Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Cetaria a Baronissi

Trama serrata, scelte di carattere e ambientazione contemporanea valgono la sosta per i piatti di Salvatore Avallone e le cure di Federica Gatto in sala.

Baronissi, Valle dell’Irno ad 8 chilometri da Salerno. Tra il Parco Naturale Diecimare, oggi oasi WWF e il centro abitato ordinato e silenzioso, raggiungiamo la destinazione senza difficoltà. Da lontano spunta l’insegna del ristorante Cetària, ma è solo entrando che scopriamo di essere in un locale storico con tanto vincolo paesaggistico. Ci accoglie Federica, Maître e sommelier esperta, in un ambiente elegante e discreto, un salotto per pochi ospiti, dalle sedute comode ed una mise en place colorata con cantina a vista. Per un amante del buon design potrebbe essere la casa dei propri sogni. 

Pop corn al sale limonato e lo Chardonnay Arbois Pupillin Jurassique Domaine de La Renardiere 2018, macerato e biodinamico

Oltre ai piatti à la carte, due i menu degustazione. Noi nostalgici del foliage dai colori caldi, scegliamo il menù di terra abbinato ad uno Chardonnay di marca francese ad impreziosire il tartufo bianco e il wagyu che troveremo più avanti nel percorso.  

Iniziamo le tappe con i pop corn al sale limonato. Federica ci augura buona visione come fossimo al cinema, in attesa della trama del film.

Primo tempo:
Carezze iniziali con miniature salate. Particolarmente interessante, tra gli altri, la sfera alla parmigiana.

Foresta nera: funghi, fois gras, amarene, fave di cacao e tartufo.  Un’esplosione di autunno.

Uovo in carbonara campana. Difficile da raccontare, probabilmente il piatto iconico della cena, forse per l’abbinamento con lo chardonnay strutturato.

Uovo in carbonara campana

Si continua poi con “Umami“, ovvero spaghetti lunghi da grano italiano del Pastificio Di Martino in estratto di funghi e tartufo bianco pregiato. Invidiamo i cani cercatori inglesi ad averli scovati nei boschi delle Langhe.

Umami

Dai boschi piemontesi facciamo invece un salto in oriente con il wagyu accompagnato dal carciofo e topinanmbur, sosta perfetta per accompagnarci nel seguito del film.

Oriente italiano: Wagyu Giappone A5, topinambur e carciofi

Secondo tempo, inizia la parte dolce.

Ape regina” con agrumi, miele millefiori e bergamotto, a seguire Banksy – tributo al famoso street writer – un guscio di cioccolato bianco con cuore di fragole, vaniglia e menta. Ultime, ma non per importanza, le mini coccole dolci, adagiate su mais per pop corn, in piccoli vassoi che  formano la stella della Michelin.

Siamo ai titoli di coda, con i saluti dello Chef Salvatore Avallone. Nato a Cetara, la porta d’ingresso nella Divina Costiera, lo avevamo incontrato con il nostro direttore Luca Matarazzo a Buonissimi 2025. Ci racconta come in una pellicola d’autore la storia del ristorante, le scelte e i percorsi che nel 2024 si è guadagnato l’affermazione “vale la sosta”.

Una trama affascinante che attira l’attenzione di una giovane coppia di ospiti, seduti accanto a noi. Chissà quale film stanno gustando, ci chiediamo. Usciamo soddisfatti e leggeri. Una cena bilanciata e dai tempi giusti, 170 euro a testa prima di una passeggiata nell’area pedonale. Ci godiamo la tranquillità del piccolo centro cittadino, con il fascino serale del palazzo di Città a fare da sfondo. La curiosità ci spinge a cercare informazioni e scopriamo che si tratta di un’opera riqualificata alcuni anni fa dall’architetto Nicola Pagliara, docente alla facoltà di architettura di Napoli. 

La scenografia anche qui è parte dell’esperienza. Colonna sonora, perché no, la ballata commovente Teardrop dei Massive Attack.

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus il Natale è al gusto Melange

Nuovo gusto per il panettone realizzato dai maestri pasticcieri del locale storico d’Italia

Il Cappuccino Melange, conosciuto come Melange Viennese, “diventa” panettone per il Natale 2025 del Gran Caffè Gambrinus di Napoli. La popolare bevanda austriaca, molto richiesta nel menu del locale storico napoletano, si presta ad essere rivisitata e “inserita” nel lievitato artigianale prodotto dai maestri pasticcieri del Gran Caffè Gambrinus.

Ogni anno una novità, seguendo i trend del momento, la creatività del team dei maestri pasticcieri e le richieste dei consumatori per il tipico lievitato natalizio disponibile nell’elegante locale storico in piazza Trieste e Trento, ma anche online attraverso lo shop ufficiale del Gran Caffè Gambrinus, per un regalo per sé o per le persone a cui si vuole far arrivare un dono molto particolare. Un gusto insolito e caldo quello del panettone Melange, che coinvolge alla vista e al gusto e promette di conquistare i cittadini e i turisti di tutte le età. Il pastry chef Stefano Avellano lo realizza con farina di forza, polvere e pasta di caffè, caffè solubile, burro, zucchero, tuorli, lievito madre.

Non manca zucchero e sciroppo d’uva per garantire la dolcezza necessaria all’impasto prima di procedere con la farcitura. L’interno del panettone accoglie la crema di latte che ricorda il cappuccino, fatta appunto con latte, panna, zucchero. La copertura esterna è con glassa di cioccolato bianco con una spolverata di zucchero a velo e cacao. Un panettone che sa tanto del cappuccino Melange, caratterizzato da molta crema di latte e cacao e schiuma di caffè. Il Melange (che in francese significa “miscela”) nacque nelle nel XVII secolo a Vienna. L’aggiunta del latte al caffè diede vita a una preparazione delicata e più leggera del classico caffè nero.

Nel tempo, il Melange viennese divenne una delle bevande preferite dai viennesi e dai turisti in visita. Spesso paragonata al cappuccino, ma con alcune differenze sostanziali, si compone infatti di un espresso lungo (ottenuto da chicchi di caffè con una tostatura leggera), latte caldo e di uno strato di schiuma di latte.

Apre al Vomero Salvatore Santucci Pizzeria con la sua verace napoletana alternativa

Da novembre l’esteta della pizza a Napoli in Via Giotto, 14

Apre al Vomero, in via Giotto, 14, “Salvatore Santucci Pizzeria”, il nuovo progetto del maestro dell’impasto e formatore internazionale del Gambero Rosso, Salvatore Santucci, Ambasciatore della Pizza Verace Napoletana nel mondo, Istruttore Senior della Verace Pizza Napoletana e già docente presso l’Università Federico II di Napoli. Un locale in cui artigianalità e ricerca scientifica convivono: dagli impasti studiati in base alla stagionalità ai processi di lievitazione naturale diretta che rispettano salute e gusto.

Dopo aver esportato la sua arte da Buenos Aires a Shanghai, da Lione a Pechino, Santucci, l’esteta della pizza, ha scelto il cuore del Vomero per un progetto che racchiude tutta la sua esperienza tra artigianalità, scienza e cuore. “Non cerco la perfezione, ma la bravura – spiega Santucci – quella che nasce dalle mani, dalla conoscenza e dall’amore per l’arte bianca perché, per me, i dettagli non sono dettagli, sono regole”.

Alla base del suo lavoro c’è la filosofia BSB (Buono, Sano e Bello), marchio di fabbrica dell’Officina degli Impasti, la scuola e laboratorio fondati da Santucci per formare nuove generazioni di pizzaioli consapevoli. Concetti che trovano casa in un luogo dove la pizza diventa racconto, arte e ricerca, e dove la tradizione napoletana si veste di bellezza.

La verace napoletana alternativa, la pizza di Salvatore Santucci racconta una Napoli che evolve senza dimenticare le proprie radici. Ogni impasto nasce da un lievito madre vivo, curato e rinnovato da venticinque anni, unito a miscele di farine selezionate in collaborazione con mulini di fiducia.

Tra le creazioni più iconiche: La Gialla in Crosta, con curcuma, crema di pistacchio e pancetta croccante; La Scapriccianera, con impasto al carbone vegetale e alici del Mar Cantabrico; e Alice nelle Meraviglie, con alici fresche del Golfo di Napoli, provola, lime e pepe, premiata come Pizza dell’Anno.

Ogni pizza firmata Santucci è un equilibrio tra leggerezza, digeribilità e gusto, costruita su impasti a lievitazione diretta che cambiano con le stagioni: dal verace napoletano all’integrale, fino a quello con acqua di mare, che, sorprendentemente, regala un minore tasso di salinità.

Accanto alle pizze, la carta celebra i grandi fritti napoletani, montanara, frittatina, arancino,

preparati con la stessa attenzione all’equilibrio e alla qualità che caratterizza ogni suo impasto.
Non mancano i percorsi di abbinamento tra pizza, vino, birra e cocktail, con incursioni di mixology creativa che raccontano una Napoli contemporanea, tra champagne rosé e Negroni.

Con il progetto J’ham, infine, Santucci esplora il mondo della carne di qualità e del lievitato gourmet: un “pagnottiello” napoletano reinterpretato con carni selezionate, chianina, marchigiana, fassona, suino nero del Cilento, e ingredienti stagionali, in un connubio tra street food e fine dining. “Il mio desidero è diffondere informazioni sane e sapere esattamente cosa servo ai miei clienti”, conclude Santucci. Tra poche settimane, la pizzeria di Via Giotto 14 accoglierà gli ospiti in un ambiente caldo, curato e familiare, dove ogni elemento, dal forno alle luci, dagli arredi ai piatti, racconta una storia di passione, rigore e bellezza. Un luogo dove la pizza torna ad essere un gesto d’amore verso Napoli, i suoi clienti e la sua tradizione più verace.

Paolo De Simone con “Storie di Pane” nella Guida 2026 Le 350 Migliori Pizzerie della Campania

Inserito il locale dell’imprenditore cilentano con sede a Vallo della Lucania e a Capaccio Paestum

Nella Guida 2026 Le 350 Migliori Pizzerie della Campania c’è spazio anche per i panifici che fanno della valorizzazione delle materie prime e della promozione del territorio la chiave del loro successo.

Ne è un esempio Storie di Pane del pizza chef e imprenditore Paolo De Simone, con sede a Vallo della Lucania e a Capaccio Paestum, in Cilento.

Botteghe ma anche e soprattutto presìdi sul territorio di cultura, di conoscenza e promozione delle produzioni locali, da quelle casearie ai salumi, dalle confetture al mondo vitivinicolo e molto altro. Lo storytelling di Storie di Pane è all’insegna della tradizione, quella più autentica e verace da salvaguardare e preservare, capace di ritagliarsi sempre un posto di rilievo nel panorama gastronomico italiano.

Lievitati di qualità sono disponibili sempre nei due locali, a partire dall’ora della colazione con fragranti brioche per lasciare poi spazio alle diverse tipologie di pane, ai calzoni cilentani, alla varietà di pizze al taglio che fanno di Storie di Pane un punto di riferimento anche per conoscere prodotti di nicchia a chilometro zero, tutti “made in Cilento”.

D’altronde Paolo De Simone, creator e pizza chef della catena Modus Pizzeria, oltre che titolare di Storie di Pane, è Ambasciatore della Dieta Mediterranea nel Mondo, un riconoscimento al suo impegno nel promuovere e valorizzare le tradizioni gastronomiche del Cilento, mettendo al centro della sua filosofia la stagionalità, la biodiversità e la sostenibilità e dando spazio sempre alla filiera di produttori locali, custodi e testimonial del Cilento nel mondo. Proprio come Paolo De Simone.

I Caporale, Tre Galletti nella Guida 2026 Le Migliori 350 Pizzerie della Campania

Massimo riconoscimento nella pubblicazione curata dal giornalista Luciano Pignataro

Premiati tra le “Pizzerie Eccellenti” in 50 Top Pizza Italia 2025, per I Caporale di Casalnuovo arriva un’altra prestigiosa affermazione: l’ottenimento dei Tre Galletti della Guida 2026 Le Migliori 350 pizzerie della Campania curata dal giornalista e critico enogastronomico Luciano Pignataro con la collaborazione della giornalista Antonella Amodio.

Lo scorso anno la pizzeria dei fratelli Giuseppe e Raffaele Caporale aveva ottenuto Due Galletti nella stessa pubblicazione, un risultato già molto importante considerando il numero di locali recensiti in tutte le province della regione, corredati ciascuno da un giudizio di merito.

I Tre Galletti sono un premio per l’impegno dell’intera squadra, oltre che per la passione dei fratelli Caporale che in pizzeria hanno sempre al loro fianco papà Domenico: fu lui nel 2006 a rilevare l’attività coinvolgendoli con passione. Ed ora arriva questo nuovo riconoscimento per la pizza contemporanea tradizionale dei Caporale che si evolve tra studio e impegno quotidiano e dà vita a proposte sempre particolari, con stili e consistenze di impasto accattivanti.

Idratazione molto elevata e scelta dei topping- che sono un chiaro richiamo alle proprie radici – senza mai perdere di vista il territorio. Hanno trionfato per questo Giuseppe e Raffaele Caporale, con una menzione all’interno del giudizio anche per la piacevole sala, per l’importanza data al senza glutine e per l’ampia proposta di pizze, tutte molto equilibrate.

La tradizione familiare e l’identità contraddistinguono le preparazioni d’autore dei fratelli Caporale, realizzate con l’utilizzo della salutare farina Varvello: dai padellini croccanti – in cui il crunch la fa da protagonista – ai diversi stili e metodi di cottura, per pizze sempre molto leggere, piacevoli e digeribili. “Non possiamo che essere soddisfatti – spiegano Giuseppe e Raffaele Caporale -. Un risultato sorprendente che premia il nostro lavoro quotidiano assieme a quello di tutto lo staff. Ringraziamo soprattutto i nostri clienti perché senza i loro consensi non avremmo ottenuto questo riconoscimento”.

Antonio Tancredi conferma i Due Galletti nella Guida 2026 Le Migliori 350 Pizzerie della Campania

Il giovane pizzaiolo premiato per il lavoro nella sua pizzeria “Diametro 3.0” a Casoria

Passione, impegno, studio e creatività. Doti che Antonio Tancredi conosce bene e che gli sono valse la conferma dei prestigiosi Due Galletti della Guida 2026 relativa alle Migliori 350 Pizzerie della Campania. Nella pubblicazione curata dal giornalista e critico enogastronomico Luciano Pignataro con la collaborazione della giornalista Antonella Amodio, rispetto allo scorso anno sono stati recensiti ed inseriti nel volume 50 locali in più, di tutte le province della regione.

Con il team della sua pizzeria Diametro 3.0 di Casoria, in provincia di Napoli, Antonio Tancredi prosegue nel lavoro intrapreso nel 2018 soffermandosi su impasti morbidi, molto idratati, pizze dal cornicione pronunciato e con diversi topping: dai più classici e intramontabili ai contemporanei, più generosi nei condimenti, per abbracciare i gusti di una clientela sempre più eterogenea in termini di età e preferenze. Ecco che accanto alla margherita in menu c’è da qualche mese la Matisse, una pizza doppia cottura passata in forno a legna e poi elettrico condita con pomodori dalle diverse consistenze come se il disco fosse una vera e propria tela bianca su cui sprigionare il proprio estro.

Il riconoscimento della Guida 2026 segue anche la partecipazione del giovane ed innovativo pizzaiolo Antonio Tancredi a prestigiose kermesse del settore gastronomico in cui il confronto e la condivisione di idee e progetti mirano ad accrescere il proprio bagaglio culturale, come è avvenuto di recente con “Vinoforum” a Roma. “Essere presente nella Guida curata da un esperto del settore come il giornalista Luciano Pignataro – spiega Antonio Tancredi – è per me motivo di orgoglio. Mi spinge senza dubbio a proseguire nel mio impegno quotidiano assieme alla grande squadra della pizzeria Diametro 3.0 con cui sento di condividere questo ulteriore, prestigioso traguardo”.

Chocoland, a Napoli cinque giorni nella terra dei golosi

Dal 29 ottobre al 2 novembre, in piazza Municipio. Edizione speciale dedicata ad Halloween. Espositori, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli

Un’edizione speciale di Chocoland dedicata ad Halloween, quella in programma dal 29 ottobre al 2 novembre, a Napoli, in piazza Municipio. Protagoniste saranno le creazioni di maestri cioccolatieri e pasticcieri provenienti da ogni regione d’Italia e non solo. Oltre a specialità come il “torrone dei morti” di tradizione napoletana e il croccante siciliano, sarà infatti possibile gustare, nei numerosi stand allestiti nel cuore della città, il kurtos ungherese o varie tipologie di crepes. E, ancora, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli.

Organizzata dalla D2 Eventi, con il patrocinio di Casartigiani Napoli, la manifestazione giunge alla sua quarta edizione, forte del successo di pubblico che ha sfiorato lo scorso anno le 500mila presenze nei cinque giorni di apertura al pubblico.

Chocoland, tra le principali fiere del cioccolato artigianale di tutto il Mezzogiorno, sarà allestito anche quest’anno tra il Molo Beverello e Palazzo San Giacomo, con un fitto programma di eventi che prenderanno il via mercoledì 29 novembre alle ore 17, con una cerimonia di inaugurazione, per proseguire fino al 2 novembre con orario dalle ore 10 fino a tarda sera.

Tra i vari show cooking, che saranno presentati dal comico Lino D’Angiò, si segnalano giovedì 30 ottobre, quello che vedrà protagonista la Pasticceria Mignone che presenterà la sua “Perla Tartufata”. Appena ieri, la storica insegna di piazza Cavour, ha ricevuto la “Medaglia della Città di Napoli”, conferita come segno di stima e di gratitudine verso una realtà che da venticinque anni rappresenta un’eccellenza dell’artigianato dolciario napoletano.

Il 31 ottobre sarà invece la volta della Pasticceria Tizzano con lo chef Nicola Paparone che presenterà il celebre “Pastrocchio”, e il suo Babà, per l’occasione farcito al cioccolato. Ancora, sempre venerdì, alle ore 19, l’atteso appuntamento con il “Tiramisù Espresso” di Merisù.

Dal dolcetto allo scherzetto, con lo “Speciale Halloween Make-Up”. Giovedì 30 ottobre e venerdì 31, dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, sarà possibile per adulti e bambini lasciarsi truccare per trasformarsi per qualche ora in esseri spaventosi, dagli zombie ai vampiri. Disponibile anche una selfie zone dove immortalarsi con una foto al fianco dell’Uomo Zucca o dello Stregone.

Tante le occasioni di divertimento per i più piccoli. Tra gli appuntamenti, il “Drago Luminoso”, con spettacoli previsti giovedì 30 ottobre e venerdì 31 dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20 e il teatro dei burattini di Mario Ferraiolo, con spettacoli diversi ogni giorno.

“Casartigiani Napoli è accanto a Chocoland per promuovere la fantasia, la cultura e l’artigianato: la vera magia di Napoli nasce infatti dalle mani e dal cuore” sottolinea Fabrizio Luongo, segretario dell’associazione di categoria degli artigiani.

Per Luigi De Simone, presidente della D2 Eventi, “Chocoland rappresenta ormai un appuntamento fisso per i tantissimi appassionati, proponendo una formula itinerante, che si svolge in alcune delle più importanti località della Campania, e che affianca al gusto tante occasioni di divertimento per adulti e bambini”.

Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti a tutti. Info ed aggiornamenti sul sito https://chocolanditalia.it

Diana Beltrán e la dispensa della cucina messicana

Nel pentolone del tempo si leva un profumo. Il viaggio attraverso gli elementi primordiali, le spezie, la terra e il fuoco, due oceani, le foreste verdi, l’agave blu e il pozole che riempie l’aria. Il mais, dono sacro, macinato con cura, diventa tortilla tonda come la pancia del mondo, letto di gioia per carne, pesce, verdure e salse che danzano insieme in un’armonia di gusto, e dal sapore della Natura.

Il piccante del chili un bacio ardente e vivo; il coriandolo fresco, un’onda che risveglia l’anima. Il fumo del comal, un abbraccio caldo, forte e la vita che si celebra tra riso e fagioli, cacao e canti di gente. Ogni piatto un racconto, una storia da ascoltare, dalle feste di piazza, ai gesti quotidiani. Un inno alla vita, un sapore che incanta, nel cuore del Messico, ogni giorno è una festa.

Non è per nulla semplice cercare di descrivere una cultura millenaria come quella del Messico, dalla complessità antropologica e gastronomica, in un solo pezzo: le sue fondamenta sono gettate sulle straordinarie civiltà precolombiane, come i Maya, gli Aztechi e i Teotihuacani, le quali hanno lasciato a testimonianza siti archeologici come le Piramidi del Sole e della Luna, Chichén Itzá e Tulum, a dimostrazione della loro grande ingegnosità e spiritualità nel rispetto delle leggi della natura.

Tale retaggio e ricchezza storica si manifestano anche in tradizioni dal grande appeal popolare, come ad esempio il Día de Muertos: una ricorrenza che celebra i defunti e onora le radici indigene al tempo stesso, con influenze che restano comunque caratterizzanti dell’identità messicana; durante la celebrazione i messicani offrono ai defunti i loro piatti preferiti, spesso accompagnati dall’atole, una bevanda calda a base di mais, cannella e zucchero di canna. La varietà dei piatti tipici messicani, la ricchezza in termini di valori proteici e sali minerali, sociale e culturale della cucina messicana, è il motivo fondante della decisione da parte dell’Unesco di dichiararla, nel 2010, patrimonio dell’umanità.

Oltre al bellissimo tricolore, una delle cose che unisce e identifica per certi versi l’Italia e il Messico, è proprio la tradizione gastronomica: la cucina messicana e la cucina italiana non esistono, nella misura in cui le similitudini stanno proprio nel fatto che l’identità culinaria e la cultura gastronomica dei due Paesi, in relazioni diplomatiche e scambi bilaterali da oltre 150 anni, sono l’insieme delle reciproche cucine regionali, veri e propri Stati nel caso del Messico, che ne compongono un grande mosaico in termini di cultura, sfumature folkloristiche e sapori incredibili.

Diana Beltrán, la Cucina del Messico in Italia e nel Mondo

Si è trasferita in Italia da quando aveva 19 anni, decidendo di restare per l’amore della sua vita. Da qui ha viaggiato attraverso la gastronomia italiana e ne conosce le diverse sfumature regionali. Originaria dello Stato di Guerrero, precisamente di Acapulco, Diana Beltrán è una cuoca straordinaria che promuove da sempre la più autentica cucina messicana sia nel nostro Paese che in Città del Vaticano.

La sua è una storia fondata sulla necessità e al tempo stesso sulla passione, grazie alla quale si è sempre contraddistinta, facendo prevalere le sue radici e l’importanza di mostrare al mondo l’arte culinaria messicana e la sua grande vocazione ad essere, di diritto, parte della cucina internazionale.

Diana si è dedicata sin da piccola alla cucina, come ricordano le sue parole:

Il mio incontro con gli aromi e i sapori della cucina è iniziato da bambina, perché mia nonna era cuoca di un imprenditore e io vivevo in mezzo a quegli aromi. Ho un aneddoto d’infanzia: quando arrivavamo in paese, mia nonna aveva una di quelle vecchie cucine, tutte fatte di argilla, con un grande comal. Una donna arrivava con l’impasto appena macinato e nixtamalizzato e ci preparava le tortillas. Adoravo mangiarle solo con il sale. Ho imparato da mia nonna. È stata mia mentore e per me la cucina è stata le ali per volare. Grazie alla cucina, oggi sono Diana Beltrán e mi ha dato molte soddisfazioni“.

È molto apprezzata anche nel nostro Paese, dove ha aperto il suo primo ristorante venticinque anni fa, richiedendo sempre che gli ingredienti provenissero dalla Madrepatria e imparando l’arte dell’arrangiarsi. Creativa, volitiva, ingegnosa e lavoratrice ancora oggi Diana è sempre in prima linea per gli eventi ufficiali presso l’Ambasciata del Messico in Italia e per la Camera del Turismo del Messico, curando in prima persona tutte le preparazioni. È stata invitata diverse volte a Masterchef, come giudice internazionale, e ha svolto diverse masterclass per Gambero Rosso, fino ad ottenere un prestigioso premio da parte del governo messicano: il Premio Ohtli, ottenuto per la sua pedissequa promozione della cultura messicana all’Estero.

Proprietaria di celebri ristoranti capitolini come La Cucaracha e El Tiburon, Diana è affiancata oggi da suo figlio Gianluca Marinelli che presiede alle operazioni digitali dei suoi ristoranti, lasciandola concentrata sulla promozione della cucina di pesce messicana, ancora oggi poco conosciuta in Italia e che tanto rappresenta Guerrero.

Oltre ad aver cucinato per il Papa emerito Benedetto XVI, continua a preparare i suoi manicaretti per le centinaia di persone che visitano il Vaticano il tradizionale Presepe ogni anno, per non parlare delle celebrità tra attori cinematografici, letterati, cardinali, politici e calciatori che, provenienti dall’Italia e dal mondo, siedono alla sua tavola. Ama tantissimo dell’Italia il pane, la pizza e la pasta e i pomodorini dolci, come tutte le sfumature di pomodoro che il nostro Paese ha da offrire del resto.

Tra i piatti messicani in cui più si identifica Diana menziona le enchiladas verdes: è un piatto che va servito nelle tortillas di mais e che richiede piccoli pomodori verdi di origine messicana, a cui vanno aggiunti pollo, coriandolo, peperoncino, cipolla e molto altro.

La Cucina Messicana è Patrimonio Unesco

La cucina tradizionale messicana è un modello culturale completo che comprende l’agricoltura, le pratiche rituali, le abilità secolari, le tecniche culinarie e le usanze e i modi ancestrali della comunità. È resa possibile dalla partecipazione collettiva all’intera catena alimentare tradizionale: dalla semina e dalla raccolta, alla cottura e al consumo.”

Questo è quanto l’Unesco ha asserito nell’inserire la cucina messicana tra i patrimoni immateriali dell’Unesco.

Ovviamente, gli ingredienti più caratterizzanti alla base della cucina messicana, così come la descrissero i conquistadores quando approdarono sulle coste del Messico nel 1519, sono il mais, i fagioli e il peperoncino: questi elementi costituivano la colonna portante della dieta delle popolazioni indigene locali, per quanto è opportuno sottolineare che, ai nostri giorni, la produzione di caffè, cacao e vaniglia è di grande qualità.

Dalle contaminazioni con la cucina spagnola e dagli ingredienti provenienti dal Vecchio Continente nacque la cucina messicana, così come la riconosciamo e la apprezziamo oggi, da non confondere però con i modelli Tex-Mex, Mex-Cali e del Nuovo Mexico, dovuti all’influenza reciproca con gli Stati Uniti, che hanno dato vita a piatti come la tortilla arrotolata, il chili con carne e i burrito, spesso confusi come preparazioni autentiche.

Senza nulla togliere alle eccellenti gastronomie di altre aree del Messico, vale assolutamente la pena di menzionare almeno quelle più famose, professate e praticate nelle macro-regioni come Oaxaca, Yucatan e Riviera Maya, Veracruz, Puebla e Chiapas.

Il peperoncino

Il peperoncino è chiaramente originario del Messico: coltivato e utilizzato fin dal 5000 a.C. dalle civiltà preispaniche per la cucina, la medicina e come moneta di scambio, è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo nel 1493, e da lì si è poi diffuso in Asia e Africa, diventando parte integrante di molte cucine del mondo. La stragrande maggioranza di cultivar di Capsicum L si trova in questa parte del mondo. Ciò che è opportuno sapere è che le proprietà organolettiche del peperoncino cambiano da fresco a essiccato, così come, nella versione disidratata, ne aumenta il contenuto di capsaicina.

Per questa motivazione il nome del peperoncino muta a seconda che sia fresco o secco: l’jalapeño, fresco e verde, diventa chipotle quando viene affumicato ed essiccato, presentando aroma affumicato, piccantezza media, rendendolo ideale per salse e stufati; il poblano, carnoso e poco piccante da fresco, da essiccato prende il nome di ancho e, sfoggiando note dolci di cacao e uvetta, si presta bene per diversi tipi di mole e le salse scure; Il chilaca, allungato e sottile, una volta disidratato diventa pasilla: con profumi di prugna secca e cioccolato, è perfetto per salse vellutate; Il mirasol, quando essiccato, si trasforma in guajillo: dal colore rosso brillante e dai sapori fruttati di pomodoro e frutti rossi, questa varietà è molto versatile in stufati e marinature; Il serrano fresco, una volta seccato, prende il nome di colorado e il suo colore rosso acceso arricchisce diversi tipi di salse; Il peperoncino bola è tondeggiante e croccante: da essiccato diventa cascabel, i semi liberi lo fanno vibrare come un sonaglio e l’aroma tostato e nocciolato è inconfondibile.

La gastronomia di Oaxaca

La cucina do Oaxaca è fatta di saperi antichi, ingredienti specifici e preparazioni, come quelle che vedono peperoncini, frijoles e spezie, selezionati con cura e preparati in un metate, un mortaio di pietra. La cucina oaxaqueña, oltre ai lunghi processi di tostatura e frittura degli ingredienti, seguiti da lunghe cotture, fonde sapori dolci a quelli aciduli, incorporando ingredienti tropicali come le banane, a formaggi, come il Quesillo, e alla panna acida. Le salse tipiche di Oaxaca sono i moles, il guacamole e la salsa molcajete, salsa piccante tradizionale, preparata con peperoncino morita tostato, pomodoro verde e aglio, il tutto pestato in un molcajete, un mortaio di pietra diverso nella forma rispetto al metate.

Il mole negro è una salsa ricca e scura, preparata con vari tipi di peperoncino e ingredienti tostati, come la tortilla di mais bruciata, e spesso include anche il cacao; Il mole amarillo, di colore giallo, è il meno complesso da preparare rispetto ad altri moles, ma è altrettanto ricco di ingredienti e gustoso. Il mole mancha manteles è una salsa rossa, che contiene peperoncino ancho, pomodoro, aglio, cipolla e spezie come ad esempio i chiodi di garofano; il mole mojo è una salsa rossa a base di peperoncino guajillo, cipolla, pomodoro, aglio, nocciole e sesamo.

Il Mole Verde invece ha un sapore leggero ed erbaceo, e viene preparato con tomatillo, peperoncini verdi, la hoja santa, un tipo di spezia messicano che ricorda il gusto del pepe, e il prezzemolo. Il mole amarillito deve il suo colore giallo al peperoncino chilhuacle, detto anche chile wajillo, mentre il mole coloradito ha un sapore leggermente dolce e il suo colore rossastro deriva dall’uso di pan de yema e zucchero, oltre a peperoncini rossi e, infine, il mole chichilo è il più raro e complesso, preparato con il peperoncino chilhuacle negro, in via di estinzione, e foglie di avocado.

Il guacamole, come tutti sanno, è una salsa verde a base di avocado, peperoncino verde, pomodoro, cipolla, coriandolo e succo di lime. A tavola non mancano mai le chapulines, cavallette tostate e condite, che aggiungono un sapore croccante e insolito a piatti come il guacamole, piuttosto che i tamales, panetti di pasta di mais, cotti al vapore e ripieni di carne, formaggio o pollo, oppure le tetelas: triangoli di masa ripieni, spesso di fagioli neri, che rappresentano un antojito, uno spuntino, costituito da un incrocio tra una tortilla e un tamale. Le tlayudas sono grandi tortillas di mais molto sottili e croccanti, simili a una pizza, guarnite con una tipologia di lardo tostato detto asiento, fagioli, insalata, cavolo, carne e quesadillo. Invece le tortillas fritte con carne, cipolla e un’insalata fermentata, sono chiamate garnachas.

È opportuno prestare attenzione a ciò quando si parla di tortillas de mais: quelle ben fatte ricordano talvolta l’odore della pioggia quando bagna la terra, talvolta di lieve sentore di muffa, ciò deriva dal processo di nixtamalizzazione, ossia dalla bollituradei chicchi in acqua e calce, atta ad aumentare la biodisponibilità e valore nutrizionale del cereale.

Ci sono anche il mole de Chepil, il chileatole, i mengues, l’estofado tehuano, il Zee Belá Bihui, una ricetta ancestrale, tramandata di generazione in generazione, che valorizza l’uso del mais tostato alla carne di maiale, poi la quesadilla de arroz e la malanga dorada, a base di un tubero tropicale appartenente alla famiglia delle Araceae, caratterizzato da una polpa gialla e un sapore che ricorda quello della castagna o delle patate dolci, sebbene più nocciolato. Immancabile il mezcal, di cui Oaxaca è la capitale assoluta.

Oaxaca è uno degli Stati del Messico che ben dimostra quanto questo Paese sia altamente produttivo: la sua biodiversità è considerata la più varia di tutto il Messico, la sua cucina ineguagliabile, tra le migliori del panorama nazionale, e le sue bellezze architettoniche, ragioni che richiedono a chiunque di visitare Oaxaca almeno una volta nella vita, potendo così ammirare templi religiosi, siti archeologici, edifici antichi e musei, passeggiando tra le variopinte strade di Oaxaca de Juárez. L’estate è probabilmente il periodo più indicato per visitare Oaxaca, di modo da apprezzare la cultura delle diverse etnie e partecipare alle celebrazioni della Guelaguetza.

La gastronomia dello Yucatan

Qui gli ingredienti, oltre a quelli che compongono la base tipica della cucina messicana sono l’achiote, noto anche come annatto o rocou, è una spezia derivata dai semi della pianta tropicale bixa orellana, utilizzata come colorante naturale rosso-arancio per alimenti come formaggi e riso, e come ingrediente per conferire un sapore lievemente pepato e terroso a piatti come la cochinita pibil; poi abbiamo il peperoncino habanero, per conferire una particolarissima piccantezza alle ricette e, infine, il chaya, una foglia spinosa locale che può essere usata nelle empanadas. Tra le salse più caratterizzanti merita la menzione il sikil pak, una crema densa a base di pomodori grigliati, semi di zucca e succo d’arancia, servita su tortillas, mentre l’huevo motuleño, consiste in un piatto di uova fritte servite su tortillas con fagioli neri, formaggio, prosciutto, piselli, banana e una salsa piccante.

Un piatto molto diffuso nello Yucatan, a base di formaggio di origine olandese riempito con carne macinata, servito con salsa bianca e salsa di pomodoro, è il queso relleno. Tipiche sono le papadzules, un tipo di tortillas di mais ripiene di uova sode, ricoperte da una salsa di semi di zucca e salsa di pomodoro e habanero, così come le panuchos y salbutes, tortillas fritte che possono essere farcite con fagioli neri, pollo, tacchino e accompagnate da verdure come pomodoro, lattuga e cipolla rossa sottaceto.

Il poc chuc, maiale marinato agli agrumi e cotto alla griglia, è molto apprezzato, esattamente come la sopa de lima, una zuppa profumata a base di carne di tacchino, tortilla chips e lime, il relleno negro, un piatto piccante di carne di tacchino o maiale, immersa in una salsa scura di peperoncini, oppure pescado en Tikin-Xic, cernia preparata con cipolle, spezie, tra cui pasta di achiote, chiodi di garofano, aglio, pepe di Castiglia, pepe Tabasco e sale, il tutto macinato e diluito in arancia amara, successivamente ricoperta con peperoni, cipolla e pomodoro a fette, avvolta nelle foglie di banano e grigliata.

Il piatto più iconico dello Yucatán, a base di carne di maiale marinato in succo d’arancia achiote, poi arrostito lentamente in foglie di banana, resta la cochinita pibil, mentre le marquesitas costituirebbero un delizioso dessert: consistono in cialde croccanti arrotolate, come crespelle, ripiene di formaggio Edam e dolcetti come latte condensato, crema pasticcera o cioccolato.

Tra i vari stati del Messico, quello dello Yucatan è uno dei più emblematici: siti archeologici, natura, città coloniali e spiagge dalle acque cristalline che si affacciano sul Mar dei Caraibi. Un viaggio nello Yucatan è un viaggio trasversale capace di incontrare le esigenze di ogni tipo di viaggiatore.

La gastronomia di Veracruz

A partire dalle picaditas, una tipologia regionale di antojos, preparato con una tortilla di mais con salsa de jitomat, carne di maiale o pollo, frijoles e peperoncino, la cucina di Veracruz si colora di ingredienti e sapori che trovano ottime combinazioni in piatti come l’arroz a la tumbada, un riso che combina un brodo molto ristretto e cremoso a gamberi, polpo e granchio a seconda della disponibilità.

Nella ricetta originale questa tipologia di molluschi e crostacei viene combinate anche ad altri pesci in tranci, piuttosto che a vongole e a cozze, a seconda della disponibilità, con cipolle e pomodoro, mentre l’aroma più caratterizzante è costituito dall’epazote, che può essere sostituito con il coriandolo. Imperdibile sia lo huachinango a la veracruzana che il pescado alla veracruzana: in un intingolo molto gustoso di pomodori, aglio, olive, capperi e peperoncini, serviti entrambi con tortillas di mais, il primo contempla prevalentemente pesci al trancio come il dentice o il branzino, mentre il secondo vede l’impiego di frutti di mare e crostacei.

Giusto per la cronaca: in questo Stato del Messico si trovano allevamenti di tarantole ed esistono pochi locali dove è legalmente consentito di servire ai clienti i tacos con l’artropode.

Tra le bevande tipiche di Veracruz vanno annoverate la Michelada, una birra con tabasco, salsa al pomodoro e peperoncino, e il Torito de Cacahuates, a base di arachidi, latte condensato e rum; inoltre, vista la rinomata produzione di caffè e vaniglia occorre provare il cafè lechero e godersi il rituale di preparazione.

Lo Stato di Veracruz si sviluppa entro la parte più interna del Golfo del Messico, presentando un paesaggio marcato da coste basse e mangrovie, nell’interfaccia marittimo, piantagioni nell’interno e montagne verso la Sierra Madre Orientale. il porto di Veracruz, detta “cuatro veces heroica”, è una tappa fondamentale in quanto mostra il volto messicano che sia apre ai commerci e all’incontro tra culture.

La cucina veracruzana è di grandissimo rilievo culturale in Messico, non soltanto perché combina i sapori di mare a quelli di terra, bensì perché costituisce l’eredità culinaria della cucina Jarocho e si distacca per alcune influenze ispano-mediterranee. Xalapa, la capitale, ospita il MAX – Museo de Antropología de Xalapa, tra le migliori collezioni olmeche del Paese, mentre più a nord precisamente a Papantla, è possibile visitare il sito archeologico di El Tajín, cuore della cultura totonaca.

La gastronomia del Puebla

Le attrattive di questa regione sono tantissime ma vale la pena citare al meno la piramide di Cholula, la più grande al mondo, e il Tempio di Santa María Tonantzintla, un mirabile esempio di architettura barocca messicana, con interni finemente decorati.

Tra le pietanze più iconiche del Messico, al punto da essere definito il piatto nazionale e che viene preparato, generalmente, da luglio a settembre, c’è il piatto di Puebla per eccellenza: il Chile en Nogada. Viene preparato con un tipo di peperoncino di dimensioni maggiori, il chile poblano, la salsa di noci e chicchi di melograno, come a rappresentare il tricolore messicano, assieme a una complessa preparazione di carne macinata di vitello e maiale, cipolla, pere, pesche e mela cotogna, con pinoli, mandorle, prezzemolo, peperoncino e formaggio di capra.

Non si può non contemplare il tradizionale Mole de Caderas: un piatto elaborato con carne di capra della regione di Tehuacan che, grazie al lungo ed attento periodo di svezzamento dell’animale, dona un sapore delizioso ed unico che potrà essere assaporato esclusivamente a novembre. Inoltre, ci sono le tradizionali Las Chalupas, piccole tortillas di mais e grasso di maiale, bagnate da una salsa verde o rossa ed accompagnate da cipolle, carne secca di manzo, maiale e pollo. Infine, le Cemitas Poblanas: pani croccanti ricoperti da semi di sesamo, farciti con carne di manzo o pollo, avocado, formaggio, peperoncino, cipolla olio di oliva. 

La gastronomia del Chiapas

Il Chiapas è lo stato più a sud del Messico, presenta una natura incontaminata e vari microclimi che presentano condizioni variabili di sole, caldo, freddo e abbondanti piogge. Per quanto non sia economicamente avvantaggiato, il Chiapas rappresenta una risorsa insostituibile per il Messico in quanto a naturalezza e paesaggi di incredibile bellezza, tra cascate, laghi, fiumi, flora e fauna. Questa regione si distingue dal punto di vista gastronomico per la sua cultura indigena, per l’erba chipilìn, usata in nessun’altra parte del Messico, impiegata per zuppe e tamales e per la preferenza di peperoncini dolci e di stagione, per quanto sia molto apprezzato anche il piccantissimo simojovel; nel Chiapas, grazie ai grandi pascoli, la cucina tende a impiegare le pregiate carni di manzo e una buona varietà di formaggi.

Il piatto che meglio riflette la gastronomia dell’area è il tamal, nella versione del tamal de chipilín, del tamal toro pinto, dal carattere rituale, fatto con fagioli freschi e offerto durante le celebrazioni del Giorno dei Morti e le feste patronali, e il tamal de bola, che presenta un ripieno di mole, zucca con svariate tipologie di carne, talvolta anche gamberi, e frutta secca come le prugne. Infine non mancano la chanfaina, la sopa de pan e il menudo, quest’ultima con la trippa.

In onore alle origini della chef Diana Beltrán un accenno alla Cucina Messicana di Guerrero

Dai siti archeologici precolombiani all’antica arte rupestre delle caverne sulle montagne, sino alle meravigliose aree balneari, lo Stato di Guerrero è uno dei più famosi del Messico: si consideri che Acapulco è stata la meta prediletta delle star di Hollywood sin dagli anni ’50 e continua ad affascinare ancora oggi, tanto per l’architettura coloniale del suo centro storico che per la sua caratteristica baia. Nella terra guerrera è possibile comprendere la cultura del Mezcala, tipica della regione, visitando uno dei numerosi siti archeologici del territorio: mirabili esempi dell’architettura locale si trovano presso la località di La Organera-Xochipala; altrettanto affascinante è il complesso speleologico costituito dal sistema di caverne del Parco Nazionale Grutas de Cacahuamilpa e, per i più avventurosi, è possibile fare rafting lungo il fiume Papagayo.

Come per tutto il Messico, gli ingredienti essenziali della cucina guerrera sono il mais, il peperoncino e i fagioli, ma il pescato e i frutti di mare rivestono un ruolo decisivo per la gastronomia di quest’area, soprattutto nelle regioni di Costa Chica e Costa Grande. Anche la cucina di Guerrero affonda le sue radici nelle tradizioni delle etnie locali che hanno abitato questi luoghi: infatti, essa si basa sulla fusione delle tradizioni nahuatl, purépecha, mixteca, tlapanec o yope e amuzga, con influenze spagnole, francesi, africane e di altri paesi europei.

Il pescado a la talla consiste in un dentice, o altre varietà, arrostito a fuoco dolce con una marinatura a base di chile guajillo, tipico della costa guerrera; la ricetta del pulpo en su tinta, servito in una casseruola con aggiunta di platani fritti e riso bianco, è frutto di un soffritto di aglio in olio di oliva, cui si aggiunge la cipolla, del peperoncino del tipo serrano e il pomodoro, a cui va aggiunto il polpo tagliato a pezzi e l’inchiostro di seppia; il ceviche verde consiste in pesce crudo marinato con succo di lime e pepe, origano, cipolla, tomatillo, coriandolo fresco e cetrioli, servito con una salsa verde e semi di zucca tostati, mentre i camarones al mojo de ajo sono gamberi saltati con aglio, olio e varie spezie. Che si tratti di gamberi, scampi, aragoste o polpi, conditi con olio, sale, pepe, limone e talvolta con erbe aromatiche o aglio, per fare un buon barbacoa de mariscos il segreto sta nel cuocerli alla parrilla di modo che i frutti di mare restino succosi.

Celebre il pozole: è una zuppa tradizionale a base di mais nixtamalizzato, spesso preparata con diverse tipologie di carne e ne esiste anche una versione verde con una salsa specifica, pomodori verdi, semi di zucca, spinaci e coriandolo; Il barbacoa de chivo, a base di carne di capra, prevede una marinatura preventiva con sale, pepe, origano e timo, per poi essere cotta scavando una buca di circa un metro, contornata di pietre laviche ardenti. Una volta sigillato il contenitore di terracotta con dentro carote, cipolle, aglio, foglie di maguey e una tazza di ceci, bisognerà solo attendere che la lenta cottura, che talvolta supera le 6 ore, giunga a compimento. Il bazo relleno è un piatto tipico della Costa Chica, è molto apprezzato quello di Cuajinicuilapa, che consiste in tagli di carne di manzo, talvolta anche la milza, con patate, cipolle, salsa aromatica e foglie di hierba buena, molto simile alla menta, cotto molto lentamente al forno e in tegami di terracotta.

Nello Stato di Guerrero si fa presto a dire frijoles, o quasi: le preparazioni contemplano i frijoles de fiesta, frijol de vara, frijol mongo adobado, frijoles apozonquis, frijoles charros e si potrebbero mangiare tutti i giorni senza mai annoiarsi.

Creata a Taxto inizialmente con il nome di “La Vencedora” da Manuel Castrejón Gómez, lo Yoli, noto anche come Yoli de Acapulco, è una bevanda analcolica messicana al limone il cui marchio era un tempo di proprietà del Grupo Yol, una società di imbottigliamento della Coca Cola nello stato di Guerrero. La bevanda si inserisce comunque nella tradizione delle aguas frescas per certi versi: in Messico e in diversi paesi dell’America Centrale, come El Salvador, Guatemala e Hondura, sono delle bevande analcoliche a base di acqua, frutta come papaya, ananas, cocco, guava e melone, ad esempio, con semi, cereali o fiori e zucchero. Speciale il chilate, una bevanda fredda a base di cacao, riso, cannella e zucchero di canna, chiamata piloncillo.

Un dolce per tutti: le cocadas sono fatte di polpa di cocco, latte e acqua di cocco, cotti fino a caramellare.

Culturalmente legato al Centro America ma geopoliticamente appartenente all’America del Nord, il Messico deve poter essere considerato un continente a sé stante per complessità storica, per lo spaccato demografico, per la diversificazione dei suoli e del territorio e per la biodiversità, come già detto, riservando pertanto costanti sorprese e un’infinità di curiosità. Una curiosità gastronomica è costituita dal huitlacoche: meglio noto come Ustilago Maydis, è un fungo patogeno e parassitario che infesta i chicchi del mais con le sue spore che, una volta penetrate nello spadice della pannocchia, rendendoli gonfi e grigiastri.

Detta anche carbone del mais, questa malattia ha un etimo che viene fatto risalire alla lingua nahuatl, ed è stato dimostrato che il consumo di mais infestato ha avuto origine nella cultura azteca e anche tra l’antica popolazione dello Utah. In realtà l’huitlacoche, noto anche come “tartufo messicano”, è decisamente molto apprezzato anche oggi: studi recenti lo annoverano come potenziale alimento funzionale, producendo sostanze bioattive naturali che conferiscono caratteristiche organolettiche e nutraceutiche tanto da poterlo considerare tale, oltre che foriero di composti per arricchire altri alimenti con cui si abbina nella cucina messicana.

Nel mais dove si è sviluppato si riscontra un aumento delle proteine dal 3% al 19% con un incremento dei livelli di lisina e di altri sedici amminoacidi essenziali, ad esclusione del triptofano. L’huitlacoche presenta un gradevole e ricercato gusto nocciolato tendente alle note fungine e del sottobosco, prestandosi ad una infinità di applicazioni culinarie. Durante il suo sviluppo produce una sostanza chiamata ustilagina, il cui principio attivo presenta effetti simili all’ergotamina prodotta dalla segale cornuta, in quantità troppo basse per provocare effetti indesiderati. Per tutto il resto c’è pur sempre il peyote.

Premiate Trattorie Italiane: la forza della tradizione che guarda avanti

Quando il crepuscolo accarezza i colli umbri, qualcosa di speciale nell’aria richiama l’istinto di tornare a tavola. È in quel momento che Posta Donini, con i suoi giardini secolari e gli affreschi antichi, si trasforma in un palcoscenico sospeso tra memoria e promessa: è qui che, il 6 ottobre, ventuno trattorie provenienti da ogni angolo d’Italia si sono riunite per celebrare un legame antico con la cucina, con la terra e con chi mangia con anima e pancia.

Quella sera, non era solo una cena. Era un racconto corale, un annuncio di fiducia nel futuro: tre nuove trattorie entreranno nel gruppo nel 2026, portando il totale a 24.

La rete che difende l’identità gastronomica italiana

Nata nel 2012 dall’iniziativa di quattro osti Federico Malinverno, Sergio Circella, Alberto Bettini e Avgustin Devetak Premiate Trattorie Italiane si fonda su un patto non scritto: custodire la cucina popolare territoriale come espressione profonda di comunità, accoglienza e autenticità.

Oggi l’associazione include ventuno insegne sparse da Nord a Sud, unite da valori condivisi: uso di materie prime locali, piatti legati alla memoria, prezzi onesti, carta vini curata, accoglienza autentica, cura del cliente.

Ma più di tutto, è l’etica del mestiere che fa da collante: “cucinare per gli altri come si farebbe per casa”, con rispetto, passione e trasparenza.

Il racconto della serata: memoria, incontri, sapori

L’atmosfera era quella delle grandi occasioni: luci soffuse, tovaglie bianche, sorrisi veri. Dopo un aperitivo nel parco tra calici di Grechetto e stuzzichini, gli ospiti sono stati invitati alla cena ufficiale, dove ogni portata è diventata un invito a viaggiare da una regione all’altra, cucinata e servita dagli stessi osti del gruppo.

Piatti protagonisti:

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio e porcini
  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
  • Interpretazioni eleganti di dolci della tradizione contadina

Questi piatti erano “parlanti”: nessuna messa in scena, solo sapori riconoscibili che emozionano, come la memoria che ride.

Tra gli interventi ufficiali, uno dei momenti più intensi è stato l’annuncio delle tre nuove trattorie 2026, scelte per autenticità, coerenza e radicamento territoriale. Un gesto che non è soltanto espansione, ma fiducia nel futuro della cucina italiana.

Menù e vini: un’armoniosa sinfonia da vivere

Aperitivo: l’aperitivo è stato proposo nei bellissimi spazi all’aperto e nella sala adiacente, con l’accompagnamento musicale dal vivo di musica

Piatto / propostaTrattoria
Crostini di LampredottoTrattoria da Burde, Firenze (FI)
Zuf Carsolino (farinata di semolino con ricotta caprina e erbe del Carso)Lokanda Devetak, San Michele del Carso (GO)
Porcino fritto, polenta e crema di CasoletRistorante Boivin, Levico Terme (TN)
Minestrone alla genovese con i brichettiLa Brinca, Ne (GE)
SottoboscoEnoteca della Valpolicella, Fumane (VR)
Patè di fegatini di pollo con confettura di mele e pan briocheAntica Trattoria del Gallo 1870, Gaggiano (MI)
Tirtler con le ortichePitzock, Funes (BZ)
Luccio in salsa isolanaCaffè La Crepa, Isola Dovarese (CR)
Polpettine di zucchine con giardiniera dell’ortoTrattoria Visconti, Ambivere (BG)
Acciughe con salsa verdeAlbergo Ristorante Cacciatori 1818, Cartosio (AL)

Pane a lievitazione naturale
Fornito da Panificio Artigianale Pagna

Cena (nelle sale interne)

Antipasti regionali

  • Antipasto Emiliano (Collab: Trattoria ai Due Platani – Coloreto (PR), Amerigo 1934 – Savigno (BO), Entra – Massa Finalese (MO))
  • Olive ascolane di mare (Vecchia Marina, Roseto degli Abruzzi (TE))

Primo piatto

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio, porcini, grana di pecora e pimpinella
    (Sora Maria e Arcangelo, Olevano Romano (RM) con Il Capanno, Torrecola (PG))

Secondo + contorno

  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi
    con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
    (Hostaria Nangalarruni, Castelbuono (PA) con Antichi Sapori, Montegrosso (BT), Puglia)

Dolci

  • Pizza dolce di Dora & Torta con nocciola tonda gentile romana
    (Lo Stuzzichino, Sant’Agata sui due Golfi (NA) con Trattoria del Cimino dal 1895, Caprarola (VT))
  • Biscotto Cegliese
    (Ristorante Cibus, Ceglie Messapica (BR))

Accompagnamenti
Acqua Valverde | Caffè Bonacchi | Olio Roi | Liquori Izzi

Vini in abbinamento

Grande successo per l’evento Premiate Trattorie d’Italia, organizzato in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini di Montefalco, che ha portato in scena un incontro virtuoso tra la migliore cucina di tradizione e l’eccellenza enologica umbra.

Durante la manifestazione, i vini del territorio sono stati protagonisti di degustazioni molto apprezzate, capaci di raccontare, calice dopo calice, l’identità autentica dell’Umbria. Il presidente del Consorzio, Paolo Bartoloni della Cantina Le Cimate, cui sarà dedicato un prossimo approfondimento, ha sottolineato come la sinergia tra le Premiate Trattorie e i vini di Montefalco rappresenti un valore fondamentale: “In una osteria artefice della buona cucina, ha ricordato, non può mancare il vino, che è identità ed espressione del nostro territorio.”

Un messaggio chiaro, che ribadisce quanto la cultura del cibo e quella del vino siano inseparabili nel racconto più autentico dell’Umbria.

Ecco la colonna sonora liquida della serata, firmata dal Consorzio di Tutela dei Vini di Montefalco:

  • Montefalco Grechetto DOC
  • Montefalco Bianco DOC
  • Spoleto DOC Trebbiano Spoletino (anche in versione spumante)
  • Montefalco Rosso DOC
  • Montefalco Sagrantino DOCG
  • Montefalco Sagrantino DOCG Passito

Cantine partecipanti
Agricola Mevante, Antonelli, Arnaldo Caprai, Cesarini Sartori, Colle Ciocco, Colle Uncinano, Colpetrone, Di Filippo, Dionigi, Fattoria Colsanto, Fongoli, La Veneranda, Le Cimate, Le Thadee, Lungarotti, Ninni, Perticaia, Plani Arche, Romanelli, Scacciadiavoli, Tenuta Alzatura, Tenuta Bellafonte, Terre di San Felice, Tenuta Clivo del Cardinale, Terre de La Custodia.

Valori, impatti e visione del futuro

L’associazione non è solo una rete commerciale: è un movimento culturale che difende l’idea della tavola come spazio di incontro, narrazione e memoria.

In un panorama gastronomico che spesso punta al “colpo d’occhio” o all’effetto mediatico, le Premiate Trattorie Italiane scelgono la via della coerenza, mettendo al centro il territorio, il racconto e il cliente.

Ogni trattoria diventa una finestra sul suo mondo: visitarla è entrare in una comunità, respirarne i profumi, scoprirne i racconti. Il gruppo è anche un itinerario diffuso, capace di unire luoghi meno battuti ma ricchi di identità.

Oggi, essere una “trattoria” è una sfida: coniugare qualità, sostenibilità, tradizione e capacità di dialogare con un pubblico sempre più evoluto.
La scelta di accogliere tre nuove insegne nel 2026 è un segno forte: non un’espansione fredda, ma un gesto fiducioso verso il domani della cucina tradizionale.
Come ha detto uno dei fondatori:

“La trattoria è il cuore dell’Italia che lavora, accoglie e cucina. È lì che le persone si ritrovano per riconoscersi.” Ed è questo spirito che, a Posta Donini, si è percepito a ogni brindisi, piatto e abbraccio tra colleghi diventati amici.

Hambo a Napoli, il gusto fa 90 quando la fame fa paura

Da un ex ricevitoria del banco lotto, a pochi passi da Piazzetta Ascensione e dal cuore pulsante di Chiaia, arriva Hambo con i panini ispirati alle ricette della tradizione italiana.

Napoli è da sempre legata ai numeri e alla cabala e Gennaro Natale e Luigi Crispino, titolari del piccolo locale in stile anni ’80, rievocano l’emozione di una scommessa nata per caso in un giorno di fine settembre.

Il progetto

Già esperti di ristorazione con Upnea – Salumeria Mediterranea – ed i piatti classici partenopei rivisitati in chiave moderna, hanno qui puntato sullo street food di qualità. Prendendo l’idea dalle ruote del Lotto, da Hambo di ripercorre un viaggio lungo lo Stivale con le specialità tipiche regionali.

Da Milano arriva la polenta, a Genova il pesto di basilico e poial sud Italia tra l’hamburger di salsiccia a Napoli e melanzane alla norma a Palermo. I numeri vincenti sono della smorfia: il 49 riferito a ’o piezz’e carne o il 50 o pane per restare, infine, a meraviglia col 72.

La selezione dei “panini vincenti” accontenta ogni gusto ed è rinvenibile in carta tutto l’anno. Hambo, Therno, Quatherna e Quinthina sono di fatto già richiestissimi dal pubblico. Ogni mese una ruota special che ad ottobre propone pastrami di manzo, caciocavallo, verdure di stagione e la salsa segreta barbeque della casa.

Prezzo medio 7 euro per le versioni semplici con un risparmio per la giocata multipla con aggiunta di bibita e contorno e 10 euro taglio fisso per i più farciti. Ad accompagnare le proposte gli sfizi tipici con patate fritte in vari gusti, alette di pollo e bao con pancia di maiale, per apetizer o variazione al menu.

Nella drink list alcolica un buon calice di vino del Sannio con la Falanghina e l’Aglianico dell’azienda Nifo Sarrapochiello, birra alla spina o l’immancabile cocktail spritz. Tutto è compostabile nel rispetto della sostenibilità ambientale e delle esigenze per i celiaci.

Le origini e il futuro

Da ex chimici farmaceutici, Gennaro e Luigi partirono 17 anni fa da un piccolo appartamento con alcune serate vernissage a cui accompagnare le proposte gastronomiche. Il successo dell’iniziativa li ha presto dirottati verso la ristorazione anche fuori dai confini italiani per poi stabilirsi a Napoli.

Infine, un corso di formazione con Gambero Rosso per imparare le tecniche di corretta preparazione e cottura degli alimenti. <<Per il futuro, modificando in positivo un motto pratico, posso dire che le nostre società sono utili se in numero “pari” inferiore a 3 – dichiara Gennaro Natale – Grazie alla nostra amicizia, forte sin dai tempi degli studi, sognamo di aprire altri punti vendita non in franchising, garantendo un rigoroso controllo per la clientela>>.

Gli assaggi

Palermo: filetto di tonno impanato nel corn flakes gluten free con melanzane a funghetti e ricotta salata

Milano Vegano: hamburger di polenta ai funghi porcini, crudocotto di scarola con cappoeri e olive e maionese vegan allo zafferano.

Genova: pesto con pomodorini secchi e provola originale e mediterraneo.

Quatherna: con hamburger, caciocavallo, pomodoro e lattuga con salsa Hambo Roma con pancia di maiale cotta a mo’ di porchetta, scamorza peperoncini verdi e maionese.

HAMBO
Via Ascensione 7
Napoli (NA)
aperto sempre pranzo e cena – domenica solo pranzo