cesidio che torna a Picinisco e inizia la sua riscoperta del territorio e dei vitigni dimenticati.

Antonelli San Marco – Umbria

Antonelli San Marco è una delle realtà storiche e più rappresentative del territorio di Montefalco, nel cuore dell’Umbria. La tenuta si trova nella zona di San Marco, una collina particolarmente vocata per la viticoltura e per la produzione di vini da uve autoctone, in primis Sagrantino, Sangiovese e Grechetto.

Castello di Torre in Pietra – Lazio

Castello di Torre in Pietra è una delle realtà più affascinanti e storiche del Lazio, situata alle porte di Roma, nel comune di Fiumicino. La tenuta si sviluppa attorno a un castello del XVII secolo costruito su una antica cava di tufo, elemento che segna profondamente l’identità dei suoi vini: bianchi salini e rossi morbidi, sempre equilibrati.

I Fauri – Abruzzo

I Fauri è una cantina familiare delle Colline Teatine, in Abruzzo, guidata dai fratelli Valentina e Luigi Di Camillo. Produce vini autentici e territoriali da vitigni autoctoni come Montepulciano, Pecorino, Passerina e Trebbiano, lavorando in biologico e privilegiando vasche in cemento e acciaio. Lo stile è fresco, pulito e sincero: vini immediati ma mai banali, che raccontano l’Abruzzo con genuinità e una piacevole capacità di beva.

Fongaro – Veneto

Fongaro è una storica cantina dei Monti Lessini, in Veneto, specializzata quasi esclusivamente nella produzione di metodo classico da uve Durella, vitigno autoctono noto per l’elevatissima acidità e la grande longevità.

Elena Fucci – Basilicata

Elena Fucci è una delle voci più autorevoli e identitarie del Vulture, in Basilicata. La sua cantina nasce da una scelta coraggiosa: non vendere i vigneti di famiglia, ma valorizzarli dedicandosi totalmente al vitigno simbolo della zona, l’Aglianico del Vulture, potenza e profondità, con uno stile impeccabile.

Borgo Stajnbech – Veneto

Borgo Stajnbech è un’azienda vinicola del Veneto orientale, situata nell’area di Belfiore di Pramaggiore, in una zona storicamente vocata alla viticoltura grazie ai terreni argillosi, ricchi di minerali e influenzati dalle brezze dell’Adriatico. Vini dal profilo elegante, pulito e ben definito.

Migrante – Lazio

Un progetto giovane e coraggioso per il Cesanese di Olevano Romano: vini vulcanici dallo stile sincero, vibranti e contemporanei, che sorprendono.

Colombaio Di Santachiara – Toscana

Colombaio di Santachiara è una delle cantine più rappresentative di San Gimignano, nel cuore della denominazione Vernaccia di San Gimignano DOCG. Azienda familiare guidata dai fratelli Logi, nasce da un forte legame con il territorio e da una visione produttiva che unisce tradizione e precisione tecnica. Specializzati nella Vernaccia, interpretano questo vitigno con stile contemporaneo: vini verticali, sapidi, minerali, capaci di evolvere nel tempo grazie ai suoli ricchi di sabbie marine e conchiglie fossili.

Palmento Costanzo – Sicilia (Etna)

Palmento Costanzo è una cantina simbolo dell’Etna e del suo straordinario patrimonio viticolo. Le uve principali sono le varietà autoctone: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi, Carricante e Catarratto per i bianchi. Lo stile dei loro vini è nitido, vibrante, profondamente minerale. Etnei autentici, capaci di coniugare eleganza, verticalità e una precisa impronta vulcanica.

El Zeremia – Trentino

Cantina El Zeremia è una piccola e preziosa realtà artigianale della Val di Non, in Trentino, conosciuta soprattutto per la produzione del Groppello di Revò, un raro vitigno autoctono coltivato quasi esclusivamente in questa valle. A conduzione familiare, El Zeremia lavora con grande attenzione alla tradizione: vigneti in aree vocate, rese contenute e vinificazioni semplici e trasparenti che lasciano emergere il carattere del Groppello.

Al FIVI di Bologna Filippo Legnaioli (FIOI) ribadisce il ruolo chiave dell’Olio Extravergine di Oliva nella cultura alimentare italiana

Uno degli appuntamenti più autorevoli dedicati ai vignaioli indipendenti, l’intervento di Filippo Legnaioli, Presidente Nazionale di FIOI – Federazione Italiana Olivicoltori Indipendenti, ha riportato al centro del dibattito un protagonista spesso dato per scontato ma essenziale: l’Olio Extravergine di Oliva.

Legnaioli ha sottolineato come l’extravergine non sia semplicemente un condimento, bensì un pilastro culturale, agricolo e nutrizionale del nostro Paese. «L’olio di qualità – ha ricordato – deve essere riconosciuto come un alimento, non come una merce indistinta. È il risultato di un lavoro artigianale, identitario, legato al territorio e alla sostenibilità».

Un messaggio forte in un momento in cui il settore olivicolo italiano vive sfide legate ai cambiamenti climatici, alla concorrenza internazionale e alla scarsa consapevolezza del consumatore sulla differenza tra un extravergine di alta qualità e un prodotto industriale.

Il FIOI, sotto la guida di Legnaioli, si sta affermando sempre più come un attore fondamentale nella promozione della cultura dell’extravergine. L’obiettivo è duplice: da un lato valorizzare il lavoro degli olivicoltori indipendenti, dall’altro educare il pubblico al riconoscimento delle qualità sensoriali e nutrizionali dell’olio prodotto con cura, trasparenza e rispetto della terra.

Durante l’incontro bolognese è emersa chiaramente la visione della Federazione: l’Olio Extravergine di Oliva non è solo un ingrediente cardine della Dieta Mediterranea, ma un patrimonio da tutelare. Un prodotto che racconta territori, cultivar, manualità, biodiversità, e che oggi più che mai necessita di essere difeso e comunicato con competenza.

Il messaggio finale è stato chiaro: sostenere l’extravergine di qualità significa sostenere la nostra agricoltura, la nostra identità e la salute dei consumatori. E la FIOI, con il suo lavoro di valorizzazione, formazione e difesa dell’autenticità, si conferma un presidio essenziale per il futuro dell’olivicoltura italiana. Il FIVI Bologna 2025 si è confermato molto più di un mercato: è stato un abbraccio collettivo tra chi il vino lo fa e chi lo ama davvero.

Tre giorni in cui fatica, visione e identità si sono trasformate in calici condivisi, storie raccontate, incontri che restano. In un momento storico in cui il mondo del vino cerca nuove direzioni, i vignaioli indipendenti hanno ricordato a tutti da dove si riparte: dalla terra, dalle mani, dalla verità di un prodotto che nasce per essere vissuto, non solo giudicato.

Si torna a casa con qualche bottiglia in più, certo, ma soprattutto con la sensazione che il futuro del vino italiano sia già qui ed è più umano, più consapevole e più luminoso che mai.

Il Chianti Classico di Panzano secondo Tenuta Casenuove

A Panzano in Chianti una storica realtà viticola ha riconquistato giovinezza, si tratta di Tenuta Casenuove, localizzata nella parte nord orientale del comune su suoli di pietraforte e galestro.

Qui nel 2015 Philippe Austruy ha avviato il suo progetto chiantigiano, avvalendosi della collaborazione di Alessandro Fonseca, agronomo, e di Cosimo Casini e Maria Sole Zoli, enologi. Abbiamo recentemente avuto occasione di visitare la tenuta e di fare un consuntivo dei primi anni di attività attraverso le corrispondenti prime dieci annate di Chianti Classico prodotte.

Ad accoglierci sono Alessandro, Cosimo e Maria Sole.

Austruy imprenditore francese nel mondo della sanità e appassionato d’arte, approda al mondo del vino negli anni Novanta del secolo scorso con l’acquisizione di una tenuta in Provenza. E’ poi la volta di Bordeaux e del Portogallo per giungere infine in Italia, dove incontra Alessandro Fonseca e Casenuove.

“Nel 2014 facevano capo alla cantina poco più di 13 ettari di vigne, la maggioranza a sangiovese, il saldo a merlot e cabernet,” ci racconta Alessandro, “lo stato agronomico non era dei migliori. Oggi gli ettari vitati totali sono trenta a conduzione biologica.”

La cantina si trova a quota 440 mt s.l.m. ma la tenuta, di circa 120 ettari – tra boschivo, vigneti e uliveti – si estende tra i 365 e i 500 mt sul livello del mare. Quattro le etichette prodotte: IGT Toscana, Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per cui verrà rivendicata UGA Panzano in Chianti.

Il progetto di Austruy include anche l’ospitalità: il casale originario, risalente alla metà del diciassettesimo secolo e teatro si rilevanti azioni partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato opera di recupero conservativo per la creazione di un B&B di charme di sole sei stanze.

La cantina invece, completamente ristrutturata, è stata adeguata alle più moderne tecniche costruttive: le vasche di fermentazione in cemento non vetrificato si aprono a livello pavimento calpestabile, nell’area di accettazione uve, in modo da avere un controllo visivo diretto della fermentazione e due di esse sono predisposte per la macerazione semicarbonica.

La fermentazione per singole parcelle avviene ad acino intero  per controllare l’estrazione in maniera meticolosa. Anche il successivo affinamento avviene in diversi contenitori per assecondare il più possibile le caratteristiche parcellari delle vigne: si prediligono i legni grandi, ma è lasciato spazio anche alla barrique e all’anfora clavyer. L’assemblaggio delle diverse masse avviene dopo circa un anno.

La degustazione delle prime dieci annate di produzione della Tenuta è avvenuta nella sala ricavata dall’antico frantoio.

Al di là delle valutazioni fatte sui singoli campioni, legate all’andamento stagionale, quello che ci preme sottolineare è l’evoluzione stilistica del Chianti Classico di Tenuta Casenuove, non solo percettibile nel percorso di degustazione, ma anche contestualizzato dalla  narrazione di Cosimo e Maria Sole, che hanno posto l’accento sulle tappe di crescita della cantina, sia da un punto di vista agronomico che di tecnica enologica.

I campioni a partire dalla 2015 sono stati divisi in tre batterie; per quanto riguarda le annate 2024 e 2025, si trattava rispettivamente di campioni da botte e da vasca.

2015 – 2018 – LA TRANSIZIONE

La prima batteria di vini è quella prodotta utilizzando le attrezzature cedute col passaggio di proprietà e le vigne nello stato in cui si trovavano. La proprietà è stata acquisita nel febbraio 2015, dunque, in particolare la prima annata, è di transizione dal punto di vista agronomico. 

I cambiamenti iniziano già dal 2016: nuovi impianti di vigna e sperimentazione di potatura a guyot, anziché a cordone speronato, su alcuni filari di sangiovese.

In questa prima tornata di campioni, è ancora importante la presenza dei vitigni internazionali in uvaggio col sangiovese, il 20% tra merlot e cabernet sauvignon.

Da un punto di vista climatico, i primi quattro anni di produzione si alternano tra annate calde se non estreme (la 2017 in particolare) ad annate più fresche e piovose (la 2016 e la 2018)

La 2015 è un vino generoso e profondo, specchio dell’annata di cui è figlio.

I frutti scuri in confettura dominano l’olfatto, al palato è caldo e potente. Di passo completamente diverso, le tre annate successive: con la 2016 inizia a dominare l’espressione varietale del sangiovese che si traduce in un sorso più scattante e succoso; la 2017, frutto di un’annata estrema, ci restituisce comunque un campione equilibrato, mentre la 2018 ci porta nel bicchiere un campione nuovamente più tagliente e diretto.

2019 – 2021 IL CAMBIAMENTO

Con il 2019 inizia il rinnovamento delle attrezzature di cantina, a partire dalle vasche di fermentazione in cemento. Questo favorisce un controllo nella fase fermentativa, soprattutto per quanto concerne tempistiche di macerazione ed estrazione.

Da questa annata la potatura a guyot viene estesa a tutto il sangiovese; inoltre gli internazionali cedono il passo nell’uvaggio ai vitigni autoctoni, in particolare al canaiolo.

Le tre annate degustate hanno in comune il tratto elegante che valorizza la tipicità del sangiovese, la più completa ci sembra la 2022, capace di coniugare in modo armonico caratteri di freschezza, sapidità, trama tannica ed esprimere un’importante ampiezza gusto-olfattiva, che spazia dalla frutta in confettura, alle spezie fino a declinare nell’arancia dolce essiccata.

2022-2025 IL NUOVO PASSO

Le annate 2022 e 2023 sono state per diversi motivi estremamente difficili, con una resa ridotta fino al 35% nel 2023: secca e calda la prima, molto piovosa la seconda, si esprimono con grande carattere nel bicchiere, a testimonianza della raggiunta maturità nella gestione delle uve e delle tecniche di cantina. La 2022 grazie a tempi di macerazione accorciati, esprime un tannino ben integrato e un sorso equilibrato. Mentre la 2023, imbottigliata nel mese di maggio di quest’anno,  ha un ventaglio olfattivo molto variegato ed espressivo, e al sorso risulta più incisiva, golosa e persistente.

Una storia ancora tutta da scrivere invece per la 2024 e per la neo-nata 2025.  La prima è un campione da botte, andrà in bottiglia nella primavera del 2026. Esprime un carattere fruttato e risulta succosa e già ben equilibrata. Con la 2025 sangiovese e canaiolo andranno in blend con una piccola percentuale di colorino e ciliegiolo. Il campione degustato deriva per la prima volta da una macerazione semicarbonica che ha esaltato la parte fruttata e fresca del sangiovese.

Chiudiamo la nostra degustazione con un fuori programma, il canaiolo risultato della vendemmia 2025. Dal 2019 in blend con il sangiovese, grazie al corredo floreale e speziato, ben si presta a ingentilire il carattere più spigoloso del fratello maggiore.

Brunello al vertice: Riserva 2019 e Vigna 2018

La masterclass condotta dal giornalista Giambattista Marchetto.

Parlare di vertice nel mondo del vino significa evocare ricerca, tensione, eccellenza. Ma cosa intendiamo davvero quando definiamo “vertice” una Riserva? La Riserva è sempre l’edizione speciale, il vino che ha attraversato un affinamento più lungo, la selezione più attenta, frutto di una ricerca ossessiva per catturare la massima finezza ed eleganza. E allora, la “Vigna” può anch’essa aspirare a questa definizione? Può una singola parcella, curata nei minimi dettagli, diventare un vertice?

Benvenuto Brunello 2025 ci ha offerto l’occasione per riflettere su queste domande attraverso una degustazione che ha messo a confronto due annate emblematiche e due modi di interpretare il Brunello di Montalcino: la Riserva 2019 e la Vigna 2018. Otto vini in totale, quattro Vigne e quattro Riserve, ciascuno con la propria voce, la propria energia e il proprio racconto del territorio.

Tra le Vigne 2018, spicca subito Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56, austero e maestoso, con un bouquet che si apre dal frutto maturo alla spezia, fino a note terrose e vegetali che parlano di una terra ricca e complessa. Val Di Susa Vigna Spuntali 2018Mastrojanni Vigna Schiena d’Asino 2018 e Canalicchio di Sopra Vigna Montosoli 2018 completano un quadro di eleganza pura: vini verticali, tesi, capaci di raccontare la particolarità di ciascuna parcella, con la mineralità e la profondità tipiche di un Brunello che sa farsi rispettare fin dal primo sorso.

Dall’altra parte, le Riserve 2019 confermano il concetto classico di vertice: Sassodisole Riserva 2019Camigliano Riserva Gualto 2019Banfi Riserva Poggio all’Oro 2019 e Lisini Riserva 2019 sono bottiglie di grande intensità, con affinamenti calibrati che esaltano concentrazione, struttura e armonia. Qui il tempo ha lasciato un’impronta inconfondibile, donando vini eleganti, profondi, pronti a raccontare storie di longevità e complessità.

Ciò che colpisce è il dialogo tra le due annate: la 2018 si mostra più austera, verticale e disciplinata, mentre la 2019, più fresca e vibrante, offre immediata godibilità senza rinunciare alla profondità. Entrambe, però, parlano di Montalcino, di un territorio unico e di produttori che continuano a cercare il vertice non solo nel vino, ma nella capacità di interpretare la propria terra con sincerità e attenzione estrema.

Vigne 2018

  1. Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56 2018

Austero, elegante e verticale. Bouquet complesso con frutti rossi maturi, spezie dolci e leggero accenno di note terrose e vegetali. Sorso pieno, vibrante, con tannini setosi e una mineralità evidente.

  1. Val di Susa Brunello di Montalcino Vigna Spuntali 2018

Frutti rossi e neri maturi al naso, con note speziate e un tocco di grafite. Palato elegante e strutturato, con acidità fresca e tannini levigati che sostengono il corpo senza appesantire.

  1. Mastrojanni Brunello di Montalcino Vigna Schiena d’Asino 2018

Profumi intensi di ciliegia, prugna e spezie dolci, con note balsamiche e leggermente terrose. Bocca piena e verticale, con tannini ben integrati e persistenza lunga.

  1. Canalicchio di Sopra Brunello di Montalcino Vigna Montosoli 2018
    • Note di degustazione: Aromi di frutti rossi maturi, spezie delicate e note minerali. Sorso elegante, equilibrato, con struttura ben definita e finale armonico e persistente.

Riserve 2019

  1. Sassodisole Brunello di Montalcino Riserva 2019

Frutti rossi maturi e note di prugna, accompagnate da spezie dolci e accenni balsamici. Sorso intenso, armonico e strutturato, con tannini fini e persistenti.

  1. Camigliano Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2019

Bouquet elegante di ciliegia matura, tabacco e spezie dolci. Bocca complessa, fresca e sapida, con tannini morbidi e finale lungo e armonioso.

  1. Banfi Brunello di Montalcino Riserva Poggio all’Oro 2019

Profumi ricchi di frutti rossi e neri, con note speziate, cacao e leggero caffè. Palato strutturato, equilibrato, con tannini rotondi e una lunga persistenza aromatica.

  1. Lisini Brunello di Montalcino Riserva 2019

Aromi complessi di ciliegia, mora, spezie e leggere note terrose. Sorso elegante, verticale, con tannini setosi e finale lungo e sapido. Benvenuto Brunello 2025 conferma così un concetto fondamentale: il vertice non è solo un’etichetta, ma un equilibrio sottile tra annata, territorio e visione del produttore.

Che si tratti di una Riserva o di una Vigna, ciò che emerge è sempre la stessa qualità: vini capaci di emozionare, sfidare il tempo e raccontare il Brunello nella sua forma più pura e autentica. Un’edizione che lascia il segno, e che proietta Montalcino verso un futuro sempre più consapevole e qualitativo.

Riccardo Cotarella presenta i vini della famiglia Muratori durante Merano WineFestival 2025

Tra le masterclass della XXXIV edizione del Merano WineFestival, quest’anno abbiamo partecipato a Muratori, evolvere nel segno della continuità, dedicata ai vini dell’omonima cantina che a Villa Crespia in Franciacorta ha stabilito la sua dimora. Fondata nel 2000 dalla famiglia Muratori, nome storico nel settore tessile, la cantina raggiunge quest’anno i venticinque anni di attività ma è dal 2000 che si avvale della consulenza tecnica di Riccardo Cotarella, padre enologico di molte etichette che hanno segnato la storia del vino italiano.

Alla base della collaborazione tra Cotarella e la famiglia Muratori non c’è  solo un progetto solido nato in un contesto strutturato e organizzato, ma anche una condivisione di valori e doti umane. Il vino sente e parla, ha dichiarato Cotarella, e tra i fattori fondamentali per il suo successo c’è la sintonia tra le persone che condividono il progetto. Sintonia che si è immediatamente stabilita tra l’enologo e la famiglia.

La masterclass ha presentato sei etichette rappresentative di questa collaborazione – quattro bollicine e due vini fermi – e, oltre a Cotarella, ha visto protagonisti Bruno Muratori, titolare della cantina, Alberto e Michela Muratori, rispettivamente Vicepresidente e Responsabile Marketing e comunicazione.

E’ stato lo stesso Cotarella a condurci nell’universo Muratori, paragonando l’atto della degustazione tecnica a una cerimonia liturgica in cui tutti i partecipanti seguono il rito ministrato dall’officiante senza anticiparne gestualità o formule. Ci siamo lasciati guidare in una degustazione scevra da virtuosismi, seguendo il filo conduttore che accomunava tutti i vini: la meticolosa precisione, di naso e di bocca, specchio del territorio e frutto di un lavoro di concerto tra vigna e cantina.

Quattro le etichette di Franciacorta DOCG, ognuna di esse con un proprio carattere e con un proprio target di consumo, tutte accomunate da dosaggi minimi. Cotarella ne ha descritto le caratteristiche di vinificazione che hanno determinato il risultato al palato, soffermandosi su quella più importante per un  metodo classico: il carattere determinato dalla sosta sui lieviti.

L’etichetta di apertura, Muratori Franciacorta Brut a prevalenza chardonnay, viene definito vino di immediata bevibilità. Nelle diverse fasi di pressatura delle uve, i mosti ottenuti possono avere struttura variabile: la scelta di quello più strutturato, come in questo caso, permette un raggiungimento del grado di maturazione anticipato, determinando un prodotto di ottimo carattere pur con la sosta minima sui lieviti prevista dal disciplinare, diciotto mesi.

Sentori di crosta di pane, anticipano il frutto a pasta bianca semplice mentre il sorso gioca un magnifico match tra la mineralità sapida e saziante e la freschezza, che lascia la bocca pulita. Un angolo acuto, lo definisce Cotarella, paragonandolo alla bollicina successiva che nel suo immaginario può essere invece accostato a un angolo concavo: Muratori Franciacorta Brut Saten.

La minor pressione in bottiglia, determinata da una più bassa presenza di CO2, e la sosta sui lievito per almeno ventiquattro mesi determinano un vino più espressivo e complesso all’olfatto e al palato: i sentori di panificazione sono precisi ed evoluti, il sorso è pieno, saporito e strutturato.

Di tutt’altro approccio Muratori Brut Simbiotico, caratterizzato da un utilizzo di solfiti minore a 10 g per litro che permette di non indicare in etichetta la dicitura “contiene solfiti”.

Un prodotto presente nella linea Muratori già da dodici anni,  ormai consolidato e rivolto a una fascia di mercato attenta e sempre più esigente; un prodotto che richiede utilizzo di tecnologia in maniera più impattante rispetto a uno spumante solfitato, perché altrimenti “lavorare in assenza di solfiti è come gettarsi dal terzo piano senzo paracadute”, scherza Cotarella. La sosta minima sui lieviti di diciotto mesi è il primo naturale salvagente per vini di questo tipo.

All’olfatto Simbiotico risulta più dolce a causa dell’evoluzione ossidativa determinata dall’assenza di solfiti, i sentori sono quelli di frutta matura e macerata, al palato il sapore è lungo e richiama il miele.

La passerella di bollicine si chiude con Muratori Millé Brut Millesimato 2020, il primo vino nato dalla collaborazione Cotarella-Muratori. Sboccatura 2024, ha sostato trentasei mesi sui lieviti. Maniacale è la scelta del mosto tra le cinque frazioni che si ottengono dalla pressatura: non viene utilizzata la prima, che si porta dietro la pruina presente sulla buccia, naturale inibitore di una bollicina fine e persistente, ma la seconda, la terza e la quarta frazione. Al naso viennoiserie e frutta tropicale matura, mentre al palato si esprime con grande eleganza ed equilibrio di acidità e salinità.

Durante la masterclass Cotarella ha posto più volte posto l’accento sulle produzioni minori e sulla sfida che ha sempre voluto raccogliere di vinificare vitigni in territori non storicamente vocati. Così è stato per i due Sebino IGT della famiglia Muratori, vinificati sì da uvaggi classici della Franciacorta, chardonnay e pinot nero, ma prodotti come vini fermi, entrambi affinati in barrique. Un passo diverso sia in vigna che in cantina: sono queste le nuove forme di continuità con cui la squadra Muratori-Cotarella intende rappresentare il territorio della Franciacorta e cementare la collaborazione. 

Quando degustiamo Setticlavio 2023, chardonnay in purezza, l’enologo ci accompagna idealmente a un altro chardonnay di sua ideazione, il Cervaro della Sala, facendoci cogliere da un lato l’impronta comune del vitigno, dall’altro le necessarie differenze legate al territorio più freddo. Opulento sin dal colore, Setticlavio è fine ed elegante all’olfatto, con una vena fresca che si prolunga al palato e non intacca scheletro e struttura di peso.

Cotarella si dichiara sorpreso del risultato ottenuto con Mantorosso 2022, pinot nero in purezza. La congenita delicatezza di questo vitigno richiede attenzione al limite della maniacalità in tutti i passaggi di vigna e cantina. Se lo chardonnay infatti è come un cavallo dallo zoccolo ampio, in grado di camminare anche sui suoli più impervi, il pinot nero è l’esatto contrario, e viene paragonato a una casa di vetro, bellissima da vedere ma di estrema fragilità, un’orchestra sinfonica in cui tutti gli strumenti devono suonare in perfetto accordo per generare armonia.

Mantorosso 2022 è un pinot nero che interpreta le caratteristiche di questo vitigno: profuma di pinot nero e ne esprime appieno il carattere sottile, elegante, armonico  anche al palato che risulta succoso e dolce per la naturale setosità del tannino.

La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

La costellazione degli ospiti di Casa Lerario si arricchisce di una nuova stella (Michelin)

Salvatore Pacifico, chef stellato del Ristorante LeBolle interno al Boutique Hotel di Stresa, Lago Maggiore, ha impegnato per un giorno i fornelli dell’agriturismo di patron Pietro Lerario in agro di Melizzano nel Sannio.

Una delle tappe dell’iniziativa “Percorso stellato”, che a cavallo tra il 2025 e la primavera del 2026 vedrà alternarsi diversi chef insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin, porta la firma del giovane chef originario di Lucera, ma con radici familiari proprio nel Valfortore sannita a San Bartolomeo in Galdo.

Le intriganti preparazioni di Totò Pacifico trasudano del suo remoto background pugliese risentendo fortemente, tuttavia, dalla intensa esperienza accumulata in tante cucine del fine dining da Giuseppe Mancino de Il Piccolo Principe di Viareggio fino a Da Vittorio (Brusaporto), Massimiliano Alajmo di Le Calandre a Rubano (PD) e Andrea Aprea con Il faro di Capo d’Orso per citarne solo alcuni.

Ad accompagnare le portate dello chef, cinque tra i migliori vini della cantina ENOZ di Sessa Aurunca, raccontati e descritti da Alessandra Zeno giovane esponente di ultima generazione della famiglia proprietaria. Viticoltori di lunga data, i Zeno dalle pendici del Vesuvio, dove hanno allevato viti per almeno tre generazioni, si sono spostati nel 2011 nell’areale dell’altro vulcano (spento) campano di Roccamonfina.

Certificazioni biologiche e biodinamiche accompagnano i vini di Enoz prodotti con fermentazioni spontanee, basso uso di solfiti, affinamenti in anfora, filtrazioni e chiarifiche quasi del tutto assenti. La deliziosa amuse-bouche di chef Pacifico, una focaccina pugliese, soffice, profumata, asciutta e “perlata” con una gemma di pomodorino rosso, ha subito creato dipendenza tra i commensali costringendo la cucina a dare fondo alle riserve disponibili. In abbinamento l’IGP Roccamonfina Dodò 2024, il rosè di uve Primitivo rifermentato in bottiglia stile “ancestral”.

Il sottile fil rouge nazionale comincia a fare capolino già con l’entrée: trota in carpione in crema di fagioli di Controne, variazioni di cipolle, salsa di prezzemolo e olio all’erba cipollina. Un tripudio vario cromatico che prelude al susseguente assaggio dall’esito delicato, fresco e carezzevole. Qui arriva a tavola la minerale falanghina L’attimo 2023, vino da lunga macerazione, nessuna chiarifica o filtraggio che, fin dall’abbrivio, ostenta il suo carattere deciso e protagonista.

Il pesto di aglio Orsino guadagna il centro della scena con la nuance smeraldina del risotto ostriche e cedro candito. Tra le infinite opzioni per il nobile mollusco bivalve, Totò Pacifico, di norma, sceglie la sua terra affidando all’ostrica San Michele (Lago salmastro di Varano – FG) il compito di costruire appunti e contrappunti tra le delicate dolcezze del cedro candito e il senso di umami dell’ostrica. Una sublime, armoniosa prova d’orchestra accompagnata, per l’occasione, dalle note de La Monade 2023, il Fiano IGP Roccamonfina dal maggior tempo di affinamento in anfora tra tutte le etichette di cantina Enoz.

Solo il tempo di una rapido scambio di sensazioni tra i commensali e a tavola compare il filetto di ricciola di mare su purea di fave, cicoria e richiami di olio al salmoriglio: più pugliese di “fave e cicoria” resta solo la Cattedrale barese di San Nicola! Un piatto dagli odori decisi, importanti e dal finissimo gusto mediterraneo a cui viene accostato Tra Cielo e Terra 2024 il Piedirosso di Enoz a tiratura limitata – solo 950 bottiglie – dalla forte orma identitaria, del varietale ma anche del retroterra storico della famiglia Zeno.

Prima del sipario Il Re è Nudo 2024, rosato fermo da uve Primitivo, congeda la cantina ospite accompagnando le consistenze di sfusato, femminiello e cannerone; freschissimo dessert dai continui e cangianti sbuffi agrumati delle tre varietà di limoni scelti da Totò Pacifico: dall’amalfitano del produttore Raffaele Palma al garganico femminiello di Peschici per finire al limone di cannero Riviera, comune costiero del Lago Maggiore. Una chiusura di altissimo valore anche “simbolico”.  

 

Gianenrico Carofiglio, pugliese, attribuisce a qualsivoglia forma di linguaggio il potere di produrre conoscenza. Dunque civiltà, potrebbe aggiungersi. Il linguaggio che usa chef Pacifico nei suoi piatti è quello di un professionista di larghe esperienze, costruite in ogni dove ma che non dimentica le proprie radici, le proprie origini. Chapeau!

Morellino del Cuore, il tour del 2025

Lo scorso 29 ottobre si è svolta la terza edizione di “Morellino del Cuore” la prima di tre serate dedicate al Morellino di Scansano. L’evento si è svolto a Firenze presso il Ristorante Gunè San Frediano, si tratta di una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di giornalisti, esperti e collaboratori di importanti guide e riviste enogastronomiche. I vini vengono selezionati per l’espressione al momento della degustazione. 

Nella seconda edizione la commissione era composta da Sommelier di importanti Ristoranti Italiani. La degustazione  è stata organizzata dai giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano. Presentano la serata Roberta Perna e Antonio Stelli con l’intervento del Direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano, Alessio Durazzi. Ad ogni vino presentato sono intervenuti i produttori presenti. La novità di quest’anno è l’ introduzione della “Vecchia Annata”.

Prima di passare all’analisi sensoriale dei vini in degustazione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo stupendo comprensorio.

Il Morellino di Scansano è una gemma enologica collocata tra la costa Tirrenica  e l’antico vulcano del Monte Amiata in provincia di Grosseto. L’etimo del termine parrebbe derivare dai cavalli neri detti morelli che trainavano le carrozze. La posizione privilegiata in prossimità del mare e della montagna dona  un microclima unico e ideale per l’allevamento della vite; nonostante, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. La composizione dei terreni è di origine argillosa e sabbiosa con buona presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, principalmente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. E’ in corso la modifica del disciplinare per la tipologia, Superiore con un percorso di affinamento diverso che andrà a posizionarsi tra l’ Annata e la Riserva. La Doc è nata nel 1978 e il meritato riconoscimento a Docg è arrivato nel 2007. Un vino molto apprezzato e consumato in molti ristoranti sia in Italia sia all’estero a fine degli anni ottanta. Dopo un breve intervallo, recentemente è tornato meritatamente nella cerchia dei grandi vini rossi italiani.

Il Ristorante gourmet Gunè si trova nel cuore di Firenze, a San Frediano. Un locale molto accogliente con una cucina raffinata che propone piatti della tradizione sia toscana sia lucana. Ottima selezione di etichette sia nazionali che estere, servizio attento e curato. La porta accanto: Next Door Bistrot & Cocktail Bar, dove assaporare semplici pasti e aperitivi.

Vini in degustazione

“Annata”

Cantina Vignaioli Morellino di Scansano Roggiano Docg 2023 – Sangiovese 95% . Alicante e Ciliegiolo 5% – Piacevoli note di viola,  ciliegia, frutti di bosco ed erbe aromatiche. Fresco, sapido, leggiadro con buona facilità di beva.

Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 90% e Cabernet Sauvignon 10% – Sentori di ciclamino, ciliegia, fragola e mora, dal sorso avvolgente, persistente e armonico.

Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100% – Sprigiona note di frutti di bosco, ciliegia e spezie dolci,  vellutato, dinamico, preciso e composito.

“Intermedio”

Provveditore Provveditore 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100% – Emana sentori di fragolina di bosco, mirtillo, tabacco e spezie. Gusto pieno e appagante.

Le Rogaie  Forteto 2022 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100%  – Rivela note di ciliegia, prugna, pepe e nuances terragne. Al palato  è setoso, fine e dinamico.

Terenzi Purosangue 2022 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100%. Sviluppa sentori di violacciocca,prugna, melagrana e bacche di ginepro; sorso avvolgente, saporito e persistente.

“Riserva”

Belguardo Bronzone 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva – Sangiovese 100% – Con note di ribes, amarena, mirtillo e spezie orientali, al gusto è appagante e durevole, con tannini setosi.

Bruni Laire 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva –  Sangiovese 90% e Syrah 10% – Rivela sentori di prugna, amarena, pepe su scie mentolate. Attacco tannico setoso, saporito e corrispondente.

Roccapesta Roccapesta Riserva 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva – Sangiovese 90% e Ciliegiolo 10% – Dipana effluvi di frutti di bosco, ciliegia e nuance balsamiche. Pieno, appagante e persistente.

“Vecchie Annate”

Fattoria di Magliano Heba Morellino di Scansano Docg 2006  – Sangiovese 95% e Syrah 5% – Al naso arrivano note balsamiche, cacao, cannella e liquirizia, il sorso è ancora fresco, generoso, suadente e persistente.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguito aperitivo con long drink a base di Morellino ed  una deliziosa cena, con piatti ben preparati, equilibrati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

Benvenuto Brunello 2025, la valutazione sugli assaggi dell’annata 2021 e della Riserva 2020

Un’annata a tre fasi – la 2021 – proposta durante l’anteprima Benvenuto Brunello 2025. Di sicuro le tenere sfumature della precedente, l’omogenea 2020, sono svanite di fronte alla potenza del frutto, considerando anche la condizione climatica decisamente più calda e asciutta.

Il Sangiovese di queste terre ha ancora un vantaggio in termini di cambiamento climatico, grazie ad un areale considerato nel complesso “fresco”, almeno secondo i dati confortanti del progetto “Brunello Forma”, il nuovo metodo di valutazione delle annate e del territorio.

A giocare dunque da protagonista negli assaggi alla cieca dei campioni proposti è stata la mano stilistica dell’uomo e le scelte in vendemmia. Quando hai tanta ricchezza, paradossalmente, le decisioni diventano ancora più delicate rispetto a vintage interlocutorie. Tre sono le considerazioni da fare:

  • chi ha optato per favorire la completa maturazione per vini di forza e spessore, con tannini decisi, sembra recuperare le antiche concezioni (anacronistiche) del recente passato.
  • chi ha lavorato in prevenzione, con il freno a mano tirato per evitare eccessi di alcool e struttura, ha però sacrificato una parte di quel volume di bocca che distingue i Brunello di Montalcino da altre espressioni toscane.
  • chi, invece, ha perseguito entrambi gli obbiettivi con saggezza ha ottenuto delle performance strepitose con dei picchi di assoluta bellezza, restituendo tutta la gioia del presente e del futuro.

Si resta comunque colpiti dalla qualità media in continua crescita e dalle dissonanze ormai ridotte a pochissimi casi. Un buon viatico in un momento di profonda trasformazione dell’intero comparto vitivinicolo italiano.

Le Riserva 2020 lasciano “l’amaro in bocca” con l’incognita sulla tenuta complessiva della tipologia e delle versioni sempre meno distinguibili dai Brunello entry level. La vintage, inoltre, ha dimostrato i propri limiti nella capacità evolutiva, per vini già pronti e di minore prospettiva.

Il panel degli assaggi era composto assieme al direttore Maurizio Valeriani, a Paolo Valentini e Franco Santini sempre della testata amica Vinodabere.

Migliori Assaggi Brunello di Montalcino 2021 (e qualche uscita ritardata del 2020)

Brunello di Montalcino Vignavecchia 2021 – San Polo Marilisa Allegrini

Brunello di Montalcino Lot.1 2020 – Col d’Orcia

Brunello di Montalcino 2021 – Fuligni

Brunello di Montalcino Piaggione 2021 – Salicutti

Brunello di Montalcino 2021 – Chiusa Grossa

Brunello di Montalcino 2021 – Gorelli Giuseppe

Brunello di Montalcino Podernovi 2021 – San Polo Marilisa Allegrini

Brunello di Montalcino Ugolaia 2020 – Lisini

Brunello di Montalcino Ciliegio 2021 – La Magia

Brunello di Montalcino 2021 – Cortonesi

Brunello di Montalcino 2021 – Sesti

Brunello di Montalcino Giuseppe Tassi 2021 – Tassi

Brunello di Montalcino 2021 – Renieri

Brunello di Montalcino 2021 – Corte dei Venti

Brunello di Montalcino 2021 – Patrizia Cencioni

Brunello di Montalcino Prètto 2021 – Giodo

Brunello di Montalcino 2021 – La Casaccia di Franceschi

Brunello di Montalcino Ofelio 2021 – Patrizia Cencioni

Brunello di Montalcino 2021 – Salicutti

Brunello di Montalcino Vigna del Lago 2021 – Val di Suga

Migliori Assaggi Brunello di Montalcino Riserva 2020

Brunello di Montalcino Riserva 2020 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino Riserva Phenomena 2020 – Sesti

Brunello di Montalcino Riserva Ugolforte 2020 – Tenuta San Giorgio

Brunello di Montalcino Riserva Donna Elena 2020 – Corte dei Venti

Brunello di Montalcino Riserva 2020 – La Palazzetta

Brunello di Montalcino Riserva 2020 –  Matè

Brunello di Montalcino Riserva Teatro 2020 – Salicutti

Brunello di Montalcino Riserva Vigna Spuntali 2020 – Val di Suga

Brunello di Montalcino Riserva Vigna Paganelli 2020 – Il Poggione

Brunello di Montalcino Riserva 2020 – Renieri