Anteprima Cocco Wine 2025: alla scoperta dei vini del Monferrato con la cantina Poggio Ridente

Durante l’Anteprima di Cocco Wine 2025 promossa dall’Associazione Go Wine, un gruppo di giornalisti del settore ha incontrato Luigi Dezzani, portavoce del Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato.

La cantina bio Poggio Ridente ha accolto la stampa di settore per parlare del territorio di Cocconato d’Asti, che conosciuto in passato un periodo di abbandono della viticoltura, ma che appartiene a pieno titolo alla storia piemontese. Già dal Seicento le colline che da Superga arrivano fino ad Albugnano e a Casale Monferrato erano coperte di vigneti, con notizie documentate di coltivazione organizzata. Poi il richiamo delle città e dell’industria aveva svuotato i campi, lasciando molte vigne incolte.

Venticinque anni fa, con la nascita di Cocco Wine, la zona ha però ritrovato nuova linfa: giovani viticoltori sono tornati a investire, recuperando i filari dei nonni o aprendo nuove aziende. Così Cocconato e i paesi vicini hanno riscoperto la propria identità agricola e oggi si presentano come un territorio dinamico, capace di unire vino, ristorazione e accoglienza: sette ristoranti per appena 1500 abitanti e un’offerta turistica sempre più strutturata.

Dezzani ha ricordato anche il ruolo dei vitigni storici. Se il Nebbiolo, due secoli fa, aveva trovato spazio tra Albugnano e Torino prima di spostarsi verso le Langhe, Cocconato ha custodito altre uve identitarie: Grignolino, Freisa e Bonarda piemontese, già presenti prima della Barbera. Proprio su questi vitigni alcune aziende della nuova generazione hanno investito in ricerca e cloni, restituendo loro dignità e prospettive.

Il Consorzio “Cocconato- Riviera del Monferrato e dintorni” raccoglie oggi cinque cantine, produttori locali di salumi, produttori di miele, nocciole e formaggi, la distilleria  Bosso e luoghi di ospitalità, fino ad arrivare all’ingresso di realtà nuove come la gelateria di Alberto Marchetti, segno di un territorio che si muove compatto per rafforzare la propria proposta enoturistica e rilanciare un’eredità vitivinicola antica ma ancora tutta da raccontare.

L’azienda Poggio Ridente è nata nel 1998 per iniziativa di Cecilia Zucca, con il sostegno del marito Luigi  e delle figlie Maria Sole ed Eleonora e del figlio Romolo. I loro tredici ettari, di cui otto vitati, raccontano la sfida di una viticoltura non semplice, su pendii ripidi che già allora avevano il sapore dell’eroico.

Le prime vigne furono dedicate alla Barbera, il vitigno che più identifica queste colline. Poco dopo arrivò l’Albarossa: Poggio Ridente fu tra i pionieri, piantandola nel 2004, appena terminata la lunga fase di sperimentazione condotta dall’Università di Torino. Questo incrocio tra Barbera e Nebbiolo di montagna, ideato già nel 1938 da Giovanni Dalmasso ma reso disponibile ai viticoltori solo dagli anni Duemila, ha trovato qui un habitat ideale. Per la famiglia Zucca rappresenta una parte importante della produzione, tanto da renderli tra i primi produttori storici di questa varietà in Piemonte.

Nel 2010 è arrivata la sfida dei bianchi, con un approccio innovativo: Poggio Ridente ha infatti scelto di sperimentare i vitigni internazionali: Riesling, Sauvignon blanc , Pinot Nero e soprattutto Viognier, piantato quando ancora non era ufficialmente autorizzato in Piemonte. Dal 2013, con l’ingresso nella Doc Piemonte, anche questo bianco aromatico ha trovato riconoscimento formale, aprendo nuove prospettive. Inoltre una grande passione per il Ruchè, amato anche dal nonno di Luigi Dezzani, che trova la sua migliore allocazione nei 7 comuni che sono menzionati nell’ultima Doc nata In Piemonte, quella del Ruchè di Castagnole Monferrato.

I terreni sono ricchi di marne e arenaria ed è facile rinvenire in vigna conchiglie fossili dato che anticamente vi era il mare: inoltre è importante la componente gessosa, che dona una particolare nota ai vini, essendo posizionati sulla falda che attraversa l’Italia.

In degustazione si è apprezzato il Pet Nat Matto – Come tu mi vuoi – che riporta sull’etichetta la possibilità di personalizzare l’esperienza gustativa, girando la bottiglia.

Le uve Nebbiolo provengono dalla regione Pinella in Cocconato d’Asti e vengono vinificate in rosato; una parte del mosto viene poi conservata e aggiunta nel mese di Marzo al vino per creare la naturale frizzantezza. Il vino viene chiuso con il tappo a corona. Colore rosso ciliegia intenso, profumi succosi di piccoli frutti rossi e crosta di pane. Un vino spensierato, di grande piacevolezza e bevibilità, che si abbina bene a una merenda con salumi del luogo.

La storia di Poggio Ridente è così il simbolo di un territorio che non rinnega la tradizione, ma sa guardare avanti, intrecciando Barbera e Grignolino con vitigni più recenti e interpretazioni coraggiose, capaci di arricchire il panorama enologico del Monferrato contemporaneo.

Ottati celebra il fico bianco del Cilento: terza edizione di “Ficus in Tabula”

Ottati, piccolo borgo nel cuore del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, si prepara ad accogliere la terza edizione di “Ficus in Tabula”, la rassegna gastronomica che mette al centro il fico bianco dottato del Cilento. Un frutto antico, amato in tutto il mondo, che diventa per due giorni il filo conduttore di un programma capace di unire cultura, gusto ed economia territoriale.

L’apertura della kermesse sarà affidata a Rossella Pisaturo e vedrà la partecipazione di Andrea Volpe, consigliere regionale della Campania che ha sostenuto l’evento attraverso un emendamento alla legge di bilancio, insieme a voci del settore come Andrea Giuliano della Tenuta Principe Mazzacane, Manlio De Feo, presidente del Consorzio di tutela del fico bianco del Cilento, e altri protagonisti del comparto. Un momento inaugurale che darà vita al talk “Esperienze, conoscenze e orizzonti del fico dottato”, occasione di confronto e approfondimento sul futuro di questa eccellenza cilentana.

«Con Ficus in Tabula – sottolinea il sindaco Elio Guadagno – vogliamo dare voce a un prodotto identitario che non è solo tradizione gastronomica, ma anche risorsa di sviluppo. Il Comune ha investito 1,67 milioni di euro sulla filiera del fico dottato, piantumando 5.000 nuove piante in un terreno comunale e avviando la ristrutturazione di un immobile per trasformarlo in laboratorio di lavorazione. È un progetto che vede la politica assumere un ruolo imprenditoriale, con l’obiettivo di recuperare identità, generare occupazione ed economia e restituire futuro a una comunità dell’area interna».

Il programma

Sabato 20 settembre 2025

  • Apertura nel convento di Ottati con la svelatio di un’opera in ceramica a forma di fico, realizzata nella scorsa edizione e completata quest’anno nel forno ceramico del borgo.
  • Aperificus (18:30 – 19:30): calice di vino e finger food a tema fico.
  • Passeggiata gastronomica serale con piatti e specialità locali.
  • In degustazione: antipasto a cura delle massaie del Ficus in Tabula, pizza in padellino di Angelo Rumolo (Le Grotticelle, 37ª pizzeria migliore al mondo per 50 Top Pizza 2025), primo piatto a cura dell’Istituto Alberghiero “Parmenide” di Roccadaspide, secondo piatto alla brace curato da Il Covo della Bistecca, selezione vini e liquoreria ai fichi del Palazzo De Philippis a cura del sommelier Daniele Croce.

Domenica 21 settembre 2025

  • Ore 9:00: esperienza nel Ficheto dell’Azienda Agricola Syké di Passannante Carmen, con colazione contadina nella natura.
  • Laboratorio di panificazione a cura di Francesco Petrone (La Spiga del Cervati), con pane al fico e degustazione dei suoi prodotti (ore 12).
  • Aperificus (11:30 – 12:30 e 18:30 – 19:30).
  • Pastry show della maestra pasticciera Rosetta Lembo (Pasticceria La Ruota), vincitrice del premio Top Italian Food 2024 e 2025 di Gambero Rosso.
  • Pastry show del Maestro gelataio Raffaele Del Verme (Gelateria Di Matteo, Torchiara), miglior gelato d’Italia per 50 Top Italy e 3 coni Gambero Rosso (ore 17:00).
  • Masterclass alla scoperta del fico dottato a cura della rinomata azienda Santomiele, moderata da Barbara Guerra (co-curatrice di 50 Top Pizza) (ore 18:00).
  • Show cooking dello chef Alessandro Feo, con un piatto omaggio ai tre territori: i fichi di Ottati, le patate di Castelcivita e il vino di Castel San Lorenzo.
  • Dalle 19:00 Passeggiata gastronomica serale con antipasto delle massaie, pizza in pala di Vito Chiumiento (Mo Veng), primo piatto a cura dell’Istituto Alberghiero “Parmenide” di Roccadaspide, secondo piatto alla brace de Il Covo della Bistecca, dolci al fico e gelato di Gelati Matteo con ricotta di bufala, foglie di fico e miele di spiaggia.

Talk e approfondimenti

Durante la due giorni sono previsti talk tematici con esperti, giornalisti, produttori e operatori della ristorazione, a cura di Yuri Buono, esperto di gastronomia e territorio. Un’occasione di confronto che arricchisce la rassegna con spunti di riflessione sul presente e sul futuro delle produzioni locali.

Una festa per il territorio

“Ficus in Tabula” è una rassegna gastronomica che ogni sera si trasforma in una passeggiata del gusto tra le prelibatezze locali, pensata per valorizzare i prodotti, raccontare storie e generare nuove economie. Anche l’arte avrà uno spazio con il laboratorio di ceramica Creta, che realizzerà opere d’arte utilizzando il laboratorio comunale, ed Emily Artist Colangelo, che dipingerà live durante la due giorni.

L’evento è organizzato dal Comune di Ottati, con il supporto della Polisportiva Ottati, della Pro Loco di Ottati e della Comunità di Ottati, e realizzato con il sostegno di BCC Aquara e Planet Beverage e con il supporto operativo di Federica Giuliano, Francesco Di Piano e Daniele Croce.

La Germania nel piatto: un viaggio tra sapori e paesaggi

Ammetto che la mia idea di cucina tedesca fosse piuttosto limitata: wurstel, patate e birra. Una visione decisamente riduttiva, che non rende giustizia alla varietà e alla ricchezza gastronomica di questo Paese. Ci è voluto un viaggio itinerante in Germania per farmi cambiare prospettiva, un’esperienza che, oltre a fami scoprire città e paesaggi meravigliosi, mi ha messa di fronte ad una realtà culinaria ricca e sorprendente.

Da Sud a Nord, dalla Foresta Nera al Mar Baltico, per poi ridiscendere in Baviera, ogni regione tedesca offre piatti tipici, ingredienti locali e influenze culturali che meritano di essere esplorati.

Un itinerario di gusto

Il mio viaggio è iniziato nel Sud, a Friburgo, splendida città medievale ai margini della Foresta Nera, dove è bello perdersi tra stradine di ciottoli e accoglienti piazzette. Attenzione però ai Bächle, i piccoli canali che scorrono lungo le vie del centro: un tempo servivano per fornire acqua alle abitazioni, favorire l’igiene urbana e prevenire gli incendi. Oggi, secondo la tradizione locale, portano fortuna a chi cammina accanto ad essi, purché non ci si finisca dentro!

Friburgo è una città che sa coniugare storia, natura (è una delle città più green d’Europa) e gusto. Una tappa imperdibile è il Café Schmidt, nel cuore del centro storico, dove si può assaporare una fetta dell’autentica Schwarzwälder Kirschtorte Torta Foresta Nera, preparata secondo la ricetta originale. Un dolce di cioccolato, panna, ciliegie e un tocco di kirsch.

Per gli appassionati di vino un appuntamento irrinunciabile è l’aperitivo in prima serata a l’Alte Wache, una raffinata enoteca che celebra la ricca tradizione vinicola del Baden. Con oltre 15.000 ettari di vigneti, la regione del Baden si estende lungo la valle del Reno, offrendo terreni ideali per la coltivazione di vitigni nobili. I suoli variano da calcarei a vulcanici, contribuendo alla complessità aromatica dei vini. Tra i vitigni principali: Pinot Nero, Pinot Bianco e Pinot Grigio.

Un altro tesoro locale è la birra della Foresta Nera. Qui i birrifici storici, cito Rothaus e Ketterer per mia diretta esperienza, spesso a conduzione familiare, custodiscono ricette tramandate da generazioni e producono birre che riflettono l’ambiente circostante: acqua pura di sorgente, luppoli aromatici e malti selezionati.

Il viaggio prosegue verso nord, lasciate le colline e i boschi fitti che sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm (non a caso l’ambientazione di alcune delle loro favole è proprio la Foresta Nera), ci avviciniamo a Lubecca, dove il paesaggio si fa più nordico: l’aria è salmastra, preludio della vicinanza al Mar Baltico; i cieli sembrano non avere confini.

Patrimonio dell’Umanità UNESCO, Lubecca è un gioiello architettonico della Lega Anseatica, qui domina il Gotico baltico caratterizzato dalle facciate di mattoni rossi, ma è anche la patria indiscussa di uno dei dolci più amati: il Lübecker Marzipan. La tradizione del marzapane a Lubecca risale al 1407, quando una carestia lasciò i fornai senza farina. Per sfamare la popolazione, si racconta che usarono ciò che avevano: mandorle e zucchero.

Nacquero così delle “pagnotte dolci” che, secondo la leggenda, salvarono la città dalla fame. Oggi, il cuore pulsante di questa tradizione è il Museo del Marzapane Niederegger, situato sopra lo storico Café Niederegger in Breite Straße. Fondato nel 1806, Niederegger è sinonimo di qualità e innovazione: il suo marzapane contiene un’alta percentuale di mandorle e meno zucchero rispetto ad altri produttori.

Ma Lubecca sorprende anche a tavola con le famose Riesenkaroffeln von Lübeck patate bollite dalle dimensioni monumentali, farcite con ortaggi, panna acida, barbabietole, aringhe, ma anche contaminazioni esotiche come dahl di lenticchie e coriandolo. Assaggiatale da Kartoffelspeicher, locale tipico ricavato in un palazzo medioevale.

Dopo circa 250 chilometri da Lubecca, arriviamo nell’ Isola di Rügen, facilmente riconoscibile grazie al ponte Rügenbrücke che la collega alla terraferma. È la più grande delle isole tedesche, affacciata sul Mar Baltico, e accoglie i visitatori con le sue scogliere bianche di gesso a picco sul mare, foreste di faggi Patrimonio UNESCO e spiagge infinite battute dal vento.

L’isola di Rügen, con i suoi villaggi di pescatori e le località balneari eleganti come Binz e Sellin, ha una lunga tradizione marinara, le aringhe del Mar Baltico sono tra gli ingredienti principali della cucina dell’isola. Questo pesce, dal gusto deciso, è utilizzato in diverse preparazioni tipiche: aringhe giovani marinate, servite con cipolle, mele e panna acida; aringhe fritte e poi marinate in aceto, cipolla e spezie, si servono fredde; aringhe affumicate, spesso servite con pane nero e burro. Qui le influenze scandinave e baltiche si fanno sentire.

Non mancano i piatti di carne e la selvaggina la fa da padrona, il ristorante Jägerhütte presenta una cucina genuina e autentica, arrosto di cervo e cinghiale soprattutto.

E’ ora di riprendere la strada del ritorno, ma altre due tappe imperdibili ci attendono: Norimberga e Monaco di Baviera. In queste regioni la cucina è piuttosto diversa da quella del nord, sia per ingredienti che per stile culinario.

Norimberga, dove lo stile architettonico dominante è il Gotico tedesco, fa parte del distretto amministrativo della Franconia Centrale. Una delle tradizioni più vivaci e gustose sono i Nürnberger Rostbratwurst (salsicce), sicuramente il piatto più iconico della città. Piccole (circa 7-9 cm), sottili e speziate con maggiorana, vengono tradizionalmente grigliate su brace di legna e servite in tre varianti: Drei im Weggla tre salsicce in un panino croccante, perfette come street food; con crauti o insalata di patate; accompagnate da senape forte o rafano.  

Se siete coraggiosi e volete scoprire a fondo le tradizioni culinarie di Norimberga e della Franconia, da provare la Vogelsuppe. Nonostante il nome significhi letteralmente “zuppa di uccelli”, il piatto non contiene volatili: si tratta invece di una zuppa ricca a base di gnocchi di fegato, cuore, rognoni e carne di manzo, il tutto cotto con cipolla e servito in un brodo di manzo e rafano.

Tra i dolci, il protagonista indiscusso è il Lebkuchen, il celebre biscotto di pan di zenzero spesso a cuore e riccamente decorati con glassa colorata.

In Germania ogni città ha la sua birra, qui a Norimberga da assaggiare la Nürnberger Rotbier. Il nome significa, letteralmente, birra rossa, dal color ambrato scuro, prodotta a bassa fermentazione e dalle note olfattive di caramello e biscotto.

Ultima tappa del nostro viaggio on the road, Monaco di Baviera. Passeggiare per Monaco significa ammirare l’architettura barocca, neoclassica e modernista e deliziarsi delle prelibatezze che la città offre.

Accanto a un boccale di birra, il piatto ideale è lo Schweinshaxe, lo stinco di maiale croccante, spesso servito con crauti e patate. Un altro grande classico della cucina bavarese è la Schnitzel, la celebre cotoletta viennese preparata con carne di vitello disossata, impanata e fritta, amata in tutta la regione.

Per concludere il pasto in dolcezza, non può mancare il Kaiserschmarrn, letteralmente “la frittata dell’Imperatore”: un dessert soffice e goloso, preparato con uvetta, cotto in padella e cosparso di zucchero a velo, servito con purea di mele e mirtilli rossi.

Che dire, la cucina tedesca mi ha sorpreso, un viaggio nel gusto che vale la pena vivere.

Prosit!

San Genna’… Un Dolce per San Gennaro by Mulino Caputo: vince Alessandra Bernardini con il suo “Pucundria”

Alessandra Bernardini, aiuto pasticcere presso Dav Pastry Lab di Bergamo, vince di un soffio il primo premio del contest San Genna’… Un Dolce per San Gennaro” organizzato da Mulino Caputo e dedicato al Santo Patrono di Napoli.

San Gennaro questa volta ha compiuto il miracolo con qualche giorno d’anticipo. Nella sfida conclusiva a colpi di bontà, presso la splendida terrazza panoramica del Roof Garden Angiò del Renaissance Naples Mediterraneo, l’ha spuntata di un soffio Alessandra Bernardini di Dav Pastry Lab della Famiglia Cerea, già tre stelle Michelin con il ristorante Da Vittorio a Brusaporto (BG).

I finalisti dell’8°edizione erano: Alessandra Bernardini, aiuto pasticcere presso Dav Pastry Lab di Bergamo; Guglielmo Cavezza, titolare del Mommy Cafè  di Cicciano, in provincia di Napoli; Giuseppe Cristofaro, della Pasticceria Raffaele Barbato di Frattaminore;  Benedetta D’Antuono, titolare della Pasticceria Cake Art  di Sorrento; Angelo Guarino, Pastry chef presso La Corte degli Dei, locanda di Palazzo Acampora, ad Agerola; Andrea Marano, pasticcere presso il Victor Lab  di Riccione e  Bruno Merlonghi, primo pasticciere presso Aloha Eventi di Bacoli.

Alessandra Bernardini – Dav Pastry Lab di Bergamo

Alla vincitrice 1000 chilogrammi di farina Mulino Caputo e un assegno da mille euro. Ai partecipanti era stato richiesto di realizzare una monoporzione inedita, utilizzando una delle farine Mulino Caputo e un ingrediente di colore rosso (simbolo del miracolo del sangue di San Gennaro) e/o di colore giallo (in riferimento all’epiteto popolare “Faccia ‘ngialluta”), scelto tra quelli prodotti dall’azienda Santorè, specializzata nella lavorazione della frutta.

Benedetta D’Antuono – Cake Art di Sorrento

Pasticceri da tutta Italia si sono mossi per dare sfoggio della nobile arte tra Frolle, lievitati, pasticciotti, tarte choux,  pan di spagna, cake agli agrumi, babà rielaborati ad hoc, tartellette di pasta sablée, cialde di sfogliatella riccia, cake frangipane e molto altro. La giuria tecnica, composta da Sal De Riso, Gennaro Esposito, Sabatino Sirica e Antimo Caputo ha dovuto valutare quattro caratteristiche dei prodotti presentati: dalla parte visiva al taglio per terminare verso gusto ed equilibrio complessivo dei sapori.

Al centro il Maestro Sabatino Sirica tra il food & beverage manager Giovanni Botta e l’executive chef Pasquale De Simone del Renaissance Naples Mediterraneo

Un compito non semplice riassunto dalle parole del Maestro Sabatino Sirica, una vita spesa tra zucchero e lieviti con le sue inimitabili sfogliatelle ricce, babà napoletani e pastiere: «oggi per me è un giorno speciale, quello di poter valutare giovani colleghi che si stanno affacciando con successo in un mondo affascinante e difficile. Bisogna credere nelle nuove leve e lasciar loro lo spazio di imparare, perché no, anche sbagliare. Non nascondo che sento in me la loro stessa emozione di quando, ormai tanti anni fa, muovevo i primi passi in laboratorio».

«Siamo veramente orgogliosi dei risultati ottenuti da questo contest» ha dichiarato Antimo Caputo, Ad del Mulino «Felici del fatto che tra i concorrenti ci siano sempre più spesso giovani talenti:  pasticceri capaci di infondere entusiasmo, estro e creatività e di apportare significativi elementi di innovazione». 

Pucundria, il dessert vincitore, è un omaggio al miracolo del ritorno di San Gennaro, quando per tre volte l’anno si palesa ai fedeli con lo scioglimento del suo sangue conservato in un’ampolla benedetta. La composizione del dolce parte da una financier d’amarena con bagna al limoncello, croccantino alla mandorla, diplomatica al limone e vaniglia tostata su finale di confettura al limone e fior d’arancio e coulis di amarena.

Liguria: Porto Vinae, la nuova enoteca di punta a Santa Margherita Ligure

Nei ricordi di fine estate ci soffermiamo su un evento che profuma di Liguria e di vino di qualità: l’inaugurazione a Santa Margherita Ligure, in via Maragliano 22, della nuova enoteca Porto Vinae. Un incontro tra storia e passione, tra una tradizione solida e una visione giovane e moderna.

In passato il locale era guidato da Eugenio Schiaffino, figura apprezzata e ben radicata nella comunità: l’arrivo di Porto Vinae segna la continuità di quella identità storica, oggi rinnovata dalla sinergia con Luca De Paoli e Dorella Segarini, fondatori nel 2010 delle Cantine Levante, con sede operativa a Sestri Levante. L’impresa, nata poco più di un decennio fa, ha rapidamente guadagnato reputazione nel panorama vitivinicolo regionale grazie a una produzione che esalta i vitigni autoctoni come Vermentino, Bianchetta Genovese, Cimixà e Ciliegiolo, coltivati rigorosamente a mano su terrazze liguri a media collina, in osservanza della DOC Golfo del Tigullio‑Portofino, istituita nel 1997 e in vigore dal territorio genovese escluse alcune aree centrali.

L’inaugurazione a fine luglio si è svolta in un clima di festa conviviale, con degustazioni e un affiatato DJ set a scandire l’incontro tra operatori del settore, winelover e curiosi. Luca De Paoli stesso ha sottolineato come “questo momento rappresenti un’occasione per conoscere la nostra Cantina attraverso i nostri prodotti”.

Porto Vinae vuole essere più di un semplice punto vendita: qui la produzione delle Cantine Levante è naturalmente in primo piano, presentata in bottiglia o sfusa, con un catalogo che include vini sfusi di qualità—un’offerta perfetta per chi cerca quotidianità e convenienza, ma senza rinunciare alla cura artigianale. Al contempo, la selezione si amplia con etichette italiane di prestigio, vini internazionali, Champagne, bollicine italiane e spirits studiati per la mixology moderna, segno che l’enoteca guarda anche agli appassionati e operatori del cocktail d’autore.

Il contesto ligure dona ulteriore carattere alla proposta: Santa Margherita Ligure è una cornice elegante e vivace, frequentata da turisti e residenti in cerca di esperienze enogastronomiche autentiche. Porto Vinae si inserisce con una proposta che coniuga conoscenza del territorio, selezione esigente, rispetto dei vitigni autoctoni e apertura a orizzonti internazionali.

In termini di mission aziendale, Cantine Levante ha dichiarato di valorizzare la viticultura manuale e sommamente attenta al territorio, in cui ogni fase vinicola riflette una relazione diretta tra vignaioli e terra. Questo approccio ha reso l’azienda una realtà stimata nel Tigullio, soprattutto per chi cerca vini che raccontano una storia, non solo un nome.

Per gli amanti del vino, Porto Vinae rappresenta insomma un’oasi di qualità: vini DOC liguri autentici, etichette nazionali e internazionali di fascia alta, champagne e spiriti di tendenza, e una presenza significativa di vini sfusi di eccellenza. Tutto – dalla passione di Luca e Dorella all’esperienza concreta di Eugenio – parla di un progetto che vuole radicarsi nella tradizione e crescere con visione moderna. Un nuovo punto di riferimento a Santa Margherita Ligure, per promuovere la produzione di eccellenza del territorio nazionale ed estero e avvicinare il consumatore a scelte sempre più consapevoli.

Grecia nel piatto e nel bicchiere: un viaggio tra mare, sole e cultura

Il mio viaggio nelle isole Cicladi diventa l’occasione per raccontare un percorso enogastronomico che si intreccia con storia, cultura e suggestioni mediterranee. Queste isole non sono soltanto sinonimo di spiagge da cartolina: custodiscono un patrimonio ricco e stratificato, frutto di influenze diverse. Con sorpresa scopro le tracce lasciate dai Veneziani, che nei secoli della Repubblica Marinara solcavano questi mari per commerci con la Serenissima.

Castelli, bastioni e antiche costruzioni ancora oggi testimoniano la loro presenza, in un contesto che appare come una porta sospesa tra mondo cristiano e musulmano, tra Oriente e Occidente. A fare da scenario, le immancabili chiese ortodosse, candide e luminose, spesso sormontate da cupole blu: un paesaggio architettonico che riprende i colori della bandiera greca e che incornicia l’identità autentica delle Cicladi.

La cucina greca è un inno alla semplicità mediterranea, un equilibrio luminoso tra pochi ingredienti, mani esperte e sapori netti. Nelle isole Cicladi, questo canto si fa ancora più autentico: qui il mare incontra la terra arida e le erbe selvatiche, la luce intensa del sole avvolge orti e pascoli, e ogni piatto racconta una storia di vento e di sale.

Il cuore della Grecia in tavola

L’insalata greca, o Horiatiki, è un mosaico di colori e freschezza: il pomodoro maturo sprigiona dolcezza, il cetriolo croccante rinfresca, la cipolla rossa punge, mentre la feta, con la sua sapidità cremosa, lega il tutto insieme alle olive Kalamata e a un filo di olio d’oliva profumato. Il Tzatziki, con yogurt vellutato, cetriolo e aglio, è una carezza fresca con un finale aromatico. Nei Dolmadakia, le foglie di vite sprigionano sentori erbacei e di terra umida, abbracciando un ripieno di riso dal gusto delicato. Moussaka è simile a una parmigiana con strati di melanzane, carne macinata, besciamella e spezie, presenti ovunque.

L’anima delle Cicladi

Ogni isola custodisce un’identità gastronomica distinta, modellata dal clima e dalle risorse locali. Tra i piatti che si lasciano ricordare, la fava di Santorini è una vellutata dal colore dorato e dalla consistenza setosa, dove la dolcezza del pisello giallo incontra la sapidità dei capperi o la concentrazione aromatica dei pomodori secchi. Le Tomatokeftedes, frittelle di pomodoro ed erbe, sprigionano profumi estivi e una croccantezza che invita al bis.

Formaggi e sapori forti

Il kopanisti, piccante e speziato, pizzica il palato e risveglia i sensi, mentre il San Michali di Syros e il Graviera di Naxos offrono un equilibrio tra dolcezza e carattere. Il manoura di Sifnos, stagionato in vino, regala un bouquet vinoso e intenso. La louza, salume speziato e marinato in vino ed erbe, è un’esplosione di aromi balsamici e speziati che evocano feste di paese e brindisi al tramonto.

Piatti rustici e convivialità

La Froutalia di Andros e Tinos, con patate, uova e salsiccia, è un piatto robusto, avvolgente, perfetto per la condivisione. La matsata di Folegandros, pasta fresca fatta in casa, sposa sughi di carne teneri e succosi, mentre il ksinotira di Naxos aggiunge una nota decisa, quasi piccante, a patate e verdure locali.

Mare in tavola e dolci finali

L’astakomakaronada, pasta con aragosta, unisce la dolcezza delicata della polpa al sugo di pomodoro dal profumo mediterraneo. Il gouna, sgombro essiccato al sole, concentra in sé il sapore del mare e del vento.

E poi i dolci: il Baklava preparato con strati sottilissimi di pasta filo alternati a noci, mandorle e pistacchi tritati arricchiti da spezie come cannella o chiodi di garofano. Dopo la cottura viene irrorato con sciroppo di miele e limone, viene tagliato a triangoli ma si può trovare anche tagliato a quadrato o a rombo.

Mangiare alle Cicladi è lasciarsi avvolgere da profumi di origano e timo, da un olio d’oliva che sa di sole e pietra, da formaggi che parlano di pascoli battuti dal vento. È un’esperienza sensoriale completa. La cucina delle Cicladi è una fusione armoniosa di mare e terra: legumi e formaggi forti, pesce fresco, torte alle mandorle, fritti fragranti e piatti antichi resi attuali. Ogni isola ha le sue versioni uniche, ma lascia sempre un’impressione chiara: sapori autentici, ingredienti locali e un invito a vivere la Grecia con gusto genuino.

Santorini, il vino che sa di mare e vulcano

C’è un filo invisibile che lega il vento salmastro dell’Egeo, la luce abbacinante delle Cicladi e la terra scura di un vulcano addormentato. È lo stesso filo che intreccia le radici dei vigneti di Santorini, un mosaico di soli 3.706 ettari dove la vite cresce avvolta a cestello per proteggersi dal sole e dal meltemi, e dove la concentrazione di cantine per metro quadrato è la più alta al mondo.

I terreni vulcanici dell’isola sono una benedizione per la viticoltura: hanno la capacità di trattenere l’umidità notturna e la rugiada marina, rendendo quasi superflua l’irrigazione, utilizzata solo per i vigneti più giovani, fino ai quattro anni di età. È proprio grazie alla natura vulcanica del suolo che la fillossera – il flagello che nel XIX secolo devastò i vigneti di mezzo mondo – non ha mai attecchito qui, permettendo alle viti di crescere ancora oggi a piede franco, custodi di un patrimonio genetico autentico.

La coltivazione segue un metodo tradizionale e ingegnoso: piccoli alberelli intrecciati in forma di nido per proteggere grappoli e foglie dal vento costante e dalle alte temperature estive. Una viticoltura estrema che produce rese bassissime, ma vini di carattere inimitabile.

Qui, tra 40 vitigni e un patrimonio ampelografico unico, i protagonisti sono tre bianchi autoctoni – Assyrtiko, Athiri e Aidani – e tre rossi – Mandilaria, Mavrotragano e Mavrathiro – soprannominati le “3M”. L’Assyrtiko, in particolare, è il vino simbolo dell’isola: un bianco dalla struttura quasi “rossa”, capace di superare i 13,5° e di combinare corpo, complessità e una freschezza vulcanica inconfondibile.

La mia degustazione a Santorini è stata un viaggio sensoriale in tre atti

Il bianco – PESKESI, Pagonis Family

“Peskesi” in greco significa dono, ed è davvero un regalo per il palato. Brillante nel calice, seduce con un naso intenso di frutti bianchi e gialli. In bocca è una danza di freschezza e sapidità, arricchita da note iodate, fruttate e da un soffio di erbe aromatiche, con un finale agrumato persistente che sembra portare con sé la brezza marina.

Il rosso – Mm (Me), Cantina Sigalas

Un incontro tra Mavrotragano e Mandilaria (50% ciascuno), annata 2022, IGP delle Cicladi. Rubino intenso e brillante, al naso offre un bouquet caldo e terroso, con echi di Sangiovese, frutti rossi freschi e una leggera speziatura. Al sorso, freschezza e mineralità si uniscono a una sapidità che parla di mare, con quelle tipiche note iodate che sono la firma dell’isola.

Il passito – Vin Sánto 2016, Estate Argyros

Il nome è assonante al nostro Vinsanto a loro ci tengoo a sottolineare che è Vin (vino) Sánto (di Sántorini) e che quindi si tratta soltanto di na similitudine. L’arte dell’appassimento in pianta al sole regala a questo blend (80% Assyrtiko, 10% Athiri, 10% Aidani) un colore ambra scuro e un naso gentile. In bocca è vellutato e fresco, con ricordi di frutta candita, bergamotto e un tocco di china. Un vino che sa di tramonto e di pazienza.

“Estate Argyros”, l’anima del vino vulcanico di Santorini

Tra i terrazzamenti battuti dal vento e la luce accecante dell’Egeo, sorge Estate Argyros, una delle cantine più prestigiose di Santorini e punto di riferimento per chi desidera conoscere l’anima vinicola dell’isola. Fondata nel 1903 da Georgios Argyros, l’azienda affonda però le radici in una tradizione familiare ancora più antica, oggi custodita e rilanciata dalla quarta generazione.

Con oltre 120 ettari di vigneto, molti dei quali composti da ceppi secolari a piede franco, Estate Argyros rappresenta la più estesa proprietà vitata privata di Santorini. Qui il protagonista indiscusso è l’Assyrtiko, vitigno simbolo dell’isola, che nei suoli vulcanici trova la sua espressione più pura: vini dal profilo teso, minerale e salino, capaci di riflettere il mare e la pietra.

Accanto alle versioni classiche, la cantina propone etichette iconiche come la Cuvée Monsignori, l’Evdemon e il tradizionale Nykteri, fino ad arrivare al sontuoso Vinsanto, vino passito che ha reso celebre Santorini nel mondo.

Visitare Estate Argyros significa vivere un’esperienza completa: dalla passeggiata tra i filari bassi a cestino, al racconto delle tecniche viticole uniche dell’isola, fino alla degustazione guidata nella moderna sala panoramica. Un viaggio nel tempo e nel gusto, capace di coniugare rispetto per la tradizione e visione contemporanea. In un luogo dove il vulcano ha plasmato la terra e la storia, i vini di Estate Argyros raccontano la forza e l’identità di Santorini, sorso dopo sorso. A Santorini, il vino non è solo un prodotto agricolo: è cultura, paesaggio e storia. Ogni sorso porta con sé millenni di resilienza, dall’epoca minoica alla rinascita post-eruzione. E quando, alzando il calice, brindano dicendo “Già mas”, non è solo un augurio: è un invito a far parte di un’isola che ha fatto del vino la sua anima.

Cronache dall’Alto Adriatico: Collio

Italia, Slovenia, e ancora Italia. Il terzo giorno del tour nell’Alto Adriatico organizzato dal giornalista e scrittore Paul Balke è dedicato al Collio, l’altra parte di quell’unicum che un tempo comprendeva anche l’attuale Brda.

La superficie vitata nel Collio è inferiore a quella del fratello sloveno, con un valore che ultimamente ha raggiunto i 1500 ettari (contro i 1878 nel Brda), mentre simili sono i terreni essenzialmente a base di flysch, e i sistemi di allevamento. Il disciplinare del vino Collio doc nasce nel 1968 e fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca. Discorso diverso per quelli internazionali a bacca rossa presenti nel territorio da lunga data, e del quale aspetto abbiamo già parlato qui:

Ad oggi le uve autorizzate sono 17: per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Muller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in 8 dei 25 comuni esistenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi ad almeno 75 metri di altitudine, fino a giungere a circa 270 metri, e con una pendenza minima del 3%, spesso ben superiore.

Quattro anni prima della doc, nel 1964 nasce il Consorzio Tutela Vini Collio che oggi racchiude al suo interno 119 cantine.

Alla nostra dimora di Medana ci viene a prendere con il suo mezzo di trasporto Paolo Corso, vice direttore del Consorzio e produttore di Borgo Conventi con destinazione Cormòns.

Incerto l’origine del nome della città friulana: chi lo associa al termine del popolo Carmo, chi a un gallicismo celtico per intendere il simpatico mustelide della donnola, e infine chi a un idronimo preromano.

Situata alle pendici meridionali del monte Quarin, Cormòns ha settimila abitanti e millequattrocento anni di storia, che inizia quando i Longobardi fortificarono nel 610 d.C. una stazione militare di epoca romana per contrastare l’avanzata del popolo degli Avari proveniente dai Carpazi. Successivamente il castello entra in possesso dei Patriarchi di Aquileia che poi lo cedono ai Conti di Gorizia, i quali lo affidano agli Ungrispach, antichi signori del borgo, in qualità di castellani e il cui emblea raffigurante una mezzaluna è presente nello stemma comunale della città.

Raggiungiamo piazza xxiv maggio, dove affaccia il Palazzo Locatelli sede del municipio, e l’Enoteca di Cormòns che ci attende con dodici aziende con prodotti da testare. Una statua bronzea ritraente un ragazzino integralmente nudo in posa plastica, dinamica, che esprime energicamente il movimento, e che noi da vecchi studenti della settima arte abbiamo particolarmente apprezzato (cinema deriva dal greco kínema che significa movimento), è proprio di fronte all’ingresso. E’ opera dello scultore Alfonso Canciani di Brazzano, eretta nel 1894 e denominata il Lanciasassi, sebbene durante il periodo fascista fu battezzata Il Balilla, per l’evidente forza muscolare del fanciullo, incline al modo di vedere e al motto del regime del ventennio che propagandava “un popolo di atleti e soldati”.

Al primo piano dell’enoteca sede della degustazione conosciamo Luca Raccaro presidente del Consorzio Tutela Vini Collio e titolare dell’azienda omonima,che a 36 anni è il più giovane al vertice nella storia sessantennale del Consorzio. Averci trascorso delle ore assieme ha arricchito il nostro tour: Luca è una persona sensibile, squisita, e veramente disponibile verso il prossimo, per di più ha annullato un impegno vacanzierio pur di accudirci e in seguito scarrozzare il gruppo in giro.

Gli assaggi effettuati hanno riguardato i seguenti vini, elencati nell’ordine esatto di successione, e tranne dove è indicato diversamente sono da intendersi per Collio doc:

BORGO CONVENTI dal 1975 – ettari 30 (nel Collio 20, in Friuli Isonzo 10) – bottiglie annue 300.000

(https://www.borgoconventi.it/)

Friulano 2022 un vino che ci ha convinto con invitanti note floreali di fiori di robinia, morbide mielate, fruttate fragranti, e un sorso teso e di buona persistenza, con un finale piacevolmente sapido e ammandorlato.

Sauvignon 2023

Luna di Ponca 2019 (blend di Friulano 70%, Chardonnay 20%, Malvasia 10%)

Merlot 2017, l’annata corrente è la 2021, e il vino, dopo la fermentazione in tini di legno e acciaio inox a temperatura controllata, trascorre 10-12 mesi in barrique e un ulteriore affinamento in bottiglia. Percezioni fragranti e fresche in un olfatto complesso, con note floreali di viola appassita, di ciliegia matura, di prugna disidratata, e d’arancia sanguinella, e per finire di sottobosco. I tannini sono setosi, e il vino è lavorato in sottrazione, con eleganti ritorni di frutta in confettura, note morbide di vaniglia, e un finale piuttosto persistente di cacao amaro.

LIVON dal 1964 – ettari 180 – bottiglie annue 850.000

(https://livon.it/tenuta-livon/)

Pinot Bianco Cavezzo 2022

Solarco 2023 (blend equanime di Friulano e Ribolla)

Braide Alte 2022 Venezia Giulia Igt (blend di Chardonnay 40%, Sauvignon 40%, Ribolla Gialla 15%, Picolit 5%). Fermentazione in barrique a temperatura controllata e affinamento per 8-10 mesi, poi assemblaggio in vasca di acciaio inox. Affinamento in bottiglia di circa un anno. Ricco di note aromatiche floreali e fruttate, morbidezza da miele e vaniglia. Fresco, elegante e minerale, sorso pieno e glicerico, con ritorni di una succosa pesca tabacchiera in un finale molto vellutato.

RACCARO DARIO dal 1986 – ettari 8 – bottiglie annue 34.000

(https://www.raccaro.it/)

Friulano Rolat 2024 fine e sottile, con suggestioni floreali, di fiori di acacia e di mandorla, delicatamente fruttato. Fresco e vivo al sorso, ma allo stesso tempo morbido, mielato, setoso, che culmina al termine in toni minerali.

Friulano Rolat 2018, gli ulteriori sei anni trascorsi di affinamento hanno regalato al vino complessità, polpa e materia, e una grande eleganza, la frutta si fa decisamente più matura, e il sorso è molto mordido e persistente.

BRANKO dal 1950, passa a Igor Erzetic nel 1998 – ettari 12 – bottiglie annue 70.000

(https://www.brankowines.com/)

Pinot Grigio 2024 piacevole e intensamente fruttato di pesca, cenni erbacei di fieno tagliato, e morbidezza di crema. Al palato è opulento, vivo e sapido, torna dirompente la frutta, in un contesto di beva gradevole.

Chardonnay 2024

CASTELLO DI SPESSA dal 1987 – ettari 98 (nel Collio 28, in Friuli Isonzo 70) – bottiglie annue 450.000 (nel Collio 100.000, in Friuli Isonzo 350.000)

(https://www.castellodispessa.it/)

Rassauer 2022 (Friulano)

Santarosa 2023 (Pinot Bianco) affina per sei mesi sulle fecce nobili in acciaio e in barrique. Intense e penetranti le note floreali di acacia alle quali si accompagnano altre fruttate di pera, e di spezie delicate, pepe bianco. Il sorso esile e sapido è declinato sull’eleganza, con ritorni morbidi fruttati e una buona persistenza.

DUE DEL MONTE dal 2017 – ettari 8 (a breve 10.5) – bottiglie annue 30.000

(https://duedelmonte.it/it/)

Ribolla Gialla 2022

Malvasia 2022

Friulano Subida 23 2020, fermentazione in botti di rovere dove il vino rimane per circa 10 mesi senza effettuare la malolattica. Le note floreali sono decise, alcune spezie morbide e poi frutta secca, mandorla in primis. Al palato è glicerico, sapido, con una lieve nota alcolica che tuttavia non incide troppo sull’armonia, ritorni di erbe aromatiche in un finale persistente, piacevole e di carattere.

Sauvignon San Giovanni 2020

Merlot 2019, macerazione per circa 30 giorni con frequenti follature a mano e un paio di dèlestage. Maturazione in barrique in parte nuove per 12 mesi e in botti di rovere più grandi per altri 12 mesi dove avviene la fermentazione malolattica. Infine almeno altri 24 mesi di affinamento in acciaio inox e bottiglia. Note iniziali di frutti di bosco rossi e arancia sanguinella, a cui seguono quelle minerali legate alla grafite e petricore. Il sorso è pieno, ricco e setoso, polputo e piacevole, di vellutata morbidezza e con un finale di persistente eleganza.

PASCOLO dal 1974 – ettari 7 – bottiglie annue 30.000

(https://www.vinipascolo.com/)

Pinot Bianco 2023

Friulano 2023

Agnul 2021 (blend di Friulano 50%, Sauvignon 40%, Pinot Bianco 10%). Fermentazione in acciaio dove sosta per nove mesi sui lieviti. Il Friulano è elevato in tonneau di Allier nuove, poi avviene l’assemblaggio dei vini nove mesi prima dell’imbottigliamento con affinamento in vetro per ulteriori 18 mesi. Vino molto intenso e complesso, dotato di nuance floreali di acacia e tiglio, note di frutta esotica, di spezie morbide, noce moscata e vaniglia. Al palato è corposo e materico, glicerico, con ritorni di purea di pera, e un finale delicato e minerale.

Rosso di Ponca 2020 Merlot

RONCÚS dal 1985- ettari 10 – bottiglie annue 30.000

(https://www.roncus.it/it/)

Malvasia 2022 Venezia Giulia Igt

Pinot Bianco 2020

Pinot Bianco 2018

Vecchie Vigne 2017, unblend di Malvasia 60%, Friulano 30%, Ribolla Gialla 10% provenienti da vigne con oltre 60 anni di vita, che dopo una breve macerazione di quattro ore, effettua la fermentazione spontanea e quella malolattica. In seguito il vino permane un anno in botti da 20 ettolitri, e 22 mesi in acciaio sui propri lieviti fini. La declinazione è sulla polpa di frutta matura, anche esotica, con richiami a fiori bianchi essicati e mineralità da pietra focaia. Il sorso è glicerico, pieno ed elegante, fruttato con un finale minerale persistente.

RENATO KEBER dal 1985 – ettari 15 – bottiglie annue 45.000

(http://www.renatokeber.com/)

Pinot Grigio 2019. I vini di Renato Keber escono dopo minimo 5 anni dalla vendemmia. Fermentazione spontanea ed elevazione sui lieviti per dodici mesi in acciaio. Complesso con frutta matura, erbe aromatiche, fiori di sambuco, frutta secca e note minerali di roccia bagnata. Al palato si sviluppa in progressione, è pieno, morbido e molto minerale e persistente.

Friulano 2019

MALcheVAda  collezione 2019 è un blend a base di Malvasia che a seconda dell’annata varia dal 50-70%, e saldo di Friulano, Pinot Grigio, Pinot Bianco, Chardonnay, Ribolla Gialla. Effettua due settimane di macerazione con fermentazione che avviene con lieviti indigeni, successivamente il vino matura per un anno in botte grande e un altro anno in vasche d’acciaio sui lieviti, più un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Bouquet declinato alla frutta esotica matura e agrumi, molto intenso, fragrante ed elegante, con sorso succoso, sapido, e carattere distinto, molto persistente.

Zegla 2016 è un Friulano al 100% che esegue la fermentazione spontanea e una maturazione in progressione aritmetica: 12 mesi in botti di rovere, 24 mesi in contenitori d’acciaio, 36 mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto conteso tra la morbidezza del miele d’acacia e dello zucchero a velo e la freschezza appropriata alla mineralità e ai sentori iodati. A completare un bouquet seducente si aggiunge della frutta a polpa gialla e agrumi di pari colore. Al palato è rotondo, armonico, con sorso ampiamente glicerico, non privo di vena acida, e di una lunga persistenza con suggestioni nel finale di canditi di agrumi.

EDI KEBER dal 1957 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(http://www.edikeber.it/)

Collio 2022 è un blend di Friulano 70%, Malvasia 15%, Ribolla Gialla 15% che fermentano spontaneamente (l’azienda è certificata Demeter) in vasche di cemento con affinamento di almeno 5 mesi. Bouquet che spazia dal pompelmo giallo alla pesca bianca, dai sentori minerali alla frutta secca come mandorla. Al palato è soffice, minerale, salino e persistente.

KORSIČ dal 1989 – ettari 7 – bottiglie annue 40.000

(https://www.korsicwines.it/)

Collio 2023, un blend di Friulano 60%, Malvasia 30%, Ribolla Gialla 10%, che fermentano in acciaio inox per 4-6 giorni e affinano in botti di rovere per 12 mesi, seguito da 6 mesi in bottiglia. Suggestioni di frutta gialla accompagnano le note floreali, di ginestra e tiglio, in uno sfondo arricchito dai toni minerali. Al palato è sapido, fragrante e persistente.

RADIKON dal 1980 – ettari 25 – bottiglie annue 85.000

(https://www.radikon.it/it/)

Jakot 2020 Venezia Giulia Igt è un Friulano che effetta la fermentazione spontanea con macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, e in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, concludendo con uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia. Ricco di fiori gialli e di frutta gialla, pesca e albicocca. L’intesità aromatica è basata sulla freschezza e la fragranza. Al palato l’ingresso è sapido con evidente acidità volatile simile ad alcune birre belghe Lambic, ma non fine a sé stessa, sensazione tannica adeguata, e grande personalità e persistenza declinata alla frutta secca, nocciola tostata.

Il pranzo si è svolto nell’enoteca assieme a Luca Raccaro. L’enoteca di Cormòms, alla quale aderiscono 28 aziende del Collio, ha come focus di promuovere i prodotti del territorio. Qui si trovano i vini delle cantine che ne fanno parte ed è aperta a iniziative relative agli associati.

Com’era avvenuto sia da Gredič la sera precedente, che da Le due Torri due giorni prima, tra i cibi friulani da valorizzare, abbiamo assaggiato un formaggio che conosciamo da tempo e apprezziamo: il Formadi Frant. E’ un prodotto di recupero tipico del Friuli, della Carnia per la precisione, dove si sminuzzano e frantumano (dal cui nome Frant) gli avanzi di altri prodotti caseari con varie stagionature, i quali sono amalgamati con panna e pepe. In una vita precedente lo vendevamo nel nostro negozio enogastronomico a Roma sud e invitavamo i clienti a utilizzarlo anche per un’ottima variante della celebre pasta cacio e pepe romana. Con nostro sommo piacere, durante il soggiorno in Friuli per il progetto Alto Adriatico, ne abbiamo assunto in dose superiore alla somma di quanto mangiato finora ad allora!

Una rapida visita alla piazza principale di San Floriano del Collio, paesino con poco più di settecento anime, per godere a 276 metri di altitudine la vista dei vigneti dal punto più alto in zona, slargo dove è situata la chiesa dedicata a San Floriano Martire, e poi un giro per i filari del Collio. Quelli di proprietà di Raccaro, lungo la strada che da Cormòns porta a Brazzano, sono stupefacenti: si trovano alle pendici del Monte Quarin, ma l’aspetto straordinario è che i terreni dove la vite cresce avviluppa la chiesa di Santa Maria, chiamata anche di Santa Apollonia, con origini nell’Alto Medioevo giacché il primo documento rinvenuto dove se ne parla è datato 1319. La chiesetta è talmente importante per l’azienda Raccaro da impreziosire l’etichetta di tutti i vini prodotti con un’elegante effige della medesima. A tal proposito, noi abbiamo testato solamente il Friulano in un paio di differenti millesimi, al fine di far emergere la longevità del vitigno, ma Raccaro, che fa parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), produce anche una Malvasia Istriana definita dalla cantina la punta di diamante della loro proposta per via dell’eleganza di cui si pregia, un Collio a base di Friulano, Sauvignon e Pinot Grigio, e infine un Merlot, tutti vini che siamo curiosi di assaggiare al più presto.

Affascinanti e suggestivi sono anche i declivi di Livon, una cartolina ammirevole dove l’ordine sembra apprezzato dalla natura stessa, che di suo non esercità, e tutto ciò l’abbiam notato malgrado l’ardore che ci asserragliava. In condizioni meteorologiche più mitigate devono essere luoghi davvero spettacolari.

Ora a tutti noi necessità una rifrescata, prima di recarci all’aperitivo e la cena che ci attende, quindi torniamo in albergo per poi essere accompagnati grazie a Renato Keber in luogo che promette molto bene, soprattutto per dove è ubicato: Locanda alle Vigne.

Cormons – Subida di Monte – AK+ ENGINEERING – Foto Elia Falaschi © 2024 – https://eliafalaschi.it – https://ak.plus

Si tratta di un ristorante immerso nei vigneti dell'azienda agricola Subida di Monte, un locale inaugurato a inizio 2024, di grandi dimensioni e molto curato, che si prefigge di valorizzare la cucina tradizionale friuliana. Al suo interno vi è un grande camino accogliente, chiamato il Fogolâr che grazie al cielo era spento. Iniziamo con due versioni di bollicine: Perté 2024 uno spumante a base di Ribolla Gialla prodotto da Castello di Spessa, dai delicati e piacevoli toni floreali e fruttati, e il Tanni 2017 un metodo classico pas dosé a base di Chardonnay di Tenuta Stella, con fermentazione inacciaio e tonneau, e in seguito 60 mesi sui lieviti, complesso, fresco ed elegante nelle suggestioni speziate, di agrumi canditi, e burrose. 

Nel frattempo conosciamo Saša Radikon che assieme a Renato Keber ci viziano con alcuni dei loro vini durante la cena.

Alla morte del padre Stanko avvenuta l’11 settembre del 2016, l’azienda Radikon passa nelle mani Saša, che raddoppia gli ettari di vigneto da 12 a 25, e la conseguente produzione annua di bottiglie che ora raggiunge le 85.000 unità. Nel 2023 grazie alla sorella Ivana nasce la linea POP, che preve un Bianco e un Rosso, con una breve macerazione delle uve e una beva più agevole rispetto allo stile per cui la cantina è nota, pur rimanendo un inconfondibile vino di Radikon, sia bene inteso.

Dopo il Friulano (con aromaticità erbacee e officinali, e finale ammandorlato) e il Sauvignon (in linea con i caratteri varietali del vitigno) entrambi 2024 di Branko, un energico Saša ci versa lo Slatnik 2022 che esegue 8/14 giorni di macerazione sulle bucce, un anno di maturazione in botte e almeno quattro mesi in bottiglia, che si rivela di un fruttato succoso e opulento, pesca e albicocca, con cenni floreali e finale minerale; e la Ribolla 2020 che segue la medesima vinificazione dello Jakot (macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, e uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia), con sentori mielati, speziati e di albicocca disidratata, e che mantiene un sorso dinamico e fresco.

Renato Keber estrae dal cappello due aneddoti: Friulano Riserva Zegla 2008, complesso e armonico, con suggestioni di agrumi disidratati, pesca sotto sciroppo, spezie e fiori essiccati, e un sorso elegante e setoso, minerale e ammandorlato, e il Sauvignon riserva Grici 2010 che se non sbagliamo è la prima annata prodotta da Renato, porta a termine la fermentazione in tonneaux per 12 mesi, elevatura sui lieviti ed ulteriore affinamento di oltre 2 anni in bottiglia, che durante il momento dell'assaggio ci è sembrato di avvertire un sovraccarico della tensione elettrica nel ristorante, e invece era l'esplosione di esoticità e longevità del vino che ci aveva sovrastimolato sensorialmente, con note di frutto della passione e kiwi, agrumi polputi, un sorso ancora vivace, equilibrato e armonico, colmo di materia, e un prolungato finale dedicato alle erbe aromatiche, due vini dei quali serberemo l'emoziante ricordo molto a lungo.

Risalendo il vialetto dove erano parcheggiate le automobili, abbiamo pensato: Perbacco, se non è stata la degna chiusura di una giornata molto intensa, quale altra?

Gala Maris a Praiano, un’idea gourmet nata a pochi passi dal mare della Costiera

La divina Costiera non smette di stupire. Accanto agli scorci incantevoli ed alle spiagge incastonate tra fiordi di rara bellezza, la cucina mediterranea riscopre un passo diverso grazie alle nuove leve della cucina campana come Gustavo Milione di Gala Maris, che hanno costruito la propria autostima in giro per il mondo, con particolare attenzione alle tradizioni dell’Italia gastronomica.

Il pesce non può essere un protagonista secondario e va lavorato con cura e ricerca, anche utilizzando idee innovative e versioni fusion nelle pietanze. La miscellanea tra culture diverse sarà un argomento cardine per il futuro del settore, sempre più bisognoso di un’identità incontestabile per confrontarsi con i numerosi competitor internazionali.

Essere gourmet per Gustavo non significa fare fumo senza arrosto. Viene aiutato nel progetto dalle sorelle Sofia (la compagna) e Mina Fusco, titolari del ristorante con annesso lido e dell’intero complesso denominato Alfonso a Mare, costituito da 14 camere confortevoli in 2 dependance con vista sulle acque cristalline della baia di Praiano.

Un rispetto per la famiglia che si legge già nel menu, con un piatto dedicato alla memoria di Luca, il padre di Mina e Sofia, amante delle candele con tonno e pomodorini. Cinque le soste per chi sceglie la degustazione completa ad euro 125, escluso abbinamento vini. Tra le proposte per una cena romantica sotto i candidi riflessi della Luna, tanto mare, ma anche amore per la terra fatta di verdure ed erbette aromatiche colte a chilometro zero.

E poi la nobilitazione del quinto quarto, lavorato e reinventato come solo pochi sanno fare. Si comincia proprio dal mini bun salato con salsiccia di pesce e quinto quarto di totano in salsa yogurt. Gli appetizer proseguono poi con una gustosa carbonara rivisitata ed il totano con patate su gel di limone fresco.

Tra gli antipasti il polpo arrosto cotto prima a bassa temperatura e rifinito su griglia giapponese, con purea di patate, maionese di polpo e pomodorini secchi. Uniche e tra i migliori piatti di pasta presentati in Campania, le fettuccine di lampone, burro alle erbe e tartufo.

Ed è infatti tra i primi che Milione dà il meglio di sé con la sua “Napoli-Kagoshima” nata per l’amore nei confronti delle usanze giapponesi, con pasta mista cotta in Dashi, con riduzione di crostacei e acqua di molluschi, tarallo di Napoli, zenzero, soia, lattuga di mare e katsuobushi. Accanto un padellino con il ristretto del brodo per lasciar dosare al meglio il sapore in piena libertà.

Finale con un’altra primizia del Gala Maris: la frollatura del pescato, dimostrata alla perfezione nella costata di cernia con limone, prezzemolo e miso di ceci, accompagnata da una delicata ciambotta mediterranea.

Arriva così l’ora delle dolci coccole: tiramisù al caffè e nocciola o fior di fragola, panna e champagne calano il sipario su una cena a base di creatività, condita da tanto coraggio e visione avanguardista per la ristorazione del presente e del futuro. Nelle mani curiose del piccolo erede di casa, che osserva il papà dietro ai fornelli, c’è tutta l’aria di famiglia di Gala Maris.

Campania: torna Gustarte a Durazzano

Dal 21 al 24 Agosto 2025, torna la manifestazione Gustarte. L’iniziativa, nata nel 2015, è giunta alla sua nona edizione e si prefigge di coniugare l’arte culinaria con la cultura, principalmente nelle sue forme teatrali e musicali.

Gustarte si svolgerà a Durazzano, terra di confine tra la provincia di Benevento e quella di Caserta, un tempo campo di caccia dei Borboni e luogo che ospita uno dei tre ponti attraverso i quali è visibile l’acquedotto Carolino che alimenta la maestosa fontana della Reggia di Caserta.  La manifestazione si snoderà tra i vicoli ed i portoni del centro storico Capocasale, sito alle pendici del monte Jardino, in un percorso di gusto, sapori, suoni ed odori lungo oltre 1 km con più di 30 espositori.

I protagonisti saranno le eccellenze enogastronomiche ed artigianali del territorio sannita e casertano. Il teatro itinerante, a cura dell’artista Angelo ‘O Capitano Picone che presenterà il suo nuovo lavoro Tarantella Experience, e la musica popolare, con i Fusciacca, i Taraterrae e gli MPS (Movimento Popolare Sannita), faranno da suggestiva cornice agli stand. A chiudere il quadro di iniziative di una manifestazione che si pone come obiettivo quello di promuovere le eccellenze e di educare ad un’alimentazione sana ed a km zero, sono promosse diverse iniziative.

Anzitutto le Masterclass sul vino nei giorni 21-22-23 agosto curate dal dott. Pasquale Carlo, Curatore per la Campania della Guida Vini buoni d’Italia; in collaborazione con Slow Food Valle Caudina e con la Legambiente sannita, nei giorni di venerdì 22, sabato 23 e domenica 24, invece, verranno svolti alle ore 18.30 tre laboratori: due di natura culinaria ed un terzo sul tema del riutilizzo dei rifiuti; infine, domenica 24 agosto verrà svolta la Masterclass sull’Olio del Sannio a cura dall’agronomo Sebastian Limata e del Presidente nazionale dell’UNCI AGROALIMENTARE, dott. Gennaro Scogliamiglio.

Gustarte, però, è anche promozione delle professionalità locali e dei giovani imprenditori che credono nel territorio. Per questo, nei giorni 22-23-24 agosto nel cortile di palazzo Cice, palazzo nobiliare baricentro del centro storico “Capocasale” che oggi ospita la scuola alberghiera paritaria “Artusi”, tre chef di tre ristoranti durazzanesi,  proporranno per Gustarte  un menù a 4 portate esaltando i prodotti del territorio. Sempre nel cortile di Palazzo Cice, il giorno 21 agosto, inoltre, Terre di Janara, azienda cosmetica sannita, terrà un workshop in cui i partecipanti potranno cimentarsi nella produzione di uno scrub corpo con l’olio extravergine di oliva del Sannio e le erbe spontanee del territorio.

Infine, aspettando Gustarte alle 18.00 presso il giardino pensile di Palazzo Stasi, si terranno gli Aperigustarte, in cui verrà promosso il vino come base degli aperitivi in luogo dei classici alcolici. Dopo la chiusura degli stand Gustarte, presso palazzo Cice, sarà la volta dell’Altro Gustarte, in cui a suon di musica dance, aziende del settore beverage presenteranno i propri prodotti.

Per maggiori informazioni e per il programma completo dell’iniziativa si invita a seguire la pagina IG gustarte_durazzano o a visitare il nostro sito www.gustarte.org.

È on line la Guida ai migliori vini della Sardegna 2026 di Vinodabere

I numeri parlano, come sempre, chiaro, e sono riassunti voce per voce nella tabella allegata. Ma il primo dato eloquente è che su 305 campioni recensiti per l’Edizione 2026 della Guida on line ai migliori vini della Sardegna di Vinodabere, curata da Maurizio Valeriani e Antonio Paolini, i premiati con la Standing Ovation sono 98, praticamente uno su tre.

Con tre 100/100, l’inchino alla perfezione (o quel che più umanamente le assomiglia) che la testata giornalistica Vinodabere (www.vinodabere.it) non vuol negare (né negarsi) per chi la centra nel momento dell’assaggio a bottiglia anonimizzata. Quest’anno a fare bingo sono due Vermentino, il Ruinas del Fondatore 2022 di Depperu (un recidivo della qualità top), il Gallura Superiore Campianatu 2023 di Tenute Campianatu e un Cannonau di Sardegna, il Perdas Longas 2023 del pur titolatissimo Francesco Cadinu. Il tutto su un plafond di etichette testate di poco superiore alle 700 unità.

Chi ricordasse, o avesse sotto gli occhi i totali dello scorso anno, coglierà una differenza significativa: 100 in meno passati in assaggio. Ma la ragione c’è. Ed è dovuta in parti uguali alla difficoltà di un’annata, la 2023, che ha toccato in modo particolare i rossi (e in modo speciale la Barbagia), ma anche alla accresciuta maturità dei produttori. Che hanno fatto i conti a dovere con la necessità di impiegare solo le uve migliori e hanno proporzionalmente ridotto, per un anno, la gamma di etichette. A premiarli e consolarli almeno in parte, il risultato. I 2023 assaggiati sono risultati estremamente convincenti (sono, del resto, due dei tre 100/100); con molti vini definibili per brevità (e in modo forse inappropriato) base che, arricchiti dalla rinuncia a Riserve e/o Ghiradas, hanno centrato esiti, classe e sensazioni di tutto rispetto.

Dal punto di vista dei territori, esaminando le sub-regioni dell’Isola, la Gallura ribadisce e rafforza la sua vocazione per il Vermentino (17 Standing Ovation su 35 in Guida) e dimostra di aver trovato anche una via d’interpretazione molto territoriale per il Cannonau (4 Standing Ovation su 10 in Guida). Successo per il Vermentino anche in Romangia (4 Standing Ovation) e nel Coros (3 massimi allori). Pioggia di premi poi per l’ormai consolidata Mamoiada (12 su 21 Cannonau in Guida) che attraverso la scelta di farsi comunità vinicola compie ogni anno passi in avanti col suo Cannonau di montagna e la sempre più sorprendente Granazza.

Buone notizie anche da Orgosolo (3 su 4 i premiati con Standing Ovation) e da Oliena (5 su 9) che vede una sorta di rinascita del suo Nepente, emendato sempre di più da vecchie rusticità che lo frenavano. Quanto al Sud Sardegna, la bandiera resta il Carignano, con ben 7 Standing Ovation su 14. E, a dispetto di un evidente ritardo di consapevolezza e relativa comunicazione sulle potenzialità della zona, si copre di gloria anche Mandrolisai (7 premiati su 14), unica sub regione sarda con doc dedicata al proprio territorio.

Gli assaggi dei vini ossidativi (Vernaccia di Oristano e Malvasia di Bosa) e dolci dimostrano ancora una volta la grande distonia tra l’elevatissima qualità e le difficoltà commerciali che vivono queste tipologie di prodotti. Che meritano di guadagnarsi paladini e apostoli tra chi ne comprende il valore.

Infine: come diceva il grande Totò, è la somma che fa il totale. E il totale che ci pare balzi agli occhi è la crescita d’interesse che il mondo enoico sardo mette a segno ogni anno. E a chi, come Vinodabere, ne è stato testimone e narratore da pioniere, e in tempi non sospetti, il risultato odierno non può che fare immenso piacere.  

La Squadra

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

I testi che in Guida sono di: Salvatore Del Vasto, Paolo Frugoni, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Luca Matarazzo, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

La Guida completa è disponibile a questo link: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-vini-della-sardegna-2026-di-vinodabere-la-guida-completa/