Pitti Taste 2025 – le aziende incontrate ai banchi d’assaggio

Si è conclusa la diciottesima edizione di TASTE, salone del food, organizzato da Pitti Immagine alla Fortezza da Basso di Firenze. Un vero e proprio viaggio nelle diversità del gusto, con 750 aziende di cui 150 alla prima comparsa. Il tema di quest’anno era “Nato sotto il segno del gusto”, ispirato dalle costellazioni, con nuove aree espositive che hanno focalizzato  l’attenzione su temi inediti, tendenze alimentari trasversali e di grande attualità. Fitto il calendario di presentazioni, eventi e degustazioni guidate sia in fiera che durante il Fuori di Taste. Una vera e propria vetrina dell’eccellenza del gusto.

Tante novità presenti, come le Aree monumentali e le Costruzioni Lorenesi, per poi passare al Padiglione centrale, che ha ospitato il “mondo dei salati”, ed il Cavaniglia, dove ad essere protagonisti sono stati i sapori dolci e la sezione dedicata  agli Spirits, con ben 34 etichette tra Gin, Vermouth e Amari. Da sempre uno degli appuntamenti più importanti del settore per selezionare i produttori.

Tra le numerose aziende, visitate ai banchi d’assaggio, segnalo le seguenti

Birra Luppola, una wet special Hop edition, definita anche “birra del raccolto”, in versione Magnum e con edizione limitata. I fiori di luppolo appena raccolti arrivano in birrificio entro poche ore per preservare tutti gli aromi ed i profumi. Una birra aromatica fruttata e floreale. Birra Luppolina è, invece, una Pale Ale romagnola, di color oro, bollicine fini, con schiuma bianca e persistente.

Azienda agricola Bellavista delle sorelle Nati in provincia di Ravenna, ha rinnovato e ampliato le cultivar con la realizzazione dell’impianto biologico di luppolo, che nel 2020 ha portato alla creazione del Giardino delle Luppole e ai prodotti derivati dalla nobile pianta.  www.ilgiardinodelleluppole.it

Parmigiano Reggiano del Consorzio Vacche Rosse, biologico e biodinamico, l’unico ad essere certificato da Icea e Demeter come prodotto di eccellenza e sostenibilità. Il Parmigiano Reggiano Vacche Rosse si distingue per un sapore complesso e armonioso, con note aromatiche di erbe spontanee. www.consorziovaccherosse.it

Prosciutto di Sauris IGP: nel cuore delle Alpi Carniche, Sauris è il Comune più alto del Fiuli Venezia Giulia ad un’altezza di 1200 metri. Prosciutto crudo di montagna, caratterizzato da una leggera affumicatura con legno di faggio che lo rende inconfondibile, morbido e aromatico.  www.wolfsauris.it

Testa Conserve – eccellenza siciliana di Catania. Da oltre duecento anni le barche della Famiglia Testa navigano nei mari di Sicilia in cerca del tonno rosso e del pesce azzurro. La loro storia è legata ad Ognina, l’antico porto di Ulisse, una storia che si rinnova di generazione in generazione. (filetti di tonno rosso, filetti di sgombro, filetti di acciughe salate, ventresca di tonno rosso). www.testaconserve.it

Renieri salumi  di Cinta Senese- Poggibonsi (Siena) – prosciutto di cinta senese stagionato almeno 24 mesi. La razza Cinta Senese ha sapore e caratteristiche uniche: sapidità e succulenza che la rende più gustosa. Il grasso è meno consistente, più fluido e molto gradevole al palato con ottime caratteristiche aromatiche. www.renieri.net

Antica Corte Pallavicina dei Fratelli Spigaroli dal 1882 – da Polesine Zibello (PR) Emilia Romagna – Culatello di Zibello stagionato  con un minimo di 10 mesi fino a 36 mesi, nelle cantine del palazzo trecentesco, un luogo ricco di storia, ove stagionavano i culatelli che un tempo venivano inviati ai duchi di Milano (gli Sforza), per i banchetti al Castello Sforzesco o come dono prezioso alla più alta nobiltà.  www.fratellispigaroli.it

Artigianquality- Bologna Emilia Romagna di Simona e Francesco Scapin – specializzati in produzione di mortadelle artigianali da maiali allevati anche allo stato semi brado. Nove tipi diversi di mortadelle tra le quali si trovano prodotti al Tartufo e al Pistacchio anche con Certificazione del Pistacchio Verde di Bronte DOP. info@artigianquality.com

Torrefazione Caffè Ronchese di Ronco Scrivia (GE) – Torrefazione fondata nel lontano 1959. La caratteristica dei prodotti è la tostatura a legna a cura del Mastro tostatore, attraverso un metodo esclusivamente artigianale, che richiede circa 20 minuti e raggiunge i 200-220°C, conferendo al caffè il caratteristico equilibrio e pienezza di gusto. www.torrefazioneronchese.it

Viscotta – Avola (Sicilia) – I prodotti dolciari Viscotta sono al 100% artigianali e lavorati a mano dalla Pastry Chef Vincenza Loreto, contengono solo mandorle varietà pizzuta di Avola, certificate dal Consorzio Mandorla di Avola. Le più pregiate per qualità e rinomata per il gusto ricco e delicato, dalle caratteristiche uniche, con la loro forma allungata e leggermente curva, il guscio liscio e duro e dai piccoli pori. All’interno si presentano piatte e marroni, profumatissime e delicate. www.viscotta.com

TIRRENA – Frescobaldi Sieci. La pasta Tirrena nasce nel miglior terroir per la coltivazione dei grani antichi, grazie alla simbiosi tra freschi terreni, clima mite e brezze del Mar Tirreno. Le caratteristiche minerali del suolo, unite al sapere della Famiglia Frescobaldi, donano a questa pasta un carattere unico. L’essicazione naturale di oltre 72 ore conserva inalterate le qualità organolettiche dei grani antichi.

LA CASERA – Azienda a Verbania Intra, frazione del Comune di Verbania, bottega e cantina di proprietà di Eros Buratti, uno dei più autorevoli affinatori di formaggi in Italia. Una professione antica che fa parte della tradizione di queste zone, circondate dal verde dei pascoli di montagna. A Taste è stato proposto in assaggio il formaggio Holzhofer da latte crudo, pasta burrosa e sapore minerale ben spiccato e intenso. Stagionato oltre 15 mesi. Una piccola ruota ricca di sapori grazie ai mesi di affinamento. Proviene da un posto molto speciale: dal caseificio Wartmann a Holzhof nel Canton Thurgau.

I formaggi scelti con cura da Eros vengono poi stagionati nella cantina naturale, con attenzione alle sfumature di profumi e aromi come nel caso della Robiola Incavolata, formaggio fresco che viene affinato in foglie di verza per 20 giorni, o del Donsanto, affinato in contenitori colmi di vino liquoroso. Robiole, Tome ossolane e piemontesi, Taleggi, il famoso Bettelmatt, prodotto da latte crudo di Bruna Alpina Piemontese, sono solo alcuni degli esempi della grande selezione di prodotti tipicamente legati a queste zone. Https://www.formaggidieros.it

Intervista a Fausto Bulgarini, viticoltore d’altri tempi

La splendida cantina, le cui fondamenta furono gettate nel 1930 da Emilio Bulgarini, è tutt’oggi incastonata in un territorio cerniera tra Lombardia e Veneto, nel borgo bresciano di Pozzolengo, da sempre crocevia tra le province di BresciaMantova e Verona, una cittadina con quasi 3600 abitanti, situata tra il lago di Garda e le sue colline moreniche.

Pozzolengo è un luogo affascinante, dalla storia millenaria, con un territorio prevalentemente collinare, ricco di acque e torbiere, attraversato dal torrente Redone: un vero e proprio ecosistema caratterizzato da una  biodiversità  piuttosto caratteristica delle aree umide. Un tempo il paese vedeva una profusione di pozzi su tutto il territorio comunale, tanto che l’antico toponimo cittadino era Pocelengo, appunto paese dei pozzi. Questo incantevole luogo costituisce la terrazza naturale esposta direttamente sul lago e una tra le zone vitivinicole più ampie e vocate del Lugana.

Dopo gli esordi agli inizi del ‘900 del padre, vinificando le uve dei vigneti familiari per condividerlo tra parenti e amici, sarà Bruno Bulgarini a contribuire all’ampliamento produttivo della cantina e darvi l’impronta commerciale che contribuirà al successo economico e alla fama del territorio.

Oggi, al timone della Cantina Bulgarini, vi è Fausto Bulgarini e sua moglie Virginia, eredi e al tempo stesso innovatori. Una tradizione vitivinicola familiare che hanno saputo proiettare verso la modernità e l’internazionalizzazione, lasciando intatta l’autenticità dei loro vini e contribuendo a dare maggior caratterizzazione al vitigno Turbiana.

Interpreti fedeli dei grandi vini di tradizione veneta, come ad esempio l’Amarone della Valpolicella, prodotto soltanto con uve provenienti dai tenimenti aziendali di San Pietro in Cariano in provincia di Verona.

Per Fausto Bulgarini, persona riservata e introspettiva, non è semplice parlare di sé stesso, anche perché totalmente estraneo all’aria da viticoltore parificato ad attore hollywoodiano tanto in voga oggi. Fausto è coerente con la sua personalità e i suoi valori, cresciuto in un ambiente contadino. Si definisce, molto semplicemente, una persona che ama profondamente il suo lavoro. Classe 1968, figlio di un’epoca tumultuosa di grande cambiamento, un’epoca in cui c’era poco spazio per lo studio e il divertimento e la gente si limitava a lavorare per vivere.

Ha avuto la possibilità di studiare fino ai 15 anni, poi la vita ha preso il sopravvento e ha lasciato la scuola, senza spegnere la curiosità, sempre viva e grande motore per approfondire tutto ciò che per lui costituisce interesse e meraviglia. Non gli è facile parlare di aforismi, libri preferiti o cose simili, reputandoli aspetti che fanno parte della sua intimità; preferisce invecr il riserbo e l’autenticità.

Ha visto mutare il volto del territorio in cui è vissuto nel corso degli anni, lungo le sponde del Garda, ove il turismo ha preso il sopravvento, ecco perché, al fine di ritrovare quella genuinità contadina, consiglia di spingersi nell’entroterra, dove il tempo sembra scorrere ancora a un ritmo diverso, un ritmo a misura d’uomo.

Testimone di questi cambiamenti, persona pragmatica, riconosce che fare vino oggi è molto diverso rispetto a un tempo: non basta essere un buon contadino che ama e lavora la sua terra, ma occorre essere anche un po’ avvocato, un buyer, un commercialista, un fiscalista. Insomma, per Fausto Bulgarini il mestiere del vino è un percorso difficile e faticoso di cui si parla davvero poco e significa dover indossare un’armatura con la calcolatrice in mano e un sacco pieno di pazienza, senza mai smarrire l’ardente passione con la quale si è cominciato.

Bulgarini, una storia di famiglia. Ce ne parlerebbe?

Provengo da una famiglia contadina, umile, che ha sempre vissuto dei frutti della terra. I ricordi di famiglia risalgono agli anni ’30, quando vennero acquistati i primi casali e terreni. Per molti anni ci siamo dedicati all’allevamento di bestiame, in particolare mucche da latte, e alla coltivazione di cereali. Ricordo che abbiamo sempre avuto anche vigneti per produrre il vino destinato al consumo familiare. In quegli anni, la sopravvivenza dipendeva dall’autoproduzione delle risorse essenziali, e possedere terreni significava garantire un futuro sicuro. Tuttavia, fu grazie alla passione di mio nonno che la coltivazione della vite assunse un ruolo sempre più centrale. Ben presto, la domanda superò la nostra produzione domestica e, quasi per destino, ci trovammo a dover aumentare la produzione anno dopo anno.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a perseguire il mestiere di produttore?

A volte il retaggio familiare e l’eredità della terra non sono abbastanza: devo tutto a mia moglie Virginia che mi ha sostenuto nelle scelte che mi hanno portato a diventare un produttore affermato.

La peculiarità di un territorio che imbriglia due regioni del vino a suo dire…

Potremmo discutere a lungo su questo argomento, ma in tutta onestà sono grato alla vita. Sono nato e vivo in un luogo che racconta millenni di storia, un territorio ricco di laghi e montagne, con un clima ideale per molteplici coltivazioni. Il terroir è straordinariamente ricco di minerali e falde acquifere, un elemento fondamentale per la viticoltura di qualità. Certo, i cambiamenti climatici ci stanno mettendo a dura prova, ma credo che siano il monito della terra nei confronti dell’umanità. La storia ci insegna che l’uomo ha sempre bisogno di essere scosso per apportare cambiamenti e trovare nuovi equilibri.

Il suo personale modello agronomico, la sua filosofia produttiva e le peculiarità di Vini Bulgarini…

La mia vita si svolge nei vigneti. La nostra filosofia produttiva si basa sul rispetto dell’equilibrio tra terra e pianta, promuovendo sinergie ecosistemiche con le erbe spontanee, la fauna locale e le vigne. Abbiamo la fortuna di possedere vigneti di Turbiana con oltre 50 anni di età, piante robuste e di elevata qualità produttiva. Un focus sulle varietà autoctone ad alta tipicità territoriale, in particolare il Lugana DOC in tutte le sue espressioni. Negli ultimi anni, abbiamo intrapreso importanti ricerche enologiche sul metodo classico, con affinamenti sui lieviti fino a 40 e 60 mesi, ottenendo risultati straordinari. Il Trebbiano di Lugana, in combinazione con il terroir argilloso, conferisce ai nostri vini una straordinaria mineralità, freschezza e finezza, che permettono un eccellente potenziale di invecchiamento.

Cosa attende al winelover che sceglie di fare una visita alla sua cantina?

La nostra cantina oggi è completamente trasformata rispetto al passato. Abbiamo realizzato una barricaia scavata nel cuore della terra e una moderna area di vinificazione dotata delle più avanzate tecnologie. Inoltre, ci siamo orientati verso la sostenibilità, con impianti di autoproduzione energetica a basso impatto ambientale. Sebbene io sia profondamente legato alla tradizione, credo che essa debba rappresentare una solida base per sviluppare nuovi concetti e visioni. Gli ospiti che visitano la nostra cantina possono vivere un’esperienza completa, con un tour che illustra l’intero processo produttivo, culminando in una degustazione dei nostri vini abbinati a specialità gastronomiche regionali. Vi aspettiamo con piacere per condividere con voi la nostra passione e la nostra storia.

Passato, presente e futuro nei vini dei Campi Flegrei

Non capita tutti i giorni di trovarsi seduti a fianco di Vincenzo Di Meo, patron  de La Sibilla Vini, durante una degustazione alla cieca di Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei e apprezzarne l’impegno e la cura nel riconoscere alla cieca vini di cantine “concorrenti”.

È quanto accaduto a Passato, presente e futuro dei vini flegrei, una fotografia sullo stato dell’arte di questo areale a trent’anni dalla DOP. L’evento, organizzato lo scorso gennaio dalla Condotta Slow Food Campi Flegrei, ha visto coinvolti la Slow Wine Coalition e alcuni vignaioli produttori del territorio. Il fiduciario della condotta Campi Flegrei, Cosimo Orlacchio, ha fatto gli onori di casa; Elena Martusciello in un prologo appassionato ha ricordato la figura del cognato Gennaro e il suo ruolo pionieristico nell’enologia non solo del territorio flegreo ma della Campania tutta. Alessandro Marra, responsabile Campania Puglia e Basilicata per la Guida Slow Wine, ha moderato gli interventi di produttori, stampa e professionisti del settore.

Dieci i vini in degustazione, cinque da uve Falanghina e cinque da Piedirosso, declinati in diversi millesimi che, lungi dall’essere esaustivi nel racconto di un territorio, hanno piuttosto acceso spunti di riflessione tra i produttori presenti in sala. Il filo che ha intessuto la trama dell’intera serata è stata infatti la ricerca dell’identità territoriale attraverso i suoi vitigni principe e la visione del futuro prossimo per la denominazione.

La prima batteria di vini falanghina dei Campi Flegrei ci ha fatto viaggiare dal 2021 indietro fino al 2016. Punto di coerenza fermo per tutti i calici il carattere salino minerale, che, nelle diverse sfumature di ciascun vino, si esprimeva in alcuni bicchieri con maggior verticalità di palato, in altri con più succosità.

“Un filo conduttore che parla di riconoscibilità, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche”, ha commentato Vincenzo Di Meo.

Più articolato invece il quadro dei cinque vini a base Piedirosso che, ancor più della Falanghina, può essere considerato il vitigno identitario dei Campi Flegrei. Possiamo leggere in questa varietà di espressioni la complessità del vitigno sia a livello agronomico che enologico.

Cinque calici, cinque vini completamente diversi, giocati tra varie gradazioni, dalle succose note fruttato-floreali fino alle nuance più terrose e ferrigne. In questo caso il tratto distintivo è determinato dalle caratteristiche stesse del piedirosso, da cui derivano vini di grande bevibilità, leggerezza alcolica e moderata tannicità, che attraggono il sorso già a partire dalle sfumature rubino o carminio brillante. Caratteristiche che rendono il piedirosso dei Campi Flegrei un vino contemporaneo e quindi, a ragion veduta, si rende necessario un’opera di promozione uniforme. In tal senso è intervenuta anche Mariangela Scotti, Presidente Associazione Ristoratori Flegrei che ha posto l’accento sull’importante lavoro di “localizzazione” di molte carte dei vini.

Le annate presenti di piedirosso andavano dalla 2021 alla 2015.

“È stata una sorpresa. Si tratta di poche bottiglie che non erano nate con l’intenzione di durare nel tempo”, ha parlato così Salvatore Martusciello del suo Sette Vulcani 2017.

Commento che porta a una riflessione ulteriore: la valutazione se uscire sul mercato a due anni dalla vendemmia.

Infine un punto è emerso con chiarezza da più voci: l’esigenza di fare squadra per consolidare e posizionare in maniera ferma l’immagine del territorio. Tuttavia la coesione necessaria a emergere la intravediamo già nel confronto condiviso, fatto non solo di parole ma di gesti concreti, come quello di assaggiare e riconoscere alla cieca i vini dei propri vicini di vigna.

Non possiamo dunque che condividere le parole di Cristina Varchetta di Cantine degli Astroni: “Con questa degustazione, una delle più belle sotto il profilo della longevità, i Campi Flegrei hanno raggiunto la maggiore età. In ogni calice il territorio è presente nella sua pienezza e interezza. Affermare il territorio Campi Flegrei è la strada da percorrere, come fatto da tempo in altri comparti vinicoli, nazionali e internazionali.”

I VINI IN DEGUSTAZIONE E  I PRODUTTORI PRESENTI ALLA SERATA

A etichette coperte abbiamo apprezzato, insieme con i produttori:

Falanghina 2021 Il IV Miglio – millesimo che anticipa note evolute, intrecciate ai tipici caratteri citrini

CRUna DeLago 2020 La Sibilla – esprime finezza nei sentori olfattivi e sorso equilibrato di freschezza agrumata

Vigna Astroni 2019 – di chiara impronta vulcanica e consolidata eleganza

Falanghina 2017 Agnanum – naso maturo e compiuto ma freschezza ancora prorompente

Falanghina 2016 Cantine Babbo – opulento con sprazzi balsamici

Vigna Solfatara 2021 Iovino – profumato, scorrevole, giocoso

Piedirosso 2019 Contrada Salandra – compatto nei sentori di piccoli frutti scuri e macchia mediterranea

Terra del Padre 2018 Cantine del Mare – elegante, speziato, succoso

Sette Vulcani 2017 – Salvatore Martusciello – note empireumatiche calde e speziature avvolgenti

Piedirosso 2015 Mario Portolano – Scuro, terroso, intrigante

Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità

Terra dei Fuochi, tre parole che incutono solo paura e dolore. Oltre 1000 gli ettari di estensione, un centinaio di comuni e quasi 3 milioni di abitanti tra le Province di Napoli e Caserta. Ad aggiungere benzina sul fuoco, metafora purtroppo quanto mai adatta, la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato lo Stato Italiano, per fatti contestati nei decenni precedenti la denuncia del 2013, per non aver agito con tempestività e dovizia di comunicazione nei confronti dei cittadini esposti al rischio elevato di tossicità e morte.

Dimentichiamo spesso problemi simili vissuti in Campania; li nascondiamo come si fa con la polvere sotto il tappeto, ma ogni tanto riemergono a ricordarci quanto è difficile stare in questi luoghi dove la malavita ha ostacolato qualsiasi attività lecita. E con la stessa ipocrisia di quando usiamo certe definizioni, per parlare di qualcuno che non sentiamo da tempo, preferiamo l’allocuzione “ha avuto un brutto male” persino per la nostra regione, vista come un corpo bellissimo, destabilizzato da tremende malattie per fortuna combattute oggi a colpi di legalità e rispetto per l’ambiente circostante.

Il coraggio di crederci

Ci vuole coraggio, ma non è per tutti si intende; chi rompe il ghiaccio diventa poi un esempio virtuoso per gli altri. Antonio Della Volpe, con la sua La Vita è Bella a Casal di Principe (CE), ha rischiato in proprio, se non altro nello scommettere con fiducia l’effetto che avrebbe prodotto sulle coscienze degli avventori, timorosi e incuriositi, il progetto “Rinascita”.

Valorizzare terre un tempo appartenute alla cosiddetta Campania Felix e imprenditori che hanno rilevato aziende sequestrate alla Camorra, faceva parte dei sogni di Antonio, che masticava di cucina già dai trascorsi al Grand Hotel Parker’s nella brigata dello chef Vincenzo Bacioterracino e all’Hotel Eden di Roma.

Nel 2007 vede la luce il primo locale “La Vita è Bella” a Trentola Ducenta, in cui proporre ristorazione e pizza, perfezionandosi poi nel 2015 al corso presso l’accademia di un mulino, per conseguire il successo della Pizza World Cup due anni dopo. Nel giugno 2021, insieme al cognato Amedeo Galoppo, che lo affianca al forno, Della Volpe decide di aprire il secondo “La Vita è Bella” stavolta a Casal di Principe.

Le aziende restituite alla legalità, selezionate nel Menù Rinascita Cap. II

Vicinanza al territorio e nuove collaborazioni, come le zucche della Fattoria sociale Fuori di Zucca di Lusciano, i funghi cardoncelli della Cooperativa sociale Terra Felix di Succivo e la confettura di melannurca e cannella de Le Ghiottonerie di Casa Lorena di Casal di Principe. E poi i presenti della prima ora, come la mozzarella di bufala campana Dop del caseificio della Cooperativa sociale Le Terre di Don Peppe Diana – Libera Terra di Castel Volturno, i pomodori datterini dell’azienda Diana 2.0 di Villa Literno e i vini della Cantina Vitematta di Casal di Principe.  

La Fattoria sociale Fuori di Zucca coinvolge in modo attivo persone con svantaggio psico-sociale; la Cooperativa sociale Terra Felix è un acceleratore di attività e di progetti culturali e sociali a vocazione ambientale. Le Ghiottonerie di Casa Lorena, infine, è nata da un’idea della Cooperativa sociale E.V.A. che sostiene donne e bambini vittime di violenza e di cui abbiamo di recente evidenziato il comunicato della lodevole iniziativa intitolata Raccolta delle arance della Reggia di Caserta con la cooperativa Eva. Nel menu Rinascita Cap. II trovano spazio anche gli ortaggi dell’azienda agricola Lamberti di Orta di Atella e la birra “Rinascita” del birrificio artigianale Karma di Alife.

La proposte de La Vita è Bella

Si parte con un fritto squisito: l’Arancino di Sorrento, realizzato con riso Acquerello, grattugiata di limone, riduzione di basilico e pomodorino confit, servito su fonduta di parmigiano reggiano.

La Mia Montanara, pizza fritta ripassata al forno con ragù di maialino casertano, rimanda al ricordo del pane intinto nella salsa fatta dalle massaie. Il famoso cuzzetiello napoletano che tanto faceva arrabbiare le mamme, per quel boccone gustoso rubato dai figli fuori dall’orario di pranzo. Il piacere di fare le cavie a tali delizie ripagava persino dell’inevitabile colpo di mestolo sulle mani, scagliato da parte del genitore.

Altra pizza iconica che necessita di perfezione stilistica è la Salsiccia e Friarielli. Come per la storica Margherita, anche questa consente agevolmente di testare la bravura del maestro pizzaiolo. Della Volpe esegue il compito da manuale, ma il vero protagonista per realizzare questo piccolo capolavoro è la scelta della materia prima. Il broccolo è saporito, per nulla amaro, e si sposa bene con la carne e la provola.

Il Padellino alla Genovese rappresenta la tecnica pura nella lievitazione dell’impasto, con utilizzo di farina 0, pre-fermento di almeno 18 ore a temperatura controllata senza mai sforare nei tempi, evitando la rottura della maglia glutinica con conseguente acidificazione. Il pessimo risultato sarebbe quel classico odore di lievito, quasi ammoniacale, che accade spesso nelle lavorazioni artigianali casalinghe. La digestione verrebbe compromessa, provocando sete e pesantezza al cliente finale. Qui, invece, i sapori restano ben delineati e la genovese viene esaltata al meglio (seppur leggermente indietro di cottura).

Finale intrigante con la rivisitazione della Polacca Aversana, resa a mo’ di pizza in doppia cottura, con una crema pasticcera sublime arricchita da confettura di melannurca e cannella, senza utilizzo della amarene. Il menu prevede anche un’ampia sezione di proposte senza glutine. La gente attendeva qualcuno che puntasse sul territorio in un contesto difficile; siamo certi che molti altri hanno seguito e seguiranno lo stesso percorso, cancellando per sempre, un giorno, le pagine buie e amare del passato. 

Pizzeria La Vita è bella

Via Circumvallazione

Casal di Principe (CE)

Tel. 3881268927

Addio a Walter Mastroberardino storia d’Irpinia

Ci sono notizie che non vorresti mai avere. Persone che, forse perché ritenute a ragione un mito, dovrebbero esistere in eterno.

In viaggio verso Roma non posso che pensare alla dipartita di Walter Mastroberardino, 92 anni di storia fisica della viticoltura in Campania.

Erede di una dinastia che ha contribuito a salvare dalla scomparsa le migliori varietà d’uva in Irpinia, con lui va via un pezzo dei ricordi a me più cari. Quelli da nativo di questa terra bellissima e da amico di famiglia sin dagli inizi della mia passione per il vino.

Per fortuna resterà l’amore trasmesso ai figli Paolo e Daniela, per il territorio, per gli splendidi paesaggi, per l’asprezza stessa ed il sacrificio di fare sempre le cose fatte bene anche dopo la scissione in due rami separati della cantina Mastroberardino avvenuta nel 1994 e la fondazione da zero dell’azienda Terredora Di Paolo.

A Paolo, Daniela, i nipoti e tutti i suoi cari va il mio commosso ricordo. Una giornata davvero triste per tutti.

Assoenologi Campania affronta il tema dell’etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali

Presso il polo universitario distaccato della Federico II – Dipartimento di Agraria per le Scienze della Vite e del Vino ad Avellino – è andato in scena il convegno organizzato da Assoenologi con tema: “Etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali”. Grande l’interesse da parte degli addetti ai lavori, tra enologi, agronomi, imprenditori vitivinicoli, sommelier e giornalisti, con una sala gremita fino alla fine dei lavori.

La presenza di Teresa Bruno, Andrea Ferraioli e Michele Farro, in rappresentanza ai consorzi di tutela dei vini irpini, salernitani e flegrei e la moderazione del giornalista Luciano Pignataro, ha preceduto il saluto di rito di Roberto Di Meo, organizzatore della manifestazione e presidente di Assoenologi Campania.

Si parte con una parentesi sugli attacchi mediatici al mondo del vino, Report in primis, con disparità di trattamento mediatico tra il fermentato d’uva e i superalcolici, quest’ultimi protagonisti di una errata cultura giovanile del bere. Perplessità, inoltre, rispetto alla volontà del legislatore europeo di associare il termine alimento al vino; non ultima la digressione sul nuovo quadro normativo inerente al Codice della Strada, con le aspre per chi infrange la legge.

Luciano Pignataro ha sostenuto possa esistere un nodo di natura politica tra gli interessi delle multinazionali dietro ad un atteggiamento più blando verso i superalcolici e meno persecutorio, insistendo sulla necessità di comunicare il vino in quanto a prodotto della Dieta Mediterranea, oltre che nostra identità culturale.

Sostanziale l’intervento di Luigi Moio, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”: dopo i ringraziamenti all’Assoenologi il prof. Moio, nonché presidente dell’OIV, ha voluto esprimere la sua riconoscenza nei confronti di Pietro Caterini, direttore scolastico della storica Scuola Enologica “De Sanctis”, per alimentare la passione negli studenti e renderli materia prima per il corso di laurea da lui fortemente voluto ad Avellino. Moio ha voluto considerare, malgrado le nuove riforme, che il vino non può essere considerato un alimento, precisando però le dizioni contenute nel nuovo quadro normativo, ossia ingredienti, additivi e coadiuvanti della produzione enologica. A suo dire <<il vino non dovrebbe essere considerato un alimento, così come non dovrebbe esserlo un additivo, tanto più che non vi è specificatamente una ricetta per farlo. Da questo punto di vista l’unico ingrediente, se così lo si voglia definire, sarebbe appunto l’uva, mentre tale comunque non dovrebbe essere considerato il suo coadiuvante, quando non lascia tracce una volta che il vino viene imbottigliato>>. Il professore ha ribadito poi la naturale attività dell’alcol, nella sua funzione di conservante assente nei cibi, diversificando il vino rispetto a quanto maggiormente contenuto nel Codice Alimentare e rammentando che è tra i pochi a non avere una data di scadenza.

Per Moio, con la nuova regolamentazione sull’etichettatura nutrizionale e l’elenco degli ingredienti, non cambio molto, tranne che per il QR Code, ponendo altresì un <<ragionevole dubbio sullo stabilire l’origine endogena o esogena dell’acido ascorbico, difficile a stabilirsi proprio perché anche naturalmente presente nel vino>>. In definitiva, Moio ha concluso affermando che la professionalità e le qualità umane degli operatori del mondo del vino non possano essere improvvisate, invitando al buon senso.

 

Impossibilitato a venire, Riccardo Cotarella, presidente nazionale della Assoenologi, ha salutato il pubblico e ringraziato Roberto Di Meo per l’organizzazione del convegno, si dice soddisfatto dell’intervento del prof. Moio e rammaricato per gli attacchi mediatici al vino, ribadendo l’importanza del suo ente per la promozione e salvaguardia del vino.

Salvatore Schiavone, responsabile dell’ICQRF per il Mezzogiorno, non ha dato troppa importanza alla differenza riguardo al vino nell’essere o meno un alimento, piuttosto ha tenuto a far presente quanto il dealcolato rientri nella nuova regolamentazione, richiedendo una categorizzazione del prodotto, a partire da ambienti produttivi separati, raccomandando letture accorte e giuste interpretazioni, invitando infine le cantine a contattare gli enti preposti in caso di dubbi, sollecitando comunicazioni fatte per tempo.

Francesco Manzo, attivo ne sistema di verifica e certificazione Rina Agrifood, dopo una panoramica generale sulla realtà aziendale, rammenta di come il Registro Navale abbia acquisito Agroqualità e di come quest’ultima a sua volta abbia assorbito la Ismecert e quindi le verifiche sulle denominazioni, con un paniere di ben 70 prodotti tra Dop e Igp; più certo ha fornito dati interessantissimi sul vino in Campania, raccolti negli ultimi 5 anni.

Le notizie salienti afferiscono ad una decrescita dei viticoltori che passano da 4278, all’inizio dell’ultimo lustro, ai 3479 del 2024, decrescita che attiene anche al numero di ettolitri dichiarati a denominazione o comunque atti a diventare tali. Nota molto importante: tra i clienti del Rina Agrifood si contano ben 700 imbottigliatori che, con la loro attività sul vino sfuso, hanno mantenuto il trend di vendite in diverse provincie extra regione Campania, decretando quindi un abbassamento delle masse a denominazione, tra declassamento ed altre pratiche assolutamente legali, con buona pace dei viticoltori stessi.

Tra gli interventi più atteso quello dell’avvocato Marco Giulio, specializzato in Diritto Agroalimentare con particolare riferimento alla disciplina giuridica della vitivinicoltura. Il suo ragionamento è partito con una disamina piuttosto erudita sui criteri primordiali di etichettare nell’antichità a partire dalle iscrizioni sulle anfore, ricordando però che l’etichetta debba fungere da effettiva carta di identità, narrando un prodotto, rendendo consapevoli i consumatori anche al fine di garantire una concorrenza leale e rispettando le regole tra le aziende che fanno marketing. L’avvocato ha tenuto a precisare <<quanto negli ultimi 15 anni, le informazioni sulle etichette siano aumentate e questo anche perché legislatore europeo sostenga possa vantaggioso per il consumatore. Inoltre, in presenza di altro QR che rimandi al sito aziendale o comunque finalizzato ad altro, esso dovrà essere ben separato da quello ad uso esclusivo di ingredienti e tabella nutrizionale, così come tutta la comunicazione della bottiglia in questione dovrà essere coerente e coincidente a quelle riportate in etichetta su ogni altro medio>>.

È bene comunque ricordare che la necessità di informare i consumatori non è una esigenza recente ma risale bensì all’8 dicembre 1978. Tra i regolamenti per alimenti, precisamente il reg. UE 1169/2011, il vino figura come il prodotto della fermentazione alcolica del mosto d’uva, l’unico tra gli alimenti a poter beneficiare di un QR code apposito per ingredienti, tabella nutrizionale, smaltimento, elemento quest’ultimo che molti giuristi vorrebbero tener fuori dal quick response code.

Altra raccomandazione, per i valori energetici del calice di vino standard, è che le quantità siano rapportate ai 100 ml, con la facoltà di utilizzare anche i Kjoule, purché siano espresse le Kcal. Tali informazioni devono essere riportate in una delle lingue riconosciute dall’Unione Europea, come sostenuto anche nel regolamento 1308/2013 dell’OCM Vino, così come da regolamento UE 2021/2117, pertanto sarebbe bene utilizzare la doppia lingua nell’etichetta, ad esempio italiano e inglese.

Per Marco Giulio <<il futuro dell’enologo sarà nell’utilizzo delle IA e degli avatar al fine di poter spiegare bene ai consumatori l’origine del prodotto e il contenuto della bottiglia. Nei vini sfusi ingredienti e tabella nutrizionale dovranno figurare nei documenti di trasporto, diversamente dai vini imbottigliati in quanto tali informazione saranno presenti già in etichetta. Gli additivi, designati al pari degli ingredienti dal reg. 934/2019, dovranno essere indicati soltanto se comportano rischi di intolleranze e allergie, esattamente come i coadiuvanti tecnologici, quest’ultimi menzionati in caso di presenza residua nel prodotto>>.

Tra gli elementi presenti nella tabella nutrizionale presenzieranno, oltre al già citato valore energetico, la quantità di grassi e di acidi grassi saturi, la quantità di carboidrati e zuccheri, di proteine e sale, stando all’analisi del vino effettuata dal produttore. Alla categoria degli additivi, come è già noto, fanno parte i regolatori di acidità e gli agenti stabilizzanti in linea generale, rimandando a tabelle ufficiali e comunque più esaustive. Insomma, dalle diverse prospettive dei vari relatori traspare la necessità di fare un upgrade culturale del vino, così come dal punto di vista normativo ai fini di una maggior tutela per il consumatore, attraverso informazioni che siano coerenti non solo nei documenti e nelle etichette, ma anche attraverso i siti web ed altri canali di comunicazione e marketing.

VINO: SPUMANTE, ARANCIA DI RIBERA DOP E BERGAMOTTO PER IL NUOVO COCKTAIL LOW ALCOHOL “MIMOSA GRANRIVIERA”

(San Donà di Piave – VE, 27 gennaio 2025)

Comunicato Stampa

Si arricchisce di un nuovo cocktail la gamma di Canella, casa vinicola veneziana produttrice dal 1947 di Prosecco Superiore e – sempre di più – di prodotti Ready to drink (Rtd) made in Italy di alta gamma. In rampa di lancio è il Mimosa Granriviera, un low alcohol (6% vol) frutto di un mix di vino da uve Glera e 2 produzioni tricolori: la siciliana Arancia di Ribera Dop e il Bergamotto calabrese.

Dopo il pre-lancio nei giorni scorsi a Saint Barth, il Mimosa approderà da marzo presso i canali retail e horeca Usa attraverso il cobranding con l’importatore Ethica Wines. Un passo avanti considerato strategico per la Casa vinicola Canella, Marchio storico di interesse nazionale, antesignano nella produzione di Prosecco ma anche di Rtd (dal 1988) di alta qualità senza aromi artificiali, a partire dal Bellini anche in formato zero alcohol.

“Con il raddoppio del fatturato, il 2024 è stato il nostro migliore anno di sempre – ha detto Tommaso Canella, che con il fratello Alvise rappresenta la terza generazione dell’impresa di San Donà di Piave –.

Stiamo raccogliendo quanto seminato non solo grazie al Prosecco Superiore ma per effetto di un’idea che partendo dal vino si possa rappresentare l’italianità in maniera fresca, integrata e inclusiva. La nostra esperienza nel fenomeno cocktail ci insegna come sia possibile fare squadra anche con le produzioni artigianali del Belpaese: le pesche bianche del Bellini sono realizzate al 40% da noi e al 60% provengono dalla vicina Romagna, per i nostri Mimosa usiamo l’Arancia di Ribera Dop o l’Arancia rossa di Sicilia Igt, le fragole sono del Consorzio di Candonga in Basilicata, i mandarini del nostro Puccini sono quelli tardivi di Ciaculli, un presidio Slow Food nel palermitano”.

L’approdo Usa del Mimosa Granriviera segue quelli fortunati degli altri “pronti da bere” a bassa gradazione dell’azienda: nell’ultimo anno la produzione del segmento è raddoppiata a livello globale e triplicata nel mercato a stelle e strisce, mentre anche in Italia la crescita riscontrata è in doppia cifra. Il fatturato complessivo dello scorso anno è attorno ai 25 milioni di euro, per oltre la metà grazie all’exploit Rdt. Il formato da 0,75/l è previsto in particolare nella grande distribuzione ma anche nei canali on-trade di hotel, club, centri sportivi per un prezzo medio attorno ai 15 dollari.

Tra i mercati target nel breve-medio termine, sempre accompagnati da Ethica Wines, sono in listing il Canada e una quindicina di Paesi in Asia. Allo studio anche l’ingresso del Mimosa nel mercato interno, dove sarà tra l’altro rafforzata la presenza del Bellini (5% vol) anche in versione no alcohol.

Nei 12 mesi terminanti a giugno 2024, secondo Niq i cocktail Ready to drink hanno registrato negli Usa una ulteriore crescita (+4% in valore).  A livello globale, al netto degli hard seltzer, il trend positivo secondo Iwsr proseguirà sino al 2027 al ritmo medio annuo del 5%, per un controvalore nei 10 mercati chiave di 40 miliardi di dollari. A guidare la crescita, proprio i cocktail e i long drink di qualità superiore. Anche nel Belpaese, secondo una recente indagine Niq, le bevande pronte da bere stanno guadagnando popolarità specie tra i giovani della Gen Z, con il 7% degli italiani che prevede di aumentarne il consumo.

Ufficio stampa Casa Vinicola Canella – Ispropress:

Benny Lonardi, 393.4555590 

direzione@ispropress.it;

Sara Faroni, 328.6617921 –ufficiostampa@ispropress.it.

Cantine del Notaio, l’animo eclettico dell’Aglianico del Vulture

Giuratrabocchetti è il cognome più lungo d’Italia: quello di Gerardo, agronomo, enologo, notaio mancato, sfuggito alla carriera paterna e al cosiddetto nomen omen a cui però ha legato la sua azienda vitivinicola Cantine del Notaio.

Nell’appuntamento di gennaio di Banca del Vino, presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca a Melito (NA), è stata ospite la Basilicata con la cantina che per prima ha puntato sulla valorizzazione dell’Aglianico del Vulture.

Gerardo si è raccontato anzitutto come uomo: prima la laurea in Scienze Agrarie, poi la brillante carriera universitaria e di ricercatore, infine la consulenza per diverse aziende zootecniche e la creazione del primo laboratorio di genetica molecolare in campo zootecnico del Sud Italia. Ma non era questa la sua strada, lo sentiva dentro.

A quarant’anni, nel pieno di una crisi profonda, mentre passeggiava nella vigna lasciatagli in eredità dal nonno di cui porta il nome, ne sente la voce che gli indica il suo destino nel mondo vino. È il 1998 e insieme alla moglie Marcella fonda Cantine del Notaio. Per essere precisi un notaio in famiglia c’è: è Consalvo, padre di Gerardo. Unico in una famiglia di contadini a cui è stata data la possibilità di studiare, ha dedicato la propria vita a ricostituire le risorse per rimettere in sesto l’azienda zootecnica del suocero e del progetto vinicolo del figlio non ne ha voluto proprio sapere.

Gli elementi per l’ennesimo storytelling sembrano esserci tutti: la chiamata all’avventura, la storia d’amore, il conflitto familiare. Ci troviamo al cospetto di un vulcano attivo, il Vulture, ben 1326 metri d’altezza a 150 chilometri di distanza dal mare. Nell’ultima eruzione, circa 132 mila anni fa, i depositi di ceneri hanno generato una roccia porosa tufacea che caratterizza il suolo di questo territorio. Gerardo spiega come non sia solo ciò a definire il carattere di un vino, bensì la combinazione di diversi fattori fisici che, sottoponendo la pianta a una stress moderato, ne determinano la reazione.

Il tufo vulcanico è in grado di assorbire acqua d’inverno e rilasciarla durante l’estate torrida, “allatta” le vigne; l’altitudine espone i filari a brezze di mare e di terra, oltre a garantire escursioni termiche nell’ordine dei venti gradi. La vigna reagisce a questi fattori peculiari del territorio, attraverso un corrispondente sviluppo dell’apparato radicale e di conseguenti polifenoli. In tal senso il carattere dell’Aglianico del Vulture è così diverso da quello dell’Aglianico irpino in stile Taurasi da aver fatto credere a lungo che si trattasse di un clone o addirittura di una varietà diversa di uva.

Oggi la scienza – prosegue Giuratrbocchetti – ha scoperto che si tratta del medesimo frutto, semplicemente espressione di areali differenti. Varietà a raccolta tardiva, di forma conica allungata, mediamente spargolo e ricco di pruina, è caratterizzato da tannini fortemente pronunciati. Giocando con i tempi di maturazione delle uve e sfruttando il gradiente di macerazione sulle bucce, Gerardo è riuscito a creare vini diversi da un unico vitigno.

La Degustazione

Cantine del Notaio si estende su 50 ettari di vigneti in cinque diverse contrade (Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra) i cui suoli diversificati hanno in comune la combinazione di strato tufaceo e il microclima ottimale per l’Aglianico. Cantine del Notaio produce circa 580 mila bottiglie all’anno su 18 diverse etichette.

Durante la degustazione abbiamo avuto l’occasione di mettere a confronto tre diverse etichette che prevedono la vinificazione in purezza dell’Aglianico del Vulture. Abbiamo iniziato con La Stipula VSQ 2016, raccolta uve nell’ultima decade di settembre e macerazione per un solo giorno. Fermenta in acciaio, rifermenta poi in bottiglia e sosta sulle fecce per 48 mesi. Dosaggio zero. Il risultato è uno spumante color rosa antico dai riflessi brillanti, di bollicina medio fine, dai tipici sentori di erbe aromatiche – tra tutte il rosmarino –  e note fumée che ritornano anche al sorso di piacevole cremosità.

A seguire, la verticale de Il Repertorio Aglianico del Vulture DOC nelle annate 2020 – 2018 – 2017 e 2015. Qui la vendemmia si sposta tra la seconda e la terza decade di ottobre, mentre la macerazione è di dieci giorni. Seguono fermentazione in acciaio e maturazione in tonneaux di rovere, oltre affinamento in bottiglia. Il confronto ci ha permesso anche di valutare l’evoluzione nel tempo: la 2020 è centrata su sentori fruttati di ciliegia e spezie dolci; il tannino fine si intreccia in un sorso succoso e rotondo che chiude nuovamente sul frutto. La 2018 si evolve su un naso più scuro e compatto, in cui prevale il frutto di bosco in confettura mentre al palato risulta verticale, scattante, equilibrato. Ancora un’ottima freschezza per la 2017, di naso e palato sicuramente più distesi, in cui iniziano a emergere sentori evoluti, balsamici e di sottobosco, mentre la 2015 mostra un carattere decisamente maturo e compiuto, con note di cuoio e fungo all’olfatto, e un palato denso dove spicca preponderante la sapidità.

Di marcia diversa, invece, La Firma Aglianico del Vulture DOC 2015, frutto di una maturazione più avanzata e di macerazioni più lunghe.  In questo caso infatti la raccolta delle uve avviene nella prima decade di novembre, mentre la macerazione dura venti giorni. Segue fermentazione in acciaio, maturazione in carati di rovere, affinamento in bottiglia. Il naso profuma di frutta sotto spirito, liquirizia, chiodi di garofano, con tocchi balsamici e di tabacco, il sorso si espande in bocca, si struttura in un tannino ben cesellato e chiude su tostature di cacao.

CANTINE DEL NOTAIO

Via Roma 159

Rionero in Vulture (PZ)

Le Marche in scena a Firenze con un omaggio a Rossini tra musica, sapori e tradizione

Per “Fuori di Taste” una cena spettacolo organizzata da LINFA in collaborazione con il giornalista Leonardo Romanelli

Teatro del Sale

Via dei Macci, 111r – Firenze

Domenica 9 febbraio al Teatro del Sale a Firenze , inoccasione del calendario di “Fuori di Taste”, si svolgerà una serata straordinaria per celebrare le eccellenze enogastronomiche e culturali delle Marche.

L’evento organizzato da LINFA, Azienda Speciale della Camera di Commercio delle Marche promotrice di 31 realtà enogastronomiche che prenderanno parte alla XVII edizione di Taste, sarà un tributo al noto compositore marchigiano Gioacchino Rossini, figura iconica non solo nella musica ma anche nella gastronomia, di cui era grande estimatore ed interprete creativo.

LINFA proporrà un “Fuori di Taste” in cui la cultura, la musica ed i sapori della regione si incontreranno per dare vita ad un’esperienza unica. Rossini, marchigiano di nascita e buongustaio per vocazione, amante del cibo e genio della musica, sarà il filo conduttore della serata al Teatro del Sale. Protagonisti dello spettacolo saranno il soprano Valentina Corradetti, il baritono Giacomo Medici e il pianista Massimiliano Caporale, con la partecipazione straordinaria di Leonardo Romanelli, in un dialogo tra note liriche, teatro e suggestioni gastronomiche.

Dopo lo spettacolo, riservato a stampa ed operatori, gli ospiti saranno invitati ad un buffet, che renderà omaggio alla ricchezza enogastronomica delle Marche, preparato dagli chef del Teatro del Sale.

Il menù, ispirato alla tradizione rossiniana, sarà così composto

-Acciughe al Forno

-Cavolfiore in Besciamella con Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Insalata di Ravanelli

-Insalata di Lesso

-Crema di Ceci

-Finocchi Gratinati

-Noccioline di Semolino in Brodo

-Maccheroni con Cacio e Burro e Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Filetto alla Rossini con purè

Buffet di Dolci:

-Crostatina con la frutta secca

-Torta di Carote

-Panna e Cialdon

La serata sarà arricchita da un collegamento in diretta con uno chef marchigiano per esplorare il legame tra cucina e territorio. Modererà il collegamento il giornalista  Leonardo Romanelli.

Lo Spettacolo “Il fagotto di Rossini”

Lo spettacolo prenderà il via con una divertente performance musicale e teatrale, dove un soprano, un baritono, un pianista e l’attore, guideranno gli spettatori attraverso un paesaggio immaginario e sorprendente.

Tra i momenti clou della serata, il duo “I Gatti di Rossini” incanterà con la loro esecuzione, seguita dalla potente voce del baritono che interpreterà “Udite Udite O Rustici” di G. Donizetti. La soprano, invece, darà vita a “Il Brindisi” di G. Verdi, creando un’atmosfera di festa e celebrazione.

Il copione prevede inoltre incursioni letterarie con estratti da Rabelais e Rossini, evocando riflessioni profonde sul piacere del cibo e sull’arte del vivere. Gli artisti interagiranno con una tavola imbandita, rendendo il cibo protagonista indiscusso dello spettacolo.

Tra note di “Opera Buffa” e i celebri versi di Anacreonte, il pubblico sarà accompagnato in un crescendo di emozioni che culmineranno con le esibizioni di grandi opere come “Fin Ch’han Dal Vino” di W. A. Mozart e “Ah! Quel Diner Je Viens De Faire” di J. Offenbach.

La magia della serata sarà arricchita da un tocco di mistero con le “Pozioni Magiche,” e da un omaggio alla convivialità e alla gastronomia, narrato con maestria da attori e cantanti.

A Taste a Firenze, che si terrà dall’8 al 10 febbraio alla Fortezza da Basso, parteciperanno aziende partner di LINFA:

MOLINO AGOSTINI (pastificio)

ANISETTA ROSATI DAL 1877 (distillati)

AZIENDA AGRICOLA LA GOLOSA        (marmellate)

BACALINI I COTTI DELLE MARCHE (galantina)

COUNTRY PIG (salumi)

ELGA DESIGN (taglieri)

FILOTEA (pasta)

GIORGIO POETA (miele)

I SETTE ARTIGIANI (panificazione)

IL PANARO FOOD (panificazione)

ITALIA TARTUFI (tartufi)

LA CAMPOFILONE SOCIETA’ AGRICOLA       (pasta)

LA CERCA TARTUFI BIO (tartufi)

LA CERQUA TARTUFI (tartufi)

LA PASTA DI ALDO            (pasta)

LA PASTA DI CAMPOFILONE MARILUNGO (pasta)

CANTINE DEL CARDINALE        (vino)

METODO MASSI (pasta)

MIGLIORI OLIVE ASCOLANE (olive)

MOLINO PAOLO MARIANI           (farina)

MOSAICO – FOOD EXPERIENCE (pesce gourmet)

ORLANDI PASSION          (caffè)

PASTA SANTONI (pasta)

PASTIFICIO AGRICOLO MANCINI         (pasta)

PICENA GASTRONOMIA (galantina)

RE NORCINO (salumi)

ROBERTO CANTOLACQUA PASTICCERE    (pasticcere)

SAN MICHELE ARCANGELO (vino e composte)

SCRIPTORIUM GIN azienda agricola (distillati)

SPINOSI (pasta)

SYNBIOFOOD         (composte e dolci)

La partecipazione all’evento, riservato a stampa ed operatori, è solo su invito.

Programma della serata

• Registrazione ospiti: 18:30 – 19:00

• Spettacolo musicale: 19:00 – 19:40

• Buffet salato e networking: 19:40 – 21:00

• Collegamento con chef marchigiano: 21:00 – 21:30

• Buffet dolce e networking: 21:30 – 22:00

Info e prenotazioni

Per informazioni: leonardoromanelli@tiscali.it

Siti web: www.teatrodelsale.com | www.linfaaziendaspeciale.it | www.leonardoromanelli.it

Social:

• Facebook: Teatro del Sale, linfaaziendaspeciale, realLeonardoRomanelli

• Instagram: @teatro_del_sale, @linfamarche, @leonardoromanelliofficial

Ufficio Stampa

Roberta Perna – www.robertaperna.comwww.studioumami.com  

pr.enogastronomia@gmail.com – Tel. 329.9293459

Ciro Savarese reinventa il piacere di stare in pizzeria con il Menù Evoluzione 2.0

Finalmente torna protagonista il piacere di stare a tavola! Lo affermiamo senza timori: la corsa all’assaggio rapido, al pasto veloce per raggiungere i propri ozi od occupazioni varie non è contemplata nel nuovo Menù Evoluzione 2.0 di Ciro Savarese.

Le origini

Ciro Savarese (classe ’78) proviene dalla famiglia Oliva, che ha scritto la storia della pizza a Napoli. Si avvicina al mondo dell’arte bianca sin da bambino seguendo le orme del nonno Ciro e del padre Giuseppe e, nel novembre del 2002, comincia il suo percorso in solitaria aprendo ad Arzano Anema & Pizza, inizialmente solo con servizio da asporto.

Nel tempo si sono aggiunte altre due sale che consentono a Savarese di diventare un importante riferimento non solo per Arzano. A novembre del 2018 inizia il totale restyling del locale che alla riapertura prende il nome del titolare divenendo “Pizzeria Ciro Savarese”, conseguendo presto i 2 spicchi nella Guida delle Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Ciro Savarese Lab

Nel 2023 un altro tassello al progetto imprenditoriale: l’apertura di Ciro Savarese Lab, interamente dedicato alla produzione artigianale “top quality” di fritti della tradizione napoletana per forniture ad aziende ristorative di tutta Italia. Ben 15 tipologie di fritti tra crocchè, frittatine e arancini, che il cliente finale deve solo rivestire con la giusta panatura e friggere.

Il Menù Evolutione 2.0

La proposta, dal valido rapporto qualità prezzo pari a 40 euro a persona (acqua inclusa, vini e bevande escluse), è stata arricchita per l’occasione da una selezione vini a carattere regionale, scelti per la presentazione ufficiale alla stampa. Previste incursioni a tema non solo nel vasto mondo dei lievitati, ma anche tra fritture, carne e persino dessert.

Il tutto per garantire al cliente l’assaggio di ricette utili a stimolare il piacere di stare a tavola, senza andare di fretta; una ricerca del tempo perduto, quello che non si concede mai a noi stessi, specialmente quando si tratta di eccellenze enogastronomiche.

Ciro Savarese infatti, aiutato dalla moglie Anita e dai figli Alessandro e Angelo, propone divagazioni in tema internazionale, non ragionando sempre su materie prime locali. Ne nasce un viaggio di sapori ricco di contaminazioni in chiave moderna.

Fulgido esempio l’amuse-bouche, arancino di riso acquerello con zafferano e chorizo de bellota su salsa al formaggio iberico di pecora. O il crocchè di patate d’Avezzano al baccalà con maio al limone e gel di frutta esotica. L’inizio del percorso degustativo conferma la valenza del fondere ingredienti e tecniche differenti in cucina, per non adagiarsi sugli allori.

L’arrivo delle pizze è reso ancor più gradito dalla versione classica “Regina Margherita” con impasto napoletano tipo 0, condita da pomodoro San Marzano, mozzarella di bufala campana e parmigiano reggiano 24 mesi.

Ben presentata la pizza alla pala “Viaggio in Lucania”, esperimento ardito dei Savarese per la complessità nel dover unire il fior di latte con peperone crusco, fonduta di canestrato di Moliterno, lonzarda di maiale e riduzione d’Aglianico del Vulture. Manca poco alla perfezione, magari attraverso un maggior controllo della spinta sapida finale.

Le Genovese di carne con cui è farcito il mini bun è realizzata secondo l’antica tradizione partenopea, con i migliori tagli ideali per avvicinarci al gran finale: il capolavoro padellino di mare con impasto alla ‘nduja, insaporito da baccalà in oliocottura, scarola riccia, salsa di mozzarella, maionese alla soia e melagrana. Il miglior piatto della serata, che esprime il concetto futuro degli impasti aromatizzati.

La torta caprese con cioccolato monorigine del Perù – distretto di Pachiza – mandorle di Toritto presidio Slow Food, salsa alla vaniglia e gel di lamponi chiosa un momento di estrema rilassatezza: quella voglia di sorridere e parlare di cibo, senza pensare per forza allo stress dei tempi moderni.

Un ringraziamento alla giornalista Laura Gambacorta, in qualità di ufficio stampa, per l’ottima organizzazione della serata.

Pizzeria Ciro Savarese

Via Napoli, 208

Arzano (Na)

Tel. 081 5732673

www.cirosavarese.it

Ciro Savarese Lab

Via Taormina, 9

Arzano (Na)

Tel. 379 1985795

www.cirosavareselab.it