Idee per il Ferragosto: il Mercato del Capo di Palermo

Tra “abbanniate” e profumo di panelle il luogo autentico dove le grida di richiamo dei venditori si mischiano ai colori delle bancarelle

Al Mercato del Capo di Palermo la città si racconta senza filtri, tra pesce appena pescato, frutta matura, spezie, panelle e arancine (sì a Palermo si chiamano arancine) fumanti.

Passeggiare tra queste vie significa immergersi nell’anima più vera di Palermo, lasciandosi conquistare da una vitalità contagiosa che coinvolge tutti i sensi. Ogni angolo nasconde una storia, ogni volto un aneddoto, ogni sapore un pezzo di tradizione che resiste al tempo e continua ad affascinare chi arriva fin qui. Non è soltanto un mercato, ma un vero simbolo della cultura palermitana, capace di raccontare secoli di storia attraverso colori, sapori e tradizioni.

Il mercato sorge nell’antico quartiere del Capo, conosciuto anche come Seralcadio, dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, un’area che affonda le proprie radici nell’epoca della dominazione araba. Ancora oggi la disposizione delle strade, l’atmosfera vivace e il modo stesso di commerciare ricordano i caratteristici suk del Nord Africa.

Nel cuore del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo rappresenta uno dei luoghi più vivaci e caratteristici della città. Il suo asse principale si snoda lungo via Porta Carini e prosegue fino a via Beati Paoli, tra vicoli ricchi di storia, profumi e tradizioni. Proprio da Porta Carini si accede a quello che è considerato l’ingresso più suggestivo del mercato, una soglia ideale per immergersi nell’atmosfera autentica della Palermo più popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, il mercato si anima di residenti, commercianti e visitatori che percorrono le sue strade alla ricerca di prodotti freschi e specialità del territorio. Le bancarelle espongono un trionfo di colori: frutta e verdura di stagione, pesce appena pescato, carni, formaggi, spezie e numerose eccellenze gastronomiche siciliane.

Ciò che rende il Mercato del Capo unico non è soltanto la qualità dei prodotti, ma soprattutto l’energia che lo attraversa ogni giorno. Le celebri abbanniate, gli antichi richiami dei venditori in dialetto palermitano, risuonano tra i banchi creando una vera e propria colonna sonora che accompagna la vita del mercato.

A differenza di molti mercati storici europei trasformati esclusivamente in attrazioni turistiche, il Mercato del Capo continua a essere frequentato quotidianamente dai palermitani. È un luogo dove tradizione e vita quotidiana convivono, mantenendo intatto il suo ruolo sociale ed economico all’interno della comunità.

Il Capo è inoltre una tappa imprescindibile per gli amanti dello street food. Passeggiando tra le sue vie è possibile assaporare alcune delle specialità più rappresentative della cucina palermitana, come panelle, crocchè, arancine, sfincione e pesce fritto preparato al momento. Sapori semplici e genuini che raccontano la storia di una città plasmata nei secoli dall’incontro di culture diverse e che continuano a rappresentare l’essenza della tradizione gastronomica siciliana.

Io sono una vera street food addicted e credo che questo tipo di cucina riesca a raccontare una città e le persone che la abitano meglio di qualunque monumento o guida turistica. Il cibo di strada nasce infatti dalla vita quotidiana, dalle esigenze di chi lavora, dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione e dall’incontro tra culture diverse.

E così, tra una bancarella e l’altra, è arrivato il momento che aspettavo di più: quello degli assaggi. Perché un mercato si visita con gli occhi, ma si scopre davvero attraverso il gusto.

Ho iniziato con un cartoccio di panelle, dorate, croccanti all’esterno e morbide all’interno, sono delle semplici frittelle di farina di ceci fritte, tradizionalmente vengono servite all’interno di un morbido panino con una spruzzata di limone.

Il secondo assaggio è stato l’immancabile arancina, uno dei simboli della cucina palermitana. La panatura croccante racchiude un ripieno saporito e ben equilibrato.

La diatriba tra arancina e arancino è una famosa disputa linguistica e culturale della Sicilia che divide l’isola tra Palermo (al femminile, tonda) e Catania (al maschile, spesso con la punta).

E’ la volta dello sfincione, a metà strada tra una pizza e una focaccia, si distingue per l’impasto soffice e per il ricco condimento a base di pomodoro, cipolla, formaggio e origano. Un piatto semplice, nato dalla cucina popolare.

Decido di terminare questo percorso tra i sapori del Mercato del Capo con uno dei panini più iconici e autentici della tradizione palermitana: il pane con la milza, conosciuto in dialetto come pani câ meusa.

Un piatto che forse non incontra subito il gusto di tutti, ma che rappresenta un vero simbolo della cucina popolare della città. La milza e il polmone di vitello vengono cotti nello strutto e serviti all’interno di un morbido panino, spesso arricchito con una spolverata di caciocavallo grattugiato o qualche goccia di limone.

Visitare il Mercato del Capo significa immergersi nell’essenza più autentica di Palermo e rimane uno dei luoghi migliori per avvicinarsi alla cultura gastronomica palermitana.

Nasce il “Panettone di Ferragosto” di Don Salvatore

L’edizione estiva e a tiratura limitata del grande lievitato firmato Luigi Colandrea: fragoline, limone semicandito, burro di latteria e vaniglia del Madagascar per il fine pasto ideale dei mesi caldi.

Da “Don Salvatore Ristorante e Relais” arriva una novità che unisce la grande tradizione dei lievitati della famiglia Colandrea a un’idea inedita: portare il panettone, simbolo delle feste invernali, sulla tavola d’agosto. Nasce così il Panettone di Ferragosto, edizione limitata pensata come fine pasto estivo, da servire fresco di taglio dopo le cene sotto il limoneto o da portare a casa come piccola opera artigianale firmata Luigi Colandrea.

Un debutto non casuale: il 15 agosto Monte di Procida festeggia la sua patrona, la Madonna Assunta, e il Panettone di Ferragosto nasce anche per essere parte di questo giorno di festa collettiva per tutto il paese.

Un progetto che nasce dalla grande passione per i lievitati di Luigi Colandrea, chef e patron, insieme al fratello Generoso, di “Don Salvatore”. Da oltre dieci anni Luigi produce colombe e panettoni con lievito madre, grazie anche al percorso di formazione con Rolando Morandin, tra i massimi maestri italiani dell’arte bianca. Un lievitato tradizionalmente legato al Natale che oggi trova, per la prima volta, una versione pensata per l’estate flegrea.

Un lievitato d’estate, tra orto e mare

Il Panettone di Ferragosto reinterpreta la ricetta classica con un impasto morbido e profumato, arricchito da fragoline, limone semicandito ricavato dai limoni dell’azienda agricola di famiglia e vaniglia del Madagascar, ed è realizzato con burro di latteria. Il risultato è un lievitato dal profilo fresco e delicato, pensato apposta per chiudere un pasto estivo: meno speziato del panettone invernale, più agrumato e fruttato, in perfetto equilibrio con la stagione. Alla base dell’impasto c’è lo stesso lievito madre che Luigi utilizza per i panettoni e le colombe, rinfrescato quotidianamente in laboratorio.

“I grandi lievitati sono da sempre una delle nostre passioni più grandi, un lavoro che portiamo avanti da oltre dieci anni con la stessa cura che dedichiamo all’orto e alla cucina. Con il Panettone di Ferragosto abbiamo voluto raccontare l’estate flegrea attraverso un impasto che profuma di limone e di fragoline: un modo diverso di chiudere il pasto, senza rinunciare alla tecnica e alla qualità che ci hanno sempre contraddistinto.”

Luigi Colandrea, chef e patron di Don Salvatore Ristorante e Relais

Disponibilità

Il Panettone di Ferragosto è disponibile in edizione limitata presso “Don Salvatore Ristorante e Relais” ed online su www.donsalvatore.eu.

Don Salvatore Ristorante e Relais Don Salvatore è il ristorante e relais della famiglia Colandrea, nato nel 2016 all’interno di un antico cellaio nell’azienda agricola di famiglia, nei Campi Flegrei. Guidato dai fratelli Luigi e Generoso Colandrea, porta in tavola i prodotti del proprio orto — dal Pomodoro Cannellino Flegreo alla zucchina San Pasquale — insieme a una produzione artigianale di pane, pasta fresca, dolci e grandi lievitati.

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Bistro Sorrento, selezione internazionale di carni e ricette contemporanee per chi sosta in Penisola Sorrentina

Dieci anni di tradizione enogastronomica e famiglia, di ricerca e cura per le materie prime e la clientela. Pasquale Esposito, titolare di Bistro Sorrento accoglie gli ospiti sempre con il sorriso, assieme ai figli Daniele (chef) e Antonino e ha una particolare attenzione verso le carni, i territori di provenienza, i tagli da tutto il mondo.

E poi le etichette, in menu divise per territori italiani con chicche estere e buona proposta di distillati. 

In carta c’è la tradizione ma non mancano a i piatti innovativi con gli ingredienti trattati nella giusta maniera. In sala lo staff è preparato e disponibile.

Abbiamo provato come antipasto il carpaccio di manzo rucola sedano e senape, la focaccia con blu di bufala, prosciutto Langhirano 30 mesi, olio affumicato e pomodoro di Sorrento, curioso il grissino con filetto di Kobe e maionese fatta in casa.

E poi le carni. “Abbiamo studiato il miglior metodo di cottura possibile: abbracciando la filosofia x-oven, la cottura avviene in un innovativo forno a brace che permette di esaltare il sapore dei cibi mantenendone intatta la morbidezza. La nostra camera di frollatura ospita i migliori tagli di carne che variano periodicamente”, spiega il titolare.

Tre i menù degustazione con paste fatte in casa, diverse tipologie di carne e wagyu per un’esperienza completa e coinvolgente di gusto e scoperta.

 

Bistro Sorrento 

Via Atigliana, 23/25

Sorrento NA

Pizza a Corte – I 4 appuntamenti di agosto

Sono quattro gli appuntamenti di agosto in programma per la rassegna Pizza a Corte, ospitati nel giardino del settecentesco Palazzo Acampora di Agerola, adiacente all’orto di casa.

Il primo è in calendario giovedì 6 agosto, a partire dalle ore 20.00, quando Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, proporrà quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno. Il dessert sarà a cura del maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella.

Il 13 Agosto sarà la volta di Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma) affiancato da Giuseppe Esposito (Roxy Bar).

Il 20 Agosto, Enzo Bastelli (Basta Pizzeria) e Giuseppe Pepe (Pasticceria Pepe Mastro Dolciere) e giovedì 27 Agosto, Giuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli). 

Tutte le serate vedono la partecipazione dei bartender del Madamé Lounge Bar di Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Come di consueto, parte dell’incasso delle serate sarà devoluto alla HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria.

Sinapsi Pizza & Grill propone un viaggio enogastronomico sul rooftop panoramico di Torre del Greco

Pizza contemporanea, carni d’eccellenza, mixology ed rooftop affacciato sul Golfo di Torre del Greco; il tramonto come scenografia naturale e un percorso gastronomico pensato per raccontare una filosofia che unisce ricerca, tecnica e convivialità.

È questo il concept della serata dedicata alla stampa organizzata da Sinapsi Pizza & Grill, un’occasione per presentare l’identità del locale attraverso una degustazione capace di mettere in dialogo pizza contemporanea, grill e mixology.

Alla base della proposta di Sinapsi c’è una visione che parte dalla qualità della materia prima e da un rigoroso lavoro sugli impasti. La pizza nasce esclusivamente da una farina di Tipo 1 del Molino Casa Vigevano, rimacinata a freddo e ricca della sua naturale componente di crusca. L’impasto prende forma attraverso un prefermento al 50% con 24 ore di maturazione, completato successivamente con un’idratazione del 75% e una seconda fase di lievitazione a temperatura controllata della durata di 24-36 ore. Un processo studiato per ottenere leggerezza, fragranza e una struttura capace di valorizzare ogni ingrediente.

La degustazione si è aperta con una selezione di antipasti che rappresentano l’anima creativa della cucina. La Fresella RawMeat Starter Carpaccio di Carne abbina carpaccio di manzo, stracciata di bufala e cristalli di lime, mentre il Morbido di Caprese al Vetro reinterpreta la classica caprese con pomodoro gelatinato, mousse di bufala, emulsione di basilico e crumble di pane croccante. A seguire la Cheesecake di Carne, preparata con battuto di Fassona al coltello, crema di formaggio e tarallo napoletano, disponibile anche in versione senza lattosio, insieme a un selezionato tagliere di salumi.

Protagonista assoluta della serata è stata la pizza, raccontata attraverso alcune delle creazioni più rappresentative del menu.

Tra queste il Cappello di Totò, omaggio all’iconico attore napoletano, caratterizzato da un cornicione ripieno di ricotta, completato con crema di datterino giallo, datterini gialli freschi, fiori di zucca, mozzarella di bufala, cacio ricotta, basilico e olio extravergine d’oliva.

Spazio anche alle radici della tradizione con Origini, un ripieno cotto al forno che racchiude ricotta, funghi, prosciutto cotto, salame Napoli, fior di latte, pomodoro, pecorino, basilico e olio EVO.

Originale e scenografica la Ciummarella 2.0, prima fritta e successivamente ripassata al forno. La pizza viene preparata con una base di ricotta e pepe macinato, sulla quale vengono aggiunti crema di datterino giallo, peperoncini di fiume, pancetta aromatizzata, provola e scaglie di Grana Padano stagionato 24 mesi.

Immancabile la Margherita, proposta nella sua essenzialità con pomodoro, fior di latte, pecorino, basilico fresco e olio extravergine d’oliva, simbolo della tradizione pizzaiola italiana.

Tra le creazioni più identitarie anche Terra Mia, dove una delicata crema di fior di latte accoglie, all’uscita dal forno, una tartare di Fassona aromatizzata, tarallo napoletano sbriciolato, zest di limone, basilico fresco e olio EVO, in un perfetto equilibrio tra consistenze e profumi.

Il percorso gastronomico è proseguito con la proposta dedicata alle carni, altro pilastro dell’identità di Sinapsi Pizza & Grill. In degustazione una Tagliata di carne argentina con rucola, scaglie di Grana e datterini rossi e gialli, insieme a tagli di grande pregio come la T-Bone con osso e la Bistecca di Cuberoll, selezionati per qualità, marezzatura e intensità di gusto.

Ad accompagnare ogni portata una proposta di mixology studiata per valorizzare le diverse preparazioni. Il Paloma, realizzato con tequila blanco 100% agave, lime fresco, soda al pompelmo rosa e bordo di sale rosa, ha aperto il percorso con la sua freschezza agrumata. Il Gin Basil Smash, con gin, limone, zucchero e basilico fresco, ha confermato il perfetto equilibrio tra aromaticità e bevibilità. A chiudere la degustazione il grande classico della miscelazione italiana, il Negroni, preparato con gin premium, bitter e vermouth rosso selezionati, ideale per accompagnare la struttura e la complessità delle carni.

La serata ha rappresentato molto più di una semplice degustazione: è stata un momento di confronto con la stampa per raccontare la filosofia di Sinapsi Pizza & Grill, una cucina contemporanea che parte dalla tradizione, valorizza il territorio attraverso materie prime accuratamente selezionate e interpreta pizza, grill e cocktail come elementi di un’unica esperienza gastronomica. In una location esclusiva come il rooftop affacciato sul Golfo, ogni portata ha raccontato una visione fatta di tecnica, ricerca e memoria gastronomica, confermando Sinapsi Pizza & Grill come una realtà capace di coniugare innovazione, qualità e ospitalità in un progetto culinario dal forte carattere identitario.

Da Josè il Regno delle Due Sicilie rivive a tavola: una cena che trasforma la storia in esperienza gastronomica

Ci sono cene che soddisfano il palato e altre che riescono a raccontare un popolo. Quella andata in scena il 22 luglio da Josè Restaurant, all’interno della splendida Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un progetto gastronomico di rara intensità culturale che ha riportato in vita l’identità del Regno delle Due Sicilie attraverso ingredienti, vini e ricette capaci di attraversare secoli di storia.

Più che una cena di gala, un percorso identitario in cui Campania e Sicilia, le due anime dello storico Regno “al di qua e al di là del Faro”, si sono ritrovate attorno allo stesso tavolo. La raffinata dimora vesuviana, immersa nel verde e impreziosita dall’eleganza della sua architettura storica, si è trasformata nel palcoscenico ideale per un racconto gastronomico che ha unito memoria, territorio e alta cucina.

A guidare questo viaggio è stato lo chef Antonio La Cava, che ha costruito un menu essenziale nella forma ma ricchissimo nel significato. Nessuna ricerca dell’effetto scenografico fine a sé stessa, ma piatti capaci di riportare al centro il valore della materia prima e dei sapori autentici del Mediterraneo.

L’apertura è stata affidata a una delicata zuppetta di zucchine con crudo di gamberi, preparazione che esalta la dolcezza dell’ortaggio e la freschezza del mare. A esaltarla, il Marsala Tonic di Cantine Intorcia, interpretazione contemporanea del vino simbolo della Sicilia occidentale, che ha inaugurato il percorso con eleganza, introducendo fin dal primo sorso il dialogo tra le due sponde del Regno.

A seguire, ricciola marinata con arancia arrosto e capperi, piatto elegante che richiama immediatamente i profumi della Sicilia attraverso un perfetto equilibrio tra acidità, sapidità e note agrumate. L’abbinamento con Il Grillo di Cantine Intorcia ha valorizzato la freschezza del pesce e la componente agrumata della preparazione, esaltando il carattere mediterraneo del piatto.

Il momento più esaltante della serata è arrivato con una protagonista indiscussa, pasta mista totani e patate, riletta in chiave contemporanea senza perdere il legame con la ricetta originaria. La pasta, cotta nel fumetto di pesce per amplificarne la profondità gustativa, incontrava una vellutata purea di patate e i totani in una preparazione raffinata che conservava tutta l’anima della cucina marinara campana. In abbinamento, il Fiano 2024 di Tenuta Scuotto ha espresso tutta la finezza del grande bianco irpino, distinguendosi per eleganza, mineralità e una spiccata capacità di accompagnare la complessità del piatto.

Il percorso è continuato con una portata di pregiata ventresca di tonno rosso su riduzione di cipolle, piatto che ha valorizzato uno dei tagli più nobili del pesce attraverso un equilibrio tra intensità, dolcezza e persistenza aromatica. Il confronto tra Campania e Sicilia è stato un viaggio anche nel calice con le etichette Oinì di Tenuta Scuotto e i vini Vigne Mie e Vigna Rara di Cantine Intorcia, storica realtà marsalese che da generazioni custodisce il patrimonio enologico della Sicilia occidentale.

Due aziende accomunate dalla capacità di raccontare territori profondamente diversi, ma uniti dalla matrice vulcanica, dalla luce del Mediterraneo e da una forte identità produttiva. Determinante il lavoro del sommelier Salvatore Maresca e della Food & Wine Consultant Simona Cacopardo, che hanno costruito abbinamenti capaci di accompagnare il racconto gastronomico senza mai sovrastarlo.

Il gran finale è stato affidato al pastry chef e proprietario della struttura Antonio Confuorto, che ha dimostrato ancora una volta la propria sensibilità nel reinterpretare la pasticceria identitaria. Prima del dessert, una raffinata brioche con il tuppo, farcita con gelato al blu di bufala e gelsi sciroppati. Un omaggio alla cultura del gelato siciliano che trova nuova identità grazie a una delle eccellenze casearie più rappresentative della Campania.

Il dessert conclusivo ha racchiuso il senso più profondo dell’intera serata: un cannolo siciliano con ricotta e albicocca pellecchiella del Vesuvio. La croccantezza della cialda, la cremosità della ricotta e la dolcezza intensa dell’albicocca vesuviana hanno dato vita a un equilibrio perfetto, trasformando due eccellenze territoriali in un unico, potente racconto gastronomico. A suggellare il finale è tornato il Marsala, testimone liquido di una storia che continua a unire le due terre anche attraverso il vino.

La cena, secondo appuntamento dedicato al Regno delle Due Sicilie, ha dimostrato ai partecipanti come la cucina possa diventare uno straordinario strumento di narrazione del territorio, capace di dare voce alle proprie radici attraverso il gusto. Da Josè, all’interno di Tenuta Villa Guerra, ogni piatto ha contribuito a costruire un percorso coerente, nel quale cultura gastronomica, ricerca e identità hanno trovato un equilibrio raro. In un tempo in cui l’omologazione rischia di appiattire i sapori, questa serata ha ricordato che il lusso più autentico è poter riconoscere, in un piatto e in un calice, la storia di una terra.

E il Vesuvio, insieme al territorio di Marsala, ha dimostrato ancora una volta di avere molto da raccontare.

Somnium, il viaggio cucina onirica di Pasquale Trotta dalla Campania Felix al vulnus contemporaneo

Una traversata nei secoli attraverso una straordinaria esperienza gastronomica

Somnium è un dream journey tra passato e futuro dove si intrecciano memorie e visioni. Una racconto gastronomico che sconfina in un’esperienza gustativa che percorre oltre duemila anni di cucina campana.
La cena di diciassette portate ideata dallo chef Pasquale Trotta si esprime nella sorpresa dei sapori, nella tecnica, nella pura ricerca estetica con un approccio futurista: quello del viaggio onirico e sensoriale nella memoria più profonda della Campania Felix.
Il nome stesso del ristorante, Somnium, introduce il visitatore un’avventura che supera le aspettative del sognato. La visione dello chef così, prende corpo in un percorso che attraversa la preistoria, la Magna Grecia, Roma, le dominazioni, il Regno delle Due Sicilie e la contemporaneità più inquieta.

L’origine: il piacere della materia primordiale

La degustazione comincia molto prima delle culinae, le cucine domestiche dell’antica Roma, e dei thermopolia, i luoghi del cibo già pronto che punteggiavano il paesaggio archeologico di Pompei. Siamo in un tempo remoto in cui il cibo appartiene ancora al gesto primario dell’uomo che seleziona, rompe, estrae e riconosce nella materia una possibilità di nutrimento. 
Il brodo freddo di cervello di crostacei restituisce questa origine con una precisione quasi anatomica, facendo arrivare del mare la sua parte più profonda, una materia essenziale che la temperatura fredda rende ancora più netta. Le prime portate lavorano, quindi, sulla materia primordiale fatta di teste, interiora, consistenze viscerali e sapori netti. La degustazione si apre così in una forma essenziale e radicale.

La Magna Grecia e il gusto elegante dell’età classica

Il percorso cambia ritmo e si apre ad una deriva sensoriale verso le coste della civiltà greca d’Occidente. È un passaggio di luce e pensiero insieme, dove il Mediterraneo diventa paesaggio della mente prima ancora che materia da raccontare.
La degustazione si accende nella spuma evanescente di kiwi ispirata a Parmenide: una consistenza che non si lascia afferrare del tutto. Freschezza, sospensione e dissolvenza guidano l’assaggio come un mantra continuo. 
Il sapore sembra arrivare e svanire nello stesso istante, lasciando emergere il paradosso del pensiero parmenideo secondo cui l’essere è e non può non essere. La presenza della portata si afferma proprio mentre si ritrae, trasformando l’assaggio in una traccia più mentale che materiale.
Accanto a questa suggestione filosofica, compare il Laganon, antico antenato della pasta nel mondo greco: una preparazione essenziale che riporta il racconto alla concretezza del nutrimento del Mediterraneo originario. In questa interpretazione contemporanea diventa una base di pasta e brodo, quest’ultimo ottenuto dall’estrazione dei ceci di Cicerale. Dopo l’evanescenza del pensiero, la materia torna a farsi sostanza: cereale, legume, estrazione, memoria agricola.

Seduti al convivium di Pompei. Un viaggio da vivere a tavola

Lasciando la tradizione greco-occidentale del Mediterraneo, il percorso approda nella provincia romana di Pompei, dove la tavola diventa relazione, rappresentazione e convivium. Il cambio di postazione segna una vera soglia narrativa, in cui la lunga mensa di Somnium richiama l’immaginario del banchetto romano, quello spazio in cui il cibo costruiva gesto collettivo, teatralità e gerarchia sociale.
Il modo in cui la cena prende forma, nella successione delle portate, nel racconto che le accompagna e nella loro apparizione progressiva sulla tavola, richiama una possibile rilettura contemporanea della Cena di Trimalchione. La suggestione nasce da uno spettacolo gastronomico in cui ogni elemento partecipa alla scena, dalla materia del piatto al gesto del servizio, dalla voce che introduce l’assaggio alla composizione della tavola.

Campania Felix: il tempo della memoria che diventa cucina

La Campania Felix riaffiora in ogni assaggio come una matrice di abbondanza e cultura conviviale, dove la fertilità del paesaggio si traduce in linguaggio gastronomico, gesto e rappresentazione.
Il Laganum diventa il punto di contatto con questa eredità romana stratificata: una sfoglia primordiale di farina e acqua, costruita per accogliere ingredienti in sequenza, tra carne, pesce e verdure. Una forma arcaica che anticipa idealmente la lasagna e che, nella rilettura dello chef, si trasforma in una costruzione contemporanea e densa, con ragù di orecchia di maiale e anguilla affumicata.
Pompei, in questa lettura, non è un archivio chiuso ma una linea temporale ancora attiva: un territorio in cui la memoria continua a produrre linguaggio e nuove possibilità gastronomiche.

Stratificazioni del gusto: quando la storia diventa linguaggio della tavola

Ma la Campania è nata da sovrapposizioni storiche, e ogni dominazione ha lasciato una traccia gastronomica leggibile nel tempo e nella materia. Così la cena si fa trama intrisa degli influssi arabo-saraceni, del mondo longobardo, della presenza normanna e della stagione angioina, entrando in una dimensione storica che raramente si lascia osservare nella sua immediatezza: quella in cui il cibo diventa specchio delle disponibilità, delle trasformazioni delle materie prime e delle appartenenze sociali. 

A Castellammare di Stabia l’incontro di gusto sul tema della ristorazione in Penisola Sorrentina

Villa Grande al Belvedere, sulla collina di Quisisana a Castellammare di Stabia, ospiterà “Radici e traiettorie – La ristorazione della Penisola Sorrentina tra memoria e futuro”, evento ideato e organizzato da MEatingNews – Incontri di cibo e culture.

Da sempre la ristorazione è fatta di cultura, ma anche di storie personali e familiari di forte impatto. La crescita di un territorio prevede la sinergia tra vari attori in gioco, istituzioni in primis, a difendere attività produttive e desiderio di turismo di alto livello.

La Penisola Sorrentina rappresenta uno dei territori simbolo dell’eccellenza gastronomica italiana, con una straordinaria concentrazione di ristoranti di qualità, insegne storiche e realtà premiate a livello internazionale. Dietro molte di queste esperienze si trovano famiglie che, nel corso delle generazioni, hanno saputo trasmettere competenze, valori, cultura dell’ospitalità e capacità imprenditoriale.

Illustri le presenze alla conferenza stampa con:

• Alfonso e Livia Iaccarino – Don Alfonso 1890
• Alfonso Caputo – Taverna del Capitano
• Peppe Guida – Antica Osteria Nonna Rosa
• Nicoletta Gargiulo – O Me O Il Mare
• Michele Izzo – Piazzetta Milù• Mario Manniello – Grand Hotel La Favorita di Sorrento
• Giorgio Scarselli – Il Bikini

E ospiti speciali:

• Angelo Agnelli – Baldassare Agnelli
• Alessandro Condurro – L’Antica Pizzeria Da Michele in the World

Il giornalista e scrittore enogastronomico Luciano Pignataro ha offerto la propria visione della ristorazione e delle ricette storiche campane, frutto della sua esperienza in giro per il mondo ma con un occhio puntato sull’amata Campania.

Ai banchi d’assaggio presenti le creazioni di Vega Restaurants i due poli enogastronomici del Gruppo Marican a Carinaro e Frattamaggiore, con l’executive chef Agostino Malapena e il Maestro pasticciere Marco Piccirillo a deliziare gli ospiti tra la rivisitazione della classica caprese in monoporzione e la ricetta di casa Vega Vegayola, la crostata con pastafrolla agli agrumi e crema vellutata di limoni.

Due momenti di gusto per vivere lo stato dell’arte della ristorazione regionale. Puntare sulle eccellenze agroalimentari e su ingredienti di prim’ordine è il vero segreto per sconfiggere crisi, cambi di mode e gusti e tensioni geopolitiche che rischiano di riportare all’anno zero un intero settore in piena espansione turistica.

Da Borgo 50 l’estate ha i colori del tramonto sulla baia di Bacoli

La canicola estiva incoraggia la ricerca di nuovi posti dove poter trascorrere qualche momento di serenità, magari ammirando la magia di un panorama mozzafiato. Siamo a Bacoli, sull’immediata collina che fiancheggia la splendida baia meta turistica nel passato degli imperatori romani. Borgo 50 ha issato le vele spiegate verso la stagione estiva, puntando sul futuro in un luogo che ha visto un inverno e una primavera delicata, tra la crisi generale e il problema delle cozze giunto a rovinare le festività pasquali. Ripartire, dunque, nel segno della concretezza, del territorio e dello spreco ridotto a zero con ingredienti di qualità da piccoli fornitori locali.

E dunque, per esempio, la parte che avanza del cocomero dopo la preparazione del semifreddo all’anguria con crumble al cioccolato bianco, mandorle e zest di limone viene impiegata nella preparazione di un rinfrescante cocktail analcolico, il Watermelon Smash, in cui il succo dell’anguria viene miscelato con acqua di cetriolo, menta, succo di limone e zenzero.

Il concept

Borgo 50 nasce a gennaio del 2016 dalla riconversione dell’ex serbatoio idrico del comune di Bacoli, costruito nella prima metà del secolo scorso per garantire un efficiente servizio idrico alla piccola cittadina dei Campi flegrei durante il periodo della guerra. Realizzato a immagine del più antico e imponente Castello aragonese, “il castelletto” è da sempre luogo denso di fascino e curiosità nell’immaginario dei cittadini bacolesi e dei tanti turisti che nella bella stagione frequentano questi luoghi.

La struttura, che è ristorante e cocktail bar, dispone di una sala interna di circa 40 posti, di una piccola saletta privata per due persone all’interno di una torre e di un giardino esterno da cui è possibile ammirare il cratere dei Fondi di Baia e i porti di Baia e di Miseno. In primavera e in estate si può utilizzare il giardino per cenare, fare aperitivi o organizzare eventi. È gestito dalla famiglia Mazzella: i due fratelli Erasmo (32 anni) e Rosario (30 anni) portano avanti ciò che è stato avviato dal papà Ferdinando.

La proposta estiva ed i drink del bar manager Giuseppe Tufano

Si comincia dai piccoli morsi che soddisfano ogni palato: dalla chips di riso al nero di seppia con ricotta di fuscella, tartare di gambero rosso e zest di limon al Katsu sando di tonno rosso con insalatina agli agrumi per finire con alice indorata e fritta con riduzione di scarola liscia, capperi e polvere di olive nere melanzana baby a scarpone di mare. Una sorta di lungo aperitivo mentre la quiete circostante induce alla riflessione su cosa sia il “lusso”, se la spasmodica esigenza di primeggiare anche nelle scelte turistiche e gastronomiche a costo di tornare più stanchi (e poveri) di prima o un semplice tocco di charme nei luoghi natii, spesso dimenticati perché ritenuti scontati.

Giuseppe Tufano diverte e si diverte, con la sua esperienza londinese ai vertici di CG Restaurants & Bars fino a ricoprire il ruolo di Holding General Manager del Dirty Martini di Covent Garden, con abbinamenti tra alcool e no alcool come il Mirabilis da St Germain, gin, succo di limone, miele, lavanda e soda o il White Spritz da rosolio di bergamotto, liquore ai litchi, succo di lime, prosecco e menta e l’immancabile Watermelon Smash analcolico.

Lo chef Giuseppe Esposito – Chef gestisce la brigata di cucina, proponendo elementi mediterranei in chiave semplice e gustosa, come lo gnocchetto con seppiolina locale, peperoncini verdi, pomodoro cannellino flegreo e fonduta di provola d’Agerola e il trancio di ricciola alla brace su verdurine croccanti. Semplicità che non vuol dire mancanza d’amore o rinuncia alle contaminazioni e al sacrificio, ma rispetto per le materie prime esaltate dal minor intervento possibile della mano umana. E la chiamano estate…

Borgo 50

Via Castello, 50

Bacoli (Na)

Tel. 081 5231934

Aperto la sera e la domenica a pranzo.

Giorno di chiusura: mercoledì