C’è vino senza alcool? Il Cilento si interroga nel confronto sul futuro del settore

Il convegno su “Vini dealcolati e naturali: le nuove tendenze”, il tema dei vini senza alcool ha polarizzato l’attenzione di esperti e addetti ai lavori, generando un caleidoscopio di riflessioni che meritano di essere ordinate e vagliate con acribia.

Il convegno, organizzato da FISAR Salerno, moderato da Raffaella D’Andrea, si è tenuto il 30 marzo 2025 al Next – ex Tabacchificio di Capaccio Paestum – con i relatori: l’Assessore all’Agricoltura Regione Campania Nicola Caputo, Massimo Setaro, Vincenzo Vitiello, Gaetano Prosperini, Michele D’Argenio, Enrica Cotarella, Antonio Napoli (AgroCepi).

Dopo i saluti iniziali di Augusto Notaroberto, delegato FiSAR Salerno, e di Angelo Coda, organizzatore dell’evento “Open Outdoor Experience”, si è parlato delle opportunità e delle potenzialità del territorio cilentano, ricco di storia e tradizioni vitivinicole, con Giuseppe Cuccurullo, Presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, e Carmine Farnetano, presidente del GAL.

Un nodo concettuale di primaria importanza, quasi un discrimine filosofico, ha riguardato la pertinenza della nomenclatura “vino” per designare un prodotto privo del suo intrinseco componente etilico. Con un interrogativo, che lambisce la semantica stessa della tradizione, Enrica Cotarella ha posto la questione se si possa ancora parlare di “vino” in senso lato per un prodotto che ha perso le connotazioni dell’anima fermentativa. In un’eco di prudente scetticismo, il Dottor Gaetano Prosperini ha propugnato una cautela definitoria, suggerendo l’adozione di locuzioni quali “bevande a base di vino”, in virtù della drastica alterazione della tessitura gustativa e della struttura che la dealcolizzazione inevitabilmente comporta.

Sul versante delle dinamiche commerciali si sono delineate prospettive sensibilmente distinte. Mentre l’Assessore all’Agricoltura (Regione Campania) Nicola Caputo ha stigmatizzato il tardivo approccio del comparto vitivinicolo nazionale rispetto a un trend globale in inarrestabile ascesa, paventando ripercussioni competitive per il vino tradizionale, Antonio Napoli (già sindacalista del settore) ha intravisto nei vini dealcolati un’inedita frontiera di opportunità commerciali, aprendo varchi verso mercati refrattari al consumo di bevande alcoliche per motivazioni culturali o religiose. Tale dicotomia di vedute riflette una tensione tra la salvaguardia di un’eredità secolare e l’imperativo di intercettare le mutevoli esigenze del mercato globale.

Le perplessità di ordine tecnico e qualitativo hanno rappresentato l’ulteriore fulcro del dibattito. Michele D’Argenio (Associazione Assoenologi), con la lucidità propria dell’enologo, ha dimostrato la complessità dei processi di dealcolizzazione quali la distillazione e l’osmosi inversa, evidenziando come tali manipolazioni possano compromettere l’armonia organolettica stessa del prodotto finale. Sollevata, inoltre, la questione della scarsa comunicazione sui livelli alcolemici associati a un consumo responsabile, sottolineando la necessità di sfide sostenibili legate a impianti produttivi diversi da quelli tradizionali.

Le implicazioni sul piano socio-sanitario hanno suscitato riflessioni di diversa natura: il dottor Prosperini ha ribadito la tossicità intrinseca dell’alcool, ammonendo sul rischio concreto di considerare il senza alcool una panacea contro l’alcolismo, richiamando l’attenzione sulla persistenza di condotte negative tra le giovani generazioni. Massimo Setaro, con un approccio più ancorato alla tradizione, ha espresso un’iniziale reticenza verso il tema, interrogandosi sulla natura effimera di tali tendenze e richiamando l’importanza di una consumazione consapevole e conviviale del vino tradizionale, dissociando l’abuso dalla nobile consuetudine del bere moderato.

Infine, l’Avvocato Vitello (Associazione Consumatori Certo Consumo) ha focalizzato l’attenzione sulla zona grigia normativa che ancora avvolge il settore dei vini dealcolati, generando incertezze sul fronte della tutela del consumatore, in particolare per quanto concerne l’etichettatura e la tracciabilità dei processi produttivi. Ha altresì rilevato l’attuale impossibilità per i vini dealcolati di fregiarsi delle prestigiose denominazioni di origine, un vulnus non trascurabile per la loro credibilità e riconoscibilità.

Persistono gli interrogativi sostanziali sulla identità, qualità e sul loro ruolo all’interno della secolare cultura del vino dei nuovi prodotti alcool-free. Forse la vera sfida non è adattare il vino a ogni cambiamento, ma capire cosa non debba cambiare per restare autentico.

Bellone Lab 0.1: il Lazio vitivinicolo si unisce per il futuro del suo vitigno autoctono

L’Italia è una terra di straordinaria biodiversità vitivinicola, un mosaico di territori in cui ogni angolo custodisce un tesoro unico: i vitigni autoctoni. Sono loro a fare la differenza, testimoni di storia, cultura e tradizioni radicate nel tempo. Dai celebri Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico ai recenti e straordinari Timorasso, Pecorino e Nerello Mascalese, ogni varietà racconta il carattere del proprio territorio attraverso vini dall’identità inconfondibile. In un mondo del vino sempre più globalizzato, l’Italia si distingue per questa ricchezza e per la capacità di valorizzarla, regalando agli appassionati esperienze sensoriali irripetibili.

Tra questi gioielli enologici, il Bellone emerge con forza come uno dei vitigni bianchi più interessanti del Lazio, una varietà che, dopo anni di relativa marginalità, sta vivendo una riscoperta entusiasmante. Il convegno “Bellone Lab 0.1”, organizzato dalla Cooperativa Cincinnato a Cori il 13 marzo, ha rappresentato il punto di partenza di un percorso di valorizzazione e crescita per questo vitigno.

Un evento tecnico e strategico per il futuro del Bellone

L’evento si è articolato in due momenti chiave: un convegno tecnico con l’analisi dei dati scientifici e produttivi e una tavola rotonda con produttori, enologi e istituzioni per definire strategie di sviluppo. Il tutto si è concluso con una degustazione che ha visto protagonisti i vini da uve Bellone di ben 21 aziende laziali, un segnale chiaro dell’interesse crescente per questa varietà.

Il presidente della Cincinnato, Nazareno Milita, ha sottolineato l’importanza dell’incontro come stimolo per tutto il settore vitivinicolo laziale: “Bellone Lab 0.1 non vuole essere solo un evento, ma l’inizio di un percorso per rafforzare l’identità vitivinicola della regione e renderla più competitiva sui mercati nazionali e internazionali.”

E i numeri parlano chiaro. Dopo un lungo declino, il Bellone ha registrato un incremento del 15% negli ultimi cinque anni, segnale di un rinnovato interesse sia da parte dei produttori sia del mercato. Un trend positivo che conferma il potenziale di questo vitigno autoctono come ambasciatore del Lazio enologico.

Dalla ricerca alla strategia: il ruolo del Bellone nel Lazio vitivinicolo

Il convegno, moderato dal giornalista Fabio Ciarla de Il Corriere Vinicolo, ha visto la partecipazione di esperti del settore:

Riccardo Velasco, direttore di CREA Viticoltura Enologia, ha evidenziato il valore della ricerca applicata per migliorare la resistenza del Bellone alle malattie e valorizzarne le caratteristiche enologiche.

Giovanni Pica (Arsial) ha fornito dati sulla diffusione del vitigno, confermando la tendenza di crescita degli autoctoni laziali a discapito delle varietà internazionali.

• Gli enologi Mattia Bigolin e Pierpaolo Pirone hanno analizzato le peculiarità del Bellone nei diversi territori, evidenziando le potenzialità di questa varietà nella produzione di vini bianchi di alta qualità.

A seguire, la tavola rotonda ha coinvolto istituzioni e produttori in un acceso dibattito sulle strategie future. Il consigliere regionale Vittorio Sambucci ha ribadito l’impegno della Regione Lazio nel supportare il settore, mentre Nicola Tinelli, responsabile dell’Unione Italiana Vini, ha sottolineato come la valorizzazione dei vitigni autoctoni sia una delle chiavi per distinguersi nel mercato globale.

Dal lato dei produttori, si è discusso dell’importanza di fare squadra, con interventi di Nazareno Milita (Cincinnato), Antonio Santarelli (Casale del Giglio) e Marco Carpineti (Carpineti Vini). L’idea di unire le forze sotto un’unica bandiera, quella del Bellone, per rafforzare l’identità vitivinicola laziale ha riscosso ampio consenso.

Il momento della verità: la degustazione dei vini da Bellone

Dopo teoria e strategia, è arrivato il momento della pratica: la degustazione. 21 aziende hanno presentato i loro vini da Bellone, serviti dai sommelier della delegazione AIS di Latina. Una panoramica che ha mostrato le molteplici sfaccettature del vitigno, dalla freschezza e sapidità delle versioni più giovani alla complessità dei vini affinati.

Tra le cantine partecipanti: Casale Del Giglio, Marco Carpineti, Cincinnato, Cantina Bacco, Divina Provvidenza, Tenute Filippi e molte altre, tutte accomunate dalla volontà di far emergere l’identità autentica del Bellone.

Verso il futuro: appuntamento a Vinitaly e “Bellone Lab 0.2”

L’entusiasmo generato dall’evento non si spegnerà presto. Il prossimo appuntamento per i produttori sarà Vinitaly (6-9 aprile 2025), dove il Bellone sarà protagonista di un rinnovato padiglione Lazio. Ma la vera sfida sarà la continuità: l’appuntamento è già fissato per il 2026 con “Bellone Lab 0.2”, un’edizione che promette di consolidare il percorso intrapreso. Grazie alla perfetta organizzazione di Giovanna Trisorio, il “Bellone Lab 0.1” ha posto le basi per un nuovo slancio del Lazio vitivinicolo. Il Bellone non è più solo un vitigno da riscoprire, ma un’opportunità concreta per rilanciare un’intera regione nel panorama enologico italiano e internazionale.

Giacomo Sensi ed i vini di Podere l’Assunta, nati tra le morbide colline senesi

Capita spesso di scegliere la vita in campagna, anche quando non si abita in una grande metropoli, come accaduto a Lorenzo Sensi, informatico, e Donatella Ciampoli, docente universitaria di Storia medioevale. Da Siena decisero di trasferirsi nella splendida campagna senese, per creare “Podere l’Assunta”, incastonato nel borghetto del Poggiolo con tanto di chiesetta rupestre. E poiché l’appetito vien mangiando, iniziò a prender forma quella che oggi è divenuta una bella storia enoica e naturalistica.

Il punto di svolta fu l’irruzione sulla scena di Giacomo Sensi, figlio di Lorenzo e Donatella, enologo consulente di varie realtà, (laurea nel 2002 in Scienze e tecnologie agrarie nell’Ateneo fiorentino) che decise di avviare la produzione destinata all’imbottigliamento, occupandosi direttamente della coltivazione dei due vigneti aziendali.

Tre ettari vitati suddivisi in due vicini ma distinti costoni, situati a poco meno di 400 metri di altitudine. Morfologia dei suoli ricca di scheletro, a forte matrice calcarea e notevole resilienza allo stress idrico. Le uve Sangiovese, varietà dimorata in ben 5 diversi cloni, sono le protagoniste dei due CRU Ametato e Costa del Pievano.

Il primo, la cui etimologia significa seccatoio, guarda a settentrione e trova origine nella presenza ai bordi della vigna di una antica piattaforma in pietra, molto diffusa nell’appennino toscano per l’asciugatura di noci e castagne, ma anche delle uve destinate alla produzione del Vin Santo. Il secondo, esposto a sud – sud/est a ridosso di boschi di querce e lecci, si riferisce al toponimo dell’area risalente al 1700, registrato presso la Regione Toscana.

La scelta di Giacomo dell’impianto ad alberello per Costa del Piovano non si spiega solo per la sua convinta e meticolosa applicazione di pratiche di agricoltura sostenibile bio-rigenerativa (inerbimento permanente controllato, lotta biologica alle fitopatologie, eliminazione di mezzi agricoli pesanti, fertilizzazioni tri-quadriennali con letame di stalla) e per gli evidenti vantaggi rispetto all’incipiente “global warming”, ma risale, nel tempo, ad una antica tradizione toscana ormai quasi consegnata all’oblio.

In epoca vendemmiale chi dovesse inerpicarsi lungo la strada delle Badesse, che conduce al Poggiolo costeggiando i vigneti de l’Assunta, noterebbe nel bel mezzo di una capezzagna un mastello coperto di tulle, dove Giacomo Sensi ripone ad ammostare per qualche giorno una piccola massa di uve, operando la pigiatura con un piccolo follatore in acciaio in attesa dell’avvio fermentativo.

Il mastello viene poi rapidamente trasportato in cantina dove il suo ribollente contenuto servirà da innesco per l’avvio di fermentazione delle uve fresche, appena diraspate, proseguendo il proprio corso per circa 3 settimane. Infine il lungo affinamento di 24 mesi in tonneau di dieci ettolitri per l’IGT Toscana Sangiovese “Costa del Pievano”, mentre l’IGT Toscana Sangiovese “Ametato” va in barrique di Borgogna sempre per due anni prima di un altrettanto lungo riposo in bottiglia. Riempiamo finalmente il calice, nel tinello del piccolo agriturismo aziendale inaugurato a luglio 2024 ed affidato alle accoglienti cure di Simona Ruggieri, moglie farmacista di Giacomo Sensi.

La degustazione dei vini

Per assaggiare i due “cugini” rossi di Podere l’Assunta, entrambi millesimati 2019, inevitabile è stato notarne il filo rosso, pur sottile, che li unisce già dalla livrea scarlatta, quella più luminescente e vivace di Ametato e quella di fitta e misteriosa tessitura per Ametato. Gioca sulla frutta rossa matura, esplosiva e verticale il Costa del Pievano con il suo corredo di visciole, prugna e mora di rovo; che da Ametato emergono più dirompenti profumi speziati di pepe nero e liquirizia contornati da sbuffi di erbe aromatiche. Freschezza e acidità per entrambi con il Costa del Pievano che spinge oltre ogni ragionevole previsione. Ben rotondi al sorso, senza però mai indulgere a morbidezze zuccherine, mentre la notevole dotazione alcolica dei due (14,5%) è del tutto amalgamata descrivendo il necessario equilibrio.

Nella gara quanti-qualitativa dei tannini, comunque gestiti con sapiente proporzione, per una incollatura la spunta in gradevolezza Ametato evidente concessione del legno piccolo di cui quest’ultimo si giova. Più lungo e il finale di Costa del Pievano. Il vero finale rilievo, forse scontato, sta nella certezza di una lunga, lunghissima carriera che ancora attende quest’annata, magari in attesa di possibili nuovi progetti, nuove “nascite”, forse di vini da uve Canaiolo, altra grande passione del vigneron Giacomo Sensi.

Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei

Per l’ultimo appuntamento della rassegna A pranzo con lo chef, Pietro Lerario, patron di Casa Lerario a Melizzano (BN), ha ospitato Marianna Vitale, chef del ristorante Sud a Quarto Flegreo.

Nato nel 2009, primo ristorante nei Campi Flegrei ad essere insignito nel 2011 di una Stella Michelin, Sud offre una cucina di mare contemporanea con forti contaminazioni della tradizione e utilizzo di ingredienti territoriali pur non sempre convenzionali. Come gli anemoni di mare che Marianna ha scoperto durante un’immersione e introdotto in alcune delle sue ricette.

Cucina di carattere quella della chef Vitale; nella sua trasferta sannita ha proposto alcuni piatti signature registrando il tutto esaurito per oltre cento coperti.

Ad accompagnare il percorso di degustazione, i vini dell’azienda Cautiero, piccola realtà a conduzione biologica di Frasso Telesino, versante sud-ovest del Taburno, con una produzione media di circa 20 mila bottiglie l’anno. Fulvio Cautiero e la moglie Imma Cropano ci hanno raccontato le etichette e la loro avventura enologica – fatta anche di sperimentazione –  nata ex-novo nel 2002, con la prima vendemmia nel 2007.

Cifra stilistica l’abbinamento tra gli ingredienti iconici usati in cucina Sud con i prodotti di Casa Lerario.

L’evoluzione del ragù a Napoli è l’entrée sfiziosa che presenta in quattro consistenze diverse, corrispondenti a quattro fasi di cottura diverse, la salsa usata per il più celebre sugo partenopeo: dall’ora zero della passata cruda fino alla densa concentrazione delle ore dodici, attraverso intervalli di quattro ore. Il risultato è una piccola tavolozza di quattro sfumature di rosso, da degustare prima singolarmente, per cogliere diverse consistenze e gradi di acidità, e poi in un’unica cucchiaiata per apprezzare la sinfonia di sapori.

Forse non tutti sanno che le ostriche in epoca romana erano coltivate nell’area flegrea: Marziale e Giovenale parlano delle pregiate bivalve del Lago Lucrino, mentre è a Ferdinando IV di Borbone, nella seconda metà del XVIII secolo, che dobbiamo il ripristino di questa coltura nel salmastro Lago Fusaro. È invece recente l’interesse che sta riportando nei Campi Flegrei la coltivazione di questo mollusco, che entra quindi di diritto nel menù di Marianna. Nella sua versione alla brace, con tequila alla vaniglia e fragole, diventa un originale amuse-bouche, in cui la forte tendenza sapido-iodata del mollusco viene ingentilita e domata.

Èggàs Falanghina frizzante IGT Campania 2022 ha accompagnato i primi due piatti. Vendemmia 2022 per l’80% Falanghina e il resto suddiviso tra Fiano e Greco, fa macerazione sulle bucce per quattro giorni e rifermenta in bottiglia. Non chiarificato per scelta, ha sentori di mela verde e biancospino, dal sorso fresco e intrigante con chiusura amaricante tipica della mandorla fresca, che ben si abbina alle prime due proposte a tavola.

La pasta non poteva mancare nel menù di Marianna Vitale. Gli spaghettoni anemoni di mare, carciofi e limone, concentrato di gusto e inaspettata ricercatezza, omaggiano il limone, ingrediente così caro a Marianna. Infatti il bistrot da lei aperto nel 2022 all’interno di Villa Avellino a Pozzuoli si chiama proprio Mar Limone – Bar, Cucina & Acidità. Una pennellata cremosa ed il giro di forchetta completo nel piatto ci conquista subito, per il connubio tra tendenza dolce e acidula misto all’intensità persistente e minerale delle alghe, accompagnate dalla bevuta voluminosa di Fois Falanghina IGT Campania 2023, dai sentori succosi di pera e albicocca con vena agrumata.

La polpessa alghe e scarole è l’ultima portata prima della chiusura, ancora una volta tributo al mare elevato all’ennesima potenza, abbinata con Piedirosso IGT Campania 2020, dalla beva snella e non impegnativa. Fulvio ci racconta delle difficoltà – ben note ai viticoltori campani – sia nella coltivazione che nella vinificazione del Piedirosso. L’annata che degustiamo è ancora completamente fermentata e affinata in acciaio, ma Fulvio anticipa per i prossimi millesimi l’utilizzo di anfora marchio Tava.

Il dolce è uno dei classici dello chef: crostatina meringata, arancia e cioccolato. In abbinamento il Liquore Fondente ai Cinque Sensi di Alma de Lux, servito nel micro bicchiere al cioccolato: un bonbòn liquido al gusto di cannella, arancia, mandarino e peperoncino che accompagna fino all’ultimo morso e suggella il termine della degustazione con finale di bocca asciutto e pulito.

CASA LERARIO

Contrada Laura 6

82030 Melizzano (BN)

Ristorante SUD

Via Santissima Pietro e Paolo 8 80010 Quarto (NA)

Podere Casanova: un weekend di relax, cultura e buon vino con l’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022” tra le dolci colline di Montepulciano

Comunicato Stampa

Cantina, vigneti, agriturismo con piscina nella quiete della natura della Val di Chiana a Montepulciano (SI).

Tante le esperienze da vivere da Isidoro e Susanna Rebatto di Podere Casanova. Da sempre impegnati nella salvaguardia del paesaggio, contro ogni spreco di risorse, orientati alla sostenibilità. Dal recupero di centrali idroelettriche dismesse e riattivate per la produzione di energia pulita, alla decisione di restituire nuova vita al Podere Casanova.

Seduzione della bellezza, piacere del gusto e paesaggi dell’armonia sono le migliori risorse messe in campo. Podere Casanova è una realtà che racconta tutte le unicità e le affinità che corrono tra la loro terra d’origine, il Veneto ed il suolo storico che li ha accolti, quello della Toscana più bella.

Affinità culturali, artistiche, enogastronomiche all’origine stessa del Rinascimento italiano. E poi l’adozione degli standard Equalitas per certificare l’impegno verso la sostenibilità dell’ambiente durante l’intero processo produttivo. Amore per la terra e per le risorse non infinite che essa offre ogni giorno, trasferite con cura nei vini aziendali con prodotti di altissima qualità.

Metodologica attenzione ai tre pilastri che caratterizzano l’esser sostenibili: benessere delle persone, riproducibilità delle risorse naturali e generazione di valore economico.

29 E 30 MARZO 2025 “CREA IL TUO IGT TOSCANA 2022”

PROGRAMMA:

SABATO 29 MARZO
 Appuntamento alle ore 15.30 presso “Porta al Prato” Montepulciano
https://maps.app.goo.gl/3LCNE3wYFHgh3G879
 Visita guidata al centro storico della città con sosta al “Wine art shop” dell’azienda e degustazione
dei Vino Nobile di Montepulciano prodotti da Podere Casanova
 Ore 19.30 cena presso il ristorante “La Briciola” (compresa nel prezzo)
https://maps.app.goo.gl/y74hBN5k9thAKZEv6
DOMENICA 30 MARZO
 Ore 9 appuntamento presso la cantina Podere Casanova
https://maps.app.goo.gl/9DeMyJt8ckhYyFiw8
 Visita dei vigneti e della cantina
 Ore 9.45 inizio di “Crea il tuo IGT Toscana 2022”. A disposizione tutto l’occorrente per creare un
blend a tua scelta con vini da: Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot, Syrah
 Ore 13 light lunch in cantina

Ti metteremo a disposizione i nostri vini monovitigno 2022 non ancora imbottigliati e potrai decidere il blend che preferisci unendoli in percentuali note solo a te e a noi. Il tuo blend sarà poi imbottigliato nel numero di bottiglie che desideri e tenuto in affinamento per il tempo che vuoi.

Sarà nostra cura recapitarti le bottiglie a casa dopo qualche mese di affinamento, oppure potrai tornare a prenderle il 5 giugno in occasione dell’apertura della stagione estiva

COSTI E MODALITÁ DI PARTECIPAZIONE:

Le modalità di partecipazione sono due:

  1. PARTECIPAZIONE A TUTTO IL WEEKEND (SONO ESCLUSI I COSTI DI PERNOTTAMENTO)
  • Per il pacchetto: sabato pomeriggio (cena compresa) + domenica “Crea il tuo IGT Toscana 2022” +
    pranzo 135 € per 1 persona, 250 € per 2 persone
  1. PARTECIPAZIONE SOLO LA DOMENICA
  • 89 € per 1 persona, 165 € per 2 persone (compreso il light lunch in cantina)
    OGNI GRUPPO DA 6 PERSONE AVRÁ DIRITTO AD UNA GRATUITÁ
    OGNI PARTECIPANTE POTRÁ ORDINARE 6 BOTTIGLIE DEL BLEND DA LUI SCELTO AL PREZZO SIMBOLICO DI
    13€ A BOTTIGLIA. Eventuali bottiglie in più dovranno essere multipli di 6.

Le bottiglie avranno la retro etichetta di legge. I partecipanti potranno fornire un’etichetta da loro ideata
da applicare sul fronte bottiglia all’interno di una cornice con il nome dell’azienda e dell’evento.

Per info e prenotazioni: www.poderecasanovavini.com

“Progetto TwoEu”, la valorizzazione dell’Aglianico del Vulture DOCG e dell’Olio DOP del Vulture

L’11 marzo, presso Palazzo Grazioli a Roma, sede della Stampa Estera, si è conclusa la conferenza stampa di presentazione del progetto TwoEu, il piano triennale di comunicazione promosso dai Consorzi di Tutela dell’Aglianico del Vulture e dell’Olio Extravergine di Oliva Vulture. Finanziato dall’Unione Europea, il progetto ha l’obiettivo di far conoscere e apprezzare l’unicità di queste eccellenze DOP sui mercati internazionali.

Questa iniziativa congiunta non celebra soltanto due pilastri della gastronomia lucana, ma rappresenta un omaggio alla ricchezza enogastronomica del Vulture e della Basilicata intera. L’Aglianico del Vulture, con i suoi 35 produttori distribuiti in oltre 15 comuni, è un vino di straordinaria longevità e complessità. Dall’altra parte, l’Olio Extravergine d’Oliva Vulture DOP, con la sua cultivar autoctona Ogliarola, porta con sé una storia millenaria, tramandata sin dal 65 a.C. quando il poeta latino Quinto Orazio Flacco ne decantava le qualità.

Il Vulture: una terra di storia e tradizione

Il Vulture, regione storica e vinicola della Basilicata situata ai piedi dell’omonimo vulcano spento, è un territorio plasmato dalla sua origine vulcanica. Qui, i terreni ricchi di minerali e un microclima unico creano condizioni ideali per la coltivazione della vite e dell’olivo.

Le origini del Vulture

Epoca preistorica: tracce di insediamenti risalgono al Neolitico.

Periodo greco e romano: i Greci introdussero la viticoltura, perfezionata poi dai Romani. Plinio il Vecchio e Orazio citavano il vino del Vulture tra i più pregiati dell’epoca.

Medioevo: castelli e monasteri favorirono la diffusione della viticoltura e dell’olivicoltura, con i monaci benedettini a custodire e tramandare le tecniche agricole.

Oggi, l’Aglianico del Vulture è riconosciuto tra i più grandi vini rossi d’Italia, spesso paragonato al Barolo per la sua struttura e capacità di invecchiamento. Accanto a questa eccellenza, l’Olio del Vulture DOP si distingue per il suo profilo sensoriale unico, che sta conquistando sempre più appassionati nel mondo.

La sfida della viabilità: un ostacolo da superare

Nonostante l’incredibile potenziale turistico ed enogastronomico, il Vulture soffre di una cronica carenza infrastrutturale. Le vie di comunicazione, in molti tratti, versano in uno stato di abbandono, limitando l’accessibilità al territorio e scoraggiando il turismo. Visitare queste terre straordinarie diventa un’impresa ardua, quasi come seguire una stella cometa, come fecero i Re Magi.

TwoEu: un progetto per promuovere e rilanciare il territorio

“Con il progetto TwoEu, intendiamo non solo valorizzare ma anche raccontare il nostro territorio e le sue eccellenze” ha dichiarato Antonietta Rucco, referente per il Consorzio Olio del Vulture DOP. “Vogliamo rafforzare la conoscenza e l’apprezzamento dei nostri prodotti nei mercati esteri.”

L’iniziativa punta a migliorare la competitività di questi prodotti DOP, con una strategia mirata a coinvolgere consumatori e professionisti in Italia e Germania. Nel corso della conferenza, Francesco Perillo, Presidente del Consorzio dell’Aglianico del Vulture, ha illustrato i pilastri del piano di comunicazione: campagne digitali, presenza nei principali eventi enogastronomici e attività di networking con la stampa internazionale.

“Il nostro obiettivo è che il progetto TwoEu non solo aumenti la visibilità dei nostri prodotti, ma rafforzi anche l’economia locale, creando nuove opportunità per la comunità” ha sottolineato Perillo. “Ogni bottiglia di Aglianico del Vulture e ogni goccia del nostro Olio EVO raccontano una storia di passione, dedizione e rispetto per la nostra terra. Con la strategia delineata oggi, vogliamo invitare il mondo a far parte di questa storia straordinaria.”

Un evento tra comunicazione e storytelling

L’evento, moderato da Stefano Carboni, esperto enogastronomico e docente all’Università di Roma Tor Vergata, ha visto anche la partecipazione di Gerardo Giuratrabocchetti, Vice Presidente del Consorzio Aglianico del Vulture, e di Giuseppe Calabrese, noto conduttore del programma Linea Verde su RaiUno. Un focus speciale è stato dedicato allo storytelling del Vulture, un territorio che, nonostante le sue difficoltà logistiche, continua ad affascinare e conquistare con la sua storia e i suoi prodotti d’eccellenza. Con il progetto TwoEu, il Vulture si prepara a conquistare nuove frontiere, portando le sue eccellenze enogastronomiche sulle tavole di tutto il mondo e rafforzando il legame tra tradizione, innovazione e identità territoriale

Damijan Podversic e la poesia dei vini friulani del Collio

L’appuntamento di Banca del Vino presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca è stata dedicata a Damijan Podversic, in una serata in cui il vino, per una volta, faceva da attore comprimario ad un uomo che ha dato voce al proprio lavoro e al proprio sogno.

Il Friuli-Venezia Giulia, si sa, è terra di passaggio di culture e Damijan incarna perfettamente l’essenza di questo territorio, a cominciare dal momento in cui Gorizia fu annessa al Regno d’Italia nel 1919. Orgogliosamente contadino, ripercorre le difficoltà che la sua terra incontrò, dallo spopolamento delle campagne in favore delle fabbriche di città. Fu suo padre, proprietario di un’osteria, ad acquistare nel 1973 i primi due ettari di terreno per produrre il vinello da servire ai suoi avventori.

Ma è a Mario Schiopetto, Nicola Monferrari e Josko Gravner – assurto a padre spirituale- che deve la sua educazione enologica.  Tornato dal servizio di leva obbligatoria, Damijan inizia a dare vita al proprio sogno. La moglie Elena diviene subito il suo co-pilota in quello che egli stesso ha definito un viaggio verso la Luna. Nella fase di ritorno dal viaggio, ha affidato il timone alla figlia Tamara, sancendo di fatto, per il 2026, la sua ultima vendemmia col berretto da capitano.

Vitigni basali e aromatici e maturazione fenolica, sono i principi alla base della sua idea di viticoltura, in un territorio, quello del Collio, con altitudini comprese tra gli 80 e i 280 metri s.l.m., caratterizzato da argille e silici compresse. Un suolo ricco di scheletro e capace di trattenere l’acqua nei periodi estivi: la cosiddetta Ponca goriziana. I vitigni si chiamano Friulano, Malvasia, Ribolla Gialla, ben predisposti alla Muffa Nobile che determina la differenza tra un’annata calda e una fredda, tra un concerto rock o piuttosto la Nona Sinfonia di Beethoven.

Lo Chardonnay lo allontana dal padre per poi ricongiungerlo nella saggezza del lavoro in vigna e in cantina. Il vino deve racchiudere in sé tre caratteristiche: salinità, croccantezza, tensione; tre parimenti le fasi da rispettare: quella gestazionale, di circa tre mesi, durante i quali si svolge la fermentazione con macerazione sulle bucce ad una temperatura compresa tra 26° e 32° e la successiva malolattica. Segue poi la fase di svezzamento, durante la quale il vino trascorre non meno di tre anni in botti di rovere da 20 o 30 ettolitri ed, infine, la fase di maturità, ossia l’affinamento in bottiglia non inferiore a un anno.

Il vino può essere apprezzato sotto due aspetti, quello determinato dall’impatto olfattivo tipico dei vitigni aromatici, e quello della profondità gustativa, tipica dei vitigni basali. Un concetto che Damijan lega con una metafora alla bellezza esteriore e interiore di una persona. Il Collio Bianco Kaplija nasce quale unione dei due aspetti: l’aromaticità della Malvasia Istriana e del Friulano e la profondità dello Chardonnay. Proprio come predicato dal padre.

Diverso ragionamento spetta alla Ribolla Gialla, definito dal produttore come un vitigno autoctono privo di grande intensità aromatica. Si capisce subito che è il suo figlio prediletto, quello dei dolori e delle grandi soddisfazioni, tanto che, al di là di un convenzionale ordine di servizio, lo inserisce alla fine, dopo la verticale di quattro annate di Kaplija.

Iniziamo proprio dalle quattro annate di Collio Bianco Kaplija: 2020, 2019, 2018 e 2016

Il tratto comune risiede nel sorso caldo e avvolgente, equilibrato, masticabile e succoso, che richiama continuamente ad un successivo assaggio. Tutte e quattro le annate sono state classificate come calde, ma la 2020 e la 2018 hanno in comune una piccola percentuale di uve muffate. Kaplja 2020 ha naso ricco, ancora giovane, in cui si evidenziano sentori fruttati freschi ed erbe di montagna che si traducono in un sorso generoso e opulento. La 2019 evidenzia invece note resinose e di radice di liquirizia, più secco e dalla chiusura amaricante accentuata. Complesso ed evoluto il naso della 2018 dove spiccano confettura di pompelmo, caramella d’orzo e nocciolina americana in perfetta coerenza con l’assaggio denso che ricalca continuamente i sentori agrumati. Nella 2016 a prevalere sono il naso di arancia bionda, caramella gelée all’albicocca e un bouquet floreale ancora vivido, meno slanciato rispetto ai precedenti, ma dotato di maggiore equilibrio.

Tutt’altro che  priva di intensità aromatica la Ribolla Gialla 2020 si presenta su frutta gialla matura, miele d’acacia e caramella d’orzo; al palato comprendiamo appieno il senso del termine profondità che Damijan ha attribuito a questo vitigno. La stessa carezza dell’onda sul bagnasciuga, che ritorna ogni volta con rinnovata potenza ed energia.

Az. Agr. Podversic Damijan 

Via degli Eroi 33

34170 Gorizia (GO)

Anteprima Cortona Syrah Doc “Sarà Syrah” 2025: i migliori assaggi e le considerazioni finali

Si torna sempre sul luogo del delitto, soprattutto quando ci si trova bene. Parlare di Syrah a Cortona equivale ad entrare in una pasticceria fornitissima, quando in mente si conosce solo il cioccolato. Come arrendersi all’evidenza che la Syrah sia un vitigno dal potenziale multietnico e sovranazionale, dai contorni differenti a seconda dello sguardo di colui che osserva.

Non è semplice descriverne il carattere, così come è impossibile proporre un vino valido per tutti. La versatilità nell’utilizzo, ad esempio, della fermentazione a grappolo intero e di contenitori di maturazione variegati, arricchisce di variabili l’aderenza ai gusti personali. Dovessimo proprio immaginare un adagio per questa varietà antichissima, proveniente dal Rodano e che ben ha attecchito in altri Continenti e Paesi, Italia inclusa, potremmo dire che si adatta ad una moltitudine di mercati e di territori.

Tra Toscana e Umbria si coltiva da decenni sulle colline di Cortona, sovrastanti la Valdichiana. Pioniere fu la cantina Tenimenti d’Alessandro e col tempo lo scettro è passato in mano ad artefici illuminati e rivoluzionari, quali Stefano Amerighi e Fabrizio Dionisio. L’areale meriterebbe un supporto maggiore per tal impegno e sacrificio profusi; forse il vero cruccio del perché i vini di questa zona non hanno potuto sfondare come dovrebbero, visto il loro potenziale.

Manca quel gancio traino, quel nome altisonante che potrebbe determinare con la propria immagine un cambiamento epocale sul territorio. Un centro d’attrazione enoturistica, dove buona tavola e vita lenta sono da sempre protagonisti, ma che abbisogna di un faro comunicativo luminoso. In attesa di sviluppi e di possibili modifiche al Disciplinare di produzione (quanto mai urgenti), per offrire a chiare lettere una visione del futuro unicamente a base Syrah, segnaliamo la nostra soddisfazione attuale per gli assaggi riguardanti i Syrah Cortona Doc al Museo Maec il giorno 8 marzo durante l’evento Chianina & Syrah.

Le 2021 e 2022 generalmente in grande spolvero sono premonitrici della 2024, dai risvolti similari per nerbo ed eleganza, proposta comunque in degustazione con sparuti campioni da botte. Interlocutoria la 2023, ma non per questo da denigrare pur nella difficoltà tecnica e ubiquitaria della vendemmia. Su 39 campioni totali ben 12 sono risultati degni di menzione, una percentuale di tutto rispetto che conferma i progressi consolidati dai big e i corretti insegnamenti per le nuove leve.

Altalenante la valutazione sui migliori Syrah d’Italia, con alcune ottime espressioni, ma in generale sottotono rispetto agli omologhi cortonesi. Bene l’Australia, tra gli ospiti esterni, e la sempiterna Francia, così come, a sorpresa, la Bulgaria sulle proposte del Sud Africa. La degustazione vini è stata svolta rigorosamente alla cieca, ma anche questa non è una vera novità…

Migliori Syrah Cortona Doc in ordine di preferenza

Cortona Doc Syrah 2022 – Stefano Amerighi

IGT Toscana Rosso Arenite 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Castagnino 2024 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah 2021 Apice – Stefano Amerighi

Cortona Doc Syrah Candito 2022 – Eredi Trevisan

Cortona Doc Syrah Crano 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Linfa 2023 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah Polluce 2022 – Chiara Vinciarelli

Cortona Doc Syrah Terrasolla 2022 – Cantina Canaio

Cortona Doc Syrah Rugapiana 2023 – Poggio Sorbello

Cortona Doc Syrah Poggilunghi 2023 – Il Fitto

Cortona Doc Syrah Principe 2020 – Stefania Mezzetti

Migliori Syrah d’Italia in ordine di preferenza

Syrah 2022 – Michele Satta

Lazio Rosso ICP Puddinga 2021 – Il Vecchio Poggio

Toscana IGT Occhio di Civetta 2023 – Il Querciolo

Toscana IGT Mandorli 2021 – Cincinelli Marco

Costa Toscana IGT Hide 2021 – Bulichella

Lumeo 2022 – Toscani

Terre Siciliane IGP Bio Sole dei Padri 2016 – Spadafora

Varramista 2018 – Fattoria Varramista

Mater Matuta 2019 – Casale del Giglio

Valle d’Aosta DOP Syrah 2014 – La Source

Migliori Syrah di Francia in ordine di preferenza

Cornas Chaillot 2021 – Cyril Courvoisier

Les Chailles 2022 – Alain Voge

Saint Joseph 2023 – Domaine De La Sarbèche

Terre Brulée 2022 – Domaine Lionnet

Migliori Syrah d’Australia in ordine di preferenza

Greenock Shiraz 2022 – Kalleske (Barossa Valley)

Command Shiraz 2021 – Elderton (Barossa Valley)

Octavius 2018 – Yalumba (Barossa Valley)

Migliori Syrah di Bulgaria in ordine di preferenza

Tradition Life 2019 – Minkov Brothers

Syrah 2024 – Downtown Winery

Migliori Syrah del Sud Africa in ordine di preferenza

Estate Shiraz 2020 – Hartenberg (Stellenbosch)

Stranveld Shiraz 2021 – Stranveld (Elim)

Le “stelle” di Sicilia tratte dalla Guida Vini D’Italia del Gambero Rosso in scena ad Alcamo

La Sicilia del vino brilla alla masterclass dedicata ai vini delle cantine che hanno ottenuto più Tre Bicchieri in assoluto dalla prima edizione della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Della nostra visita ad Alcamo, uno dei luoghi più affascinanti dell’Isola, ne abbiamo scritto a dicembre all’articolo Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti.

La regione ha da tempo un posto in primo piano sui palcoscenici italiani e internazionali. La scelta del Gambero Rosso di portare un evento di caratura nazionale ad Alcamo è stata lungimirante e dona a questa terra il lustro che si è meritatata con grande fatica.

Storiche riconferme affiancate dal fermento dei nuovi e giovani produttori. La linea verde ci ha guidato nel cambiamento con il 58% delle aziende che ha un giovane under 35 in ruoli strategici.

Per Gambero Rosso sono state 28 le bottiglie meritevoli dei 3 bicchieri della Sicialia, 1 in più dell’anno scorso e pienamente in linea con gli anni passati. L’Etna continua a dimostrare la sua vocazione e versatilità, con ben 12 i vini premiati in questo splendido areale, 9 rossi, tra cui il vino d’autore che non si avvale della DOC Munjebel Rosso MC 2021 di Frank Cornelissen, un pioniere assoluto del territorio.

Le varietà autoctone dominano su un terroir poliedrico: molte aziende stanno investendo sul Nero d’Avola vitigno più che mai attuale ed elegante. Ne sono degna prova Duca di Salaparuta con il Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 e Feudo Maccari con il Sicilia Nero d’Avola Saia 2022.

La degustazione guidata sapientemente tenuta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia, partendo dalla storia, ha evidenziato la qualità dimostrata oggi dalla Trinacria. La sede bellissima della Biblioteca del Collegio dei Gesuiti di Alcamo ha completato il quadro.

È la prima volta per le Masterclass di Gambero Rosso in cui la scelta è totalmente “stellata”: si tratta infatti dei vini di che hanno ottenuto almeno dieci Tre Bicchieri dal 1988, anno della prima pubblicazione della Guida.

Gli assaggi proposti

  • Sicilia Bianco Catarratto Buonsenso 2023 Tasca d’Almerita È Ivo Basile, responsabile marketing e comunicazione di Tasca d’Almerita a presentare il vino. Siamo nella Tenuta Regaleali, uno splendido Cru di 600 ettari in cui viene coltivato il Cataratto. Giallo paglierino materico e protagonista al naso, dalle note leggermente tostate che si allargano su un caleidoscopio di agrumi, tra i quali spicca il pompelmo rosa, ricordi di alghe e conchiglie, melone e macchia mediterranea. Le spezie dolci chiudono in profondità, anticipando un sorso saporito, fresco e rotondo, dal calore che dona ampiezza. Tridimensionale.
  • Etna Bianco Alta Mora 2023 Alta Mora – Nel 2001 i Fratelli Cusumano iniziano il loro racconto della Sicilia al mondo attraverso i terroir e le cultivar distintive; nel 2013 con Alta Mora si arricchiscono del territorio dell’Etna, fatto di piccoli Cru selezionati. Qui il Catarratto entra in simbiosi col vulcano, per un vino che riflette la purezza del territorio. Al naso fiori d’agrume, infuso, miele di agrumi marzapane, scorza di limone, mentuccia, seguono ricordi di fico bianco secco, salgemma e grafite. In bocca vive due fasi, una prima della deglutizione più verticale e fragrante e una successiva più larga e cremosa, merito di una vivida tensione gustativa e di una mineralità dal lungo finale nel ricordo di fico bianco.
  • Cerasuolo di Vittoria 2022 Planeta Una delle aziende pioniere a cui dobbiamo il merito di aver cambiato la Sicilia enologica. Quaranta anni fa ha inizio il viaggio da Ovest a Est della Sicilia, alla ricerca di vitigni dimenticati e di territori in cui crearne una loro interpretazione. Planeta sceglie di vinificare Nero d’Avola e Frappato selezionati a mano e vinificati in acciaio, offrendo un’interpretazione stilistica molto riconoscibile. Il rosso rubino si tinge di sfumature porpora e al naso le note speziate da pepe nero si combinano a frutta fresca di bosco e croccante, fragole e frutti di bosco. Seguono in successione ricordi di oliva sotto sale e macchia mediterranea, ginepro, finocchietto essiccato. In bocca il sale è protagonista e su questo caposaldo si legano armoniosamente i tannini, di estrema eleganza e finezza, dal finale leggermente amaricante.
  • Moro di Testa 2021 Feudi del Pisciotto – Gruppo Domini di Castellare di Paolo Panerai. Il Moro di Testa nasce dai terreni sabbiosi in cima all’azienda, perfetti per la Syrah che qui ha un’anima mediterranea. Il Nero D’Avola completa al 10% il vino con sfumature di spezia, pepe nero e cannella, dai toni di piccoli frutti rossi, macchia mediterranea, menta e rosmarino. Sorso ricco, di sostanza, potenza portati con eleganza e verticalitá grazie alla bassa carica tannica e la temperatura bassa di servizio che gli dona ulteriore grazia. Finale di pepe verde.
  • Sicilia Nero d’Avola Saia 2022 Feudo Maccari Proprietà di Antonio Moretti Cuseri, che dall’Aretino compra in Sicilia questo Feudo, con 265 ettari di uliveto e 60 di Vigna a Nero d’Avola e Grillo. Il Saia è un Nero d’Avola di grande stoffa. L’impatto cromatico è dalle tonalità cupe. Il naso è espressivo e appagante: rovo e frutti di bosco scuri, macchia mediterranea, sottobosco, prugna essiccata e ancora cappero, carrubo e alloro, gelée alla mora. L’assaggio ha carattere, sale e sostanza, il tannino è legato perfettamente e ci riconduce all’uva, in una massa amalgamata benissimo. Chiude con grande lunghezza su ricordi di fico d’india rosso e ciliegia. I rossi non hanno la prerogativa dell’invecchiamento tuttavia sono stati aspettati e resi perfetti per l’assaggio.
  • Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 Duca di Salaparuta Sono 200 candeline per l’azienda che insieme a Florio, rappresenta la Sicilia per il gruppo ILVA di Saronno. Coniugare grandi numeri con l’eccellenza non è facile e i tantissimi riconoscimenti ricevuti negli anni mostrano la classe limpida di un protagonista indiscusso della storia vinicola isolana.Nero d’Avola rubino carico e ricco all’olfatto. Venatura balsamica in cui emergono frutta nera matura, erbe officinali, carbone e succo di mora e arancia sanguinella. Il sorso è saporito, polposo e lascia un finale balsamico.
  • Passito di Pantelleria Ben Ryé 2021 Donnafugata Gioiello della famiglia Rallo. Zibibbo passito coltivato ad alberello pantesco, oggi patrimonio dell’Umanità UNESCO, su terreni sabbiosi di origine lavica. Al mosto in fermentazione viene aggiunta uva passa sgrappolata a mano per favorirne l’aromaticità. Ben Rye deriva dall’arabo e significa “figlio del vento”, caratteristica dell’isola di Pantelleria. Ha le sfumature del sole, il vino è materico e crea raggi luminosi. Il naso è di rara ricchezza pienezza e eleganza. Il varietale dell’albicocca disidratata si fonde a note di lavanda e rosmarino, finocchietto di mare, salsedine, cappero sotto sale ed elicriso. In bocca è sontuoso, la nota sapida dona pulizia, lo zucchero è perfettamente bilanciato, amalgamato alla massa e fruttoso, in un finale di frolla salata alla marmellata di albicocche.

La Sicilia del vino non vuole e non deve essere più considerata una sorpresa ma una realtà consolidata, che da anni porta avanti con impegno assiduo i concetti di qualità e di sostenibilità in maniera elegante e contemporanea.

Gli Alta Langa di Contratto 1867

“Nella distesa calma di questo luogo d’incanto”, così Giuseppe Ungaretti descriveva Canelli.

Perdersi tra le sue colline è un’esperienza affascinante e suggestiva: panorami mozzafiato con dolci pendii coperti di vigne. Canelli, situata nel cuore del Piemonte in provincia di Asti, è famosa per i suoi vigneti e le sue cantine storiche, in particolare per la produzione di spumante Metodo Classico e vino Moscato.

Il centro storico di Canelli presenta edifici di interesse architettonico, tra cui chiese, palazzi e antiche cantine. Le “cattedrali sotterranee”, ovvero le storiche cantine scavate nel tufo, sono una delle attrazioni principali.

La loro costruzione risale ai primi del Novecento, quando i produttori di vino iniziarono a scavare nel tufo per creare spazi freschi e bui ideali per la fermentazione e l’affinamento del vino. Le cantine si estendono per diversi chilometri e presentano ampie sale con archi e colonne che richiamano lo stile delle cattedrali.

Le cattedrali sotterranee di Canelli sono state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2014, grazie alla loro importanza storica e culturale nel panorama vitivinicolo. Questi luoghi non solo rappresentano un esempio di ingegneria e architettura, ma sono anche un simbolo della tradizione vinicola piemontese.

Ed è proprio la storia di una di queste cantine che vi voglio raccontare: Contratto 1867 che ho avuto il piacere di visitare.

Fondata da Giuseppe Contratto, la cantina è tra le più antiche della regione e ha giocato un ruolo importante nella storia del vino spumante italiano. Fu la prima, nel 1919, a produrre uno spumante metodo classico millesimato. Una scelta innovativa da parte della casa piemontese che mirava ad esaltare le caratteristiche di ogni singola annata.

Contratto 1867 è anche apprezzata per il suo impegno nella sostenibilità e nella salvaguardia delle tradizioni vinicole locali. Si è evoluta nel corso degli anni, ma ha mantenuto un forte legame con il territorio e le sue tradizioni, continuando a produrre vini che riflettono il carattere unico della regione.

L’azienda non è solo un luogo di produzione, ma anche patrimonio culturale. Le gallerie sotterranee, localmente chiamate Infernot, sono decorate con botti di legno e bottiglie di vino, creando un’atmosfera suggestiva.

Le gallerie furono costruite dal lontano 1872 e furono impiegati oltre 200 operai che le scavarono a mano, utilizzando strumenti tradizionali. Il lavoro era molto laborioso e richiedeva una grande abilità, poiché gli artigiani dovevano fare i conti con la durezza della pietra arenaria. Oggi le cantine sotterranee di Contratto 1867 coprono una superficie di 5.000 metri quadri, più o meno la grandezza di un campo da calcio, e quasi 40 metri di profondità massima.

Per quanto riguarda la produzione è d’obbligo fare un excursus storico che parte dai primi anni del Novecento, epoca in cui la cantina produceva Asti Champagne e Moscato Champagne utilizzando la dolce uva moscato della regione. La dolcezza era una caratteristica naturale di questi vini spumante, rispetto alle bollicine francesi che erano portate a secco e solo in un secondo momento “dolcificate” con il liquer de tirage.

Dobbiamo attendere gli anni Venti per vedere la produzione trasformarsi dal dolce al secco. Questa tendenza verso un vino più secco era dettata dal cambiamento del gusto britannico. Lo sviluppo di una produzione nota come Brut “For England” fu la testimonianza di una notevole quantità di spumante Contratto da esportazione verso il Regno Unito e le sue colonie (il Commonwealth).

Ecco la mia degustazione:

  1. BLANC DE BLANC PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG prodotto con le uve provenienti dai vigneti di Bossolasco, comune situato nella provincia di Cuneo, dove il terreno è marnoso calcareo, argilla chiara e abbastanza fertile con una buona componente minerale. 100% Chardonnay, unico e raffinato che presenta aromi freschi e piacevoli, insieme a una struttura elegante. Al palato la sua precisione è immediata: ogni sorso è caratterizzato da una acidità vivace, rendendo il vino estremamente rinfrescante. La sapidità è ben presente. Il Perlage è molto fine. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • FOR ENGLAND BLANC DE NOIRS PAS DOSE’  – Alta Langa DOCG, spumante inizialmente prodotto per dilettare il palato più secco del mercato inglese, oggi lo troviamo con due bellissime espressioni di Pinot Nero: Blanc de Noir e Rosè. Al naso esprime profumi di frutta bianca, con note floreali e agrumate; al palato un finale asciutto, che lascia una piacevole sensazione di pulizia e freschezza in bocca. La “collana” di bollicine che si forma lungo il bicchiere sono sinonimo di un perlage fine e persistente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • BACCO D’ORO BRUT – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay, spumante storico della cantina, il Bacco d’Oro è l’unico spumante dosato prodotto da Contratto. Al naso si apre con sentori intensi di fiori di pesco, miele e frutta secca; sentori di pane tostato o brioche. Cremoso e avvolgente, equilibrato, con una piacevole freschezza che bilancia la sua struttura, regala note di frutta matura e agrumi e marzapane. Il perlage fine e cremoso. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • MILLESIMATO PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay.Qui si mostra la volontà di produrre solo spumanti di annata, che vadano quindi ad enfatizzare le peculiarità e le caratteristiche del clima e del terroir di quell’anno. I profumi sono morbidi e delicati, con sentori floreali e agrumati. Al palato si mostra fresco e sapido, dotato di una bolla fine e avvolgente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.

Una menzione a parte meritano le etichette, vere opere d’arte. Dall’annata 2007 si è deciso di utilizzare in etichetta le celebri raffigurazioni di Leonetto Cappiello, uno dei padri del moderno cartellonismo italiano, tratte dalla campagna pubblicitaria Contratto, uscita tra il 1922 e il 1925.

I Contratto rimasero alla guida della cantina fino al 1993, quando la famiglia Bocchino, già proprietari dell’omonima distilleria, presero le redini dell’azienda iniziando una notevole opera di ristrutturazione della Cattedrale del Vino, della corte interna e della sala di degustazione.

Giorgio Rivetti, da sempre grande amante dello Champagne, inizia a collaborare con Bocchino, intuendo fin da subito il grande potenziale della storica casa spumantistica. Poco dopo, nel 2011, i Rivetti decidono di compiere un passo importante e acquisiscono la cantina. La filosofia e la passione che hanno reso celebre La Spinetta, si riflettono immediatamente in questo nuovo progetto.

Se non avete ancora avuto modo di visitare la cantina o di degustarne i vini, scegliete Contratto e lasciatevi sorprendere.

Prosit!