Il Territorio dell’Extra: quando l’olio extravergine d’oliva diventa racconto, identità e visione

Tra ulivi secolari e sapori mediterranei, il Cilento racconta sé stesso attraverso l’olio extravergine, intrecciando tradizione, ricerca e nuove visioni per il futuro.

C’è un momento, nel cuore dell’estate cilentana, in cui il paesaggio sembra parlare attraverso i suoi profumi. È accaduto il 10 luglio, nel giardino della Tenuta Botti a Massa di Vallo della Lucania, dove l’olio extravergine è diventato il filo conduttore di una serata capace di intrecciare gastronomia, cultura e riflessione sul futuro dell’olivicoltura e dell’agricultura.

“Il Territorio dell’Extra”, iniziativa ideata e promossa da Emilio Conti, settima generazione dello storico frantoio di famiglia fondato nel 1842, ha superato il format della tradizionale degustazione per diventare un percorso esperienziale dedicato all’olio extravergine di oliva quale espressione autentica del paesaggio, della cultura e dell’identità cilentana.

Una sessantina di ospiti ha preso parte a un itinerario sensoriale costruito attorno al valore dell’extravergine, non solo come alimento di eccellenza, ma come chiave di lettura del territorio e della sua evoluzione.

Emilio Conti: il rigore della scienza al servizio della cultura olearia

Dietro l’impeccabile regia dell’evento emerge la visione di Emilio Conti, erede di una famiglia che da quasi due secoli custodisce e rinnova una delle più significative realtà olearie del Cilento.

La laurea in Ingegneria Meccanica rappresenta il punto di partenza di un percorso che lo conduce a dedicarsi interamente all’olivicoltura e all’arte molitoria, coniugando tradizione familiare, metodo scientifico e formazione specialistica come assaggiatore professionista presso l’O.N.A.O.O. di Imperia.

Nel corso degli anni Conti si è distinto come promotore della cultura dell’olio extravergine di qualità, collaborando con autorevoli studiosi, tra cui il professor Primo Fontanazza, e maturando importanti esperienze internazionali come consulente in Cile, in altri Paesi del Sud America e in Sudafrica.

Tra i riconoscimenti più prestigiosi figura quello ottenuto nel 2008 dall’olio “Il Sogno” della famiglia Bertolli, prodotto presso il Frantoio Conti e proclamato miglior olio al mondo a seguito di una selezione anonima. Già socio Federolio e componente del Consiglio Direttivo Unifol, oggi è Presidente del Consorzio di Tutela Olio DOP Cilento, ruolo attraverso il quale continua a promuovere l’extravergine come patrimonio culturale, economico e identitario.

Il gusto come racconto del territorio

La cifra estetica dell’evento porta la firma di Sara De Marco, wedding ed event planner cilentana che ha curato integralmente concept, progettazione e allestimento della serata.

Materiali naturali, cromie ispirate al paesaggio mediterraneo e dettagli botanici hanno dato vita a una tavola di grande eleganza, concepita non come semplice elemento scenografico, ma come parte integrante del racconto. Ogni dettaglio contribuiva a costruire un’atmosfera coerente con la filosofia dell’iniziativa, nella quale estetica e contenuto procedevano in perfetto equilibrio.

Su questo raffinato scenario si è inserito il lavoro di Hera Catering, che ha gestito con puntualità e professionalità la preparazione delle portate e il servizio, accompagnando gli ospiti lungo un percorso gastronomico pensato per valorizzare le produzioni del territorio.

Le isole del gusto hanno accolto i partecipanti con pizze fritte preparate al momento, zeppole realizzate con gli ortaggi dell’Azienda Agricola Conti e bruschette arricchite da verdure di stagione. Preparazioni di apparente semplicità nelle quali l’olio extravergine non era un complemento, ma il filo conduttore dell’intera esperienza gastronomica.

Tra i momenti più originali della serata si è distinto il maestro gelatiere Enzo Crivella con il Gelato EVO “Conti dal 1842” Sale & Pepe, una proposta che ha saputo interpretare l’extravergine in chiave contemporanea, dimostrando la straordinaria versatilità di questo ingrediente anche nel mondo della gelateria artigianale.

Ad accompagnare il percorso sensoriale, l’Isola del Vino e dei Drink ha proposto una selezione di etichette delle cantine Sciore, De Conciliis e Magnoni, accanto a cocktail, aperitivi analcolici e acque aromatiche alla menta e al rosmarino, in un equilibrio coerente tra territorialità e freschezza.

Sulla grande tavolata si sono quindi susseguite le portate della cena. L’insalata di fagioli cannellini del Cilento con cipolla bianca di Vatolla ha valorizzato l’extravergine “Conti dal 1842”, mentre la tradizionale pasta e patate “Azzeccata”, simbolo della cucina cilentana, ha trovato nell’olio “Orti di San Paolo” il naturale complemento aromatico.

La terza proposta ha celebrato alcune delle più rappresentative produzioni agroalimentari del territorio: la soppressata del Salumificio Tomeo, il capocollo del Piccolo Salumificio Artigianale di Gioi, il caprino della Tenuta Principe Mazzacane, la ricottina di bufala del Caseificio Carrozza, la celebre mozzarella nella mortella dell’azienda agricola Cicco di Buono di Adolfo Valiante e una selezione di ortaggi stagionali dell’Azienda Agricola Conti.

A chiudere il percorso, la frutta fresca e il tradizionale Cannolo Cilentano hanno ribadito una filosofia gastronomica fondata sul rispetto della materia prima e sulla valorizzazione delle produzioni locali.

Un laboratorio di idee per il futuro dell’olivicoltura

L’incontro è stato anche occasione di confronto sulle prospettive dell’olivicoltura italiana, riunendo rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, della ricerca e dell’associazionismo.

Il presidente di Coldiretti Campania, Ettore Bellelli, ha richiamato l’attenzione sulla tutela dell’origine e sulle criticità del codice doganale europeo, mentre gli interventi di Galli e Marcantuono hanno approfondito il ruolo dell’innovazione tecnologica nella gestione dell’oliveto. Quaglia, per Agrioli, e Nampoli, per Opi Evo, hanno invece posto l’accento sulla necessità di rafforzare le reti tra imprese e territori.

Particolarmente significativa anche la testimonianza di Francesca Garace della Fattoria Parco degli Ulivi di Francica, consorte di Emilio, esempio concreto di collaborazione tra Calabria e Cilento. Ad arricchire la serata è stata la presenza del professor Pasquale Persico, di Don Luigi Rossi, di Maurizio Puglisi e del giornalista Gaetano Bellotta, offrendo riflessioni sul valore della cultura, della comunità e della narrazione nella costruzione dell’identità territoriale.

Le storie che generano futuro

Tra gli aspetti più interessanti dell’iniziativa è emersa la presenza di una comunità internazionale che ha scelto il Cilento come luogo di vita e di progettualità.

Emblematica la testimonianza di Gina, dalla lontana Baviera, promotrice a Gioi di un laboratorio didattico dedicato ai bambini tedeschi, capace di coniugare educazione ambientale, ospitalità e percorsi di digital detox. Sempre dalla Germania, Suzanne, regista e autrice, e Hanz, musicista e costruttore di fisarmoniche, che hanno trovato nel borgo di Villammare un nuovo spazio creativo. A completare il quadro, Marco Radano, esperto di marketing internazionale, oggi impegnato nella valorizzazione del comparto vitivinicolo cilentano.

Esperienze diverse ma accomunate dalla convinzione che il Cilento possa ancora attrarre competenze, creatività e nuove progettualità.

Una sfida culturale prima ancora che agricola

Il confronto ha evidenziato le principali criticità del comparto: la frammentazione amministrativa, le difficoltà di accesso al credito per le nuove generazioni e la necessità di sostenere con maggiore decisione la meccanizzazione attraverso gli strumenti dello sviluppo rurale.

Parallelamente sono emersi esempi concreti di innovazione. Dai percorsi educativi e turistici sviluppati da Gina fino all’agricoltura di precisione adottata da Emilio Conti attraverso le centraline predittive Elaisian, l’evento ha mostrato come sostenibilità, tecnologia e valorizzazione del territorio possano convivere in un unico modello di sviluppo.

“Il Territorio dell’Extra” ha così confermato che un grande olio extravergine non racconta soltanto una cultivar o una tecnica di estrazione: custodisce la memoria di un paesaggio, il sapere di una comunità e la capacità di generare relazioni, cultura e futuro. Quando ricerca, impresa, gastronomia e territorio dialogano con una visione condivisa, l’extravergine diventa molto più di un’eccellenza alimentare: si afferma come autentico ambasciatore di identità e sviluppo.

“Custodire un uliveto significa proteggere un paesaggio; produrre un grande olio significa consegnarne la memoria alle generazioni future.”

Sergio Dondoli, il Maestro toscano che ha trasformato il gelato in un racconto di territorio

L’estate ha un sapore inconfondibile. È quello del gelato, compagno delle passeggiate nei centri storici, delle giornate al mare e delle sere trascorse all’aria aperta. Più di un semplice dessert, il gelato è un piccolo rito che regala sollievo nelle giornate più calde e racconta, attraverso ingredienti e lavorazioni, la straordinaria ricchezza della tradizione gastronomica italiana. Ma quando la maestria artigianale incontra la creatività e il profondo legame con il territorio, quel cono o quella coppetta diventano molto più di una pausa rinfrescante: si trasformano in un’esperienza capace di lasciare il segno.

A San Gimignano, tra le torri medievali e la pietra dorata che riflette la luce della Toscana, si trova una gelateria che merita di essere raccontata. È la Gelateria Dondoli in Piazza della Cisterna, 4. Non una gelateria qualsiasi è il risultato del lavoro di Sergio Dondoli, un uomo che ha fatto del gelato non soltanto un mestiere, ma una forma di narrazione.

Entrare nella sua gelateria significa assistere a un rito che si ripete ogni giorno. Turisti, appassionati e curiosi attendono il proprio turno con la stessa aspettativa di chi sta per visitare un monumento. E, in fondo, è proprio questo che Sergio Dondoli è riuscito a costruire: un monumento contemporaneo all’artigianalità italiana.

Nato a Monteriggioni (SI) nel 1953, Dondoli non è arrivato al successo per caso. La sua storia è fatta di viaggi, cucine, ristoranti e sacrifici. Dopo gli studi alberghieri ha lavorato tra Italia, Francia e Germania, affinando tecniche e sensibilità gastronomica. È proprio all’estero che scopre il mondo del gelato artigianale, intuendone il potenziale creativo. Quando decide di tornare nella sua Toscana, porta con sé un bagaglio di esperienze che cambierà il destino della sua vita.

Nel 1992 apre la Gelateria Dondoli a San Gimignano. È una scelta coraggiosa, ma soprattutto visionaria. In un’epoca in cui il gelato viene spesso considerato un semplice dessert, Dondoli immagina qualcosa di diverso: un prodotto capace di raccontare il territorio attraverso ingredienti autentici e abbinamenti sorprendenti.

Nascono così gusti che oggi sono diventati vere e proprie icone. La Crema di Santa Fina, impreziosita dallo zafferano DOP di San Gimignano e dai pinoli, rende omaggio alla santa patrona della città. Lo Champelmo, con pompelmo rosa e Vernaccia, unisce freschezza e tradizione vinicola locale. Ogni ricetta è pensata come un piccolo viaggio sensoriale, dove nessun ingrediente è scelto per stupire, ma per raccontare.

È questa la cifra stilistica di Sergio Dondoli: innovare senza tradire. Dietro ogni gusto non c’è la ricerca dell’effetto speciale, bensì la volontà di valorizzare ciò che la terra offre. Un approccio che gli ha permesso di conquistare riconoscimenti internazionali e di diventare il primo maestro gelatiere insignito del prestigioso titolo di Maestro d’Arte e Mestiere (MAM), uno dei massimi riconoscimenti dell’artigianato italiano.

Eppure, parlando con chi lo conosce, emerge un tratto che vale più dei premi: la curiosità. Dondoli continua a sperimentare, a confrontarsi con colleghi di tutto il mondo, a insegnare nelle competizioni internazionali come la Gelato World Cup, trasmettendo alle nuove generazioni una cultura del gelato fatta di rigore, studio e rispetto della materia prima.

Oggi la sua è diventata una storia di famiglia. Accanto a lui lavorano i figli Stefano e Sara, custodi di una tradizione che guarda al futuro senza perdere le proprie radici. La gelateria di San Gimignano resta il cuore pulsante di un progetto che negli anni si è ampliato fino ad arrivare anche fuori dall’Italia, mantenendo però intatto lo spirito con cui tutto è iniziato.

Forse è proprio questa la lezione più preziosa di Sergio Dondoli. Le eccellenze gastronomiche non nascono inseguendo le mode, ma coltivando un’identità. In un mondo dove tutto corre veloce, il suo gelato invita a rallentare, ad assaporare, a riconoscere il valore delle stagioni, delle persone e dei territori. Perché, alla fine, il successo di un maestro non si misura soltanto nei premi vinti o nelle file davanti alla sua bottega. Si misura nella capacità di trasformare un semplice gelato in un ricordo.

E chiunque abbia assaggiato uno dei gusti firmati da Sergio Dondoli sa che quel ricordo ha il profumo della Toscana e il sapore autentico dell’eccellenza italiana.

Idee per il Ferragosto: il “timoniere” Alessandro Feo alla guida del suo ristorante tipico a Casalvelino

Se qualcuno si stesse chiedendo come mai Alessandro Feo Ristorante non è stato ancora annoverato tra gli stellati della Campania, è perché il locale ha un problema serio di base: lo chef mette l’ospite al centro, non sé stesso, restando fedele alla sua idea di cucina e coerente al suo territorio, senza compromesso alcuno e senza l’ossessiva ricerca di visibilità.

Spesso, l’eccessivo desiderio di protagonismo e l’ambizione, oltre al pagamento del prezzo per fare parte della fiera della vanità culinaria, talvolta, fanno perdere la passione e fanno smarrire la strada, oltre che l’obiettivo: l’attenzione e il soddisfacimento degli ospiti, non certo degli ispettori.

Casalvelino, fuori dai palcoscenici televisivi e lontano dagli eccessi mediatici, Alessandro Feo preferisce far parlare la propria cucina, esprimendo appieno la sua filosofia culinaria all’interno del suggestivo palazzo storico del XVII secolo, un tempo adibito a monastero, sul lungomare del borgo marinaro cilentano, impiegando materie prime provenienti dai suoi due orti di proprietà e dal pescato locale.

Classe ’85, il giovane chef ha dovuto ha affrontare un percorso di crescita personale e lavorativa costante per investire sul proprio paese d’origine con coraggio e determinazione, trasformando la passione in un progetto di vita autentico. Sotto la sua impeccabile uniforme, batte all’unisono il cuore del cuoco, del contadino e del pescatore. Inoltre, come un approdo sicuro, il ristorante di Alessandro è aperto anche in inverno, una rarità per l’area, collocando la location tra i veri riferimenti territoriali.

La cucina per lui è anzitutto passione, quindi sperimentazione, divertimento, ma è anche contatto, rispetto e studio assiduo della materia prima e delle strategie di cottura. Pertanto, sarà pure che non è stato ancora raggiunto dalla stella, ma Alessandro Feo è a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Alta Cucina Italiana, non a caso recensito da bravi intenditori, raccomandato comunque dalla Guida Michelin a partire dal 2022 e confermato anche quest’anno, oltre che essere menzionato da importanti guide, tra cui quella del Gambero Rosso.

Di seguito, la descrizione di una serata galante, sotto le volte del ristorante, adornato dalle pietre di Acquavella e il cui cielo è costellato dai tipici mummulieddi, ingegnoso e antico sistema di elementi vuoti in terracotta per creare un ottimo isolamento termico.

L’entrée di benvenuto: buñuelos in stile messicano, sottili e croccanti che, passati tra le mani dello chef, son diventati sapidi e al pomodoro, semplicemente sfruttando le naturali caratteristiche della solanacea, sono stati serviti assieme al cracker di patate e tartufo estivo e alla polpetta di alici e limone. Un omaggio a un ospite davvero speciale e, al tempo stesso, ai profumi mediterranei.

Per l’antipasto, la scelta è ricaduta sulla celebre caprese di mare, un evergreen imperdibile al Ristorante Feo: mozzarella di bufala, pomodorini confit, tartare di gambero rosso del Cilento, perle di pesto al basilico ed essenza di limone. Questo piatto traduce fedelmente e con immediatezza il manifesto culinario di Alessandro Feo, non solo per l’equilibrio intrinseco tra gli ingredienti e tra il mare e la terra, ma anche per la ricerca degli elementi: non a caso il latticino impiegato è la mozzarella di bufala del progetto Associazione Regionale Allevatori, a supporto della filiera e degli allevamenti, ideato da Pietro Noce con la supervisione di Matteo Noce. Il progetto ARA favorisce il pascolo estensivo, e quindi sostenibile, la cura della materia prima e l’impiego di latte caldo appena munto e lavorato subito.

A seguire la seppia con taccole e cipollotto, piatto che in Primavera, in ossequio alla stagionalità, prevede come legume alternativo le fave. Il morso è armonico senza prevaricazione, l’impiego del nero di seppia non costituisce soltanto un elemento estetico in contrasto col candore del mollusco, ma un’impronta gustativa che ne completa il sapore, avviluppato nell’acidulo calibrato e nell’aromaticità della cipolla. Anche la texture è stata decisiva e caratterizzante, sposando la tenerezza della seppia, dovuta a un taglio magistrale, e la croccantezza della taccola.

Il primo piatto consigliato dallo chef è stato lo scrigno che custodisce il legame tra il suo estro cosmopolita e l’amore per il territorio: un Risotto tra Osaka e Casalvelino. La ricetta fonde due culture legate al mare in un gioco di fiamma e crudo di mare ad altissimo appeal umami. Infatti, il riso viene cotto nel brodo dashi, quindi con alga kombu e katsuobushi, adagiato sulle tartare di tonno rosso sul fondo. A rendere agevole e succulenta questa portata il segreto della mantecatura al burro acido e del limone.

Il caldo e il freddo, nel loro intrigante contrasto, costituiscono il leitmotiv del secondo piatto, altro storico riferimento culinario di Alessandro: il Baccalà al Gazpacho con Insalatina di Cetrioli e Cipolle Marinate. Qui la lunga navigazione per la caccia al merluzzo incontra la campagna cilentana e le sue fresche note vegetali.

Inatteso il pre-dessert: il Gin Fizz nella sua versione solid cocktail.

La scelta conclusiva, prima della generosa e variegata offerta della piccola pasticceria, ricade sul sontuoso Babà, Olio, Limone e Basilico. Gli alveoli del celebre lievitato della regione Campania si intridono di cremoso al limone, poggiando su un crumble di basilico con accanto una quenelle di gelato all’olio evo. Qui, tutta la concentrazione del sensorialista lascia andare il freno a mano e si concede ai sensi e alla golosità, per una dolce coccola che in maniera innovativa restituisce al babà più classico l’eleganza e la semplicità di tre elementi che sussurrano l’antico fascino mediterraneo, sempre attuale.

Per Alessandro Feo il Mare è Madre, poiché in fondo tutti veniamo da esso e tutta la civiltà, persino quella a tavola, si fonda attraverso i riti, i costumi e le leggi dei Popoli del Mare e della navigazione, che annoverano da sempre la xenia, il sacro vincolo di accogliere, nutrire e proteggere il viandante o il naufrago prima di chiedere il suo nome, come Zeus comandava.

Qui da lui la terra e le onde vibrano allo stesso ritmo, ritmo che Alessandro ha ben appreso ad ascoltare.Non è rimasto inosservato il cestino con il pane caldo in diverse declinazioni, l’ospitalità in tavola assieme al burro e all’olio extravergine di oliva, segno di una maturità raggiunta anche nella lievitazione e nella padronanza della pasticceria. La capacità di Alessandro di accarezzare le verdure e gli ortaggi è altrettanto magistrale, per non parlare degli accostamenti, mai scontati e mai stridenti.

La carta del vino è confacente alla proposta gastronomica e si incentra anzitutto su cantine locali, lasciando spazio a realtà extraregionali, oltre a qualche proposta internazionale, e pertanto a diverse filosofie enologiche. L’accoglienza spontanea e garbata di Alessandro Feo sembra proprio quella del ragazzo della porta accanto, sempre disponibile e mai invasivo, un’accoglienza che relega indistintamente ai suoi ospiti, facendoli sentire tutti ugualmente speciali

Idee per il Ferragosto: il Mercato del Capo di Palermo

Tra “abbanniate” e profumo di panelle il luogo autentico dove le grida di richiamo dei venditori si mischiano ai colori delle bancarelle

Al Mercato del Capo di Palermo la città si racconta senza filtri, tra pesce appena pescato, frutta matura, spezie, panelle e arancine (sì a Palermo si chiamano arancine) fumanti.

Passeggiare tra queste vie significa immergersi nell’anima più vera di Palermo, lasciandosi conquistare da una vitalità contagiosa che coinvolge tutti i sensi. Ogni angolo nasconde una storia, ogni volto un aneddoto, ogni sapore un pezzo di tradizione che resiste al tempo e continua ad affascinare chi arriva fin qui. Non è soltanto un mercato, ma un vero simbolo della cultura palermitana, capace di raccontare secoli di storia attraverso colori, sapori e tradizioni.

Il mercato sorge nell’antico quartiere del Capo, conosciuto anche come Seralcadio, dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, un’area che affonda le proprie radici nell’epoca della dominazione araba. Ancora oggi la disposizione delle strade, l’atmosfera vivace e il modo stesso di commerciare ricordano i caratteristici suk del Nord Africa.

Nel cuore del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo rappresenta uno dei luoghi più vivaci e caratteristici della città. Il suo asse principale si snoda lungo via Porta Carini e prosegue fino a via Beati Paoli, tra vicoli ricchi di storia, profumi e tradizioni. Proprio da Porta Carini si accede a quello che è considerato l’ingresso più suggestivo del mercato, una soglia ideale per immergersi nell’atmosfera autentica della Palermo più popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, il mercato si anima di residenti, commercianti e visitatori che percorrono le sue strade alla ricerca di prodotti freschi e specialità del territorio. Le bancarelle espongono un trionfo di colori: frutta e verdura di stagione, pesce appena pescato, carni, formaggi, spezie e numerose eccellenze gastronomiche siciliane.

Ciò che rende il Mercato del Capo unico non è soltanto la qualità dei prodotti, ma soprattutto l’energia che lo attraversa ogni giorno. Le celebri abbanniate, gli antichi richiami dei venditori in dialetto palermitano, risuonano tra i banchi creando una vera e propria colonna sonora che accompagna la vita del mercato.

A differenza di molti mercati storici europei trasformati esclusivamente in attrazioni turistiche, il Mercato del Capo continua a essere frequentato quotidianamente dai palermitani. È un luogo dove tradizione e vita quotidiana convivono, mantenendo intatto il suo ruolo sociale ed economico all’interno della comunità.

Il Capo è inoltre una tappa imprescindibile per gli amanti dello street food. Passeggiando tra le sue vie è possibile assaporare alcune delle specialità più rappresentative della cucina palermitana, come panelle, crocchè, arancine, sfincione e pesce fritto preparato al momento. Sapori semplici e genuini che raccontano la storia di una città plasmata nei secoli dall’incontro di culture diverse e che continuano a rappresentare l’essenza della tradizione gastronomica siciliana.

Io sono una vera street food addicted e credo che questo tipo di cucina riesca a raccontare una città e le persone che la abitano meglio di qualunque monumento o guida turistica. Il cibo di strada nasce infatti dalla vita quotidiana, dalle esigenze di chi lavora, dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione e dall’incontro tra culture diverse.

E così, tra una bancarella e l’altra, è arrivato il momento che aspettavo di più: quello degli assaggi. Perché un mercato si visita con gli occhi, ma si scopre davvero attraverso il gusto.

Ho iniziato con un cartoccio di panelle, dorate, croccanti all’esterno e morbide all’interno, sono delle semplici frittelle di farina di ceci fritte, tradizionalmente vengono servite all’interno di un morbido panino con una spruzzata di limone.

Il secondo assaggio è stato l’immancabile arancina, uno dei simboli della cucina palermitana. La panatura croccante racchiude un ripieno saporito e ben equilibrato.

La diatriba tra arancina e arancino è una famosa disputa linguistica e culturale della Sicilia che divide l’isola tra Palermo (al femminile, tonda) e Catania (al maschile, spesso con la punta).

E’ la volta dello sfincione, a metà strada tra una pizza e una focaccia, si distingue per l’impasto soffice e per il ricco condimento a base di pomodoro, cipolla, formaggio e origano. Un piatto semplice, nato dalla cucina popolare.

Decido di terminare questo percorso tra i sapori del Mercato del Capo con uno dei panini più iconici e autentici della tradizione palermitana: il pane con la milza, conosciuto in dialetto come pani câ meusa.

Un piatto che forse non incontra subito il gusto di tutti, ma che rappresenta un vero simbolo della cucina popolare della città. La milza e il polmone di vitello vengono cotti nello strutto e serviti all’interno di un morbido panino, spesso arricchito con una spolverata di caciocavallo grattugiato o qualche goccia di limone.

Visitare il Mercato del Capo significa immergersi nell’essenza più autentica di Palermo e rimane uno dei luoghi migliori per avvicinarsi alla cultura gastronomica palermitana.

Nasce il “Panettone di Ferragosto” di Don Salvatore

L’edizione estiva e a tiratura limitata del grande lievitato firmato Luigi Colandrea: fragoline, limone semicandito, burro di latteria e vaniglia del Madagascar per il fine pasto ideale dei mesi caldi.

Da “Don Salvatore Ristorante e Relais” arriva una novità che unisce la grande tradizione dei lievitati della famiglia Colandrea a un’idea inedita: portare il panettone, simbolo delle feste invernali, sulla tavola d’agosto. Nasce così il Panettone di Ferragosto, edizione limitata pensata come fine pasto estivo, da servire fresco di taglio dopo le cene sotto il limoneto o da portare a casa come piccola opera artigianale firmata Luigi Colandrea.

Un debutto non casuale: il 15 agosto Monte di Procida festeggia la sua patrona, la Madonna Assunta, e il Panettone di Ferragosto nasce anche per essere parte di questo giorno di festa collettiva per tutto il paese.

Un progetto che nasce dalla grande passione per i lievitati di Luigi Colandrea, chef e patron, insieme al fratello Generoso, di “Don Salvatore”. Da oltre dieci anni Luigi produce colombe e panettoni con lievito madre, grazie anche al percorso di formazione con Rolando Morandin, tra i massimi maestri italiani dell’arte bianca. Un lievitato tradizionalmente legato al Natale che oggi trova, per la prima volta, una versione pensata per l’estate flegrea.

Un lievitato d’estate, tra orto e mare

Il Panettone di Ferragosto reinterpreta la ricetta classica con un impasto morbido e profumato, arricchito da fragoline, limone semicandito ricavato dai limoni dell’azienda agricola di famiglia e vaniglia del Madagascar, ed è realizzato con burro di latteria. Il risultato è un lievitato dal profilo fresco e delicato, pensato apposta per chiudere un pasto estivo: meno speziato del panettone invernale, più agrumato e fruttato, in perfetto equilibrio con la stagione. Alla base dell’impasto c’è lo stesso lievito madre che Luigi utilizza per i panettoni e le colombe, rinfrescato quotidianamente in laboratorio.

“I grandi lievitati sono da sempre una delle nostre passioni più grandi, un lavoro che portiamo avanti da oltre dieci anni con la stessa cura che dedichiamo all’orto e alla cucina. Con il Panettone di Ferragosto abbiamo voluto raccontare l’estate flegrea attraverso un impasto che profuma di limone e di fragoline: un modo diverso di chiudere il pasto, senza rinunciare alla tecnica e alla qualità che ci hanno sempre contraddistinto.”

Luigi Colandrea, chef e patron di Don Salvatore Ristorante e Relais

Disponibilità

Il Panettone di Ferragosto è disponibile in edizione limitata presso “Don Salvatore Ristorante e Relais” ed online su www.donsalvatore.eu.

Don Salvatore Ristorante e Relais Don Salvatore è il ristorante e relais della famiglia Colandrea, nato nel 2016 all’interno di un antico cellaio nell’azienda agricola di famiglia, nei Campi Flegrei. Guidato dai fratelli Luigi e Generoso Colandrea, porta in tavola i prodotti del proprio orto — dal Pomodoro Cannellino Flegreo alla zucchina San Pasquale — insieme a una produzione artigianale di pane, pasta fresca, dolci e grandi lievitati.

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Bistro Sorrento, selezione internazionale di carni e ricette contemporanee per chi sosta in Penisola Sorrentina

Dieci anni di tradizione enogastronomica e famiglia, di ricerca e cura per le materie prime e la clientela. Pasquale Esposito, titolare di Bistro Sorrento accoglie gli ospiti sempre con il sorriso, assieme ai figli Daniele (chef) e Antonino e ha una particolare attenzione verso le carni, i territori di provenienza, i tagli da tutto il mondo.

E poi le etichette, in menu divise per territori italiani con chicche estere e buona proposta di distillati. 

In carta c’è la tradizione ma non mancano a i piatti innovativi con gli ingredienti trattati nella giusta maniera. In sala lo staff è preparato e disponibile.

Abbiamo provato come antipasto il carpaccio di manzo rucola sedano e senape, la focaccia con blu di bufala, prosciutto Langhirano 30 mesi, olio affumicato e pomodoro di Sorrento, curioso il grissino con filetto di Kobe e maionese fatta in casa.

E poi le carni. “Abbiamo studiato il miglior metodo di cottura possibile: abbracciando la filosofia x-oven, la cottura avviene in un innovativo forno a brace che permette di esaltare il sapore dei cibi mantenendone intatta la morbidezza. La nostra camera di frollatura ospita i migliori tagli di carne che variano periodicamente”, spiega il titolare.

Tre i menù degustazione con paste fatte in casa, diverse tipologie di carne e wagyu per un’esperienza completa e coinvolgente di gusto e scoperta.

 

Bistro Sorrento 

Via Atigliana, 23/25

Sorrento NA

Pizza a Corte – I 4 appuntamenti di agosto

Sono quattro gli appuntamenti di agosto in programma per la rassegna Pizza a Corte, ospitati nel giardino del settecentesco Palazzo Acampora di Agerola, adiacente all’orto di casa.

Il primo è in calendario giovedì 6 agosto, a partire dalle ore 20.00, quando Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, proporrà quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno. Il dessert sarà a cura del maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella.

Il 13 Agosto sarà la volta di Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma) affiancato da Giuseppe Esposito (Roxy Bar).

Il 20 Agosto, Enzo Bastelli (Basta Pizzeria) e Giuseppe Pepe (Pasticceria Pepe Mastro Dolciere) e giovedì 27 AgostoGiuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli). 

Tutte le serate vedono la partecipazione dei bartender del Madamé Lounge Bar di Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Come di consueto, parte dell’incasso delle serate sarà devoluto alla HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria.

Sinapsi Pizza & Grill propone un viaggio enogastronomico sul rooftop panoramico di Torre del Greco

Pizza contemporanea, carni d’eccellenza, mixology ed rooftop affacciato sul Golfo di Torre del Greco; il tramonto come scenografia naturale e un percorso gastronomico pensato per raccontare una filosofia che unisce ricerca, tecnica e convivialità.

È questo il concept della serata dedicata alla stampa organizzata da Sinapsi Pizza & Grill, un’occasione per presentare l’identità del locale attraverso una degustazione capace di mettere in dialogo pizza contemporanea, grill e mixology.

Alla base della proposta di Sinapsi c’è una visione che parte dalla qualità della materia prima e da un rigoroso lavoro sugli impasti. La pizza nasce esclusivamente da una farina di Tipo 1 del Molino Casa Vigevano, rimacinata a freddo e ricca della sua naturale componente di crusca. L’impasto prende forma attraverso un prefermento al 50% con 24 ore di maturazione, completato successivamente con un’idratazione del 75% e una seconda fase di lievitazione a temperatura controllata della durata di 24-36 ore. Un processo studiato per ottenere leggerezza, fragranza e una struttura capace di valorizzare ogni ingrediente.

La degustazione si è aperta con una selezione di antipasti che rappresentano l’anima creativa della cucina. La Fresella RawMeat Starter Carpaccio di Carne abbina carpaccio di manzo, stracciata di bufala e cristalli di lime, mentre il Morbido di Caprese al Vetro reinterpreta la classica caprese con pomodoro gelatinato, mousse di bufala, emulsione di basilico e crumble di pane croccante. A seguire la Cheesecake di Carne, preparata con battuto di Fassona al coltello, crema di formaggio e tarallo napoletano, disponibile anche in versione senza lattosio, insieme a un selezionato tagliere di salumi.

Protagonista assoluta della serata è stata la pizza, raccontata attraverso alcune delle creazioni più rappresentative del menu.

Tra queste il Cappello di Totò, omaggio all’iconico attore napoletano, caratterizzato da un cornicione ripieno di ricotta, completato con crema di datterino giallo, datterini gialli freschi, fiori di zucca, mozzarella di bufala, cacio ricotta, basilico e olio extravergine d’oliva.

Spazio anche alle radici della tradizione con Origini, un ripieno cotto al forno che racchiude ricotta, funghi, prosciutto cotto, salame Napoli, fior di latte, pomodoro, pecorino, basilico e olio EVO.

Originale e scenografica la Ciummarella 2.0, prima fritta e successivamente ripassata al forno. La pizza viene preparata con una base di ricotta e pepe macinato, sulla quale vengono aggiunti crema di datterino giallo, peperoncini di fiume, pancetta aromatizzata, provola e scaglie di Grana Padano stagionato 24 mesi.

Immancabile la Margherita, proposta nella sua essenzialità con pomodoro, fior di latte, pecorino, basilico fresco e olio extravergine d’oliva, simbolo della tradizione pizzaiola italiana.

Tra le creazioni più identitarie anche Terra Mia, dove una delicata crema di fior di latte accoglie, all’uscita dal forno, una tartare di Fassona aromatizzata, tarallo napoletano sbriciolato, zest di limone, basilico fresco e olio EVO, in un perfetto equilibrio tra consistenze e profumi.

Il percorso gastronomico è proseguito con la proposta dedicata alle carni, altro pilastro dell’identità di Sinapsi Pizza & Grill. In degustazione una Tagliata di carne argentina con rucola, scaglie di Grana e datterini rossi e gialli, insieme a tagli di grande pregio come la T-Bone con osso e la Bistecca di Cuberoll, selezionati per qualità, marezzatura e intensità di gusto.

Ad accompagnare ogni portata una proposta di mixology studiata per valorizzare le diverse preparazioni. Il Paloma, realizzato con tequila blanco 100% agave, lime fresco, soda al pompelmo rosa e bordo di sale rosa, ha aperto il percorso con la sua freschezza agrumata. Il Gin Basil Smash, con gin, limone, zucchero e basilico fresco, ha confermato il perfetto equilibrio tra aromaticità e bevibilità. A chiudere la degustazione il grande classico della miscelazione italiana, il Negroni, preparato con gin premium, bitter e vermouth rosso selezionati, ideale per accompagnare la struttura e la complessità delle carni.

La serata ha rappresentato molto più di una semplice degustazione: è stata un momento di confronto con la stampa per raccontare la filosofia di Sinapsi Pizza & Grill, una cucina contemporanea che parte dalla tradizione, valorizza il territorio attraverso materie prime accuratamente selezionate e interpreta pizza, grill e cocktail come elementi di un’unica esperienza gastronomica. In una location esclusiva come il rooftop affacciato sul Golfo, ogni portata ha raccontato una visione fatta di tecnica, ricerca e memoria gastronomica, confermando Sinapsi Pizza & Grill come una realtà capace di coniugare innovazione, qualità e ospitalità in un progetto culinario dal forte carattere identitario.

Da Josè il Regno delle Due Sicilie rivive a tavola: una cena che trasforma la storia in esperienza gastronomica

Ci sono cene che soddisfano il palato e altre che riescono a raccontare un popolo. Quella andata in scena il 22 luglio da Josè Restaurant, all’interno della splendida Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un progetto gastronomico di rara intensità culturale che ha riportato in vita l’identità del Regno delle Due Sicilie attraverso ingredienti, vini e ricette capaci di attraversare secoli di storia.

Più che una cena di gala, un percorso identitario in cui Campania e Sicilia, le due anime dello storico Regno “al di qua e al di là del Faro”, si sono ritrovate attorno allo stesso tavolo. La raffinata dimora vesuviana, immersa nel verde e impreziosita dall’eleganza della sua architettura storica, si è trasformata nel palcoscenico ideale per un racconto gastronomico che ha unito memoria, territorio e alta cucina.

A guidare questo viaggio è stato lo chef Antonio La Cava, che ha costruito un menu essenziale nella forma ma ricchissimo nel significato. Nessuna ricerca dell’effetto scenografico fine a sé stessa, ma piatti capaci di riportare al centro il valore della materia prima e dei sapori autentici del Mediterraneo.

L’apertura è stata affidata a una delicata zuppetta di zucchine con crudo di gamberi, preparazione che esalta la dolcezza dell’ortaggio e la freschezza del mare. A esaltarla, il Marsala Tonic di Cantine Intorcia, interpretazione contemporanea del vino simbolo della Sicilia occidentale, che ha inaugurato il percorso con eleganza, introducendo fin dal primo sorso il dialogo tra le due sponde del Regno.

A seguire, ricciola marinata con arancia arrosto e capperi, piatto elegante che richiama immediatamente i profumi della Sicilia attraverso un perfetto equilibrio tra acidità, sapidità e note agrumate. L’abbinamento con Il Grillo di Cantine Intorcia ha valorizzato la freschezza del pesce e la componente agrumata della preparazione, esaltando il carattere mediterraneo del piatto.

Il momento più esaltante della serata è arrivato con una protagonista indiscussa, pasta mista totani e patate, riletta in chiave contemporanea senza perdere il legame con la ricetta originaria. La pasta, cotta nel fumetto di pesce per amplificarne la profondità gustativa, incontrava una vellutata purea di patate e i totani in una preparazione raffinata che conservava tutta l’anima della cucina marinara campana. In abbinamento, il Fiano 2024 di Tenuta Scuotto ha espresso tutta la finezza del grande bianco irpino, distinguendosi per eleganza, mineralità e una spiccata capacità di accompagnare la complessità del piatto.

Il percorso è continuato con una portata di pregiata ventresca di tonno rosso su riduzione di cipolle, piatto che ha valorizzato uno dei tagli più nobili del pesce attraverso un equilibrio tra intensità, dolcezza e persistenza aromatica. Il confronto tra Campania e Sicilia è stato un viaggio anche nel calice con le etichette Oinì di Tenuta Scuotto e i vini Vigne Mie e Vigna Rara di Cantine Intorcia, storica realtà marsalese che da generazioni custodisce il patrimonio enologico della Sicilia occidentale.

Due aziende accomunate dalla capacità di raccontare territori profondamente diversi, ma uniti dalla matrice vulcanica, dalla luce del Mediterraneo e da una forte identità produttiva. Determinante il lavoro del sommelier Salvatore Maresca e della Food & Wine Consultant Simona Cacopardo, che hanno costruito abbinamenti capaci di accompagnare il racconto gastronomico senza mai sovrastarlo.

Il gran finale è stato affidato al pastry chef e proprietario della struttura Antonio Confuorto, che ha dimostrato ancora una volta la propria sensibilità nel reinterpretare la pasticceria identitaria. Prima del dessert, una raffinata brioche con il tuppo, farcita con gelato al blu di bufala e gelsi sciroppati. Un omaggio alla cultura del gelato siciliano che trova nuova identità grazie a una delle eccellenze casearie più rappresentative della Campania.

Il dessert conclusivo ha racchiuso il senso più profondo dell’intera serata: un cannolo siciliano con ricotta e albicocca pellecchiella del Vesuvio. La croccantezza della cialda, la cremosità della ricotta e la dolcezza intensa dell’albicocca vesuviana hanno dato vita a un equilibrio perfetto, trasformando due eccellenze territoriali in un unico, potente racconto gastronomico. A suggellare il finale è tornato il Marsala, testimone liquido di una storia che continua a unire le due terre anche attraverso il vino.

La cena, secondo appuntamento dedicato al Regno delle Due Sicilie, ha dimostrato ai partecipanti come la cucina possa diventare uno straordinario strumento di narrazione del territorio, capace di dare voce alle proprie radici attraverso il gusto. Da Josè, all’interno di Tenuta Villa Guerra, ogni piatto ha contribuito a costruire un percorso coerente, nel quale cultura gastronomica, ricerca e identità hanno trovato un equilibrio raro. In un tempo in cui l’omologazione rischia di appiattire i sapori, questa serata ha ricordato che il lusso più autentico è poter riconoscere, in un piatto e in un calice, la storia di una terra.

E il Vesuvio, insieme al territorio di Marsala, ha dimostrato ancora una volta di avere molto da raccontare.