Grechetto Fiorfiore di Roccafiore: esperienza indimenticabile, intima, “blind”

“Quando calano le tenebre splende la luce interiore”.

Aggiungo questa frase ad altre amate e citate da Luca Boccoli, esperto di vino da oltre trent’anni, per descrivere l’esperienza emozionale, unica nel suo genere e totalmente confidenziale che ci ha fatto vivere in una mattinata romana in una Trastevere riposta.

Chi conosce Luca sa che sette anni fa ha perduto la vista in un incidente motociclistico: da quel momento la sua vita è inevitabilmente cambiata e ora comunica il sentire il vino nella sua nuova condizione di non vedente. Inalterate sono rimaste le qualità di sensibilità e di cortesia poichè Luca ne era già ampiamente provvisto.

A differenza di chi nasce già senza, aver vissuto con e privo di questo importante senso, gli consente di capire appieno il cambiamento avvenuto, e per circa un’ora assieme ad altri comunicatori del vino, ai produttori del vino assaggiato, e alle persone che ci hanno ospitato, abbiamo fatto l’esperienza che è la sua nuova quotidianità: ascoltare il vino senza poterlo vedere. Un momento emoziante ad alta concentrazione di emotività.

Questa è la vera “degustazione alla cieca”, quindi quella dove la sola bottiglia ci è occultata, è da chiamare “degustazione coperta”: cercherò di non incappare più nell’errore.

Del resto che importanza può avere il colore?

Potrebbe sembrare il motto di una campagna pubblicitaria, ma sono anni che sostengo assieme certamente ad altri, che la visiva andrebbe eliminata da qualsiasi valutazione, soprattutto se si intende dare dei punteggi.

Nel nostro caso, abbracciati dalle tenebre, non si trattava solo delle variazioni cromatiche da percepire in un bicchiere ma di effettuare concentrati e rilassati una sorta di degustazione capovolta, respirando il vino intensamente, sentendolo nelle nostre viscere, cogliendo il qui ed ora del momento, percependo il liquido nella profondità del corpo, e affinché l’esperienza si completasse occorreva che fosse ingerito. Quindi nessun contenitore per versare il vino era previsto nella prima fase dell’assaggio (qualcuno si deve far carico dell’onere di trovare un sinonimo più elegante al termine in voga al momento di “sputacchiera”: inizio io con “sversatoio”) e cautela estrema nell’individuazione e posizionamento dei calici, con l’ulteriore invito ad astenersi a ondeggiare gli stessi per evitare fuoriuscite indesiderate.

Non so se per voi è lo stesso, ma è sempre durante la notte, con l’oscurità, che mi ritrovo completamente con me stesso, solo con la mia interiorità, e non sempre mi sento a mio agio, quindi il fattore buio si presta perfettamente all’introspezione. Per rendere totale l’esperienza necessitava di un ultimo veicolo, a chiusura di un cerchio di elementi che comunicano col nostro profondo (visto che anche il vino ottempera al proposito): la musica.

Obbligatorio era pertanto collocare l’evento in luogo adeguato.

Studio 33 di Enzo Abbate (il numero scegliete voi se è per causa del civico 33a di via della Paglia oppure per i giri del vinile), un salotto curato finemente da un progetto di Ana Gugić, è l’ambiente perfetto. Una hi-end listening room, un locale che emozionerebbe qualunque audiofilo, che utilizza essenzialmente prodotti della Oswalds Mill Audio, dagli amplificatori con valvole originali degli anni ’50, ai diffusori AC1 da pavimento, costruiti con legno massiccio, a tre vie e caricati a tromba posta in cima, e tant’altro che non riesco ad esprimere per via della mia ignoranza, una elegante sala curata nei minimi dettagli affinché  la musica si allarghi nello spazio, venga espansa e non compressa, ti avviluppi senza che tu possa sottrarti e impedirlo. Il progetto di Studio 33 si completa con una propria etichetta discografica, la Hyperjazz.

Entrati nel buio totale l’udito si è preso lo spazio lasciato dal senso che momentaneamente ci era venuto a mancare. Il rumore del vino che percolava nei calici si è amplificato, più che definirlo molto vicino era tridimensionale e assomigliava al sentire della musica nelle cuffie. Un suono rilassante, ipnotico, zen e mistico per la mia esperienza. Per un momento ho pensato provenisse dai diffusori, fino a quando questi si sono attivati sul serio, trasmettendo musica italiana d’autore (De Gregori, Califano, De André, Morricone performato da Pat Metheny) con brani meno noti dimodoché le dolci melodie servissero allo scopo di interagente e non intralciassero la concentrazione della degustazione. Ciò che è avvenuto durante, a tu per tu col vino, è complicato da spiegare in maniera compiuta e immagino che ognuno dei presenti avrà la sua versione da raccontare. Semplificando è stato un avvenimento totalmente diverso da quanto finora mi era accaduto in un frangente analogo, anche nella semplice fruizione del succo d’uva fermentato. Al di là delle considerazioni sul vino che comunque esprimerò, è stato un rapporto molto intimo e consensuale con il liquido odoroso (cit.), come quello tra due persone che si intendono e si amano.

Ma è giunto il momento di parlare dei vini.

L’azienda che si è coraggiosamente prestata all’esperimento è stata la Cantina Roccafiore situata in Umbria a Todi. Ero stato messo in allerta in anticipo che la Cantina disponeva di un Grechetto di notevole qualità. Oltre a confermarlo aggiungo di grande longevità.

Luca Baccarelli ci ha narrato la nascita dell’azienda avvenuta alla fine degli anni ’90 per opera del padre Leonardo, una tenuta di circa 90 ettari dei quali solo 15 sono vitati, il resto è destinato a noccioleti e oliveti (abbiamo avuto occasione di assaggiare un olio a base del classico trittico di frantoio, moraiolo e leccino di grande intensità e qualità). Roccafiore si completa di un resort con centro benessere e ristorante.

Antesignana nell’investire su un vitigno autoctono come il Grechetto, che 20 anni fa era una scommessa con incerto risultato, Roccafiore ha grande attenzione al rispetto dell’ambiente, suggellata dall’essere nel 2007 tra le prime aziende vinicole a dotarsi di fotovoltaico. La conduzione è in biologico, con certificazione di viticoltura sostenibile Viva, e alcuni vini sono effettuati con fermentazione spontanea da pied de cuve.

Protagonista dell’evento è stato il Grechetto, ma l’azienda produce anche un vino da Trebbiano Spoletino (chiamato l’altrobianco), un sangiovese (anche in versione rosato), altri due rossi fra cui un Montefalco Sagrantino, e infine un passito da uve Moscato. È attiva anche con una distribuzione di champagne e affini chiamata Les Bulles, che al momento ha in catalogo 22 aziende. Abbiamo avuto modo di assaggiarne uno, proveniente dalla valle della Marna, l’extra brut di Éric Taillet domiciliato a Baslieux-sous-Châtillon, da Pinot Meunier in purezza, molto sapido rispetto a quanto il vitigno generalmente offre.

Il Grechetto di Todi è una Doc relativamente giovane, instaurata nel maggio 2010, ma il vitigno era già menzionato da Plinio il giovane quindi abbiamo un buco di attenzione di duemila anni, ci dice con ironia Luca Baccarelli. La varietà dà luogo globalmente a circa un milione di bottiglie, una produzione ancora irrisoria.

Vini in sottrazione, freschi e bevibili era l’idea alla base del concepimento paterno e per arrivare al risultato e dargli spessore e agilità si rivolgono all’enologo Hartmann Donà di Terlano. Dopo quindici anni di collaborazione, a partire dal 2014 la cura in vigna e in cantina passa in mano a Luca con il supporto dell’enologo Alessandro Biancolin.

Per godere di un clima maggiormente fresco, consentire acidità e maturazione adeguata dei grappoli, in tre riprese i vigneti vengono spostati sul versante nord; tuttavia l’effetto collaterale è il problema di gelate primaverili, come è avvenuto nel 2017 e 2021.

Al buio eravamo in presenza di una verticale del medesimo vino con annate diverse, e questo personalmente lo avevo colto. Il fatto sorprendente è di non aver centrato la successione dei millesimi, nella fattispecie abbiamo iniziato con il secondo più anziano, e sul quale avevo quasi la certezza fosse tra i più giovani.

Il Grechetto di Todi Fiorfiore di Roccafiore effettua una pigiatura delicata delle uve, con mosti decantati in modo naturale e fermentazione spontanea con pied de cuve a temperatura controllata in tini di acciaio.

L’affinamento è di 12 mesi in anfore non ossidative, con ridottissa porosità, che quanto a risultato sono assimilabili adoperando contenitori in cemento vetrificato, inoltre sono utilizzate grandi botti di rovere di Slavonia di legno esausto, dove il vino rimane a contatto con le fecce fini e non svolge la fermentazione malolattica; dopo l’imbottigliamento il vino riposa minimo 6 mesi in bottiglia.

Fiorfiore 2016 13.5%

Sorso teso ed elegante, proveniente da una annata esemplare. È stato il vino che ha maggiormente sorpreso per via della sua freschezza, ingannando i partecipanti, come chi scrive che lo aveva collocato nella decade successiva. Lineare, con note di miele d’acacia, di cipria, confettura di frutta gialla. Tuttavia mi aspettavo una complessità e una persistenza maggiore.

Fiorfiore 2017 13%

Malgrado l’annata calda il vino è risultato fresco, vivo, dotato di grande sapidità e piacevolezza. Frutta a polpa gialla e una tenue nota tannica fa intendere lo spessore riscontrato nel calice. Amerei riassaggiarlo in seguito perchè potrebbe destare delle sorprese.

Fiorfiore 2018 13%

Il vino che mi ha entusiasmato in maniera più significativa. Fresco, con sorso verticale, una beva complessa e ricca, e piacevolmente scorrevole. Sapido e con note minerali in evidenza, molto intenso olfattivamente, con richiami alla frutta gialla e anche a quella esotica, munito di richiami a delle spezie delicate. Lunga è la sua persistenza a rimarcare lo spessore di questo vino.

Fiorfiore 2019 13%

Non sempre le bottiglie sono in stato di grazia. In questo caso ho trovato un vino poco concentrato, con sentori vinosi, di tenue frutta esotica, di ananas, e indubbiamente sapido. Al palato è rarefatto e di media persistenza.

Fiorfiore 2014 13.5%

La magnum aperta per l’occasione è la testimonianza della longevità del vitigno, quando è prodotto con maestria. Proveniente da una singola vigna di circa un 1,5 ettari, si differenzia dagli altri vini assaggiati per la vinificazione avvenuta interamente con l’affinamento in legno, nessun apporto quindi dovuta ad anfore. Si riscontrano ovviamente i segni dell’evoluzione, ma il vino è ancora teso, con note di legno e di frutta a confettura, di miele, glicerina, cera d’api, crema pasticciera, ma anche con sentori di cipria, e di sapidità e mineralità persistenti.

Complessivamente la missione è compiuta se si intendeva creare vini agili, freschi e improntati alla beva. Circa la vinificazione in sottrazione invece, devo dire che li ho trovati molto più ricchi di quanto ci si poteva aspettare, senza tuttavia arrivare all’opulenza. Per la mia modesta opinione è un plus rilevante. La cosa però ancor più importante è la costanza nella cifra stilistica, declinata alla freschezza, alla sapidità e mineralità.

A conclusione dell’articolo, devo ammettere che pur avendo tentato il completo rilassamento durante l’oretta in cui si è svolta la degustazione alla cieca (secondo il parere del mio orologio vi sono riuscito perché sancisce che ho dormito per 18 minuti) ero altrettanto consapevole della transitorietà dell’esperienza: essere in quella condizione è certamente tutt’altra faccenda.

Radda Nel Bicchiere 2025: un viaggio emozionante nel cuore del Chianti Classico

Il borgo medievale di Radda in Chianti ha ospitato, il 24 e 25 maggio 2025, la 28ª edizione di Radda Nel Bicchiere, un appuntamento imprescindibile per gli appassionati e gli operatori del settore. Oltre trenta aziende hanno presentato in degustazione più di cento etichette, offrendo un panorama approfondito sulle eccellenze del Chianti Classico.

A corredo delle degustazioni, due seminari di alto profilo hanno arricchito l’evento: il primo, un gemellaggio tra il Sangiovese e il Cannonau, guidato da Aldo Fiordelli, ha esaminato le peculiarità e le affinità tra queste due grandi espressioni territoriali.

Il secondo, Radda Vintage, condotto dal sommelier Giovanni D’Alessandro e da Davide Bonucci (presidente di Enoclub Siena e fondatore di Sangiovese Purosangue), ha offerto un’analisi verticale di trenta anni di annate di Chianti Classico, Riserva, Gran Selezione e IGT, mettendo in risalto il carattere evolutivo della denominazione.

Il valore storico e identitario di Radda nel Chianti Classico: Radda riveste un ruolo centrale nella storia del Chianti Classico, essendo stata cuore pulsante della Lega del Chianti fin dal XIII secolo. Oggi è una delle undici Unità Geografiche Aggiuntive (UGA) della denominazione, accanto a San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina e San Donato in Poggio. Molte aziende sono state valutate positivamente durante le recenti Anteprime Toscane, nella manifestazione Chianti Classico Collection, agli articoli sulle tipologie Annata e Riserva e Gran Selezione.

Radda Vintage: Trent’anni di Chianti Classico in degustazione. Sedici aziende hanno contribuito alla retrospettiva, proponendo alcuni dei loro vini più rappresentativi:

·  Istine, Chianti Classico 2015

·  Poggio alla Croce, Chianti Classico 2015

·  Podere Terreno, Chianti Classico Riserva 2017

·  Brancaia, Chianti Classico Riserva 2016

·  Pruneto, Chianti Classico Riserva 2015

·  Castello di Albola, Chianti Classico Riserva 2013

·  Borgo Salcetino, Chianti Classico Riserva 2013

·  Caparsa, Chianti Classico Riserva 2005

·  Vigneti La Selvanella, Chianti Classico Riserva 1988

·  Castello di Radda, Chianti Classico Gran Selezione 2016

·  Montemaggio, Chianti Classico Gran Selezione 2015

·  Castelvecchi, Chianti Classico Gran Selezione Madonnino della Pieve 2010

·  Corte Domina, a.M.a.r.t.i. Rosso 2017

·  Poggerino, Primamateria 2014

·  Podere Capaccia, Podere Capaccia 2011

·  Livernano 2009

È impossibile tracciare una classifica dei campioni degustati: il panorama del Chianti Classico si distingue per la ricchezza delle sue espressioni territoriali, dalle annate alle riserve, fino alle prestigiose Gran Selezioni.

Ogni declinazione di questo vino iconico racconta una storia di tradizione e territorio, affermandosi con carattere e autenticità. Fondamentali, come sempre, gli interventi dei produttori, che arricchiscono la presentazione con dettagli inediti su storia, famiglia e radici culturali, offrendo un viaggio sensoriale che va ben oltre il calice.

L’organizzazione di Radda nel Bicchiere è resa possibile grazie all’instancabile lavoro della Pro Loco di Radda in Chianti e dell’Associazione dei Vignaioli di Radda, testimoni di una dedizione che ha contribuito alla crescita e alla valorizzazione del territorio, un percorso che, negli ultimi anni ha portato alla definizione delle UGA, marcando un ulteriore passo avanti nella riconoscibilità del Chianti Classico.

Lazio: inaugurata la nuova cantina di Eredi dei Papi

A Montecompatri (RM), è stata inaugurata la nuova cantina di Eredi dei Papi alla presenza del sindaco Francesco Ferri. Il taglio del nastro è stato pieno di emozioni, con i titolari Chiara e Lorenzo Iacoponi che hanno ripercorso il loro cammino fino ad oggi, interessato anche da eventi dolorosi in cui si sono fatti forza a vicenda per andare avanti. L’inaugurazione della cantina è stata dedicata a tutti gli amici, ma soprattutto ai genitori che purtroppo non ci sono più e che hanno creduto nel loro nuovo percorso.

Lorenzo, trascorsi da avvocato, mentre Chiara manager di successo per una famosa azienda americana. Lorenzo non si vedeva a suo agio con la cravatta tra sale di tribunale e il richiamo delle origini era forte. Così decide di cambiare rotta e intraprendere gli studi di enologia.

Il loro nonno aveva alcuni ettari vitati che erano rimasti alla famiglia, ma gestiti da altri. Un problema di salute dei genitori fa capire a Lorenzo che è il momento di fare una scelta, e quella che gli viene naturale è passare dalla facoltà di giurisprudenza a enologia. Diventato un giovane enologo pieno di passione e con tanti progetti, Lorenzo decide di riprendere i vigneti che gli aveva lasciato il nonno “Papi”.

Ma anche Chiara capisce che non poteva mancare dagli affetti familiari e ritorna per aprire, con il germano, una Cantina vinicola come desiderava il nonno. Loro due eredi di un vignaiolo non potevano che chiamarsi Eredi dei Papi.

Iniziamo gli assaggi insieme a Chiara, con le bollicine del rosato “Fuori Onda”, metodo classico a base Montepulciano dal color rame brillante, versatile e complesso allo stesso tempo.

A seguire entrano in gioco gli autoctoni laziali come la Malvasia Puntinata e il Cesanese, accompagnati da alcune varietà internazionali. In ordine Albagia, Caparbio e Schietto sono i bianchi di annata e Composto il rosso che unisce il Syrah a altre uve a bacca rossa. Poi ci sono le Edizioni limitate rappresentate da un bianco “Galatea” e un rosso, il “Neralbo”. Le etichette sono dei disegni moderni in rilievo, molto piacevoli alla vista e al tatto, impreziosite da elementi lucenti, attraverso quel concetto che per i designer si chiama Family Look.

  • Galatea – IGT Lazio Malvasia Puntinata. Galatea è un’etichetta dell’azienda prodotta esclusivamente nelle annate in cui la natura regala le migliori espressioni di Malvasia Puntinata. Le uve, accuratamente selezionate e raccolte a mano con una vendemmia leggermente tardiva, vengono messe a fermentare in botti di castagno da 350 litri. Segue un affinamento nelle stesse botti per 9 mesi e in acciaio per ulteriori 3 mesi. Al centro dell’etichetta una stella blu che brilla d’oro. Esplosione di frutta gialla matura, con note speziate di vaniglia e cannella unite a note dolci come il caramello e il miele. Una morbidezza accompagnata da una leggera freschezza che ne invoglia la beva, un sorso ricco e un finale lungo che torna con note di frutta secca, mandorla.
  • Neralbo – IGT Lazio Syrah, Uve di Syrah vinificate in purezza, frutto di una selezione estrema dei migliori grappoli che danno vita ad una tiratura limitata di bottiglie. Un affinamento di 12 mesi in acciaio e una permanenza di altri 12 mesi in barrique hanno reso Neralbo un vino in continua evoluzione, possente ed equilibrato, sensuale e puro al naso e al palato, elegante e austero nella sua complessità. Quindi la caratteristica della speziatura e del pepe, sono armonizzate con note fruttate e meno austere.

Degustazione verticale del Syrah “Neralbo”

Una degustazione affascinante e rivelatrice quella dei Syrah Neralbo della Cantina Eredi dei Papi, che ci ha permesso di esplorare tre annate (2018, 2019, 2020) e di confrontare il comportamento del vino nei formati classici da 0,75 l e magnum. Un viaggio sensoriale che racconta la mano del produttore, la voce del territorio e l’influenza decisa delle annate.

Neralbo 2020 – Formato 0,75 l

Annata calda e poco piovosa, e si sente: il vino si presenta con una spiccata nota speziata, un mosaico di spezie dolci e orientali, affiancate da un profilo erbaceo che richiama le erbe mediterranee. In chiusura, emerge un’interessante nota ferrosa, quasi ematica, che conferisce carattere e profondità al sorso. Un vino intrigante, diretto e sincero, che riflette bene l’annata.

Neralbo 2020 – Formato Magnum

Il formato più grande amplifica la complessità aromatica: oltre alle note già presenti nella versione standard, si avverte una leggera ma seducente sfumatura affumicata e un tocco di liquirizia che aggiunge profondità. Al palato, la struttura risulta più coesa, con una persistenza decisamente superiore. La maturazione in magnum sembra regalare un’espressione più elegante e stratificata di questo Syrah.

Neralbo 2019 – Formato 0,75 l

Un’annata felice, con un buon equilibrio climatico, che si riflette in un vino di grande armonia. Al naso e in bocca, si impone con eleganza e complessità: le componenti fruttate, speziate e vegetali sono perfettamente fuse in un corpo strutturato ma sempre equilibrato. Il tannino è setoso, integrato, senza spigoli. Un vino rotondo, pieno, che mostra una maturità stilistica evidente.

Neralbo 2019 – Formato Magnum

Rispetto alla bottiglia da 0,75 l, questa versione magnum rivela una maggiore freschezza, con note vegetali più vivaci che alleggeriscono la beva e prolungano il sorso. L’equilibrio resta impeccabile, ma con un tocco più “verde” che lo rende potenzialmente ancora più longevo. Un vino che riesce a unire forza e slancio.

Neralbo 2018 – Formato 0,75 l (prima annata)

L’esordio di Neralbo avviene in una delle annate più difficili: la pioggia a intermittenza e la vendemmia scarsa hanno portato a una selezione quasi maniacale delle uve. Il risultato è un vino sorprendente per bevibilità e carattere. Frutto in primo piano, accompagnato da note aromatiche di erbe e spezie che lo rendono coinvolgente e piacevole. Un Syrah ancora “giovane” nella visione produttiva, ma già ricco di personalità.

Il Neralbo si conferma un Syrah dal carattere deciso, capace di interpretare in modo autentico le annate e il territorio. Il confronto tra i formati rivela chiaramente come il magnum offra maggiore profondità, freschezza e potenziale evolutivo. Le annate 2019 e 2020 spiccano per completezza e finezza, mentre il 2018 rappresenta un debutto coraggioso, che già lasciava intravedere una direzione precisa.

Milano: Best Wine Stars 2025 – curiosità, assaggi e racconti di vino all’ombra della Madonnina

Dal 17 al 19 maggio l’evento Best Wine Stars ha confermato il suo ruolo di protagonista nel panorama enogastronomico internazionale, offrendo al pubblico l’opportunità di scoprire oltre 1200 etichette e partecipare a numerosi momenti di approfondimento. La manifestazione si è consolidata come uno degli appuntamenti più attesi e dinamici nel settore.

Un elemento chiave del successo è stata la nuova Piattaforma Ufficiale visit.bestwinestars.com, che ha facilitato importanti occasioni di networking tra aziende partecipanti e operatori del settore. Il sistema di messaggistica interna ha registrato oltre 17.500 messaggi inviati, evidenziando un elevato livello di interazione e l’efficacia del sistema di matching tra visitatori ed espositori.

Durante la manifestazione, gli espositori hanno incontrato operatori provenienti da 45 Paesi, tra cui stampa, buyer, distributori, importatori, enotecari, ristoratori e appassionati, sottolineando il valore internazionale di Best Wine Stars. Gli incontri si sono svolti prima e durante la fiera, creando numerose opportunità di business.

Enzo Carbone, Fondatore di Prodes Italia, azienda ideatrice dell’evento, ha dichiarato:

“Siamo molto soddisfatti della qualità dei visitatori, ancora superiore rispetto all’edizione precedente, e della conseguente crescita delle opportunità di business generate durante l’evento. Sono orgoglioso di aver messo a punto un ottimo sistema di matching tra visitatori ed espositori, che sarà ulteriormente potenziato per il 2026, anno in cui Best Wine Stars è stata ufficialmente riconosciuta come fiera internazionale.”

Grande affluenza e apprezzamento anche per le masterclass, seminario e tasting room che si sono svolti nelle giornate del 17 e 18 Maggio nella Sala Piranesi, registrando il tutto esaurito.

Passeggiando tra i banchi di assaggio c’è stata l’occasione per parlare con i tanti produttori presenti e fare il punto della situazione con interessanti scoperte. Eccone alcune:

Cantina Delaiti – Overture spumante Metodo Classico 100% Chardonnay di intenso giallo paglierino. Al naso rivela un frutto elegante con richiami di mela e note minerali. Cremoso, con una bollicina elegante e persistente. Permanenza sui lieviti 15-24 mesi. Il racconto della Cantina Delaiti si sviluppa a partire dagli inizi del Novecento, grazie all’incontro tra Giuseppina Borgognoni, ultima erede di una famiglia di proprietari terrieri di Aldeno (Trento), e Gino Delaiti, contadino che lavorava come mezzadro sui terreni della famiglia Borgognoni. Nel corso degli anni gran parte dei terreni è passata ad altri proprietari, e negli anni Ottanta della grossa proprietà Borgognoni rimaneva ormai poco. Guido Delaiti, uno dei figli di Giuseppina e Gino, in questo periodo cominciò a recuperare i vecchi terreni di famiglia, iniziando a produrre vino per soddisfare il bisogno personale. Nel 2016 la svolta che puntò ad una produzione destinata ad una clientela più ampia, arrivando così l’imbottigliamento di vini di alta qualità.

Cantina Lurani Cernuschi  – ELLE CI un vino spumante secco, prodotto con uve Chardonnay in purezza. La presa di spuma avviene con Metodo Charmat lungo in autoclave per alcuni mesi. Le uve sono raccolte prematuramente, per ottenere una base più acida. Profumo di agrumi e mela verde con bollicine fini e persistenti. Particolare la sede della Cantina all’interno dell’ex convento di S.Maria della Consolazione: siamo ad Almenno San Salvatore, in Valcalepio e sin dai tempi dei frati, ai piedi del campanile, veniva coltivata la vite. Dalla metà degli anni ’70, l’attività dell’azienda si è rivolta alla produzione di vini da bottiglia. Gli ettari vitati sono 11 e sono disposti ai piedi del campanile del monastero.

Azienda Casigliano – ci troviamo nelle Langhe. La cantina si occupa di produzione e vendita di vini aromatizzati, seguendo metodi di lavorazione esclusivamente naturali, rispettosi della tradizione e dell’uomo. Il loro primo intento è quello di valorizzare un nobile prodotto quale il Barolo Chinato. Molto interessante però è anche il loro Brut Metodo Classico, un vino a cui viene aggiunta una liqueur estratta dall’infuso del Barolo Chinato. Con una base di 70% di Chardonnay e 30% di Pinot nero rimane per 24 mesi a maturare in bottiglia. Un sapore ed un aroma non comuni per le bollicine.

Cantine Risveglio – Virgilio Metodo Classico Pas Dosè – spuma briosa e perlage fine e persistente. Al naso note di agrumi e crosta di pane. Fresco e sapido; affina 36 mesi sui lieviti. Cantine Risveglio è una società cooperativa per azioni fondata nel 1958 da un gruppo di viticoltori brindisini. In quegli anni veniva incentivata la realizzazione di imprese in forma collettiva allo scopo di concentrare l’offerta e migliorare il potere contrattuale dei coltivatori sui mercati nazionali. Negli ultimi tempi Cantine Risveglio ha deciso di investire le proprie energie sulla valorizzazione della produzione enoica in bottiglia.

Cantine del Maresciallo – Quintus Benevento Falanghina IGP – bella espressione di Falanghina in purezza con profumi fruttati e floreali ed un sorso che richiama la sapidità e una buona acidità.  L’azienda vinicola è situata in contrada Pontefinocchio, a Torrecuso, nel cuore del Sannio. Prende il nome dal nonno Antonio Iannella, maresciallo dei carabinieri, che aveva una grande passione per i terreni e il vino.

Vigne Centro Sardegna – Krabone Mandrolisai DOC dal colore rosso rubino intenso, olfatto con note di vaniglia e spezie, al palato caldo e persistente. Un vero approfondimento dei vini di questa DOC, nata nel 1981, prodotti nella regione storica del Mandrolisai, tra le province di Nuoro e Oristano. Vitigni menzionati nel disciplinare: Bovale min. 35%, Cannonau dal 20-35%, Monica dal 20-35%. Un tuffo nella Sardegna più autentica, in uno degli altipiani più occidentali della Barbagia.

Tenute Pinna – Lentischio Cannonau di Sardegna DOC – tutta la potenza nel calice. Il nome fa riferimento alle bacche rosse del lentisco che cresce rigoglioso tra i vigneti. Un vino che rispecchia il carattere mediterraneo dell’isola. Frutta matura con richiami speziati e vegetali, dal gusto pieno, molto caldo, con un ottimo equilibrio tra freschezza e morbidezza dei tannini. TP è l’acronimo di Tenute Pinna, una realtà nata nel 2020 in piena pandemia, quando quelle che erano state idee astratte portate avanti da tempo pian piano si sono concretizzate.

Azienda Vitivinicola Bulfon – Piculit Neri IGP. Un vino dal colore rosso rubino intenso e dai sentori di frutta rossa matura e frutti di bosco; aromi finali floreali di violetta e rosa. Rotondo e morbido al gusto, acidità e tannini morbidi creano un grande equilibrio. Questa cantina ha dato uno slancio al recupero di antichi vitigni friulani che fino a trenta anni fa sembravano scomparsi: Ucelut, Piculit-Neri, Sciaglin e Forgiarin. Il cuore del lavoro di Emilio Bulfon, scopritore di queste varietà autoctone, è rappresentato dalla volontà di valorizzare e tutelare questi vitigni.

Non resta che attendere con trepidazione la prossima edizione.

Prosit!

Vinifera 2025: nuova linfa vitale al format ormai inflazionato delle fiere enogastronomiche

Vinifera è un evento organizzato da Associazione Centrifuga, nata a Rovereto nel 2017 come strumento di ricerca, supporto e valorizzazione dello sviluppo sociale e culturale del territorio alpino, con particolare attenzione alla produzione sostenibile in campo agricolo e al consumo responsabile. Leggendo la citazione per le vie brevi, non si potrebbe neppure immaginare quale prezioso tesoro nasconda il lavoro infaticabile dei suoi protagonisti.

Organizzare una manifestazione con la presenza di tutti i produttori in prima persona e valorizzare la formula del mercato – afferma Manuela Barrasso presidente dell’Associazione Centrifuga che organizza l’evento – significa favorire l’incontro e il confronto diretto tra chi produce e chi consuma, il quale ha il diritto di sapere e il dovere di informarsi da chi, dove e come sono stati prodotti gli alimenti che sta acquistando“.

Nel verbo “acquistare”, pronunciato dalla Presidente Barrasso, risiede la nuova linfa vitale per il settore fieristico enogastronomico, che non sta sfuggendo alla crisi complessiva del comparto. In realtà Vinifera non è l’unico evento in Italia a permettere l’acquisto in loco dei prodotti assaggiati dagli avventori. Fondamentale non soltanto per consentire una sorta di piccolo recupero delle spese profuse dalle aziende partecipanti, quanto piuttosto per un rapporto immediato e diretto tra consumatore e rappresentante di filiera. In ulteriore specificazione bisognerebbe poi separare, nelle considerazioni, il settore vino da quello del food e dei prodotti artigianali, che camminano su percorsi paralleli, ma molto diversi tra di loro.

Il filo rosso di Arianna è stato proprio la volontà ferrea di comunicare un intero comparto merceologico, quello del mercato alpino e transalpino, con inserimento di graditi ospiti come una selezione di produttori delle isole minori del Mediterraneo, presenti con i loro vini ai banchi  dopo aver attraversato i mari di Pantelleria, Capraia, Ischia, Isola del Giglio, Ustica, Isola d’Elba, Salina ed uno spazio interamente dedicato ai sidri grazie alla collaborazione con APAS – Associazione Pommelier e Assaggiatori di Sidro – e una selezione di birrifici agricoli.

In collaborazione invece con Slow Food Trentino è stato possibile assaggiare salumi, formaggi, confetture e altri prodotti tipici a chilometro zero, comprese le diverse sfumature che offrono i mieli alpini ed un’ampia sezione dedicata ai grani antichi e allo scambio semi, realizzata in sinergia con Coltivare Condividendo e con Rete Semi Rurali. “Il vino è un prodotto della terra, prima che un bene di consumo” – prosegue Manuela Barrasso – “in questa edizione abbiamo quindi scelto di mettere in risalto questo legame primario, dando spazio e visibilità anche agli altri coltivatori della terra, e a chi, nonostante tutto, continua a prendersene cura in maniera rispettosa“.

Nei padiglioni interni ed esterni di TrentoExpo, location accogliente nel capoluogo tridentino, oltre alla possibilità di assaggiare le specialità culinarie preparate dagli artigiani del gusto è stata garantita la partecipazione a masterclass enologiche ed a laboratori didattici promossi dai produttori stessi. Infine, musica, artigianato, un’esposizione fotografica a cura dell’Associazione Fotosintesi Avellana e lo splendido salottino di Baba Associazione Culturale. L’elenco completo dei produttori partecipanti è visionabile al link Mostra Mercato 2025 – Vinifera

La modalità interdisciplinare con cui si è rapportata la seconda edizione di Vinifera, nelle giornate del 22 e 23 marzo 2025, ha rappresentato essa stessa il segreto del suo successo, con l’augurio che possa replicarsi in futuro nell’ottica della cultura del cibo e del vino per gli appassionati e i professionisti del settore. Non poteva mancare, vista la nostra naturale inclinazione verso il mondo del vino, una carrellata di etichette che hanno colto l’attenzione per eleganza, stile e carattere.

Garlider A Velturno, poco sopra Chiusa, si trova l’Azienda vinicola Garlider, che gode di una vista magnifica sulla Valle Isarco e sull’imponente mondo alpino. Christian Kerschbaumer gestisce qui con i suoi genitori, la moglie Veronika ed i figli Anna, Elisa, Philipp e Manuela l’Azienda vinicola Garlider, producendo, su una superficie vitata di 4 ettari, cinque bianchi eccellenti oltre all’unico pinot nero di tutta la Valle Isarco. Nella regione vitivinicola più a nord d’Italia, sono circa 250 gli ettari coltivati a vite, i vini bianchi fanno la parte del leone, mentre fino al 1950 l’80% delle uve coltivate erano a bacca rossa.

Le estati calde vengono spesso accompagnate da condizioni notturne più fresche e ventilate, a volte non agevoli per le maturazioni, motivo per cui i vini di quest’areale hanno sempre nuance delicate e un’impronta minerale energica, quasi tagliente, con poca pomposità nella fase gustativa. Christian lavora col minor intervento possibile in cantina, privilegiando far esprimere al meglio le caratteristiche del varietale anche tramite lunghe soste in bottiglia. Il Müller Thurgau 2021 è ricco di scie fruttate fini e coinvolgenti, dalla mela golden ai richiami di litchi, per chiudere verso erbe officinali e iodio marino.

Nell’ottica dei vitigni autoctoni ereditati dalla dominazione asburgica, il Grüner Veltliner 2021 è polposo e tropicale, tra ananas maturo e mango, mentre il Sylvaner 2021 dimostra tutta la sua gioventù restando fermo su note citrine molto toniche, che evolvono nella selezione “Y” 2019 verso agrumi mediterranei, balsamicità e chiosa sapida lunghissima.

Azienda Agricola Ronco Daniele i suoi antenati coltivavano l’ulivo nel 1800 tra le colline nell’alta Valle Arroscia, nel comune di Ranzo e nell’alta Val Lerrone, più precisamente nel comune di Casanova Lerrone, estremo lembo occidentale della Liguria. Il frantoio andò perduto a causa dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni del Novecento, insieme ai numerosi ulivi, la famiglia iniziò a coltivare per uso personale una piccola vigna nei pressi di Ranzo, si trattava di un vitigno autoctono: il Pigato, che dal 2012 Daniele ha recuperato con amore su declivi esposti al Sud, paralleli al mare.

Dalla piovosa e altalenante 2024 ne emerge un Pigato pieno di polpa matura e calore, accompagnato dalle classiche sensazioni officinali, forse più presenti nella 2023 ma non con la stessa profondità d’assaggio. Eccellente il cru “Rosetum” 2023 al limite del salmastro, che sviluppa essenze idrocarburiche nella torrida 2022.

Interessante, infine, la Granaccia, per molti vista come il futuro dell’areale dati gli attuali cambiamenti climatici e che Ronco lavora solo in acciaio e vetro, al fine di non appesantire il frutto delicato al sapore di fragola e ciliegia matura della 2023, dotata però di maggiore complessità e freschezza in versione 2022.

La cantina Klinger Pilati, sulle colline di Pressano (TN) è circaondata da ettari di vigneti, rinomata per la coltivazione del Gewürztraminer. Nel 1921 il bisnonno Luigi Pilati acquistò Maso Clinga, appena sopra il paese, un maso fondato nel lontano 1500 dalla famiglia tedesca Klinger, nelle vicinanze delle miniere d’argento, che, per secoli, hanno caratterizzato l’area con il risuonare dei picconi (in tedesco risuonare si dice “klingen”, da cui, forse, il nome).

Oggi la famiglia possiede una piccola porzione di vigneti, disposti in questa terra storicamente apprezzata per composizione geologica, esposizione, ventilazione ed altitudine, e nei masi limitrofi, con un’altitudine che va dai 350 ai 500 mslm. Dal 2018 papà Felice, i figli Enzo, Lorena e Umberto, proseguono la tradizione viticola come Klinger Winery. Ma è dalle vigne storiche di Nosiola del 1925 che la famiglia Pilati riesce ad esprimere il grande potenziale del territorio in cui risiedono. Una varietà che ha vissuto momenti di entusiasmo, seguiti da altrettanti opachi, al limite del dimenticatoio. E dire che è l’uva cardine dell’antichissimo Vino Santo, dolce perla enologica trentina di infinita bellezza, ormai scomparsa dai radar della stampa di settore.

La Nosiola 2022 di Klinger Pilati è semplicemente pazzesca, con le sfumature gessose e golose che rimandano ad alcune espressioni magnifiche di Riesling tedeschi, con la differenza del finale quasi mieloso e floreale meglio aderente ai canoni della Nosiola. Note che si esaltano ulteriormente nella 2018 con inserimenti di cedro e arancia candita. Bene anche lo Chardonnay 2021 e il Gewürztraminer 2022 proposti in chiave moderna con breve passaggio in legno e, nel caso del secondo campione, con un residuo zuccherino inferiore ai 3 g/l che non inficia la personalità tropicale del vino.

Reyter ha sede nell’ultima isola di Lagrein rimasta nel quartiere Gries della città di Bolzano. La naturale base dei suoi vini è il particolare terreno alluvionale porfirico e morenico dei fiumi Talvera e Isarco. Rinunciano ad ogni tipo di fertilizzante, provvedendo ad un’attiva biodiversità con semine mirate, cosa che permette ai terreni di diventare autosufficienti.

La difesa del Lagrein e della Schiava è la forza di Reyter, che li presenta entrambi in uno stile misurato, mai ingombrante. Lakrez 2020, rosato 100% Lagrein, da vigne d’età fino a 60 anni, resta 20 ore a contatto con le bucce, con il tipico timbro di piccoli frutti di bosco e petali di violetta.

Straordinario lo Chardonnay 2022 in tonneau, tra sensazioni marine e affumicature da renderlo paragonabile ad alcuni grandi Vin de Reserve francesi. Termina il giro la Schiava 2018 da cloni differenti, ricca di verve agrumata e officinale. Succosa, immediata, gastronomica, tutto ciò che si desidera da una delle regine dell’Alto Adige.

Agricola MoS – dal 2018 Luca Moser e il cugino agronomo Federico iniziano l’attività di vitivinicoltori in Val di Cembra partendo da 6 varietà (Chardonnay, Riesling renano, Schiava, Müller Thurgau, Pinot Grigio e Pinot Nero) in 6 diversi appezzamenti tra Zambana e Lisignano per un totale di appena 1,5 ettari. Tra i terrazzamenti con muretti a secco patrimonio Unesco, se ne contano ben 700 chilometri, la vita del vigneron cembrano non è semplice, ma Luca e Federico riescono ad offrire prodotti di personalità.

Come l’appetitoso Tesadro 2023 da Chardonnay in purezza e sosta in legni nuovi e usati, con evidenzia di frutta secca, toni speziati e finale burroso o il Riesling (Renano) 2023, stuzzicante nelle sue vene d’arancia gialla e mela verde. Tripudio per il Pinot Nero 2023, da tre cloni diversi ed un passaggio per appena il 10% della massa in barrique. Ad un passo immaginario da Pommard, per la palpitazione tannica evidente e invitante, compresa la parte ferrosa di fine bocca.

L’azienda Colombo Sormani nasce da Lorenzo Colombo e Andrea Sormani, originari di Lecco, che hanno abbandonato le loro carriere per inseguire la passione per il vino. Lorenzo, ex elettricista, e Andrea, ex metalmeccanico, hanno iniziato la loro avventura nel mondo vinicolo nel garage, acquistando uve locali. 

Oggi si estende su circa 2 ettari e produce tre etichette. L’intero processo produttivo è improntato sull’agricoltura biologica, con un forte rispetto per la natura e il territorio della Valtellina. Il Rosso della Valtellina 2022 “Risc” è molto agile alla beva, giocando su visciole mature, humus, noce moscata e chiodi di garofano.

Il Valtellina Superiore Docg 2021 “Puntesel” è buono e moderno, con tipica affumicatura e ricordi boschivi del Nebbiolo (Chiavennasca) di queste terre. In edizione anche la loro prima annata de Valtellina Superiore Docg sottozona Sassella 2021 semplicemente unica per il carattere da amarene sotto spirito, spezie dolci, foglie di ribes ed eucalipto e scie ematiche eterne.

Appenninia Wine Festival 2025

La terza edizione di Appenninia Wine Festival, evento andato in scena all’interno dello Spazio Brizzolari di Scarperia e San Piero (Fi), è stata dedicata ai vini che vengono prodotti lungo l’arco appenninico. Una kermesse rivolta sia agli appassionati di vino che ad operatori professionali. Nutrita la presenza di produttori toscani ed emiliano-romagnoli e anche di alcuni provenienti da altre regioni dell’arco montuoso.

Interessante il convegno dalla Terra al Calice: il Valore unico dei vini Appenninici in un mercato in evoluzione. Condotto da Andrea Gori, wine expert nonché patron con il fratello Paolo della storica trattoria fiorentina Da Burde, sono intervenuti Alessandra Biondi Bartolini, giornalista e divulgatrice scientifica, Stefano Zaninotti, agronomo della “Vitenova Srl società di consulenza agronomica” di Ronchis, Udine, Emiliano Falsini, enologo e consulente vitivinicolo, Gennaro Giliberti, dirigente responsabile di settore Produzioni agricole, vegetali e zootecniche presso la Regione Toscana; Riccardo Tronci, esperto in comunicazione e strategie digitali presso l’azienda Dgnet. Importante l’intervento conclusivodi alcuni produttori presenti in sala.

Gli argomenti trattati sono stati molti, articolati e quelli più attuali, durante le due ore di tavola rotonda: il calo dei consumi, i cambiamenti climatici con conseguenti vantaggi in territori simili, la sostenibilità in tutte le sue accezioni, viticoltura eroica, comunicazione e mercati. Un territorio vasto, che presenta peculiarità variegate legate sia ai differenti vitigni, alle altitudini, ai suoli e microclima in ben 15 regioni dell’Appennino.

Problemi anche legati allo spopolamento di piccoli borghi, al dissesto idrogeologico, alla viabilità e servizi socio-sanitari carenti rispetto alla città. 

Una passerella, però, anche per 40 produttori ed i loro assaggi memorabili

Gigli Spumante Rosé MC Brut – 36 mesi sui lieviti,  ottenuto con uve di Barsaglina – Rosa tenue, bollicina fine, emana sentori di fragolina di bosco, melagrana, scorza d’agrumi e pan brioche,  scivola fresco e saporito nel suo sorso stimolante. Da Borgo a Mozzano (Lu).

Kar Rha Candia dei Colli Apuani Castagnini – Vermentino 80%, Albarola e Trebbiano Toscano 20% – Giallo paglierino luminoso,  sprigiona sentori di ananas, mela, pesca e fiori di campo. Al palato è vibrante,  armonioso e duraturo. Da Carrara.

Barasta Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2015  Casaleta – Giallo dorato, i sentori richiamano la frutta a polpa bianca, fiori di campo e miele impreziositi da note mentolate. Il sorso è pieno, avvolgente nonché persistente. Da Arcevia (An).

Montere’ Ravenna Bianco Igt 2022 Vigne dei Boschi – Albana – Giallo paglierino, sfumature dorate,  sviluppa note di frutta tropicale ed erbe mediterranee uniti a note agrumate. Dinamico e rinfrescante,  coerente e persistente. Da Solarolo (Ra)

Fraciélo 2020 Casetta dei Frati Modigliana – Chardonnay-  Giallo dorato brillante, presenta note di zagara, frutta esotica, pompelmo, burro e nocciola. Trasmette al palato una grande piacevolezza di beva e una buona avvolgenza. Modigliana (FC)  .

Pinot Nero Monteprimo 2022 Bacco del Monte – Rosso rubino trasparente, con note di ribes, rosa canina, ciliegia è sottobosco. Al gusto è setoso, pieno ed appagante. Da Vicchio (FI).

Chianti Rufina Riserva 2019 Fattoria del Lago – Sangiovese in purezza – Rubino con sfumature granate, rivela sentori di frutti di bosco rossi e neri, amarena, tabacco e spezie dolci. Il sorso è avvolgente, ricco e suadente. Da Dicomano (FI).

Syrah Toscana Igt 2022 Villa Magra – Rosso rubino profondo, al naso i sentori sono quelli di amarena, ribes, pepe nero è bacche di ginepro. In bocca arriva morbido con tannini poderosi e setosi e un finale lungo e saporito. Da Bibbiena (AR).

Vinsanto del Chianti Rufina Doc 2005 Frascole – Trebbiano e Malvasia – Giallo ambrato, spiccano al naso note intense di frutta candita, datteri, fichi, miele e nuance balsamiche. Piacevolmente dolce, leggiadro e coerente. Da Dicomano (FI).

Monserrato 1973: vini nati tra i monti del Sannio

Il Monte Serrato è una vasta e dolce collina, esposta a mezzogiorno, che sorge nel territorio del Comune di Benevento in località “La Francesca”. Chiunque percorra la strada che dal capoluogo sannita conduce ai luoghi natali di San Pio, a Pietrelcina, non può fare a meno di notarne l’ampiezza e la vocazione olivicola e viticola.

Deve essere stata la sua vista ad ispirare il compianto Francesco Zecchina, imprenditore edile mantovano, partigiano del C.L.N. virgiliano, trapiantato a Napoli sin dai primi anni ’50, che decide di acquistarne nel 1973 una consistente porzione. Il Cavaliere del lavoro Zecchina vi trova un’arida pietraia e un vecchio rudere abbandonato ma, con l’aiuto del giovanissimo e fidato Peppino Bibbò, dopo pochi mesi e molte tonnellate di pietrame rimosso, fonda l’azienda agricola Fattoria Monserrato.

In epoca la zona era massivamente dedita alla coltivazione del rinomato tabacco “riccio beneventano” di cui Fattoria Monserrato, per i primi decenni ne fu qualificata interprete. Poi a fine anni ‘90 la svolta, ispirata dalla antica passione di Francesco Zecchina per i vini di qualità, di affiancare ai 6 ettari di olivi anche l’allevamento della vite. Oggi Monserrato 1973 è una solida e variegata realtà di oltre 50 ettari, tutti condotti in regime biologico, amministrata da Lucio Murena, nipote di Francesco, subentrato nel 2018 alla gestione di sua mamma Paola Zecchina.

Alla varietà autoctona Ortice è riservata una parte dell’oliveto dalla quale si estrarre un olio extravergine di oliva da monocultivar, tutto giocato su marcatori olfattivi tipici e gusto piccante ed amaro, mentre il Satanasso è l’EVO blend della casa a base Pampagliosa, Itrana, Frantoiana e Racioppella. La vigna aziendale, invece, si estende per 14 ettari lasciando tutto il residuo spazio seminativo alle colture annuali cerealicole, leguminose e foraggere tutte prodotte in regime di rotazione annuale biologica.

Due i principali vitigni prescelti, rigorosamente appartenenti alla tradizione beneventana: la Falanghina per la bacca bianca e la Camaiola per quella rossa. A questi si aggiungono Merlot, Piedirosso e Fiano non potendo mancare, infine, l’Aglianico, portabandiera sannita tra le uve rosse. Prima vendemmia e vinificazione nel 2000 col nome Fattoria Monserrato; poi 2018 la svolta verso l’alta gamma sia per i protocolli di campo e in cantina sia per le scelte distributive e di target delle etichette prodotte, con il nuovo, attuale nome di Monserrato 1973.

Nuovi impianti in cantina con il prevalente uso di anfore di argilla a cui si affianca la piccola bottaia di pochissime barrique ed un solo tonneau (solo per l’Aglianico) per i protocolli di fermentazione, affinamento e maturazione dei vini, redatti e controllati dall’enologo consulente Fortunato Sebastiano.

Tre i vini assaggiati per 20Italie, i cui nomi in etichetta intrecciano l’antropologia fiabesca dei luoghi, ovvero la leggenda delle streghe di Benevento.

L’abbrivio iniziale spetta al “Levata” IGP Campania, evocativo della fuga – a gambe levate – delle streghe all’alba, dopo una intera notte di danze attorno al noce beneventano. Prodotto con sole uve Falanghina parte delle quali restano alcuni giorni in anfora a contatto con le bucce con successivo stazionamento sulle polveri fini per alcuni mesi. Circostanza, quest’ultima, ravvisata nel calice dalla trama di colore paglierino fitto ed intenso che vira nettamente al dorato. Apre al palato la sua prorompente tensione acida rincorsa dalle caratterizzanti note sapide. Gli aromi di retronaso confermano ed esaltano i profumi avvertiti di fiori ginestra e frutta croccante a pasta gialla, in primis melone cantalupo. Chiude in media lunghezza con affioranti note agrumate e lontani, soffusi sbuffi vanigliati.  

L’uvaggio della IGT Campania “Murate di Sopra” 2022, si avvale dell’apporto di uve Fiano con cui i grappoli di Falanghina condividono il blend alla pari. Un terzo delle masse fermenta e affina in barrique per sei mesi mentre il resto della selezione fermenta in acciaio con pari tempistica. La livrea di Murate di Sopra risente dello scambio osmotico con il legno presentandosi in una elegante aura dorata con l’orlo del calice a proiettare una leggerissima luce smeraldina. Ampio l’olfatto non si nega ai marcatori varietali di frutta esotica matura e fieno secco ma evolve verso gli erbaggi aromatici di aneto e timo. Ancora una volta sferzante e fresca la tensione del primo sorso mentre il centro bocca, succoso e fine allo stesso tempo, apre agli agrumi dolci di cedro e bergamotto. L’imprinting finale è terra di conquista del sapido corredo minerale che conferisce lungo ricordo al sorso.

Per chi non volesse credere alla particolare predilezione per l’uva Camaiola da parte della Maison beneventana osservi bene l’etichetta… “urlata” della IGP Campania Barbera 2022, che, una volta ancora, evoca le gesta delle fattucchiere sannite le cui grida propiziatorie procuravano fatture e malocchi ai malcapitati. In cantina il vino osserva un protocollo scarno e rispettoso della natura della materia prima: soli 5 giorni di contatto con le bucce durante la fermentazione in acciaio e poi il lungo riposo in anfora prima dell’imbottigliamento. Allo stesso modo del nero dei cappelli conici a falde delle streghe, così il calice si tinge di un impenetrabile e vivace materia pigmentale, dal fitto colore rubino. Frutta e ancora frutta è il regalo olfattivo che fuoriesce dal bevante: mirtilli, gelso nero, more, ribes nero e ramassin (la piccola susina piemontese) ultramaturo a farla da padrone, salvo concedere agli aromi di retronaso l’onore di presenza con percezioni di macchia mediterranea e distanti aliti balsamici.

Tannini ben gestiti, senza graffio e spalla acida invidiabile fanno da contraltare alla morbidezza – mai zuccherina – che rende il sorso denso e appagante per un vino la cui schiettezza favorisce un pairing con gastronomia semplice, tradizionale e di elevata genuinità: un esempio? La “scarpella” di Castelvenere.

Campania Stories 2025: il lungo giorno dei bianchi campani e i migliori assaggi

“Mangia, prega, ama” recitava il titolo di un noto film. Si potrebbe aggiungere che pensare in positivo alla fine aiuti a vivere meglio, per resistere ai colpi del destino. Esattamente come hanno fatto i viticoltori della Campania che hanno dovuto sopportare il peso di una convergenza storica davvero impegnativa. Eppure la resistenza imposta dal coraggio e dalla voglia di non affondare, qualche radice forte l’ha innestata.

Non tanto nelle piante, quanto piuttosto nell’animo degli uomini che le coltivano con passione, audaci testimoni delle tradizioni enologiche senza tempo, tramandate di generazione in generazione. Le giovani leve ed i nuovi attori in gioco riescono ad ascoltare meglio le esigenze del mercato e del cambiamento climatico. Ne emergono vini, in linea generale, dotati di eccellente beva, meno pomposi e articolati d’un tempo e soprattutto puliti, ovvero eleganti.

Si assottigliano le differenze tra territori e annate; ciò che veniva visto come un principio intoccabile – le suddivisioni tecniche tra varietà e denominazioni – è stato scardinato dall’esigenza di proporsi non soltanto in Campania, ma al mondo intero. Cominciando proprio in casa, dal boom dell’enoturismo che vive l’intero comparto, oggi come non mai posto sotto i riflettori mediatici.

Accoglienza e gestione di rischi e potenzialità fanno parte della genetica di un produttore moderno, che porge lo sguardo lontano senza accontentarsi degli spiccioli facili. Il percorso fatto sin qui prevede ancora qualche pendenza da battere con sacrificio e sudore, ma la strada intrapresa non contempla retromarce. In tale contesto l’annata 2024 convince un po’ ovunque per la sua espressione fruttata intensa e la lunghezza del sorso.

Giova particolarmente ai campioni di Greco di Tufo, qualitativamente imbattibili (tra le migliori versioni di sempre) e al Fiano di Avellino inaspettatamente pronto e godibile già nell’immediato. Seguono a ruota la Falanghina targata Sannio e il Vesuvio nelle diverse tipologie presenti. Difficile comunque trovare pecche tra gli oltre 150 campioni degustati rigorosamente alla cieca, segno di un progresso che lascia ben sperare per l’avvenire. Di seguito l’elenco dei selezionati che si aggiungono ai rossi valutati ieri durante Campania Stories 2025: si parte dai migliori assaggi dei rossi campani, evento organizzato da Regione Campania e curata dall’agenzia di comunicazione Miriade & Partners.

Migliori Spumanti da uve bianche (Asprinio, Caprettone, Greco, Falanghina, Pallagrello Bianco, Fiano)

Asprinio D’Aversa Doc Metodo Martinotti Brut 2024 “Trentapioli” – Salvatore Martusciello

V.S.Q. Metodo Classico Extra Brut “Mata Bianco” – Villa Matilde Avallone

Migliori Bianchi Monovarietali e Blend Misti

Campi Flegrei Doc Bianco 2021 “Tenuta Jossa” – Astroni

Migliori bianchi a base Coda di Volpe

Sannio Doc Coda di Volpe 2024 – Fattoria La Rivolta

Irpinia Doc Coda di Volpe 2024 – Antica Hirpinia

Migliori bianchi del Vesuvio

Catalanesca del Monte Somma IGT 2024 “Katà” – Cantine Olivella

Pompeiano IGT Bianco 2024 “Pompeii Bianco” – Bosco De’ Medici

Lacryma Christi del Vesuvio Doc 2024 “Munazei Bianco” – Casa Setaro

Vesuvio Doc Caprettone 2022 “Eusebia” – Masseria dello Sbirro

Migliori bianchi dell’Isola d’Ischia

Ischia Bianco Doc Biancolella 2024 “Vigna del Lume” – Cantine Antonio Mazzella

Migliori Bianchi della Costiera Amalfitana

Costa D’Amalfi Doc Ravello Bianco 2024 “Selva delle Monache” – Ettore Sammarco

Costa D’Amalfi Doc Furore Bianco “Fiorduva” 2023 – Marisa Cuomo

Migliori bianchi a base Pallagrello Bianco

Terre del Volturno IGT Pallagrello Bianco 2024 “La Luna e il ventaglio” – Teresa Mincione

Terre del Volturno IGT Pallagrello Bianco 2023 “Morrone” – Alois

Migliori bianchi a base Falanghina

Falerno del Massico Doc Bianco 2022 “Crono” – La Masseria di Sessa

Roccamonfina IGT 2021 “Acquamara” – Porto di Mola

Migliori Irpinia Doc

Irpinia Doc Falanghina 2024 – Antica Hirpinia

Migliori bianchi a base Falanghina

Falanghina del Sannio Doc Taburno 2024 “Fluusa” – Nifo Sarrapochiello

Falanghina del Sannio Doc Vendemmia Tardiva 2024 “Alenta” – Nifo Sarrapochiello

Falanghina del Sannio Doc Taburno 2024 “Enzo Rillo” – La Fortezza

Falanghina del Sannio Doc 2024 “Anima Lavica – La Guardiense

Falanghina del Sannio Doc Guardia Sanframondi 2024 “Vignasuprema” – Aia dei Colombi

Falanghina IGT Beneventano 2020 “Cara Cara” – Terre Stregate

Campi Flegrei Doc Falanghina 2024 “Colle Imperatrice” – Astroni

Campi Flegrei Doc Falanghina 2023 “Terrazze sui Campi” – Tenute Loffredo

Campi Flegrei Doc Falanghina 2023 “Coste di Cuma” – Salvatore Martusciello

Campi Flegrei Doc Falanghina 2022 “Collina Viticella” – Cantine Carputo

Migliori bianchi a base Fiano

Cilento Doc Fiano 2024 “Saracé” – Cantina Polito

Cilento Doc Fiano 2023 “Kratos” – Luigi Maffini

Migliori Fiano di Avellino Docg

Fiano di Avellino Docg 2024 – Di Meo

Fiano di Avellino Docg 2024 “Sequenzha” – Benito Ferrara

Fiano di Avellino Docg 2024 – Colli di Lapio

Fiano di Avellino Docg Riserva 2023 “Pietracalda” – Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio

Fiano di Avellino Docg 2023 – Rocca del Principe

Fiano di Avellino Docg 2023 – Tenuta del Meriggio

Fiano di Avellino Docg 2022 “Ciro 906” – Ciro Picariello

Fiano di Avellino Docg 2019 “Colle delle Ginestre” – Tenuta del Meriggio

Migliori Greco di Tufo Docg

Greco di Tufo Docg 2024 – Vesevo

Greco di Tufo Docg 2024 – Di Meo

Greco di Tufo Docg “Serume” 2024 – I Capitani

Greco di tufo Docg 2024 “Le Arcaie” – Passo delle Tortore

Greco di Tufo Docg 2024 “I Classici” – Torricino

Greco di Tufo Docg 2024 “Vigna Cicogna” – Benito Ferrara

Greco di Tufo Docg Riserva 2023 “Vigna Ortale” – Cantine di Marzo

Greco di Tufo Docg Riserva 2023 “Vigna Laure” – Cantine di Marzo

Greco di Tufo Docg 2022 “Pietrarosa” – Cantine di Prisco

Regina Ribelle Wine Fest: passeggiare tra le dolci colline della Vernaccia di San Gimignano

Nel cuore della Toscana, dove le colline si inseguono come onde verdi e le torri di pietra svettano verso il cielo, San Gimignano si conferma scrigno di storia e di vino. Regina Ribelle, l’evento che celebra la Vernaccia di San Gimignano, è andato in scena con un’edizione che ha brillato per organizzazione, contenuti e suggestione.

Dal momento in cui Irina Strozzi ha assunto la presidenza del Consorzio, si è respirato subito un’aria nuova: visione strategica, pragmatismo e attenzione alla comunicazione, merito anche del lavoro puntuale dell’agenzia stampa Affinamenti. Nonostante il vento fresco che ha messo a rischio la cena di gala, tutto si è svolto alla perfezione, superando le aspettative.

Unico appunto: nella concitazione degli appuntamenti è mancato un momento di vero confronto collettivo sul futuro della denominazione, per comprendere le direzioni della Vernaccia di San Gimignano oggi, tra tradizione e innovazione. L’inaugurazione, fissata alle 9:00, ha visto una partecipazione ridotta, mentre la degustazione tecnica di 80 campioni tra annate 2024 e Riserva, ha dato voce alle molte anime di questo vino storico, come indicato nell’articolo sui nostri migliori assaggi della versione annata 2024 e Riserva 2023.

Degustazione alla cieca: la Vernaccia di San Gimignano si racconta nei calici

Nelle bellissime sale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea R de Grada, ogni calice diventa racconto: vini giovani, freschi e fragranti accanto a riserve più profonde e strutturate. L’eccellenza non è mancata: molti i campioni che si sono distinti con punteggi tra 92 e 95, per eleganza, equilibrio e longevità. Un vino in particolare ha toccato la vetta con 95 punti, grazie a una struttura solida e armoniosa.

Arte e territorio: Galleria Continua e Vernaccia & Pizza

Dopo la degustazione, spazio all’arte con la mostra presso Galleria Continua, dove opere di Shilpa Gupta, Arcangelo Sassolino e José Antonio Suárez Londoño hanno ampliato l’orizzonte sensoriale dell’esperienza. A seguire, cena all’“Lunaria Tuscany” con un inedito abbinamento Vernaccia e pizza d’autore, firmata da tre grandi nomi: Massimo Giovannini (Apogeo), Giovanni Santarpia (Pizzeria Santarpia Firenze) e Tommaso Vatti (La Pergola).

Tour nelle cantine: tre identità, un unico territorio

Il giorno successivo è stato dedicato alla scoperta di tre cantine del Consorzio, ognuna con una visione diversa ma complementare.

Palagetto – Il vino come espressione sostenibile del territorio

Fondata nel 1978, con la sua prima vendemmia nel 1993, Palagetto è oggi una delle realtà biologiche più solide e dinamiche di San Gimignano. Con una produzione annua di circa 600.000 bottiglie, l’azienda ha scelto di intraprendere un percorso di sostenibilità certificata (VSQNP), ponendo al centro il rispetto del territorio e la valorizzazione delle sue varietà autoctone.

Protagonista della degustazione è Arianna, interprete sensibile dell’identità vinicola aziendale. Il viaggio parte dalla freschezza delle Vernaccia di San Gimignano di annata, dove la 2024 si distingue per fragranza e immediatezza: un naso delicato di pera e mela verde, accompagnato da una beva equilibrata e un tipico finale ammandorlato. Interessante la scelta del doppio tappo (vite e sughero), pensata per incontrare gusti diversi, dal mercato americano a quello più tradizionale.

Tra le selezioni, spicca la Vernaccia di San Gimignano Arianna 2023, che unisce equilibrio e precisione aromatica. La Riserva 2022 si presenta invece come un vino ampio e gastronomico, capace di coniugare morbidezza e freschezza, con una struttura adatta a piatti più complessi.

La linea “Uno di Quattro” racconta il lato più moderno della cantina: il Merlot 2021 è morbido e speziato, il Syrah fresco e dinamico, il Sangiovese lineare e territoriale, mentre il Cabernet Franc è ancora in evoluzione, con un legno da domare.

Chiude la degustazione il Sottobosco 2019, un blend maturo che richiama lo stile bordolese con toni vegetali, frutta nera e spezie, e il prezioso Vinsanto del Chianti 2010, vera memoria liquida della Toscana. Con i suoi aromi di frutta candita, erbe officinali e una freschezza ancora viva, è un vino che emoziona e invita alla riflessione.

Fattoria Cusona – Tra storia, identità e visione

A San Gimignano, tra le colline dorate della Toscana, la Fattoria Cusona è molto più di un’azienda vinicola: è un salto nel passato, dentro una storia millenaria custodita dalla famiglia Guicciardini Strozzi. Fondata nel 994, la tenuta oggi si estende per 520 ettari, di cui un centinaio dedicati alla vite, ed è guidata da Irina Strozzi, attuale presidente del Consorzio Tutela della Vernaccia di San Gimignano, affiancata dalla sorella Natalia.

La visita è un percorso affascinante tra le sale storiche e le antiche grotte della tenuta, dove cimeli rari raccontano secoli di storia italiana ed europea. È qui che la Vernaccia trova la sua culla originaria e diventa, vino dopo vino, un simbolo identitario del territorio.

L’esperienza culmina in un pranzo elegante, pensato per esaltare la gamma di vini aziendali, con un tocco di rarità che lascia il segno. La pappa al pomodoro apre il pasto, accompagnata dalla Vernaccia di San Gimignano Titolato Strozzi 2024, seguita da gnocchi di spinaci burro e salvia in abbinamento a tre etichette straordinarie: la Riserva 2020, la Riserva 2019 e una sorprendente Vernaccia di San Gimignano 1986. Quest’ultima, vera protagonista della giornata, brilla ancora per freschezza, con note di confettura di pesca, albicocca e agrumi canditi. In bocca, colpisce per la sua longevità elegante e composta, aprendo la domanda: anche i vini di oggi sapranno sfidare il tempo così?

Chiusura di pasto con Vinsanto di San Gimignano 2015; altra sorpresa è il Vin Santo di San Gimignano DOC 1968: una esplosione di freschezza, frutta matura e candita e aromaticità che dona tanta eleganza e piacevolezza di beva a dispetto degli anni trascorsi in bottiglia.

Il peposo al Chianti, piatto forte della tradizione, chiude l’esperienza abbinato a due rossi di carattere: Sodole IGT Toscana 2020 e Millanni IGT Toscana 2017, a testimoniare l’anima più moderna della tenuta.

Presente anche Ivaldo Volpini, storico enologo della cantina da oltre cinquant’anni, che con la sua esperienza ha contribuito a costruire un ponte tra il passato e il futuro del vino toscano.

Abbazia di Monteoliveto – Dove il vino incontra la spiritualità

A pochi passi dal centro storico di San Gimignano, immersa nella quiete della campagna toscana, sorge l’Abbazia di Monte Oliveto Minore, uno scrigno di storia e spiritualità. Fondata nel 1340 dai monaci olivetani e ampliata nel 1458, l’abbazia ha attraversato i secoli mantenendo intatta la sua importanza culturale e architettonica.

Oggi questa realtà sacra rivive una nuova stagione come cuore pulsante della Fattoria Abbazia Monte Oliveto, azienda agricola di 35 ettari — 20 dei quali coltivati a Vernaccia di San Gimignano. Acquisita dalla famiglia Zonin, la tenuta unisce agricoltura, accoglienza e produzione vinicola, offrendo anche ospitalità in eleganti appartamenti immersi nel verde.

Due le etichette prodotte: la Vernaccia di San Gimignano DOCG, fragrante e fresca, dal profilo immediato e beverino, e la selezione Gentilesca, un vino più strutturato e complesso, pensato per palati più esperti e curiosi.

Il Gran finale in Piazza Duomo

La cena di gala si è svolta nella cornice mozzafiato di Piazza Duomo, firmata dallo chef Gaetano Trovato di Arnolfo Ristorante due stelle Michelin. Il menù, raffinato e territoriale, ha proposto:

  • Riso Riserva San Massimo, zafferano, ossobuco e zucchina in fiore
  • Cinta Senese con asparagi e cipollotto primaverile
  • Fragola, caramello e vaniglia
  • Piccola pasticceria e la celebre Crema di Santa Fina del gelatiere Sergio Dondoli

Protagonisti della serata ovviamente la Vernaccia di San Gimignano serviti dai Sommelier FISAR, le note jazz dell’Accademia Siena Jazz e la presentazione della scultura di Andrea Roggi, simbolo di Regina Ribelle Wine Fest, alla presenza delle autorità locali. San Gimignano continua a dimostrare che la Vernaccia è viva, plurale e in piena evoluzione. Manca ancora un po’ di coraggio nel raccontare questa evoluzione con maggiore coesione, ma il fermento è tangibile.

E questo è già tanto.

Campania Stories 2025: si parte dai migliori assaggi dei rossi campani

Il Vesuvio ospita l’edizione del 2025 di Campania Stories, evento organizzato da Miriade & Partners con il sostegno di Regione Campania, in collaborazione con AIS Campania e con la partecipazione di oltre 90 cantine provenienti da tutta la regione.

Tra i numerosi partner che rendono possibile Campania Stories, ci sono: Consorzio Tutela Vini Vesuvio, Assoenologi Campania, Palazzo Mediceo (Ottaviano), Villa Signorini (Ercolano), Hotel Sakura (Torre del Greco), Viaggi Di Maio, Distretto della Castagna e del Marrone della Campania, Lunadimiele.it, Che Pasticcio e Azzurra Comunicazione. Media partner dell’evento è Luciano Pignataro Wine Blog.

Ed è proprio nella splendida location di Villa Signorini ad Ercolano che ha inizio la canonica due giorni di assaggi, partendo stavolta dai vini rossi anziché dai bianchi, selezionati tra le numerose denominazioni IGT – DOC e DOCG. In passato era più evidente l’anima bianchista della Campania, mentre perplessità provenivano da alcune zone e stili profondamente differenti. Il livello medio dei campioni post pandemia ha visto un livellarsi al rialzo della qualità, pur mantenendo alcune espressioni anacronistiche, super estrattive e ricche di materia glicerica.

Ciò che cattura l’attenzione, invece, sono i passi in avanti verso i vertici della categoria compiuti dai più, anche grazie ad accurate consulenze enologiche e migliori studi sia in vigna che in cantina. Alla fine il vino, per quanto possa sembrare naturale e radicato al terreno e al territorio, è pur sempre un prodotto che necessita delle giuste cure. Va sfatato il tabù che “moderno” non significhi emozione.

Abbiamo optato per non degustare i pochi esemplari in rosa o da areali che non offrissero la consona quantità per poter ricavare un giudizio complessivo del percorso svolto dai vitivinicoltori. Il risultato di 92 assaggi residui evidenzia un balzo in avanti illuminante per l’Aglianico del Taburno, specie se targato 2019 e del Taurasi vintage 2020, che dimostrano prontezza di riflessi e tanto succo quasi commovente.

Bene dunque ciò che proviene dall’Aglianico, il vero motore campano; meno soddisfazioni dal Piedirosso e da altre varietà autoctone, pur con qualche spiraglio di luce e sussulto rispetto al passato. Di seguito i migliori rappresentanti in ordine alfabetico, selezionati alla cieca senza conoscenza del produttore di riferimento. Servirebbe uno sforzo ulteriore da parte di tutti gli attori in gioco, per rimpinguare il numero esiguo delle presenze, agevolando il nostro lavoro di cronisti.

Un plauso, infine, va ai sommelier di AIS Campania per la rapidità e la professionalità nel servizio, nonostante la mancanza di cestelli per bottiglie e di salvagocce, che avrebbero aiutato di gran lunga il compito.

Migliori rossi a base Piedirosso

Vesuvio Doc Piedirosso 2023 “Pietranera” – De Falco Vini

Ischia Doc Per’ e Palummo 2021 “Mille Anni” – Casa D’Ambra

Campania IGT Piedirosso 2024 “Sabbia Vulcanica” – Agnanum

Campi Flegrei Piedirosso 2021 – Contrada Salandra

Migliori rossi Vesuvio

Lacryma Christi del Vesuvio DOC Rosso Superiore 2023 – Cantina del Vesuvio Winery Russo Family since 1930

Lacryma Christi del Vesuvio DOC 2024 “Munazei Rosso” – Casa Setaro

Migliori rossi a base Casavecchia

Terre del Volturno IGT Casavecchia 2024 – Vigne Chigi

Migliori rossi a base Pallagrello Nero

Terre del Volturno IGT Pallagrello Nero 2021 “Murella” – Alois

Migliori rossi Alto Casertano

Falerno del Massico Doc Rosso 2019 “Quaestio” – La Masseria di Sessa

Migliori rossi Colli Salernitani e Cilento

Campania IGT Aglianico 2022 “Core Rosso” – Montevetrano

Cilento Doc Aglianico 2022 “Cenito” – Luigi Maffini

Migliori rossi a base Aglianico

Aglianico del Taburno Docg 2019 “Enzo Rillo” – La Fortezza

Aglianico del Taburno Docg 2019 “Pontius” – Nifo Sarrapochiello

Aglianico del Taburno Docg Riserva 2018 “Terra di Rivolta” – Fattoria La Rivolta

Migliori Doc Irpinia Campi Taurasini – Irpinia Doc Aglianico – IGT Campania Aglianico

Irpinia Doc Aglianico 2021 “Audeno” – Masseria Della Porta

Irpinia Doc Campi Taurasini 2020 “Ion” – Stefania Barbot

Irpinia Doc Campi Taurasini 2020 “Case Arse” – Giancarlo Vesce

Migliori Taurasi Docg e Taurasi Riserva Docg

Taurasi Docg 2021 – Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio

Taurasi Docg 2020 – Tenuta Scuotto

Taurasi Docg 2020 “Bosco Faiano” – I Capitani

Taurasi Docg Riserva 2019 “Evocatus” – Macchie Santa Maria

Taurasi Docg 2018 “Vigne d’Alto” – Contrade di Taurasi Cantine Lonardo

Taurasi Docg 2017 “Opera Mia” – Tenuta Cavalier Pepe

Taurasi Docg 2012 – Perillo