Le Donne del Vino del Lazio: amore per la terra e passione per il vino

di Morris Lazzoni

Nel mio ultimo viaggio sono stato ospite de Le Donne del Vino del Lazio, associazione tutta al femminile che racchiude differenti figure professionali inerenti il mondo del vino: nel Lazio le socie produttrici sono 23, le associate 70 mentre il totale nazionale supera le mille aderenti.

Non mi dilungherò oltre riguardo la genesi dell’Associazione, mentre vorrei soffermarmi maggiormente sulla delegazione del Lazio di cui sono stato ospite poche settimane or sono.

Le Donne del Vino del Lazio hanno organizzato tre differenti press tour, dedicati a giornalisti e blogger, per scoprire la territorialità del vino laziale coltivata, gestita e promossa dalle socie aderenti. Non posso esimermi dal ringraziare la Delegata Regionale Manuela Zennaro, la vice Delegata Floriana Risuglia e l’ufficio stampa MG Logos di Maria Grazia D’Agata per l’invito: ho passato tre bellissime giornate in queste terre, con la possibilità di visitare nuovi areali, degustare vini e conoscere donne di spessore e grande personalità.

Coraggio, passione e tenacia: tre parole per descrivere Le Donne del Vino del Lazio

Proprio su quest’ultimo aspetto vorrei soffermarmi, al di là del racconto delle esperienze fatte e dei vini degustati. Nel concetto di “territorio” non può mancare la corrispondenza con le persone che lo vivono, coltivano e comunicano. Le Donne del Vino del Lazio riescono a trasmettere amore per la propria terra e grande, enorme passione per quello che quotidianamente portano avanti.

Mi hanno fatto capire quanto impegno, coraggio, tenacia e sacrifici ci fossero dietro le loro scelte. Ognuna di loro mette in campo la propria personalità, capacità e stile ed è come se ogni storia e racconto avessero all’interno un filo conduttore.

Chiara, Cristina, Federica, Floriana, Giulia, Manuela, Maria Laura, Matilda, Rossella, Sara e Tiziana hanno tanto da raccontare, tra emozioni e sfumature differenti. Esuberanza, vitalità, eleganza, precisione, decisione, determinazione, allegria, sana follia, timidezza, rigore ed autorevolezza possono sembrare un prolisso elenco di parole, ma sono le caratteristiche principali suggeritemi dalla conoscenza di ognuna di loro.

Non conta l’esperienza, perché la voglia di fare, l’entusiasmo e la grinta non si misurano in anni: ciascuna di esse trasmette ardore e voglia di far conoscere territori a loro volta di antica tradizione vinicola, oltreché permeati di storia e cultura.

Non sempre però storicità di un areale e successo commerciale creano un perfetto sillogismo, soprattutto quando si guarda al complesso mercato internazionale del vino. Succede anche in Italia, ove alcune zone di produzione non sembrano cavalcare la cresta dell’onda rispetto ad altre, ma ciò non significa che manchino qualità intrinseche ed ottime credenziali per un futuro successo.

Probabilmente i vini di Frascati, Castelli Romani e Orte ( le zone che ho visitato nei miei tre giorni di press tour ) dovranno fare qualcosa in più a livello comunicativo e promozionale, per sbocciare definitivamente sul palcoscenico del vino italiano e mondiale: Le Donne del Vino del Lazio sono sulla strada giusta, quella della comunione d’intenti e della “sorellanza”. Quando si uniscono forze, idee e buoni propositi si possono avere sicuramente maggiori possibilità di emergere, rispetto a viaggiare da soli e senza aiuto altrui.

Poggio Le Volpi, prima tappa del press tour

Iniziamo da Poggio Le Volpi, storica realtà di Monte Porzio Catone, che da tempo miete successi e riconoscimenti per la produzione dei suoi vini. Ad attenderci c’è Rossella, moglie di Felice, e colonna portante dell’azienda. Rossella ci guida attraverso una passeggiata nei vigneti dell’azienda, raccontando genesi e trasformazione dell’azienda, che negli anni è riuscita a portare i vini del territorio in giro per l’Italia ed il Mondo.

Essere portavoce di una cantina come Poggio Le Volpi non è un compito facile: la dimensione aziendale, la bellissima struttura della cantina e degli ambienti ricettivi chiedono alti livelli di responsabilità ed impegno. Rossella però dimostra quanto la passione per il lavoro, unita a competenza, attenzione e rigore, possano essere da esempio: ciò che trasmette è di essere un punto cardine della cantina, sempre presente ed attenta ad ogni minimo particolare.

Torniamo alla storia della cantina, partita nel 1996, e con una produzione odierna incentrata su Frascati, Lazio Igt e da ultimo anche Roma Doc, valorizzando soprattutto il potenziale dei vitigni autoctoni ma anche l’adattabilità di quelli internazionali. La filosofia di Poggio Le Volpi mira al mantenimento delle tradizioni locali, coadiuvato da un attento utilizzo delle tecniche moderne in cantina, in modo da rispettare ed esaltare le caratteristiche territoriali.

Il Roma Doc Rosato 2022, un vino dal sapore agrumato, floreale, dalla bella sapidità e dalla beva piacevole. Continuiamo con Epos Frascati Superiore Riserva Docg 2018, il quale mostra il percorso evolutivo di un vino pensato per allungare la propria durata: pietra focaia, scorza di agrumi e note tostate incontrano succosità, ricordi sulfurei, buona acidità e distensione al palato.

Roma Doc Rosso 2021 è ben fruttato e speziato al naso, mentre in bocca evidenzia bilanciamento tra frutti densi, trama tannica e giusta acidità. Il Roma Doc Rosso Edizione Limitata 2019 invece fa leva su affinamento in legno e maggiore sosta in bottiglia: i frutti sono più maturi e più dark, oltre a note fumé e lievemente terrose di sottobosco e terriccio. L’assaggio è carico di sapore, con tannino sostenuto ed importante calore alcolico, chiudendo con liquirizia, foglie di tabacco e prugna.

Seconda tappa da Villa Simone, dove incontriamo la più giovane tra Le Donne del Vino del Lazio

Nonostante un meteo inclemente, arriviamo da Villa Simone, sempre nel comune di Monte Porzio Catone, all’interno dei terreni dell’antico vulcano laziale. Ad accoglierci troviamo Sara, dalla personalità altrettanto vulcanica e coinvolgente. Assieme al padre Lorenzo ed alla madre Fulvia gestisce l’azienda di famiglia nata nel 1982, che oggi conta circa 21 ettari divisi tra i comuni di Monte Compatri, Roma, Frascati e Monte Porzio Catone.

La storia di Sara è legata a stretto giro con il vino, visto che già il nonno Armando negli anni 60 possedeva un’enoteca. L’acquisto di una casa a Monte Porzio Catone per passare le vacanze estive fece da precursore: acquistare i primi vigneti fu una naturale conseguenza.

Sara è la più giovane tra le socie produttrici de Le Donne del Vino del Lazio, ma ciò non le impedisce di dimostrare passione ed attaccamento al lavoro come poche. Sa come raccontare e promuovere la sua realtà e il territorio dispensando sana allegria, potendo contare su un background di studi in ambito turistico.

Prima di passare al racconto dei vini, non posso che accennare alla bella introduzione sul territorio e la geologia della zona da parte di Lorenzo, padre di Sara. Grazie alla sua spiegazione abbiamo avuto modo di conoscere la genesi del vulcano laziale, passato attraverso eruzioni, trasformazioni e conseguente conformazione del territorio dei Castelli Romani.

L’assaggio si è svolto all’interno della grotta, scavata nella collina: data la sua conformazione si adatta sia all’affinamento dei vini in barrique e ad ospitare eventi e degustazioni.

Villa dei Preti Frascati Superiore 2022 mi ha colpito con l’abbondante aromaticità di agrumi e frutti tropicali, con un palato succoso, eppur rotondo nel gusto, sapido e di buona acidità. Un vino che può soddisfare per differenti situazioni di bevuta, dall’abbinamento al cibo all’assaggio singolo.

Ho modo di conoscere anche un nuovo vitigno, il Nerobuono, tornato in auge dopo anni di oblio ed abbandono, oltreché imparentato al Montepulciano per similare livello tannico.

Il Torraccia Igp 2020 è un assemblaggio di 80% Cesanese e 20% Nerobuono che fa dei profumi dolci, densi e profondi di frutti neri il proprio tratto distintivo, caratterizzandosi per una bevuta giustamente tannica, un filo terrosa e sempre golosa nel frutto.

Cambiano le percentuali ( 60% Cesanese e 40% Nerobuono ) per il Ferro e Seta 2019 che sosta per circa 24 mesi in barrique. La maturazione dei frutti neri, unita a sentori di cioccolato, caffè, balsamico e china fanno il pari con profondità di gusto, giusta scorrevolezza al palato e buona sapidità finale.

Infine la vera chicca, spesso difficile da trovare anche in zona, il Cannellino di Frascati Docg 2017: avvolge ed ammalia al naso grazie ai profumi di frutti canditi, fico secco, dattero, foglie di menta e noce moscata. L’assaggio è giustamente grasso ed oleoso, ma senza perdere slancio in freschezza e scorrevolezza di beva, sempre coadiuvata da una brillante sapidità.

Eredi dei Papi: la bella storia di Chiara e Lorenzo

Per agevolare la conoscenza delle produttrici da parte di giornalisti e blogger, Le Donne del Vino del Lazio hanno scelto di ospitare un’altra azienda durante ogni visita in cantina: da Villa Simone è stato il turno di Eredi dei Papi.

A raccontarci da dove nasce il progetto ed il proprio percorso professionale è Chiara, giovane ma ben determinata ragazza, che ha abbandonato una scintillante carriera nel marketing di Google per dedicarsi all’azienda di famiglia.

A onor del vero è giusto parlare anche del fratello Lorenzo, anch’esso artefice di questa nuova avventura: dopo essersi accorto che il mondo della giurisprudenza non gli apparteneva, virò verso gli studi enologici, indispensabili per lavorare all’interno della propria cantina.

Eredi dei Papi sorge a Monte Compatri, su quelle terre che furono già del nonno di Chiara e Lorenzo e sulle quali, molto tempo prima, erano piantate varietà di uva da tavola. Sono circa 3,5 ettari produttivi sui 6 totali, coltivati oggi in regime biologico e principalmente dedicati a vitigni autoctoni.

Fuorionda Rosè Brut, un metodo classico da uve Montepulciano, è fruttato e speziato al naso, con leggeri ricordi di erbe aromatiche e pan brioche, porta una bolla abbastanza soffice e fine al palato, oltre a sostenuta sapidità e buona lunghezza di gusto.

Albagia Roma Doc 2021 profuma di frutti tropicali, erbe aromatiche, frutta secca e mentolo, mentre al palato gioca sul bilanciamento tra scorrevolezza del sorso, nitida sapidità e finale di lusinghiera persistenza.

Sempre Malvasia Puntinata in purezza per il Galatea Lazio Igt 2021 ma cambia l’affinamento, svolto per circa 9 mesi in botti di castagno da 350 litri. Ai frutti gialli maturi si affiancano sentori di burro fuso, noci tostate, tabacco biondo, arachidi, foglie di tè e caramello salato. Cremoso ed ampio in bocca, giustamente caldo e finache lungo in persistenza, dona complessità ed aggiunge ricordi fumè e tostati. Acidità sostenuta e bel bilanciamento globale.

Chiudo con Composto Lazio Igt 2021, da uve Syrah e Montepulciano, che fa dell’immediatezza dei profumi freschi di frutti rossi e fiori, chiodi di garofano, ginepro e macchia mediterranea un proprio timbro. È croccante al palato, mai troppo tannico, di buona freschezza e beva golosa grazie anche ad un’abbondante salivazione.

Terre d’Aquesia e Borgo del Baccano: fine del terzo giorno

Faccio un salto temporale nel racconto del press tour con Le Donne del Vino del Lazio per passare direttamente alla fine della terza giornata. Spetterà al collega Alberto Chiarenza raccontare le altre esperienze, in modo che i lettori di 20Italie ne abbiano totale conoscenza.

Ad ospitare le due cantine di cui parlerò è stata l’azienda Ciucci di Orte, nella quale abbiamo dapprima degustato i vini e poi pranzato. La prima delle altre due cantine è Terre d’Aquesia, azienda di circa 10 ettari vitati ad Acquapendente nell’Alta Tuscia viterbese, rappresentata da Tiziana e da Vincenzo, legati nella vita e nell’attività vinicola.

Tiziana è una preside di scuola, ma non manca, sotto la “coriacea corazza” del ruolo che esercita, di mostrare spirito allegro e passione per il vino. Terre d’Aquesia nasce nel 2019 grazie alla volontà di Vincenzo, dopo che lo stesso decide di abbandonare la propria carriera nel settore dell’ingegneria chimica per dedicarsi totalmente al vino. La scelta è ricaduta su vitigni locali misti ad internazionali, cercando di seguire la vocazione dei terreni del luogo.

L’Aquesia Bianco Lazio Igt 2021 è un assemblaggio di Chardonnay al 70% e 30% Grechetto che alterna profumi di albicocca, pompelmo, susina bianca e pera a note di frutta secca e floreale. Quanto è morbido e rotondo al naso, tanto è agrumato, salivante e sapido al palato, denotando anche una buona persistenza.

Santermete Lazio Igt 2018 è stato creato da 60% di Cabernet Sauvignon e 40% di Sangiovese, oltre a compiere un affinamento misto tra acciaio e legno di circa 20 mesi. I profumi aprono su note erbacee e vegetali, lieve ematico, frutti neri in confettura, eucalipto, liquirizia e oliva nera. Calore e piccantezza accolgono il palato, seguite da buona densità fruttata, tannino mai eccessivo e giusta salivazione che anticipano un finale noir da tabacco e cacao amaro.

Borgo del Baccano, ultima conoscenza del mio press tour

La storia della cantina Borgo del Baccano è davvero recente, nata nel 2020 ed ancora in continuo divenire. Il progetto di Matilda, amministratrice dell’azienda, è quello di creare un polo agrituristico che si occupi di produzione enologia ma anche di ospitalità e ristorazione. I 53 ettari totali si trovano a Campagnano di Roma, nella Valle del Baccano da cui l’azienda trae il nome.

La gioventù accomuna Matilda alla sua stessa “creatura enologica”, senza perdere di vista il focus sull’obiettivo che vuole raggiungere: dietro un iniziale velo di timidezza si scoprono idee chiare e volontà di creare un grande progetto. La produzione di tutte le colture sarà in regime biologico, dal momento che non si limiterà solo al vino ma si estenderà anche a piante di olivo ed alberi da frutto.

Il territorio in cui sorge l’azienda è intriso di storia e natura, grazie alle vicine via Francigena e Cassia, al parco di Veio e quello di Bracciano e Martignano. Con queste premesse territoriali e con la volontà che ci potrà mettere Matilda, sono certo che le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare.

Il primo vino è il Piana del Mosaico Lazio Igt 2021, assemblaggio da uve Vermentino, Malvasia e Grechetto. Apre al naso con decisi profumi fruttati da pesca e mandarino, spezie dolci, note floreali e sulfuree, mentre al palato continua con sentori agrumati, buona salivazione ed interessante sapidità.

Il Roma Doc Rosso 2021 è alla prima annata di produzione e porta in bottiglia 70% di uve Montepulciano e 30% di Cesanese per un affinamento di circa sei mesi in barrique. I profumi fruttati sono polposi e dolci, le note floreali spiccate, così come si sentono influssi di tabacco, erbe aromatiche e cioccolato. In bocca ha corpo, frutto ma anche un tannino un pò fuori dai ranghi della compostezza che limita la distensione dell’acidità.

Morris Lazzoni Autore di 20Italie

Un caloroso saluto a Le Donne del Vino del Lazio come l’accoglienza che mi hanno riservato

Sono tornato dalla zona dei Castelli Romani, Frascati ed Orte con la consapevolezza di aver conosciuto areali vinicoli finora mai solcati e di aver sentito, dalla voce di chi vi è cresciuto, storie, aneddoti e particolarità di queste terre dalla storia millenaria.

Le civiltà che hanno vissuto in questi luoghi hanno lasciato segni indelebili: non posso chiudere il racconto senza menzionare la visita al Parco Archeologico di Tuscolo. Le tracce del popolo dei Latini prima e dei Romani poi, sono lì a testimoniare la posizione strategica del luogo in ottica geografica, climatica ed anche paesaggistica: oggi da quella collina si può ammirare non solo Roma, ma, volgendo lo sguardo in direzione quasi opposta, anche Castel Gandolfo.

Francesca e Manuela ci hanno accolti per una visita dedicata al parco archeologico, spiegandoci la genesi territoriale dei vulcani, la nascita della città di Tusculum da parte dei Greci e del passaggio di dominazione tra il popolo dei Latini ed i Romani avvenuto tra il 496 a.c. ed il 494 a.c.

Per lo stesso motivo è di notevole menzione anche la visita alla Orte sotterranea, esperienza che ha chiuso la tre giorni con un tour attraverso gli antichi acquedotti di origine etrusca e romana sottostanti la città. Vedere con i propri occhi quanto ingegno e studio ci fosse per realizzare le antiche condutture dell’acqua in quell’epoca, lascia senza fiato. Scendendo dalla piazza principale di Orte, Piazza della Libertà, si incontra subito la Fontana Ipogea da cui partivano le antiche condutture. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di cunicoli, anticamente utilizzati come acquedotti, cisterne e pozzi.

Da ultimo rammento le due cene a Frascati: ‘Na Fojetta e ConTatto sono due anime belle del centro storico, ognuna con proprie sfumature e tipo di cucina. ‘Na Fojetta è una trattoria famigliare ma ammicca alla ricercatezza, con verdure ed erbe di produzione propria, puntando su sapore ed estetica dei piatti: il loro tagliolino alla vignarola me lo ricorderò per diverso tempo.

ConTatto si lega al territorio per la spettacolare location e le grotte sotterranee, facendo leva sullo spirito di ricerca e la voglia di stupire dello chef Luca, cercando di creare un nuovo concetto per Frascati: c’è una ricerca quasi maniacale del più piccolo particolare, in ogni aspetto della cucina e del servizio, senza dimenticare sapore, effetto sorpresa e totale valorizzazione della materia prima. Se ne sentirà parlare!

Grazie care Donne del Vino del Lazio, con Voi mi sono divertito, ben accolto e piacevolmente acculturato su territori, vini e storie che porterò con me per sempre.

Vini d’Abbazia: una lunga storia dal Medioevo ad oggi

di Silvia De Vita

Per chi ama andare alla scoperta di tradizioni, culture e popoli, il vino consente di intraprendere facilmente viaggi attraverso il tempo, i costumi e i patrimoni intellettuali radicati nella nostra Penisola, (e non solo). L’Italia e l’Europa hanno una lunga storia legata ad abbazie e monasteri e al contributo che essi hanno dato alla salvaguardia della viticoltura tradizionale.

Sin dal Medioevo, le abbazie hanno avuto un ruolo cardinale non soltanto nella produzione di vino per messe e autoconsumo, ma anche nella preservazione dei “cépages” (le varietà d’uva) che altrimenti sarebbero andati persi come ha spiegato Rocco Tolfa, giornalista del Tg2, uno degli ideatori della manifestazione

E’ una storia questa che merita sempre di essere raccontata… ed è successo con la seconda edizione di “Vini d’Abbazia” nella splendida cornice dell’Abbazia di Fossanova – il più antico esempio d’arte gotico-cistercense in Italia, risalente al XII secolo.
Protagoniste dell’evento sono state proprio le abbazie, assieme a monasteri e conventi dislocati su tutto il territorio italiano e francese. Banchi di assaggio di oltre 30 cantine produttrici hanno accompagnato i visitatori, appassionati di vino e operatori del settore, in un viaggio senza confini. Tante etichette provenienti da selezioni curate da religiosi e enologi esperti.

“La scelta delle aziende, come ribadisce Marco De Cave della cooperativa Taste Roots, si è basata sul prestigio e sulla ricerca estenuante. Molte di queste sono tuttora attive, gestite da monaci e suore di diversi Ordini. Altre, lavorano in simbiosi con le abbazie stesse, avendone acquisito le competenze o la gestione diretta. Altre hanno proprio rilevato tali cantine, riprendendo le tradizioni e i progetti locali”.

Ben rappresentato il Lazio, con i vini artigianali del Monastero delle suore Trappiste di Vitorchiano, dell’Abbazia di Valvisciolo di Sermoneta e dell’Abbazia di Casamari a Veroli che domina il torrente Amaseno, e dai vini prodotti nel territorio pontino con le Cantine che aderiscono alla Strada del Vino di Latina: Sant’Andrea, Marco Carpineti, Casale del Giglio, Cincinnato, Pietra Pinta, La Valle dell’Usignolo, Villa Gianna, Donato Giangirolami.

In Campania, la Cantina Feudi di San Gregorio ha voluto dedicare uno dei loro vini più importanti all’Abbazia del Goleto che, fondata nel 1133 a Sant’Angelo dei Lombardi, ha salvato i vitigni autoctoni campani Greco di Tufo, Fiano e Aglianico dalla scomparsa; presente anche Abbazia di Crapolla di Vico Equense.

In Alto Adige, Abbazia di Novacella, quella di Muri-Gries e della Cantina Valle Isarco che cura i vigneti del Monastero di Sabiona; Abbazia di Praglia – Monastero Benedettino della provincia di Padova – e l’Abbazia di Busco del Veneto; l’Abbazia di Rosazzo del Friuli Venezia Giulia, i cui vigneti millenari sono affidati alla Cantina Livio Felluga.

La Toscana è stata rappresentata dalla Badia di Passignano (Abbazia di Vallombrosa), le cui storiche cantine sono in uso da parte della Famiglia Antinori, dall’Abbazia di S. Maria di Monte Oliveto nel Senese, La Pieve di Pievasciata, una delle più antiche del territorio chiantigiano, dal Monastero dei Frati Bianchi di Fivizzano (Massa Carrara), ; mentre l’Umbria e il suo legame tra vino e religione verrà raccontato dall’Azienda Agricola Arnaldo Caprai e dal Monastero di Bose, con le uve coltivate nelle terre del Monastero di San Masseo ai piedi del centro storico di Assisi.

”Le novità di quest’anno sono state diverse, continua Marco De Cave: La presenza delle cantine di abbazie francesi con le quali è nato un gemellaggio proficuo; la collaborazione con Slow Food, con la presenza dei suoi presidi e del suo presidente Carlo Petrini; e la vicinanza al territorio grazie alle diverse iniziative ed experiences connesse in zona”…

Ad arricchire l’evento, inoltre, le diverse Masterclass che si sono susseguite nei 3 giorni.  Di particolare rilievo è stata quella de “I vini autoctoni della provincia di Latina”, alla scoperta di Nero Buono, Bellone, Malvasia Puntinata e Moscato di Terracina condotta magistralmente da Umberto Trombelli, delegato di AIS Lazio- Sez. di Latina.  Marco Caprai, della Cantina Arnaldo Caprai, e Antonio Capaldo, di Feudi di San Gregorio,  esempi di eccellenza italiana nel mondo, per la prima volta insieme, moderati da Isabella Perugini (della Rai), hanno raccontato i loro vini e il legame con le abbazie.

Un’occasione unica per scoprire i “Vini d’Abbazia francesi” è stato l’incontro con l’Associazione Les Vins D’Abbayes.  Inoltre, gli approfondimenti su “La strada del Cesanese”, il vino dei Papi, e su “la cantina Valle Isarco” hanno permesso di conoscere meglio questi territori e le cantine che li rappresentano. Il Consorzio Atina Cabernet DOP ha raccontato l’esperienza della rinascita di un territorio nel cuore della Ciociaria, dove il Cabernet Sauvignon ha trovato il suo habitat già dall’800. Un’opportunità rara è stata la degustazione dei vini naturali del Monastero Trappiste di Vitorchiano, descritti da Giampiero Bea.

Vini d’Abbazia è stata organizzata dall’Associazione Passione di Vino, Taste Roots Soc. Coop., con il Comune di Priverno e la Regione Lazio, ARSIAL, in collaborazione con la Strada del Vino di Latina, Slow Food Lazio, e Slow Wine e Associazione Italiana Sommelier.

Alla prossima edizione!

Gaja: una semplice storia di famiglia

di Ombretta Ferretto

“Sono nato a Barbaresco, un piccolo paese di seicento anime, che ha dato il nome al vino”.

Ha esordito così Angelo Gaja all’Hotel Renaissance Mediterraneo, nella lectio magistralis che ha emozionato la platea di appassionati e professionisti del vino. Una narrazione durata quasi tre ore passando attraverso ricordi di famiglia, grandi successi e nuovi progetti.

Passato, presente, futuro sono stati i fili conduttori che hanno intessuto la trama di un racconto di famiglia, iniziato a metà del diciannovesimo secolo in un minuscolo comune della Provincia Granda e giunto oggi a lambire l’Etna, passando attraverso Montalcino e Bolgheri tra le varie tenute in proprietà. Protagonista indiscusso il vino, straordinario portatore di cultura e vero ambasciatore del Made in Italy nel mondo.

Non ha bisogno di presentazioni Angelo Gaja, della quarta generazione di una cantina sita all’indirizzo storico di via Torino, nel comune di Barbaresco. Classe 1940, nipote di Clotilde Rey, maestra di origine francese, e di Angelo, “produttore di vini di lusso e da pasto”, è lui che ha diffuso il nome del Barbaresco nel mondo, proseguendo nell’intento che era già stato del padre Giovanni di “fare un Barbaresco migliore del Barolo” .

La riconoscenza va a nonna Clotilde e al padre Giovanni, i primi maestri a indirizzarlo su quella strada che Angelo ancora percorre, avendo ben chiaro dove ricercare le origini del proprio successo. Si definisce un artigiano, facendo propria una frase della nonna: fare, saper faresaper far farefar sapere. Un elogio al lavoro manuale, che, nel perseguimento di un progetto, deve andare di pari passo all’ingegno, alla capacità di trasmettere l’arte alle generazioni successive e al talento di diffonderlo sul mercato.

L’83% dei viticoltori italiani sono artigiani per cui il motto “piccolo è bello” suona all’orecchio più intonato quando diventa “piccolo è difficile”, ed è proprio in questa prospettiva che Angelo vede ancora il suo lavoro e quello della cantina di famiglia. Alla base del suo progetto i pochi e semplici insegnamenti del padre: pensare fuori dai luoghi comuni, non adagiarsi mai sulle certezze, rispettare sempre il lavoro degli altri. Un progetto che pone al proprio centro il vino come portatore di valori, paesaggi, umanità perché chi sa bere, sa vivere. In questa visione vanno collocate la volontà e la capacità di interpretare altri terroir fuori dalle Langhe.

Al 1994 risale l’acquisizione di Pieve Santa Restituta in Montalcino e due anni dopo di Ca’ Marcanda a Bolgheri: due realtà vinicole estremamente diverse che hanno imposto una riflessione importante sul futuro. Areali vocati a produzione monovitigno (come Barolo, Barbaresco, Montalcino) devono prepararsi ad affrontare le difficoltà crescenti derivate dai cambiamenti climatici: un serio ragionamento sulla vinificazione in blend come pure l’innalzamento dell’altitudine delle vigne sono solo due delle possibili soluzioni che si prospettano all’orizzonte.

L’affezione alla terra impone inoltre scelte di sostenibilità, perché è necessario “imparare a leggere il presente con gli occhi del domani”. La pratica agronomica nelle vigne Gaja già da tempo prevede  l’inerbimento e le fioriture spontanee; il nomadismo apistico favorito tra i filari è indice della buona salute del vigneto. In questa prospettiva di sostenibilità è nata Ca’ Marcanda, a Bolgheri, una cantina  completamente eco compatibile e integrata nel paesaggio rurale, ideata dall’Architetto Giovanni Bo, che ha progettato tutte le cantine di casa Gaja, perseguendo un ideale stilistico incentrato sul sottrarre anziché caricare.

Ombretta Ferretto autore di 20Italie

Angelo ha saputo mantenere il filo conduttore del suo racconto teso tra radici, famiglia e vino come espressione del territorio. Ha concluso parlando a lungo dei figli, Gaia, Rossana, Giovanni, e dell’importanza che riveste all’interno di una realtà artigiana il passaggio generazionale, da curare per tempo e con attenzione, affinché ognuno rivesta il ruolo più adeguato al proprio talento e alla propria volontà di rimanere legati all’attività di famiglia, trovando il giusto equilibrio all’interno di un percorso che, tracciato da tempo, mira a proseguire ancora a lungo.

La successiva degustazione si è concentrata su annate recenti di etichette provenienti da tutti i terroir su cui opera Gaja ed è stata condotta da Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, Franco De Luca, Responsabile della didattica AIS Campania e Gabriele Pollio, Delegato AIS Napoli. E come a voler parafrasare Angelo, che non mette mai il naso nel vino perché il vino preferisce raccontarlo attraverso i luoghi e le persone, ciascuno di questi calici ci ha permesso di immergerci nei rispettivi terroir.

Siamo andati immediatamente sull’Etna, l’areale più lontano dalle origini storiche di Gaja, e al recente progetto di collaborazione con la cantina Graci, in una Sicilia a lungo ammiccata, su insistenza di Giacomo Tachis, e infine raggiunta. È un caleidoscopio di profumi e sapori Idda (Bianco Sicilia dop 2022 Carricante in purezza), “Lei” in dialetto, riferendosi alla natura femminile dell’Etna, capricciosa e al contempo materna. Una passeggiata tra cespugli di ginestra aggrappati a colate laviche solidificate, salino e rinfrescante come il respiro del mare, il sorso appaga senza mai stancare.

Un salto ci riporta indietro in Piemonte, nella Langa di Fenoglio, tra viti raccolte su alberi di frutta, gli alteni, quando la vigna era solo una minima parte delle colture, e i fiori di brassica, che crescono spontanei tra le vigne. Alteni di Brassica (Langhe DOP 2020 – Sauvignon blanc in purezza) è dissetante per la sottile vena di frutto non completamente maturo, ingentilita dalla nettezza dei profumi di sambuco e gelsomino.

Un aneddoto narra che Giovanni Gaja, papà di Angelo, fosse rimasto talmente deluso dalla sostituzione di una vigna di Nebbiolo con una di Cabernet Sauvignon, che passandogli affianco, avesse scosso la testa e borbottato “Darmagi!” (Peccato, in piemontese). Il colore del vino è rosso, sosteneva, per cui, quando fu invece  impiantato Chardonnay, non se ne curò.

Gaia & Rey (Langhe DOP 2021 – Chardonnay in purezza) nasce nel 1983 come omaggio alla nonna di Angelo, Clotilde Rey, ma quando il grafico vide il nome per esteso sull’etichetta, esclamò: “A’m pias nen Clotilde” (Non mi piace Clotilde) e dunque Gaia, allora bambina, affiancò il nome della bisnonna per il primo Chardonnay italiano maturato in barrique. Femminile, elegante, discreto negli sbuffi minerali che riportano alla memoria certi Mersault e si intrecciano alla freschezza calda e avvolgente di agrume candito, che termina in una lunga nota piacevolmente amaricante. Dopo questo sorso, ci sembra quasi di averla conosciuta Clotilde.

Il vino deve essere in grado di restituire il luogo d’origine e dunque la ricerca dei suoi caratteri distintivi deve essere costante. Le vigne di Pieve Santa Restituta crescono a 600 metri d’altezza, per far fronte al cambiamento climatico e all’innalzamento delle temperature. Elegante e snella la 2018 di Rennina (Brunello di Montalcino DOP), tratteggiata dalla balsamicità delicata di origano fresco e timo, è già piacevolmente godibile per la trama vivace ma non invadente del tannino.

Per lo stesso principio di espressività territoriale, le vigne di Ca’Marcanda guardano il mare, godendo del riverbero del sole, mentre i boschi alle loro spalle garantiscono quell’escursione termica necessaria allo sviluppo del profilo olfattivo tipico di questo tratto di costa toscano. Ed è un’esplosione di macchia mediterranea Camarcanda (Bolgheri DOP 2020 – Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc), dove la potenza, governata a regola d’arte, si fa talmente snella e sottile da restituire un tannino setoso su lunghissime scie balsamiche di liquirizia.

Gli ultimi due campioni in degustazione non potevano che riportarci nel Piemonte delle radici e della memoria.

Al naso compatto, scuro, quasi impenetrabile, Sperss (Barolo DOP 2018) evoca già nel nome i caratteri che emergono nei profumi (Sperss significa nostalgia in piemontese). Maschile nelle note di ciliegia sotto spirito, cannella e coriandolo, è sobrio e compatto e mostra il carattere di un vino piemontese di razza, dalla freschezza preponderante e dal tannino che asciuga senza mai aggredire. Ancora una volta l’etichetta celebra una storia di famiglia, perché la vigna di Serralunga da cui sono prodotte le uve di questo Barolo è la stessa in cui Giovanni vendemmiava da ragazzo, ben prima che i Gaja possedessero parcelle di terra nell’areale del Barolo. Solo nel 1988 Angelo riuscirà ad acquisire la vigna, la prima nella denominazione Barolo, la stessa legata ai ricordi della gioventù spensierata di suo padre.

Il Barbaresco 1979 ha concluso l’emozionante serata, tre ore in cui tempo e spazio sono rimasti sospesi nel racconto affascinante dal sapore piemontese di Angelo Gaja. Il tempo sembrava essersi fermato anche per quest’ultimo calice, che solo nell’aspetto tradiva il carico d’anni sulle spalle e neanche in modo così palese. Elegante, perfettamente coeso, in straordinario equilibrio tra la freschezza ancora appagante e le note evolute di sottobosco, ruggine, incenso, ci è sembrata l’immagine trasposta in vino di un uomo straordinario, che ha scritto un pezzo della storia enoica italiana.

Angelo si è soffermato a lungo sul ruolo della ristorazione  nella diffusione della cultura del vino, attraverso la convivialità, l’accoglienza e la corretta comunicazione, e sulle donne, che negli ultimi venticinque anni hanno saputo imporsi come assaggiatrici più attente e sensibili degli uomini.

Tutti devono fare qualcosa nella vita per vivere e sostenersi, ma solo l’artigiano ha un suo progetto nel quale profonde impegno costante; quando il progetto viene realizzato, allora l’artigiano deve diventare un maestro di bottega che trasferisce il saper fare; infine bisogna essere capaci di andare sul mercato e far conoscere il proprio progetto.

L’etichetta minimal nera e bianca ha reso celebre nel mondo il marchio Gaja : il nero idealizza il passato su cui non si può più scrivere e su cui è impresso solo il nome Gaja; il bianco, invece, è al contempo presente e futuro, ancora scrivibili, ma rappresentati attraverso nell’essenzialità delle informazioni d’etichetta.

Toscana: Valdarno di Sopra Day un futuro che è qui

di Olga Sofia Schiaffino

Si è svolto martedì 16 maggio presso l’Anfiteatro del Borro, presso l’omonima cantina a Loro Ciuffenna (AR), l’evento del Consorzio di Tutela Valdarno di Sopra Doc.

Importante e sentita la partecipazione delle Autorità locali e regionali, dei giornalisti italiani e internazionali e dei produttori di questo territorio caratterizzato dalla grande vocazione vitivinicola, nota fin dai tempi di Cosimo III de’ Medici che la citò nel famoso Bando Granducale del 1716.

Il presidente Luca Sanjust di Teulada e il direttore Ettore Ciancico hanno aperto la manifestazione nata per presentare i progetti condivisi dalle realtà vitivinicole aderenti e per stimolare un dialogo e una condivisione. I temi, definiti come essenziali per l’affermazione di una propria identità e per il lavoro del Consorzio, sono stati l’importanza della valorizzazione del territorio di Valdarno di Sopra, con l’attenzione al cambiamento climatico e alla promozione di una reale sostenibilità. E poi il concetto di Vigna, da specificare in etichetta per raccontare al consumatore la particolarità di alcune microzone e l’eccellenza dei vini; non ultimo il grande lavoro svolto nell’ottenere per la certificazione bio da porre come obbligatoria nel Disciplinare di produzione.

A questo proposito, è stato illuminante l’intervento di Nicoletta Dicova che ha presentato la modifica legislativa fatta  in Spagna, per cui la D.O. Cava, per le vigne di qualità superiore, obbliga il vignaiolo alla conduzione biologica. A favore si sono espressi anche il dott.Paolo De Castro, l’on. Cafiero De Raho, il Vice Presidente della Regione Toscana e l’Assessore all’agricoltura Stefania Saccardi.

La platea ha applaudito alla nascita dell’associazione Produttori Vigne Bio Valdarno volta a tutela di un impegno reale, coerente e onesto nei confronti dei consumatori, sempre più sensibili al tema del biologico.

Mattinata densa di interventi da personalità del mondo del vino quali gli enologi Riccardo Cotarella, Carlo Ferrini, Stefano Chioccioli, Maurizio Alongi ed il Presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini che hanno sottolineato l’unicità di un territorio espresso nei suoi vini. Le peculiarità espressive del Sangiovese accanto agli autoctoni Canaiolo, Pugnitello, Malvasia, Orpicchio, trebbiano e agli internazionali Merlot, Cabernet, Syrah e Pinot Nero.

Il metereologo Paolo Sottocorona ha espresso, in modo risoluto e esaustivo, come il riscaldamento globale della Terra possa creare condizioni difficili per le coltivazioni in alcune aree rispetto ad altre e che la variabile del microclima diventerà un fattore importante, che non consentirà una generalizzazione e una previsione standardizzata. Il vero problema risiede nel fatto che il cambiamento è avvenuto in modo esageratamente accelerato negli ultimi vent’anni, rispetto ai milioni di anni  che furono necessari nel passato e che avevano occupato intere Ere Geologiche.

Monica Larner, penna virtuosa di “ The Robert Parker Wine Advocate” ha applaudito allo stile “ contemporaneo” dei vini prodotti in questa denominazione, sicuramente tra le più giovani ma dotate di grande appeal. In chiusura di mattinata, la splendida degustazione guidata da Jeff Porter di “Otto Produttori, Nove Vini e due belle annate Valdarno di Sopra 2016 e 2019″.

Vigna Ruschieto 2019 La Salceta – Sangiovese 100% rosso granato, naso che conquista con i sentori di mora, iris, pepe bianco. Sorso fresco, tannino presente, un vino vibrante ed equilibrato, dove la scelta della vinificazione in acciaio è assolutamente interprete della bellezza dello stile contemporaneo.

Sangiovese Riserva 2019 Migliarina e Montozzi intreccio fitto di note vanigliate e di gelatina di frutta rossa, con tannino presente e graffiante.

Vigna dell’Impero 2016 Tenuta Sette Ponti – Sangiovese 100% si apprezzano note balsamiche, di mirto, mora di rovo, iris e humus e una fine speziatura che include il pepe e la stecca di vaniglia. In bocca si bilanciano struttura, componente alcolica e un tannino ben regolato.

Pugnitello 2019 Fattoria Fazzuoli – vitigno autoctono recuperato, colpisce per l’intensità cromatica e per il profilo olfattivo orientato sulla frutta rossa succosa; matura in barrique di rovere francese e americano.

Caberlot 2019 Il Carnasciale – dall’omonima varietà ottenuta da un incrocio tra Cabernet Franc e Merlot, affascina per un bouquet complesso che spazia dai profumi di lampone, alla prugna, al tabacco, al coriandolo,al corbezzolo, regalando effluvi che ricordano la macchia mediterranea. Elegante la struttura ed il finale lungo e persistente.

Rodos- Cabernet Sauvignon 2016 Campo del Monte – precise le note varietali che esprimono la foglia di pomodoro, il rabarbaro, il mirtillo seguite dalla dolcezza della speziatura legata al passaggio in legno. Trama antocianica integrata in un sorso sapido.

Galatrona 2016 Petrolo – un Merlot su terreni ricchi di alberese e galestro, è caratterizzato da raffinatezza e personalità: danza su terziari con rimandi al tartufo e al cioccolato, poi emerge il frutto che ricorda la mora e la prugna. In bocca dimostra una grande profondità e armonia, pura seta. Un vino in splendida forma.

Alessandro dal Borro 2016 Il Borro – il Syrah dalle note speziate avvolgenti quali cannella, pepe verde e nero, caramella mou, frutta rossa matura. Fermenta in rovere e invecchia in barrique per 18 mesi.

Boggina B 2019 Petrolo – Trebbiano Toscano coltivato sin dagli anni ’70. Cedro, nota fumée, miele, rosa canina e cera d’api. Bella espressione di un territorio che riesce ad eccellere anche nella produzione di vini bianchi.

Un evento perfettamente organizzato, che ha impressionato per la qualità dei vini proposti dalle aziende presenti alla degustazione e per i contenuti proposti con quella passione e determinazione che è bello trovare nel mondo del vino e dei suoi principali attori.

Toscana: Morellino del Cuore 2023

di Adriano Guerri

Lo scorso 24 maggio ho partecipato alla prima di tre serate denominate Morellino del Cuore dedicate al Morellino di Scansano. L’evento si è svolto  a Firenze al Boulevard Parc Bistrò, luogo di promozione e divulgazione del vino di qualità, spazio eventi e bistrot. In degustazione 10 vini selezionati da una commissione di giornalisti, esperti e collaboratori di importanti guide e riviste enogastronomiche. 

Il seminario è stato organizzato e guidato dai giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano. Hanno partecipato tutti i produttori dei 10 vini selezionati  per l’occasione e il direttore del Consorzio il dott. Alessio Durazzi, che ci ha illustrato brevemente il territorio e le aziende.

Prima di passare all’analisi sensoriale dei vini in degustazione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole  comprensorio .

Il Morellino di Scansano è una gemma enologica localizzata tra l’antico vulcano Monte Amiata e la stupenda costa Tirrenica in provincia di Grosseto. In tempi remoti, qui gli Etruschi avevano già iniziato a coltivare la vite e a produrre vino. Si ipotizza  che il nome derivi da un’antica leggenda secondo la quale, dal vicino capoluogo, alcune famiglie transitavano in carrozza sulle colline intorno al borgo di Scansano per acquistare il già notorio vino rosso della zona. Erano trainate da cavalli neri detti “morelli”, motivo, sembrerebbe, dell ’origine del nome “Morellino”. Un microclima ideale per la coltivazione della vite: suoli sciolti e ricchi di minerali, calcare e argilla (tra galestro e alberese), e l’influsso marino della costa a dar origine a vini di indubbia qualità.

Per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%. Possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. La maggioranza dei produttori predilige, però, lavorare il Sangiovese in purezza. Nelle migliori annate viene prodotta anche la tipologia Riserva. 

Il territorio comprende 7 Comuni: oltre a Scansano, che dà il nome alla denominazione, parte dei territori di Campagnatico, Grosseto, Magliano in Toscana, Manciano, Roccalbegna e Semproniano. Il riconoscimento a Doc è giunto nel 1978; sarà il 2007 l’anno dell’incoronazione a Docg.  Ha vissuto un periodo di grande successo alla fine dello scorso millennio e dopo un periodo di pausa è tornato con merito nella cerchia dei grandi vini rossi italiani.

Un panorama agricolo caratterizzato da dolci colline, che ha invogliato molti imprenditori già affermati in altre zone della Toscana e in Italia ad investire in questo lembo di terra, valorizzando e tutelando l’intero comparto. A tavola è il compagno ideale di molte preparazioni culinarie della tradizione; l’abbinamento giusto predilige comunque carni rosse, soprattutto alla griglia, tortelli maremmani al ragù di carne e cinghiale in umido. 

Un vino duttile, capace di farsi apprezzare sia da giovane sia con qualche annetto in più. L’attuale Presidente del Consorzio del Morellino di Scansano è Bernardo Guicciardini Calamai.

I vini in degustazione

Santa Lucia Morellino di Scansano Docg 2022 A’ Luciano Sangiovese 90% e Alicante 10%. Emana note di fiori di campo, frutti di bosco e succo d’arancia, fresco con tannini ben levigati, invoglia ad un sorso successivo.

Tenuta Agostinetto Morellino di Scansano Docg 2022 La Madonnina Sangiovese 85% Cabernet per la restante parte. Rivela sentori  di rosa, mora, mirtillo e ciliegia; sorso fresco, sapido e rotondo.

Mantellassi Morellino di Scansano Docg 2022 Il Mago di O3 Sangiovese 100%. Danza tra note di viola, lampone, ribes e mirtillo; succoso e lungo.

Le Rogaie Morellino di Scansano Docg 2021 Forteto Sangiovese 100%. Dipana note di erbe aromatiche, violetta,  anguria e frutta rossa matura, dal sorso fresco, dinamico e persistente.

Per i campioni “Intermedio”, che si pongono come una sorta di Selezione tra le tipologie Annata e Riserva:

Boschetto di Montiano Morellino di Scansano Docg 2021 Io&Te – Sangiovese 85% e Merlot 15%. Svela sentori di arancia sanguinella, mora, amarena e nuances balsamiche. Palato ricco, avvolgente e durevole.

Cantina Vignaioli di Scansano Morellino di Scansano Docg 2021 Vigna Benefizio Sangiovese 100%. Declina nuance di prugna, ciliegia matura e pepe nero, dal gusto fresco e piacevolmente tannico.

Podere 414 Morellino di Scansano Docg 2020 – Sangiovese 85%, Ciliegiolo, Colorino, Alicante, Syrah 15%. Rimanda sentori di corbezzolo, frutti di bosco,  liquirizia, pepe e nuances balsamiche,  ricco, setoso, morbido e dinamico.

Per la Riserva

Roccapesta Morellino di Scansano Docg Roccapesta Riserva 2020 – Sangiovese con un saldo di Ciliegiolo. Si percepiscono sentori floreali succeduti da susine, more, lamponi e melagrana. Dal sorso armonioso e vellutato.

Morisfarms Morellino di Scansano Docg Riserva 2019 – Sangiovese 90% Cabernet Sauvignon e Merlot 10%. Complesso e intenso, in prima battuta da note floreali, frutta rossa, carruba, rabarbaro, eucalipto e menta, sapido,  avvolgente e persistente.

Terenzi Morellino di Scansano Docg Riserva 2019 Madrechiesa Sangiovese 100%. Alla prima olfazione parte su petali di rosa e ciliegia croccante, poi vira tra scorza d’agrumi e tabacco, molto appaganti.

Dopo la degustazione dei vini è seguita una squisita cena a base di pesce in abbinamento ai campioni degustati. Roberta Perna ci ha ricordato le altre due serate dedicate a Morellino del Cuore, che saranno il 22 giugno presso Lo Scoglietto a Rosignano Solvay (Li) e il 12 luglio da Canapone a Grosseto.

“I Garagisti di Sorgono”: il Mandrolisai con firma d’autore

di Adriano Guerri

Nella medievale Rocca Rangoni di Spilamberto (Mo), durante la 7°edizione dell’evento Vignaioli Contrari, ho conosciuto un piccolo angolo di Sardegna con la cantina I Garagisti di Sorgono.

Sono rimasto colpito dai loro vini e ve li propongo con alcuni cenni sull’azienda. 

I Garagisti di Sorgono è una splendida realtà enologica sarda, nata nel 2015 dall’unione di tre giovani viticoltori: Pietro Uras, Renzo Manca e Simone Murru. Il loro obiettivo è produrre vini artigianali, espressivi e di elevata qualità con vitigni autoctoni dell’isola.

Pietro Uras – I Garagisti di Sorgono

Coltivano circa 10 ettari vitati al centro geografico della Sardegna, più precisamente a Sorgono (NU), area di confine fra Barbagia e Campidano all’interno della Doc Mandrolisai. Alcuni vigneti ad alberello libero, considerati tra i più belli del mondo, superano addirittura gli ottanta anni di età; altri invece arrivano ai sessanta, messi a dimora dai genitori e persino dai nonni dei proprietari.

Le altimetrie si attestano sui 550 metri s.l.m. con suoli poveri e sabbiosi derivanti da disgregazione granitica. Il clima è di tipo mediterraneo, caratterizzato da notevoli escursioni termiche e le uve beneficiano della maggior concentrazione di aromi. Le varietà coltivate sono, Cannonau, Monica e Muristellu (o Bovale Sardo). La scelta del nome aziendale deriva da “Vin de Garage”, termine usato a Bordeaux per aziende di piccole dimensioni, limitate produzioni e vini di indubbia qualità.

Note di degustazione 

Rosato Mandrolisai Doc 2022 – dalle eleganti note di rosa, lampone e creme de cassis. Fresco, sapido, leggiadro e ben ordinato.

Parisi – Bovale Igt 2021 – rosso rubino intenso, naso da viola mammola, ribes nero, pepe in grani e liquirizia. Gusto piacevolmente tannico, vellutato ed equilibrato. 

Manca – Cannonau Doc 2020 –  riflessi rubino vivaci, intensi aromi di more, prugna, ribes e mirtillo che anticipano note di pepe nero ed erbe aromatiche. Avvolgente, coerente e persistente.   

Murru – Monica Doc 2020 – rubino intenso, naso da ciliegia, lampone e rabarbaro, cui seguono note di spezie dolci e mandorla. Molto lungo e armonioso. 

Uras – Mandrolisai Doc 2020 – svela subito nuance di petali di rosa rossa, frutti di bosco, macchia mediterranea e sottobosco. Finale sapido, rotondo e armonioso.

Filippo Bizzarri e il suo “Pirata Suino”

di Alberto Chiarenza

La nostra visita da Filippo Bizzarri, esperienza nel mondo delle cave estrattive e uno dei titolari dell’azienda Pirata Suino, inizia proprio dal casale con La Bottega dei Sapori, un’ex stalla riattata ove il nonno già allevava bovini da latte ed oggi locale di vendita al pubblico di carne e prodotti tipici.

Da sinistra Catia Minghi, Filippo Bizzarri, Antonino De Gennaro, Carlo Zucchetti

Il padre di Filippo trasformò la stalla in cantina, con tanto di tini d’acciaio e botti in castagno da 20 ettolitri per fare vino. Purtroppo non ebbe il successo sperato e Filippo decise, invece, di invertire la rotta e ritornare sulle impronte lasciate dal nonno.

Un vero e proprio punto vendita dei lavorati a marchio Pirata Suino, attività nata da una sorta di scommessa a tutela del territorio. Ci troviamo, infatti, fuori dalla capitale Roma sul tratto di strada che da Via della Pisana (zona Pontegaleria-Pisana), conduce verso Fiumicino-Maccarese.

La grande richiesta di sabbia e ghiaia necessaria alla produzione di calcestruzzo nel dopoguerra, ha lasciato in questa “area di preda” numerose voragini, rovinando l’ambiente circostante anche per le generazioni avvenire. Da qui il progetto, condiviso con altri soci, per sanare le ferite del passato.

Nel 2013 Bizzarri inizia quasi per caso ad avvicinarsi al mondo dei bovini, dopo aver conosciuto alcuni allevatori tra cui Alessandro Fantini, veterinario e direttore responsabile di Ruminantia. Apprese come una spugna le tecniche per un allevamento a regola d’arte, arrivando nel 2019 all’acquisto dei primi bovini.

Lo scopo è stato quello di creare una sinergia tra tre elementi naturali: il terreno di recupero da altre attività, il materiale di sfalcio e potature e il letame proveniente degli animali. Elementi messi insieme e riposizionati per ridare equilibrio e consentire, in un circolo virtuoso, di coltivare foraggio destinato agli allevamenti suini e bovini, portando così nuova vita a terreni destinati all’abbandono. Un progetto importante per la salvaguardia territoriale che si è tramutato in mano d’opera e tanti posti di lavoro, nel pieno rispetto della sfida alla sostenibilità.

La visita della azienda, organizzata dal giornalista enogastronomico Carlo Zucchetti e dall’esperta Catia Minghi, ha consentito di toccare con mano questo impegno e di osservare gli animali al pascolo. Si possono notare pure i maiali di razza Cinta Senese allo stato brado e gli ovini e, prossimamente, altre attività nell’ambito della ristorazione e produzione di prelibatezze culinarie.

Al termine la consueta degustazione con i prodotti proprio di Pirata Suino, preparati dall’estro dello Chef premiatissimo Marco Ceccobelli, del Agriristorante Il Casaletto a Grotte di Santo Stefano (VT), in abbinamento con i vini di Castello di Torre in Pietra illustrati dall’enologo interno della cantina Antonino De Gennaro.

Roma: la tappa del Lugana DOC nel suo Tour in giro per l’Italia

di Augusta Boes

Per comunicare efficacemente è importante considerare il pubblico di riferimento e gli obiettivi che si intendono raggiungere. Questo concetto è ben noto al Consorzio di Tutela del Lugana DOC, che sa bene come la comunicazione digitale possa essere solo un surrogato della realtà. In un’epoca in cui il mondo è sempre più digitalizzato e le relazioni sono spesso virtuali, il Presidente del Consorzio Fabio Zenato e un gruppo di Produttori di riferimento del territorio si sono messi in viaggio per presentare le loro eccellenze nelle principali città italiane, attraverso un format che prevede eventi dal vivo e con il calice in mano. Non c’è nulla di più efficace che raccontarsi faccia a faccia, con la possibilità di scambiarsi strette di mano, abbracci e sguardi sinceri. Niente è più coinvolgente di un momento di approfondimento esperienziale, che permette di avvicinare il pubblico in modo mirato, generando efficacia nei canali di promozione.

Le aziende stanno gradualmente comprendendo che la divulgazione individuale non è sufficiente e che è importante collaborare con i colleghi per sviluppare nuove idee promozionali volte a comunicare un intero territorio. La Denominazione, dunque, si pone come una vera e propria proprietà collettiva che richiede uno sforzo congiunto per essere valorizzata al meglio. Non si tratta di aggiungere ulteriori iniziative a un mercato già saturo di proposte ed eventi, ma piuttosto di selezionare le soluzioni più efficaci, che possano generare concrete opportunità di dialogo e nuove relazioni con i consumatori.

Con 2.560 ettari vitati, 210 Aziende e 28 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, il Lugana DOC ha come principale sbocco il mercato internazionale che assorbe circa il 70% della produzione, ma è ancora poco diffuso in Italia al di fuori del proprio territorio di produzione che si affaccia sulla sponda meridionale del Lago di Garda.  Da qui l’idea di un tour promozionale per presentare questa eccellenza al Belpaese. E non si poteva che cominciare dalla Capitale che ha ospitato la prima tappa nella suggestiva cornice dell’Enoteca La Torre a Villa Laetitia.

Il vitigno principe della DOC è il Turbiana, figlio del Lago di Garda, una meraviglia plasmata in milioni di anni dalla natura, dai ghiacciai e dal tempo. La morfologia delle colline moreniche che si affacciano sul lago è dolce e caratterizzata da linee delicate. Grazie al clima sub-mediterraneo, gli inverni sono miti e le estati temperate, mentre la bio-diversità qui è la regola dell’armonia perfetta. Il passare del tempo modella forme, colori e profumi, che variano a seconda delle stagioni, ma l’atmosfera del Garda rimane sempre fedele a sé stessa e si tinge di mille sfumature d’incanto.

Iscritto Catalogo Nazionale delle varietà della Vite al numero 239 come Trebbiano di Soave, e al numero 254 come Verdicchio Bianco B, il Turbiana è sinonimo ufficiale di entrambi che geneticamente sono il medesimo vitigno. Apprezzato per la sua freschezza e la sua acidità equilibrata, è un vitigno molto duttile e le sue uve possono essere vinificate in diverse modalità, dando vita a vini secchi o dolci, spumanti o fermi, ma che presentano in tutti i casi un carattere sempre fresco, armonico e delicato, e un ottimo potenziale di invecchiamento.

Negli ultimi decenni gli sforzi dei produttori hanno portato a una maggiore attenzione alla qualità dei vini e alla valorizzazione del territorio del Lugana DOC, e le otto etichette degustate durante questa interessante giornata non lasciano dubbi in proposito. Un excursus completo e didattico che ha portato nei calici le diverse sfaccettature di questo vino in otto interpretazioni eccellenti. In ordine di apparizione:

  • Azienda Agricola Brunello – Etichetta Nera -Lugana DOC 2022
  • Citari – Conchiglia – Lugana DOC 2022
  • Cascina Le Preseglie – Hamsa – Lugana DOC 2021
  • CàMAiol – Molin – Logana DOC 2021
  • Montonale – Orestilla -Lugana DOC 2021 (il mio preferito)
  • Cà Lojera – Riserva del Lupo – Lugana DOC 2019
  • Perla del Garda – Riserva Madre Perla 2018 – Lugana DOC 2018
  • Cantina Bulgarini – Superiore Cà Vibò – Lugana DOC 2016

Qui a Roma la prima tappa di questo “Lugana on Tour” ha suscitato interesse ed entusiasmo e siamo convinti sarà ovunque un grandissimo successo! Teniamocele un po’ più dentro casa le nostre eccellenze! Dalla Capitale è tutto.

Romagna: Elisa Mazzavillani, “la vignaiola indipendente”

di Matteo Paganelli

Non trovo appellativo più appropriato di questo per descrivere Elisa Mazzavillani – Azienda Agricola Marta Valpiani.

Non solo per essere la coordinatrice Romagna FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, associazione di vignaioli che promuove l’anti-burocrazia e che assicura la produzione dalla A alla Z “dentro le mura di casa”), ma perché è davvero indipendente da tutto e da tutti. Lo dimostra nei suo modi di fare, nella caparbietà, nel non ascoltare nessuno se non il proprio istinto. Del resto questo titolo è scritto pure nel cartello che si può scorgere da Via Bagnolo, appena si varca la soglia della sua cantina.

È un lunedì pomeriggio di aprile, e ha appena smesso di grandinare. Elisa è visibilmente (e comprensibilmente aggiungo) contrariata: teme che la grandine possa aver causato qualche danno ai vigneti già in piena fioritura. Purtroppo, dobbiamo convivere con il fatto che il grande cambiamento climatico stia “guastando” il tempo creando eventi atmosferici anomali e inaspettati. «Se deve farla a Luglio [la grandine, n.d.r.], è meglio che la faccia adesso» commenta con un tono da magra consolazione.

Elisa mi accoglie nella sala degustazioni che ben conosco, ma che ogni volta mi lascia incantato per la cura dei dettagli. Sparse un po’ ovunque, in perfetto stile Shabby chic, troviamo le bottiglie: alcune sul banco, altre posizionate in basso, altre ancora su mensole dedicate e collocate come fossero trofei. Sono 7 etichette che Elisa produce: 4 da uve Sangiovese, 2 da Albana e 1 rifermentato in bottiglia da uve Trebbiano. Anche se in cantiere è previsto un ulteriore Sangiovese che uscirà a breve.

Dopo le classiche chiacchiere di routine, assaggiamo subito qualcosa, mentre approfitto del momento per affacciarmi sulle vetrate e scorgere i paesaggi quasi lunari, caratterizzati dai grossi scorci dei calanchi che primeggiano magistralmente sulla vallata. La visita odierna è principalmente dedicata alle sue due versioni di Albana, che oggi escono entrambe sul mercato sotto la denominazione Romagna Albana DOCG. La conquista della fascetta è stata piuttosto ardua; seppur produca Albana in purezza dal 2018 (prima in blend con altri bianchi autoctoni), ha potuto rivendicarla solo nel 2020. La chiusura screwcap con tappo a vite non era ancora ammessa da disciplinare.

Elisa crede fermamente in questo progetto, che ha una chiara impronta ambientalista, ed ha preferito declassare per alcuni anni i vini etichettandoli come Forlì IGT Bianco, continuando ad avanzare le proprie idee dall’interno, senza mollare di un centimetro. Ce l’ha fatta! Ed a chi critica questa scelta, sostenendo che un vino ha bisogno del tappo di sughero per respirare, ella risponde che “il vino non è un pesce rosso, ha bisogno di micro-ossigenazioni, non di ossidazioni, e la screwcap può essere una valida chiusura tecnica per raggiungere tale obiettivo”.

Due le etichette dedicate all’Albana degustate: “Delyus” “Madonna dei Fiori”.

Romagna Albana Docg Delyus 2022

Viene coltivata da nuovi impianti del 2016 su un appezzamento principalmente caratterizzato da arenaria con sabbie. Dedicata al padre Delio raffigura in etichetta una Mandragora, pianta mistica che qualcuno avrà sicuramente visto nei film su Harry Potter, e che indica, nel suo significato, il furore e delirio umano. L’aspetto nel calice è invitante, giallo paglierino e nuance dorate. Il naso ricco di erbe aromatiche: timo, rosmarino. Non tarda ad arrivare il frutto: la tipica albicocca dalla polpa ancora croccante e con scie di pesca bianca; c’è anche una nota iodata finale molto percettibile. In bocca la prima cosa che si avverte è il sale, filo comune di tutto il territorio di Castrocaro Terme. L’acidità palpabile, ma non invadente. La struttura di medio impatto, merito anche della componente alcolica poco esuberante e perfettamente integrata. Salino e immediato: che voglia di bere subito un altro calice!

Romagna Albana Docg Madonna dei Fiori 2022

Da vecchi impianti curati con amore. Terreni caratterizzati dalla presenza di argille ocra, che ritroveremo quasi per osmosi all’interno del vino, in una struttura più accentuata rispetto a Delyus.
Il nome è una dedica alla patrona di Castrocaro Terme e l’etichetta raffigura una hemerocallis o ‘bella per un giorno’, con un significato in contrapposizione alla breve vita dei fiori: Elisa persevera e non molla mai! Colore leggermente più saturo, con una nota dorata vivida. L’olfatto non richiama ad un’aromaticità spiccata, ma si percepisce piuttosto un frutto citrino, confermato al sorso, con una freschezza verticale spalleggiata armoniosamente dall’estrema sapidità.

Credo che dobbiate tutti andare a trovare Elisa Mazzavillani. Del resto lei è come l’Albana: non la si addomestica, la si ama e basta.

La Salceta: storia di Ettore Ciancico produttore del Valdarno di Sopra

di Olga Sofia Schiaffino

Può il silenzio essere più eloquente di mille parole? Rispondo di si, senza pensarci troppo, dirigendo la mente al mio incontro con Ettore Ciancico, vignaiolo illuminato del Valdarno di Sopra.

Ettore riesce ad affascinare chi lo ascolta con le sue idee, con l’incedere dei toni e delle pause nel suo discorso. Ma il momento in cui impari più cose sul vino e sulla sua filosofia di produzione  è sicuramente  quello in cui si zittisce e ti scruta, con uno sguardo sincero e onesto.

Se potessimo pensare di dividere la nostra vita in capitoli come fosse un libro, l’avventura del viticoltore Ettore Ciancico sarebbe descritta nel terzo, dopo la narrazione del suo impegno prima nel sindacato e, successivamente, da imprenditore. Filo conduttore è l’amore per le cose giuste, “fatte bene” e la valorizzazione del territorio, delle persone che lavorano a un progetto.

Un problema di salute lo costrinse a un cambiamento radicale, e così prese forma l’idea di potersi occupare della vecchia vigna di famiglia a Loro Ciuffenna (AR) e di produrre vino, invece di vendere le uve: l’amore per il Sangiovese sbocciò immediatamente in lui, senza neppure accorgersene!

Iniziò quindi un grande lavoro di ricostruzione dei vigneti (circa quattro ettari condotti in regime biologico) e in seguito le prove di vinificazione nelle vasche di cemento e l’ampliamento della cantina: nacquero le prime etichette improntate a freschezza, tipicità, bevibilità. Ettore rimarca il suo essere controcorrente rispetto ai canoni del mercato, per seguire un gusto e un approccio nuovo al vino:  la scelta di utilizzare solo contenitori di acciaio rispetto alle convenzioni stilistiche.

Il concetto di immediatezza non deve far pensare che si originino vini banali, anzi: degustando ad esempio Osato, rosato ottenuto in prevalenza da Cabernet Franc, c’è tanta sostanza e personalità. Dal color rosa salmone luminoso, invita all’assaggio e colpisce per la nitidezza dei profumi di piccoli frutti rossi, la freschezza del sorso e la nota sapida di chiusura. Il vino perfetto per “una colonna sonora” estiva indimenticabile (ogni anno redigo una sorta di Summer Wine List per gli amici appassionati). Grande versatilità negli abbinamenti, soprattutto con le ostriche ed i crudi di mare.

Ruschieto è il Sangiovese che nasce dalle uve raccolte da una singola vigna, un vero e proprio Cru in questo territorio già delineato dal Bando Granducale di Cosimo III  de’Medici del 1716, quale zona particolarmente vocata per la produzione del vino. La scelta di vinificare una parte con la tecnica della fermentazione carbonica consente di ritrovare nel calice profumi freschi, decisamente floreali, seguiti da un corredo che rimanda a frutti rossi di bosco e a prugna matura. In bocca il tannino è ben integrato nel corpo del vino, il sorso è piacevole e il finale sapido.

La Nocetta è ottenuto da un blend di 60% di Sangiovese e da 40% di Cabernet Franc: affascina il color granato e il bouquet complesso in cui si riconoscono note erbacee, di amarena e pepe . Si armonizzano perfettamente le sensazioni caloriche, l’acidità e il tannino, dando vita a un vino caratterizzato da un grande slancio e dinamismo e dal finale persistente.

La Salceta è un luogo magico, che si anima d’estate con serate a tema “ Wine is in the Air”, come quella dedicata alla cultura giapponese con l’abbinamento di diversi tipi di sakè e sushi e a quella con ostriche e mitili.

L’azienda offre inoltre la possibilità di degustazioni e di wine experiences: troverete ad accogliervi oltre a Ettore in persona, la gentilezza, la grande competenza e la professionalità della sua compagna Linda Nano e riceverete un affettuoso benvenuto da Bengio, un dolcissimo bovaro svizzero che protegge le persone, i sogni e le vigne de La Salceta.

Picasso disse che il senso della vita è scoprire quale sia il nostro dono e il nostro scopo, regalare questo dono agli altri: la storia di Ettore Ciancico è una storia di scelte e di coraggio e il suo regalo, i vini emozionanti che parlano diritti al nostro cuore.