La verticale di Bellone della cantina I Pàmpini: un vitigno guerriero che offre vini espressivi e serbevoli

Da chi poteva mai partire l’idea di svolgere una verticale su un vitigno, il Bellone, spesso messo da parte dal suo stesso territorio? Solo Carmen Iemma ed Enzo Oliveto della cantina I Pàmpini potevano approcciarsi a questa esperienza, unica nel suo genere, forti della profonda conoscenza che hanno del vitigno Bellone e spinti dall’amore che in esso hanno riposto fin dall’inizio.

da sinistra l’enologo Pierpaolo Pirone, Carmen Iemma e Enzo Oliveto

Siamo sul litorale laziale, in Località Acciarella (LT), fra Borgo Piave e Nettuno, a 2 Km dal mare. I terreni sono pianeggianti, argillosi e silicei, con una componente sabbiosa di origine marina che influenza notevolmente la mineralità dei vini. L’azienda nasce nel 1999 ad opera di Carmen Iemma, ex docente, ed Enzo Oliveto, già capitano di marina; il nome deriva dallo stato in cui i coniugi trovarono la vecchia proprietà con pampini, cioè tralci di vite sparsi un po’ ovunque e in abbandono.

Tra i primi a produrre vino da uve Bellone in purezza, circa 5000 bottiglie all’anno, hanno in squadra dal 2016, il giovane e talentuoso enologo Pierpaolo Pirone, che segue con dedizione e competenza il progetto.

Il Bellone è un vitigno di origini antichissime, diffuso nell’area dei Castelli Romani già in epoca romana e citata da Plinio il Vecchio come “uva pantastica”. Oggi nell’area di Nettuno, diverse realtà vitivinicole hanno iniziato a credere nella valorizzazione del Cacchione, nome qui consentito per disciplinare.

Sulle vigne sorge il Sole la mattina e cala la sera raggiungendo temperature estive importanti; gli zefiri dai colli Albani, alle spalle della pianura, apportano aria fresca consentendo le giuste escursioni termiche e la maturazione delle uve senza scossoni negativi.

Il prodotto sottoposto alla verticale è il vino Bellone non filtrato

I grappoli vengono scelti e raccolti a mano a metà settembre, le uve vinificate in bianco con tecniche tradizionali e decantazione statica. Il mosto pulito fermenta in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata per ricercare il minimo dell’espressione aromatica del lievito e il massimo dalla trasformazione dei precursori aromatici.

Negli assaggi a ritroso nel tempo, coadiuvati dalla sommelier di sala Silvia, si è voluto ricercare le caratteristiche varietali. La degustazione ha riguardato 6 annate: 2021-2020-2019-2018-2017-2013. Il risultato è stato un’immersione piacevole e accademica, stimolante ed entusiasmante nel mondo del Bellone.

2021: Enzo la definisce “Ottima annata”, in quanto la vite ha compiuto il suo ciclo vitale senza stress, riuscendo a esprimersi nelle sue massime potenzialità. Al gusto l’acidità è molto larga, non tagliente e prevale sulla grassezza e sulla struttura del vino. Naso da classici frutti pompelmo e pera, con richiami floreali che ritrovano la stessa sensazione percepita masticando un acino. Nel finale resiste qualche nota balsamica, un sentore di coccio e torba e una grande salinità finale che arricchisce la persistenza.

2020: più calda della 2021 e meno piovosa. Ad influenzare l’andamento, probabilmente, è stata proprio la media delle temperature, lievemente più alta. Ciò comporta nel bouquet una prevalenza di note fruttate, in particolare frutta matura, ed un calo di quelle floreali; al gusto, però, la freschezza è ben accentuata. Avviluppa e accompagna con mineralità salmastre e lunghezza di bocca.

2019: L’annata è stata quella che maggiormente ha subito influenze della gelata primaverile del 2018. In quell’anno la vigna è stata sottoposta ad interventi di forte potatura, proprio per consentire il risanamento delle piante. La quantità di uva è stata minore come anche la resa, ma ha avuto una stagione di maturazione molta lunga. Il colore risulta giallo paglierino con riflessi verdognoli, il naso riporta alla complessità della 2021, ma la bevuta ricorda la bocca della 2020. La mineralità è predominante ed è figlia del territorio: richiama il mare.

2018: Annata difficile, lo abbiamo detto, con due gelate ad aprile. Come non bastasse la stagione estiva ha visto un clima tendenzialmente tropicale. Ne derivano note vegetali e balsamiche, da finocchietto selvatico, bergamotto quasi candito, e pasticcino al liquore. Un’altalena gustativa, che lascia arrivare solo in un secondo momento la tipica scia minerale e agrumata del bergamotto.

2017: sembra una vendemmia tardiva. Lo stesso colore giallo dorato conferma tale sensazione. Lieve ossidazione al naso, ma ancora buona la freschezza. Predominano i sentori terziari, in particolar modo le spezie dolci. Il vino risulta più snello, carente in lunghezza di sorso.

2013: Quest’ultima annata differisce dalle altre annate per essere stata sottoposta a filtrazione e per la giovane età delle vigne (all’epoca avevano dieci anni).  Meno intenso, ma molto espressivo. Predomina la frutta candita, le balsamicità e la mineralità. Nuance terrose sul finale. Il vino è maturo, evoluto ma ancora piacevole da degustare.

In conclusione: il Bellone nelle varie annate degustate ha messo in evidenza la sua grande capacità di resistenza alle avversità climatiche e dello scorrere del tempo. Primeggia il suo carattere, l’animo guerriero, di combattente che vince sui vari ostacoli.  

La frase di Anatole France aiuta a sintetizzare bene il coraggio e la fermezza avuta da tutta la squadra:  “Per realizzare grandi cose, non dobbiamo solo agire, ma anche sognare; non solo progettare ma anche credere”.

Carminuccio Week: tu chiamala se vuoi… una pizza

Quando mi hanno proposto di prendere parte alla serata di apertura della Carminuccio Week, confesso che ero stata abbastanza scettica.

Da non salernitana, (napoletana solo per parte di madre), mi chiedevo cosa avrei potuto cogliere di una serata che, a tutti gli effetti, si preannunciava come un memorial a un anno esatto dalla dipartita, di Carmine Donadio, in arte “Carminuccio”, per tutti i salernitani doc che in qualche modo lo avevano conosciuto.

Mai come in questo caso il famoso assunto scrivi di ciò che conosci mi sembrava riferito ad una conoscenza reale e concreta, senza la quale temevo di perdere l’essenza stessa della persona per ritrovarmi a stendere il mero resoconto di una serata tra amici, dove io stessa sarei diventata un elemento estraneo. Più raccoglievo informazioni preliminari, leggendo le motivazioni dell’evento promosso dal giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, autoctono illustre, più questa sensazione prendeva consistenza.

E invece mi sono dovuta ricredere.

17 luglio 2023 – ore 18.30: una delle sere più calde di questa torrida estate. La location scelta per l’evento è il Crub Seafront Bay a Vietri sul mare. All’arrivo molti bagnanti si attardano ancora sulla spiaggia su cui si affaccia il locale, mentre fervono i preparativi per la serata. Salta subito all’occhio la schiera di pizzaioli in divisa, già presenti sul posto. Gran parte della festa è dedicata a loro, che hanno inserito in carta la pizza Carminuccio (creata ormai cinquant’anni fa da Carmine Donadio) che per un’intera settimana la offriranno ai loro clienti ad un prezzo speciale.

Poi noto loro: Vincenza, moglie e compagna di Carmine per una vita intera, Maria Rosaria e Diamante, le figlie, Enzo, il genero che ne ha raccolto l’eredità e nello sguardo serio e fiero racconta tutto l’orgoglio, che preferisce non esprimere a parole.

Mi rendo conto che il clou dell’evento è tutto in queste due immagini, capaci di trasmettere in modo potente ed evocativo l’idea di una persona e di quello che ha fatto in vita, fino a farla diventare una leggenda.

Luciano Pignataro, reduce della kermesse 50 TOP Pizza Italia 2023, così mi racconta la pizza Carminuccio:

<<La Carminuccio fu inventata da Carmine Donadio, pizzaiolo di lungo corso nel quartiere periferico di Mariconda, che all’inizio dell’attività era un cosiddetto quartiere difficile. Lui inventò questa pizza molto semplice con pomodoro, pancetta, formaggio e un po’ di forte, servita con la carta oleata, in una città, Salerno, che non aveva una grande tradizione di pizza. Intere generazioni di salernitani sono cresciute con questa pizza che ha attraversato le mode ed è diventata identitaria. Identitaria e incredibilmente moderna, nonostante i cinquant’anni d’età, (la Carminuccio è una pizza senza mozzarella, oggi talvolta usata in sovrabbondanza per coprire altre mancanze), che gioca sulla purezza degli ingredienti: la qualità della pancetta, la qualità del pomodoro, la qualità del formaggio.>>

La serata è dunque un tributo, ma anche l’occasione per riunire le pizzerie, trentuno quelle note, che includono la Carminuccio nei loro menù. L’evento è realizzato con la collaborazione di sponsor esclusivamente commerciali: Acqua Pazza di Cetara, Caputo, Caseificio La Tramontina, Famiglia Pagano, Nobile Pomodori, Mulino Urbano, Crub Sea Front e Sa Car ed è stato presentato dalla giornalista Maria Teresa Sica, che tiene con orgoglio a rivendicare le proprie origini campane.

Scopro che oltre ai numerosi pizzaioli di Salerno e provincia, c’è Antonio Amato, proprietario della pizzeria Affamato a Serravalle Sesia (NO), venuto appositamente per l’occasione; in collegamento da Manhattan c’è Ciro Casella, proprietario di San Matteo NYC, e da Milano Francesco Capece di Confine, Pizza e Cantina, proprio di recente classificatosi undicesimo nella 50 Top Pizza Italia 2023.

Ascolto storie ed esperienze recenti come pure di quarant’anni fa, tutte unite dal comune denominatore di una pizza avvolta in un foglio di carta oleata, addentata con tale vorace golosità da ustionarsi la bocca e consumata in piedi (tanto che la patacca sui vestiti a fine serata era istituzionalizzata) o, nella migliore delle ipotesi, sul sellino di un motorino o sul cofano di una utilitaria.

Tutti ricevono in omaggio il piatto e la vetrofania con l’originale logo di una pizza stilizzata, creato per l’occasione da Viviana Saponiero, e una magnum di Taurasi Famiglia Pagano. Al termine della premiazione un piccolo buffet per gli ospiti presenti; i vini di accompagnamento sono offerti dalla Famiglia Pagano: I Ponti Falanghina Campania IGP, I Tufi Greco di Tufo DOCG, Le Pietre Fiano di Avellino DOCG, Taurasi DOCG.

Ma soprattutto viene sfornata pizza Carminuccio a go go: al forno lavorano Enzo, suo figlio Raffaele, che a dodici anni già mostra la stoffa del nonno e del papà, e Salvatore. Ed eccola finalmente, la mia Carminuccio: sottile al centro, cornicione gonfio e soffice, cottura perfetta senza bruciature, pomodoro, pancetta, formaggio, basilico e un ingrediente segreto, che Enzo non ha ovviamente voluto rivelare.

La mangio con golosità, ustionandomi la bocca al primo boccone, come da tradizione, evitando con abilità la patacca istituzionale e chiedendo il bis perché è talmente leggera (caratteristica voluta da Carmine come mi ha svelato la moglie Vincenza) che quasi non ti accorgi di averla mangiata.

Sakè: Aichi uno spaccato di Giappone dove si produce l’Houraisen Junmai Ginjo Bi

La prefettura di Aichi conta oltre 7.500.00 abitanti, si trova nella regione di Chūbu, precisamente nella parte centrale dell’isola di Honshū, la più grande dell’arcipelago giapponese, si affaccia sull’Oceano Pacifico a Sud attraverso la Baia di Ise e la Baia di Mikawa ed ha Nagoya per capoluogo.

La morfologia del paesaggio di questa terra spazia dal tratto costiero alle lande pianeggianti, dagli altipiani sino alle montagne innevate, sulle quali domina il Chasuyama coi suoi 1415 metri sul livello del mare. Per quanto rappresenti circa l’1,36% della superficie totale del Giappone, la sua produzione industriale è la più alta di tutte le altre prefetture: Aichi di fatto è il polo manifatturiero, automobilistico ed aerospaziale del Paese.

Si pensi che Nagoya, raggiungibile da Tokyo velocemente con lo Shinkasen, è la terza città più importante del Sol Levante dal punto di vista economico ed ha costituito da sempre uno snodo importantissimo, mettendo in comunicazione Osaka e Kyoto con la capitale, grazie ad una posizione geografica invidiabile che nel tempo è andata corroborandosi grazie al potenziamento ed al progresso costante del porto ed all’installazione di ben due aeroporti.

Il processo storico che ha portato Aichi a diventare la prefettura che è oggi risale almeno al tempo dell’epoca feudale nipponica, periodo in cui esistevano Mikawa ed Owari, province opulente che attirarono con le loro ricchezze e le grandi possibilità di espansione tre daimyō (equivalente di signore feudale) molto famosi.

Ieyasu Tokugawa si stabilì nella prima provincia, mentre Hideyoshi Toyotomi e Nobunaga Oda, quest’ultimo fondatore di Nagoya, nella seconda. Il 24 marzo 1603 Ieyasu Tokugawa divenne shōgun (comandante) ed in seguito pensò di affidare gran parte della provincia di Owari a suo figlio Hidetada, che a sua volta ne stabilì la capitale a Nagoya e che assunse più avanti lo shogunato, facendo prosperare il nuovo centro della provincia grazie alla posizione strategica sulla strada Tōkaidō.

Mikawa venne invece suddivisa tra daimyō che avevano servito fedelmente i Tokugawa, prima del loro accesso al potere. Aboliti gli Han nel 1871, ossia i feudi dei clan che contraddistinsero la storia giapponese per tutto il periodo Edo (ed in parte della Restaurazione Meiji), vennero create le singole prefetture: Owari una volta riunita ad Inuyama diventerà la prefettura di Nagoya, mentre Mikawa, dapprima divisa in dieci prefetture, verrà riunita nella prefettura di Nukara.

Nagoya e Nukata verranno fuse a loro volta nella prefettura di Aichi nel 1872, un modello di fermezza e laboriosità: in questa terra tutto riconduce alla dedizione ed alla fierezza cavalleresca tipica del samurai.

Da vedere assolutamente sono le spiagge della penisola Atsumi, il Toyota Kaikan Museum e la città samurai di Okazaki. Ad Inuyama bisogna visitare il museo all’aria aperta di Meiji Mura, che include edifici storici giapponesi dell’era Meiji ed era Taisho, il parco delle scimmie, il giardino Urakuen e la sala da tè Joan, oltre ai castelli di Nagoya, Okazaki e Toyohashi. La fortezza di Inuyama, ai cui piedi sorge il tempio Sanko Inari ed il santuario di Haritsuna, il castello più antico del Giappone ad essere sopravvissuto intatto a guerre e calamità naturali, mantenendo la sua struttura originale risalente al 1440 ed ultimata il 1537.

Sfoggia tutto il suo splendore sia in primavera che in autunno, grazie ai colori cangianti degli alberi di ciliegio ed acero, ed è un punto panoramico piacevolissimo per osservare il fluire del fiume Kiso. Splendide le passeggiate sino alla Gola di Korankei, il paesaggio presso i Monti Horaiji e le stazioni termali della vicina Yuya, inoltre non manca l’intrattenimento invernale con la stazione sciistica Chasuyama Kogen, la vivacità caratteristica del Capodanno a Osu Kannon e gli strepitosi fuochi d’artificio presso la Baia di Mikawa.

Famoso, infine, il vasellame della città di Seto, le ceramiche prodotte a Tokoname ed i pennelli di Toyohashi, esempi dell’artigianato di questa prefettura inoltre, dalle più semplici ali di pollo fritte alla salsa di miso hatcho, non mancano le specialità gastronomiche le quali includono anche il miso nikomi udon, tipicissimo di Nagoya, e l’hitsumabushi, a base di anguilla. La prefettura di Aichi ha ospitato nel 2005 vi un’esposizione universale sul tema “La Saggezza della Natura” e lo studio Ghibli ha annunciato di voler aprire un parco tematico nel 2022.

Per poter visitare la sakagura ove si produce l’Houraisen Junmai Ginjo Bi bisogna spingersi nell’area interna, verso le montagne, ed arrivare sino alla piccola cittadina di Shitara dove è ubicata la sede storica della cantina Sekiya, fondata nel lontano 1864. Creata dalla famiglia di Takeshi Sekiya, divenuto presidente nel 2010 a seguito della laurea in agronomia conseguita presso l’Università di Tokyo, la sakagura si pose da subito l’obiettivo di portare ristoro ai viandanti che facevano sosta nell’antico borgo ed ai commercianti che all’epoca trasportavano il sale dalla costa all’entroterra.

La mission odierna, nata dalla visione del giovane Takeshi, è quella di diventare il fulcro di una ripresa economica locale attraverso l’agricoltura, sofferente negli ultimi decenni a causa di un ricambio generazionale che manca e che è ripartito attraverso la partnership tra cantina e coltivatori, oltre che l’instaurazione di un nuovo spirito di comunità.

Giallo paglierino molto tenue e di medio corpo, così si presenta l’Houraisen Junmai Dai Ginjo Bi, dai profumi di gelsomino e rosa, mela golden e cantalupo, riso al vapore, guanábana ed una quasi impercettibile nota piperita. Grande equilibrio tra note morbide, la freschezza e sapidità. Persistenza aromatica intensa, breve ma senza essere evanescente, e garbata con un finale leggermente umami.

Un sakè sicuramente fuori dalle logiche del mercato delle sakagura industriali, con un carattere olfattivo tutt’altro che scontato e che non strizza l’occhio al consumatore, anzi richiede la dovuta attenzione per poi concedersi con la sua complessità e piacevolezza senza eccessi. Squisito col cheviche tropical, intrigante con un risotto alle fragole, esalta benissimo il sapore del polpo arrosto allo zenzero.

I volti del Verdicchio dei Castelli di Jesi come non li avete mai visti: piccolo compendio per visitare le splendide Marche

Volevamo stupirvi con effetti speciali dicevano in uno spot anni ’80. Perché invece non parlare concretamente della qualità media elevata del Verdicchio dei Castelli di Jesi riscontrata durante il press tour “I Magnifici 16” organizzato dall’Istituto Marchigiano Tutela Vini (in sigla IMT). Il Presidente Michele Bernetti ed il Direttore Alberto Mazzoni hanno cercato di spiegare a parole il lavoro svolto negli anni di ripresa delle Denominazioni regionali da alcuni momenti bui.

Ma per quanto concerne il Verdicchio dei Castelli di Jesi i veri effetti speciali li abbiamo vissuti nel conoscere di persona i volti e i prodotti delle persone che si sporcano le mani quotidianamente in vigna, recuperando quell’antico sapere che è l’arte di far vino e farlo buono. Dal 2024 anche la tipologia “Superiore” rientrerà nella DOCG assieme alla già presente Riserva, con facoltà di utilizzare o meno il nome Verdicchio in etichetta.

Scelte commerciali che probabilmente non influenzeranno lo stile attuale, se non nell’ottica di una maggiore considerazione delle sottozone produttive. Bisogna avere pazienza in ogni progresso teso a nobilitare un territorio e i suoi vitivinicoltori. E adesso fiato alle trombe! Lo spettacolo sta per cominciare.

Quattro i fiumi che delimitano l’areale lungo i punti cardinali: Musone, Cesano, Misa ed Esino, con suoli variabili per altimetrie e componenti. Dai ciottoli fluviali si passa a sabbie marine, calcare e argille nei versanti collinari, sferzati dai venti freddi dell’Adriatico che influiscono sul carattere aromatico e sul nerbo minerale dei vini.

Direttamente da Cingoli (MC) ecco la Tenuta di Tavignano con a capo Ondine de la Feld Aymerich, entrata nel 2014 in azienda affiancando i fondatori Stefano Aymerich di Laconi e Beatrice Lucangeli. Il Verdicchio Classico Superiore 2021 “Misco” è austero, ricco di agrumi e spezie pepate su finale iodato. Da vigne di oltre 30 anni nella valle del Musone. Solo acciaio per 18 mesi. Cura oggi la parte enologica Pierluigi Lorenzetti.

Tenute Priori e Galdelli presenta un Metodo Classico Millesimo 2017 sboccatura febbraio 2023 da urlo, grazie all’estrema duttilità del varietale e alla spiccata acidità che consentono bellissime espressioni anche nel campo delle bollicine. Rosora (AN) siede su un antico deposito pliocenico di sabbie e conchiglie fossili. Verticale, dal corredo infinito di fiori bianchi, lascia la bocca in assetto verso un nuovo assaggio o verso la gastronomia tipica tra salumi e pesce. Enologo Sergio Paolucci.

Finocchi Viticoltori, giunti alla quarta generazione con Marco Finocchi, viene assistita da un enologo che ha cambiato per sempre l’identità del Verdicchio proiettandolo tra i migliori bianchi al mondo: Giancarlo Soverchia. Siamo a Staffolo (AN) a 500 metri d’altitudine con il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico Fiore 2015: la volontà di spingere il vitigno su vette inesplorate, facendo fermentare il uve in barrique più una maturazione di ben 18 mesi. Ammicca ai vin jaune francesi con un buon mix tra freschezze e sensazioni di frutta secca e tostature.

Azienda Mancini di Emanuela Mancini, con vigne a Maiolati Spontini (AN), realizza il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2019 da piante di oltre 40 anni. Ci mette un po’ a reagire nel calice, ma alla fine sprigiona energia pura in stile marchigiano tra mielosità, nuance succose di susine appena colte e zagare. Elegante dall’inizio alla fine. Anche qui Sergio Paolucci conduce il lavoro di cantina.

Fattoria Nannì si trova invece nella zona più a Sud della denominazione, precisamente ad Apiro (MC). Clima molto simile alla confinante Matelica, con il Monte San Vicino a mitigare le influenze calde estive. Piante di età compresa tra i 50 e i 60 anni di vita e una cantina nata nel 2015 dal proprietario enologo Roberto Cantori. Interessante il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2021 “Origini”, nella ostentazione di sfumature da vendemmia tardiva, come mandorla amara e macchia mediterranea.

Che dire di Fattoria Coroncino, premiatissima dalle guide di settore, qui rapresentata da Valerio Canistrari dopo la prematura scomparsa del padre Lucio avvenuta nel 2021. Gli appezzamenti sono ubicati a Staffolo e Cupramontana su terreni calcarei e marnosi. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2021 è semplicemente commovente, tra note di cipria, caramello, affumicature e agrumi canditi. Assemblaggio di varie parcelle dopo 9 mesi dalla raccolta e vinificazione. Selezione massale con cloni registrati, un’autentica rarità.

Cantina Luca Cimarelli: a parlarcene è il nipote Tommaso Aquilanti, descrivendo l’accorpamento di 2 appezzamenti tra Contrada San Francesco e Contrada Corte a Staffolo (AN). Colpisce il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2019 “Selezione Cimarelli”, da uve scelte su viti di 50 anni. Tanta sostanza e delicatezza, con riverberi di pesca matura, arancia gialla e glicine. Solo cemento e vetro.

Colognola – Tenuta Musone ha certificato i suoi 33 ettari vitati con il marchio BIO dal 2014. Gabriele Villani funge sia da enologo che Direttore, curando i terreni esposti a Nord sul versante più alto di Cingoli (MC). Rese bassissime per il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2020 “Ghiffa”, ben 18 mesi di sosta sulle fecce fini e batonnage per un vino austero, che gioca a nascondino prima di esprimersi con carattere in tutto il meglio del varietale. Il nome deriva da un single vineyard a San Michele della Ghiffa.

Andrea Felici parte da zero, nel 2005, con la sua attività a conduzione familiare, grazie anche all’aiuto del figlio Leopardo (per tutti Leo) di rientro da esperienze internazionali avute grazie ai migliori chef e manager del globo. Il loro Cru Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2017 “Cantico della Figura” conserva dinamismo ed eleganza, al netto di una verve muscolare che rimanda all’annata di provenienza e che lo rende panciuto al centro bocca. Evolve su note idrocarburiche stimolanti e appetitose.

Cantina Spallacci è posta al limitare di Corinaldo (AN) a 200 metri sul livello del mare con terreni di medio impasto. Giordano Spallacci è il titolare, coadiuvato nelle scelte enologiche da Aroldo Bellelli. Nuova cantina dal 2011. Buono il Verdicchio dei Castelli di Jesi 2021 “Il Villano”: vibrante e caloroso, mantiene il passo su sensazioni di frutta secca e miele d’acacia.

La Staffa ha compiuto 30 anni da poco e la cura dell’enologo Umberto Trombelli è sinonimo di qualità. Siamo di nuovo a Staffolo (AN), su crinali a elevate altitudini e ottime esposizioni. Il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2020 “Rincrocca” ammalia per delicatezza, dimostrando al contempo una vena acida piuttosto irsuta che lo pone in lunga prospettiva. Fermenta e matura in cemento per 12 mesi, oltre 2 anni di sosta in bottiglia. Sbuffi di mela verde, miele di corbezzolo ed erbe officinali con una persistenza salmastro in splendida forma.

Simonetti: i sorridenti Massimo e Mirco ereditano dal nonno l’azienda nata a metà del secolo scorso. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2021 nasce da un cru che regala forti componenti minerali, grazie anche a una resa davvero irrisoria di appena 50 quintali d’uva per ettaro. Teso come un vento di tramontana che sferza portando con sé ricordi di salsedine.

Cantina Suasa di Giorgio Secondini è una piccola realtà di 4 ettari a Castelleone di Suasa, che guarda dritto alle acque del Mar Adriatico a pochi chilometri. Dominano argille e sabbie per vini di corpo, dall’allungo fruttato. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi 2021 “Princeps” emerge con lentezza, la stessa che gli antichi romani chiamavano festina lente, ovvero un’alternanza tra passo piano e subito che conduce comunque al traguardo, fatto di mandorla secca, bouquet di fiori bianchi e crema pasticcera.

Il mio personalissimo premio al merito lo ottiene lui, Giovanni Donninelli con la cantina Terre di Confine. Quasi 3 gli ettari in produzione su suoli argillosi a Castelpliano (AN). Rapporto qualità prezzo infinitamente bello, ciò che rende questo mondo sorprendente e amaro in parti uguali, quando noti dei divari non giustificati dal reale valore del vino. Giovanni produce un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico 2021 per circa 1200 bottiglie vendute in azienda a 5 euro. Vigne vecchie che regalano quel corredo zuccherino, associato ad effluvi officinali e una mineralità appagante. Averne! Speriamo nel prosieguo futuro da parte del suo erede di questa perla tutta marchigiana.

Vignamato di Francesco e Maurizio Ceci trae le proprie origini da nonno amato, uno dei 13 fratelli della numerosissima famiglia. Gli ettari vitati arrivano fino a Monte Follonica, uno dei luoghi maggiormente vocati (e belli) della denominazione d’origine. Il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2018 “Ambrosia” è superbo. Nasce da un cru piantato nel 1975. Le sensazioni divagano su fiori appassiti, scorze di cedro e iodio marino. Sollo cemento.

Chiudiamo i sipari con la giovane e promettente Marasca Rossi e con Luca Marasca che, assieme al fratello Matteo, ha realizzato il sogno di non veder vanificata la passione di nonno Mino scomparso nel 2010. Un aiuto concreto da Roberto Potentini che insegna ai novelli vigneron a prendersi cura di campi e vinificazione, praticamente da garagisti. Unica realtà a Monte Roberto con presenza di argille e limo. Nella mini verticale proposta della sola etichetta di Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore – annate 2019, 2020 e 2021 – vince, a mani basse, quest’ultima per maggior pulizia e consapevolezza degli attori protagonisti. Gradevole espressione ancora timida agli inizi, ma dal sorso equilibrato e succoso.

Un compendio che si spera possa servire ad un viaggio di approfondimento alla scoperta delle meravigliose Marche.

Kasanna a Sala Consilina (SA): il Vallo di Diano conosce un maestro dell’affinamento formaggi

Nicola Memoli, professione affinatore di formaggi a pasta molle e crosta fiorita con la sua azienda Kasanna a Sala Consilina (SA).

Nicola Memoli che di anni ne ha 48, pur sembrando ancora un giovane virgulto, ha ormai collezionato un’esperienza nel settore che lo vede protagonista sulle tavole d’Italia e di molti Paesi europei. Essere affinatore di formaggi richiede voglia continua di sperimentare, adottando lavorazioni e materie prime che non alterino eccessivamente i sapori d’origine. Il nome dell’azienda a conduzione familiare è dedicato alle sue 3 figlie, utilizzando l’acronimo dei nomi Karol, Sara e Annalisa.

Nicola Memoli – Kasanna

Non basta una grotta a fare un eremita, e neppure basta per ricreare quel mistero nel quale i maestri italiani primeggiano. All’estero è praticamente una rarità l’esercizio di tale professione, ma lungo lo stivale della nostra Penisola siamo autentici fuoriclasse. L’Affinatore fa il possibile per continuare a mantenere il profilo originale del formaggio, facendo attenzione ad abbinare le spezie, gli aromi o le erbe, con lo scopo di esaltare la materia prima quando il processo sarà terminato, sperimentando idee nuove, ma rispettose.

Nicola era partito, 10 anni orsono, dalla stagionatura del caciocavallo, per tentativi, fino a giungere al suo piccolo capolavoro: un caciocavallo al tartufo con riposo in botte di rovere contenente fieno per una durata media dai 4 ai 6 mesi di cantina. Non si sentiva soddisfatto del livello ormai raggiunto e, sconvolgendo ogni suo proposito, decise nel 2015 di selezionare latte di pecora e capra per affinare i formaggi a pasta molle e crosta fiorita.

E adesso? Memoli è arrivato alla cifra di ben 22 prodotti diversi, alcuni premiati dalla critica gastronomica, come l’elisir di fragole al rosmarino, oppure un formaggio a crosta fiorita con colatura di alici e scorzette di limone o, infine, vari tipi di affinamento nel vino, utilizzando l’Aglianico possente e tannico, sulla scorta dell’antica ricetta romana del mulsum.

A proposito di territorio, Kasanna propone, principalmente tra i comuni del Vallo di Diano, (estendendosi a volte lungo l’intero areale del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano e Alburni), una sorta di “aperitivo itinerante”, fruibile da chi ne segue i canali social, entrando a far parte del gruppo di watsapp. Una sorta di flash mob organizzato all’improvviso sulla base di un certo numero di adesioni con indicazione di una data papabile.

Il luogo dell’evento viene scelto all’ultimo momento tra una lista di strutture disponibili. L’idea è quella di far da punto di ritrovo per persone di diversa estrazione e cultura e parlare delle bellezze artistiche ed enogastronomiche del luogo, con la partecipazione di altri caseifici e produttori di vino, companatico ideale per le nostre migliori espressioni casearie.

Kasanna

Salita Guerrazzi, 5

84036 Sala Consilina Italia

Romagna: Tenuta Uccellina, una viticoltura cesellata fra pianura e collina

di Matteo Paganelli

Si narra che i romagnoli siano un popolo ospitale e se ne ha la conferma quando si arriva in una cantina, manco a farlo apposta nel giorno in cui il produttore deve imbottigliare e, anziché dirti che non ha tempo, ti accoglie calorosamente.

Questo è solo un esempio del classico tipo di trattamento che Alberto, Antonietta ed Hermes Rusticali – Tenuta Uccellina – riservano a chi va a trovarli nella loro azienda agricola a Russi (RA).

Alberto Rusticali

Oggi in particolare si imbottiglia “Ghineo” Romagna DOC Sangiovese Riserva che da quest’anno esce con la sottozona Brisighella in etichetta. Già, perché pochi sanno che, nonostante Tenuta Uccellina sia da sempre ubicata nelle pianure ravennate dove coltivano i loro prodotti di punta Bursôn e Rambëla (di cui parleremo in seguito), continua a puntare sui vitigni Romagnoli per eccellenza: Sangiovese e Albana. Lo fa in collina, proprio in una delle zone più vocate per la viticoltura. La storia abbraccia pianura e collina, usualità e unicità; ma andiamo per ordine.

Le origini della famiglia sono abbastanza comuni qui in Romagna: provenienti dal settore agricolo, con la splendida location ove oggi sorge l’azienda che era un tempo la casa dei nonni; coltivatori d’uva sin da quando attorno al casale non sorgeva alcun centro abitato. Nel 1985 Alberto, mosso da fortissima passione e motivazione, decide di iniziare a diventare produttore di vino, quasi come per hobby (lavorava come dipendente in una distilleria in zona), credendo così tanto nel progetto, al punto da investirci risorse, prendendo in affitto dei vigneti a Bertinoro e iniziando quindi a sponsorizzare la viticoltura di collina.

La produzione prevedeva solo la vendita in damigiane, ai tempi consuetudine locale. La svolta arriva pochi anni più tardi, alla fine degli ’80, quando Pasquale Petroncini de “La Ca’ de Vèn” di Ravenna suggerisce di iniziare a imbottigliare i propri vini. Nascono così le prime annate di Trebbiano, Sangiovese e Albana, sotto la guida enologica del pilastro Sergio Ragazzini.

I risultati non tardano ad arrivare: l’Albana di Romagna DOCG 1989 viene proclamata Albana dei VIP dall’allora Ente Tutela Vini di Romagna e nel 1995 la richiesta è così alta che, oltre ai 2 dipendenti fissi, Alberto è costretto a licenziarsi dalla distilleria per seguire la cantina a tempo pieno. Il 1998 è forse l’anno più importante per Tenuta Uccellina quando, grazie proprio a Sergio Ragazzini, promotore della riscoperta del vitigno dimenticato “Longanesi”, oggi lanciato con il nome Bursôn, fonda assieme ad altri soci il Consorzio “Il Bagnacavallo” per commercializzarlo..

Nel 2004 il Consorzio istituisce il premio “Miglior Bursôn” al quale da allora partecipano ogni anno tutti i produttori iscritti, presentando i loro vini a una commissione di enologi e sommelier. Quello di Tenuta Uccellina si conferma vincitore in svariate annate, la più significativa è proprio l’edizione di quest’anno 2023, anno di premiazione del loro Bursôn “Etichetta Nera” 2016.

Ciò a riprova del fatto che quella vendemmia combacia con il primo anno in cui Hermes, figlio di Alberto e Antonietta, prende le redini enologiche di Tenuta Uccellina. Il 2016 vede inoltre anche l’imbottigliamento di Teodora, un’edizione limitata di Bursôn in soli 1.000 esemplari e solo nelle annate più propizie (prima di questa solo la 2008 e la 2011), da una selezione delle migliori Tonneau. L’etichetta è dedicata a Teodora, l’imperatrice di Bisanzio, della quale nella Basilica di San Vitale di Ravenna è conservato il suo famosissimo ritratto mosaico.

Torniamo indietro alla metà degli anni 2000. Mentre il Bursôn spopolava anche per la poca competizione, non si può dire lo stesso di Sangiovese e Albana. Numerose sono infatti le giovani cantine che vedono la luce in quegli anni, aumentando a dismisura l’offerta e causando un forte deprezzamento con bottiglie in vendita a partire da pochi euro. Si scatena una vera e propria guerra al ribasso, dove a uscirne sconfitti sono purtroppo i proprietari che sceglievano di puntare sulla qualità, costretti a ridurre il prezzo per restare sul mercato con inevitabili ripercussioni sul margine.

Per riuscire a restare a galla, nel 2010 arriva la decisione per Tenuta Uccellina di spostare i suoi vigneti da Bertinoro a Oriolo dei Fichi in modo da migliorare la logistica verso i locali deputati alla vinificazione e guadagnare così in competitività. La famiglia Rusticali opta, nel 2019, per un ennesimo spostamento delle vigne questa volta per ragioni stilistiche, abbandonando i terreni sabbiosi di Oriolo alla ricerca di quelli gessosi di Brisighella, nell’ottica della ricerca di una maggior complessità e profondità.

Inoltre da Tenuta Uccellina i cosiddetti autoctoni dimenticati abbondano. Uno in particolare vede la luce nel 2012: si tratta della Rambëla, termine dialettale (utilizzabile solo dai produttori del consorzio “Il Bagnacavallo”) con il quale viene indicato il vitigno Famoso. Questo vitigno, di carattere semi-aromatico, si presta in maniera egregia sia alla produzione di un vino fermo secco, sia alla produzione di bollicine.

È risaputo che il Famoso perda la sua carica aromatica dopo i primi 12 mesi dalla vinificazione, e per tale motivo solitamente se ne incentiva il consumo entro l’anno solare; tuttavia, in una recente degustazione di una loro Rambëla con 6 anni sulle spalle, sono state evidenziate caratteristiche di evoluzione decisamente interessanti, con freschezze ancora ben presenti agevolate dalla chiusura Nomacorc e Screwcap, per cercare di regalare qualche altro anno di longevità a questo prodotto tutt’altro che fugace.

Ho resistito fino a fine articolo per parlarvi di quello che a mio avviso è il dulcis in fundo di Tenuta Uccellina. Sto parlando di Biribésch, nome del vino che viene ottenuto da un rarissimo vitigno autoctono chiamato Cavècia. Il nome è dedicato al nonno di Alberto, soprannominato proprio “e biribésch”, il birichino, a indicarne la natura vocata allo scherzo.

Prodotto sia in versione rifermentato in bottiglia, sia in versione metodo classico, si affianca al contesto aziendale di esclusività e incorona una storia di sperimentazione da rare varietà autoctone (ricordiamo il loro spumante Alma Luna da uve Lanzesa e il loro spumante Pelaghios da uve Pelagos, entrambi non più in produzione).

Non resta che far visita ad Alberto, Antonietta ed Hermes per aver fatto della tradizione e dell’innovazione i capisaldi della produzione di vino in Romagna.

“100 Best Italian Rosè”: una grande occasione per i vini rosati del Sud Italia

di Luca Matarazzo

I vini rosati (o vini rosa) vengono ancora visti, da molti consumatori, come il frutto di un’alchimia sperimentale non sempre ripetibile.

Ciò quando va bene. Quando va male, invece, scorgiamo negli occhi delle persone quel senso di smarrimento nel pensare a un mero completamento di una gamma commerciale, ovvero un’etichetta di ricaduta per annate generose o altrettanto negative per le maturazioni dei rossi da lunga sosta in cantina.

Bisognerebbe, piuttosto, pensare ai rosè come ad un mondo parallelo, ove fare qualità non con metodi da azzeccagarbugli, ma seguendo lo stesso filo logico degli altri esempi aziendali. Solo così si punta dritti all’eccellenza, con contestuale rapidità di beva, timbro di fabbrica ideale. Senza dimenticare che alcuni virtuosi riescono persino a resistere oltre un lustro in bottiglia, senza veder scalfita l’acidità e la sapidità, veicolo di tensione gustativa e di piacevolezza al sorso.

Lo scopo di una Guida giunta alla terza edizione, che da quest’anno prende la formula di 100 Best Italian Rosè, grazie al giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, sta proprio nel concetto di rappresentanza e nobilitazione. Ed in tale riflesso i rosati del Mezzogiorno hanno una porta spalancata da varcare.

Il giornalista Luciano Pignataro editore della guida 100 Best Italian Rosè edizione 2023

Già la storia di quanto accaduto in Puglia ne è un fulgido esempio, tra Negroamaro, Primitivo e Susumaniello per citarne alcuni. Ma anche in Campania, come ci raccontano i produttori Libero Rillo di Fontanavecchia, Adolfo Scuotto di Tenuta Scuotto e Ludovica Pagano di Famiglia Pagano, una varietà ostica come l’Aglianico dalla spiccata tannicità, se lavorata bene, può dare un contributo di sostanza al comparto.

Libero Rillo – Fontanavecchia
Adolfo Scuotto – Tenuta Scuotto
Ludovica Pagano – Famiglia Pagano

E perché non pensare alla Calabria nel versante Cirò, con il Magliocco a far da padrone indiscusso o in Sicilia sulle pendici dell’Etna tra Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese, magari equilibrati in blend.

Il Sud Italia, spesso dimenticato e sofferente dal punto di vista comunicativo, può dettare le regole del futuro con espressioni di ottima agilità, dal profilo organolettico elegante e serbevole. Che sia incontestabile però una cosa: il quadro della situazione attuale, come già spiegato nella video intervista dal giornalista Luciano Pignataro, obbliga gli attori in gioco a evitare improvvisazioni.

Il lavoro comincia in vigna con selezioni accurate, non per eccedenze o per difetti di maturazione. Bisognerebbe, poi, razionalizzare l’impianto, immaginando che quelle porzioni vitate siano deputate unicamente alla realizzazione del rosato, senza commistioni al ribasso.

Last but not least l’opera di cantina da parte dell’enologo è fondamentale, nell’evitare ossidazioni rimarchevoli o devianze che vanifichino uve ottime sotto il profilo aromatico.

La giornalista Antonella Amodio
La giornalista Chiara Giorleo
La giornalista Adele Elisabetta Granieri
Teresa Mincione

Non è un gioco per tutti ed il severo panel alla cieca condotto da Antonella Amodio, Chiara Giorleo, Adele Elisabetta Granieri, Teresa Mincione e Raffaele Mosca ha sfornato una sequela di vini impressionanti, tra i quali primeggia il Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2022 “Baldovino” di Tenuta i Fauri.

Al centro Valentina Di Camillo – Tenuta I Fauri

Non poteva mancare, infine, un piccolo spazio a Vinolok, uno degli sponsor principali della manifestazione celebrativa di chiusura del 20 luglio 2023 nella splendida cornice dello Yacht Club Marina di Stabia.

Vinolok

Ecco l’elenco completo dei premiati da visualizzare cliccando il link sottostante:

https://www.lucianopignataro.it/a/italian-best-rose/236142/amp/

Costiera Amalfitana: a Maiori (SA) l’azienda agricola biologica Raffaele Palma

di Luigi Salvatore Scala

Raffaele Palma ha seguito il suono dolcissimo del richiamo alla terra ed ha creato a Maiori (SA), in Costiera Amalfitana, un’azienda totalmente condotta all’insegna della eco-compatibilità e sostenibilità a picco sul blu del mare.

Vista panoramica dall’azienda

Fu certo in un momento di pazzia che Raffaele Palma, anzichè godersi in panciolle l’età matura dopo una vita attiva da imprenditore del settore legno, ha deciso di investire tutto per strappare alla montagna dei terrazzamenti da destinare alla vigna, oggi incorniciati e sostenuti dai muretti a secco, tra uliveti e limoneti. Impossibile descriverne il coraggio: l’invito è partire alla scoperta della vera viticoltura eroica, quella dell’uomo che non solo vince sulla natura, preservandola, ma la fa anche presuntuosamente più bella.

Il primo terreno

Nel 2005 Raffaele decise di dare tutto sé stesso e, passeggiata dopo passeggiata in questo paradiso perduto, si è convinto ad acquisire diversi appezzamenti dai 50 ai 450 metri di altitudine, investendo nell’innovazione e nella sperimentazione, con passione e assoluta devozione alla natura del luogo. Oggi sono ben gli 6 ettari vitati sui 22 totali.

PUNTACROCE Costa d’Amalfi D.O.C.

Nasce da un assemblaggio tra Falanghina, Biancolella, Ginestra ed altre varietà locali. Il profumo è caratterizzato da sentori di mandarino, albicocca, fiori di agrumi e lavanda. Al gusto le marcate note minerali sono piacevolmente accompagnate da una discreta sapidità. Finale persistente di frutta gialla candita. Ideale abbinamento con la cucina di mare.

MONTECORVO Costa d’Amalfi D.O.C. rosso

Da un uvaggio di Piedirosso e Aglianico. Colore rosso rubino intenso, dal bouquet di prugne rosse, arance, petali di rosa e ribes. Al gusto è fresco con piacevole persistenza aromatica e dalla struttura tannica non invadente. Ideale abbinamento al tipico pranzo domenicale a base di ragù.

SALICERCHI Costa d’Amalfi D.O.C. rosato

Pressatura soffice di uve Piedirosso e Aglianico. Un rosato dai riverberi cerasuoli intensi. Odora di note da crème de cassis, liquirizia, chiodi di garofano e fragoline sotto spirito. Al palato fa sentire tutta la sua freschezza e l’imponente enfasi alcolica che ben si bilancia alle note sapide. Persistenza fondata su un’ottima struttura acida. Vino davvero versatile, abbinabile a tutto campo, dalla carne bianca, agli arrosti di agnello, dai primi piatti alle tagliate di frutta.

CIARARIIS IGP Colli di Salerno bianco

Frutto della vinificazione di sole uve Ginestra in purezza, varietà locale poco diffusa, ma dalle particolari caratteristiche organolettiche. All’olfatto ha sentori di agrumi, frutta candita, albicocca e note di fiori gialli. Il sorso avvolge con armonia e chiosa sapido e di lunga persistenza.

Tutta la cantina è certificata BIO, così come i limoneti e gli uliveti. L’azienda produce anche: miele, marmellate, liquori e l’unico olio di oliva extravergine Colline Salernitane D.O.P. presente ad oggi in Costiera Amalfitana.

A Raffaele Palma va dunque il merito di avere ulteriormente ampliato “la frontiera” del vigneto Campania.

© Azienda Agricola Biologica Raffaele Palma

Via Arsenale, 8 – 84010 Maiori (SA)
Sede Operativa: Località San Vito 
Tel +39 335 76 01 858 | Fax +39 089 812129

Albamarina e i vini bianchi di Mario Notaroberto: una storia cilentana fatta di vere passioni ed emozioni

di Silvia De Vita

La cantina del “brigante contadino” Mario Notaroberto e l’espressione dei vini bianchi di Albamarina colpiscono nel segno. Una storia tutta cilentana fatta di vere passione ed emozioni quella che andremo a narrare per 20Italie.

I racconti hanno sempre il loro fascino quando consentono di immergersi in atmosfere talvolta lontane nel tempo e nello spazio. Le parole che li compongono assumono peso, circostanze, significati che in contesti diversi avrebbero tutt’altro senso. Le espressioni, le intonazioni, le pause ne arricchiscono enormemente il fascino. E se poi la narrazione è accompagnata da un calice di vino, arricchita da complici sguardi, l’immersione nel luogo e nel tempo è garantita. Silenzi e pause che contribuiscono a condurre il ritmo, la suspense e l’armonia della composizione, come accade in un brano musicale.

Mario Notaroberto – Albamarina

Ci troviamo nel comune di Centola (SA), nella natura selvaggia del Parco del Cilento, lì dove mare e montagna si incontrano in un trionfo di colori che sfumano dal blu profondo del mare al verde intenso della campagna, con spennellate di macchia mediterranea e profumi intensi di salsedine e piante aromatiche.

Il protagonista è Mario Notaroberto – cantina Albamarina proprietario di splendidi vigneti che si affacciano sul golfo di Palinuro. Un terreno noto agli esperti come flysch cilentano, dove lo strato di argilliti e quarziti di origine marina ha l’arduo compito di assorbire l’acqua piovana per poi restituirla nei periodi più aridi. È un piccolo mondo di storie, di vigne e pensieri: una terra di testarde attese e di cuori resilienti.

La roccia è composta da vari livelli di arenaria, argilla, marna, calcare, e qualcuno sostiene, non solo. Nel tratto a largo della costa del Cilento, due giganti sottomarini, il Marsili e il Palinuro, hanno avuto in passato una attività vulcanica imponente, tanto da far supporre ad alcuni studiosi che il suolo possa avere richiami tipicamente vulcanici.

Mario sviluppa qui la sua cantina su 10 ettari vitati, tra Fiano ed Aglianico e altri vitigni autoctoni cilentani e della Campania (Falanghina, Greco e Santa Sofia). Gli impianti sono del 2009 e nel 2012 è avvenuta la prima vendemmia; l’anno seguente Albamarina è comparsa sul mercato con ottimo consenso dalla critica. Il microclima è particolarmente favorevole e si avvantaggia della brezza marina proveniente dal golfo di Policastro protetta dal Monte Bulgheria in un unico abbraccio.

Di strade Notaroberto ne ha percorse molte dal momento che, dopo gli studi di ragioneria e un lavoro proficuo a Napoli, si è trasferito in gioventù nel Lussemburgo spinto forse da questioni di cuore o molto più probabilmente da nuove ambizioni e ricerca di stimoli. Lì apre il Ristorante Il Notaro che conduce al successo rapidamente, arricchendone la cantina con un numero importante di vini, tali da raggiungere negli anni oltre 1450 etichette. Oggi il business in Lussemburgo viene gestito dai figli Livio e Dario che, dopo gli studi alla Bocconi, hanno deciso di seguire le orme del papà.

La passione per il vino nasce in Mario sin da ragazzo, nella vigna di famiglia. Non ha mai saputo che uva il padre coltivasse, ma ha chiaro il ricordo di questo vino rosso da una varietà francese a detta dei genitori, riportata nel Cilento da un compaesano emigrato con dei “maioli”.

Il risultato era di colore tanto scuro da far dannare la mamma quando una sua goccia macchiava la tovaglia. Molti anni dopo, per caso durante un viaggio a Montevideo, scopre che quell’uva era semplicemente il Tanat, vitigno del Sud Ovest francese, molto tannico, con caratteristiche che si collocano a metà strada tra Aglianico e Sagrantino.

La degustazione improntata sui suoi vini è splendida. Con molta generosità alterna il racconto di Albamarina e della sua storia personale a momenti di assaggi delle diverse tipologie di vino della cantina.

Ad aprire le danze Etèl – IGP Campania 2022, Falanghina proveniente per metà dai terreni di Centola ed il rimanente 50% dal Sannio. Il nome del vino richiama il nome del fiume LETE scritto al contrario, sui cui lembi (ben stilizzati in etichetta) si affacciano, a circa 250 mt di altitudine, i vigneti. Il clone utilizzato è quello del Sannio, impiantato nel 2016 e vinificato per la prima volta nel 2021. L’affinamento avviene in acciaio sulle fecce fini per circa 6 mesi, ed in bottiglia per almeno 3 mesi. Vino di carattere, dalle nuance giallo paglierine e naso inebriante di sentori fruttati. Sorso fresco e di buon corpo, ben equilibrato dal gradevole allungo.

Nerbo e prospettive di longevità per il Nylos, IGP Campania 2021, da Greco in purezza. La dedica è a San Nilo, il cui cammino cilentano, in alcuni punti, segue le vigne di Albamarina. Richiama al naso fiori di ginestra e frutta a pasta gialla. Fresco, ben equilibrato e di buona persistenza.

La degustazione continua con il vino storico dell’azienda, il Fiano IGP Valmezzana. Il nome del richiama la località nella quale viene coltivata l’uva. L’etichetta invece evoca una farfalla per simboleggiare un’esistenza effimera e quindi un vino che va bevuto velocemente perché di vita breve. Invece resiste in maniera superba lo scorrere del tempo!

La verticale proposta denota, infatti, tutt’altro. Le diverse annate di Valmezzana 2021 – 2019 – 2014 – 2013 oltre ad impressionare per l’intensità del colore che vira a mano a mano verso il giallo dorato con riflessi ambrati, sviluppano al naso un bouquet di note agrumate, con fiori bianchi, mughetto alpino e balsamicità. Andando indietro con le lancette dell’orologio emergono le sfumature tostate e mielose del Fiano e una mineralità di forte presenza in bocca. Straordinaria l’evoluzione del Valmezzana in versione Magnum.

Ultimo prodotto in degustazione è il Palimiento, che rappresenta per Albamarina un ritorno al legno in fase di fermentazione e un affinamento per almeno 12 mesi in barrique.

Il nome del vino “Palimiento” richiama “I Palmenti”, le vasche o di cemento o scavate nella roccia, che già in tempi antichi venivano utilizzate per la fermentazione del mosto, rievocate e stilizzate in etichetta con un tratto delicato. La presenza del legno nel processo produttivo ha un impatto nobile sul vino. L’esaltazione della macchia mediterranea e la mineralità vengono percepite senza troppe difficoltà, come se le sue botti fossero state immerse in acqua di mare. Una struttura importante accompagnata da una freschezza e una sapidità rendono la beva elegante.

Un nuovo progetto vede l’espressione del Fiano nelle bollicine – Metodo Charmat e Metodo Classico – presto in arrivo al pubblico. Noi abbiamo degustato in anteprima lo spumante brut Metodo Charmat il cui nome “L’eremita” è un omaggio ad una delle frazioni di Futani “Eremiti”. L’etichetta richiama una rete in cui l’eremita si sente intrappolato, come lo spumante quando è chiuso in bottiglia. Dal perlage fine e brillante con piccoli riflessi di luce dorata.  Al naso richiama sentori di agrumi e frutta gialla non ancora matura, arricchiti da piacevoli note floreali e di lievitazione. La beva ha una buona freschezza e finezza; lungo e pulito il finale.

Il mondo dei rossi e rosati di Albamarina meriterà tempo e dedizione in un’altra visita. Si va via consapevoli della magia appena vissuta e nostalgici delle magnifiche sollecitazioni che più volte hanno stimolato piacevolmente i nostri 5 sensi.

Oscar Wilde diceva “The future belongs to those who believe in the beauty of their dreams.”

Mario Notaroberto, ne è l’esempio vivente…

Merci et à la prochaine! Et ce sera bientot.

Toscana: “Talamo a Mare” il bordolese di profondità

di Augusta Boes

Marco Bacci, imprenditore da sempre e vignaiolo per amore, raccoglie la sfida del caso e prova ad affinare il più classico dei tagli bordolesi nel profondo degli abissi della costa maremmana, con risultati davvero sorprendenti con il suo progetto “Talamo a mare”.

In un nostro precedente articolo (Bacci Wines: equazione risolta) avevamo anticipato che ci sarebbero state interessanti novità all’orizzonte in casa Bacci Wines, e che ne avremmo parlato a tempo debito: il momento è arrivato e “ogni promessa è debito”.

Il sorriso solare e l’entusiasmo sincero con cui Marco Bacci ha accolto media e giornalisti nella sua tenuta Terre di Talamo, nei pressi di Fonteblanda (GR) in piena Maremma Toscana, hanno immediatamente conquistato tutti. In un caldo pomeriggio di luglio, coccolati da un rinfrescante calice di spumante e dalla brezza che porta i sussurri del mare fin su la collina, ci siamo sentiti subito a casa. Uno spumate peraltro d’eccezione, il Barbaione AD 1111 Dosaggio Zero, un metodo classico da uve Sangiovese di cui si producono poco più di 3.000 bottiglie per una fresca carezza dal gusto decisamente toscano.

Non è raro che imprenditori nazionali e internazionali decidano di investire in tenute vitivinicole qui in Italia. Tuttavia, sono pochi quelli che si lasciano coinvolgere così profondamente da decidere di cambiare radicalmente vita.

Bacci Wines: una scelta di vita all’insegna dell’eccellenza

La storia di Bacci Wines comincia come tante altre: un giovanissimo ed esuberante imprenditore decide di acquistare una tenuta vitivinicola, un po’ per gioco, un po’ come investimento e un po’ perché fa tendenza.  Si innamora di Castello di Bossi nell’areale del Chianti Classico, i cui spazi di cantina, tra l’altro, custodiscono storie e segreti del grandissimo enologo Giacomo Tachis. Ed è così che questo ragazzo di 25 anni intraprende, più o meno inconsapevolmente, una nuova avventura che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. «Il primo segno di pazzia, che poi mi ha preso tutto» ci racconta Marco, a tal punto che nel 1996 decide di vendere le sue aziende d’abbigliamento per sposare senza compromessi la sua nuova missione: fare vino e farlo anche molto bene.

Da allora l’azienda si è espansa notevolmente, e ad oggi conta 5 tenute a conduzione biologica certificata: Castello di Bossi, Tenuta di Renieri e Barbaione in Chianti Classico, Renieri a Montalcino, e Terre di Talamo qui in Maremma. Una “pazzia” davvero dilagante.

Terre di Talamo: il rifugio del lupo di mare

La tenuta maremmana è incantevole: un anfiteatro naturale con i vigneti che baciano Talamone in lontananza, declinando dolcemente verso il mare azzurro. Affascinato dalla sua bellezza, Marco all’epoca concluse l’affare in soli cinque giorni, aggiungendo Terre di Talamo alla sua collezione di gioielli. Il posto perfetto per lui che ama le immersioni e la pesca di profondità; che poi, a guardarlo bene, è difficile distinguere il vignaiolo dal lupo di mare.

Tra questi filari nascono, tra le altre cose, due interpretazioni davvero interessanti del Vermentino di Toscana, rispettivamente il Vento e il Vento Forte. Il primo, vinificato in acciaio, cattura l’essenza della brezza marina e delle erbe aromatiche, offrendo un vino piacevole e dalla personalità leggiadra. Il secondo, invece, maturato in barrique, colpisce per la sua delicata cremosità e si distingue per i suoi piacevoli sentori di frutta bianca, salvia, alloro, tiglio e ginestra. Inconfondibile la nota iodata che, anche in questo caso, richiama la carezza del vento marino sia nell’aroma che nel gusto.

Talamo a mare: il vino rosso affidato alle cure di re Tritone

Il vero protagonista della giornata però è stato il Talamo a Mare, il vino nato per caso da una dimenticanza. Il destino ha voluto che Marco scordasse per lungo tempo una cassa di Talamo, il taglio bordolese dell’azienda, nella stiva della sua barca. Al ritrovamento la sorpresa è stata grande. Il rollio delle onde, la temperatura e il grado di umidità pressoché costanti avevano conferito al vino una marcia in più. È da qui che nasce l’idea di sperimentare l’affinamento in fondo al mare, il primo tentativo in assoluto per un vino rosso in Toscana, tant’è che la mancanza di norme specifiche ha fatto sì che ci volessero poi 3 anni per poter inabissare la prima cassa a 35 metri.

Non lascia alcun dubbio la degustazione comparativa di questi gemelli diversi, di terra e di mare, figli della stessa botte, assaggiati nei millesimi 2018 e 2019. Custodito e coccolato da dio Tritone, sebbene il ventaglio olfattivo e la piacevolezza del sorso fossero molto simili, il Talamo a Mare è decisamente un vino in dolby surround. L’intensità e la profondità dei profumi, di frutti rossi croccanti, rose carnose, ibiscus e delicate spezie dolci, risultano amplificati come ci fosse una sorta di reverbero a sostenerne la complessità. La stessa cosa si può dire del sorso che risulta teso, dinamico e piacevolissimo, con tannini carezzevoli, grande equilibrio e tanta freschezza. Puntuale e precisa la corrispondenza gusto-olfattiva, caratteristica sempre importante nel valutare la qualità di un vino.

Un esperimento che sin qui ha dato ottimi risultati che hanno premiato la tenacia e la caparbietà di Marco Bacci nel perseguire questo suo sfidante obiettivo. E la storia non finisce certo qui; non mancano le idee e i nuovi progetti ma nessuna anticipazione, per non rovinare la sorpresa. Ne parleremo a tempo debito. Braccia fortunatamente restituite all’agricoltura quelle di Marco, perché se un vino non è fatto prima per passione e poi per il mercato, la differenza si sente tutta, e qui il supplemento d’anima risulta davvero rilevante.