La Reggia di Caserta ha ospitato la terza edizione di Terra di Lavoro Wines

La terza edizione di Terra di Lavoro Wines, l’evento promosso dal Consorzio Tutela Vini VitiCaserta – Vitica – quest’anno ha avuto come cornice d’eccezione la Reggia di Caserta. Il palazzo voluto da Carlo di Borbone e progettato da Luigi Vanvitelli, patrimonio Unesco dal 1997, ha accolto, il 26 e 27 ottobre, la due giorni dedicata ai vini di Caserta. Una scelta non casuale  e neanche legata a pure ragioni di ordine estetico, ma voluta con il preciso intento di fare rete e rafforzare le sinergie tra patrimonio culturale e attività produttive territoriali, ha sottolineato Tiziana Maffei, Direttore della Reggia di Caserta.

Inoltre, nella scelta di questa location, la manifestazione si è aperta al grande pubblico, compreso quello internazionale, come commentato da Cesare Avenia, Presidente di Vitica, nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, perché, va ribadito, ancora oggi nello stesso casertano, il consumo di vino del territorio si attesta solo al 15%.

Terra di Lavoro Wines ha dato il via al ricco manifesto di eventi e degustazioni con il convegno Enoturismo: leva dello sviluppo per la DOP/IGP economy della provincia di Caserta, che ha tracciato un quadro preciso della situazione attuale e dei possibili sviluppi per l’enoturismo – non solo nella Provincia di Caserta ma in tutto il territorio campano – con dibattiti e interventi, incluso quello istituzionale dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Campania Nicola Caputo. La Campania, con l’1% della produzione vinicola nazionale, è stata la dodicesima regione a recepire la legge nazionale sull’enoturismo del 2019, attraverso la legge regionale n. 7/2024, che si pone tra gli obiettivi quello di “valorizzare le aree ad alta vocazione vitivinicola della Regione Campania e le denominazioni vitivinicole di ciascun territorio” (art. 1).

Tassello fondamentale per lo sviluppo del territorio in tal senso devono essere i Consorzi di tutela, attraverso cui sono rappresentate le denominazioni, sostenuti anche da apposita legge di bilancio regionale.

A testimoniarne l’importanza Domenico Raimondo, Presidente del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana DOP: nel sistema DOP/IGP economy la provincia di Caserta si posiziona, in termini di valore alla produzione, al primo posto in Campania, al sedicesimo in Italia (Rapporto ISMEA 2023). E a fare da volano per l’economia del territorio è proprio la Mozzarella di Bufala Campana DOP, al quarto posto dopo Parmigiano Reggiano DOP, Grana Padano DOP, Prosciutto di Parma DOP, con un valore di 502 milioni di euro nel 2022 e un incremento di oltre nove punti percentuali rispetto al 2021.

Incisivo anche l’intervento di Leone Massimo Zandotti, produttore di Frascati DOCG  e consigliere FEDERDOC, che ha sottolineato come il vino sia ambasciatore di cultura e dunque la promozione e la diffusione di ogni aspetto legato a questo mondo devono assumere centralità. A tal proposito i consorzi devono rappresentare luoghi di aggregazione e sviluppo. Vitica, costituitosi nel 2004, è  il primo consorzio di tutela vino in Campania riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare nel 2005; attualmente conta 107 associati tra produttori e imbottigliatori. 

Dunque, ruolo di centralità per i consorzi di tutela ed enoturismo come chiave del successo per le aziende vitivinicole campane. Su quest’ultimo punto sono intervenuti anche Maria Paola Sorrentino, in qualità di Presidente del Movimento Turismo Vino Campania e Nicola Matarazzo, Consulente di direzione, ribadendo l’importanza di creare, attraverso una proposta enoturistica solida e preparata, l’aspettativa per attrarre nuovi flussi turistici sul territorio, ma nel contempo, come ribadito da Luciano D’Aponte, dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, per decongestionare con proposte alternative i punti storici e consolidati di attrattiva (i.g. Napoli e la Costiera) in favore di nuovi areali regionali.

Oltre a spazio di confronto e riflessione, la terza edizione di Terra di Lavoro Wines è stata soprattutto una vetrina dinamica del vino e del territorio casertano per giornalisti, appassionati di vino e turisti, con numerose iniziative che hanno animato la manifestazione: dalla presentazione del libro Calici e Spicchi di Antonella Amodio, casertana nel cuore e nell’anima, (ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, mentre il collega Gaetano Cataldo ha intervistato l’autrice); al premio in memoria della compianta Maria Felicia Brini, istituito da Vitica e assegnato con numerosi riconoscimenti a chi nel casertano (ma anche fuori) ha saputo dare il giusto rilievo ai vini di Caserta (alla pizzeria I Masanielli di Sasà Martucci di Caserta per la miglior carta dei vini territoriale, al Ristorante Marotta di Squille per il miglior abbinamento, ad Agristor le Due Torri di Presenzano per la profondità di annate e al Ristorante Agape di Sant’Agata dei Goti per miglior carta dei vini fuori dal territorio casertano).

Hanno visto la partecipazione di 380 iscritti le quattro masterclass a cura AIS, in collaborazione con altre sigle del mondo del vino, dedicate all’approfondimento sulle denominazioni del territorio: Aversa DOP Asprinio, Falerno del Massico DOP, Galluccio DOP & Roccamonfina IGP, Terre del Volturno IGP & Casavecchia di Pontelatone DOP.

Non sono infine mancati banchi d’assaggio con la presenza di 170 referenze in degustazione. Una Vigna del Ventaglio alla maniera moderna Terra di Lavoro Wines ma con lo stesso obiettivo ricercato nel 1770 da Ferdinando IV di Borbone, che la fece impiantare a San Leucio: la conoscenza e la valorizzazione dei vitigni e dei vini del territorio.

“Valdo Food&Wine Experience” da Scicchitano a Napoli

Il Gambero Rosso anche questa volta ama sorprenderci, organizzando un piacevole appuntamento enogastronomico nel capoluogo partenopeo. Metti una sera a cena con gli operatori della ristorazione campana, al primo piano di un palazzo dell’Ottocento di Via Foria a Napoli: il ristorante “Innovative, nuovo concept e appendice dello storico “’a figlia d’ ‘o marenaro”.

L’Innovative nasce quattro anni fa dall’idea di Giuseppe Scicchitano, terza generazione di una famiglia di ristoratori, in quanto figlio di Nunzio Scicchitano e Assunta Pacifico, che dal 1943 sono famosi in città per la loro iconica zuppa di cozze, e non solo.

Per accedervi siamo dovuti entrare dal loro ristorante e salire al primo piano dove subito siamo rapiti da uno splendido Cocktail Bar che fa da sfondo ad un ricco ed elegante banco frigo del pescato; ci addentriamo in una serie di eleganti ambienti dove potersi accomodare per gustare l’evoluzione gastronomica di questa storica famiglia napoletana, in chiave moderna e gourmet, ad opera dello chef Sergio Scuotto.

Abbiamo parlato di serata enogastronomica, ed infatti ad accoglierci, oltre al padrone di casa, c’è Nicola Frasson della Gambero Rosso (esperto Degustatore e Redattore dei Vini) che ci presenta Gianfranco Zanon (Direttore Tecnico della Valdo Spumanti e Vice Presidente del Consorzio) e Matteo D’Agostino (Responsabile del Marketing Strategico della Valdo) venuti a parlarci della famiglia Bolla, titolare della Valdo Spumanti dal 1938 e anch’essa, come per gli Scicchitano, alla terza generazione di un marchio storico legato indissolubilmente al territorio di appartenenza, Valdobbiadene, del quale ha saputo diffondere in Italia e nel mondo, la cultura del Prosecco, cercando di portare nei calici, a loro dire, delle bollicine facili da bere ma mai banali – easy to drink.

Il percorso enogastronomico comprende anche due vini della Magredi, cantina del Friuli-Venezia Giulia che da sempre produce vini a Denominazione di Origine Controllata “Friuli Grave” a Domanins in provincia di Pordenone. Anche la Magredi, da sempre legata al nome di una famiglia storica del territorio, la Tombacco, da quest’anno è stata acquisita dalla famigliaBolla.

Gianfranco Zenon prende la parola per precisare che questa serata di” Food&Wine Experience” si intende per il Vino in Tavola. Vini contemporanei e mai scontati presentati volta per volta negli abbinamenti con le ricette di casa Scicchitano

Si inizia con dallantipasto: il gambero pop, un gambero fritto con effetto crunch dovuto al tipo di panatura, posato su una grossa chips di polpo e riso acquerello, il tutto guarnito con gocce di maionese; una piacevole combinazione, che con la grassezza e la tendenza acida della maionese si esalta e trova il perfetto equilibrio con il sorso di una prima bollicina delle Grave del Friuli de “I Magredimetodo charmat brut millesimato 2023 da ribolla gialla, dai profumi delicati di fiori e agrumi, freschissimo in bocca, lascia una scia piacevolmente aromatica. Risulterà il miglior abbinamento della serata.

Si passa ai primi piatti: risotto con crema di zucca e zenzero a donare uno sprint alla spiccata tendenza dolce dell’ortaggio, guarnito con cubetti di taleggio e scampi scottati. Ottima la cottura e la mantecatura e del risotto, gradevole l’abbinamento con un DOC Friuli Grave Sauvignon 2023I Magredi”, non spinto sul varietale vegetale, ma più fruttato ed erbaceo. Sorso piacevolmente fresco e sapido, sottile e nervoso a contrastare la dolcezza e la grassezza del piatto.

Seguono gli ziti alla lardiata di mare (con lardo di colonnata); un sugo colorato dal pomodoro San Marzano e arricchito di vongole e tartufi di mare, straccetti di calamari, tentacoli di polpi e gamberi. Interessante. Buono anche questo abbinamento con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco spumante metodo charmat extra brut millesimato 2022 “Rive di San Pietro di Barbozza” della Valdo. Un 100% di uve glera provenienti delle pendici delle ripide colline che caratterizzano il territorio di quelle che non sono altro che le UGA di Conegliano, le “Rive”. Bollicina suntuosa e dal perlage fine, e a detta di Gianfranco, un dosaggio zero più che un extra brut. Al naso frutta matura a cui non manca una parte agrumata di mandarino; nitido e preciso in bocca, sostenuto da una piacevole scia sapida che chiude il sorso e crea un buon legame sia con la tendenza dolce del piatto che con la tendenza acida del pomodoro.

Il primo dei secondi piatti: focaccina farcita con crudo di tonno e mozzarella di bufala campana, arricchita con maionese al lime ed erbe spontanee. Ottimo il gioco tra morbidezza e fragranza della focaccia che esalta il boccone. Riuscito in parte l’abbinamento con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco spumante metodo charmat brut millesimato 2022 “Cuvée del Fondatore”. Uno charmat lungo ottenuto dal 90% di Glera e un 10% di Chardonnay. Si distingue la lavorazione per un passaggio di circa sei mesi in barrique di primo e secondo passaggio della base chardonnay. Uno spumante che al naso ci sussurra il passaggio in legno con profumi di frutta matura, spezie sia di vaniglia che di pepe bianco, miele e nocciola; un sorso equilibrato con ritorni di frutta e spezie.

Infine il trancio di spigola con contorno di ortaggi nella loro essenza, il tutto su un fondo di vellutata di patate. Il più difficile degli abbinamenti finora provati, con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco metodo classico brut millesimato 2020 “Vigna Pradase”. Metodo classico sboccato a giugno 2023 e ad oggi con già oltre un anno in bottiglia ottenuto da 85% Gglera e un saldo del 15% di uve autoctone quali Bianchetta, Verdisio e Perera, che fino al 1800 erano le uve più coltivate a Valdobbiadene. Profumi floreali di ginestra e acacia, un agrume pompelmo rosa; fresco e di buona struttura.

Si chiude con il fiore all’occhiello storico del territorio di Valdobbiadene, la DOCG Conegliano Valdobbiadene Superiore di Cartizze metodo charmat Dry “Cuvéè Viaviana Valdo” in versione classica che, a dispetto del dosaggio riportato in etichetta, è più morbida che vellutata. Un misto di sensazioni fruttate sia al naso che in bocca da abbinare al dessert: soffi di millefoglie con crema diplomatica e di frutti di bosco rossi e neri, su di una colatura di cioccolato bianco dorato.

All’Osteria Pratellino i vini di Agricola Tamburini

Il giornalista enogastronomico Milko Chilleri di RossoRubino.tv, organizza con Francesco Carzoli, titolare dell’Osteria Pratellino, nel capoluogo toscano una serie di incontri enogastronomici, nel format “A tavola con il Produttore”. Un viaggio attraverso le principali zone vitivinicole della Toscana per valorizzare la ricca cultura enogastronomica del nostro Paese. Ogni serata è dedicata ad un produttore proveniente da uno degli otto areali. La location scelta è l’Osteria Pratellino. Per ogni cena vi è un menù dedicato ai prodotti di quell’area con abbinamento vini dell’azienda ospite. Il 31 ottobre è stata dedicata alla Val d’Elsa con Agricola Tamburini, con gli interventi di Emanuela Tamburini,  Michele Jerman e Francesco Carzoli.

Agricola Tamburini si trova a Gambassi Terme (Fi) nel cuore della Val d’Elsa e del Chianti. La Tenuta si estende su una superficie di 50 ettari di terreno, di cui 30 sono vitati e posti ad altimetrie che raggiungono i 250 metri s.l.m. Le varietà allevate sono: Sangiovese, Colorino, Canaiolo, Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot e a bacca bianca: Trebbiano e Malvasia Toscana. La coltivazione della vite segue i dettami dell’agricoltura biologica. Tamburini produce vino ed olio extravergine d’oliva da ben 5 generazioni.Tutto ebbe inizio nel lontano 1890, anno di fondazione della Tenuta.

Dal 2002 al timone dell’azienda c’è Emanuela Tamburini, esperta e dinamica enologa, a rappresentare la più giovane generazione di Tamburini ed il marito Michele Jerman, figlio di Silvio che ha  fortemente contribuito al cambiamento del vino friulano. Michele è cresciuto in una considerevole realtà vinicola.  Sono una coppia molto unita, assieme,  sperimentano senza lasciare nulla al caso e con la loro esperienza maturata negli anni  danno origine a vini di eccellente qualità.

Osteria Pratellino si trova invece a Firenze, zona Campo di Marte. Un ambiente informale che propone piatti stagionali e territoriali con materie prime di elevata qualità. Aperto sia a pranzo sia a cena con un’ampia scelta di piatti per ogni tipo di palato e con una carta vini composta da oltre 150 etichette di ogni tipologia, regionali e non. Il titolare è Francesco Carzoli e  la cucina è affidata allo Chef Matteo Caccavo.

TJ Toscana Rosato Igt 2023  – Sangiovese 100% – L’acronimo T sta per Tamburini e J per Jerman. Un vino dedicato alla figlia Mariadele. Rosa tenue, emana note di viola, fragola, albicocca e mandarino, il sorso è vibrante e avvolgente.  Abbinato con Gota cotta su crostone all’olio Evo.

Il Massiccio Sangiovese Igt 2018 – Sangiovese 85% e Merlot 15% – Affinamento in vasche di cemento – Rosso rubino intenso,  sprigiona sentori di frutti di bosco, ciliegia, prugna e eucalipto, attacco tannico vellutato, fresco e sapido con chiusura lunga. Abbinato con Polpette di trippa con salsa di pomodoro.

Mike Limited Edition Toscana Igt 2020 – Sangiovese 100% da singolo vigneto – Rosso rubino trasparente,  al naso sviluppa sentori di prugna,  mora, ribes e spezie dolci,  la freschezza stimola il sorso,  elegante,  armonioso e duraturo. Abbinato con Maltagliati al ragù bianco di coniglio. 

Douscana Limited Edition – Sangiovese 50%, coltivato e vinificato in Toscana e Touriga Nacional 50%, coltivato e vinificato nella Valle del Douro – Rosso rubino intenso,  al naso spiccano note di violetta, amarena,  prugna,  mora e  tabacco accompagnate da nuances mentolate, al palato è pieno ed appagante, avvolgente e persistente. Abbinato con Stracotto di cervo con polenta.

Dulcis in fundo : Bongo (Profiteroles) abbinato con Gin Dry Castelgreve

Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima. (Marcel Proust)

L’Italia del Pinot Nero: il racconto della Masterclass organizzata da Vinodabere

Roma ha accolto la masterclass “Il Giro d’Italia attraverso il Pinot Nero”, un evento attesissimo dagli appassionati. Organizzata dalla testata giornalistica “Vinodabere” presso l’Hotel Belstay, la sessione si è inserita nel più ampio contesto di “L’Italia del Pinot Nero”, con la partecipazione di circa 40 produttori italiani e internazionali, tra cui Sudafrica e Argentina, di cui il collega Alberto Chiarenza parlerà in un altro articolo.

Il Pinot Nero è notoriamente un vitigno difficile da coltivare. Originario della Borgogna, già nel primo secolo d.C. Plinio il Vecchio lo cita con il probabile termine di Vitis Elvanacea, nella sua Naturalis Historia. Richiede condizioni climatiche e di suolo particolari, oltre a una cura attenta e scrupolosa in ogni fase della produzione. Predilige terreni argilloso-calcarei ben drenati; la percentuale di calcare, la densità di pietre e la ricchezza in argilla, determinano il risultato finale variando da un vino rosso leggero ed elegante oppure potente e di buona struttura. È un vitigno femminile nel suo essere capriccioso, sensibile a diverse malattie e alle gelate primaverili a causa della sua precocità.

Tuttavia è capace di donare vini fini ed eleganti, variegati nell’espressione in base ai “terroir” che lo ospitano. In Italia, il Pinot Nero ha trovato in regioni come l’Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia e la Toscana, le condizioni climatiche idonee atte a favorirne lo sviluppo, sebbene con caratteristiche molto diverse da quelle francesi.

L’obiettivo principale della masterclass è stato, pertanto, quello di esplorare la varietà del Pinot Nero in Italia. La differenza nei suoli, l’altitudine e il clima si traducono in vini che mantengono la finezza e l’eleganza tipiche, ma con un carattere fortemente aderente al territorio d’elezione.

Guidata dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani e dai giornalisti Antonio Paolini (Vinodabere), Dario Cappelloni (Doctor Wine) e Luca Matarazzo (20Italie), l’evento ha offerto un coinvolgente viaggio sensoriale nel mondo del Pinot Nero, celebrando la sua eleganza e versatilità. Ogni tappa è stata arricchita da degustazioni mirate, che hanno permesso ai partecipanti di apprezzare e confrontare le diverse interpretazioni del varietale. S

Un tema affascinante della discussione ha riguardato le tecniche di vinificazione e affinamento adottate nelle varie regioni, con particolare attenzione all’uso del legno, al tipo di botti, alla macerazione e alla fermentazione. È emerso come ogni produttore interpreti il Pinot Nero secondo una filosofia unica, influenzata dal rispetto delle tradizioni locali e dalla ricerca di un’espressione autentica del territorio. E a dirla tutta… che meraviglia!

La degustazione si è articolata in un viaggio enologico che ha attraversato virtualmente alcune delle principali regioni italiane produttrici di Pinot Nero.

Nei vari versanti delle valli fresche delle Dolomiti, il Pinot Nero dell’Alto Adige esprime freschezza e vivace acidità, con profumi di ciliegia, lampone e sottili scie minerali, noto per finezza e longevità. Menzione speciale per il Pinot Nero Riserva 2019 della cantina Schloss Englar: Un vino elegante e raffinato, con un intenso bouquet di ciliegie mature e frutti di bosco, nuance balsamiche e ginepro. Al sorso, viaggia morbido e vellutato, dai tannini delicati e dall’ottima struttura di grande persistenza.

Piemonte e Valle d’Aosta: qui venne originariamente impiantato come prima espressione d’Italia, complice anche la vicinanza alla patria natia. La produzione si concentra principalmente su vini spumanti metodo classico (Alta Langa DOCG) e su vini rossi eleganti. Uno sbalorditivo assaggio è stato il Bricco Del Falco 2019 di Isolabella Della Croce, dal colore rubino con riflessi granati e note di ciliegia, mora e spezie, bilanciate da una freschezza gustativa molto raffinata ed un finale piacevole di mandorla dolce.

Lombardia (Oltrepò Pavese) – Conosciuta come la “culla del Pinot Nero italiano”, l’Oltrepò Pavese vanta terreni marnosi e un clima ideale per la viticoltura. I Pinot Nero di questa regione, spesso vinificati anche come spumanti Metodo Classico, sono caratterizzati da grande struttura, complessità e tipiche note di piccoli frutti rossi conditi da spezie delicate.

In Toscana il Pinot Nero si adatta a terroir unici, soprattutto nelle colline alte e fresche, sviluppando un profilo più strutturato con note di frutta matura, tabacco e vaniglia, grazie a un moderato uso di legni per l’affinamento. L’influenza del clima mediterraneo e dei suoli argillosi dona ai vini potenza ed eleganza. Un esempio notevole è l’Ornoir 2020 dell’azienda agricola Ornina, che offre frutti rossi, spezie e note balsamiche al naso, con un palato strutturato e una lunga persistenza.

Il Friuli-Venezia Giulia è da sempre una regione con un forte potenziale per il Pinot Nero, caratterizzata da vini freschi e intensi dal punto di vista aromatico. Le etichette di questa area si distinguono per sensazioni floreali, fruttate e una marcata mineralità, che esaltano eleganza e armonia. Una gradita sorpresa è venuta da un “vino di confine”: il Pinot Nero DOC Collio Dedica 2018 di Komjanc Alessio, dal colore rosso rubino granato, con naso di frutta a bacca rossa, lamponi e prugne, arricchito da note balsamiche; fine ed elegante, chiude setoso nella trama tannica.

Marche, Abruzzo, Umbria: Il Pinot Nero in queste regioni rappresenta sia una sfida che un’opportunità, arricchendo il panorama vinicolo italiano con varietà e innovazione. Le colline marchigiane offrono un clima favorevole, mentre il clima variegato dell’Umbria e le altitudini abruzzesi creano condizioni ideali per la coltivazione di questo vitigno. Sorprendente è il Diamante Nero 2018 della cantina Castel Simoni, che riflette tutta la complessità del territorio montano abruzzese. Questo vino si apre con intense note di frutti di bosco e ribes nero, accompagnate da un accenno di spezie dolci. La sua acidità è ben bilanciata, contribuendo a una freschezza e a una struttura palpabile che invitano a un secondo sorso. Un vino dai caratteri unici è il Cru posizionato alla sommità di una delle colline più alte del Parco Naturale del Monte San Bartolo: Tenute Quarta Blanc de Pinot Noir 2021 di Fattoria Mancini. Vinificato in bianco, presenta grande complessità, mineralità, freschezza e sapidità che preannunciano una straordinaria lunghezza.

Il Pinot Nero in Veneto unisce tradizione e innovazione, offrendo vini che riflettono l’unicità della regione. Caratterizzati da un intenso colore rubino, presentano aromi di frutti rossi come ribes e ciliegie, oltre a note di vaniglia e tabacco, influenzate dall’affinamento in barrique. Le principali aree di coltivazione includono: i Colli Euganei Noti per terreni calcarei e altitudini favorevoli, con sentori terrosi e floreali; e la Marca Trevigiana dove trovano espressioni con note di pepe nero e liquirizia. Il bouquet elegante di ribes rosso, lampone e spezie su uno sfondo rubino luminoso, l’armonia al palato regalata da una tessitura tannica vellutata e un finale persistente e fresco rendono il Pinot Nero 2019 dell’Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli, interessante e attraente.

Le regioni meridionali d’Italia, grazie al loro clima caldo e ai terreni variegati, stanno sperimentando il Pinot Nero, dando vita a vini unici. Due espressioni singolari emerse dalle masterclass sono quelle del Cilento e dell’Etna.

Pino di Stio 2021 dell’azienda San Salvatore, dal Cilento, è descritto da Antonio Paolini come “abbronzato” per le sue sfumature empireumatiche e speziate, dal colore granato e riflessi brunastri. Il clima è caldo, ma le escursioni termiche e le brezze marine contribuiscono a una freschezza che, insieme agli inverni miti e piovosi, favoriscono una maturazione equilibrata e profili aromatici complessi.

Dall’Etna, il Pinò 2017 della cantina Gulfi si presenta con un rosso rubino e sentori di piccoli frutti neri come mirtillo e mora, e richiami al timo e alla cannella. Al palato, è fresco e tannico, con un finale pulito.

Carattere, identità, attrattiva e purezza olfattiva sono stati i temi centrali e ricorrenti del nostro viaggio tra le diverse regioni rappresentate. Finalmente, i produttori italici hanno superato l’idea di imitare l’identità borgognona, riconoscendo nello stile e nei propri territori unici, la vera essenza e personalità del Pinot Nero d’Italia.

Un viaggio nel cuore del Trentino: la Val di Cembra celebra il Müller-Thurgau

Quando si pensa al Trentino, spesso la mente corre immediatamente alle maestose Dolomiti, ai laghi cristallini e alle piste da sci. Ma c’è un angolo di questa regione che sta emergendo come una vera e propria gemma enologica: la Val di Cembra. E quest’estate, dal 28 al 30 giugno, i riflettori sono stati puntati su questa affascinante vallata per la 37ª Rassegna dedicata al Müller Thurgau. Quest’anno, l’evento è presieduto da Sara Pedri, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra che ha portato energia propositiva all’organizzazione. Al suo fianco, Stefania Casagranda che si occupa, invece, della comunicazione e dell’ufficio stampa

Non sono certo il primo, né sarò l’ultimo, a visitare la Val di Cembra, ma ciò che vorrei trasmettere in questo articolo sono le emozioni uniche che ho provato durante il mio viaggio. Non è sempre facile comunicare ciò che si prova, ma posso affermare con certezza che la Val di Cembra è stata per me un’esperienza ricca di meraviglie, di incontri con persone straordinarie e di paesaggi mozzafiato. E, naturalmente, di vini che stanno crescendo in qualità e reputazione, pronti a lasciare il segno nel panorama enologico italiano e internazionale.

Il cuore pulsante di questa valle sono i suoi abitanti, i Cembrani. Persone autentiche, genuine e accoglienti, che ti fanno sentire subito a casa. Sono loro i custodi di una terra difficile ma generosa, una terra che richiede sacrifici ma che ripaga con frutti preziosi. Mi hanno raccontato storie di fatica e dedizione, di generazioni che hanno modellato il paesaggio con le proprie mani, creando quei 708 chilometri di muretti a secco in porfido che oggi caratterizzano il profilo della vallata.

Questi muretti a secco (oltre 700 km di Patrimonio Unesco) non sono solo un elemento paesaggistico: sono la testimonianza tangibile di come l’uomo abbia saputo adattarsi e plasmare un territorio impervio. La Val di Cembra, infatti, è stata disegnata nei millenni dalle ere glaciali e dal corso sinuoso del fiume Avisio che nasce dal ghiacciaio della Marmolada. Ma è stato l’intervento umano a conferire grazia e armonia ai monti, trasformando pendii scoscesi in terrazzamenti fertili, ideali per la coltivazione della vite.

Ed è proprio qui che entra in scena il protagonista indiscusso di questa rassegna: il Müller-Thurgau, creato alla fine dell’800 dal ricercatore svizzero Hermann Müller, originario del cantone di Thurgau, risultato dall’incrocio tra il Riesling Renano e il Madeleine Royal. Un’uva che trova nei terrazzamenti della Val di Cembra il suo habitat ideale, grazie ai terreni porfirici e alle forti escursioni termiche che caratterizzano la zona.

Ma ciò che mi ha colpito particolarmente è il gruppo di volontari che collabora alle attività del comitato, dedite anche ad attività sociali di inclusione per persone con fragilità. È un esempio tangibile di come il vino possa essere non solo un prodotto da degustare, ma anche un veicolo di valori sociali e di comunità.

Cembra Lisignago si è trasformata in un vero e proprio paradiso per gli amanti del vino. Le eleganti sale di Palazzo Maffei si sono aperte per ospitare degustazioni, masterclass e iniziative volte alla scoperta della valle. È stata un’occasione unica per immergersi completamente nella cultura e nelle tradizioni di questo territorio.

Uno dei momenti più attesi è stata la proclamazione dei vincitori del 21° Concorso Internazionale vini Müller Thurgau. Quest’anno, come nelle edizioni precedenti, l’onore di presiedere la giuria è affidato ad Andrea Amadei. Sommelier professionista, speaker radiofonico di Decanter, volto noto della trasmissione televisiva “È sempre mezzogiorno” di Rai1 e direttore editoriale della rivista “The art of wine”, Amadei è un grande esperto e un affezionato della Val di Cembra.

Ma cosa rende il Müller-Thurgau così speciale? Anzitutto la sua versatilità: fresco e profumato, è il vino ideale per aperitivi e cene estive. In un momento storico in cui l’apprezzamento per i vini bianchi sta crescendo in tutto il mondo, il Müller-Thurgau si presenta come un’opzione particolarmente attraente. Il suo bouquet aromatico, che spazia dai sentori floreali a quelli fruttati, con note di pesca e albicocca, lo rende particolarmente apprezzato dai palati più raffinati.

La produzione in Val di Cembra è un esempio perfetto di come la tradizione possa sposarsi con l’innovazione. I viticoltori locali hanno saputo sfruttare al meglio le caratteristiche uniche del territorio per produrre un vino di montagna di altissima qualità. L’altitudine elevata, che varia dai 400 ai 750 metri sul livello del mare, conferisce al Müller-Thurgau una freschezza e una mineralità uniche. Le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte contribuiscono a sviluppare il bouquet aromatico caratteristico di questo vino.

Ma la rassegna non è solo un’occasione per degustare ottimi vini. È anche un’opportunità per scoprire la ricchezza culturale e paesaggistica della Val di Cembra. Ho avuto il piacere di partecipare a escursioni guidate tra i vigneti, sia di trekking che in e-bike, con iniziative come il trekking “Heroes” tra i vigneti, le passeggiate a ritmo lento con gli alpaca e il tour in e-bike “Cantine in sella”, ma anche provare una delle Esperienze di Gusto proposte dalla Strada del Vino e dei Sapori del Trentino.

Qui ho incontrato Moreno Nardin della Cantina Corvée che mi hanno raccontato la storia della Val di Cembra portandomi tra i filari dei vigneti che sono allevati sulle pendici dei monti, con pendenze da brivido, dove la definizione “viticoltura eroica” calza a pennello. Abbiamo notato le differenze morfologiche del terreno e soprattutto della scelta particolare di allevamento della vite a pergola trentina, in relazione alla quota che varia dai 450 agli 850 metri di altitudine con uno scarto di 400 metri.

Per Moreno il vitigno è lo strumento con il quale suonare la musica e la musica è scritta nel territorio, ovvero il tipo di terreno che cambia quota per quota. E se il vitigno è uno strumento, lui è un musicista bravissimo perché i suoi vini suonano veramente bene. In basso si trovano le piante come l’olivo o il leccio, mentre in alto le conifere e questa diversità dimostra che ogni quota è adatta alla pianta che più si adatta ad essa. Così qui troviamo più in basso il Pinot Nero, nella fascia media intorno ai 500 metri, lo Chardonnay e dai 600 in su fino agli 850 metri il Müller Thurgau, il re della Val di Cembra. I suoi vini sono la perfetta riproduzione di questo territorio e rappresentano un trekking virtuale tra i 15 ettari di viti salendo dai 400 ai 560 metri con i vini Rosbatù, Cór, Àgole, Passocroce, Quaràs e Corvàia, a base di Lagrein, Pinot Nero, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Chardonnay. La linea 500 – 600 metri è rappresentata dai vini Metodo Classico Trento DOC Brut, Nature e Rosé.

A seguire la cena al Ristorante Cá dei Vòlti preparata dai ragazzi della Associazione Il Grillo, comunità ristorante che ha come obiettivo la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro di ragazzi con fragilità. Un buffet vario e gustoso con degustazione di piatti tipici e dei vini dei produttori cembrani. Anche se l’acqua in genere non viene considerata nelle degustazioni, riveste però un ruolo molto importante per pulire la bocca e prepararla a nuovi assaggi. Anche le acque hanno proprietà minerali e organolettiche differenti in base alla sorgente da cui provengono.

Uno degli aspetti interessanti nel mondo della enogastronomia è quello dell’acqua dalle qualità straordinarie, l’acqua minerale della Sorgente Cedea, l’unica con un ph di 8,1, che la rende un’acqua vellutata e leggera. La serata è proseguita con degustazioni libere di vini e serata musicale “Vinyl Selection” con Dj MAX T con bella musica e ballando fino a tarda sera.

Il mattino seguente, per smaltire la serata brava, ci siamo cimentati in una delle attività più attese cioè il trekking enogastronomico “HEROES”, che ci ha portato attraverso i vigneti alle piramidi di Segonzano, culminando in un pranzo tipico presso il Chiosco Alle Piramidi. Durante il percorso oltre ad aver ammirato le famose piramidi, che non sono quelle egizie ma bensì delle formazioni naturali che solo in rari casi possono manifestarsi, a seguito di fenomeni geologici tipici dei sedimenti porfirici, abbiamo potuto degustare alcuni vini cembrani e prodotti locali, con una sosta alla Cantina Barone a Prato con la degustazione dei loro vini.

E poi, infine, lo spazio “Fuori di Taste”, dove nelle serate di venerdì e sabato ci siamo divertiti alla follia, complici i calici di vino, con tanto di accompagnamento musicale, la cena lungo il viale, arricchita da uno spettacolo di danza a cura della scuola Ritmomisto, e il corner dedicato agli amanti dei distillati e del bere miscelato, dove il bartender Leonardo Veronesi ha proposto inediti cocktail con la grappa protagonista.

Qui merita un approfondimento la distilleria di Bruno Pilzer Vicepresidente Istituto Tutela della Grappa del Trentino,che produce distillati molto interessanti. Una distilleria a conduzione familiare con il padre che inizia nel 1957 con molte difficoltà fino a quando la conduzione è passata a Bruno che con l’aiuto del fratello ha messo su una azienda che sta riscuotendo un grande successo. L’impianto è rappresentato da due alambicchi discontinui a bagno maria, che dal 2001 ad oggi ha subito alcuni cambiamenti. Le tecniche di distillazione provengono dagli studi fatti dall’Università di Padova e quella del bagno maria rappresenta per Bruno, una metodica più versatile che rispetta la materia prima e consente di avere un ottimo prodotto finale conservando gli aromi tipici delle vinacce utilizzate. Liquori e grappe di grande finezza ed eleganza con una varietà che va dalle grappe morbide, alle invecchiate in barrique, al Gin, Rum e Brandy. Tutti rigorosamente conservati in bottiglia di grande stile e bellezza.

E-bike tour “Cantine in sella”: Un viaggio tra vigneti, vini e tradizione nella Valle di Cembra

Una giornata tra natura, storia e sapori unici, tutto questo è stato “Cantine in sella”, l’e-bike tour che ha portato appassionati e curiosi a scoprire tre cantine della meravigliosa Valle di Cembra, pedalando tra vigneti e paesaggi mozzafiato.

Al mattino, dopo una breve preparazione, il gruppo era pronto per partire. La prima tappa è stata Cantina Villa Corniole, forse la più suggestiva della valle. Situata tra le montagne, i suoi locali sono scavati nella roccia viva, regalando una visita che va oltre il semplice assaggio di vini: è un’esperienza sensoriale e culturale. Il tour è iniziato con il Salìsa, un Trento DOC Dosaggio Zero, per poi proseguire con il Müller Thurgau Kròz Bianco e concludere in bellezza con il Sagum Pinot Nero. Tre vini che hanno catturato le caratteristiche uniche di questo territorio, valorizzandone il terroir.

Da lì, la pedalata è continuata giù per la vallata, attraversando pittoreschi paesini con le tipiche chiesette trentine dai campanili a guglia e case adornate da balconi fioriti. Il verde dei vigneti e le ripide salite e discese ci hanno accompagnato fino alla seconda tappa: la Cantina MOS a Lisignago, gestita da Luca e Federico, giovani produttori che rappresentano una realtà artigianale quasi da “vigneron de garage”. Qui, su un ettaro e mezzo di terreno, coltivano cinque diverse varietà di uva: Chardonnay, Riesling Renano, Schiava, Müller Thurgau e Pinot Grigio. Tra i vini proposti, il Murpiani Bianco 2023 un blend di Pinot Grigio e Müller Thurgau, ha conquistato per freschezza e vivacità, mentre il Para Se, un rosato leggero ottenuto da Schiava, ha sorpreso con la sua straordinaria bevibilità e piacevolezza.

La terza e ultima tappa ci ha portati a Cembra, presso la Cantina Sociale CEMBRA, dove siamo stati accolti con una selezione di prelibatezze locali accompagnate da due vini d’eccezione: un Riesling e un Müller Thurgau, entrambi dell’annata 2021. Tra degustazioni, attività all’aperto e momenti di intrattenimento, la manifestazione promette di offrire un’esperienza indimenticabile a tutti i partecipanti. Che siate esperti del settore o semplici appassionati, non perdete l’opportunità di scoprire i tesori enogastronomici di questa splendida valle.

Podere Ema, podere di libertà

La crisi vitivinicola in cui versa l’intero comparto mondiale è ormai sulla bocca di tutti. Che sia effettivamente così, complice costi, cambiamenti climatici o semplicemente mutamenti d’animo dei consumatori finali, fronteggiare le sfide di un mercato globale è diventato sempre più ostico per chi voglia cimentarsi nella difficile missione di vigneron. Con serietà, si intende.

In tutto questo avere una denominazione forte e coesa alle spalle può alleviare alcuni carichi da sostenere; ma Enrico Calvelli di Podere Ema non ama giocare facile. Nel 2014 subentra ufficialmente nella gestione aziendale che conosceva già dal lontano ’97. Siamo a Bagno a Ripoli, borgo posto al limitare di Firenze, dai riverberi classici delle colline chiantigiane. Il nome simboleggia un piccolo affluente del fiume Arno che scorre languido ai confini dei vigneti.

Enrico è ancora un contadino alla vecchia maniera, dai modi bonari e dalla mente sempre lucida pronta a rischiare, ma sempre con i piedi per terra per il bene della famiglia. Un piccolo campo sperimentale con 1000 barbatelle da 12 varietà autoctone lo rende persino visionario nel rispettare quanto di autoctono il territorio possa offrire, rispetto agli innesti internazionali.

Ma la vera novità del Calvelli, a proposito dell’amore per il suo terroir, è l’aver concepito una Fattoria Didattica con un’esperienza immersiva nella storia del vino e delle tipologie ivi prodotte. Una realtà davvero unica in tanti anni di visite che ho fatto in giro per l’Italia. Varcando la soglia della cantina di vinificazione, un video illustrativo introduce all’incontro virtuale con Dante e Gian Vettorio Soderini, che narrano la storia della vite e dei vitigni toscani, dal Sangiovese al Trebbiano, passando per la Malvasia Bianca e le rispettive caratteristiche.

L’avatar di Francesco Redi poi, con l’ausilio di efficaci ricostruzioni grafiche, ci immerge in un mondo fatto di lieviti e batteri che permettono la fermentazione del mosto in vino. Entrano in scena anche due simpatici personaggi: Eric (il lievito) e Joe (la malolattica), che con ironia ci guidano alla scoperta della seconda fermentazione del vino, quella che gli conferisce morbidezza. Nella terza sala, infine, incontriamo Pellegrino Artusi, che invita gli ospiti a vivere di persona l’esperienza sensoriale, grazie all’ausilio di dispense aromatiche che rendono possibile riconoscere i sentori e gli aromi presenti nei prodotti di Podere Ema, suggerendo anche abbinamenti con i piatti della tradizione toscana, come il peposo, la francesina e il pollo in galantina.

E veniamo alla degustazione dei vini

I’Bianco 2023: da Trebbiano Toscano e Malvasia. Buona acidità in ingresso, ma soffre l’annata non semplice chiudendo rapido su mandorla dolce.

Xenoi 2023: unica referenza prodotta con vitigni internazionali dal blend di Chardonnay, Viognier e Petit Manseng in parti uguali. Una follia lucida di Enrico, con il risultato di essere il vino più interessante della batteria, tra nuance delicate di biancospino e agrumi mediterranei. Lungo e attraente.

Rosso Ema 2022: classico, “alla Toscana”, di rapida beva e succoso. Colonna portante la speziatura dagli accenni balsamici e ciliegiosi che vanta il Sangiovese in queste terre. Preferibile la 2022 rispetto alla 2021 troppo incline a note amarostiche di rabarbaro e chinotto.

Chianti Superiore 2021: che dire, eseguito alla perfezione. Appetitoso e dinamico, con scie d’arancia sanguinella e rosa canina, chiudendo su erbe officinali tenere. Tannini in ottimo equilibrio.

Fogliatonda 2020: recupero di una varietà storica, che un manipolo di produttori ha salvato dalla scomparsa. Passa del tempo in anfora, prima di esprimersi al calice con sensazioni morbide e caloriche, pepe verde, arancia sanguinella e liquirizia. Un finale composto, senza sbavature.

Nocchino 2018: Sangiovese, Colorino e Fogliatonda per un vino scuro e denso, richiamo alla tradizione dei supertuscan e con utilizzo delle selezioni clonali presenti in vigna.

Guida Slow Wine 2025, tutte le novità

La Guida Slow Wine 2025 è stata ufficialmente presentata sabato 19 ottobre a Milano, durante un evento che ha riunito circa 500 produttori di vino da tutta Italia al Superstudio Maxi. La guida, già disponibile nello store di Slow Food Editore e presto in tutte le librerie, recensisce esclusivamente cantine che non utilizzano diserbanti chimici nelle loro vigne. Con un totale di 2000 aziende e 144 nuove entrate, la guida fotografa una realtà vitivinicola italiana in cui la sostenibilità e la cura per l’ambiente sono sempre più centrali, dimostrando come produttori e natura possano convivere in armonia senza compromessi.

Di fronte alle sfide poste dalla crisi climatica e dalle nuove tendenze di mercato – che vedono da una parte una crescente richiesta di vini di pronta beva e dall’altra un clima sempre più imprevedibile – gli esperti presenti all’evento hanno ribadito l’importanza di ricordare il legame tra calice di vino e territorio. Durante il convegno intitolato “Il mercato chiede vini di pronta beva, ma il clima la pensa diversamente”, Jeff Porter, sommelier e giornalista di *Wine Enthusiast Magazine* per il Nord Italia, e Luca Sarais, di Cantine Isola a Milano, hanno sottolineato che, al di là delle mode del momento e delle tendenze sul contenuto alcolico, il vino deve sempre raccontare la storia del produttore, del vitigno e del territorio di origine.

Porter ha inoltre specificato che, sebbene molti produttori guardino con preoccupazione al mercato statunitense, dove cresce la domanda di vini con meno alcol, questa non deve essere interpretata come una diminuzione della qualità. Piuttosto, si tratta di una ricerca di maggiore finezza e di equilibrio, e non di una preferenza uniforme per vini più leggeri: vini strutturati come Cabernet Sauvignon, Super Tuscan, Barolo e Barbaresco continuano a essere apprezzati. Porter ha esortato i produttori presenti a non avere paura di sperimentare, restando comunque fedeli alle tradizioni e al proprio terroir.

Anche Luca Sarais ha evidenziato come il cambiamento climatico stia richiedendo nuove accortezze non solo in vigna, ma anche nelle fasi successive della produzione. Ha sottolineato l’importanza di sensibilizzare i consumatori su questi temi, per promuovere una cultura del vino più consapevole e attenta alle questioni ambientali.

In linea con l’evoluzione delle pratiche produttive e con i gusti dei consumatori, la Guida Slow Wine 2025 ha introdotto i Best Buy, che sostituiscono il precedente riconoscimento del Vino Quotidiano. Questo cambiamento non è solo un adeguamento tecnico, ma rappresenta un impegno per rendere la guida uno strumento utile a tutti, proponendo vini eccellenti non solo dal punto di vista organolettico, ma anche accessibili dal punto di vista economico. Giancarlo Gariglio, curatore della guida, ha sottolineato che questo approccio è radicato nel Manifesto di Slow Food del 1989, che parla del diritto al piacere come un diritto fondamentale per tutti.

Un altro aspetto cruciale della Guida Slow Wine 2025 è il requisito di non utilizzare diserbanti chimici in vigna per essere inclusi nella selezione. Federico Varazi, vice presidente di Slow Food Italia, ha spiegato che questo passo è fondamentale per promuovere un rapporto più armonico tra vino e ambiente, dove la natura non è vista solo come un elemento da proteggere, ma come una risorsa con cui cooperare per ottenere benefici economici e ambientali a lungo termine.

Nel corso della presentazione sono stati assegnati anche diversi premi speciali. Il Premio al Giovane Vignaiolo è andato a Luca Amerio della cantina piemontese Tenuta il Nespolo di Moasca, che si è distinto per aver rinnovato l’azienda di famiglia e per il suo impegno nella valorizzazione del Moscato secco, un’iniziativa che promette di cambiare l’enologia del Monferrato. Il Premio per la Viticoltura Sostenibile è stato assegnato alla cantina campana I Cacciagalli, un’azienda che pratica l’agricoltura biodinamica e che si distingue per il suo approccio sostenibile e innovativo, come il biolago balneabile alimentato da un sistema di fitodepurazione. Mirella Civitelli e Giulio Salvioni, della cantina La Cerbaiola – Salvioni di Montalcino, hanno invece ricevuto il Premio alla Carriera, per il loro impegno nella produzione di vini di qualità eccezionale, fedeli alla tradizione del Sangiovese di Montalcino.

Infine, è stato annunciato il prossimo appuntamento per gli amanti dei vini sostenibili: la Slow Wine Fair 2025, che si terrà dal 23 al 25 febbraio a Bologna in concomitanza con SANA Food. Questa manifestazione sarà la più importante fiera italiana dedicata alla produzione biologica, con l’obiettivo di promuovere pratiche agricole che tutelino il suolo e lo trasmettano alle future generazioni in condizioni migliori.

La guida Slow Wine 2025 è stata dedicata a Paolo Camozzi, storico vice curatore, scomparso prematuramente quest’anno. La dedica è stata accolta con un commosso applauso dai produttori presenti, un tributo alla sua passione e al suo contributo al mondo del vino.

L’angolo di Campania Stories: il Greco di Tufo dell’Azienda Agricola Petilia

Roberto e Teresa Bruno, uniti dalla nascita da quel legame di sangue fortissimo tra fratello e sorella, si sono scoperti uniti ancor di più dall’amore per il vino e la propria terra con l’Azienda Agricola Petilia. L’Irpinia ha anche il loro volto, lo abbiamo visto durante la recente kermesse di Campania Stories, organizzata dall’agenzia Miriade & Partners, un caposaldo nel panorama enologico campano.

Il degno racconto di un territorio non può estraniarsi dalla visita in loco dei vitivinicoltori, utile a verificare con i propri occhi quanto assaporato al calice durante le degustazioni tecniche. Il terroir compreso tra i fiumi Sabato e Calore, sovrastante la città di Avellino, è una fucina di altissima qualità, non sempre pari alla reale capacità comunicativa potenziale. Manca ancora quello scatto d’orgoglio che separa il concetto di “io faccio meglio di tutti” dal più consono “insieme facciamo meglio degli altri”.

Roberto Bruno

I prodotti però parlano da sé: tra le Docg Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi ci sarebbe soltanto l’imbarazzo della scelta. Questioni di lana caprina che poco interessano il pubblico, desideroso solo di comprendere al meglio cosa siano i vini locali. L’Azienda Agricola Petilia rappresenta, in tal senso, un ottimo viatico, con le sue versioni di Greco di Tufo davvero interessanti sia per il palato esigente sia per chi vuole solo avvicinarsi senza impegno ad una varietà d’uva antichissima, dalla forte personalità.

Circa 25 gli ettari vitati, di cui una piccola componente destinata anche all’Aglianico, su cui i Bruno stanno profondendo non poche energie. Siamo ad Altavilla Irpina, precisamente Contrada Princera, il confine sud dell’areale. Il massiccio montuoso del Partenio si scorge da lontano e la presenza di zolfo, arenaria e silice rendono il suolo fortemente vocato per il Greco. Una componente sulfurea dovuta non soltanto alle eruzioni vulcaniche, bensì all’attività batterica sui fondali del lago primordiale presente in origine in queste zone.

Testimone plastico di quanto detto è la puddinga, roccia sedimentaria tipica, dalle diverse forme e colorazioni, creata dall’elevata pressione cui erano sottoposte le sabbie lacustri ed oggi utilizzata come materiale da costruzione. Da normali conferitori, nel 1999 avviene il grande passo per la cantina, con la prima etichetta imbottigliata. L’organizzazione e la cura maniacale di Roberto fanno il resto, consapevole dell’inevitabile cambiamento climatico in atto, che sta riducendo l’acidità media dell’uva, aumentando la quantità di catechine.

Ne conseguono vini mediamente dalle tonalità più intense, corredo alcolico in salita e difficoltà nel gestire il giusto equilibrio tra morbidezze e note astringenti. Un bravo vigneron deve adattarsi a qualsiasi difficoltà climatica, con le dovute accortezze del caso. I Greco di Tufo di Petilia riescono a coniugare bene tutte queste cose, grazie anche alle esposizioni fresche dei vigneti e alla buona scorta di riserve idriche.

La degustazione

“Tarantella” 2023 il Pét-Nat inaspettato, dal sorso gradevole e dinamico, contenuto nelle sue 4 atmosfere, per una bollicina fine e saporita. I caratteri del Greco si notano tutti: dalla scia di zagare al corredo d’agrume e pera, per finire su fiori di sambuco.

“Quattro Venti” 2020 Greco di Tufo Riserva racconta della bellezza di un’annata in grande spolvero, dove l’eleganza ha vinto sulla forza. Ginestra, gelsomino e nuance da cedro maturo su finale polposo, quasi appetitoso, tra ginger, timo e maggiorana.

Greco di Tufo 2009: non poteva mancare una vecchia vintage a chiudere il percorso, per dimostrare la serbevolezza della tipologia. Mela cotogna, sbuffi caramellosi uniti a pera williams, mandorla secca, tocchi di pepe bianco ed idrocarburo. Chiusura straordinaria e perfettamente integra.

Fiano di Avellino night: bello (e raro) vedere i produttori presenti

Ci voleva davvero un miracolo per vedere tanti produttori presenti ad una serata dedicata interamente al Fiano di Avellino. Ci voleva Marco Ricciardi, abile comunicatore e relatore tra le fila dell’Associazione Italiana Sommelier, figlio d’arte di Vincenzo “Enzo” Ricciardi, che ha cambiato il passo alla cultura enologica del pubblico campano, tra le sale della sua storica Enoteca La Botte a Caserta.

Da sinistra Marco Ricciardi – Rosanna Petrozziello “I Favati” – Pietro Iadicicco

Una masterclass forse dilungatasi oltre i tempi comuni, proprio per dar spazio ai convenuti ed ai loro racconti. Un areale, quello della Denominazione di Origine Controllata e Garantita Fiano di Avellino, immutato sulle carte toponomastiche, ancora poco conosciuto, che sa offrire uno dei vini bianchi più interessanti al mondo.

Si sa che il campanilismo regna sovrano in Italia; i vitivinicoltori irpini viaggiano uniti a macchia di leopardo. Si conoscono benissimo, tra di essi intervengono anche sani rapporti economici, eppure veder riuniti alcuni tra i big del panorama a parlare dei loro prodotti è raro quanto possedere un Gronchi Rosa (per chi ama la filatelia).

Al centro Ercole Zarrella – Rocca del Principe

Moderatore della serata, organizzata in collaborazione con l‘ufficio stampa IconicA – Iconic Agency, è stato Pietro Iadicicco, delegato A.I.S. Caserta, promotore dell’evento. Unici assenti i vertici del Consorzio Tutela dei Vini d’Irpinia, assenza “di peso” che abbiamo notato e che avrebbe arricchito ulteriormente il panorama in un momento di glorificazione per l’intero comparto.

Uno scorrere tra le 3 macro aree – ovest, centro, est – poste a mo’ di ferro di cavallo attorno alla città di Avellino e individuate dai tecnici in un più vasto territorio ricompreso tra le pendici dei Monti Picentini, del Partenio e del Vallo di Lauro. Circa 550 ettari iscritti a Fiano su 2.180 complessivi ed una produzione annua di 3 milioni di bottiglie certificate. Terreni diversificati, uniti dal filo rosso di polveri piroclastiche, argille sciolte e calcare dalle proporzioni differenti in funzione delle esposizioni e delle pendenze. A farla da padrone in tale contesto sono ancora le abilità dell’uomo, che riesce a plasmare l’ottima materia prima proveniente in cantina in base al proprio stile. Discorso a parte per Lapio, il comune maggiormente vocato dal timbro indelebile nel riconoscimento al calice.

A destra l’agronomo Pierpaolo Sirch – Feudi di San Gregorio

La degustazione

Guido Marsella 2014: da Summonte, guardando dritto al Partenio a 600 metri d’altezza. Uno dei campioni di razza, il pioniere dell’evoluzione in bottiglia prima dell’immissione in commercio del prodotto finale. Nota finale lievemente di mandorla, ma l’inizio è tutto un brivido di frutta gialla, spezie dolci e sensazioni iodate. Salatissimo.

Ciro Picariello “Ciro 906” 2014: sempre a Summonte. Rapido nel finale, con scarsa pressione nel centro bocca, dimostra comunque eleganza e freschezza sottile che rimanda al cedro e al fiore d’acacia.

Vadiaperti “Aipierti” 2014: Raffaele Troisi, erede di Antonio e di vigne tra le più storiche in Irpinia ha realizzato un vino straordinario, ben fatto dalle sfumature agrumate avvolgenti e succulenti.

Al centro Raffaele Troisi – Traerte Vadiaperti

Villa Diamante “Congregazione – Clos d’Haut” – 2023: ancora molto tecnico e giovane, su note di albicocca matura, balsamicità e vaniglia. Serve riposo in vetro e un nuovo assaggio magari tra un anno.

Cantina del Barone “Particella 928” 2021: il più curioso con le sue essenze maltate e citrine unite a sbuffi officinali. Termina su pesca tabacchera.

I Favati “Pietramara etichetta bianca” 2018: il migliore della batteria. Visione modernista molto efficace quella proposta dall’enologo Vincenzo Mercurio. Fine e lungo su miele di millefiori, albicocca e cedro candito. Salmastro.

Il gruppo dei produttori presenti, i relatori, Iconic Agencsy e lo staff di A.I.S. Caserta

Feudi di San Gregorio “Feudi Studi” 2020: suoli marnoso-argillosi. Bella prospettiva, quasi didascalico nel suo racconto. Attacco tropicale da mango e maracujá, con pepe bianco ed erbe mediterranee persistenti.

Rocca del Principe “Neviera di sopra” 2019: altro capolavoro, dal sorso espressivo, di carattere e tanta materia. Parte su arancia bionda e finisce su iodio di mare. In mezzo infinita qualità.

Famiglia Pagano 1968 “Le Pietre” 2022: completo, dinamico, identitario. Forse ammicca troppo ad un gusto “per tutte le stagioni”, mancando di spinta in avanti sul finale di bocca. Resta comunque dotato di grande bevibilità.

Fontanavecchia: un Libero per 3 Libero

Si fa sempre fatica a raccontare a tanti delle potenzialità evolutive di molti vini da uve a bacca bianca. Paliamo del cosiddetto grande pubblico, non già di esperti degustatori o informati appassionati. A costo di essere un pelino irriverenti ci viene spontaneo commentare: “…non sanno che si perdono”! Per nostra fortuna moltissimi produttori italiani non si piegano a questa circostanza del mercato, continuando a progettare e realizzare bianchi longevi che sfidano le insidie del tempo che passa.

Orazio Rillo il capostipite

Siamo stati invitati da Fontanavecchia, maison sannita alle falde del Monte Taburno, in agro di Torrecuso, ad assaggiare ben tre bianchi in avvio del loro percorso evolutivo. Tutti da uve Falanghina. In compagnia del patron Libero Rillo e di suo fratello Giuseppe è toccata all’enologo aziendale, il toscano Emiliano Falsini, la narrazione del nuovo progetto che prende le mosse da una produzione aziendale già di successo, datata ormai un quarto di secolo.

Prima l’indimendicabile etichetta “2001″, poi il “Facetus” ed infine il “Libero” hanno costituito e costituiscono una convincente storia esperienziale di Fontanavecchia in tema di vini bianchi di struttura atti anche ad essere serbevoli. Ma questa volta il team aziendale è andato oltre la semplice adozione di protocolli di vinificazione, introducendo, a partire dalla vendemmia 2020, una vera e propria zonazione dei vigneti di Falanghina, coltivati in tre areali distinti del Sannio, tutti fortemente vocati all’allevamento di questa varietà cardine per l’areale.

Questa è la genesi dei tre bianchi monovarietali in cui nome alfanumerico in etichetta distingue il Comune di ubicazione dei Cru e la particella catastale del vigneto: nascono, quindi, Libero B148 con uve provenienti esclusivamente da Bonea, come denuncia la prima lettera del codice; il Libero F190 con la “F” che indica Foglianise e per ultimo il Libero T031 a designare Torrecuso quale origine delle uve. Giaciture, altitudini, esposizioni ma soprattutto strutture pedologiche diverse che restituiscono in calice tutta la ricchezza e la tipicità di quei rispettivi luoghi.

Dai terreni sciolti, sottili e fini, in buona parte di origine vulcanica della vigna caudina di Bonea, alla tessitura argilloso-calcarea più grassa e strutturata di Foglianise per finire con la natura decisamente calcarea con marne talvolta affioranti dei vigneti torrecusani siti all’ombra del Taburno. I nostri appunti di degustazione ci rimandano a tre vini, dal millesimo 2020, tutti dalla medesima vibrante e tesa freschezza, ma ciascuno con un proprio originale bagaglio identitario.

Caratteristiche, queste ultime, volutamente ricercate ed ottenute da un protocollo di vinificazione lineare e coerente con l’obiettivo, a partire dalla scelta dell’epoca vendemmiale, che nulla concede a lunghe surmaturazioni in pianta e tantomeno a precoci raccolte di fine estate. Dopo una breve macerazione in rotopressa a temperatura controllata è il tempo del travaso delle masse in barrique di rovere francese di primo passaggio, all’interno delle quali avviene l’intero processo fermentativo. A cose fatte segue il lungo riposo in acciaio e in bottiglia per almeno 36 mesi prima della disponibilità a scaffale.

Da sinistra l’enologo Emiliano Falsini e Giuseppe Rillo

Ad avviso del degustatore, chi volesse ricercare i tratti paradigmatici della Falanghina dovrà affidarsi al Libero B148, vino fine ed elegante dai sentori floreali di ginestra e tiglio cui fa immediatamente seguito, a spallate, la prorompente forza del frutto a polpa gialla per finire, in ottima lunghezza, con netti ricordi di suadenti agrumi dolci. Al palato l’incipit spetta alla tagliente lama acida sorretta, nel medio-bocca da un corredo minerale di tutto rispetto per convergere, sul finale di sorso, nella dimensione aromatica coerente ma arricchita da retrogusto di nocciola appena tostata.

Un olfatto più deciso, verticale e aristocratico caratterizza il Libero F190 con il suo corredo fruttato di mela verde e mango sullo sfondo deciso di fiori di sambuco. Anche qui la freschezza è protagonista, rendendo il sorso gradevole e reiterato; ma l’ulteriore apporto sapido in uno col suo retrogusto di mandorla dolce racconta di un vino dalla raffinata vocazione gastronomica.

A fine percorso, agevolato dalla appassionata descrizione dei nostri premurosi ospiti e del winemaker aziendale, incontriamo il Libero T031, vino dall’olfatto già in parte evoluto, quasi ad annunciare quei profumi terziari che, verosimilmente, sprigioneranno alla distanza, lungo il cammino di ulteriore maturazione cui è destinato. Ma è il sorso che descrive il corpo, la struttura e la grassezza di bocca del “Torrecuso” il cui equilibrio con la immancabile spalla acida esibiscono un vino che è l’esatta, liquida rappresentazione di un territorio, spesso a torto considerato ad unica vocazione rossista, come quello del Parco regionale del Monte Taburno.

Libero Rillo

Il commiato da Fontanavecchia è solo un solenne arrivederci per scoprire, nei prossimi anni, l’indole di conservazione di questi vini DOC Falanghina del Sannio, in attesa della prossima rivendicazione a Denominazione di Origine Controllata e Garantita.