I vini della cantina Buranco, un sogno coltivato nelle Cinque Terre

Ci sono territori in Italia dove l’amore della vite rappresenta una forma d’insano eroismo. Le Cinque Terre, luogo incantevole e romantico tra i più belli e visitati al mondo, nascondono inaspettati angoli di resilienza, tra manipoli di produttori che cercano di non scomparire lasciando posto all’incolto. Appezzamenti microscopici, talora semi-abbandonati, che richiedono anni per essere raggruppati in successive e costose acquisizioni.

Eppure l’agricoltura ha qui radici millenarie, ancora dai Romani e chissà, forse persino Greci e Fenici prima di loro. I terrazzamenti a secco, di cui la Liguria è manifesto d’autore, ne sono un chiaro esempio: una forma di regolazione paesaggistica che aiuta il viticoltore a rendere meno ardua la sua impresa. Senza di essi, il bosco prenderebbe il sopravvento e il conseguente dissesto idrogeologico eroderebbe la fiducia negli abitanti dei borghi costruiti a mo’ di presepe ai piedi del mare.

Anime da pescatori, ma anche da commercianti con le primizie della terra diffuse lungo le vie d’affari costiere e da lì all’entroterra nel nord. Così Giovanni Plotegher, partendo dall’azienda fondata nel 2005 dal suocero, recupera e accentra poderi dislocati in siti differenti sulle pendici di Monterosso al Mare (SP). Il nome stesso della cantina Buranco è un riferimento al toponimo locale dedicata al Rio Buranco, una delle innumerevoli piccole sorgenti d’acqua dolce presenti nelle Cinque Terre.

Provenendo da altre attività anche Giovanni ha scelto di avvalersi della consulenza di esperti del calibro dell’enologo Gabriele Gadenz per definire con cura lo stile dei suoi vini. Dall’ettaro scarso iniziale si è passati, con gli anni, agli attuali 8 ettari con il supporto anche di piccoli e fidatissimi conferitori. Appena 35 mila bottiglie prodotte, a far capire la difficoltà nell’avere rese accettabili in un contesto di forte asprezza e fatica contadina.

In mezzo un comodo agriturismo con annesse camere per poter sostare a pochi passi da vigne e sentieri incantevoli, l’anima selvaggia e, in parte, ancora inesplorata del territorio. Bosco, Albarola, Vermentino le varietà d’uva autoctone utilizzate per i bianchi, ognuna col proprio profilo aromatico e caratteriale. Internazionali e Sangiovese per i rossi, vinificato anche in un sorprendente Metodo Classico goloso e intrigante, venduto solo nel ristorante di famiglia.

Vini segnati dall’immediatezza di beva, senza forzose sovrastrutture che penalizzano l’identità del vitigno e del terroir. Un luogo che ha vissuto in passato una rapida ascesa e altrettanto rapido oblio in alcune scelte fragili prive di una visione d’insieme sul futuro. Pochi hanno resistito, ognuno con scelte personali nel concepire i prodotti.

Plotegher ha puntato ad un ritorno verso i canoni della semplicità e della piacevolezza, una sorta di partenza dalla linea d’inizio come nelle gare motociclistiche. Un rischio maggiore, perché gli errori si annidano sempre quando si opta di non intervenire per nasconderli. Buranco non esprime picchi, ma tanta concretezza. Nel suo Cinque Terre Dop Bianco 2023, manca certo la volumetria del centro bocca, complice un’annata climaticamente tremenda, ma sono perfette le scie agrumate e officinali mediterranee.

Il Magiöa 2022 è la versione con più lunga macerazione sulle bucce rispetto al precedente, dove il corpo del Bosco si fa sentire in tutta la pomposità del caso. Si sta pensando ad una tipologia in barrique, per ampliarne il corredo olfattivo.

Il Buranco Rosso 2019 da Cabernet Sauvignon e Syrah, quasi in parti uguali, aderisce al concetto di mondernità ben apprezzato dai turisti, ma non rinuncia al succo e ad un finale avvolgente che lo fa sembrare ancora di lunga prospettiva.

E veniamo ad una conferma ed una sorpresa degli assaggi, quest’ultima rappresentata dal Metodo Classico Rosè “Smeralda” – Sangiovese in purezza – straordinario e gastronomico. Appena 1200 bottiglie, un progetto su cui si potrà ulteriormente puntare nel prosieguo. Lo Sciacchetrà 2020, realizzato solo in pochissime annate, dimostra invece quanto siamo miopi su tipologie di tale levatura. Un passito delicato e duttile, che veicola note d’albicocca sciroppata, frutta a guscio e vene balsamiche salmastre in chiusura.

Meditazione o abbinamento con formaggi e dessert poco importa: ciò che realmente conta è che se ne produce sempre di meno rischiando di scomparire per sempre dalle tavole, portandosi via un pezzo di storia della Liguria e d’Italia.

Vernaccia di San Gimignano: la storia de Il Colombaio di Santa Chiara

Conosco da anni i Fratelli Logi de Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano e i loro vini sia i bianchi che i rossi. Terminate le festività natalizie sono quindi tornato nella loro meravigliosa realtà, immersa tra la pace e la tranquillità della campagna toscana.

Alessio Logi mi ha illustrato l’azienda e, con orgoglio, un’importante parte della stessa partendo dai vigneti per terminare verso la Locanda. Una degustazione di tre Vernaccia di San Gimignano ha preceduto poi il gustoso pranzo con prodotti tipici e da loro preparati.

L’azienda vitivinicola Il Colombaio di Santa Chiara sorge a pochi chilometri di distanza dalle mura di uno dei borghi più beii d’Italia, nei dolci rilievi collinari dell’alta Val d’Elsa in provincia di Siena. Di proprietà della famiglia Logi, la gestione della cantina è affidata ai fratelli Stefano, Alessio e Giampiero. La supervisione dei vigneti è del padre Mario, fondatore dell’azienda negli anni ’50 del secolo scorso.

L’azienda vanta oggi quasi 25 ettari vitati, posti ad un’ altimetria che varia dai 350 ai 390 metri s.l.m. Tra i filari si trovano in prevalenza varietà autoctone, in primis Vernaccia, Sangiovese,  Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti e gli internazionali Cabernet Franc e Merlot. Le vigne sono interamente a conduzione biologica certificata, le vendemmie sono rigorosamente manuali. I terreni variano, alcuni ricchi di scheletro tufaceo, altri ricchi di marne argillose ed alcuni vigneti superano i 50 anni d’età.

L’azienda ha quasi raggiunto tre quarti di secolo, tuttavia, dagli anni ‘2000 è nato un nuovo progetto con il preciso obiettivo di produrre vini di qualità, con meticolosa cura sia in vigna che in cantina. Un impegno costante della famiglia Logi i cui vini possono a buon diritto essere considerati un’eccellenza italiana.

A breve partiranno i lavori per la realizzazione di una cantina prospiciente che sarà perfettamente integrata con il paesaggio. La vecchia canonica accanto alla pieve ha abbandonato la sua destinazione d’uso per assumere quella della Locanda dei Logi con sei camere finemente restaurate e dotate di ogni comfort oltre ad un ristorante che propone cucina toscana con vista mozzafiato.

Ecco i vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Selvabianca 2023 – veste giallo paglierino chiaro, con leggeri riflessi verdolini ed emana delicati sentori  di  mughetto, lime, timo, uniti ad aromi di frutta a polpa bianca e camomilla. La freschezza stimola il fine sorso, con buona punta saporita nel finale.

Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2022 – calice giallo paglierino luminoso dai riflessi dorati, al naso è complesso e sprigiona eleganti sentori agrumati di lime, pompelmo, pera,  biancospino e rosa bianca. In bocca trasmette una piacevole freschezza e sapidità, è persistente ed equilibrato.

Vernaccia di San Gimignano Riserva L’ Albereta 2022 – giallo paglierino brillante, all’olfatto è intenso e fine, sviluppa note di pesca, albicocca, ananas  e zafferano. Palato vibrante, avvolgente e dotato di un’ interminabile persistenza aromatica.

“Metti l’apprezzamento nei dettagli e vedrai la bellezza nell’intero quadro.” – Vincent Van Gogh

Sito di riferimento: https://colombaiosantachiara.it/

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere, l’evento che sottolinea la lunga tradizione dell’azienda Pellegrino, ma anche il legame profondo tra cantina e il territorio, che da oltre un secolo è al centro di una viticoltura di grande valore. Organizzata dalla Delegazione AIS Cilento e Vallo di Diano, presso l’incantevole MecPaestum Hotel, la masterclass ha offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire la ricchezza vitivinicola della regione attraverso una degustazione di alcune delle etichette più rappresentative dell’isola.

La serata ha visto la conduzione di Maria Sarnataro , delegata AIS Cilento e Vallo di Diano e di Demetrio Rizzo, responsabile commerciale e marketing di Cantine Pellegrino 1880 che hanno guidato il pubblico alla scoperta dei vini della storica azienda siciliana, in un percorso sensoriale che ha abbinato eccellenze vitivinicole e gastronomiche.

Fondata nel 1880 a Marsala da Paolo Pellegrino, notaio e viticoltore, l’azienda a conduzione familiare è una delle realtà storiche che rappresentano la tradizione e l’innovazione dei vini siciliani, uno dei simboli della viticoltura siciliana, specializzata nella produzione di Marsala e vini passito liquorosi di Pantelleria, nonché per il recupero di vitigni autoctoni.

Giunti alla sesta generazione, la famiglia Pellegrino continua a gestire l’azienda, mantenendo un forte impegno verso la sostenibilità e l’eccellenza vinicola: tre sono le cantine a Marsala, a Cardilla nel trapanese e a Pantelleria; un numero importante di etichette arriva da un’area vitata che comprende cinque tenute e 150 ettari vitati in zone differenti della Sicilia occidentale, tutti in regime di coltivazione biologica e focalizzati sulla produzione da vitigni autoctoni.

La masterclass ha portato la qualità dei vini che portano il nome di questa cantina nel mondo. Durante la masterclass, i partecipanti hanno avuto il privilegio di degustare una selezione di prodotti pregiati, simbolo dell’eccellenza vitivinicola della cantina Pellegrino. Ecco i protagonisti della giornata:

  • Isesi Bianco di Pantelleria 2022.

Bianco fresco e minerale, proveniente dai vigneti eroici di Pantelleria, isola famosa per la sua particolare viticoltura a piede franco. L’Isesi è un vino che racchiude in sé le caratteristiche del terroir vulcanico e argilloso, con una spiccata aromaticità avvolgente con note di fiori bianchi, frutta fresca ed erbe aromatiche. La sua vibrante acidità lo rende perfetto come aperitivo o in abbinamento a piatti di pesce fresco.

  • Senaria Grillo Superiore 2022

Il Grillo è uno dei vitigni autoctoni siciliani più amati, e in questa versione superiore rivela potenza e finezza. Con un bouquet delicato che richiama camomilla, frutta a pasta bianca in evoluzione e un accenno di erbe aromatiche, questo vino si distingue per struttura e media persistenza, ideale in abbinamento con piatti di pesce e crostacei.

  • Capoarso Perricone IGT 2022

Il Perricone, altro autoctono siciliano, rappresenta una vera e propria riscoperta della tradizione isolana. Rubino intenso, proveniente dalla Sicilia occidentale, presenta al naso note di viola accompagnate da una lieve speziatura e dolci sentori balsamici. Al palato, si distingue per un gusto rustico e sapido, dalla buona trama tannica. Un vino per piatti di carne, in particolare arrosti e stufati.

  • Tanaurpi Malbec IGT 2022

Interpretazione più internazionale ma che ben si adatta al clima siciliano, il Malbec di Pellegrino è un vino ricco e potente, con note di ciliegia e prugna matura, accompagnate da una leggera sfumatura di spezie. Il corpo lo rende perfetto in abbinamento a piatti ricchi come brasato o carni grigliate.

  • Nes Passito Naturale Pantelleria 2022

Il passito naturale che incarna l’essenza di Pantelleria. Nato nel 2018, e racchiude l’essenza dell’isola, il Nes Passito prodotto con uve Zibibbo, si caratterizza per un’incredibile dolcezza, arricchita da un’incredibile complessità aromatica, con note di albicocca secca, miele e frutta candita. Prodotto da dessert, perfetto per accompagnare dolci a base di frutta o formaggi erborinati. Acidità e sapidità ci fanno pensare ad una lunga evoluzione felice

  • Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco 1998

Deve il suo nome al ricco mercante di Liverpool John Woodhouse, che nel 1773 diede il via al mondo del Marsala. È realizzato con uve Grillo, Inzolia e Catarratto, provenienti dall’entroterra di Marsala e Mazara del Vallo. Espressione matura e raffinata di uno dei vini fortificati più celebri al mondo. Con il suo colore ambrato e un bouquet di frutta secca, miele e spezie, il Marsala Ambra si rivela un vino complesso e di grande eleganza, ideale in abbinamento a formaggi stagionati o come vino da meditazione.

  • Genesi, Marsala Superiore Riserva Rubino 

Un regalo inatteso per i degustatori: un regalo di eccellenza. In occasione del 140° anniversario dalla fondazione della Cantina, Pellegrino ha realizzato questa etichetta che celebra dunque la storia della Cantina, la famiglia ed il Marsala. Da Nero d’Avola in purezza, caratterizzato da un intenso colore rubino con riflessi violacei, al naso offre profumi fruttati di ribes e mirtilli, accompagnati da note balsamiche e pepate. Al palato si presenta dolce con una piacevole tannicità e freschezza, esprimendo sentori di melograno e gelso bianco. Da meditazione.

Ad accompagnare la degustazione una selezione di formaggi, scelti accuratamente per complessità e varietà di profumi e sapori in modo tale da consentire ai partecipanti di sperimentare gli abbinamenti. I formaggi degustati includevano:

  • Provolone del Monaco DOP stagionato 6/7 mesi
    Formaggio dal sapore deciso e avvolgente, che si sposa perfettamente con il Senaria Grillo Superiore, in un abbinamento che ne esalta la cremosità e la salinità.
  • Canestrato di Moliterno IGP stagionato 5/6 mesi
    Formaggio a pasta dura, saporito, che grazie alla sua struttura si accompagna magnificamente con il Capoarso Perricone, creando un gioco di contrasti tra la freschezza del vino e il carattere intenso del formaggio.
  • Comté DOP
    Un formaggio francese d’alpeggio con texture compatta e sapore complesso. Ha trovato il suo perfetto partner nel Senaria Grillo Superiore, che ne ha esaltato le note di frutta e le sfumature erbacee. Interessante l’abbinamento contrastante con il Tanaurpi.

  • Gorgonzola DOP
    Il Gorgonzola, con la sua morbidezza e sapidità, è stato un abbinamento ideale per il Nes Passito Naturale, con la sua dolcezza che bilanciava e contrastava perfettamente il carattere pungente del formaggio.
  • Blu di Bufala: caliamo i sipari con un formaggio erborinato con latte di bufala ha una pasta morbida e un sapore deciso, forte, piccante, a lungo persistente, ideale per essere abbinato all’ Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco creando una combinazione ricca e complessa.

Un giorno a Sorbara, tra nebbia e Lambrusco

Cantava Ligabue la celebre Lambrusco & Pop Corn, osannando quella vita da vivere che solo chi nasce in Emilia può realmente capire. I nostri passi in giro per l’Italia ci hanno condotto nella terra patrimonio dell’enogastronomia, dove il tempo scorre lento, specie nella stagione invernale dominata dalla nebbia della “Bassa” Padana.

Ci sarebbe da approfondire anche la linea morbida e sottile dei crinali pre-appenninici che pochi si aspettano nell’immaginario collettivo. La morfologia dei terreni emiliani, infatti, è piuttosto variegata e articolata, suddivisa per vallate parallele ricche di corsi d’acqua, vassalli dell’aristocratico fiume Po. In pianura, dove sabbie e limo la fanno da padrone (qui c’era il mare pliocenico), l’estate toglie il fiato dall’afa e in autunno inoltrato una sottile coltre di bruma fredda ricopre i campi, quasi a volerli conservare in letargo fino alla rinascita primaverile.

A Sorbara (MO) si respira la stessa aria genuina dei paesini dell’Emilia menzionati nei racconti di Guareschi: le sanguigne diatribe tra visioni politiche e sociali diverse, tra persone che sanno tutto l’uno dell’altro ma che sono disposte persino a rinunciare alle beghe familiari e ai campanilismi dandosi una mano nei periodi difficili. Il tempo per discutere animosamente ci sarà sempre, magari davanti a un bicchiere di buon Lambrusco o “Lambrosc”, come viene chiamato da queste parti. Poco importa delle alterne vicende che ha vissuto uno dei vini più storici d’Italia, prodotto da vitigni ancestrali, imparentati a modo loro con le antenate viti selvatiche. Il vino italiano più venduto all’estero per volumi e che negli anni ’80 veniva ricordato per le grandi Cooperative Vitivinicole e per l’estroso esperimento della lattina d’alluminio, per fortuna rapidamente accantonato.

Un giorno non basterebbe per comprendere l’arcano mistero che lega un popolo all’uva e alle tecniche scelte per vinificarla al meglio, in sincronia con la gustosa e variegata cucina regionale; proveremo comunque a raccontarvi due realtà divenute faro nella produzione vitivinicola modenese. Sono distanti appena 4 km, giusto il tempo di raggiungere Bomporto dal punto iniziale di partenza, ma entrambe hanno scritto la storia di una fra le 14 varietà di Lambrusco iscritte a Registro: il Lambrusco di Sorbara.

Cantina della Volta conta ben 4 generazioni, dal fondatore Francesco Bellei nel 1920 al nipote Christian Bellei che l’ha ripensata nel 2010, ricoprendo anche la carica di enologo aziendale. In mezzo alterne fortune tra acquisizioni di poderi, vendita del marchio storico e rinascita col nome Cantina della Volta, a ricordare i bei tempi quando il naviglio di Bomporto era usato per il cabotaggio fluviale e le barche dovevano effettuare una sorta di volta per riprendere la navigazione.

Il ritorno in pista nasce dalla passione smisurata di Christian per le bollicine Metodo Classico, supportato nell’impresa da una cordata di amici volenterosi. Tre gli storici conferitori che li hanno seguiti, con un rigido protocollo che prevede selezione dei grappoli migliori e raccolta rigorosamente a mano. La grande acidità del Sorbara esaltata dalla lavorazione e dalla scelta di non seguire la tradizione del rifermentato naturale in bottiglia se non per 2 sole etichette.

Relativamente basse le rese per una pianta che soffre di acinellatura spontanea e richiede, all’interno dei filari, la presenza del Lambrusco Salamino a fungere da impollinatore. La struttura del mosto fermentato è delicata, così come la presenza alcolica; il resto lo fanno le lunghe soste sur lie variabili fino da pochi mesi fino ad un massimo di 96 totali.

La Volta Frizzante 2023 vuol essere un omaggio alle usanze locali, senza però il residuo delle fecce in vetro. Nota di violetta e lampone, per un prodotto che educa l’inesperto ad entrare nel mondo Lambrusco. Rimosso segue la filosofia del precedente, questa volta con i lieviti sul fondo. Maggior corpo e prettamente gastronomico.

Brutrosso 2023 sostava 36 mesi sui lieviti fino all’anno scorso. Adesso il tempo si è ridotto a 9 mesi complessivi, rappresentando l’upgrade dell’etichetta La Volta con note fragranti di ciliegia, lampone, melagrana e un accenno finale di idrocarburo.

Veniamo ai pezzi da novanta, con il premiatissimo Rosé 2019, appena 3 ore di macerazione sulle bucce. Riesce ad essere internazionale e mediterraneo in un unico sorso, anche se ti fa dimenticare il luogo d’origine. Sarà un bene?

Il Cristian Bellei Millesimato 2016 è la novità voluta nel Disciplinare di produzione: la versione Lambrusco di Sorbara Bianco. Cantina della Volta lo realizzava però, sin dalla vendemmia 2012. Bellei cerca di capire come arrivare nel cuore dell’acidità del varietale e lo fa con tanta sperimentazione e con fermentazione malolattica indotta, che copre solo in parte le forti spinte officinali del prodotto. Seguono scie agrumate unite a zagare fresche ed una salivazione quasi dirompente all’assaggio. Obiettivo centrato!

Terminiamo la prima parte dell’articolo con il D.D.R. 2015 da ben 7 anni sur lie. Vigneto allevato con sistema Bellussi, ormai in disuso perché difficile da meccanizzare. Il colore molto tenue degli altri campioni qui si rivela più fitto e scuro con un tannino percepibile in chiusura. Realizzato finora solo in 2 annate: completamente fuori dagli schemi, guarda dritto verso i cugini d’Oltralpe.

Di Alberto Paltrinieri, invece, vogliamo narrare della dolcezza e della profondità d’animo di un uomo che ha saputo scegliere, con passione, di mantenere viva la tradizione del nonno Achille, che nel 1926 aveva deciso di fare vino da solo. Al Cristo di Sorbara le vigne parlano di famiglia, del sacrificio profuso negli anni, anche quando il Covid bloccava i maggiori traffici commerciali, piegando in ginocchio tante attività del Bel Paese.

I Paltrinieri non si scoraggiano e anzi si rimettono in gioco con un progetto di beneficenza nato per caso, su approvazione dell’enologo Attilio Pagli: un Metodo Solera perpetuo da Sorbara in purezza. Tutti i fornitori della filiera hanno contribuito regalando i materiali con i quali comporre delle box dedicate, i cui proventi sarebbero stati devoluti al Banco Alimentare. Un volano del cuore, che ha consentito, attraverso i canali di vendita online, di aiutare i più bisognosi e parimenti di azzerare le scorte delle altre tipologie di vino imbottigliate, evitando ingenti perdite di bilancio.

LARISERVA 2022 è stato il primo Lambrusco di Sorbara in purezza, concepito nel lontano 1998. Circa 20 ettari vitati, con rese ridotte ad appena 80/90 quintali per ettaro. La 2022 parla di agrumi gialli, lime e cedro su sbuffi balsamici stuzzicanti.

LECLISSE 2023 vira verso essenze di lampone maturo, da caramella succosa, ma con una grande scia sapida sul finale di bocca. Il “CRU” dal vigneto Al Cristo di 15 ettari, sublime e gastronomico.

RADICE 2022, lo stile modenese del rifermentato naturale in bottiglia col fondo. Colpisce per sfumature da tè, pompelmo, rosa canina ed erbe mediterranee. In etichetta l’immagine del vecchio mappale del toponimo Il Cristo dove ha sede la casa e la cantina Paltrinieri. Straordinario e versatile (anche per il sushi ad esempio), dipende se versato intorbidito o limpido.

GROSSO è il Metodo Classico elegantissimo, dalla bollicina fine e vispa, dove il Sorbara riesce a trovare un punto d’equilibrio dimenticando il passato rustico, quando veniva intrecciato ad altre varietà poco appaganti a volte per un mero bisogno di far numeri. Alberto ne domina l’acidità con un misurato tempo a contatto con i lieviti. Da manuale.

SOLCO 2023 per dare il valore che merita ad un compagno inseparabile come il Lambrusco Salamino, questa volta protagonista in purezza. Accattivante per le sfumature di mirtillo e mora selvatica, unite a struttura e una lieve nota calorica tali da renderlo abbinabile a molti piatti della cucina emiliana.

Il tempo stringe e la promessa fatta è quella di tornare a dare voce ad un areale fiero del proprio passato, che sa guardare al futuro cercando di proporre solo e sempre qualità… e tanto piacere di beva.

Dulcis in fundo, consigli pratici di 20Italie per un Natale in dolcezza

Il Dolcissimo Award, la competizione nata per premiare i vini dolci dell’Alto Adige, ormai da qualche anno è parte di The WineHunter al Merano Wine Festival ed è stato esteso a tutti i vini dolci italiani. Lo scopo del premio è quello di riconoscere una chiara identità a un panorama variegato e frastagliato, che difficilmente si configura in areali ben definiti come avviene in altre parti del mondo, una per tutte in Francia col Sauternes.

Abbiamo avuto l’occasione di assaggiare i vini insigniti del riconoscimento 2024 durante la masterclass Dulcis in fundo, condotta da Helmuth Köcher e dal giornalista Angelo Carillo. Vi raccontiamo, quindi, cinque ottimi prodotti utili anche nei fine pasto o nei momenti unici di convivialità ed amore delle feste natalizie.

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I Vini da dessert

Cantina Girlan 2022 Pasithea Oro – Gewurtztraminer Vendemmia Tardiva

Vino ottenuto da acini di Gewurtztraminer attaccati dalla muffa nobile, fermenta in barrique. La 2022, annata particolarmente calda, ha ritardato la comparsa di botrite e spostato la vendemmia a poco prima di Natale. Al naso rosa canina, albicocca e zafferano; il sorso è denso e corposo ma equilibrato da freschezza vivida  e sapidità netta, chiude su arancia candita. Residuo zuccherino 225 g/l.

Cantina Possa 2021 Underwater Classico – Cinque Terre Sciacchetrà DOP

Da uve Bosco e Rossese Bianco appassite, sgranate a mano e pigiate a piedi, secondo la tradizione dello Sciacchetrà. Dopo la fermentazione con macerazione sulle bucce di 28 giorni, l’affinamento è in barrique di ciliegio e pero per circa un anno. Per l’annata 2021, una piccola parte delle 1700 bottiglie prodotte è stata sottoposta ad affinamento underwater a 52 metri. L’affinamento subacqueo, ha spiegato il produttore Samuele Bonanini, ha dato una “spinta in avanti” di almeno dieci anni al vino, che si presenta dunque già evoluto. L’olfatto è sottile nei sentori di rosa, smalto e salsedine, il palato è verticale, nonostante il residuo zuccherino di 225 g/l. Cantina inclusa nel Presidio Slow Food Sciacchetrà.

Muri Gries Tenuta Cantina Convento 2023 Moscato Rosa Abtei Classico – Vendemmia Tardiva

Varietà particolare di Moscato Rosa, introdotta durante il regno austro-ungarico a Bolzano, di cui sopravvivono solo 5 ettari vitati in Alto Adige. Un’estensione irrisoria per quello che Helmuth Köcher  ha definito uno dei vitigni più identitari della Regione. Quattromila bottiglie prodotte, uve sottoposte a vendemmia tardiva, attaccate da muffa nobile. Fermentazione sulle bucce e successivo affinamento in barrique. Si presenta lucente nel suo rubino scarico, con sentori di rosa canina e radice di liquirizia; il palato è pulito e ben equilibrato con una piacevole persistenza sapida. Residuo zuccherino 140 g/l.

Pagnoncelli Folcieri 2018 – Moscato di Scanzo DOCG

La seconda DOCG più piccola d’Italia, con soli 31 ettari vitati, è un vero e proprio monumento alla resilienza nel portare avanti una tradizione – quella della coltivazione e vinificazione di un vitigno autoctono attestato sin dalla fine del 1200- che nella famiglia Pagnoncelli risale al 1907. Le ultime annate sono state particolarmente favorevoli, ci spiega l’appassionata produttrice Francesca. Come dire che i cambiamenti climatici in corso non hanno portato solo effetti negativi.  Ottenuto da vendemmia tardiva con appassimento e concentrazione su pianta, matura in botte per un minimo di 18 mesi, successivamente in acciaio per 24 mesi e termina l’affinamento in bottiglia per uscire a non non meno di cinque anni dalla vendemmia. Di colore rubino, il naso è balsamico con sentori di mirtillo, petali di rosa e incenso. Al sorso è caldo e opulento, con una delicata tannicità che smorza il residuo zuccherino (70 g/l).

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Innovation Kiemberger 2022 Paul – Lagrein Passito Mitterberg IGT

Le uve Lagrein, colte a piena maturazione e poi lasciate appassire in fienile per alcuni mesi, vengono parzialmente diraspate e pigiate. La fermentazione avviene sulle bucce per ottenere la massima estrazione dai tannini. Fermentazione e affinamento per 14 mesi in legno di rovere di Slavonia. Rubino fittissimo alla vista, ha naso avvolgente di more e visciole in confettura, rosa rossa e chiodi di garofano. Al palato è pieno, corposo, equilibrato nelle sensazioni dolci grazie alla freschezza ben presente e al tannino sottilissimo che ricorda la polvere di cacao amaro.

Durante la masterclass sono stati serviti in abbinamento i panettoni Slow Luxury Capsule del pastry Chef del Lido Palace Riva del Garda, Matteo Trinti: la versione dolce, con cioccolato bianco Valrhona e caramello salato, la versione salata, con zafferano del Monte Baldo e limoni canditi del Garda, e la limited edition, con fichi canditi, gianduia Valrhona e molche del Garda.

Una menzione speciale però, vogliamo dedicarla al “nostro” cilentano Antonio Ventieri, vincitore del premio Mastro Panettone 2024. Ben 40 ore di lievitazione e 60 di lavorazione per un piccolo capolavoro di artigianalità campana. Lo abbiamo incontrato durante l’evento “Calice v.2” curato dall’Agenzia di Comunicazione Grapee.it e dall’Associazione Culturale Ambientarti.

A loro ed a voi lettori di 20Italie va il nostro miglior augurio di trascorrere un Natale più dolce e gustoso di sempre!

La notte di “Oysters and Wines” da Agricola Bellaria a Roccabascerana

Serata dedicata a uno dei simboli internazionali del fine dining: l’ostrica. Accade una sera di fine novembre nell’accogliente sala degustazione di Agricola Bellaria, cantina moderna e accurata di proprietà della famiglia Maffei a Roccabascerana, terra di cerniera tra l’Irpinia ed il Sannio. Ad accogliere i selezionati ospiti è Antonio Pepe, amministratore e animatore dell’azienda i cui “piedi vitati” si estendono nel territorio irpino tra Paternopoli, Candida, Montefusco e Montefalcione.

Tutto è pronto per Oysters and Wines Night, evento di sapiente sperimentazione nel pairing tra i frutti delle preziose conchiglie e i vini a denominazione prodotti dal marchio Bellaria. Impareggiabile animatore della serata è Gaetano Cataldo, sommelier, giornalista, ideatore del progetto “Mosaico per Procida” con l’associazione Identità Mediterranee ed esperto di gastronomia internazionale. L’irrinunciabile preventiva visita alla cantina e – soprattutto – alla bottaia, regala da subito agli ospiti piacevoli esperienze anche in campo artistico. La straordinaria policromia della volta a botte ribassata, nella sala sotterranea che ospita i “legni” francesi di affinamento del vino, cattura lo sguardo del visitatore immerso nell’atmosfera ideata e realizzata dall’artista marchigiano Edoardo Piermattei nella sua opera dal titolo intrigante di “trapasso tropicale”.

Risaliti in superficie la parola passa finalmente alle ostriche, raccontate e spiegate, con passione maniacale, da Claudia e Rossella Migliaccio dell’omonima azienda Migliaccio-Storie di mare esperta selezionatrice di ciò che di meglio si muove nel panorama internazionale del sea-food. Ai nastri di partenza ben cinque selezioni di ostriche tutte di provenienza transalpina con l’unica eccezione per l’irlandese Ostra Regal calibro 4 da Westport alla quale Gaetano Cataldo ha sapientemente riservato il connubio con il Fiano di Avellino 2017.

In precedenza era stata la volta della Peter Pan calibro 6, ostrica di Saint Just Luzac allevata nel distretto ostricolo Marennes-Oleron situato poco a nord di Bordeaux. Alla carnosa sapidità di quest’ultima è stato affiancato il Greco di Tufo 2016 che ha dispiegato tutto il suo potenziale di freschezza e di struttura. Sempre dal distretto acquitano delle saline di Marennes, bagnate dalle fredde schiume oceaniche, arriva il turno della Dousset calibro 3, ostrica di fitta ed elegante tessitura con garbato finale a retrogusto di frutta a guscio: quale migliore accostamento della vibrante freschezza del Greco di Tufo 2019 di Bellaria?

Se per il vino parliamo di “terroir”, i contadini del mare che nel mondo allevano ostriche preferiscono parlare (avendo forse coniato un neologismo) di “merroir”; uno dei binomi inscindibili in questo comparto è quello che lega, appunto, il merroir di Mont St. Michel – Normandia –  all’ostrica Belen. Ed eccola arrivare a tavola nella versione Piatta Belen calibro 1 ostrica saporita, opulenta, dal pronunciato gusto umami che ne esalta, altresì, la fine eleganza. E’ a una tale prelibatezza che l’istrionico Gaetano Castaldo ha dedicato la chicca a sorpresa della serata: il Coda Rara 2022, un vino prodotto da Bellaria con l’utilizzo di uve coda di volpe a bacca rossa provenienti da piante secolari che affina in barrique per almeno 8 mesi prima dell’imbottigliamento.

Nel frattempo Claudia e Rossella, le due cugine Migliaccio, preparavano la presentazione della quinta “huitre” per chiudere in bellezza, ancora una volta dall’isola tidale di Mont St. Michel, con la concava Tsarskaya calibro 3 la cui origine etimologia rivela l’esplicita dedicazione agli Zar della grande Russia. Ma la dedica del vino a questa ostrica suadente, croccante, dal morso burroso, è riservata alla prorompente tensione e al solenne corpo del Greco di Tufo 2021. Durante i minuti finali della bella degustazione i convenuti avevano perso di vista Antonio Pepe che, con un repentino cambiamento scenico degno del miglior Leopoldo Fregoli, ha indossato nelle retrovie il grembiule da cuoco regalando agli ospiti il fuoriprogramma di un succulento piatto di spaghetti al profumo di limone con briciolame tostato.

ELIO GRASSO E IL BAROLO DI MONFORTE D’ALBA

Banca del Vino chiude gli appuntamenti del 2024 all’Enopanetteria di Stefano Pagliuca con un evento dedicato al Barolo e all’Azienda Agricola Elio Grasso. Il format è quello ormai consolidato: la degustazione di annate correnti e annate storiche raccontate in prima persona dalla voce del produttore. Ospite della serata Gianluca Grasso, terza generazione di una bella, ma soprattutto virtuosa realtà produttiva in Monforte d’Alba.

La storia di famiglia va indietro fino al nonno di Gianluca e affonda le radici nelle Langhe de La Malora di Beppe Fenoglio, quando lavorare la terra era considerato un destino ineluttabile a tratti maledetto e fare il vino aveva ben poco del fascino odierno. A quei tempi si praticava viticoltura di sussistenza: l’uva veniva in parte conferita in parte vinificata, ricavandone il vino per il consumo familiare o, al più, da vendere sfuso. Chi poteva, fuggiva dalla campagna. Neanche Elio, papà di Gianluca, ha fatto eccezione, preferendo un lavoro in banca a Torino, pur rimanendo saldamente legato alle sue origini.

Nel 1978 la svolta: alla morte del padre, Elio lascia la sicurezza dell’impiego stabile e retribuito “per dare dignità a quello che era stato il lavoro del papà”; inizia a vinificare e imbottigliare la totalità delle uve di proprietà. Il 1996 rappresenta un altro momento di svolta, quando Gianluca, nel solco di quella rivoluzione che ha segnato la storia della moderna viticoltura nel nostro Paese, introduce  tecniche di vendemmia verde e diradamento e sceglie di dare un passo diverso all’Azienda, staccandosi definitivamente da una produzione per molti aspetti ancora esclusivamente quantitativa.

“La nostra Azienda si estende su 42 ettari di cui 18 a vigna e 24 a prati e bosco, scenario non consueto nelle Langhe, dove siamo abituati a un paesaggio in cui regna la monocoltura (la vigna n.d.r.)”, ci racconta Gianluca. Dalle sue parole, scaturisce in maniera concreta e palpabile come la salvaguardia della biodiversità e del territorio sia  uno degli obiettivi chiave: “Abbiamo cuore e abbiamo radici: fino a quando la terra sarà nelle nostre mani, siamo tranquilli.”

Il vino è il risultato di un processo in cui la vigna, curata in ogni fase, è il fattore principale per ottenere la condizione essenziale alla base di un grande prodotto: la maturità fenolica, ricercata da Gianluca in maniera estrema, talvolta ai limiti del rischio. Defogliazione e diradamenti controllati a seconda dell’andamento climatico, inerbimento, sovescio e letame come fertilizzanti sono alcune delle pratiche operate in vigna, mentre le successive operazioni di cantina devono solo aiutare ad esprimere al meglio i caratteri dell’annata. Utilizzo, quindi, di lieviti selezionati in annate dove quelli indigeni sarebbero meno performanti, lunghe macerazioni e cappello sommerso per ottenere la massima estrazione, delestage e rimontaggi più o meno frequenti, quando il frutto lo consente.

Le vigne della cantina Elio Grasso si estendono nella MGA Ginestra, cru storico di Monforte d’Alba, citato già nei documenti dell’Ottocento, all’interno della quale è stato inglobato nel tempo anche il vigneto Gavarini, portatore di un proprio carattere e di una propria identità. Il vigneto Gavarini, da  sempre proprietà della Famiglia Grasso assieme all’omonima cascina e al bosco che la sovrasta, si distingue per un terreno minerale e sabbioso. Da qui provengono il cru Barolo Gavarini Vigna Chiniera e la Riserva Runcot. Dai terreni a matrice argillosa di Ginestra, deriva invece il cru Barolo Ginestra Vigna Casa Maté.

La Degustazione

La degustazione non ha incluso annate correnti in commercio, ma solo alcune annate che maggiormente hanno saputo decifrare il territorio e che ora possono essere degustate nel pieno della loro espressione. Il tannino sottile ed elegante è stata la cifra distintiva di tutti i calici, frutto di quella maturazione fenolica in vigna così fortemente perseguita da Gianluca.

Abbiamo iniziato il giro di calici con il Barolo 2014, definita da Gianluca come l’espressione più chiara e nitida del barolo. Frutto di un’annata particolarmente difficile, dove a un inverno nevoso sono seguite una primavera piovosa e un’estate fresca, questo millesimo non è stato imbottigliato come cru, ma come selezione dei vini derivati dalle vigne più alte, vinificate singolarmente, secondo la maniera tradizionale di fare barolo.

Il successivo assemblaggio ha permesso di identificare il blend migliore, affinato in botti grandi di 24 ettolitri, vecchie di 12/15 anni.  Ne deriva un barolo equilibrato ed elegante che si esprime con un naso complesso di frutti di rovo, petali di rosa e caramella alla liquirizia mentre il sorso risulta avvolgente, di tannino impalpabile, freschezza tipica di arancia rossa e chiusura su sentori balsamico-mentolati.

La verticale di Barolo Gavarini-Chiniera nelle annate 2013-2011-2007

Tratto comune delle tre annate quello tipico del vigneto Gavarini: naso austero, lento nell’aprirsi e struttura vigorosa.

La 2013, vendemmiata il 26 Ottobre, è il risultato di 40 giorni di macerazione e tre anni di affinamento. Al naso si esprime con frutto rosso in confettura e note empireumatiche di carbone ardente. Il palato risulta succoso, il frutto è preponderante a centro bocca; freschezza pungente e tannino vigoroso ma perfettamente integrato sostengono un sorso di grande equilibrio che ritorna sulle tostature in chiusura.

Interessante il confronto tra 2011 e 2007, entrambe considerate calde. Il risultato nel bicchiere è estremamente diverso: la 2011 si evidenzia per sentori di foglia di tabacco e cenere di camino, il sorso è denso, rotondo, quasi “cioccolattoso” dall’equilibrio tra freschezza incisiva, ma non invadente e tannino sottile e polveroso; la 2007 risulta più spostata su sentori balsamici, di sottobosco e mora in confettura; si propone in bocca più nervosa grazie a un tannino maggiormente marcato e ad freschezza più pacata, tipica di agrume dolce.

Chiudiamo la degustazione con la Riserva Runcot, figlia di Gianluca e di quei cambiamenti portati in vigna a partire dal 1996. Ci troviamo ancora a Gavarini, su due ettari di vigna ripida e pendente (appunto runcot in piemontese), frutto di selezione massale da cloni risalenti al nonno di Gianluca. Riserva prodotta solo nelle annate migliori con  valutazione effettuata in vigna in fase di diradamento: quando si verificano le condizioni per produrla, la resa per ettaro si abbassa notevolmente a 4800 chili, tre grappoli per pianta. Diversamente vengono lasciati nove grappoli a pianta e la vigna viene destinata alla produzione del Langhe Nebbiolo DOC.

Lunghissima macerazione di 50/55 giorni, con fase finale a cappello sommerso, quattro anni di affinamento in barrique nuove a bonde de côté, senza travasi ma solo con rabbocchi periodici quando necessario, due anni di affinamento in bottiglia: questi i numeri di una riserva che si evidenzia sì muscolosa e complessa, ma ancora una volta espressione di un barolo di grandissimo equilibrio.

Degustiamo il millesimo 2007, di naso sfaccettato con note ancora vividamente floreali, di spezie dolci, di frutti di rovo sotto spirito e arancia sanguinella essiccata; in bocca è saporoso e materico pur nella trama finissima del tannino, di freschezza ancora nervosa che ricorda a tratti lo zenzero, di chiusura lunga che si alterna tra il frutto e le tostature di cacao. In accompagnamento le rinomate pizze di Stefano Pagliuca e un piatto territoriale: il brasato con patate.

Azienda Agricola Elio Grasso

Località Ginestra, 40

12065 Monforte d’Alba (CN)

Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.